Libri che ho amato: “Amori ridicoli” di Milan Kundera – 1 Gli irriducibili princìpi del libertino

Milan Kundera

Milan Kundera

Amori-ridicoli

C’è troppo di alcune cose nella lista dei libri che ho amato.

Ci sono troppi titoli di Adelphi.

E ci sono troppi libri di Milan Kundera.

Dei titoli di Adelphi si parlerà poco a poco. Invece di Milan Kundera è bene che prenda a occuparmi da subito, anche per chiarire a me stesso prima che a tutti voi il motivo di una presenza così assidua. Ma prima di andare avanti è giusto che precisi il senso di quel troppo associato alla casa editrice milanese e allo scrittore boemo.

Ovvio che il troppo non vada inteso come un eccesso da deprecare. Piuttosto deve essere letto come un’abbondanza di cose che si somigliano entro una lista ridotta di oggetti. Come avranno compreso quelli fra voi che mi seguono con una  certa assiduità, in materia di libri sono di gusti molto complicati. Dunque è molto difficile che un libro e un autore incontrino i miei favori, e ancor più raro che essi entrino nella lista dei libri che ho amato. Immaginavo che fosse presente con più di un titolo l’adorato Antonio Lobo Antunes, e che in una condizione analoga potesse trovarsi Gabriel Garcia Márquez. Ma quando poi ho fatto mente locale, e preso a stilare la lista di libri e autori, ho scoperto che i titoli di Milan Kundera si sommano. E non sto a parlare dell’ovvio L’insostenibile leggerezza dell’essere, uno di quei libri che molti tengono in mensola e citano come se l’avessero letto. Io lo tengo fra i tanti e dichiaro serenamente di non averlo ancora letto. Prima o poi arriverà il suo turno, ma sempre in ritardo come succede a tutti i libri che ai miei occhi abbiano la disgrazia di diventare mainstream e la cui lettura comporti un esercizio di assuefazione all’onda collettiva. Altri sono i titoli dell’autore boemo che si sono scavati una nicchia dentro me. Più di quanti credessi, e abbastanza da farmi accorgere che Kundera sia diventato nel tempo un mio autore di riferimento. Cioè, uno di quelli presenti con più di un libro nella biblioteca dei libri venerati.

Come non citare quella straordinaria raccolta di saggi sul valore sociale della letteratura che va sotto il titolo I testamenti traditi? E come omettere il piacere quasi carnale dato dalla lettura di La lentezza? Soprattutto, come non ripercorrere minuziosamente gli Amori ridicoli? Il primo libro di Kundera che lessi, il modo migliore per iniziare il viaggio nella poetica di uno scrittore che come pochi altri ha saputo declinare ogni singolo aspetto di un principio cui troppo spesso si riserva un utilizzo retoricamente banale: il principio di libertà personale. Che nelle pagine del primo Kundera, quello degli anni passati sotto la cappa del socialismo reale in Cecoslovacchia, viene dispiegato a partire dalla dimensione privata senza che ciò appaia un riflusso nell’individualismo e un disimpegno dal dissenso politico. Tutt’altro. La vita quotidiana dentro un regime totalitario comporta che ogni atto individuale abbia implicazioni politiche, indipendentemente dalla volontà del soggetto. E in condizioni del genere, cosa di più politico che l’esercizio della libertà personale attraverso i gesti della vita quotidiana? I personaggi di Milan Kundera che si muovono nello scenario della Cecoslovacchia anni Sessanta-Settanta, sia pre- che post-intervento dei carri armati del Patto di Varsavia a Praga, sono animati da questo senso di libertà e lo esprimono attraverso una sua particolare declinazione: il libertinaggio. Da intendere quest’ultimo sia nel senso stretto della tendenza verso una certa libertà dei costumi sessuali, sia in quello più ampio della ribellione alla cappa del conformismo. E forse non è un caso che i racconti collezionati in Amori ridicoli coprano un arco temporale che partendo dal 1959 si chiude proprio col 1968. L’anno in cui l’intervento militare esterno stronca la Primavera di Praga e gli esperimenti di comunismo riformista condotti da Alexander Dubček. Non credo proprio sia una coincidenza.

Alexander Dubcek

Alexander Dubcek

Il libertinaggio e le sue figure, dicevo. Che popolano i sette racconti di cui la raccolta è composta e lo fanno alternando i toni. Talvolta giocosi e talvolta seriosi. In un caso drammatici. Ma sempre con una punta d’amaro a far sentire il retrogusto. Perché ciascuno dei libertini di Kundera deve venire a patti con qualcosa per dare corso alla propria inclinazione, o altrimenti pagarla per non avere voluto accettare quel patto. E forse è proprio questa la grande lezione che Amori ridicoli lascia in eredità a chi lo tiene fra le mani e lo stropiccia d’amore, come si fa coi libri che t’insegnano qualcosa: che contrariamente a quanto si possa pensare il libertinaggio deve avere una sua misura. E che quella misura arriva comunque, che sia il soggetto a darsela o piuttosto siano le circostanze a imporgliela. Perché senza misura non è più libertinaggio, ma impudente dismisura. È ciò che comprende il protagonista del primo racconto, mai nominato per tutte le 35 pagine della sua durata e individuabile con l’appellativo del signor assistente.

