Photoshot – Merci vs Bagnanti, il Situazionismo di Rosignano (Repubblica Firenze, 2 agosto 2015)

Cari amici, questo è l’articolo che mi è stato pubblicato oggi. Buona lettura.

Merce inanimata e merce umana

Merce inanimata e merce umana

Un immane accumulo di merci. Riecheggiano suggestioni marxiane osservando la galleria delle foto scattate la scorsa domenica sulle spiagge bianche di Rosignano Solvay, invase da arditi allestimenti per l’esposizione d’oggetti in vendita. Una competizione all’ultimo centimetro quadrato di spiaggia fra bagnanti e ambulanti per strappare un posto al sole, la versione estrema della lotta per la sopravvivenza nell’estate dell’Anno VIII dall’inizio della crisi economica globale. Ma è anche un immane accumulo di spettacoli, per riprendere l’intuizione di quel genio poco compreso e parecchio frainteso di Guy Debord, padre del Situazionismo. E cosa si potrebbe immaginare di più situazionista che questo spettacolo della merce che scaccia il bagnante? Esattamente come secoli fa toccò alla pecora scacciare il contadino dai vasti territori comuni delle campagne inglesi che vennero recintati per essere riservati al pascolo anziché alla coltivazione. Da quel passaggio, sostengono gli storici, provenne una spinta decisiva per la nascita del capitalismo. E invece cosa racconteranno gli storici del futuro, quando fra quattro o cinque secoli, quando vedranno queste foto scattate una domenica di luglio in una spiaggia di Rosignano Solvay? Verso cosa ci porterà la spinta sotterranea che porta alla costruzione di scene come quelle immortalate nella galleria fotografica?

Presto per saperlo. La sola cosa che adesso possiamo registrare con certezza è la reazione dei bagnanti, contrassegnata da un mix di stupore e fastidio per quell’assedio delle merci nel dì di festa e nel luogo del relax. Come fosse una novità. Stiamo vivendo l’estate in cui i centri commerciali prendono a sperimentare l’apertura 24/7, e non una voce che si sia levata dalla platea degli utenti. Tutti quanti ben felici di avere a disposizione le merci in qualunque giorno e a qualunque orario, festivi e notturni compresi. L’Era del Consumo Totale, sganciato dai vincoli temporali e dal distinguo tra il tempo del lavoro e il tempo libero. Chissà quanti fra coloro che stavano lì a sbuffare in spiaggia, o a trovare insopportabile quell’invasione delle merci, avranno avuto da ridire su questa colonizzazione del tempo di vita da parte delle merci e del consumo? E chissà quanti di voi avranno fatto qualcosa per arginare questa espansione? Superfluo attendere la risposta: pochi o punti. E ci saranno stati tanti motivi a trattenervi dal farlo. La libertà di consumare in qualunque momento, certo. Ma anche una certa pigrizia d’animo che porta a adeguarsi a tutto. O soltanto il fatto che eravate su quella spiaggia, e per arrivarci e poi tornare indietro vi siete inflitti ore d’auto sotto la canicola, per poi scoprire una volta arrivati che dovevate conquistarvi il posto al sole disputandolo a campionari di merce distribuiti sulla sabbia. E non avete ancora compreso la verità: che la vera merce siete voi, distribuiti intorno agli oggetti a far loro da corredo, ridotti a un’altra funzione della Società del Consumo. E almeno sorridete, che la merce triste sugli scaffali non la prende nessuno.

Photoshot – Sentire sulla pelle la ferita della Quercia (Repubblica Firenze, 31 agosto 2014)

La Quercia delle Checche

La Quercia delle Checche

 

 

