Marino Buzzi e il viaggio nell’anima nera dell’adolescenza

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Certi libri ti ribaltano. Non li aspettavi, e non avevi idea di approfondire il tema che trattano. Probabilmente non li avresti nemmeno presi, se a scriverli non fossero persone che conosci e te li mandano perché tengono al tuo giudizio. E a quel punto si presenta un problema di tipo diverso. Perché quegli amici il tuo giudizio se l’aspettano, ma tu sai quanto i tuoi gusti in materia editoriale siano difficili (quasi impossibili), sicché ti trovi davanti al dilemma su cosa fare qualora quei testi non dovessero incontrare il tuo favore: essere sincero e al limite spietato, o temporeggiare dicendo che non hai ancora avuto tempo di leggere? Sarà per questo che, nella quasi totalità dei casi, i libri degli amici non li leggi per davvero. E prima o poi ti toccherà farlo con tutti, ma di volta in volta la scelta di soprassedere è la più comoda.
Poi però succede che ti arrivi a casa il libro di Marino Buzzi. E che tu decida di leggerlo pur con tutte le ritrosie del caso. S’intitola L’ultima volta che ho avuto sedici anni, edito da Baldini & Castoldi (pagine 175, euro 16). A quel punto scopri una storia bella e terribile, che ti scuote e quasi ti percuote. Che soprattutto ti costringe a proiettare uno sguardo sull’anima nera dell’età adolescenziale, sul vuoto di valori e norme che in certi contesti può svilupparsi come un virus invincibile, pronto a trovare il brodo di coltura in una società dove la famiglia – la sana famiglia “naturale e tradizionale” – è un’istituzione tecnicamente fallita. Quasi quanto la scuola, altra istituzione sociale in crisi irrimediabile che fa da terreno di sviluppo dell’intera vicenda.

È in questo quadro, con la tossica provincia italiana a fare da sfondo, che Marino Buzzi costruisce la storia. Tratteggiando un quadro tanto impietoso quanto realistico, fatto di violenze quotidiane a bassa intensità, ma profonde abbastanza da segnare vite intere. Una storia di bullismo dei giorni nostri, ma che potrebbe appartenere anche a epoche immediatamente precedenti e perciò raccontare l’educazione all’intolleranza per come è sempre stata, il lento scivolare nella prepotenza in cui la linea di confine non è tra forti e deboli, ma tra deboli che diventano pericolosi in branco e isolati indifesi.
A fare da voce narrante è Giovanni, per i compagni di scuola Palla di lardo. Giovanni è un ragazzino obeso. Vittima di costanti vessazioni, una delle quali oltrepassa il limite. Per questo il ragazzino decide di scomparire, e da un cantuccio racconta quello che succede nella comunità locale dopo il suo allontanamento. Una comunità diventata frenetica come un formicaio che abbia appena subito uno scossone, ma che al di là del motivo di turbamento mantiene le ipocrisie e le meschinità di sempre. Dentro il liceo di quella comunità Giovanni è l’ultimo fra gli ultimi. In classe con lui c’è un ragazzo che mostra immediatamente tendenze omosessuali (ribattezzato Bambi dai compagni), e che dunque potrebbe contendergli il ruolo del più vessato dalla banda di bulli della scuola. Ma lo scomodo primato tocca a lui, il ragazzino obeso che si vede fare una colpa della propria corporeità non soltanto da chi lo tormenta, ma anche dal padre che in modo più o meno esplicito lo rimprovera di non fare abbastanza per perdere peso:

A cinque anni ero un bambino obeso, presero appuntamento con un dietologo che mio impose una dieta equilibrata ma piuttosto rigida, credo che le cose fra loro [fra il padre e la madre, ndr] cominciarono ad andar male proprio allora. Mio padre era insoddisfatto del mio modo di essere, anche se non me lo diceva apertamente, mi considerava un debole. La sera, quando credeva che non lo sentissi, raccontava a mia madre dei figli dei colleghi. Così perfetti, così bravi, così obbedienti. Mia madre incassava quelle parole come pugni perché sapeva che, in fondo, mio padre riversava su di lei le colpe della mia obesità. Lui lavorava tutto il giorno e portava a casa i soldi per mantenerci, lei, invece, non aveva un lavoro, lo aveva perso dopo il parto, quando la fabbrica in cui lavorava aveva dichiarato fallimento (p. 24).

