Libri che ho amato: “Amori ridicoli” di Milan Kundera – 1 Gli irriducibili princìpi del libertino

Milan Kundera

Milan Kundera

Amori-ridicoli

C’è troppo di alcune cose nella lista dei libri che ho amato.

Ci sono troppi titoli di Adelphi.

E ci sono troppi libri di Milan Kundera.

Dei titoli di Adelphi si parlerà poco a poco. Invece di Milan Kundera è bene che prenda a occuparmi da subito, anche per chiarire a me stesso prima che a tutti voi il motivo di una presenza così assidua. Ma prima di andare avanti è giusto che precisi il senso di quel troppo associato alla casa editrice milanese e allo scrittore boemo.

Ovvio che il troppo non vada inteso come un eccesso da deprecare. Piuttosto deve essere letto come un’abbondanza di cose che si somigliano entro una lista ridotta di oggetti. Come avranno compreso quelli fra voi che mi seguono con una  certa assiduità, in materia di libri sono di gusti molto complicati. Dunque è molto difficile che un libro e un autore incontrino i miei favori, e ancor più raro che essi entrino nella lista dei libri che ho amato. Immaginavo che fosse presente con più di un titolo l’adorato Antonio Lobo Antunes, e che in una condizione analoga potesse trovarsi Gabriel Garcia Márquez. Ma quando poi ho fatto mente locale, e preso a stilare la lista di libri e autori, ho scoperto che i titoli di Milan Kundera si sommano. E non sto a parlare dell’ovvio L’insostenibile leggerezza dell’essere, uno di quei libri che molti tengono in mensola e citano come se l’avessero letto. Io lo tengo fra i tanti e dichiaro serenamente di non averlo ancora letto. Prima o poi arriverà il suo turno, ma sempre in ritardo come succede a tutti i libri che ai miei occhi abbiano la disgrazia di diventare mainstream e la cui lettura comporti un esercizio di assuefazione all’onda collettiva. Altri sono i titoli dell’autore boemo che si sono scavati una nicchia dentro me. Più di quanti credessi, e abbastanza da farmi accorgere che Kundera sia diventato nel tempo un mio autore di riferimento. Cioè, uno di quelli presenti con più di un libro nella biblioteca dei libri venerati.

Come non citare quella straordinaria raccolta di saggi sul valore sociale della letteratura che va sotto il titolo I testamenti traditi? E come omettere il piacere quasi carnale dato dalla lettura di La lentezza? Soprattutto, come non ripercorrere minuziosamente gli Amori ridicoli? Il primo libro di Kundera che lessi, il modo migliore per iniziare il viaggio nella poetica di uno scrittore che come pochi altri ha saputo declinare ogni singolo aspetto di un principio cui troppo spesso si riserva un utilizzo retoricamente banale: il principio di libertà personale. Che nelle pagine del primo Kundera, quello degli anni passati sotto la cappa del socialismo reale in Cecoslovacchia, viene dispiegato a partire dalla dimensione privata senza che ciò appaia un riflusso nell’individualismo e un disimpegno dal dissenso politico. Tutt’altro. La vita quotidiana dentro un regime totalitario comporta che ogni atto individuale abbia implicazioni politiche, indipendentemente dalla volontà del soggetto. E in condizioni del genere, cosa di più politico che l’esercizio della libertà personale attraverso i gesti della vita quotidiana? I personaggi di Milan Kundera che si muovono nello scenario della Cecoslovacchia anni Sessanta-Settanta, sia pre- che post-intervento dei carri armati del Patto di Varsavia a Praga, sono animati da questo senso di libertà e lo esprimono attraverso una sua particolare declinazione: il libertinaggio. Da intendere quest’ultimo sia nel senso stretto della tendenza verso una certa libertà dei costumi sessuali, sia in quello più ampio della ribellione alla cappa del conformismo. E forse non è un caso che i racconti collezionati in Amori ridicoli coprano un arco temporale che partendo dal 1959 si chiude proprio col 1968. L’anno in cui l’intervento militare esterno stronca la Primavera di Praga e gli esperimenti di comunismo riformista condotti da Alexander Dubček. Non credo proprio sia una coincidenza.

