Il caso Ched Evans, fra giustizia e verità – parte prima (Lettera43)

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Ched Evans

 

Questa è una storia di giustizia negata. Si svolge in Gran Bretagna, e racconta di un calciatore professionista condannato a cinque anni di carcere per stupro e poi riabilitato in seguito alla revisione del processo, ma soltanto dopo avere scontato metà della pena in regime di detenzione. E messa in questi termini se ne dedurrebbe che la vittima di giustizia negata sia il calciatore riabilitato, tornato sui campi di calcio dopo quattro anni di pausa e perciò è protagonista di un finale agrodolce. Ma le cose non stanno così. Perché questa è una storia di giustizia negata in linea di principio, al di là dei suoi protagonisti e della loro sorte processuale. E lo è soprattutto perché il suo esito giunge al termine di un percorso nevrotico, durante il quale la verità giudiziaria si rivela troppo permeabile a influenze esterne per potersi ritenere equa. Non si parla di giustizia negata a qualcuno, ma di giustizia che nega se stessa perché incapace di agire con rigore.

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Un club della serie B italiana in vendita a Malta (Calciomercato.com, 28 dicembre 2018)

OccasionissimaC’è un club della Serie B italiana in vendita alla modica cifra di 3,8 milioni di euro. E a renderlo noto è un quotidiano maltese, nella sezione degli annunci economici. Sembra uno scherzo, e sulle prime anche noi avevamo pensato che tale fosse. Ma la fonte maltese che ci ha segnalato la cosa è degna della massima credibilità, e inoltre la nostra immediata verifica ha permesso di scoprire che al numero di telefono indicato nell’annuncio corrispondono delle società reali e un intermediario ben identificabile. Ma andiamo a illustrare i dettagli.

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Mauro Balata, presidente della Lega di Serie B

 

Spicchi di Toscana – Mettersi tra parentesi a Quinciano (La Repubblica Firenze, 8 luglio 2018)

 

Quinciano

Dici le colline senesi e pensi a una delle eccellenze paesaggistiche mondiali. Un frammento di mondo il cui attraversamento è già una meta e non un passaggio, ciò che serve a far capire l’importanza dell’andare. Eppure anche in mezzo a questa sterminata meraviglia si può trovare dei frammenti di distonia estetica, come fossero mal riuscite variazioni sul tema. Succede così nel territorio intorno a Monteroni d’Arbia e Buonconvento, che pure contiene tesori di straordinario valore. Ma lì la bellezza si mantiene a altezza di colline. Perché a livello della strada pare di trovarsi innanzi a un trapianto di pianura modenese, con la campagna raccordata da un’urbanizzazione labirintica e il succedersi di capannoni. Fortuna che basta spostarsi dalla linea orizzontale, e rifugiandosi qualche decina di metri in su tutto muta. Si ritrova la strada bianca, e la suggestione della nuvola di polvere che attraverso il parabrezza posteriore crea l’effetto-dissolvenza e segna il ritorno a un ordine più domestico delle cose. E in quel frammento l’ordine domestico delle cose è la Via Francigena, che coi suoi riferimenti sta lì a ricordarci la profondità storica di queste terre. Lì si trova Quinciano, luogo d’attraversamento che però invita alla sosta.

È una frazione di Monteroni, ma rispetto al comune preesiste abbondantemente. E se ne rimane lassù come in disparte, come se a partire da un certo momento della sua storia sentisse soltanto un’ansia di nascondimento. Se tutto cambia così velocemente, cerchiamo di non farci notare per rimanere uguali a noi stessi. Per chi passa distratto, quel posto è solo un pugno di case sparse lungo la Strada delle Greppie, un pezzo di campagna senese come tanti. Chi invece non ha fretta d’oltrepassare, e cerca dei segni in ogni territorio frequentato, coglie in quel tratto notevoli pregi. A partire dalla Chiesa di Sant’Albano, ormai spoglia e avvicinabile soltanto dall’esterno, eppur intatta nella capacità di far sentire il respiro delle epoche passate. Da lì si può procedere costeggiando le case dalle mura in pietra, e senza perdere di vista il paesaggio che preannuncia la Valdorcia. Sono case che raccontano i ritmi silenti della vita quotidiana, intanto che le anziane del luogo s’incrociano a passo lento per le strade in pietrisco e riallacciano senz’altro premettere discorsi interrotti chissà quale settimana addietro. Non serve specificare da dove venissero le cose dette, né dirsi da quale punto si riprenderà al prossimo incrociarsi, intanto che le parole e i passi s’allontanano verso le opposte direzioni, e nell’aria rimangono i puntini di sospensione d’un dialogo in corso da intere esistenze.