Piccole meschinità familiari dalle quali non si salva nessuno, nemmeno le famiglie alto-borghesi in cui imperano ipocrisie d’altro ordine, e dove i figli sono oggetto di un’incuria non meno sistematica che quella delle case piccolo-borghesi. E intorno a questi nuclei s’organizza una società in cui a contare sono “il buon nome” e l’immagine agli occhi della comunità. Dove l’unico odio di classe rimasto, una volta estinto il conflitto sociale di matrice industriale, è quello dei ricchi nei confronti dei meno abbienti, sottoposti a uno stato d’assedio nel quale non c’è prepotenza che non possa essere riscattata dietro versamento di un indennizzo in denaro.
Non vado oltre nel riportare elementi di un libro che va letto, e che svela il talento di Marino Buzzi per la scrittura narrativa dopo che l’autore aveva già mostrato quello da saggista e da blogger.

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Marino Buzzi

 

Tocca a voi procurarvi il libro e approfondire. E soprattutto toccherebbe ai dirigenti scolastici farlo adottare, per promuovere una consapevolezza sul fenomeno del bullismo e sulla necessità di denunciarlo immediatamente anziché subirlo in silenzio. E invece nelle nostre scuole si continua a proporre gli orrendi libri di Alessandro D’Avenia, da parte di insegnati che soltanto per questo meriterebbero d’essere deportati da Agrigento a Bressanone, o da Aosta a Lampedusa, e costretti a vivere accasermati nei locali degli istituti per l’intero anno scolastico. E non sarebbe nemmeno espiazione sufficiente.
@pippoevai

 

 

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Alessandro D’Avenia, il Sommo PoVeta – 1 Osso per osso, dente perdente

Alessandro D'Avenia

Alessandro D’Avenia

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Adesso ho una nuova certezza: ogni volta che uscirà un nuovo libro di Alessandro D’Avenia dovrò aggiornare il Pessimario. Cioè la lista dei libri e degli autori che toccano, per riprendere una frase di Diego Abatantuono in versione Diéco, “l’apice dell’apoteosi della schifezza”.

Una galleria ormai pigiatissima di cui fanno parte fenomeni da baraccone come Giorgio Faletti e Fabio Volo, poligrafi newtoncomptoneschi come Anna Premoli e Marcello Simoni, anime graforessiche come Chiara Gamberale, teoriche dell’eros tombale come Sara Bilotti, intrallattuali da Loggia del Leopardo come Antonio Scurati e Nicola Lagioia, cacatori di status smielati da social network come Massimo Bisotti e divulgatori del cazzonaggio letterario come Michele Dalai. E la lista sarebbe ancora lunga, ma risparmio d’infliggervela fino in fondo perché voglio risparmiarla innanzitutto a me stesso. Ma resta il fatto che fra tutti costoro rientri con pieno merito Alessandro D’Avenia. Autore sbucato dal nulla cinque anni fa e imposto chissà perché alle patrie lettere. Con effetti che soltanto fra qualche anno riusciremo a valutare, e sarà comunque troppo tardi.

Ricordo ch’era settembre, e da un giorno all’altro le librerie e i marciapiedi vennero invasi da cartonati che ci avvertivano della novità letteraria: il romanzo di un autore esordiente che Mondadori aveva deciso di diffondere con la leggerezza del napalm. Un’immagine di copertina caruccétta, come direbbero aRòma, un titolo da fotoromanzo in bianco e nero anni Settanta (“Bianca come il latte, rossa come il sangue”), e il nome fin lì sconosciuto dell’autore che veniva strillato come fosse al tempo stesso un’informazione e un avvertimento con tanto di indice puntato sull’ignaro passante: questo è un libro di ALESSANDRO D’AVENIA, e da oggi in poi ricordati di ricordare!