Alexander Dubcek

Alexander Dubcek

Il libertinaggio e le sue figure, dicevo. Che popolano i sette racconti di cui la raccolta è composta e lo fanno alternando i toni. Talvolta giocosi e talvolta seriosi. In un caso drammatici. Ma sempre con una punta d’amaro a far sentire il retrogusto. Perché ciascuno dei libertini di Kundera deve venire a patti con qualcosa per dare corso alla propria inclinazione, o altrimenti pagarla per non avere voluto accettare quel patto. E forse è proprio questa la grande lezione che Amori ridicoli lascia in eredità a chi lo tiene fra le mani e lo stropiccia d’amore, come si fa coi libri che t’insegnano qualcosa: che contrariamente a quanto si possa pensare il libertinaggio deve avere una sua misura. E che quella misura arriva comunque, che sia il soggetto a darsela o piuttosto siano le circostanze a imporgliela. Perché senza misura non è più libertinaggio, ma impudente dismisura. È ciò che comprende il protagonista del primo racconto, mai nominato per tutte le 35 pagine della sua durata e individuabile con l’appellativo del signor assistente.

Il racconto s’intitola Nessuno riderà, e è l’inizio perfetto per una raccolta di racconti. Che come un album musicale deve svilupparsi bene non soltanto grazie alla buona qualità media dei singoli brani, ma anche al modo in cui la loro successione viene costruita. Sbagliare il brano d’apertura può rovinare la riuscita di un album musicale, e lo stesso si può dire per il racconto che apre una raccolta. In questo senso Nessuno riderà è perfetto. È uno dei racconti più belli della raccolta, ma non il migliore perché questo titolo spetta a Il falso autostop. Presenta il giusto mix tra dramma e farsa, tanto da rendere da un certo momento indistinguibile il confine tra i due canoni. Soprattutto, costituisce un efficace affresco della Cecoslovacchia nell’epoca della cortina di ferro, sia pur prima che giungesse la repressione della Primavera di Praga. Vi si descrive una società organizzata secondo criteri da sclerosi burocratica e iper-controllata attraverso le diverse articolazioni istituite dal Partito Comunista. È in questo contesto che si svolge la vicenda del signor assistente. Che è un docente universitario di letteratura col vezzo dell’indipendenza intellettuale e dalla vita sentimentale disordinata, secondo i conformisti canoni della morale amministrata attraverso i consigli di facoltà e i comitati di quartiere. Due elementi che contribuiranno a portare il signor assistente verso la rovina. Quest’ultima, tuttavia, scaturisce esclusivamente dalle sue azioni. E almeno in questo c’è un messaggio autenticamente individualista, come una ribellione più o meno consapevole da parte del soggetto che sa quanto il suo libertinaggio sia la via più diretta verso la catastrofe ma ciononostante vi si lascia andare. Il signor assistente un po’ lo sa e un po’ no. Nel senso che è consapevole di come certi gesti di sfida siano un rischio gratuito, ma al tempo stesso ci mette un bel pezzo per capire quanto rischioso sia il gesto di sfida che ha deciso di compiere. E quando poi capisce è troppo tardi per tirarsene fuori:

L’uomo attraversa il presente con gli occhi bendati. Può al massimo immaginare e tentare di indovinare ciò che sta vivendo. Solo più tardi gli viene tolto il fazzoletto dagli occhi e lui, gettato uno sguardo al passato, si accorge di che cosa ha realmente vissuto e ne capisce il senso.