Deve essere così per tutto, a Quinciano. Discorsi che non finiscono, virgolette e parentesi che rimangono aperte e agganciate a un filo invisibile. Come fossero appese a quelle mollette colorate che attendono il prossimo bucato e intanto cambiano la prospettiva sul paesaggio. Adesso vedi la coppia di cipressi in cima al poggio, che nel pomeriggio potrebbe nascosta dalle lenzuola matrimoniali della casa dirimpetto. Ché in questi frammenti di Toscana il confine tra pubblico e privato continua a essere evanescente, e la cosa migliore da fare è portare la vita di casa qualche metro fuori dall’uscio e lasciarla ossigenarsi in prossimità del vecchio lavatoio.

Quinciano

 

Quinciano

Chi vive quotidianamente la città, con le sue regole sempre più repressive in materia di decoro, avverte con gratitudine il senso di liberazione. E vien voglia di portarli a stendere qui, i panni banditi dai nostri balconi. Altri mondi, così lontani ma così vicini. E dato che la differenza è così netta, bisogna godersela nella pienezza fino a che si può. Sostando il più a lungo possibile sulla panchina piazzata a quel crocevia della Strada delle Greppie, giusto sotto il cartello stradale che indica Quinciano. Un luogo fuori mano, al quale giungi solo perché hai scelto di andarci. E potresti scegliere di andarci giusto per sedere su quella panchina. A chiudere parentesi che non ricordavi d’avere aperto.

 

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Come sempre, vi saluto con un brano musicale

Spicchi di Toscana – Faltognano, il passaggio come destino (La Repubblica Firenze, 1 luglio 2018)

Con colpevole ritardo comincio a recuperare gli articoli della serie “Spicchi di Toscana”, pubblicati ogni domenica da La Repubblica-Firenze.

 

Faltognano

Come passare dentro a un letargo. È l’ora di pausa del primo pomeriggio ma potrebbe essere qualsiasi altra ora del giorno, e qualsiasi giorno d’ogni altra stagione, qui a Faltognano. Man mano che ci si spinge in alto le colline di Vinci perdono sofficità e cominciano a assumere il fascino ruvido dell’Appennino. Fermandosi e guardando in giù si ammira l’immenso arazzo della Toscana da cartolina, e pensando che fino a pochi minuti e chilometri prima si era laggiù ci si sente assalire dal senso di colpa dell’usurpazione. Si sarà speso tutto lo stupore, e il senso d’ammirazione, che il luogo pretende? O ci sarà comportati come si facesse parte di quelle torme di turisti mordi e fuggi, cui con tanta degnazione guardiamo perché passano innanzi alle bellezze storiche e architettoniche come costeggiassero le isole di uno shopping mall? Eppure questo interrogativo è già un segno. Significa che quella Grande Bellezza ce la si è lasciata alle spalle, che si è già diretti altrove. E che il viaggio è fatto del progressivo sfumare di luoghi e sensazioni.

 

Faltognano

Quassù a Faltognano la sensazione di avverte immediata. È ancora territorio di Vinci ma è già la premessa di altrove. Una delle stazioni di passaggio che permettono di lasciarsi la meraviglia alle spalle poco a poco, anziché fare esperienza del brusco distacco. Ma sarebbe errato pensare che questo luogo serva soltanto a ammortizzare. Esso è capace d’esprimere una bellezza tutta sua. Ma per coglierla ci si deve fermare, e proprio questa è la cosa più difficile. Perché Faltognano è un luogo liminale. Una soglia che cambia il paesaggio ma anche noi che l’attraversiamo. E poiché bisognerebbe anche capirle, quelle soglie, allora fermarsi è dovuto. C’è sempre tempo per andare oltre e c’è sempre un altro viaggio da compiere. Ma prendersi una pausa e perlustrare una linea di confine è un altro viaggiare, scoprire una mistica diversa dell’andare.