Il racconto s’intitola Nessuno riderà, e è l’inizio perfetto per una raccolta di racconti. Che come un album musicale deve svilupparsi bene non soltanto grazie alla buona qualità media dei singoli brani, ma anche al modo in cui la loro successione viene costruita. Sbagliare il brano d’apertura può rovinare la riuscita di un album musicale, e lo stesso si può dire per il racconto che apre una raccolta. In questo senso Nessuno riderà è perfetto. È uno dei racconti più belli della raccolta, ma non il migliore perché questo titolo spetta a Il falso autostop. Presenta il giusto mix tra dramma e farsa, tanto da rendere da un certo momento indistinguibile il confine tra i due canoni. Soprattutto, costituisce un efficace affresco della Cecoslovacchia nell’epoca della cortina di ferro, sia pur prima che giungesse la repressione della Primavera di Praga. Vi si descrive una società organizzata secondo criteri da sclerosi burocratica e iper-controllata attraverso le diverse articolazioni istituite dal Partito Comunista. È in questo contesto che si svolge la vicenda del signor assistente. Che è un docente universitario di letteratura col vezzo dell’indipendenza intellettuale e dalla vita sentimentale disordinata, secondo i conformisti canoni della morale amministrata attraverso i consigli di facoltà e i comitati di quartiere. Due elementi che contribuiranno a portare il signor assistente verso la rovina. Quest’ultima, tuttavia, scaturisce esclusivamente dalle sue azioni. E almeno in questo c’è un messaggio autenticamente individualista, come una ribellione più o meno consapevole da parte del soggetto che sa quanto il suo libertinaggio sia la via più diretta verso la catastrofe ma ciononostante vi si lascia andare. Il signor assistente un po’ lo sa e un po’ no. Nel senso che è consapevole di come certi gesti di sfida siano un rischio gratuito, ma al tempo stesso ci mette un bel pezzo per capire quanto rischioso sia il gesto di sfida che ha deciso di compiere. E quando poi capisce è troppo tardi per tirarsene fuori:

L’uomo attraversa il presente con gli occhi bendati. Può al massimo immaginare e tentare di indovinare ciò che sta vivendo. Solo più tardi gli viene tolto il fazzoletto dagli occhi e lui, gettato uno sguardo al passato, si accorge di che cosa ha realmente vissuto e ne capisce il senso.

Quella sera io credevo di bere ai miei successi e non immaginavo neppure che si trattava del solenne vernissage della mia fine. (p. 15)

Molti di noi potrebbero rispecchiarsi in questa situazione. Un momento di successo, che non è nemmeno il successo capace di cambiarti la vita ma cionondimeno stimola un senso d’onnipotenza. Tanto da trasformarsi nella premessa per la caduta rovinosa. Causata da un’incapacità di darsi un senso del limite. E a quel punto il soggetto potrà rimproverare soltanto se stesso, e scoprire che l’altra metà dell’individualismo oltre all’edonismo è la responsabilità personale. Pagata a prezzo tanto più caro se c’è da rendere conto a un modello di società organizzata in modo da pretendere conformismo e disciplina. In un momento di successo personale il signor assistente crede di poter giocare con le aspirazioni intellettuali del compagno Záturecký, un modesto signore che ha scritto un saggio intitolato Mikolaš Aleš, maestro del disegno boemo. A indirizzare il compagno Záturecký verso il signor assistente è la direzione della rivista “Il pensiero artistico”, composta da redattori che il protagonista del racconto etichetta come “prudenti vegliardi” esplicitando subito quale sia la stima nei loro confronti. Dal giudizio del signor assistente dipenderà la pubblicazione del saggio scritto dal compagno Záturecký. Che è uno scritto impresentabile, e al signor assistente basterebbe subito dire la verità per risolvere la pendenza e, soprattutto, scansare la valanga di guai che gli s’abbatterà addosso. Ma purtroppo il signor assistente è un libertino, e il suo rapporto di continuo conflitto latente coi prudenti vegliardi della rivista lo spinge a costruire una situazione che dovrebbe mettere in imbarazzo quelli, e invece finisce per cacciare lui in un angolo. Scrive un giudizio ambiguo sul saggio, che non è un’esplicita bocciatura ma nemmeno un’approvazione per la pubblicazione. E da quel momento comincia il tenace pedinamento da parte di Záturecký, che chiede un giudizio esplicito. L’assistente si vede fare la posta in università, e per risolvere il problema decide di spostare giorni e orari di lezione avvisando gli studenti ma facendo in modo che della modifica non venga data comunicazione ufficiale in facoltà. E la cosa gli si ritorcerà contro perché, quando sarà il momento, una delle accuse sarà il sistematico assenteismo a lezione. Poi entrano in ballo le donne dei duellanti: la sartina che vive nella mansarda del signor assistente senza che il comitato di quartiere ne sia stato informato, e la moglie del compagno Záturecký. La sartina si vede presentare in casa Záturecký, che a forza d’insistere in facoltà e di minacciare denunce riesce a farsi dare l’indirizzo privato dell’assistente. Quest’ultimo, per una volta, smette di scherzare e per farla pagare al postulante lo accusa di aver molestato sessualmente la sua donna. E a quel punto interviene la signora Záturecká, che già non tollerava il modo in cui il marito viene preso in giro dal signor assistente, e che dopo l’accusa di modestie sessuali prende in mano la situazione. Purtroppo per il signor assistente, la signora Záturecká è più tosta del compagno Záturecký. C’è in ballo l’onore di famiglia, e su quello la signora non transige. Per il signor assistente lo scherzo si tramuta in dramma. Gli tocca dare spiegazioni sia in consiglio di facoltà che presso il comitato di quartiere:

Il comitato di quartiere era riunito intorno a un lungo tavolo in un negozio in disuso. Un uomo brizzolato, con un paio di occhialetti e il mento sfuggente, mi indicò una sedia. Dissi grazie, mi sedetti e quello stesso uomo prese la parola. Mi comunicò che il comitato di quartiere mi teneva d’occhio già da tempo, e che sapevano benissimo che avevo una vita disordinata; Che ciò non faceva una buona impressione su chi mi stava accanto; che gli inquilini del mio palazzo già una volta si erano lamentati per non aver potuto dormire tutta la notte a causa del chiasso nel mio appartamento; che tutto ciò era sufficiente al comitato di quartiere per farsi una debita immagine di me. E che ora, per completare l’opera, si era rivolta a loro in cerca di aiuto la compagna Záturecká, moglie di un nostro studioso. Che da ormai sei mesi dovevo scrivere un giudizio su un suo lavoro scientifico e non l’avevo fatto, pur sapendo che da quel giudizio dipendeva il destino del lavoro in questione. (p. 36)

Adesso davvero lo scherzo è finito, e il libertinaggio del signor assistente si è trasformato nello strumento della sua disfatta. Gliel’aveva già fatto capire pochi giorni prima il direttore dell’istituto universitario, nel comunicargli che il suo contratto triennale era in scadenza, e che era stato bandito un nuovo concorso anziché procedere alla conferma. Dal dialogo fra i due prende spunto il titolo del racconto:

“Ma quale misfatto!” gridai. “Posso spiegare davanti a tutti come si sono svolte le cose, Se gli esseri umani sono esseri umani, dovranno riderne”.

“Come vuole lei. Ma si accorgerà che o gli esseri umani non sono esseri umani, o lei non sapeva cosa sono gli esseri umani. Non rideranno”. (p. 35)

Per quello scherzo di cui nessuno riderà il signor assistente perderà tutto. Compresa la sartina, che dopo aver rischiato d’essere tirata in ballo in un processo per diffamazione a causa dello scherzo capisce quanto il rapporto fra loro si sia rotto. Era stata proprio lei, in un passaggio precedente, a cercare di convincere il protagonista a compiere il solo gesto che avrebbe risolto la situazione, e col minor danno possibile: scrivere un giudizio sul saggio di Záturecký, e parlarne in termini positivi. Sarebbe stata la soluzione capace di sanare ogni contrasto, e in fondo cosa mai sarebbe costato al signor assistente? Specie dopo tutte le bugie che aveva già detto e l’avevano scaraventato nei guai. Almeno quella bugia sarebbe servita a qualcosa. È proprio a quel punto che Kundera mette il passaggio da maestro, ciò che trasforma un semplice racconto in un apologo. Perché anche il signor assistente, questo libertino impenitente capace di giocare con tutto e con tutti anche a costo di mandarsi in rovina, ha una linea sulla quale non transige: l’onestà intellettuale. Un bene non negoziabile persino per lui:

“Vedi, Klara,” dissi “tu pensi che una bugia sia uguale all’altra, e sembrerebbe che tu abbia ragione. Ma non è così. Io posso inventarmi qualsiasi cosa, posso prendermi gioco della gente, dar vita a mistificazioni e ragazzate… e non ho la sensazione di essere un bugiardo e non ho la coscienza sporca: quelle bugie, se vuoi chiamarle così, quelle bugie sono me, così come realmente sono, con simili bugie io non fingo, con simili bugie in fondo dico la verità. Ma ci sono cose sulle quali non riesco a mentire. Ci sono cose nelle quali sono penetrato, delle quali ho compreso il senso, cose che amo e che prendo sul serio. E lì non è possibile scherzare. Se mentissi, umilierei me stesso, e questo non va, non me lo chiedere, non lo farò”. (pp. 42-3)

Ecco la grande lezione. Chi l’ha detto che i libertini sono persone prive di princìpi, e cinicamente disposte all’adattamento morale? È vero il contrario. I libertini sono i più irriducibili nel rispetto dei propri princìpi. A rovinarli non è il vizio, ma il loro peculiare senso della virtù. Credo di saperne qualcosa.