Quella sera io credevo di bere ai miei successi e non immaginavo neppure che si trattava del solenne vernissage della mia fine. (p. 15)

Molti di noi potrebbero rispecchiarsi in questa situazione. Un momento di successo, che non è nemmeno il successo capace di cambiarti la vita ma cionondimeno stimola un senso d’onnipotenza. Tanto da trasformarsi nella premessa per la caduta rovinosa. Causata da un’incapacità di darsi un senso del limite. E a quel punto il soggetto potrà rimproverare soltanto se stesso, e scoprire che l’altra metà dell’individualismo oltre all’edonismo è la responsabilità personale. Pagata a prezzo tanto più caro se c’è da rendere conto a un modello di società organizzata in modo da pretendere conformismo e disciplina. In un momento di successo personale il signor assistente crede di poter giocare con le aspirazioni intellettuali del compagno Záturecký, un modesto signore che ha scritto un saggio intitolato Mikolaš Aleš, maestro del disegno boemo. A indirizzare il compagno Záturecký verso il signor assistente è la direzione della rivista “Il pensiero artistico”, composta da redattori che il protagonista del racconto etichetta come “prudenti vegliardi” esplicitando subito quale sia la stima nei loro confronti. Dal giudizio del signor assistente dipenderà la pubblicazione del saggio scritto dal compagno Záturecký. Che è uno scritto impresentabile, e al signor assistente basterebbe subito dire la verità per risolvere la pendenza e, soprattutto, scansare la valanga di guai che gli s’abbatterà addosso. Ma purtroppo il signor assistente è un libertino, e il suo rapporto di continuo conflitto latente coi prudenti vegliardi della rivista lo spinge a costruire una situazione che dovrebbe mettere in imbarazzo quelli, e invece finisce per cacciare lui in un angolo. Scrive un giudizio ambiguo sul saggio, che non è un’esplicita bocciatura ma nemmeno un’approvazione per la pubblicazione. E da quel momento comincia il tenace pedinamento da parte di Záturecký, che chiede un giudizio esplicito. L’assistente si vede fare la posta in università, e per risolvere il problema decide di spostare giorni e orari di lezione avvisando gli studenti ma facendo in modo che della modifica non venga data comunicazione ufficiale in facoltà. E la cosa gli si ritorcerà contro perché, quando sarà il momento, una delle accuse sarà il sistematico assenteismo a lezione. Poi entrano in ballo le donne dei duellanti: la sartina che vive nella mansarda del signor assistente senza che il comitato di quartiere ne sia stato informato, e la moglie del compagno Záturecký. La sartina si vede presentare in casa Záturecký, che a forza d’insistere in facoltà e di minacciare denunce riesce a farsi dare l’indirizzo privato dell’assistente. Quest’ultimo, per una volta, smette di scherzare e per farla pagare al postulante lo accusa di aver molestato sessualmente la sua donna. E a quel punto interviene la signora Záturecká, che già non tollerava il modo in cui il marito viene preso in giro dal signor assistente, e che dopo l’accusa di modestie sessuali prende in mano la situazione. Purtroppo per il signor assistente, la signora Záturecká è più tosta del compagno Záturecký. C’è in ballo l’onore di famiglia, e su quello la signora non transige. Per il signor assistente lo scherzo si tramuta in dramma. Gli tocca dare spiegazioni sia in consiglio di facoltà che presso il comitato di quartiere:

Il comitato di quartiere era riunito intorno a un lungo tavolo in un negozio in disuso. Un uomo brizzolato, con un paio di occhialetti e il mento sfuggente, mi indicò una sedia. Dissi grazie, mi sedetti e quello stesso uomo prese la parola. Mi comunicò che il comitato di quartiere mi teneva d’occhio già da tempo, e che sapevano benissimo che avevo una vita disordinata; Che ciò non faceva una buona impressione su chi mi stava accanto; che gli inquilini del mio palazzo già una volta si erano lamentati per non aver potuto dormire tutta la notte a causa del chiasso nel mio appartamento; che tutto ciò era sufficiente al comitato di quartiere per farsi una debita immagine di me. E che ora, per completare l’opera, si era rivolta a loro in cerca di aiuto la compagna Záturecká, moglie di un nostro studioso. Che da ormai sei mesi dovevo scrivere un giudizio su un suo lavoro scientifico e non l’avevo fatto, pur sapendo che da quel giudizio dipendeva il destino del lavoro in questione. (p. 36)