 

Faltognano

Così ci si sente lassù, in questo posto che ha come punti di riferimento la storica chiesa di Santa Maria Assunta e il gigantesco leccio ultracentenario diventato meta di un turismo di nicchia. Ma in verità è l’assenza di punti riconoscibili a costituire l’anima di Faltognano. Che inizia e finisce senza avvedersene, come tutti i luoghi nati ai fianchi delle vie di comunicazione e perciò destinanti a assistere ai passaggi. Dei mezzi e delle persone. Delle stagioni e delle epoche. E di questa contemplazione del passaggio si trova traccia fuori da quelle case le cui porte si spalancano sulla strada, e le cui finestre sono oblò sull’eterno movimento che si cristallizza in immobilità.

 

Faltognano

 

Faltognano

Sarà per questo che, aggirandosi per quei dintorni, si sente addosso un tempo rallentato. E anche un dovere di circospezione, e l’obbligo verso una non dichiarata consegna del silenzio. Si è in strada ma forse si sta già violando lo spazio privato di qualcuno, e allora la misura e il rispetto sono le cose minime dovute.

Si avverte tale dovere di non violare spazi altrui quando ci s’arrampica verso quel gruppo di case su un poggio, con un grande cortile interno che mescolando pietra e erba imprime sul viandante una scossa d’inattualità. Sì, certo che c’è lo spazio sufficiente a passarci con l’auto. Ma come si potrebbe? Sembra d’essere precipitati un paio di secoli indietro, e la cosa più preziosa è tenersi stretta quella sensazione mista di presente e passato remoto, di vita attuale e vita in flashback. Un contrasto che si avverte percorrendo altri angoli di Faltognano. Fra case ancora abitate e altre malamente abbandonate. E sedie, tante sedie per posarsi e nutrirsi del paesaggio di laggiù. Poggiate pure su una terrazza all’aperto, e ormai abbandonata a se stessa. Il pavimento in mattoni sbriciolato, e un carrello arrugginito a un angolo. Ma tavoli e sedie sono sempre lì, pronti a accogliere chiunque necessiti d’un istante di pausa. Ci si può anche fermare a Faltognano. E lasciarsi scorrere addosso un po’ di vita al ralenti.

 

Faltognano

 

E come al solito, ecco un branoo musicale che serva a darvi l’atmosfera…

 

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 1 Dilettarsi con l’esegesi

Con questo post avvio il recupero della trilogia di articoli con cui ho stroncato “La ferocia” di Nicola Lagioia. Gli articoli vennero pubblicati a ottobre 2014 da Satisfiction, e successivamente spariti dal web. Pochi mesi dopo il romanzo avrebbe ricevuto il Premio Strega 2015. Ciò che costituisce la sentenza di morte del premio medesimo. Questa versione degli articoli contiene anche alcuni passi che dalla versione pubblicata su Satisfiction erano stati tagliati. Per esempio, quello sulla lezione di dottorato e l’esegesi veterotestamentaria. Ultima annotazione: da oggi si ricomincia con le stroncature.  

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Nicola Lagioia in posa sexy

 

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Esercizi d’estenuazione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, e di farlo soltanto per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza cedere. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15”: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo. Ma anche nella pretesa d’aver scritto il romanzo epocale, come con sprezzo del ridicolo si legge nell’ultimo frammento della quarta di copertina: “Mobile e intenso, ‘La ferocia’ è un libro che costruisce un mondo – il nostro”. E sì, sentivamo proprio il bisogno di libri mondi. Perciò mondiamoli, e per bene. Anche perché questo libro mondo lo richiede a causa del terzo motivo per cui è esagerato: il coro laudatorio privo di stecche, unanime quanto poche altre cose nel sistema dell’editoria italiana. Come l’assenza di stroncature per il libri di Uolter Veltroni, per esempio. E allora, almeno nel mio caso, l’esercizio d’estenuazione è dovuto.