(1. Continua)

Sara Bilotti, la Einaudi e l’ortaggio al pudore

Sara Bilotti

Sara Bilotti

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All’inizio mi era parsa soltanto l’ennesima trilogia erotica. La cinquantamillesima sfumatura di grigio tendenza marrone che ci veniva scaraventata addosso sin dallo stramaledetto giorno in cui il primo volume della signora Erika Leonard, aka E. L. James, è approdato il libreria. E invece il libro di Sara Bilotti, L’oltraggio, è qualcosa di peggio. E non solo perché attraverso questo manufatto ci s’ingegna a spostare il polpettone verso il territorio del “noir erotico”, ma soprattutto perché il repertorio di sciatterie e insensatezze assortite ospitato da quelle pagine supera il dicibile e il digeribile. E lo dico con imbarazzo, soprattutto se penso al (fu) prestigio della casa editrice che ha pubblicato questo volume e ha già messi in cantiere gli altri due: la Einaudi. Il mio imbarazzo è graficamente rappresentati dalla valanga di annotazioni che colora le pagine della copia in mio possesso. Sono abituato a passare tratti d’evidenziatore sui frammenti meritevoli di scudiscio, tracciando a penna commenti sui margini della pagina. Ebbene, le pagine de L’oltraggio sono un’orgia di colore, e in alcune i margini non sono bastati per segnare tutte le annotazioni.

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Mi è bastato invece leggerne 45 per scrivere questa stroncatura. Una lettura molto parziale, lo so. Ma sufficiente per dare un giudizio sul libro e sull’intera trilogia, oltreché sulle doti di scrittura dell’autrice. Mi era successo in un solo altro caso di “mascariàre” così sistematicamente le pagine di un libro, e di scriverne pur essendo ben lontano dalla conclusione della lettura. È accaduto con “La luna blu. Il percorso inverso dei sogni” di Massimo Bisotti (di cui ho scritto qui, qui, qui e qui). Che non per caso è quasi omonimo di Sara Bilotti.

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Massimo Bisotti

Massimo Bisotti

Il libro di Bisotti attende ancora d’essere terminato – sia nel senso che deve ancora essere letto fino in fondo, sia perché sa che un attimo dopo verrà bruciato foglio dopo foglio come usava fare il buon Pepe Carvalho – ma la parte letta mi ha dato materiale per quattro articoli-stroncature e per molti altri che non ho scritto perché non posso mica dedicare la mia vita a uno così. Idem per la quasi omonima. Di cui in questi giorni mi è stato detto che la sua precedente raccolta di racconti, “Nella carne”, è cosa notevole.

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Non saprei cosa rispondere a questa osservazione. Di sicuro, il titolo mi ricorda quello di “In the cut”, il film meno riuscito della regista australiana Jane Campion. E non è la migliore delle premesse. Mi procurerò il libro, come ho fatto nel caso di altri autori che ho stroncato leggendo soltanto una parte della loro produzione letteraria, e di cui subito dopo ho preso a leggere tutti i libri precedenti per scoprire se vi sia una linea di continuità nella mancanza di talento o se piuttosto si possa salvare qualcosa della loro opera. L’ho fatto con Chiara Gamberale, per dire. E dopo averlo fatto posso dire, pacatamente, che con quei libri anche un buon termovalorizzatore rischierebbe l’avaria. Lo farò con Sara Bilotti. E se ci sarà da correggere il giudizio, non avrò difficoltà a farlo. Senza che ciò muti il mio giudizio su L’oltraggio.

Chiara Gamberale

Chiara Gamberale

Quarantacinque pagine bastano, dicevo. E magari ci sarà tempo per ragionare sulle restanti 253 e sugli altri due volumi che verranno. E prima di andare a ritemprarmi con una sana rilettura degli Amori ridicoli di Milan Kundera, traccio un quadro di queste 45 pagine iniziali. Nella quarta di copertina si parla della “prima serie nera erotica italiana”. Sarà. Non so se sia davvero la prima, già questa mi pare una bella pretesa. Ma in fondo tale dettaglio è secondario. Di sicuro c’è che, nelle prime 45 pagine, di noir e di erotico non s’intravede nulla. E badate che si parla già di circa un sesto del volume. Cioè di un punto del libro e della lettura in cui la storia dovrebbe già essere nel vivo. E invece si continua a traccheggiare nel delineare ambiente, contesti e personaggi, trasmettendo nel lettore una potenza emotiva da film uzbeko in lingua originale e sottotitoli in braille. Quanto basta per dire che in quelle pagine non s’intravede proprio qualcosa di potente come un oltraggio. Piuttosto si ricava il senso di banalità di un ortaggio. Un bel broccolo, ma di quelli molesti la cui cottura andrebbe vietata dai regolamenti condominiali. “Ecco, anche oggi la signora Pina del terzo piano sta cuocendo i broccoli! Questo è un oltraggio al decoro della scala B!”.

