La fragranza di reato (da Siculospirina)

Cari amici, oggi recupero un frammento del libro Siculospirina (Dario Flaccovio Editore, 2010), in cui sono raccolte tutte le puntate della rubrica Sicilianismi e alcuni inediti come questo. Buona lettura.

Bene, abbiamo visto il papello. O almeno una sua versione fotostatica, tutta da verificare. Ma non è questo il punto. Il punto è che il suo elemento maggiormente messo in risalto è quel passaggio della lista in cui si parla di arresto dei mafiosi da operare soltanto in fragranza di reato. Su tale dettaglio si sono scatenati i pruriti professorali e le facili ironie di quanti hanno tenuto a specificare che di flagranza si tratta, mica di fragranza. Sicché nei quotidiani e nei tele-radio-giornali di venerdì si è registrato un abbondare di puntualizzazioni, con tanto di uso del corsivo sulla carta stampata per tingere d’anomalo la parola. E, ovviamente, ci sono stati i sorrisetti di compatimento. Come a dire: oltre che mafiosi, pure gnurànt!

A tutti costoro viene da rispondere: ma che ti ridi? E mica perché qui si voglia stare a improvvisare la difesa linguistica d’ufficio per coloro (indifendibili tutta la vita) che hanno messo su carta i dodici punti del papello, compreso quello in questione; quanto perché nella trascrizione di quella fragranza si riflette il modo in cui i siciliani dicono la cosa. Anche gli sfondoni hanno un senso. Basta cercarlo. C’è infatti che qui in Sicilia i gruppi consonantici come “fl”, o “pl”, o sf”, sono una scocca di camurrìa. Ci paiono passaggi foneticamente tenui, e abbiamo impressione non conferiscano abbastanza forza alle parole e alle cose che vogliamo dire. Perciò diamo loro una puntellata, a modo nostro. Personalmente, rimarrà indimenticabile la lezione di fonetica che ci venne impartita dal professore di matematica e fisica nei giorni del liceo. Quell’uomo, origini acesi, parlava una lingua tutta sua. Usando una “errhe” che era la perfetta incarnazione della “errhe” sicula stereotipa da film o spot pubblicitario (“Rrhusso, vieni interrhoàto di algebbrha”), e una predisposizione a rimasticare il gruppo “pl” rimasta nella leggenda. L’apoteosi giunse il giorno in cui spiegò che “la somma di un numerho rrhazzionale e di un numero irrhazzionale si chiama numerho comprhesso”. E a noi che con insistenza chiedevamo come andasse trascritta l’ultima parola, dopo aver ripetuto tre volte la corretta dizione, pronunciò spazientito a venti centimetri dalla faccia: “Comprhesso! Pi-elle! Comprhesso!”.

In fondo, è il nostro modo di dare più forza alle parole. Le dobbiamo addentare e assaporare. Dunque bisogna che esse abbiano un gusto a noi gradevole. E spesso sta nel cambiare i gruppi consonantici il modo migliore per cunzàrle a misura del palato. Per esempio, prendete la parola soddisfatto. Da siciliani ne comprendiamo il senso e lo condividiamo; e però, se vogliamo comunicare davvero l’idea di appagamento delle nostre aspettative, riadattiamo la parola cambiando i gruppi consonantici. E volete mettere il maggiore impatto sonoro, e la possente pastosità del dichiararsi sudispàtti? Il gruppo “sp” eleva al quadrato l’idea di soddisfazione, spingendola più prossima all’arricriàrisi. E il dimezzamento delle “d” imprime una curvatura diversa alla parola facendola scivolare perfettamente verso il basso, a compimento naturale, lungo una traiettoria levigata; quando, viceversa, la doppia “d” della versione italiana provoca l’impennata a metà del vocabolo, lasciando che la parte restante si smorzi mestamente.

Probabile che un meccanismo fonetico analogo sia scattato nel momento in cui la stesura del papello veniva eseguita (“Mittemuci puru ‘a fragranza di riàtu?”; “E chi minchia è ‘sta fragranza?”; “Quannu ti fa’ ‘ngagliari com’un fissa ‘nnu mentri ca cummìni ‘na cosa”). Ma probabile altrettanto che nel caso della fragranza (di reato) vi sia qualcosa di più. Potrebbe trattarsi non soltanto di una scelta che istintivamente dissoda la parola dalle sue asperità (con quei due gruppi “fl” e “gr”, intervallati da una sola vocale, a costituire un puro inciampo della lingua subito sciolto dalla molto più armoniosa sequenza di “fr” e “gr”); magari anche quella del significato è una questione decisiva. L’idea del reato fragrante, ancora fresco e odoroso perché nel pieno del suo rigoglio, comunica il significato molto più di quanto non lo faccia quella di reato in flagrante. E in fondo la fragranza di reato è ‘u sciàuru della malefatta, un indizio ambientale da carpire nel lasso brevissimo che precede la sua perdita di freschezza. A caccia di quello scemante afrore bisogna mettersi in tutta fretta. Altro che CSI e RIS, qui si torna back to basic al puro fiuto investigativo. Il quale, a sua volta, deve scattare prima possibile. Perché mica la fragranza del reato dura chissà quanto. Anzi, se non si sta accura un reato fragrante si trasforma in un reato addimuràto. Che è peggio della prescrizione, sicuro.