Non è semplice farlo capire a chi in Valdorcia non c’è mai stato. O c’è passato in modo talmente distratto da non scorgere la Quercia delle Checche lungo la strada che porta verso Contignano. E forse le parole che vado a dire potrebbero suonare eccessive pure per qualcuno fra quelli che al cospetto di tale opera d’arte della Natura ci si sono trovati, ma hanno creduto di scorgervi l’ordinario. Infatti non è a costoro che mi rivolgo. Preferisco parlare a chi davanti a quella meraviglia è rimasto incantato, e perciò non può non avere provato la stessa mia sensazione vedendo questa foto. Come una sofferenza fisica per contagio, una devastazione corporea condivisa. La sensazione di un attimo, ma dentro quell’attimo il dolore d’un colpo di machete che s’abbatta sotto l’ascella. Perché chi ha familiarizzato con quel monumento all’eternità, e di volta in volta ha scoperto d’essere soltanto parte infinitesimale d’un pellegrinaggio che dura da un tempo di cui si perde memoria, avverte l’enormità dell’accaduto. E sente gli occhi inumidirsi senza provarne vergogna, perché non c’è vergogna nel penare per qualcosa che c’è caro. Come la Quercia delle Checche, che è cara a chiunque sia stato a sentirla almeno una volta. O abbia fatto un gesto ancora più intimo provando a abbracciarla quasi fosse una Grande Madre, nonostante sapesse che per cingerne il tronco immenso bisogni essere almeno in cinque. Un gesto molto meno eccentrico e infrequente di quanto si creda, così come tanti altri gesti di tenerezza compiuti dai visitatori verso quel gigante muto. Che gesti del genere li ispira perché viene percepito come un essere vivente ibrido, posto sulla linea di confine tra il regno vegetale e quello animale. Forse eredità di un tempo in cui la separazione fra i vari domini del vivente non era avvenuta. Certamente il residuo di un’éra remota che attraverso il respiro silente incute il senso del rispetto verso il tempo storico del mondo e tutte le sue stratificazioni. Lo sa chiunque abbia carezzato uno di quei rami giganteschi, talmente piegati dal peso dei secoli da arrivare quasi a poggiarsi a terra ma senza toccarla, come in una traiettoria asintotica. La corteccia dalle placche giganti pare la pelle squamata di un dinosauro. Uno di quei dinosauri buoni che imparavamo a conoscere collezionando le figurine degli animali preistorici, applicandole alle sagome bianche numerate. Roba di qualche epoca fa, quando ancora non era arrivato Jurassic Park a far credere ai nostri figli che i dinosauri fossero soltanto i feroci Tirannosauri e i sadici Veloci Raptor. Invece carezzando quei rami e vedendoli ondeggiare lentamente, come rimandassero un segno d’affetto, si è sempre avuta l’impressione di toccare uno Stegosauro. Un dinosauro erbivoro nel pieno del suo pasto, e perciò da non disturbare troppo.

È stato bello carezzare quei rami giganteschi, Dico che lo è stato, perché chissà quando sarà possibile tornare a farlo. E soprattutto chissà quando, in chi ama la Quercia, si estinguerà il divieto d’approssimarsi auto-imposto per lasciare alla Grande Madre tutto il tempo che le serve a medicarsi la ferita. Il cartello posto ai margini dell’area delimitata dal nastro bianco e rosso diffida dall’avvicinarsi a causa del rischio che il grande ramo crolli, ma per quelli che col cuore intendono le mie parole quell’avviso è superfluo. E chi oserebbe mai farsi vicino alla Quercia dopo quello che è successo? A impedirlo non sarebbe certo un istinto di protezione dal pericolo, ma il senso del rispetto verso un dolore da guarirsi in solitudine.

Photoshot – La leggenda estiva di Leo Di Caprio in Ferrari (La Repubblica Firenze, 6 agosto 2014)

Cari amici, questo è l’articolo della serie Photoshot che mi è stato pubblicato la scorsa settimana. Buona lettura.