L'ortaggio

L’ortaggio

La trilogia

La trilogia

Ecco, nelle pagine di Sara Bilotti si consuma un estenuante ortaggio al pudore, il lancio del broccolo lesso in luogo della giarrettiera. Lo si capisce già dall’incipit, quando viene usata un’immagine fra le più abusate nella storia del polpettone sentimentale:

La valigia era raddoppiata di peso, mentre Eleonora percorreva il lungo sentiero di pietre bianche che portava alla villa. Al volume dei vestiti, per la verità abbastanza ridotto, si era aggiunto un carico enorme, quello del fallimento.

E già, il peso di un fallimento messo in valigia. Bei tempi quelli in cui si diceva che “La valigia sul letto è quella di un lungo viaggio/ e tu senza dir niente ci hai infilato l’ortaggio”. Ma è solo l’inizio di una vicenda confusa, quella di Eleonora che rimasta senza casa e lavoro va a chiedere riparo presso l’amica Corinne. E lì conosce l’uomo di lei, Alessandro, e il fratello di lui, Emanuele, che a sua volta sta con una donna scorbutica di nome Denise. Non so a cosa porterà questo pentagono. Anche perché il pentagono no, non l’avevo considerato. Se proprio si deve trasgredire preferisco la gang bang. Leggerò più avanti, ma con la stessa ansia di sapere che avrei se volessi scoprire il nome dell’inventore del brodo di dado. Adesso non ho tempo da dedicare a questo, perché bisogna raccontare cosa fa Eleonora mentre medita sulla valigia che, gravata del fallimento personale, avrebbe rischiato di eccedere gli standard di peso della Ryanair. Dopo un attimo di esitazione la sventurata decide di varcare la soglia, in ogni senso. E cosa fa?

Si fermò sul viale acciottolato, prima di suonare al citofono adiacente al cancello bianco (…) (p. 3)

Il citofono adiacente al cancello. E dove avrebbe dovuto essere, dall’altra parte della strada? E soprattutto, ma è possibile che si usi ancora in un romanzo una formula da mattinale dei carabinieri come “il citofono adiacente al cancello bianco”? Performance che fra l’altro viene bissata a pagina 26:

Eleonora fumò una sigaretta, guardando in basso, verso il giardino antistante la villa.

E mentre digito sulla tastiera sottostante alle mie dita ritorno al quadretto iniziale, e a quanto succede dopo che Eleonora ha suonato “al citofono adiacente al cancello bianco”. Intanto dà una sbirciatina oltre quel cancello, e vede quanto segue:

Persino gli uliveti che circondavano il perimetro della villa sembravano dipinti, sagome di cartone attaccate alla collina. (pp. 3-4)

Vi inviterei a fare attenzione al dettaglio degli uliveti. Non si parla di “un uliveto”, inteso come colonia di alberi d’ulivo che per definizione deve avere una rilevante estensione e un ampio numero d’esemplari. Né si parla di “ulivi”, tanti e al plurale ma presi nella loro singolarità. Si parla proprio di “uliveti”, al plurale. Tanti uliveti. E avete idea di quanto ampia debba essere un’area per ospitare “tanti uliveti”? Serve il parco di una reggia, altro che un “giardino antistante la villa”!

UN uliveto

UN uliveto

A ogni modo, proseguiamo. Una voce risponde in modo secco alla bussata di Eleonora, e la scena viene così descritta:

Ora quel <Sì?> lanciato come un proiettile dalla bocca lucida del citofono le toglieva l’ultimo briciolo di dignità. Il tono, troppo crudele per essere premeditato, era comunque colpevole (…). (p. 4)

E lasciando da parte il proiettile che esce dalla bocca lucida del citofono, mi soffermo sul “tono che era troppo crudele per essere premeditato ma era comunque colpevole”. Ma che cazzo vuol dire? E in che senso “colpevole”? La colpa era quella d’essere un tono brusco? O era una colpa pregressa a rendere brusco il tono? E poi, era colpa interiore (senso di colpa), o solo una colpa esterna perché feriva un altro soggetto (colpa da offesa inflitta)? Impossibile capirlo, dato che il periodo è scritto come peggio non si potrebbe. Ma proseguiamo. Eleonora s’inoltra dentro uno spazio così descritto:

(…) il cancello si aprì e le toccò riprendere in mano la valigia, percorrere il lungo sentiero fino alla villa, una lingua bianca che fendeva il verde, separando la piscina dal gazebo, le azalee dalle rose, la pompa arancione dal pozzo. E lei in mezzo, inopportuna e troppo sudata. (p. 5)

Ecco, al dettaglio del sentiero che separa la pompa arancione dal pozzo bianco si potrebbe già chiudere il libro. Il trash è servito. Ma sarebbe troppo comodo, e si rischierebbe di aver liquidato troppo presto l’autrice e il suo libro senza dar loro possibilità d’appello.