Adesso davvero lo scherzo è finito, e il libertinaggio del signor assistente si è trasformato nello strumento della sua disfatta. Gliel’aveva già fatto capire pochi giorni prima il direttore dell’istituto universitario, nel comunicargli che il suo contratto triennale era in scadenza, e che era stato bandito un nuovo concorso anziché procedere alla conferma. Dal dialogo fra i due prende spunto il titolo del racconto:

“Ma quale misfatto!” gridai. “Posso spiegare davanti a tutti come si sono svolte le cose, Se gli esseri umani sono esseri umani, dovranno riderne”.

“Come vuole lei. Ma si accorgerà che o gli esseri umani non sono esseri umani, o lei non sapeva cosa sono gli esseri umani. Non rideranno”. (p. 35)

Per quello scherzo di cui nessuno riderà il signor assistente perderà tutto. Compresa la sartina, che dopo aver rischiato d’essere tirata in ballo in un processo per diffamazione a causa dello scherzo capisce quanto il rapporto fra loro si sia rotto. Era stata proprio lei, in un passaggio precedente, a cercare di convincere il protagonista a compiere il solo gesto che avrebbe risolto la situazione, e col minor danno possibile: scrivere un giudizio sul saggio di Záturecký, e parlarne in termini positivi. Sarebbe stata la soluzione capace di sanare ogni contrasto, e in fondo cosa mai sarebbe costato al signor assistente? Specie dopo tutte le bugie che aveva già detto e l’avevano scaraventato nei guai. Almeno quella bugia sarebbe servita a qualcosa. È proprio a quel punto che Kundera mette il passaggio da maestro, ciò che trasforma un semplice racconto in un apologo. Perché anche il signor assistente, questo libertino impenitente capace di giocare con tutto e con tutti anche a costo di mandarsi in rovina, ha una linea sulla quale non transige: l’onestà intellettuale. Un bene non negoziabile persino per lui:

“Vedi, Klara,” dissi “tu pensi che una bugia sia uguale all’altra, e sembrerebbe che tu abbia ragione. Ma non è così. Io posso inventarmi qualsiasi cosa, posso prendermi gioco della gente, dar vita a mistificazioni e ragazzate… e non ho la sensazione di essere un bugiardo e non ho la coscienza sporca: quelle bugie, se vuoi chiamarle così, quelle bugie sono me, così come realmente sono, con simili bugie io non fingo, con simili bugie in fondo dico la verità. Ma ci sono cose sulle quali non riesco a mentire. Ci sono cose nelle quali sono penetrato, delle quali ho compreso il senso, cose che amo e che prendo sul serio. E lì non è possibile scherzare. Se mentissi, umilierei me stesso, e questo non va, non me lo chiedere, non lo farò”. (pp. 42-3)

Ecco la grande lezione. Chi l’ha detto che i libertini sono persone prive di princìpi, e cinicamente disposte all’adattamento morale? È vero il contrario. I libertini sono i più irriducibili nel rispetto dei propri princìpi. A rovinarli non è il vizio, ma il loro peculiare senso della virtù. Credo di saperne qualcosa.

(1. Continua)

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Libri che ho amato – 1: Quella strada nascosta che porta a Villa Ventosa

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Per capire quanto sia difficile trovare la strada che porta a Villa Ventosa bisogna dapprima rendersi conto di quanto siano fuori mano i percorsi di lettura che conducono alla sua creatrice. Una splendida signora inglese sessantaseienne di nome Anne Fine, scarsamente nota in Italia. Provate a chiedere in giro, anche fra i più voraci lettori di libri che conoscete. Difficilmente sapranno darvi indicazioni. E magari qualcuno s’illuminerà quando gli chiederete con una punta d’indulgenza: “Ma come, non sai che è l’autrice di Mrs. Doubtfire?”. Le labbra disegneranno una “o” di stupore, e da lì seguirà una considerazione che suonerà più o meno: “Non l’avrei mai immaginato”. E a quel punto resterà il dubbio a voi su cosa la persona con cui avete interloquito non avrebbe mai immaginato: che l’autrice di Mrs. Doubtfire si chiami Anne Fine, o che il film sia stato tratto da un romanzo? Di sicuro, incassata quell’informazione la persona da voi illuminata tornerà a ignorare Anne Fine. E con animo lieve riprenderà a leggere Massimo Gramellini.