Del resto ero già rodato dopo aver letto i precedenti tre libri di Lagioia, oscillanti nel giudizio di qualità fra lo scadente e il pessimo. Da questo punto di vista, “La ferocia” s’allinea. È un libro da 2,5 in pagella, ma non è questo a contare così come non contano i giudizi di qualità. Come al solito m’interessa la forma, guardo alla composizione del testo. E lì ritrovo il Lagioia di sempre, col suo stile che non sarà mai mondo. Perché l’immondo non si è fermato mai un momento, e quanto a ciò Lagioia è un instancabile globetrotter.

Il fatto è che Nicolino nostro privilegia uno stile neo-geroglifico portatore di sfide inattese per il lettore. E il punto è sempre quello: il lettore investirebbe risorse scarse come tempo e denaro se immaginasse di non dovere soltanto leggere un libro, ma anche decodificarlo? Ecco il problema. L’esercizio d’estenuazione dovrebbe essere volontario, non proditorio. Quando m’accingo a leggere, devo poter scegliere se leggere parole chiare e frasi dal senso immediato. Se al contrario voglio impiegare il mio tempo a fare kamasutra col testo, va bene: purché sia una mia scelta. E invece no, specie nel caso dei libri di Nicola Lagioia. La cui lettura mi fa sempre tornare in mente un episodio avvenuto ai tempi del Dottorato di ricerca in Sociologia Politica.

Successe che ci venne inflitta l’ennesima lezione su Max Weber, e pazienza. In fondo durante quel triennio dovetti sorbirmi pure di peggio, tipo una lezione di Gaetano Quagliariello (sì, proprio lui) sui movimenti giovanili dei partiti politici italiani nel periodo fra il 1948 e il 1953. Roba che fra colleghi dottorandi ci si doveva pungere reciprocamente con gli spilloni da balia per tenersi desti. Quella lezione su Weber venne tenuta da un sociologo della religione. Risparmio il nome perché davvero sarebbe ingiusto dare al ridicolo un’identità. Mi limito a dire che in un passato recente ha scritto alcuni articoli soporiferi per Il Foglio, e che pareva uscito da un film di Carlo Verdone. Vestito come un professore di Latino anni Settanta, usava rivolgersi ai dottorandi con il “loro” anziché col “voi”. Insomma, sprizzava un tanfo d’inattualità da intenerire. E invece di parlarci di Max Weber c’intrattenne due ore a raccontarci dei suoi titanici sforzi nel confronto coi testi di Max Weber. Manco fosse Friedrich Tenburck. Così lodandosi e imbrodandosi ci spiegò che per meglio approfondire la sociologia della religione weberiana aveva egli stesso provato il confronto diretto coi testi sacri, letti in lingua originale. E quel punto sparò la frase che da allora si è conquistata il podio nel mio personale Olimpo delle Cazzate: “Non so quanti di loro abbiano esperienza di esegesi vetero-testamentaria”. E come no?! Fin dai tempi delle scuole medie, tutti i pomeriggi finito di fare i compiti a casa, invece di scendere in strada per giocare a pallone con gli amici mi facevo due belle orette di esegesi vetero-testamentaria. M’appassionava soprattutto la versione in aramaico: libidine pura.

E pazienza se nel mondo dell’università italiana personaggi come quello di sopra girano liberi e sciolti. A ognuno la propria esegesi, purché sia attività volontaria. Il fatto è che la lettura di un testo di narrativa non dovrebbe richiedere un esercizio esegetico. Se m’infliggo due orette di esegesi veterotestamentaria è perché ho scelto di farlo. Altra roba è se mi ritrovo un testo in aramaico quando credevo di leggere un romanzo in lingua e stile potabili. Ebbene, proprio quest’ultima evenienza, l’aramaico a tradimento, coglie l’ìgnaro lettore quando decide di leggere i libri di Nicola Lagioia. Tutti, compreso l’ultimo, in cui la ferocia del titolo è quella che si riversa addosso al povero lettore, annichilito da una sterminata sequela di nonsense. Leggere quelle pagine è un continuo chiedersi: “Ma cosa voleva dire?”. E la serie comincia molto presto, a pagina 7, dove il libro-mondo ospita il primo frammento di puro aramaico:

Non era molto oltre la trentina, ma non poteva avere meno di venticinque anni a causa dell’intangibile rilasciamento dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe adolescenti in qualcosa di perfetto.

