Jorge Mendes e la macchina della propaganda

Jorge Mendes

Jorge Mendes

 

Colpire con largo anticipo e farlo in modo rumoroso. Jorge Mendes ha scelto il metodo Shock and Awe per avviare la personale campagna 2016-17, quella che dovrà sancire in modo definitivo la sua incoronazione al ruolo di uomo più potente del calcio globale. Nell’anno dell’ultimo Campionato Europeo da disputarsi con la formula del paese ospitante, e in un momento della stagione in cui i tornei nazionali sono ancora in corso e le finali delle coppe europee rimangono da giocare, il boss di Gestifute ha già messo a segno uno dei colpi di mercato che segneranno l’intera campagna trasferimenti estiva. E ancora una volta lo fa mobilitando cifre surreali. Lo scorso martedì è stato ufficializzato il passaggio del giovane Renato Sanches dal Benfica al Bayern Monaco. La cifra complessiva dell’affare, 80 milioni, è uguale a quella di un alto affare clamoroso orchestrato da Jorge Mendes al termine della campagna trasferimenti estiva del 2015: il passaggio di Anthony Martial dal Monaco al Manchester United, a proposito del quale abbiamo avuto modo di chiarirci le idee grazie ai documenti pubblicati da Football Leaks.

 

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Renato Sanches

 

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Anthony Martial

 

E come in quel caso anche stavolta la somma è scaglionata tra una cifra fissa e una serie di bonus legati a obiettivi. Nel caso dell’attaccante francese, il Manchester United ha versato 50 milioni legando gli ulteriori 30 al raggiungimento di tre diversi bonus da 10 milioni ciascuno. Invece per quello che riguarda il centrocampista portoghese la parte fissa si attesta sui 35 milioni, mentre quella legata ai bonus ammonta a 45. Non tutti facilmente raggiungibili, questi ultimi. Resta però l’esorbitante ammontare dell’affare, per un calciatore d’età ancora giovane che poco ha mostrato e tantissimo deve ancora esibire. Almeno per il momento gli 80 milioni pagati sono una sopravvalutazione ai limiti della sconcezza. Ma non è la prima e non sarà l’ultima, specie se c’è di mezzo Jorge Mendes. E soprattutto c’è un altro aspetto della questione sul quale bisogna riflettere: la gigantesca macchina propagandistica che è stata montata attorno alla storia di Renato Sanches, battezzato come fenomeno prima ancora di esordire in prima squadra e poi celebrato quotidianamente dalla stampa sportiva portoghese come un predestinato.

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Chi segue quotidianamente la realtà del calcio portoghese sa quanto stucchevole sia stata questa campagna d’appoggio al “nuovo fenomeno del calcio portoghese e mondiale”.

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Titolare del Benfica, e poi nazionale, e infine tesserato da uno dei club più ricchi e potenti del mondo con esborso di una cifra esagerata. Una velocità d’affermazione come nemmeno Diego Armando Maradona. Tutto molto bizzarro, così come altri dettagli che riguardano il personaggio. A cominciare dalla sua età, tema che nel piccolo mondo portoghese accende dibattiti feroci con tanto di minacce di querela. Perché mai?
C’è innanzitutto il fatto che, in quanto diciottenne, Renato Sanches sembra – come dire? – parecchio maturo e fisicamente sviluppato.

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Un bel fisico da diciottenne

E fin qui nulla di cui insospettirsi oltremodo: magari il ragazzo ha avuto una crescita fisica precoce, come a tanti altri suoi coetanei può capitare. E però questo dettaglio, riguardante il rapporto fra la struttura fisica e l’età presunta che “a vista” possiamo attribuire a un soggetto, va a fare il paio con la bizzarra vicenda della registrazione all’anagrafe di cui Renato Sanches è stato oggetto. La versione ufficiale narra che il nuovo fenomeno del pallone globale sia venuto al mondo a Lisbona in data 18 agosto 1997. Però questa data di nascita sarebbe stata registrata all’anagrafe soltanto cinque anni dopo. I motivi di questo ritardo sarebbero dovuti alla separazione fra i genitori, entrambi capoverdiani. E tuttavia, secondo la versione ufficiale, pur registrata in ritardo la data di nascita del ragazzo è quella reale.