Ci sono le leggende metropolitane e quelle estive. Le prime hanno medio-lunga durata, e s’alimentano del gigantismo urbano e della sua impersonalità. Le seconde invece sono stagionali in tutti i sensi: perché appartengono alla silly season, la stagione sciocca, e perché passata l’estate nessuno più ne conserva ricordo. Per capire, qualcuno rammenta la leggenda della tigre che nell’estate 2010 s’aggirava per i boschi della Rufina? Che a dirla adesso scappa da ridere e ci si piglia per cazzari, ma in quell’agosto venivano effettuate perlustrazioni con cani e elicotteri e fioccavano testimonianze di contadini che giuravano d’aver visto impronte del felino. Divertitevi a cercare su internet. Troverete dichiarazioni come quella del pensionato 74enne che racconta d’esser andato in giro per funghi e d’aver intravisto la tigre, o quella della casalinga che giura d’averla vista nel cortile di casa e d’averne udito il ruggito. Di sicuro c’è che dal primo settembre 2010 non se n’è più saputo né parlato. Magari la belva è morta stecchita mangiando i funghi del pensionato.

Ridete pure, come se quattro anni fa non ci foste pure voi a cibarvi di quelle notizie e a evitare i boschi della Rufina ché non si sa mai. Ma quando avete finito provate a pensare a chi fra quattro anni scorrerà su internet le notizie sulla leggenda estiva 2014, quella a cui nei giorni scorsi vi siete dedicati prendendola con la medesima serietà dedicata alla tigre fantasma. Parlo dell’apparizione di Leonardo Di Caprio in Ferrari a piazza della Repubblica. Che già messa così suscita la naturale risposta: “O vien via!”. E invece no, qui la cosa va presa sul serio anche nel suo lato grottesco. Perché a differenza di ogni altra leggenda, metropolitana o estiva che sia, in questo caso c’è una prova documentale. O quantomeno un reperto, che finisce con l’essere esso stesso la vera leggenda dell’estate 2014. Si tratta della foto che vedete, in cui viene ritratto un baldo giovanotto mentre s’appresta a rientrare nell’abitacolo della sua Ferrari circondato da passanti straniti. Per quello che si può capire dalle loro espressioni, nessuno fra costoro mostra la minima consapevolezza di trovarsi davanti a un divo hollywoodiano. Piuttosto sembrano incuriositi dalla presenza di un’auto lì dove proprio non dovrebbe trovarsi, e dove i forentini privi di pass non transitano da tempo immemore. “Ma ‘unn’era pedonalizzato qui?” sembra dire l’omino in scooter e maglietta grigia. Che a dirla tutta, per aver scansato appena in tempo lo sportello aperto d’improvviso, potrebbe anche avere aggiunto: “La tu’ ma’…!”. Quanto al tizio che sta entrando nel bolide abusivamente presente in zona proibita, a  guardarlo si direbbe che sta a Di Caprio come gli Audio 2 stanno a Lucio Battisti.

E però, c’è un però. Come in ogni leggenda che si rispetti, la forza della credenza e della diceria soverchia quella dell’evidenza. E proprio in questo caso la regola mostra più che mai la sua validità. Perché nel caso di tutte le altre leggende la sola prova utilizzabile è una non-prova: si parla di qualcosa che nessuno ha visto mai o documentato. Invece in questo caso il documento c’è, e quantomeno lascia dei dubbi. E allora è il documento stesso a diventare leggenda estiva, il colpo di sole racchiuso dentro un clic. Perché c’è chi giura che fosse proprio lui, il divo. A cominciare dall’esercente che l’ha rifocillato. Invece il web, cioè l’oracolo della contemporaneità, certifica una smentita a prova di bombe. Pare che nelle stesse ore in cui è avvenuto l’avvistamento fiorentino Di Caprio fosse a Ibizia, sul luogo di una rissa fra Justin Bieber e Orlando Bloom. E allora, ubi maior minor cessat. Perché a Firenze, al massimo, poteva godersi il Muzzi e il Savelli che si prendevano a labbrate da ‘iGgozzi. Abbozziamola qui, dài.

 

 

Il presunto Di Caprio in piazza della Repubblica

Il presunto Di Caprio in piazza della Repubblica

Quelli in bilico sulle spallette. Arno e movida sospesi nel vuoto (Photoshot – 1, la Repubblica Firenze, 29nluglio 2014)

Cari amici, questo è l’articolo che mi è stato pubblicato oggi da Repubblica Firenze. Buona lettura.

Questo articolo inaugura una serie dedicata all’analisi di una foto scelta e narrata perché ritenuta significativa della settimana appena trascorsa.