 

Ecco, appunto: ma che vuol dire? “L’intangibile rilasciamento dei tessuti”, “la sveltezza di certe adolescenti”, e soprattutto quell’esercizio d’illogica iniziale: non era molto oltre i trenta, cioè era certamente oltre i trenta, “ma” non poteva avere meno di venticinque anni. Che razza di scruttura e mai questa? Se hai già asserito che la persona in questione è “oltre i trent’anni”, è pura tautologia sottolineare che “non può averne meno di venticinque”. Ci arriverebbe pure un gibbone, contando con le dita poggiate sul labbruzzo inferiore. Non c’è bisogno di sottolineare che se tua nonna avesse avuto le ruote non sarebbe stata bipede. Soprattutto, è sublime quel “ma”. Come se si dovesse segnare un passaggio di contrapposizione fra due termini dello stesso discorso. Peccato che la contrapposizione fra questi due termini non esista in punto di logica. Ha un senso dire “Oggi fa caldo ma piove (e dunque per contrapposizione il meteo non è così positivo come sembrerebbe)”, o “Oggi ho una fame da lupi ma sono a dieta (e dunque per contrapposizione devo tenere sotto controllo la fame e selezionare i cibi)”; e invece che senso ha dire “Oggi fa caldo ma non fa freddo”, o “Oggi ho una fame da lupi ma mangio tutto quello che mi pare”? Quei “ma” non c’entrano nulla, perché “Oggi fa caldo E DUNQUE non fa freddo”, e “Oggi ho una fame da lupi E DUNQUE mangio tutto quello che mi pare”. Sicché, tornando all’oscuro frammento lagioiano, in punta di logica la persona in questione “era non molto oltre la trentina E DUNQUE non poteva avere meno di venticinque anni”. E allora cosa diamine c’entra quel “ma”? Questioni d’esegesi, appunto. E di volerla fare anziché vedersela imporre proditoriamente.

Purtroppo il lettore se la vede imporre, eccome. E così si salta alle pagine 10-1, dove si trova il frammento che segue:

Il grossista aveva l’aria di chi è convinto di non avere superato il confine che taglia in due l’aspettativa di vita, né di correre il rischio di farlo.

Qualcuno mi decodifica il senso di questa frase? Innanzitutto: cosa vuol dire “superare il confine che taglia in due l’aspettativa di vita”? E come si taglia in due l’aspettativa di vita? E ancora, in cosa consistono le due parti tagliate? Qual è il loro quantum? Tagliare in due l’aspettativa di vita significa forse trovare il punto di mezzo “del cammin di nostra vita”? O significa “spezzare l’ottimismo verso l’aspettativa di vita e virare verso il pessimismo”?

Interrogativi su interrogativi, in cima ai quali se ne staglia uno a fare da capofila: ma come si può scrivere così male? E farlo con passione e perizia pari a quelle squadernate da Nicola Lagioia? Sono necessari uno zelo e una voglia di raggiungere l’obiettivo che tanto da vicino mi ricordano l’agente immobiliare interpretata da Annette Bening in “American Beauty”, quando dice a se stessa: “Oggi venderò questa casa”. E ci dà dentro a pulirla da cima a fondo.

 

Allo stesso modo immagino Nicola Lagioia che s’alza la mattina dandosi la missione del giorno: “Oggi voglio scrivere male, ma proprio male-male-male”. E da quel momento in poi si mette a vergare frammenti come quello di pagina 15:

Gli errori si erano accumulati nel vuoto spazio primordiale dove le biografie vengono scritte prima che il debole inchiostro degli eventi le renda attive e comprensibili.