 

Anne Fine

Anne Fine

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Eppure ce ne sarebbero di motivi per conoscere Anne Fine. Non soltanto perché si tratta d’una scrittrice eccellente sia per qualità che per quantità di produzione editoriale, ma anche perché si tratta di un personaggio a tutto tondo. Nata a Leicester nel 1947, Fine è autrice di una vasta serie di romanzi rivolta a diverse categorie di lettori raggruppate per fasce anagrafiche: bambini, adolescenti, persone adulte. Libri che in Gran Bretagna le sono valsi onorificenze e riconoscimenti d’alto prestigio. Ma c’è altro nella biografia di Anne Fine che merita d’essere citato. L’autrice ha lavorato due anni presso l’ufficio stampa di Oxfam, la ONG che si batte contro la povertà nel mondo. E è stata sposata per lungo tempo con un filosofo e matematico della New York University e della Birmingham University che porta il suo stesso cognome, Kit Fine.

 

Kit Fine

Kit Fine

 

Quest’ultimo è un accademico di fama internazionale, autore di libri su temi d’epistemologia e di filosofia del linguaggio. Chi volesse può ristorare la mente leggendo alcuni suoi paper disponibili sul web.

 

 

Dal matrimonio fra Kit e Anne Fine sono nate due figlie, Cordelia e Ione.

 

Cordelia Fine ha passaporto canadese e insegna presso la Melbourne University e la Melbourne Business School; è una psicologa specializzata negli studi di genere, e alcuni suoi libri come Delusions of gender. The real science behind sex difference e A mind of its own. How your brain distorts and deceive hanno suscitato dibattito e polemiche presso la comunità accademica.

 

Cordelia Fine

Cordelia Fine

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Dal canto suo, Ione Fine è assistant professor di psicologia presso la Washington University.

 

Ione Fine

Ione Fine

Una famiglia intellettuale a tutto tondo, dunque. Forse un po’ troppo per la mentalità italiana, abituata a “coppie intellettuali” che vanno da Trevi-Gamberale a Sofri-Bignardi passando attraverso Caressa-Parodi. Ogni paese ha ciò che merita, effettivamente.

Il matrimonio fra Anne e Kit finisce perché lei, come racconta al Daily Telegraph, si stanca di girare il mondo dietro al marito. Nel 1981 se ne torna a Edimburgo portando con sé le figlie ancora bambine. Lì comincia una nuova vita, che trova una svolta quando Anne conosce Dick Warren viaggiando in treno fra Edimburgo e Londra. Di lì a poco Dick diventa il suo secondo marito, e con lui vive tuttora nella Contea di Durham.

Ciò che fin qui vi ho raccontato di Anne Fine sarebbe sufficiente a stimolare curiosità sul personaggio e le sue opere. Ma in realtà, al momento del mio primo incrocio con l’autrice conoscevo di lei esattamente ciò che quasi tutti voi conoscevate prima d’iniziare a leggere questo post: nulla. E per fortuna esistono gli incontri causali, che nelle esperienze di lettura sono quelli che portano alle scoperte più feconde. La scoperta casuale è avvenuta durante una delle mie frequenti puntate presso il banchino di libri usati che si trova all’incrocio tra via de’ Martelli e via de’ Pucci. Chi vive a Firenze lo conosce bene, e sa che quello è uno dei punti di riferimento privilegiati per gli amanti del libro fiorentini. A pensarci bene, proprio lì ho scoperto quello che sarebbe diventato il libro più importante della mia vita. Ma ci sarà tempo per parlarne. Al momento basta dire che al proprietario di quel banchino devo una certa gratitudine, senza che lui lo sappia.