Ciascuno è libero di giudicare questa versione dei fatti. Ovvio però che il mix fra i “dubbi dell’occhio” e la ritardata registrazione all’anagrafe alimenti maligne interpretazioni sull’età di Renato Sanches. Un tema sul quale Jorge Mendes è particolarmente sensibile, arrivando a mostrare un nervosismo fuori misura. La prima dimostrazione di ciò si ha lo scorso novembre. Succede che Carlos Severino, candidato sconfitto a marzo 2013 da Bruno De Carvalho alle elezioni presidenziali dello Sporting Clube de Portugal, esterni in tv i propri dubbi sull’età del nuovo fenomeno: “Se faccio il paragone con mio figlio dodicenne, mi pare che Renato Sanches abbia 28-30 anni”.

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Carlos Severino

 

Immediatamente Jorge Mendes dà mandato a uno dei suoi avvocati di querelare Severino per diffamazione. Per i mesi che seguono pare che questa lite sia destinata a rimanere un caso isolato, e invece giusto in questi ultimi giorni si è riacceso un conflitto a tutto campo fra lo sportinguismo e il clan di Renato Sanches sulla questione anagrafica. Dapprima provvede Gilberto Borges, responsabile della sezione Hockey su Pista del club leonino, con un post su Facebook in cui mette in evidenza alcune discrepanze sulla progressione in carriera del “giovane fenomeno”.

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Gilberto Borges

 

Il post viene rimosso dopo poche ore, ma il suo testo viene riportato da diverse testate. Poi arriva lo scontro fra Renato Sanches e il presidente sportinguista Bruno De Carvalho. La notizia è riportata in prima pagina da Record nell’edizione di giovedì 12: il “giovane fenomeno” minaccia di querelare il presidente se entro cinque giorni non ritratterà una pubblica presa di posizione dello scorso 20 marzo.

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Bruno De Carvalho

In quell’occasione il focoso presidente sportinguista ebbe da ridire anche lui sull’età di Renato Sanches, e inoltre stigmatizzò una sua durissima entrata su Bryan Ruiz in occasione della gara tra Sporting e Benfica del 4 marzo, ipotizzando che fosse mirata a far male.

Qualora Bruno De Carvalho non facesse pubblica ammenda di quelle dichiarazioni, Renato Sanches procederà con la querela. Il presidente leonino ha già fatto saper che a ritrattare non ci pensa nemmeno, e dunque ci sarà altro materiale per giudici e avvocati. Che di questo passo, sul dossier del “giovane Renato Sanches” potrebbero alimentare una casistica giudiziaria da porre come case study giurisprudenziale. Tutto, pur di non fare la sola e elementare mossa che fugherebbe ogni dubbio: fornire una prova scientifica e inequivocabile sull’età del calciatore. Basterebbe poco, e chissà come mai il “giovane fenomeno” e il suo onnipotente agente non abbiano preso in considerazione l’eventualità. Con un una prova scientifica tra le mani fugherebbero definitivamente ogni dubbio, e disporrebbero di un’arma micidiale da utilizzare nelle aule di tribunale contro chiunque osasse mettere in dubbio i dati anagrafici di Renato Sanches. Ma evidentemente le cose semplici finiscono per essere sempre le più complicate. Meglio le polemiche a mezzo stampa e le querele per diffamazione. Per quanto mi riguarda, non ho alcuna difficoltà a credere che Renato Sanches sia nato il 18 agosto del 1997, così come non ne avrei se mi dicessero che fosse nato il 25 ottobre del 1999 o il 3 marzo del 2001. Non ho mica tempo per montare in groppa al Ronzinante e lanciarmi all’assalto dei Mulini dell’Anagrafe. Se però è ancora consentito avere un’opinione sull’età apparente di una persona, dico che per me Renato Sanches dimostra perlomeno 25 anni. Lo dico come dico che a mio giudizio Jorge Mendes, la cui età anagrafica è di 50 anni, ne dimostra poco più di 40. Ho forse leso l’immagine pubblica del “giovane fenomeno” perché mi sembra più anziano di quanto dichiari, e quella del suo amorevole agente perché rischio d’averlo etichettato come bamboccione? E soprattutto, ho ancora facoltà di esprimere un’opinione sull’età apparente di una persona senza rischiare la querela per diffamazione?