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Sicilianismi – Négghia (Repubblica Palermo, 9 giugno 2010)

Ci sono cose al mondo che non si limitano a essere insolite per il siculo. Esse si collocano oltre l’orizzonte del possibile, portandosi dentro il carattere della non sicilianità come se fossero antimateria. In loro presenza non può esservi sicilianità e viceversa. Facile allora ch’esse diventino sinonimo di altre cose e immagini massimamente negative. Come è nel caso della négghia, ovvero la negazione dello stesso esistere. E davvero si va incontro a una delle peggiori condizioni ritrovandosi giudicati, in siciliano, ‘na négghia.
Tutto parte dal fatto che la nebbia è per il siculo un’esperienza metafisica. Elemento tutt’al più da sceneggiati televisivi o da documentari di Piero Angela, nei quali la pianura padana è una realtà antropologicamente distante quanto il Mato Grosso o l’Alberta. E sarà anche vero che rispetto alle altre due la prima si trova in Italia; ma i fenomeni ambientali che in essa si verificano sono ugualmente bizzarri all’occhio siculo, troppu stranìi per non suscitare un senso d’etnologica distanza. E fra tali stranezze è proprio ‘a négghia l’elemento più differenziante. Cosa di un altro mondo. In Sicilia essa arriva quasi mai. E in quelle ristrette parti dell’Isola dove giunge ci si comporta come se l’evento non fosse mai accaduto. “’A négghia? Nooo, nuàutri ccà unn’hàmu vistu mai di ‘sti cosi”. E subito le imposte vengono richiuse in faccia all’interrogante. Il quale profondamente si convince che parlare di nebbia in Sicilia sia più o meno come parlare di monsoni. Una bizzarria ambientale sulla quale documentarsi navigando per le pagine di Wikipedia. E in effetti si tratta di fenomeno atmosferico ontologicamente negatore della sicilianità. Da queste parti dominano la luce e i colori, e le voci argentine che elevano l’abbanniàre a suprema forma d’arte. Dunque spazio non c’è per un fenomeno che spande nell’atmosfera una cappa lattiginosa e riduce l’ambiente circostante a una scena in bianco e nero dove ognuno pare un fantàsima.
Nessun diritto di cittadinanza alla négghia, allora. E guai al mischinàzzo che quella parola se la vedesse appiccicare addosso come etichetta. Perché significherebbe la sua morte civile, l’impossibilità di riprendersi un ruolo. Quando uno è ‘na nègghia lo è a vita, perché è come se su di lui calasse una cappa d’immateriale a sfumarne i contorni e rendergli un grado d’insignificanza agli occhi di chiunque. E come restituire mai la dignità a qualcuno che sia stato giudicato ‘na négghia? La quale ha natura diversa dall’éssiri vacànti, e grave errore sarebbe confondere le due condizioni umane. Se uno è vacànti significa che porta dentro sé tutte le dimensioni del vuoto, e tuttavia mantiene un involucro esteriore che lo rende tangibile. E poi chiddu vacànti è uno che forse nemmeno ci ha provato, e perciò con un buon ammaestramento e parecchia pazienza può anche essere edotto (“quannu unu è vacànti ven’a ddiri ca ‘u po’ ìnchiri”). Viceversa, se uno è ‘na negghia, significa che non ha nemmeno vuoti da riempire, ma che è egli stesso un’entità immateriale della quale non è il caso di curarsi. Soprattutto, a differenza di chiddu vacànti egli ha affrontato la prova. E è stato proprio lì che s’è dimostrato ‘na nègghia. Verdetto inappellabile, sicché figurarsi se si possa mai parlare di recuperare il tipo così etichettato (“quànnu unu è ‘na négghia mancu ‘u po’ maniàri”). A costui toccherà da quel momento in poi una vita d’immaterialità, il sempiterno inaffidamento che poco a poco lo rende quasi impercettibile. E allora sì che forse ha un senso dire “arrivò a négghia”. Quando il malcapitato varca la soglia del bar, e viene accompagnato dallo sguardo commiserante degli avventori mentre va a giocarsi una partita a stecca da solo nella saletta semibuia.