Dunque proseguo ma la faccio breve, perché davvero le 45 pagine lette contengono roba per scrivere una stroncatura lunga almeno altrettanto. Mentre sale il sentiero che la porta nella casa circondata “da uliveti”, Eleonora incontra per la prima volta Alessandro. Che fra i due “fratelli fatali” è quello più “ometto perfetto”, mentre Emanuele è il “màsculo ruvido”. Due stereotipi rifiniti col martello edile. Ecco come avviene l’impatto con l’ometto perfetto:

Era a metà strada quando un uomo uscì sul portone, annunciato da una cascata di pesche che rotolarono sui tre scalini dell’ingresso. Quel tappeto casuale segnò la sua entrata in scena e una pesca arrivò fino alla punta dei sandali blu, sfiorandola appena. (p. 5)

A quel punto la storia avrebbe potuto svoltare verso un canovaccio dal titolo Peach Girl, la Ragazza Pesca. Sarebbe stato un colpaccio, ma purtroppo esiste già una famosa serie di cartoni animati manga intitolata proprio così.

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Sicché a Sara Bilotti è toccato insistere sul sentiero del noir erotico, quello che separa nettamente la pompa arancione dal pozzo. E lungo quel sentiero Alessandro domina. Eccovi serviti una serie di frammenti che lo riguardano:

(…) un sorriso pieno di denti bianchi su una faccia regolare, sotto occhi neri senza pupille, accarezzato da ciocche selvatiche, troppo lunghe. Quante cose ballavano attorno a quel sorriso, piantato su un corpo solido ma elegante. (p. 5)

Aveva sempre immaginato che l’uomo di Corinne non potesse essere altro che un magnifico esemplare. [Manco si stesse parlando di un vitello, ndr] Ma non fino a quel punto. Una bellezza così sfacciata era uno schiaffo ai suoi tentativi di acquisire sicurezza, intrapresi con fatica da quando le loro strade si erano separate. (p. 5) [E qui sarebbe chiaro che le strade si sono separate fra Corinne e Eleonora, ma guardando alla struttura della frase pare che a essersi separate siano le strade di Eleonora e Alessandro]

Aveva una mano sul cuore, come a dimostrare la sincerità del sorriso disegnato, e l’altra all’orecchio, contro il quale spingeva un auricolare nero, quasi potesse sentire meglio sotto la cupola del palmo. (p. 9)

Posò con delicatezza l’auricolare sulla credenza e allargò il sorriso, investendo Eleonora di un ottimismo che lei non meritava. (p. 9) [Ma perché mai non lo meritava?]

Alessandro si staccò dal mobile, si diresse verso il divano a est della lunga tavola da pranzo [doveva essere talmente lunga che per muoversi intorno bisognava impostare il Tom Tom, ndr] e cominciò a sfogliare un manoscritto, forse il copione. C’erano uomini così, capaci di muoversi con grazia nello spazio, qualunque spazio, anche seguiti da due occhi indagatori e affamati. (pp. 9-10)

Le girò le spalle per uscire dalla stanza, in un movimento che addosso a qualsiasi altro essere umano sarebbe apparso brusco; ma non c’era scortesia in quell’illusionista, e guardarlo da dietro, nei suoi jeans grigi, era piacevole quasi quanto fissargli la bocca. (p. 16)

Perché Emanuele le si era seduto accanto, e Alessandro le era di fronte, e aveva iniziato a mangiare con la consueta grazia, come se non ne avesse bisogno. (pp. 29-30)

Notare quanto idealizzate siano la descrizione dell’ometto perfetto. Un bel Principe Grigio, un Mister Cera Grey i cui tratti toccano il massimo livello d’espressività a pagina 12:

Mangiava in modo affascinante, e sembrava non sporcarsi. Eleonora s’impose di non guardarlo. Cosa ci si poteva aspettare di più eccitante di un uomo che non si sporca? Nessuna sbavatura, una grazia e una bellezza assolute, nessun accento, nessun odore. Niente è più intrigante del sesso di un angelo.

Mi chiedo come possa ispirare erotismo un uomo totalmente asettico, che nemmeno si sporca e dunque non sporca. L’eros è odori e sapori, che devono essere forti senza arrivare a essere stomachevoli. E invece qual è l’ideale per Eleonora? Uno che richiama “il sesso di un angelo”. Ma allora dillo che ti piace Ken di Barbie, altro che nero erotico! Sono cresciuto nel tempo in cui c’era il bipolarismo Ken di Barbie vs Big Jim: uno piallato fra le gambe, l’altro che sotto gli slip aveva un pacco che lèvati! E era normale che Big Jim si portasse via Barbie e lasciasse Ken intento a “mangiare senza sporcarsi”.

