Gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli – 1 L’anti-Edipo mainstream: ammazzare la madre

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Per le novità in libreria bisognerebbe inventare un bollino PAD: Piace A D’Orrico. Semplificherebbe la vita a molti. Alla setta sempre più smilza di coloro che seguitano a prendere sul serio i consigli del Book Jockey del Corriere della Sera, e all’imponente platea degli apoti che da lui non se la bevono più nemmeno con l’imbuto.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Della necessità di un marchio PAD mi sono fatto convinto una volta di più leggendo il pompatissimo Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli. Un romanzo edito da Feltrinelli e condannato al successo prima ancora di approdare in libreria. Naturalmente si tratta di un PAD. E infatti Antonio D’Orrico l’ha subito celebrato con la sobrietà e la misura che gli sono proprie. E che l’hanno portato a gridare al genio o al capolavoro in casi desolanti come quelli di Giorgio Faletti, o di Paolo Doni alias Giuliano Zincone, o del polpettone La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, o di un modesto giornalista sportivo quale Roberto Perrone innalzato al rango di grande narratore, o persino del cinepanettonaro Enrico Vanzina celebrato come il nuovo Chandler per via di un paio di gialli-ittero pubblicati dall’ineffabile Newton Compton. E in mezzo a questa galleria di bellimbusti entra in pompa magna anche Marco Missiroli. E se qualcuno fra i più attenti ha già notato che per la seconda volta faccio riferimento al pompaggio, e magari già pensa ch’io vada perdendo colpi, si rassereni: qui nessuna pompa è a caso, e ve ne accorgerete.

Ma torniamo alla condanna al successo che impietosamente ha colpito il romanzo di Missiroli. E i cui motivi mi sfuggivano prima che ne iniziassi la lettura, risultandomi addirittura imperscrutabili dopo essermelo inflitto. Per carità, in giro c’è di molto peggio, specie se si guarda alla dozzina dello Strega. E se si fa un paragone con l’altro romanzo condannato al successo di questi ultimi mesi, La ferocia di Nicola Lagioia (leggi qui, qui e qui), si rischia di veder spiccare Missiroli alla stregua di un Dostojevki. Perché almeno quello di Missiroli, per quanto bruttozzo e paraculeggiante, è un romanzo; e invece le pagine di Lagioia costituiscono un’accozzaglia di geroglifici e cacofonie.

Ma non è certo sui confronti al ribasso che possiamo costruire la valutazione di un libro. Bisogna valutarlo a sé, per ciò che sono il suo stile, i suoi pregi e le sue pochezze. E preso così il romanzo di Missiroli spicca per quello che è: un malaggiustato romanzo di formazione sentimental-sessuale, pieno di ruffianeggianti furberie politically correct e di lacrimevolezze all’ingrosso. Una storia dove tutti sono buoni, ma talmente buoni, ma talmentissimamente buonissimi, che ti vien voglia d’impugnare un machete e fare una bella strage degli innocenti.

E che cazzo! Così, giusto per ristabilire un minimo di contatto con la realtà dei fatti quotidiani. Quella che vi mostra il ghigno imbelvito della vostra vicina di pianerottolo se soltanto scopre che vi siete puliti le scarpe sul suo zerbino. E invece nelle pagine di Missiroli succede che ci si veda portare via la donna dal proprio migliore amico e si reagisca con la flemma riservata a una mano di Bridge andata storta. In fondo poteva andare peggio, no? Poteva persino piovere.

In Atti osceni in luogo privato la situazione accade due volte. E il motivo di questo ricorrere risponde a una sorta di riscatto generazionale, che induce il figlio di un padre tradito da moglie e miglior amico a restaurare l’orgoglio maschile familiare portando via a sua volta la donna una caro amico. Ma dato conto di queste simmetrie asimmetriche delle corna (ché, in ultima analisi, il cervo resta cervo; e vaglielo a spiegare che da qualche parte suo figlio ha pareggiato il conto, o che un figlio futuro lo pareggerà), rimane l’irreale aplomb con cui le due teste coronate accolgono il fato. Come se nelle vene non avessero sangue ma Valfrutta Vellutata.

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Ecco, se dovessi rintracciare il carattere davvero osceno del romanzo, quello che il titolo pretende di richiamare con uno scontatissimo gioco di parole, lo indicherei nello scarto emotivo e temperamentale fra i personaggi del libro e la realtà quotidiana. Perché può succedere che uno su due reagisca sportivamente allo scippo della donna da parte dell’amico – corna e gesso, please –, ma due su due no, nemmeno in un fumetto porno anni Settanta stile Il Tromba o Corna Vissute.

