Calcio, cosa non torna sul business “salvifico” degli stadi privati (Lettera 43, 3 aprile 2017)

Cari amici, oggi recupero il primo di due articoli che ho scritto per il sito Lettera43, sul tema degli stadi di proprietà. Buona lettura. La puntata successiva è leggibile qui.

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Gli spalti vuoti del Mapei Stadium

Famostistadi. Nella versione al plurale non è ancora diventato un hashtag, ma intanto la vicenda dello stadio della Roma ha fatto compiere uno scatto in avanti. I giorni delle polemiche tra la società giallorossa e la Giunta romana guidata da Virginia Raggi sono per il momento messi alle spalle. Non è detto che lo siano definitivamente, poiché la storia sembra tutt’altro che risolta. Molte cose vanno ancora messe a fuoco, e in ogni caso entrambe le parti vogliono provare a rimaneggiare la soluzione di compromesso raggiunta, per tirarla un po’ più verso sé.

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E dopo la lettura dell’articolo allego parte di una lunga intervista che ho rilasciato a maggio 2016.

 

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Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 2

Prosegue il recupero dei miei articoli pubblicati su Satisfiction. Buona lettura.

Le altre due puntate della stroncatura sono leggibili qui e qui

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Nicola Lagioia, braccia rifiutate dall’agricoltura

Ombra di salice, h. 16-17

Quando si vuol scrivere un Romanzo Mondo si deve essere pronti a metterci dentro il mondo intero. Deve essere stato questo il principio ispiratore di Nicola Lagioia, nel momento in cui si è seduto nella sua cameretta e ha iniziato a scrivere “La ferocia”. E tale principio, pedissequamente, è stato applicato. Non saprei dire perché mai l’autore se lo sia messo in testa né credo sia determinante saperlo. In fondo ognuno è libero di fare come crede. C’è chi si mette in testa lo scolapasta e chi l’idea meravigliosa di restituire i capelli ai calvi d’una nazione intera. Dunque ci può stare pure che qualcuno decida di scrivere un Romanzo Mondo, menzionado di continuo la luna in cielo e gli scarafoni in terra mentre descrive le vicende dei bipedi umani.

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E adesso ristoratevi l’anima con un buon brano musicale.

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 1

Da oggi prendo a recuperare i miei articoli pubblicati su Satisfiction.  Non posso che cominciare dalla stroncatura in tre puntate di “La ferocia”, l’orrendo romanzo di Nicola Lagioia che nei mesi successivi avrebbe vinto Premio Strega. Segnandone la definitiva decadenza. Buona lettura.

Le altre due puntate della stroncatura sono leggibili qui e qui.

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Nicola Lagioa e il suo sguardo di contagiosa intelligenza

 

Dilettarsi con l’esegesi.

Esercizi d’estenuazione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, solo per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza mollare la sfida. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15″: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo.

 

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E dopo aver completato la lettura, godetevi questo brano musicale.

 

 

 

 

 

 

Parole – Se Benigni contromano cambia verso (La Repubblica – Firenze, 30 ottobre 2016)

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NO, anzi SI’

Qual è la parola della settimana? Senza alcun dubbio è contromano. Termine che esprime il concetto di “percorso in direzione proibita”, e che nel linguaggio specifico del Codice della Strada comporta una delle più pesanti infrazioni. Quella che fra tutte le furbate dell’automobilista è la più rischiosa, col suo mettere a repentaglio l’incolumità propria e quella altrui. E chissà se avrà pensato a tutto ciò Roberto Benigni, quando nei giorni scorsi a Roma ha infilato “in direzione ostinata e contraria” una corsia proibita per sorpassare la colonna d’auto che gli faceva da ostacolo. Del resto, si sa com’è di questi tempi: il mito della velocità s’è trasformato in coazione, tanto da fare sembrare cosa buona e giusta ogni azione che permetta di raggiungere più rapidamente l’obiettivo. Ma purtroppo per Benigni esiste anche un Codice della Strada, e fintanto che non verrà rottamato anch’esso in nome dell’altro grande mito contemporaneo (quello della semplificazione), le sue norme continueranno a essere valide. Per tutti. E poiché una pattuglia della Polizia Municipale era presente giusto lì dove l’infrazione veniva commessa, ecco che l’effetto è stato immediato: patente sospesa e ritirata.