Un esemplare di Ken, ritratto in tutta la sua virilità

Un esemplare di Ken, ritratto in tutta la sua virilità

Big Jim

Big Jim

La platonica vita sessuale di Barbie e Ken

La platonica vita sessuale di Barbie e Ken

Vi risparmio le descrizioni del fratello rozzo e pure un po’ zozzo, avrete capito che lui è l’esatto contrario di Ken. Verso quest’ultimo, l’ometto perfetto, Eleonora nutre fantasie sessuali lappatorie. È tutto un leccare immaginato:

Lui non rispose, si limitò a farsi leccare la faccia dal sole. Era splendido, anche sotto quella luce impietosa. (p. 15)

Eppure, in un mondo ideale, non sarebbe stato sbagliato entrare in macchina, chiudere la portiera, afferrargli il bavero della camicia e leccargli la bocca. (p. 23)

Lecca di qua e lecca di là, senza perdere di vista quel “bavero della camicia” che grida vendetta, ci si trova a interrogarsi su misteriose mimiche facciali. Sia a pagina 5 che a pagina 23 troviamo due frammenti in fotocopia:

Eleonora alzò un sopracciglio.

Non so a quanti di voi riesca farlo. A me no. E comunque a coloro che avessero coronato l’impresa suggerisco di cimentarsi nella performance di mimica facciale descritta a pagina 21:

Ma June non si sedette. Si limitò a incrociare le braccia e a sollevare l’angolo destro del labbro superiore, in un ghigno che nelle sue intenzioni doveva essere un sorriso.

Sollevare l’angolo destro del labbro superiore. Solo quello. Ma come cazzarola si fa? Stenterebbe pure The Mask, il personaggio del film interpretato da Jim Carrey.

E comunque va detto che non tutto di Alessandro sembra positivo a Eleonora. A un certo punto lei coglie in lui un che di artefatto nel modo in cui cercai di aiutarla a tirarsi fuori dalla cattiva situazione esistenziale. Lo si legge a pagina 40:

E poi c’era l’altro pensiero, quello più nascosto, che riguardava la solerzia con cui Alessandro si occupava di lei e del suo problema. Non c’era stato tempo di affezionarsi, doveva agire così per indole, o per fare un piacere a Corinne. Ma faceva del bene con distacco, senza dimostrare entusiasmo. Di solito i gesto generosi si fanno con calore.

Verrebbe da dire: bella scassacazzo sei, figliola! Questo qui t’ha presa in casa senza nemmeno sapere chi tu fossi e solo perché sei amica della sua donna, ti scarrozza in qua e in là, s’ingegna per risolverti i problemi senza che sia tenuto a farlo, e ti lamenti pure perché fa tutto ciò “senza entusiasmo”? Ma non è nemmeno questo il punto. Il fatto è che 21 pagine prima, alla 19, Eleonora diceva una cosa esattamente opposta:

Si sentiva un’ospite sgradita, nonostante la gentilezza di Alessandro, e tutto ciò che diceva non sembrava abbastanza rispetto ai doni che le stava facendo quell’uomo. Un tetto, del cibo, una conversazione alta.

L’autrice non si accorge della clamorosa contraddizione. Quanto all’editor, se c’era, dormiva. Un altro esempio di sonno della ragione e dell’editor si ha con due frammenti che dicono pressoché la stessa cosa, e per di più collocati nemmeno tanto distanti fra loro:

C’era una strana atmosfera e i fratelli e le loro donne avevano un atteggiamento poco chiaro nei suoi confronti. Era come se recitassero una parte a suo uso e consumo, solo che qualche volta la realtà si faceva spazio nei dialoghi, esplodeva in una risata, s’insinuava in uno sguardo affilato. (p. 21)

La finzione sembrava una costante, nella vita del gruppo. Era come se tutti recitassero una parte, pensando ad altro. Ogni tanto qualcuno si animava e diventava vero, per poi tornare a calarsi nel proprio ruolo, indossando un velo di tranquillità apparente. (pp. 26-7)

Continuo a accelerare tralasciando decine di frammenti che pure meriterebbero d’essere menzionati, per parlare di alcune strepitose insensatezze del testo. Strepitosa quella di pagina 22:

Il direttore della banda del borgo aveva un modo buffo di parlare. Ogni doppia che pronunciava una doppia alzava il braccio destro e annuiva, con un solo movimento del capo, il mento quasi sul petto, per sottolineare quanto perentorie potessero essere le sue affermazioni. E di doppie ne usava tante, sì, tantissime.