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È stato così, al pari di qualche altra milionata d’italiani, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Praticamente, un’azione di book squatting. E subito mi sono chiesto perché. Come mai la maggiore casa editrice italiana compiva uno sforzo così vasto per promuovere un esordiente? Sarà mica stato un nuovo fenomeno della narrativa italiana? E intanto m’informavo su questo squatter della nuova narrativa italiana. Scoprendone l’immagine pulitina, sistematina, con quella barbettina pettinatina e la chioma biondina e ricciolina vagamente bigodina, l’occhiettino azzurrino e il sorrisino mansuetino. Il maschietto cui ogni padre affiderebbe la figliola di cui presuppone ancora l’illibatezza, per fargli reggere il ruolo di cicisbeo alla feste in cui gli ormoni adolescenziali brulicano di vitalismo. La versione adattata ai giorni nostri del Principe Valium di Balle Spaziali, uno fatto apposta per piacere alle mamme pre-anni Novanta e alle nonne pre-Sora Lella di Bianco, Rosso e Verdone.

Il Principe Valium

Il Principe Valium

Inoltre ho scoperto che il ragazzo è vicino all’Opus Dei, come egli stesso ammetterà pubblicamente più avanti. Ma questo è soltanto un dettaglio, ci mancherebbe altro.

Non è invece un dettaglio il fatto che Bianca come il latte, rossa come il sangue sia una schifezza di libro. Sciatto, noioso, manierato, scontato dalla prima all’ultima pagina. Intriso d’un sentimentalismo trash da Gli occhi del cuore, l’immaginaria soap opera del serial Boris.

Soprattutto, un libro ossessionato dal tentativo di rivolgersi al pubblico degli adolescenti con uno stile alla Moccia, ma sacrestanamente corretto. Una pena infinita. Quel libro non mi ha lasciato traccia, perché era d’una bruttezza indegna di menzione. E quando una cosa è talmente brutta da non poter essere nemmeno schifata, la frustrazione è grande per chi l’ha appena consumata. Perché non lascia spazio nemmeno all’esperienza del disgusto, ch’è un segnalibro mentale indispensabile per mantenere una traccia delle cose peggiori. E invece no, il primo libro di D’Avenia era d’una bruttezza grigia, indistinta. Come un piatto di tempestine in brodo di dado da corsia d’ospedale, cui non sia stata nemmeno aggiunta una cucchiaiata di formaggio. In quel libro non c’era manco un frammento da stroncatura. Anzi no, dire il vero uno c’era. Piazzato a pagina 173:

“Si libera in un sorriso da far scongelare in un attimo un milione di Bastoncini Findus e il mio cuore raddoppia il numero di battiti.”

 

Sarebbe superfluo aggiungere un commento alla schifezza appena riportata. Mi limito a dire che se in prima media mi fossi azzardato a scrivere una cosa del genere in un compito in classe, la mia professoressa di Lettere mi avrebbe bacchettato le dita per una settimana. E ne avrebbe avuto ben donde. E tuttavia, fatta eccezione per il frammento citato, il libro di D’Avenia non si era dimostrato degno di una stroncatura. Per questo avevo messo da parte l’autore, evitando di leggere il suo secondo romanzo: Cose che nessuno sa, di cui mi è stato detto malissimo. Ma poi mi sono imbattuto in Ciò che inferno non è. Il romanzo che vorrebbe essere un omaggio a don Pino Puglisi. E la prospettiva sull’autore è completamente cambiata.