E il vero prodigio sarebbe rendere “attivo e comprensibile” un frammento come questo, assegnargli una forma tirandola fuori da quell’indigesto mappazzone di parole spiaccicato su carta. Sarebbe utile, tanto più che in certi passaggi del libro i frammenti come quello di sopra si avvicendano a ritmo serrato, senza nemmeno dare il tempo al povero lettore di metabolizzare il precedente. Per esempio, ecco una sequenza da sterminare i neuroni. A pagina 21 si legge:

Alto e abbronzato, in abito di lino tagliato su misura, stringeva tra le labbra una smorfia soddisfatta che nessun sarto avrebbe ricondotto a una tradizione più vecchia di dieci anni.

Ma di cosa parla? Cosa dice? Il sarto taglia non soltanto i vestiti ma anche le smorfie? E purtroppo il nostro “voglio scrivere male, ma male-male-male” quella mattina doveva essersi fissato col tema “Moda & Eleganza”, come dimostra il passaggio che si legge soltanto due pagine dopo:

Giacca e pantaloni ricadevano nel facsimile dell’eleganza, un volontario passo indietro rispetto a quella vera ma solo per farle strada.

Anche a chi non ne avesse intenzione tocca fare esegesi. E come se non bastasse, fra i due estratti appena riportati ce n’è un altro non meno esiziale, anch’esso piazzato a pagina 23:

I loro volti godevano di uno speciale rilasciamento [e ancora con ‘sto rilasciamento!, ndr], l’apparente ebetudine dei privilegiati in cui Vittorio ritrovava una ulteriore forma di intelligenza. Nessuna traccia del foglio metallico che annerisce sottopelle a causa dell’attrito con il mondo.

E già, il romanzo mondo che del mondo valuta persino l’attrito. Per poi guardare pure alla sfera dell’oltremondano, come suggerisce il frammento piazzato alle pagine 34-5:

Era uno splendido pomeriggio fuori stagione dei primi anni Novanta, uno di quegli avanzi che l’estate ripone in uno spazio oltremondano per evitare alla temperatura di salire troppo.

Ma cosa volevi dire, Nicolino? E quanto bene volevi al tuo lettore, mentre gli confezionavi un testo come quello pubblicato alle pagine 38-9? Di sicuro, se esso fosse stato mandato per posta elettronica sarebbe finito nella casella antispam, assieme alle offerte del Cialis e alle proposte d’affettuosa amicizia femminile tradotte da Google Translate:

Ecco il problema di Ruggero: la concrezione di pazzi con cui la sorte voleva distoglierlo dall’unica attività che lo avrebbe reso libero, il tasto su cui battere fino a quando la particola di follia che in linea retta alimentava anche lui fosse diventata un nudo anello che non trasmette niente, lo studio, lo studio fanatico della medicina a cui si dedicava senza perdere un attimo.

Micidiale, tanto quanto la doppietta piazzata a pagina 40:

 

Avrebbe dovuto superare il dislivello tra lo strazio e la simulazione dello strazio con cui si stava confrontando ora

Tutta la sua vita era stata una crescita equipollente di fortuna e minaccia.

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Siete già annichiliti? Dilettanti! Quanto fin qui ho riportato è contenuto soltanto nelle prime 40 pagine, cioè nel primo dieci per cento scarso di “La ferocia”. C’è tutto un altro novanta per cento abbondante da infliggersi e passare a esegesi, nel caso che “loro” non avessero ancora capito. E bisogna fortificarsi per affrontare tutto ciò che segue. Per esempio, a pagina 49 si trova un frammento che sembra scritto dal peggior Massimo Bisotti:

Dare all’amato ciò che non si ha e ritrovare nel nulla che si riceve il troppo che non sarà ricompensabile.

Non vogliategli del male, è fatto così. Dove l’acqua è pura lui la intorbida affinché facciate il sano sforzo di ri-filtrarla. Per esempio, se deve dire che i popolini del Sud annichiliscono la lingua italiana rendendo controproducente lo strumento principale per l’unificazione culturale del paese, esprime così il concetto (pagina 61):

Per trovare il tono giusto provò ad attingere dai colleghi delle passate generazioni, quelli che aprivano talmente male le vocali da scuotere l’Unità del paese con lo strumento che avrebbe dovuto stringerle il collare.

