In itinere – L’arte del romanzo come impegno sociale. Elogio di Angelo Ferracuti, parte seconda.

(La prima parte può essere letta qui)

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Angelo Ferracuti

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Addio

 

“Ma questo non è un romanzo!”.

Posso immaginare che qualcuno, pur apprezzando Addio di Angelo Ferracuti, eccepisca sull’etichetta di genere da dare al libro. Un’etichetta che in questo caso viene rivendicata dal sottotitolo di copertina: “Il romanzo della fine del lavoro”. E dunque trattasi di romanzo anziché di saggio, è il pensiero di chi vede il libro sugli scaffali delle librerie e magari decide di comprarlo. Per poi giungere all’obiezione con cui ho aperto il post. Ma si tratta di un’obiezione condivisibile?

È una domanda semplice che richiede una risposta complessa. E iniziando a articolarla, segnalo la strano insieme di coincidenze che in queste ore si verifica. Nella giornata di ieri è stato assegnato il Premio Nobel per la Letteratura a uno dei più grandi cantautori della storia, e ciò è avvenuto proprio nelle ore in cui ci ha lasciato un altro Premio Nobel della Letteratura che di mestiere faceva il teatrante. E le perplessità dell’opinione pubblica verso l’assegnazione del riconoscimento a Bob Dylan sono le medesime che accompagnarono l’assegnazione a Dario Fo. Perplessità racchiuse in un interrogativo: ma questi due hanno fatto letteratura? Un interrogativo che trovo desolante, e che marchia in modo definitivo quanti lo esprimono. A cominciare dal baraccone Baricco, quello che pretende d’insegnare a altri come si scrive. Sarebbe, quest’omuncolo, capace di creare due frammenti sublimi come i seguenti?

 

 

 

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Scuola Hold’em

 

Tutti questi bariccanti coltivano un’idea di “letteratura a una dimensione”. Qualcosa che viene fatto coincidere esclusivamente con la forma del romanzo, o comunque dell’allegoria in forma scritta e incorporata nello strumento del libro. Rispetto a un’accezione così limitata (rinunciataria, direi), ritengo si debba coltivare ben altra visione di cosa sia letteratura. Che è forma d’arte totale, basata sulle diverse declinazioni dell’allegoria. Attraverso queste forme realizziamo distinte rappresentazioni e astrazioni della realtà, sia quella presente che quelle passate. E vi pare che si possa sminuire una cosa tanto gigantesca incassandola nella forma esclusiva del romanzo? Tanto più che, se dovessimo accettare questa definizione minimale di letteratura, daremmo luogo a situazioni paradossali: per esempio, negare dignità letteraria a due giganti della cultura mondiale come Dario Fo e Bob Dylan, e al tempo stesso riconoscerla a due instancabili produttori di percolato editoriale come Fabio Volo e Anna Premoli (leggi qui e qui). Davvero si vuol intendere questo?

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Fabio Volo

 

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Anna Premoli

 

L’approfondimento sul tema di cosa sia letteratura torna utile al nostro discorso a proposito di cosa si debba o no intendere per romanzo. Anche a proposito di questa forma espressiva esiste una visione monodimensionale, che fa coincidere il romanzo con “l’opera di fiction”. Ossia, un componimento nato da un atto di astrazione dalla realtà. Composto da una trama, una lista di personaggi che occupino la vicenda, uno svolgimento che vada da un inizio a una fine, e una temporalità più o meno delimitata. E dunque, se questa è l’accezione di romanzo, allora è corretto dire che Addio di Angelo Ferracuti non è un romanzo. Perché non è un’opera di fiction, perché i soggetti (non “i personaggi”) che attraversano quelle pagine si limitano a fare capolino in parti specifiche del libro, perché anziché sviluppare una trama racconta la realtà, e perché la temporalità non è delimitata ma aperta per via della sua connessione col presente. Ma davvero possiamo permetterci, soprattutto in questo tempo di esplosioni comunicative e ibridazione dei registri espressivi, un’accezione così miope di romanzo?