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Don Chisciotte e il suo Ronzinante

 

Come vedete, siamo pienamente nel campo delle amenità, della distrazione di massa che alimenta le polemiche anziché formulare le domande giuste. Meglio dare il proprio, volenteroso contributo alla macchina della propaganda mendesiana che da martedì pomeriggio lavora a pieno regime e minaccia d’andare avanti a tutto motore fino alla conclusione della campagna trasferimenti estiva. Se n’è avuto un assaggio sfogliando le edizioni di mercoledì dei tre quotidiani sportivi portoghesi. Ovviamente spiccava A Bola, il più attento agli umori della nazione benfiquista. La prima pagina era una celebrazione del Menino de Ouro, con grande enfasi sull’ennesima pioggia di denaro che si riversa nelle casse del Benfica. Per merito di chi? Ovviamente di Jorge Mendes, che da pochi mesi è l’agente di Renato Sanches e da almeno due anni il Gran Ciambellano del mercato benfiquista.

 

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Il giornale non si sottrae al rito del bacio della pantofola e menziona il boss di Gestifute a pagina 6, con tanto di fotografia.

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Ma non finisce qui, perché l’edizione di A Bola mandata in edicola mercoledì 11 maggio è una specie di Tutto Mendes minuto per minuto. Una cosa che avevo già visto realizzarsi con l’edizione del 3 ottobre 2015, della quale parlerò nel libro M – L’orgia del potere, in uscita a ottobre. Oltrepassata la sezione del giornale dedicata al Benfica, infatti, arriva quella sullo Sporting che si apre con la notizia della possibile cessione di João Mario al Manchester United. Affare che sarebbe completamente orchestrato da Jorge Mendes, molto più quanto dica l’articolo (che però è accompagnato da un sommario in cui non si perde la chance di ricordare il ruolo fondamentale del super-agente)

 

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Sono diverse le leve manovrate dal super-agente in questo possibile affare: il Manchester United è infatti un club che da sempre realizza col super-agente portoghese affari a cifre esagerate, e nell’ultimo biennio la relazione si è infittita; il principale candidato alla panchina dei Red Devils continua a essere José Mourinho, cliente di Mendes; così come lo è Joâo Mario; e infine, come ci ricorda l’ottimo blogger portoghese O artista do dia, c’è il dettaglio che il 25% dei diritti economici del calciatore sportinguista sono in possesso di Quality Football Ireland, facente capo alla catena dei fondi controllati da Quality Sports Investments (QSI). Di questi fondi, su cui la Fifa ha indagato salvo poi ritirarsi in buon ordine, si disse in un primo tempo che avessero proprio Jorge Mendes fra i propri soci. Questa interpretazione causò l’intervento chiarificatore di Carlos Osorio De Castro, avvocato di fiducia del boss di Gestifute. Osorio De Castro, a margine del chiacchierato trasferimento del portiere Roberto dal Benfica al Saragozza, dichiarò che il suo cliente non è socio di QSI, ma soltanto un consulente. E ovviamente non mi passa per la testa di contraddire l’avvocato di Jorge Mendes, vista la facilità di querela che vige in Gestifute e dintorni. Però a proposito di Osorio De Castro mi piace ricordare un dettaglio di carattere familiare. La sua amata figliola Francisca è una cantante pop, nota nel mondo dello spettacolo col nome Kika.