Pare che il premio Oscar abbia cercato di giustificarsi, e è un peccato non sapere quale argomento abbia sfoderato per alleggerire una posizione non alleggeribile. Ma l’aspetto della vicenda che spicca più d’ogni altro è quello metaforico. Perché l’episodio avviene a coronamento di un periodo in cui Benigni ha confezionato una delle più spettacolari operazioni di “cambia verso” della recente storia politica italiana. Che pure è popolata d’incalliti trasformisti e voltagabbana, e dunque la compagnia è folta. Il fatto è che nel caso di Benigni la giravolta sul referendum costituzionale è stata di massima arditezza. Perché dall’essere cantori della “costituzione più bella del mondo” allo schierarsi per il suo stravolgimento passa uno scarto troppo grande per essere etichettato come mera evoluzione. Pare piuttosto una Sindrome Johnny Stecchino, con quel sosia praticamente identico ma che a giudizio dell’originale non gli somigliava per niente. E mica basta scarabocchiare un neo sullo zigomo per rendere uguale ciò che uguale non è mai stato o non lo è più. Si può benissimo cambiare idea e verso, e la cosa può essere coerente se quell’idea o quel verso non sono più in linea col nostro sentire. Ma come al solito c’è una misura nelle cose, e quella misura segna un confine fra il cambiar verso e l’andare contromano. Cioè fra l’evolvere del percorso e la furbata sbrigativa nonché pericolosa. Fortuna che almeno il Codice della Strada, queste cose, le sanzioni.

 

“Cose da spogliatoio”. La frase meno politicamente scorretta detta da Trump (Calciomercato.com,12 ottobre 2016)

'Cose da spogliatoio': la frase meno politicamente scorretta detta da Trump

 

Giù le mani dallo spogliatoio. È questo il senso dei molti messaggi pubblicati via social network da atleti che militano nelle leghe professionistiche nordamericane, in risposta a quanto detto da Donald Trump per giustificare l’ultimo scivolone in tema di sessismo. Nel corso del secondo duello fra i candidati alla presidenza degli Usa, il concorrente repubblicano (se ancora lo si può etichettare così) ha liquidato le sue frasi udibili in un vecchio filmato come“battute da spogliatoio”.

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In itinere – L’arte del romanzo come impegno sociale. Elogio di Angelo Ferracuti, parte seconda.

(La prima parte può essere letta qui)

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Angelo Ferracuti

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Addio

 

“Ma questo non è un romanzo!”.

Posso immaginare che qualcuno, pur apprezzando Addio di Angelo Ferracuti, eccepisca sull’etichetta di genere da dare al libro. Un’etichetta che in questo caso viene rivendicata dal sottotitolo di copertina: “Il romanzo della fine del lavoro”. E dunque trattasi di romanzo anziché di saggio, è il pensiero di chi vede il libro sugli scaffali delle librerie e magari decide di comprarlo. Per poi giungere all’obiezione con cui ho aperto il post. Ma si tratta di un’obiezione condivisibile?

È una domanda semplice che richiede una risposta complessa. E iniziando a articolarla, segnalo la strano insieme di coincidenze che in queste ore si verifica. Nella giornata di ieri è stato assegnato il Premio Nobel per la Letteratura a uno dei più grandi cantautori della storia, e ciò è avvenuto proprio nelle ore in cui ci ha lasciato un altro Premio Nobel della Letteratura che di mestiere faceva il teatrante. E le perplessità dell’opinione pubblica verso l’assegnazione del riconoscimento a Bob Dylan sono le medesime che accompagnarono l’assegnazione a Dario Fo. Perplessità racchiuse in un interrogativo: ma questi due hanno fatto letteratura? Un interrogativo che trovo desolante, e che marchia in modo definitivo quanti lo esprimono. A cominciare dal baraccone Baricco, quello che pretende d’insegnare a altri come si scrive. Sarebbe, quest’omuncolo, capace di creare due frammenti sublimi come i seguenti?