 

Eccoli qui gli squilibristi sull’Arno. Guardateli bene, dentro quest’immagine resa acida dai riflessi dei flash negli occhi e dagli ostili giochi di luce proiettati sullo sfondo dallo storico Ponte Zemolo.

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Creature della notte, dallo sguardo che non sai deciderti se ambiguo o bovinamente placido. E non è mica detto che le due cose siano in contraddizione, invero. Ché il mondo è pieno di pecore mannare e va’ a sapere quale t’azzannerà alla gola quando un attimo prima brucava placida. Di certo sono gli appassionati d’una pratica alla moda, il vero trend dell’Estate Fiorentina. Il gioco del borderline: mettersi lì sul confine del vuoto e dare una sbirciata in giù come fosse guardare in faccia l’estremo, ma comunque indossando un animo blasé mai sfiorato dal sacro fuoco della sfida. Il rischio non è il loro mestiere, che si sappia. Casomai è un passatempo. Da affrontare con calma e una bottiglia di birra in mano.

E poi, in fondo, a cosa servono i ponti se non a celebrare la hybris umana e il senso della sfida alla gravità? L’imporante è essere coscienti che giunti in cima si può cadere, per accidente o perché si sceglie di giocare con la vertigine. Perciò c’è chi si libra dal parapetto facendo bungee jumping e chi più modestamente si piazza sulle spallette per fare un po’ di squilibrismo. Cioè, darsi alla ricerca dell’equilibrio precario piuttosto che rifuggirne. Perché è bello giocare col rischio se è calcolato con le dita delle mani, come si faceva alle elementari. E poi, volete mettere il brivido di piazzarsi su quel ristretto blocco di cemento dalla forma a punta? Che a starci sopra s’ha l’impressione d’essere Di Caprio mentre fa il ganzo con la Winslet urlando: “Sono il re del mondo!”. E si sa com’è, tra la poppa del Titanic e le puppe della studentessa Erasmus non si riesce a stabilire cosa sia più pregiudizievole d’autocontrollo e senso della misura.  Ma sullo sfondo di tutto quanto resta il fatto che il senso della safety a Firenze viaggi lungo percorsi bizzarri. Per dire, alla stazione di Santa Maria Novella per mettervi al riparo dai borseggiatori transennano l’accesso ai treni obbligandovi a una coda da tessera del pane, e disattivano le biglietterie self service. Che è come se per evitare la mortalità in autostrada vi obbligassero a attraversare il casello con l’auto in spalla e a pagare il pedaggio in sesterzi. Certo, meglio l’eccesso di cura che la sua totale assenza, ma poi come la mettiamo se l’eccesso di qua lascia il campo allo sguarnimento e all’anarchia di là? A Firenze puoi beccarti in testa un ramo dove capita, e alle Cascine c’è un bel traffico di femminielli stranieri a causa del quale ci può anche scappare il morto. E se accade, poi interviene il sindaco a sdottorare che il problema è annoso, e si dice che ai bei dì persino il maestro Tchaikovski s’aggirasse arrazzato nei paraggi delle Mulina in cerca di peccare, e dunque l’emergenza non nasce con la sua giunta. Così può essere per gli squilibristi dell’Arno, che bellamente si sottraggono a ogni tentativo di governare la movida. E almeno messi lì non danno fastidio ai residenti, ché quelli votano e invece gli squilibristi male che vada si catafottono in acqua. E a quel punto il sindaco può anche spiegare che il problema è annoso, e non nasce certo con la sua giunta. Perché si dice che pure il grande poeta spagnolo Antonio Machado abbia scritto “Poeta, nel tramonto” mentre assiso su una spalletta di Santa Trinita addentava pane e finocchiona, o che addirittura il mitico Johnny Weissmuller in arte Tarzan sperimentasse l’ineguagliato urlo lanciandosi dal Ponte della Carraia per far colpo sulla figlia del fiaccheraio immortalata nelle pagine di Pratolini. Il livello di sicurezza della città rimane una fetenzìa, ma vuoi mettere quanta erudizione?