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È quest’irrealtà il dato davvero osceno. Soprattutto, è oscena la sciatteria emotivo-affettiva di tutti i personaggi del romanzo, colmi di una bontà apparente che a grattar bene la superficie è ovina remissività. Come si direbbe dalle mie parti, a Agrigento, ciascuno di questi personaggi risponde al profilo l’acqua ‘u vagna e ‘u ventu l’asciùca (la pioggia lo bagna e il vento l’asciuga): passano gran parte del loro tempo a essere vissuti dalla vita. E questa mollezza caratteriale generalizzata, questa rinuncia al conflitto, fanno di loro degli Sciatti Osceni. Una schiatta di desistenzialisti che fanno della rinuncia il loro credo ultimo.

Troppo buoni per essere veri. Soprattutto, troppi sentimenti smielati i loro per essere dentro il mondo reale. E proprio su questo terreno si scorge la vera cifra del libro di Missiroli, calato in una strategia di marketing emotivo-sentimentale che cerca di sfruttare la New Age del Lacrimario Nazionale, l’imperativo anti-edipico che nel tempo più recente s’è rivelato un formidabile volano commerciale: il tema dell’uccisione della madre. Ha aperto la strada Massimo Gramellini, dimostrando che se osi su questo tema ci fai bei soldi. E ci si è cimentato per ultimo, in ordine di tempo, Nanni Moretti. Nel mezzo abbiamo registrato anche le opere letterarie di due eccellenze intellettuali dell’Italia contemporanea come Barbara D’Urso e Alba Parietti: che rispettivamente con Tanto poi esce il sole e Da qui non se ne va nessuno hanno aggiunto i loro ingegni a ingrossare il filone sulla morte della madre.

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E nel Paese mammista per eccellenza, ecco che stimolare il sentimentalismo sulla perdita della mamma significa mirare al bersaglio grosso con la certezza di fare centro. E forse la prefica ch’è in noi ne sentiva il bisogno, e aveva un vuoto da colmare almeno dai tempi dei film Anni Settanta interpretati da Renato Cestié.

Renato Cestié, ai tempi in cui era un'Icona del Lacrimario Nazionale

Renato Cestié, ai tempi in cui era un’Icona del Lacrimario Nazionale

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Erano i tempi delle ultime nevi di primavera e altri manufatti lacrimogeni, quelli in cui si provava una straordinaria libidine nell’andare al cinema e pagare il biglietto per comprarsi un pianto a catinelle. Che a ripensarci sembra di sentir riecheggiare nella mente Lucio Battisti per l’aere:

Grosse lacrime sciocche
Sono uova alla coque
E dai e dai (o. . )
Fatti un Pianto
Lacrimoni che sono lenzuola (o.. )
Da strappare da calare giù
Fatti un pianto

Ma si sa com’è: i tempi cambiano, e la società pure. Negli anni Settanta i tassi demografici erano da paese fertile abbestia, e allora ci stava di far schiattare i figli nelle opere di finzione cinematografica o letteraria. Ma adesso che siamo a Crescita Zero Meno possiamo mica più permetterci di far crepare i rampolli? Ovvìa!. Piuttosto rovesciamo la catena del lutto familiare e facciamo crepare prima il padre e poi la madre. E lo so che sto facendo spoiler, ma in fondo fa parte del mestiere e non vi si svela nulla che non possa mortalmente annoiarvi se lo scopriste da voi. Fra l’altro, e questo va riconosciuto, Missiroli non si limita a far schiattare la madre. Quella è roba che arriva alla fine del libro, e in qualche misura in quella morte c’è un elemento di riscatto per il modo in cui essa avviene. Ne parlerò in una prossima puntata, quando ci sarà da passare in rassegna tutto il Paracooly Correct che circonda le vicende degli Sciatti Osceni.

Il vero ammazzamento della madre avviene ben prima. Quando il giovane Libero, lo Sciatto Osceno che della storia è protagonista, scorge la maman impegnata in attività fellatoria con Emanuel, l’amico di famiglia che poi sostituirà il babbo in casa.

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E ve l’avevo detto che qui non si parlava di pompe a caso. Tanto più che già l’incipit del romanzo, bollato da alcuni come uno fra i più brutti nella storia del romanzo, mette dentro un concentrato di Freud con una puntina di Roberto Malone, poiché il babbo di Libero vi si pronuncia sulla potenza rivoluzionaria dei pompini per la storia dell’umanità mentre la mamma versa nel piatto i cappelletti.