Da dove cominciare? Innanzitutto proprio dal povero don Pino, che avrebbe meritato di continuare a riposare in pace. Poi dallo stesso D’Avenia, che nei giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue si giovava dell’unico pregio esercitato dalla mediocrità narrativa: quello di tenere l’autore ben ancorato a mezzo metro da terra, come fissato a dei contrappesi. E invece in Ciò che inferno non è D’Avenia molla gli ormeggi e svolazza libero. Con risultati devastanti. Le pagine del suo libro sono talmente piene di segnature da toccare una misura che fin qui era stata osservabile soltanto nei libri dei quasi omonimi Bisotti & Bilotti, i due Pesi Pessimi per eccellenza della narrativa italiana contemporanea. E adesso in questo Pessimario ci entra di diritto D’Avenia. Per aver perso la virtù della mediocrità narrativa, e essersi lanciato verso l’hybris della poesia.

Ecco, proprio qui sta il punto, lo specifico che fa dell’opus homini di D’Avenia un genere da Pessimario: il fatto che, dai giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue, egli abbia maturato la convinzione di possedere la vena poetica. Una situazione imbarazzante, perché la vis poetica di D’Avenia è paragonabile a quella di un compianto ex vicepresidente dell’Inter, Giulio Abbiezzi. Quello che per qualche settimana, a metà anni Novanta, si guadagnò la notorietà grazie alla Gialappa’s Band. E purtroppo non esistono su You Tube filmati dedicati al personaggio, ma per chi ha memoria di quelle performance poetiche il paragone è eloquente.

Giulio Abbiezzi

Giulio Abbiezzi

Ecco, la poesia di D’Avenia se la batterebbe con quella di Abbiezzi, e i suoi versi potrebbero essere letti alle tre di notte nel pieno d’una tavolata d’avvinazzati, da vocini soavi come quelli di un Razzi o di uno Scilipoti. E sarebbe la morte sua. Della poesia di D’avenia o della poesia tout court, fate voi. Perché in quel contesto sentireste declamare frammenti del “poetare in prosa” che sono padellate alla nuca, come quello che apre il libro:

Nella luce prima, un ragazzo la spia. È immersa nell’agguato ventoso e salato dell’alba che si leva ancora vergine, per tuffarsi poi nelle strade avvolte dalla penombra.

 

Mi è bastato leggere quest’incipit per scoprire che il giovin D’Avenia era cresciuto, e che la crisalide della mediocrità narrativa aveva prodotto una fulgida farfalla da Pessimario Letterario. E casomai potesse sorgermi il dubbio istantaneo che si trattasse di un’impressione ancora acerba, fondata su poche righe, ecco che il seguito di quel frammento mi ha definitivamente rafforzato nel convincimento.

Lui abita in cima a un palazzo: da lì si vede il mare e si vede nelle case e nelle strade degli uomini. Lassù l’occhio spazia fino a perdersi, e dove si perde l’occhio anche il cuore resta invischiato. Troppo mare si spalanca davanti, specie la notte, quando il mare svanisce e si sente tutto il vuoto che c’è sotto le stelle.

Perché tutto quel nascere ogni mattina? Non ha risposta un ragazzo, a cui fanno più male i petali sfioriti della rosa che le spine e ogni mattina si guarda allo specchio come un naufrago.

 

Neanche mezza pagina e siamo già nell’eccellenza del Pessimario. Ci si sente completamente appiccicati da tanta melassa, da un così inutile sforzo di mettere le ali quando rimanere attaccati alla terra sarebbe stata una garanzia innanzitutto per l’autore. E invece D’Avenia svolazza, rendendoci coscienti che le patrie lettere hanno acquisito un nuovo poVeta. Etichetta che rubo a Giovanni Stoto, amico di Facebook, e che interpreto nel senso del “poeta con la V”. Dove quella “V” sta per “verboso”, quando invece la vera poesia sta nell’esprimere qualcosa di più con ogni parola in meno. E in questo senso D’Avenia è assolutamente, indiscutibilmente poVeta. Non posso riportarvi in questo post tutti i frammenti dell’ultimo libri che lo testimoniano, perché rischio di bruciarmi tutto lo spazio che WordPress mi mette a disposizione. Ve ne riporterò soltanto una parte, riservando altri frammenti per le prossime puntate dedicate al nostro poVeta. E cominciamo dai motivi ricorrenti, che D’Avenia da poVeta proVetto utilizza con stucchevole ripetitività. Fra questi c’è il contrasto fra luce e oscurità. Una di quelle contrapposizione topiche elementari che vi insegnerebbero pure alle scuole di scrittura per corrispondenza, o ai corsi Hold’em, ma che il nostro poVeta declina allo sfinimento, mettendoci dentro anche la variante del contrasto fra luce e lutto. E allora beccatevi questo pastone di luce e tenebre, e soffritene pure voi:

Le cose investite da troppa luce proiettano altrettanta ombra, ogni luce ha il suo lutto (…) (p. 9)

Permette a luce, vento e sale di modellargli la carne e i pensieri. Luce, vento, sale facciano di lui quello che vogliono, come da millenni trasformano persino la pietra infeconda degli scogli. Dio gli ha messo in petto il cuore, ma si è dimenticato la corazza. Lo fa con ogni ragazzo e per questo per ogni ragazzo Dio è crudele. (pp. 9-10)

Vento e luce al mattino frustano le strade di Brancaccio, quartiere fatto di case simili alle squame di un pesce in una città che sussulta al sole sempre più lentamente, mentre muore, spasimando acqua e vita. (p. 21)

Natura e potere. Sacro e profano. Pagano e cristiano. Luce e lutto (p. 42)

Dio è creatore e architetto del mondo e l’uomo è chiamato a fare altrettanto. Distinguere tenebre e luce e ordinare il caos. (p. 87)

Dall’alto, Palermo mi sembrava così bella, così piena di luce. Invece il suo ventre è ombra e lutto. (p. 108)

Il sole scema e cessa di schiaffeggiare le case. Sabbia. Polvere. Pietra, Poi, poco a poco, altri colori prevalgono. Vernice, vetro, vento. Dalla tenebra usciamo alla luce, passando per ogni gradazione dell’opaco. (p. 108)

La luce si oscura e viene sostituita dalla rabbia di chi distrugge e non sa il perché (…) (p. 117)

È una sorta di anestesia e non fa sentire la vita e la luce. (p. 118)

Quel mare così grande a pochi passi dall’angustia di una casa piccola e affollata le rende il passaggio ogni volta più doloroso. Troppo mare fa male. Non alla pelle, al cuore. Troppo futuro viene da lì, dall’orizzonte, e ti rimane col fiato sul collo, mentre tu cerchi di limitarlo a quelle vie e alle corrispondenti possibilità. Come si fa ad amare il mare se ti mette in petto tanti desideri? Come si fa ad amare quella luce se poi, girato l’angolo, devi rinunciarci? (p. 133)

Le ombre sembrano fuggite, esiliate dalla ferocia del sole nelle case, dove le persone le nascondono e custodiscono. (p. 153)

 

L’apoteosi viene toccata nel frammento di pagina 236, in cui il poVeta parte per la tangente e viene colpito da incontinenza verbale. Qui la luce viene menzionata due volte, ma c’è anche molto altro. Un delirio da eucaristia lisergica, modello Hair, che fa perdere al lettore l’ultima speranza d’intelligibilità di quelle pagine.

Quante clessidre servono per svuotare una spiaggia? Quanto tempo ci vuole perché una gemma diventi mela? Esiste un tempo medio o ognuna è un evento unico? A che velocità va la luce quando al mattino infuoca il mare? La distanza che permette la combustione tra due sguardi è precisa o casuale? Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio? Che peso ha un segreto? Che rapporto intercorre tra la felicità e la lunghezza di un sorriso? Come si calcola il volume del cuore?