 

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Carlos Osorio De Castro

 

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Kika

Classe 1997 come Renato Sanches, la giovane Kika è precoce al pari del “nuovo fenomeno” del calcio portoghese. Nel 2014, all’età di 17 anni, Fraceschina Osorio De Castro vide il suo brano musicale “Vai Portugal” scelto come inno d’accompagnamento della nazionale per i mondiali brasiliani. E mi guarderei bene dal dubitare che quella scelta sia stata la più trasparente possibile. Mi limito a dire che quel brano è una cacata pazzesca. Giudizio personale di qualità, se è ancora lecito esprimerne senza beccarsi una querela.

Tornando a QSI, Mendes ne è sicuramente un consulente, come abbiamo saputo dal papà della cantante Kika. E dunque, ricapitolando, João Mario è un assistito di Jorge Mendes i cui diritti economici sono per un quarto proprietà di un fondo il cui principale consulente si chiama Jorge Mendes, e potrebbe andare a giocare in un club in ottimi rapporti con Jorge Mendes trovando come allenatore un altro cliente di Jorge Mendes. L’uomo che si è fatto calciomercato.

Continuando lo sfoglio del giornale si trova un articolo dedicato a Adrian Lopez, l’attaccante ex Atletico Madrid che oltre a essere un cliente di Jorge Mendes è stato anche uno dei più grandi flop recenti del calciomercato portoghese. A farne le spese, in tutti i sensi, è stato il Porto. A causa di questo pessimo affare il presidente portista Pinto Da Costa ha dichiarato di recente che d’ora innanzi sarà più cauto nel fare affari con Jorge Mendes. Adrian Lopez ha trascorso in Spagna la stagione appena conclusa, giocando con la maglia del Villarreal. E anche lì non ha fatto alcunché di memorabile. Ma è bastato che conducesse un decente finale di torneo perché A Bola  parlasse di “luce in fondo al tunnel” e gli dedicasse quasi una pagina con citazione obbligatoria di Jorge Mendes.

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E infine, nella sezione dedicata agli “altri sport”, ecco un pezzo sul tennista numero 1 in Portogallo: Joao Sousa, che fa riferimento alla possibilità di andare alle Olimpiadi e ne parla come di un sogno che aveva da bambino. Anche Joao Sousa è un cliente di Jorge Mendes tramite la Polaris, agenzia specializzata nella gestione dei diritti d’immagine. E almeno in questo articolo il super-agente non viene citato, ma poco cambia.

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Da A Bola si passa a O Jogo, quotidiano sportivo di Oporto. Che riserva adeguato spazio al trasferimento di Renato Sanches in Germania e mette in evidenza un altro aspetto dell’affare: il ruolo chiave svolto da Carlo Ancelotti, neo-allenatore dei bavaresi.

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Il tecnico emiliano non risulta fra i clienti di Mendes, ma nei mesi scorsi i due non hanno mancato di mostrare in pubblico quanto buoni siano i loro rapporti. Lo scorso novembre Ancelotti era a Londra in occasione della prima mondiale del film su Cristiano Ronaldo, e si è fatto fotografare abbondantemente assieme al calciatore e al suo agente.

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Ma ciò non significa che la scelta di Ancelotti in favore di Renato Sanches sia stata dettata da motivi diversi rispetto alla valutazione tecnica, ci mancherebbe altro.

Nella pagina successiva trovava spazio un’intervista con Domingos Soares Oliveira, direttore finanziario del Benfica. Da cui è giunto un annuncio a proposito dell’impiego che il club encarnado farà dei denari versati dal Bayern.

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Verranno impiegato sul mercato in entrata, e in questo senso uno dei primi obiettivi è l’argentino Rodrigo Bentancur del Boca Juniors.