 

 

 

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Scuola Hold’em

 

Tutti questi bariccanti coltivano un’idea di “letteratura a una dimensione”. Qualcosa che viene fatto coincidere esclusivamente con la forma del romanzo, o comunque dell’allegoria in forma scritta e incorporata nello strumento del libro. Rispetto a un’accezione così limitata (rinunciataria, direi), ritengo si debba coltivare ben altra visione di cosa sia letteratura. Che è forma d’arte totale, basata sulle diverse declinazioni dell’allegoria. Attraverso queste forme realizziamo distinte rappresentazioni e astrazioni della realtà, sia quella presente che quelle passate. E vi pare che si possa sminuire una cosa tanto gigantesca incassandola nella forma esclusiva del romanzo? Tanto più che, se dovessimo accettare questa definizione minimale di letteratura, daremmo luogo a situazioni paradossali: per esempio, negare dignità letteraria a due giganti della cultura mondiale come Dario Fo e Bob Dylan, e al tempo stesso riconoscerla a due instancabili produttori di percolato editoriale come Fabio Volo e Anna Premoli (leggi qui e qui). Davvero si vuol intendere questo?

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Fabio Volo

 

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Anna Premoli

 

L’approfondimento sul tema di cosa sia letteratura torna utile al nostro discorso a proposito di cosa si debba o no intendere per romanzo. Anche a proposito di questa forma espressiva esiste una visione monodimensionale, che fa coincidere il romanzo con “l’opera di fiction”. Ossia, un componimento nato da un atto di astrazione dalla realtà. Composto da una trama, una lista di personaggi che occupino la vicenda, uno svolgimento che vada da un inizio a una fine, e una temporalità più o meno delimitata. E dunque, se questa è l’accezione di romanzo, allora è corretto dire che Addio di Angelo Ferracuti non è un romanzo. Perché non è un’opera di fiction, perché i soggetti (non “i personaggi”) che attraversano quelle pagine si limitano a fare capolino in parti specifiche del libro, perché anziché sviluppare una trama racconta la realtà, e perché la temporalità non è delimitata ma aperta per via della sua connessione col presente. Ma davvero possiamo permetterci, soprattutto in questo tempo di esplosioni comunicative e ibridazione dei registri espressivi, un’accezione così miope di romanzo?

A mio giudizio, no. Se mai c’è stato un tempo in cui limitare la forma-romanzo all’opera di fiction ha avuto un senso, quel tempo va messo in archivio. Bisogna avere del romanzo un’idea più ampia, e collegarla alle diverse forme di racconto della realtà. Ciò che comunque non ha alcunché a che fare con l’abusato storytelling, una formula che non per nulla Ferracuti respinge sin dalle prime battute di Addio (il frammento è stato menzionato nel post precedente). Lo storytelling è infatti racconto di parte, la propaganda proseguita con altri mezzi. Per di più, fatta simulando un approccio obiettivo alla realtà. Come se si trattasse di pura tecnica, e non dell’ennesima forma di manipolazione. A questa forma di rappresentazione della realtà bisogna contrapporre il racconto militante. Quello condotto da un autore che non ha paura di dire da che parte sia schierato, e che così facendo compie il primario gesto di onestà intellettuale. Bisogna sempre fidarsi di chi dichiara da che parte sta, anche qualora non ci piacesse la parte con cui si schiera. Almeno sappiamo che non sta cercando d’ingannarci spacciandoci per verità di fatto quelli che sono convincimenti e passioni personali. In questo senso Angelo Ferracuti è esemplare. Certamente lo è nelle pagine di Addio, dove non si tira mai indietro quando ha occasione di esprimere il punto di vista personale. Come succede quando racconta lo scempio che dell’Alcoa di Portovesme continua a essere fatto dalla classe politica di questo paese. Alle pagine 64-5 dell’edizione elettronica, Ferracuti rievoca uno dei tanti numeri da Bagaglino piazzati da Silvio Berlusconi. Riferendosi agli operai della fabbrica, racconta che:

 

Si sentono perseguitati dalla famosa telefonata di Berlusconi a Putin. Il Cavaliere nero in campagna elettorale era venuto nel Sulcis per sostenere il suo medico personale, Ugo Cappellacci, e mentre parlava sul palco, con il telefono in mano e davanti a centinaia di operai, con la bocca sul ricevitore chiese al suo amico fraterno di risolvere la questione di EurAllumina con Rusal. Poi, alla fine della chiamata, questo Mago di Oz da tre soldi disse: “Tutto risolto”, come un prestigiatore che tira fuori il coniglio dal cilindro.

 

Un racconto di parte, schietto e onesto proprio per il suo essere di parte. Ma soprattutto, un racconto. Ossia, la messa in forma narrativa di un episodio di cronaca dimenticato già all’indomani del suo accadere, e tornato a vivere grazie al lavoro di un’anima appassionata alle vicende che narra.

Certo, non è fiction. Purtroppo.

Ma il fatto che non sia fiction non fa disperdere a questo frammento, e a tutto il resto del libro, una forza di “racconto della realtà” che va oltre il mero reportage. È o no, questa, una declinazione del romanzo? Per me sì. Per altri no.

In fondo, il mondo è bello perché vario. E perché microbi come Alessandro Baricco possono eccepire su giganti come Bob Dylan (e, indirettamente, Dario Fo). Ma per me un frammento come il seguente è puro romanzo:

 

Dice Graziella che la crisi non si vede, ma c’è. Poi mi parla di una signora anziana che ha incontrato in comune, era in attesa davanti al gabinetto del sindaco.  “Il marito ha perso il lavoro,  e a un certo punto non sono più riusciti a pagare l’affitto – racconta impressionata, – poi sono stati sfrattati, e adesso vivono per strada, dormono nell’automobile.” La mattina si alzano all’alba  storditi e con il male alle ossa. “È una donna anziana – continua. – come si fa? D’inverno vanno a Portovesme, dove stanno le fabbriche, parcheggiano vicino ai silos caldi degli stabilimenti , d’estate cercano il fresco nelle spiagge. “ Non si dà pace, sostiene che non è un caso isolato.  Quelli che non riescono più a farcela vanno in comune e gli viene detto di fare domanda ai servizi sociali, ma gli uffici si trovano da un’altra parte di Carbonia. Allora quando ha visto la signora che s’incamminava lentamente verso l’uscita, Graziella si è offerta di accompagnarla dicendole: “Oggi lei ha un taxi a disposizione tutto il giorno” e quella non voleva crederci, era contenta come una pasqua, incredula che qualcuno si prendesse finalmente cura di lei. E mentre tornavano, le ha chiesto: “Dov’è suo marito?”. “L’ho lasciato vicino al comune, seduto su una panchina.”

 

Questo è un romanzo, senza bisogno d’essere fiction. E se qualcuno la pensa diversamente, problema suo.

(2. continua)

 

Ridateci le telecronache a una voce sola (Calciomercato.com, 10 ottobre 2016)

Ridateci le telecronache a una voce sola

 

Modesta proposta alla Rai, a margine delle due partite giocate dalla nazionale nel girone di qualificazione a Russia 2018: perché non torna alla telecronaca a una sola voce? Sarebbe una scelta di rottura, e non correrebbe nemmeno il rischio d’essere etichettata come “vintage”. Soltanto una scelta razionale e altamente funzionale. I tempi sono maturi, e gran parte del pubblico apprezzerebbe.

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