Roberto Malone

Roberto Malone

Roba da scatenare il trivio che c’è in ognuno di noi, ma lasciamo perdere. Perché il viaggio fra gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli è soltanto iniziato, e dalla prossima puntata procederò al confronto serrato col testo come è mio solito. Per adesso basta dire che l’anti-edipica uccisione della madre passa anche attraverso una serie di episodi che provocano nel giovane Libero turbamenti e strascichi per l’identità sessuale dalla difficilissima gestione. E alcuni di questi sembrano persino avere una natura preterintenzionale rispetto alle volontà dell’autore, talmente preso dallo zelo di ammazzare la madre da perdere misura e consapevolezza. Sicché gli scappa un passaggio del libro carico di significati anti-materni, col suo rappresentare un latente infierire sull’acerba virilità del figliolo. Succede quando Libero porta dalla mamma la giovane fidanzata nera parigina, Lunette. Le due donne s’intendono immediatamente, e a quel punto la mamma di Libero decide di donare un libro alla fidanzata di Libero (l’insistenza su libri e citazioni è uno degli elementi più stucchevoli e cicisbei dell’intera opera). Quale libro? Si tratta dell’edizione francese di un classico italiano del Novecento (pagina 89):

Lunette era stupefatta dalla varietà delle edizioni. Mamma le regalò La vie agre di Luciano Bianciardi.

 

E immaginate come vi sentireste voi, se al primo incontro con la vostra fidanzata la mamma le regalasse un oggetto il cui nome richiama il Viagra. Da non riprendersi mai più. Sciatti Osceni per imprinting materno.

  • (1. Continua)

Come sempre, per farvi riprendere dalle brutture che vi infliggo allego un brano musicale ristoratore. Arrivederci a presto.

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Alba Parietti e l’altra consapevolezza femminile

Guardo le foto di Alba Parietti e della sua comparsata a Sanremo in abito da vamp-che-fu e mi chiedo se a questa donna sia rimasto qualcuno che le vuol bene. Che l’aiuti a proteggersi da se stessa, e da un modo di vedersi che non corrisponde più alla realtà delle cose. Ma poi vado oltre e penso che il problema sia generale, drammaticamente diffuso. Ha a che fare con un demone dominante cui non è facile sottrarsi, e che su una donna in viaggio nel terrain vague dell’età di mezzo può esercitare una forza tentatrice irresistibile. Specie se quella donna ha visto celebrare pubblicamente la propria bellezza, e ne ha fatto più o meno consapevolmente un pilastro del proprio successo come personaggio pubblico. È su questo demone che bisogna interrogarsi, e sul modo in cui agisce e arma condotte autodistruttive. Il Demone dell’Inconsapevolezza.

Alba Parietti e la sua tragica mise sanremese

Alba Parietti e la sua tragica mise sanremese

So che trattando il tema della (in)consapevolezza femminile tocco un nervo scoperto, tanto più in un’epoca che ritiene di aver dato per acquisito questo elemento e di dover sostenere su altri terreni le sfide dell’emancipazione e della parificazione. E so pure che dirò alcune cose a rischio d’essere bollate come politicamente scorrette o sessiste. Ma pazienza, può capitare di peggio. E nel peggio va inserito lo scontrarsi giusto con l’Inconsapevolezza e il suo Demone. Quello che impedisce di valutare serenamente una delle poche cose alle quali nessuno può sottrarsi: il tempo che scorre e non torna indietro. La sola risposta possibile sarebbe viverlo nell’adattamento, e raccoglierne le sfide nuove partendo dalle risorse e dalle energie disponibili anziché pretendere di possederne altre ormai esauste. Sotto questo aspetto, nulla più della nostra sfera fisica è soggetto a una legge così spietatamente darwiniana, impossibile da ricondurre sotto il controllo umano. Inutile opporsi, perché i tentativi sono perdenti e i loro effetti persino peggiori di quelli che si pretende di sconfiggere. E invece succede quasi sempre il contrario. Si prova a sconfiggere il tempo spostandone indietro le lancette e disegnandosi addosso una silhouette soffocante. Dramma senza soluzione. E per capire da dove origini è indispensabile partire dall’indicatore più intimo e preciso al tempo stesso: quello della lingua.