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Rodrigo Bentancur

 

Per acquisirlo, specifica il giornale rimarcando una cosa nota da settimane, “il Benfica sarà appoggiato da un gruppo d’investitori guidato da Jorge Mendes”. Dunque, Jorge Mendes pilota la cessione al Bayern di un calciatore da lui assistito e poi dirige parte di quei denari verso l’acquisto di un altro calciatore d’interesse suo e del gruppo d’investitori che lo appoggia. Ma va tutto bene, madama la marchesa, e i giornalisti portoghesi non fanno una piega.

L’apoteosi viene toccata col quotidiano Record. Che dedica le pagine 2 e 3 ai dettagli dell’affare, e rende protagonisti pure i professionisti che hanno portato a termine la trattativa. Non riesco a riprodurre la pagina, ma riporto una sua versione web.

Si tratta di Paulo Rendeiro e Valdir Cardoso.

Rendeiro è avvocato dello studio Morais Leitão, Galvão Teles, Soares da Silva e Associados, lo stesso di Osoriuo De Castro di cui Gestifute è cliente; Cardoso è un funzionario della stessa Gestifute. Il modo in cui la pagina di Record è disegnata, e le foto che vengono inserite, comunicano una rappresentazione dei fatti molto chiara: più che tra Bayern Monaco e Benfica, si è trattato di un affare tra il club bavarese e Gestifute. Che il mondo sappia chi muove i fili degli affari.

Questo è lo stato dell’informazione sportiva portoghese quando c’è di mezzo Jorge Mendes. E in una situazione del genere fare controinformazione è non soltanto un dovere, ma uno strumento d’autodifesa.

 

 

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La finanza creativa del Porto, il Fair Play Finanziario e gli stadi privati: una storia a beneficio dei modernizzatori del noantri

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Grande e opportuna invenzione quella del Fair Play Finanziario voluta dall’Uefa. Afferma il principio per cui ogni club deve mantenere una gestione economicamente sostenibile non soltanto perché lo impongono ovvii criteri aziendali, ma soprattutto perché la logica della gestione a debito pone spesso le condizioni della concorrenza sleale: alcuni club si indebitano per mettere in campo squadre più forti, e quelle squadre più forti battono squadre allestite in modo meno competitivo perché i loro club sono stati più attenti alla sana gestione economico-finanziaria. Il che provoca due pessimi effetti: che i risultati del campo finiscono col premiare le squadre viziose a scapito di quelle virtuose, e che attraverso la distribuzione delle risorse generata dai risultati del campo il divario fra squadre viziose e virtuose aumenta a beneficio delle prime, facendo così passare l’idea che nel calcio l’indebitamento è giustificato se porta al successo sportivo. Dunque, l’invenzione di un sistema che rimetta al centro la sostenibilità economico-finanziaria dei club attraverso il rispetto di rigidi parametri è una misura da accogliere positivamente.

Purtroppo quest’invenzione rischia d’essere vanificata. Gli escamotage per aggirarla si moltiplicano, a cominciare da quello delle sponsorizzazioni per cifre esorbitanti, erogate da aziende controllate dalle holding proprietarie del club. Ha provato a battere questa via il Paris Saint Germain, che nel 2013 ha messo a bilancio un contratto quadriennale di sponsorizzazione a cifre lunari; 175 milioni di euro l’anno. Versati dalla Qatar Tourism Authority, cioè un’agenzia dipendente dallo stesso governo che è proprietario del club parigino.

Giocatori del Paris-Saint Germain si allenano sotto lo sguardo dei proprietari

Giocatori del Paris-Saint Germain si allenano sotto lo sguardo dei proprietari

In questo caso il tentativo è andato a vuoto, bocciato lo scorso maggio dal Club Financial Control Body (CFCB) dell’Uefa. Troppo spudorata l’operazione, troppo evidente che quell’imponente iniezione di denaro non fosse il frutto di un’attività di marketing del club, ma piuttosto una partita di giro attivata dalla proprietà. Che in questo caso è uno dei soggetti più ricchi al mondo. L’esatto opposto del fair play, dunque. Finanziario o sportivo che sia. È andata a finire che il PSG, unitamente al Manchester City, si è visto comminare una multa record da 60 milioni di euro per non aver rispettato il parametri del FFP.