 

Non saprei da dove cominciare per commentare, sono annichilito. Mi limito a rimarcare la totale incomprensibilità di quel passaggio che dice: “Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio?”. Ma che minchia vuol dire “l’assenza di luce o la sua pienezza al rovescio”? Qui siamo ai livelli geroglifici di Nicola Lagioia. E purtroppo il nostro poVeta persevera, nessuno lo ferma:

Ci vogliono occhi allenati per vedere le bancarelle del mercato, guardarle senza cercare il folklore, guardarle cercando il dolore. (p. 266)

Una rima che ricorda il peggior Faletti, quello di Pochi inutili nascondigli.

Giorgio Faletti

Giorgio Faletti

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Alle pagine 123-4, all’inizio dell’imbarazzante racconto L’ultimo venerdì della signora Kliemann, l’uomo che volle farsi Vito Catozzo scriveva:

Il paese ha il tempo spezzato in due parti.

Tutta l’isola, d’altronde, vive da sempre questa frattura estate-inverno, una specie di effimero tessuto double-face da rivoltare e indossare come un indumento adatto al mimetismo della stagione. (…)

Persone per strada in misura inversamente proporzionale alla pioggia. (…)

I traghetti in questa stagione sono navi battenti una bandiera senza gloria. (…)

Maggio è l’inizio di tutto.

Maggio è l’inizio del lutto

Sembrano figlioccio e padrino, il poVeta e il poVito. La luce e il lutto, con maggio che è l’inizio di tutto. E se ancora non v’è scappato il rutto, guardate un po’ cosa il poVeta scrive a proposito del mese di settembre (pagina 259):

Settembre, epitaffio dell’estate, si infila dappertutto, anche nei posti più refrattari. L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come un osso scorticato sulla spiaggia.

 

Ve lo dicevo che D’Avenia nel Pessimario ci sta a pieno diritto. E chi ne volesse una prova se la vede servita da quest’assonanza con Faletti, che del mio Pessimario Letterario è il Padre Fondatore. La luce e il lutto, con maggio ch’è l’inizio di tutto mentre settembre è l’epitaffio dell’estate. Sembrano due stornellatori da Sagra del Castagnaccio, botta e risposta con ricarico e avanti così.  Fra l’altro, il poVeta è fissato con questa storiella adolescenziale sul mese di settembre che è un momento luttuoso dell’anno. L’aveva già schiaffato all’inizio di Cose che nessuno sa (p. 17)

Margherita e Andrea erano rientrati a casa da poco. L’inizio della scuola incombeva e quella luminosa domenica di settembre sembrava non volersi rassegnare al fatto che le vacanze erano a ventiquattro ore dalla fine.

E peccato che, in piena trance da poVesia, D’Avenia scivoli in materia di buon uso della lingua. Perché quel frammento in cui si parla dell’osso in spiaggia contiene tre bei punti neri da adolescente mocciano.

Si comincia dall’imperfetta costruzione del periodo. Che come ogni periodo dovrebbe essere un meccanismo accuratamente congegnato, in modo tale da non lasciar dubbi quanto al significato. E invece D’Avenia cosa fa? Dice che la cattedrale “brilla come un osso scorticato sulla spiaggia”. E qui pare abbastanza chiaro come l’azione che avviene sulla spiaggia, e che il poVeta intende rimarcare, sia quella del “brillare dell’osso”: il concetto sarebbe dunque quello dell’osso che brilla sulla spiaggia. Purtroppo, e con somma maldestrezza, D’Avenia piazza lì anche l’aggettivo scorticato. E questo genera l’equivoco, perché si potrebbe individuare il centro d’attenzione della frase sia sul fatto che l’osso venga “scorticato sulla spiaggia”. Ciò che invece non ha nessuna importanza, e tuttavia l’equivoco di senso sussiste per via di una sciatta costruzione del periodo. Come avrebbero insegnato anche in una scuola di scrittura per corrispondenza, l’equivoco sarebbe stato eluso se la frase fosse stata formulata così: “L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come sulla spiaggia un osso scorticato”. In questa formulazione non c’è alcun equivoco sul fatto che l’azione cui l’osso è soggetto in spiaggia è quella di brillare, non il fatto che venga scorticato.