Un giorno di diversi anni fa, passando da quel banchino, m’imbattei in un libro di Anne Fine. Non ricordo quanti anni fa, perché quella copia del libro giace adesso in cantina assieme a qualche altro centinaio di volumi disordinatamente accatastati. Posso invece dirvi con certezza la data in cui, presso lo stesso banchino, quel libro l’ho ricomprato: 10 gennaio 2014, come annotato sulla prima pagina bianca. Ho rivisto quella copertina verde pastello di Adelphi, il dipinto raffigurante un paesaggio bucolico visto dalla finestra, e il titolo che al tempo in cui comprai il libro suscitò in me una curiosità tutta da testare: Villa Ventosa (edizione originale In cold domain, 1994).

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Il prezzo richiesto dal proprietario del banchino era basso abbastanza da indurre a soddisfare senza pentimenti lo sfizio di ricomprare il volume, magari per regalarlo dopo averlo riletto: 5 euro. E così è stato.

La seconda copia di Villa Ventosa è rimasta dormiente fino alla scorsa settimana, in attesa di una sorte qualsiasi. La rilettura, o il dono, o un viaggio in cantina per consentire un minimo di turnover negli scaffali sempre più assediati delle librerie di casa. Ma nel momento in cui ho deciso di inaugurare questa serie di post dedicati ai libri che ho amato mi è parso naturale partire dal libro di Anne Fine. Che racconta una storia minimal eppure profonda, di cui è protagonista una famiglia radunata attorno alla madre dispotica e alla dimora intorno a cui ruota la storia di questo gruppo: Villa Ventosa, appunto.

Riprendendo in mano quel volume avevo ancora in mente la sensazione di spiazzamento che mi venne trasmessa dal rovesciamento di prospettiva giunto a pagina 45, lì dove inizia il capitolo 9 dal titolo “C’era mai stata una volta…”. Fino a quel momento ogni pagina aveva trasudato sensazioni profondamente negative nei confronti di Lilith Collett, la madre e padrona di casa. Una donna dispotica, egocentrica, manipolatrice. Francamente odiosa in ogni sua espressione, e proprio per questo temuta e riverita dai quattro figli. Un personaggio di cui credevo d’aver capito tutto. E invece, a pagina 45, ecco il rovesciamento. Per la prima volta viene rappresentata la visione delle cose di Lilith. E d’incanto ogni cosa cambia tono e prospettiva. Proprio in quel momento ho avuto la certezza di trovarmi al cospetto di un libro fuori dall’ordinario, e di un’autrice di spessore superiore. E riprendendo il libro fra le mani ho aspettato di ripassare attraverso quello snodo per vedere se si ripetessero le sensazioni provate allora.

Confesso che alla rilettura quel passaggio non mi è parso così dirimente. Il che non ne sminuisce il valore. Piuttosto, conferma che ogni rilettura del medesimo testo ci suscita e svela qualcosa di diverso. Infatti il mio nuovo viaggio fra le pagine di Villa Ventosa mi svela dettagli cui alla prima lettura non avevo dato importanza. Ma di questo parlerò la prossima volta. Per il momento preferisco riportarvi le parole dell’autrice a proposito del personaggio di Lilith, pronunciate nel corso di un’intervista rilasciata a Radio 3 Rai:

La madre rappresenta un caso interessante: l’ho immaginata come un’esponente dell’ultima generazione la cui vita e’ stata condizionata dall’imperativo di fare figli al di la’ dei desideri individuali.
La contraccezione non era disponibile e cosi’ anche donne che ora non farebbero figli o ne farebbero uno solo erano obbligate a vivere ripetute maternita’ e questo condizionava loro la vita. Nel caso della signora Collett questo condizionamento e’ stato devastante.

Sì, bisognerà parlare un bel po’ del personaggio di Lilith Collett.