E tuttavia, il fatto che un’operazione come quella tentata dal PSG sia stata stoppata dall’organo di controllo dell’Uefa non scongiura l’eventualità di vederne varare altre, non meno spericolate in termini di creatività finanziaria. Fra esse merita certamente menzione quella approvata lo scorso 2 ottobre dall’assemblea dei soci del Porto.

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Un club che si trova in situazione parecchio strana. In estate ha condotto una campagna trasferimenti dagli effetti paradossali. Come si può leggere nella pagina di Transfermarkt dedicata ai Dragoes, il saldo fra acquisti e cessioni della sessione estiva è positivo per 48,40 milioni di euro. Ma il dato ottenuto è la mera differenza fra i prezzi nominali di acquisti e cessioni. Ben altre sono le cifre effettive se si va a disboscare la selva delle third party ownership (TPO) in cui si trova imprigionato il parco giocatori del club, o se si scala dalle cifre incassate le quote incassate dai fondi d’investimento detentori di diritti economici sui calciatori ceduti. Ai promiscui intrecci evidenziati dal Porto nel corso della scorsa sessione di calciomercato ho dedicato due post, riguardanti la cessione del nazionale francese Eliaquim Mangala al Manchester City e l’acquisto del nazionale algerino Yacine Brahimi dal Granada. Riguardo a quest’ultimo, bisogna aggiungere un aggiornamento rispetto a quanto si metteva in evidenza nel post precedente. In quell’occasione facevo notare come il Porto avesse acquistato Brahimi per 6,5 milioni per poi cederne immediatamente una quota di ottanta per cento dei diritti economici a Doyen Sports Investments per 5 milioni. Con perdita secca di 200 mila euro nei due soli giorni trascorsi fra acquisto dal Granada e cessione in quota a Doyen dato che, avendo come base i 6,5 milioni pagati per assicurarsi il calciatore, l’ottanta per cento avrebbe dovuto valere 5,2 milioni. Ebbene, all’inizio di questo mese di novembre si è venuto a sapere che qualora il Porto volesse ricomprare la quota di Brahimi in possesso di Doyen dovrebbe sborsare 8 milioni di euro. È ciò che riporta il periodico algerino Le buteur. E se davvero questa eventualità si verificasse, si avrebbe questo complicato computo di dare e avere: 1) il Granada della famiglia Pozzo rimane coi suoi 6,5 milioni, anche se le fonti spagnole citate nel post precedente parlano di un affare orchestrato fin dall’inizio da Doyen; 2) Doyen lucrerebbe 3,2 milioni, cioè i 3 di plusvalenza fra acquisto e rivendita (da -5 a + 8), più i 200 mila di svalutazione del giocatore in soli due giorni; 3) il Porto si vedrebbe gravare un costo di 9,7 milioni per un calciatore che avrebbe dovuto costargli 6,5 milioni. La cifra è così ricavata: 1,5 milioni passivi dati dal passaggio del cartellino dal Granada al Porto e poi in quota al Doyen (differenza fra i 6,5 milioni sborsati e i 5 incassati), più gli 8 sborsati per ricomprare un proprio calciatore, più i 200 mila euro di svalutazione effettuata al momento di cedere l’ottanta per cento di Brahimi al Doyen. Alle strette: Doyen lucra 3,2 milioni, il Porto ne sperpera altrettanti. Tutto regolare?

L’interrogativo si ripresenta ogni volta che ci s’imbatte in transazioni fatte apposta per alimentare l’economia parallela del calcio globale. In questo senso, la campagna trasferimenti condotta dal Porto in estate è stata un campionario dell’economia parallela, con Jorge Mendes e Doyen Sports Investments a orchestrare ogni mossa.

Jorge Mendes

Jorge Mendes

A partire dalla scelta dell’allenatore, il basco Julen Lopetegui, ex ct dell’Under 21 spagnola ma soprattutto cliente di Jorge Mendes.