Mi si dirà che individuare un difetto del testo come quello di sopra sia pedanteria. E può darsi lo sia davvero, e che in fondo gli standard di lettura media siano ben a di sotto della capacità di cogliere queste sottigliezze. Ergo, questa imperfezione nel testo del poVeta sarebbe veniale. E però molto meno veniale è parlare di un osso scorticato. Ma da quando in qua un osso viene scorticato? Tuttalpiù viene spolpato, cioè ripulito di tutta la carne che gli si accumula intorno. È quest’ultima che viene scorticata, non certo l’osso. Il problema è che quando parla di carne il poVeta spara minchiate sesquipedali, come quella piazzata a pagina 18:

Il ragazzo lo ignora più degli altri. Ha poca carne intorno ai sogni.

 

E se il poVeta pretende di mettere la carne intorno ai sogni, figurarsi se poi non s’incasina i neuroni vedendo ossa scorticate.

E poi c’è il terzo dettaglio: l’osso che, scorticato sulla spiaggia, brilla. Ma quando mai? Ipotizzate un osso di pollo che, dopo essere stato accuratamente spolpato e non scorticato, venga abbandonato sulla sabbia. Purtroppo succede di frequente. Fa parte dell’ordinaria inciviltà, specie nelle spiagge libere del Meridione. Ebbene, potete star certi che quell’osso abbandonato sulla spiaggia non brillerà nemmeno per un attimo. Perché nel momento stesso in cui toccherà la sabbia rimarrà impanato. E quando poi verrà ripulito, avrà già assunto una tonalità opaca che in nessun modo gli permetterà d’essere una superficie riflettente.

Dunque, perso nell’inseguimento della poVesia il nostro poVeta commette errori d’italiano nei quali un discreto furiere contabile non incapperebbe. E nelle prossime puntate di questa stroncatura ciò verrà ulteriormente dimostrato, nonché accompagnato da ulteriori sprazzi di poVesia. Ma per questa volta vado a chiudere con un altro tema caro a D’Avenia: i denti. Il modo in cui il poVeta li tira in ballo è quantomeno bizzarro. Un passaggio penoso è quello di pagina 279:

Entro in scena con una barba finta che mi fa sudare anche i denti.

Questa dei denti sudati è persino peggio del milione di Bastoncini Findus che si sciolgono. Ma non è tutto. A pagina 22 c’è una descrizione dei due killer che uccideranno don Pino Puglisi (p. 22):

[Il Cacciatore] Cammina a testa alta e lo sguardo non deflette mai dalla traiettoria: fissare è segno di forza, senza deflettere. Ha tre decadi ed è già rispettato, come un padre dai figli.. (…) Insieme a lui c’è Nuccio. Di anni ne avrà una ventina, il naso lungo come un becco, le labbra sottili, la notte appena trascorsa ancora incastrata fra i denti come la sigaretta sempre accesa.

Ora, lasciando perdere quell’orrendo “ha tre decadi” in luogo di “ha trent’anni”, ciò che fa sembrare uno sfigato quell’altro perché di anni ne ha semplicemente “una ventina”; ma come la mettiamo con “la notte incastrata fra i denti”? Si tratta di interrogativi gravosi, che diventano ancora più spiazzanti quando si va a leggere il frammento piazzato alle pagine 184-5. Il protagonista è ancora Nuccio, quello della notte incastrata fra i denti:

A Nuccio fremono le narici e la bocca si storce attorno ai denti troppo affollati.

 

Forse la sera prima Nuccio aveva mangiato cicoria, e poi era filato a letto senza darsi una passata di spazzolino.

(1. Continua)

(E come al solito, per consolarvi dopo tanta bruttura letteraria, vi regalo della buona musica per risollevarvi l’umore.)