La lotta per afferrare un senso si fa titanica col procedere della lettura, continuamente ostacolata dalla fioritura dei nonsense. A pagina 67 si legge:

Ogni tanto, tra le rughe che circondavano gli occhi dei presenti, pulsava un fastidio privo di abrasioni.

Ma sì, il fastidio è abrasivo quasi quanto la lettura di “La ferocia”. E non meno abrasivo è il frammento di pagina 81, quello con cui chiudo la prima puntata del nostro viaggio dentro l’ultima opera del nostro Radical Flop. La chiudo perché sarebbe un eccesso piazzare dentro questa prima puntata tutti i frammenti meritevoli di menzione. E io, al contrario di Lagioia che pretende d’aver scritto un romanzo mondo e spamma 411 pagine quando 115-20 sarebbero state d’avanzo, una misura me la do. Tutti gli altri frammenti del genere “ma cosa voleva dire?” verranno distribuiti nelle puntate successive, quando “La ferocia” verrà analizzata a partire da altri motivi. Però è giusto chiudere in bellezza. Lo faccio col passaggio presente a pagina 81:

Clara impallidì. Poi si accigliò. La forzatura consentì a Pascucci di vederla – l’ombra di una ferita – come avrebbe iniziato a mostrarsi di sua spontanea volontà se solo lui avesse avuto più pazienza. L’estorsione di un anticipo già ridotta a saldo.

Cosa voleva dire Nicolino? E soprattutto, cosa vorreste dirgli voi dopo aver letto tutto questo?

(1. continua)

 

(E come sempre, dopo avervi dispensato tanto orrore letterario, provo a ristorarvi l’anima con uno splendido brano musicale)

 

A marzo 2018 in libreria

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“Nedo Ludi. Il ritorno” (Capitolo 12, anteprima)

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” (…)  In questo momento sto bene così Nedo, davvero. Durante questi mesi ho riflettuto molto. Su di noi, ma soprattutto su di me. E ho capito che tante cose non andavano. Ci siamo amati davvero, no?”.

Ma certo. Perché me lo chiedi?”

Perché ne sono convinta pure io. Che ci siamo amati fino a un giorno prima che tutto succedesse. Però poi quando è successo non abbiamo provato nemmeno un attimo a salvare il nostro amore. Come se tutto si fosse già consumato, e noi ne avessimo preso coscienza separatamente. Di tutto quanto, è questa la cosa che più m’inquieta. Perché finisce così un amore?”

Nedo rimase travolto da quelle parole, attanagliato un’altra volta dall’incapacità di rispondere. Nella sua decisione di prendere la propria strada c’era qualcosa d’altro, diverso dalla fine del loro amore. Ma non riusciva a dirlo a Eleonora, perché nemmeno lui sapeva ancora cosa fosse. Il pensiero correva sempre a quel pomeriggio di marzo, al ragazzo entrato nel bar un sabato pomeriggio, e allo sconvolgimento che l’aveva catturato da allora.

Questa domanda mi ha levato il sonno per settimane, Nedo – riprese lei –. E bada che non ne sto facendo una colpa a te. Anch’io, quando è successo, non ho trovato nulla di meglio che chiudere la nostra storia e dividere la nostra famiglia. Mi chiedo ancora come ci si fosse arrivati a questo. Poi man mano ho recuperato tranquillità. Non ho ancora trovato le risposte, però adesso le cerco con meno affanno. E per questo ho bisogno di stare ancora da sola. Per molto tempo”.

Tempo” sussurrò pensieroso Nedo. Che adesso invidiava Eleonora. Lei un suo percorso lo stava compiendo, e dentro il dolore c’era passata senza paura. E lui, invece? Cosa stava facendo? Era una questione di tempo?

Sì, tempo – disse lei, e finalmente il sorriso era quello dei giorni radiosi –. Sai, da qualche parte ho letto una frase bellissima. Non ricordo dove, ma mi è rimasta impressa. Diceva che il tempo è per il dolore come l’acqua del mare che smeriglia il vetro: arriva il momento in cui puoi tornare a maneggiarlo senza rischiare di ferirti ancora”.