Julen Lopetegui

Julen Lopetegui

Il risultato è che la rosa dei Dragoes è stata riempita di calciatori spagnoli o comunque provenienti dalla Liga, tanto da meritarsi il non benevolo appellativo di Portuňol dalle tifoserie rivali. Fra i tanti arrivi spicca quello, costosissimo, di Adrian Lopez dall’Atletico Madrid: 11 milioni per acquistare il 60 per cento dei diritti economici.

Adrian Lopez

Adrian Lopez

Un acquisto che fin qui si è rivelato un fallimento. Molta panchina, qualche spezzone di gara per un totale di 8 presenze fra campionato e Champions, e soprattutto il trauma d’essere fischiato a ripetizione dai propri tifosi in occasione della gara giocata sul campo dell’Estoril. Subito dopo quella gara si è fatta largo l’ipotesi che il calciatore venga ceduto in prestito a gennaio. Ma intanto gli 11 milioni sono stati spesi, e certamente già svalutati.

Gli esempi riportati fanno capire quanto grande possa essere lo scarto fra il saldo positivo nominale fatto segnare dal Porto alla chiusura della sessione estiva di calciomercato, e il saldo reale con le relative conseguenze sul bilancio. Che infatti ai primi di ottobre presenta un rosso di 37 milioni di euro. Dato allarmante non soltanto per il bilancio in sé, ma anche e soprattutto perché mette il club fuori dai parametri del Fair Play Finanziario. Come risolvere la situazione? Nessun problema, perché le vie della finanza creativa sono infinite. E quella imbroccata dall’assemblea dei soci tenuta il 2 ottobre è una soluzione tanto ingegnosa quanto intricata. Viene infatti deciso che il Porto inteso come club calcistico comprerà azioni emesse per 37,5 milioni dal Porto inteso come SAD (Sociedad Anonima Desportiva, denominazione portoghese per indicare la formula della Spa applicata al calcio). Vi siete confusi? Forse perché non avete ancora capito cosa sia diventato il calcio nell’epoca della finanziarizzazione spinta. Un’epoca in cui una società calcistica può vedersi separata in un’entità sportiva di carattere associativo e in un’entità economico-finanziaria. Nel caso del Porto, questo strano meccanismo è rafforzata dal fatto che si parla di una polisportiva con forte massa associativa, e che al tempo stesso la SAD sia quotata in borsa.

Risolto questo dubbio, rimane da chiedersi da dove il Porto club prenda i soldi? Risposta ancora una volta semplice e destabilizzante: grazie al trasferimento del 50% della società Euro Antas, l’ente che controlla l’Estadio do Dragao. Uno splendido impianto edificato in occasione degli Europei portoghesi del 2004.

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Fra l’altro, con un mirabile inganno delle parole, si divulga la versione secondo cui Porto SAD “compra” la metà di Euro Antas.

Come da obblighi dettati dai regolamenti di borsa, Porto SAD comunica immediatamente alla Commissão do Mercado de Valores Mobiliarios (CMVM, la Consob portoghese) l’emissione di nuove azioni. In un primo tempo l’autorità di borsa nicchia, chiedendo che il piano d’emissione venga sottoposto a una valutazione indipendente. Ma infine dà il benestare. E così il 31 ottobre giunge il comunicato: aumento di capitale effettuato e interamente sottoscritto da Porto club. Conti a posto, dunque. Sempre che l’Uefa non abbia da ridire. E con un risultato tangibile: la metà dello stadio, cioè il principale asset patrimoniale del Porto, passa dall’entità associativa (il club) a quella finanziaria (la SAD). Un ammonimento per tutti coloro che di questi tempi blaterano sulla prospettiva dello stadio privato come panacea dei mali economici del calcio italiano.

Jorge Nuno Pinto Da Costa, presidente del Porto

Jorge Nuno Pinto Da Costa, presidente del Porto