Ma cosa vuol dire “pronunciare le doppie”? Spero non si riferisca alle lettere dell’alfabeto. Perché altrimenti dovrei pensare che pronunciando “soprattutto” il direttore della banda dovesse alzare due volte il braccio e picchiarsi il mento sul petto per rimarcare la doppia coppia di “t”. Manco in un cartone animato. A pagina 19 c’è una frase degna del quasi omonimo di Sara Bilotti, Massimo Bisotti:

Lui non badò a quel tentativo di dimostrare ammirazione, così poco credibile proprio perché vero.

Leggendario il passaggio di pagina 22:

Eleonora da sempre aveva una capacità speciale di cogliere qualunque anomalia. In un fiume di gente, riconosceva il diverso, quello che camminava in direzione opposta, anche se era il più basso di tutti, lei lo vedeva.

Onorevole Brunetta stia tranquillo, Eleonora scorgerà sempre la sua presenza. E cosa dire della “poetica dei contrasti”? Eccovi una bella galleria, che si apre con l’incompatibilità fra il “profumo” (anziché “odore”) di rosticceria e l’arredamento d’alto livello:

Nel salone aleggiava un profumo che mal si addiceva all’arredamento austero, ma Alessandro compensava la caduta di stile spandendo manciate di polvere magica. (pp. 8-9)

Dietro Denise, una giovane magrissima, dai lineamenti delicati che stridevano con il modo di parlare e il portamento, apparve un uomo biondo, dal sorriso gentile. Somigliava ad Alessandro, ma non aveva il suo carisma: era solo circonfuso da quell’alone di irrealtà che tanto piace a certe donne, quelle che amano corrompere. (p. 11)

Alessandro stava parlando al telefono di argomenti che mal gli si addicevano: azioni, titoli, tassi. Non era però meno attraente, e non si fermava mai, parlava camminando dalla finestra alla porta d’ingresso, alla cucina, e di nuovo alla finestra. Quando la vide le fece cenno di uscire, e insieme salirono su un fuoristrada nero. Lì dentro la sua voce urtava contro i finestrini, le arrivava alle orecchie senza disperdersi, era difficile non sentirsi attratta dalla sirena che la modulava. (pp. 17-8)

Scendi da lì che ti spezzi la schiena! – gridò Alessandro, e quell’urlo la sorprese. Mai avrebbe immaginato che dalla sua bocca potesse uscire un ordine tanto acuto. (p. 19)

Era in quei luoghi solo da un giorno, e già si stava ritagliando il suo angolino, contro ogni previsione e a dispetto di ogni strano comportamento. (p. 21)

– Emanuele, non fare il coglione.

Elenora si trattenne: non le sembrava il caso di scoppiare a ridere in un momento come quello. Ma la parolaccia nella bocca dolce di Alessandro continuava a risuonarle in testa, incongrua. (p. 29)

E poi ci sono certe immagini che rischiano di stendervi per sempre. Come quella a pagina 30:

Era difficile riflettere su quella notizia, mentre rotolava fuori dalla bocca scura di Emanuela. Le pareva di vedere le parole che fluivano tra i denti dritti come soldati, e di comprendere qualcosa di quel discorso, ogni tanto.

Vorremmo avere tutti i denti dritti come soldati, o trovare qualcuno che provi a captare i nostri pensieri come fa Eleonora con Alessandro a pagina 41:

Era stanco, e due piccole rughe si formarono tra le sopracciglia, un indizio di pensieri faticosi. Eleonora si tolse la cintura di sicurezza e girò il corpo verso di lui, per raggiungerne la mente.

Manco il Bluetooth può essere così efficace. A pagina 33 viene esibita un’altra gigantesca insensatezza:

Eleonora guardò il soffitto: nel buio scorgeva i profili degli oggetti, le erano già familiari.

Cioè guarda il soffitto, e per di più al buio, e scorge “il profilo degli oggetti”? Ma erano appiccicati al soffitto, questi oggetti?

Chiusura in bellezza a pagina 44. Alessandro accompagna Eleonora a Firenze in cerca di lavoro, poi lui deve andare per altri impegni e le raccomanda di prendere il treno per tornare verso la dimora di campagna. Le fa questa raccomandazione:

(…) la fermata è proprio Borgo San Lorenzo, non ti puoi sbagliare, prendi il treno in Centrale (…)

Cara Bilotti, caro/a editor, la frase “prendi un treno in Centrale” può essere pronunciata da un milanese. Non certo da un fiorentino o da un toscano che si riferiscano alla stazione principale di Firenze. Che si chiama Santa Maria Novella, e lo sanno pure i tappi di sughero. Questo sì che è un oltraggio. Meritevole di un ortaggio, scagliato con perfetta mira.

Come sempre, chiudo la stroncatura inserendo un brano musicale che vi aiuti a smaltire le brutture accumulate. Stavolta tocca ai grandissimi Crosby e Nash.