Trovo che su questo tema la lingua inglese dimostri una volta di più la sua superiorità rispetto a quella italiana. Perché ha un modo neutro, non valutativo, di nominare l’effetto generato sulla persona dallo scorrere del tempo: ageing. Un termine intraducibile in italiano, perché il risultato sarebbe improponibile. Qualcosa come etàmento. L’accezione della parola è quella secondo cui l’individuo con lo correre degli anni è soggetto a una stratificazione di stati fisici e psichici, un cumulo ineludibile che condiziona il soggetto e lo fa diverso da una fase all’altra della vita. Noi associamo a tutto ciò la brutale parola invecchiamento. Che in inglese è tradotto con to grow old e nella nostra lingua ha una portata valutativa e un segno negativo. Perché porta con sé l’idea della decadenza fisica, e della progressiva perdita di vigore e autosufficienza. Il che è vero, ma è al tempo stesso soltanto una parte della cosa. Per gli inglesi to grow old è invecchiare nel senso cupo che noi intendiamo, ma anche accumulare saggezza e esperienza buone  per aiutarci a governare meglio la quotidianità. Per noi è soltanto l’angoscia del declino, con la sfera fisica a esserne la spia più evidente e dunque anche il campo in cui vengono tentate le strategie più massicce della contrapposizione. E qui scatta l’agire del Demone dell’Inconsapevolezza.

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Esso fa leva esattamente sull’incapacità di elaborare l’idea dell’ageing, cioè della naturale stratificazione anagrafica cui ciascun individuo è soggetto senza alcuna possibilità d’elusione. È questa inconsapevolezza a armare le strategie di conflitto contro il tempo condotte attraverso il corpo, alimentando un’ansia autodistruttiva presso molte donne (ma anche parecchi  uomini, e sempre più spesso) che non vogliono arrendersi all’idea che il tempo passi anche per loro, o che addirittura pretendono di competere con le ventenni facendo le ventenni a loro volta. E quest’ultima è davvero la più suicida delle opzioni. Perché sfidare il nemico sul suo terreno significa manifestare una vocazione autodistruttiva. E soprattutto è la dimostrazione di un’inconsapevolezza del fatto che le migliori risorse da giocare stiano proprio nella condizione attuale di ageing. Cioè nella capacità di portarsi al meglio l’età matura, e di scoprire uno splendore e una sensualità di foggia diversa.

Perché mai, rimanendo all’esempio da cui sono partito, Alba Parietti non sfrutta il meglio dei suoi 53 anni di ageing? Laddove per “il meglio” intendo riferirmi al fascino della donna vissuta, al magnetismo dell’estetica che scende a patti col tempo e perciò resiste, al capitale d’esperienze apprese che rende a ogni uomo una posizione di curiosa soggezione, e persino a quelle perdite di smalto che se ben confezionate possono persino avere una forza attrattiva non inferiore a quella della piena tonicità corporea. Penso sempre a Claudia Cardinale, la più bella diva che il nostro paese abbia mai prodotto (chi fa altri nomi è mentecatto), e che non ha mai avuto paura delle rughe. Adesso è una bellissima donna che si porta al meglio i suoi 76 anni senza l’ansia di nasconderli.

Deutscher Nachhaltigkeitspreis 2012, Duesseldorf

Se soltanto si facesse mente locale su tutto ciò, si scoprirebbe come sia molto più gratificante essere delle splendide donne mature di quanto non lo sia cercare di strapparsi di dosso gli anni che comunque ci sono. E si capirebbe che il fascino della donna matura è sovente più irresistibile del richiamo della donna giovane. In questo senso, un recente spot d’una casa automobilistica contiene un messaggio che a saperlo interpretare è d’una verità assoluta. Descrive una situazione in cui la mamma scopre sul fondoschiena della figlia un tatuaggio di cui nulla sa, e anziché rimproverarla le mostra il proprio nel medesimo punto del corpo. Splendido e dirompente, e non tanto per la carica trasgressiva dello sketch, quanto per il messaggio contenuto. Che al cultore del porno suona più o meno così: Milf batte Teen 10-0. Sempre, aggiungo. E sarà anche politicamente scorretto. Ma è sempre meno triste che vedere donne ultraquarantenni conciarsi come ragazzette per dimostrare chissà che innanzitutto a se stesse, o ex vamp consegnarsi al massacro mediatico pur di rimanere dentro la silhouette d’un tempo. Vittime di tragica inconsapevolezza.

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