A mio giudizio, no. Se mai c’è stato un tempo in cui limitare la forma-romanzo all’opera di fiction ha avuto un senso, quel tempo va messo in archivio. Bisogna avere del romanzo un’idea più ampia, e collegarla alle diverse forme di racconto della realtà. Ciò che comunque non ha alcunché a che fare con l’abusato storytelling, una formula che non per nulla Ferracuti respinge sin dalle prime battute di Addio (il frammento è stato menzionato nel post precedente). Lo storytelling è infatti racconto di parte, la propaganda proseguita con altri mezzi. Per di più, fatta simulando un approccio obiettivo alla realtà. Come se si trattasse di pura tecnica, e non dell’ennesima forma di manipolazione. A questa forma di rappresentazione della realtà bisogna contrapporre il racconto militante. Quello condotto da un autore che non ha paura di dire da che parte sia schierato, e che così facendo compie il primario gesto di onestà intellettuale. Bisogna sempre fidarsi di chi dichiara da che parte sta, anche qualora non ci piacesse la parte con cui si schiera. Almeno sappiamo che non sta cercando d’ingannarci spacciandoci per verità di fatto quelli che sono convincimenti e passioni personali. In questo senso Angelo Ferracuti è esemplare. Certamente lo è nelle pagine di Addio, dove non si tira mai indietro quando ha occasione di esprimere il punto di vista personale. Come succede quando racconta lo scempio che dell’Alcoa di Portovesme continua a essere fatto dalla classe politica di questo paese. Alle pagine 64-5 dell’edizione elettronica, Ferracuti rievoca uno dei tanti numeri da Bagaglino piazzati da Silvio Berlusconi. Riferendosi agli operai della fabbrica, racconta che:

 

Si sentono perseguitati dalla famosa telefonata di Berlusconi a Putin. Il Cavaliere nero in campagna elettorale era venuto nel Sulcis per sostenere il suo medico personale, Ugo Cappellacci, e mentre parlava sul palco, con il telefono in mano e davanti a centinaia di operai, con la bocca sul ricevitore chiese al suo amico fraterno di risolvere la questione di EurAllumina con Rusal. Poi, alla fine della chiamata, questo Mago di Oz da tre soldi disse: “Tutto risolto”, come un prestigiatore che tira fuori il coniglio dal cilindro.

 

Un racconto di parte, schietto e onesto proprio per il suo essere di parte. Ma soprattutto, un racconto. Ossia, la messa in forma narrativa di un episodio di cronaca dimenticato già all’indomani del suo accadere, e tornato a vivere grazie al lavoro di un’anima appassionata alle vicende che narra.

Certo, non è fiction. Purtroppo.

Ma il fatto che non sia fiction non fa disperdere a questo frammento, e a tutto il resto del libro, una forza di “racconto della realtà” che va oltre il mero reportage. È o no, questa, una declinazione del romanzo? Per me sì. Per altri no.

In fondo, il mondo è bello perché vario. E perché microbi come Alessandro Baricco possono eccepire su giganti come Bob Dylan (e, indirettamente, Dario Fo). Ma per me un frammento come il seguente è puro romanzo:

 

Dice Graziella che la crisi non si vede, ma c’è. Poi mi parla di una signora anziana che ha incontrato in comune, era in attesa davanti al gabinetto del sindaco.  “Il marito ha perso il lavoro,  e a un certo punto non sono più riusciti a pagare l’affitto – racconta impressionata, – poi sono stati sfrattati, e adesso vivono per strada, dormono nell’automobile.” La mattina si alzano all’alba  storditi e con il male alle ossa. “È una donna anziana – continua. – come si fa? D’inverno vanno a Portovesme, dove stanno le fabbriche, parcheggiano vicino ai silos caldi degli stabilimenti , d’estate cercano il fresco nelle spiagge. “ Non si dà pace, sostiene che non è un caso isolato.  Quelli che non riescono più a farcela vanno in comune e gli viene detto di fare domanda ai servizi sociali, ma gli uffici si trovano da un’altra parte di Carbonia. Allora quando ha visto la signora che s’incamminava lentamente verso l’uscita, Graziella si è offerta di accompagnarla dicendole: “Oggi lei ha un taxi a disposizione tutto il giorno” e quella non voleva crederci, era contenta come una pasqua, incredula che qualcuno si prendesse finalmente cura di lei. E mentre tornavano, le ha chiesto: “Dov’è suo marito?”. “L’ho lasciato vicino al comune, seduto su una panchina.”

 

Questo è un romanzo, senza bisogno d’essere fiction. E se qualcuno la pensa diversamente, problema suo.

(2. continua)

 

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Alessandro D’Avenia, il Sommo PoVeta – 1 Osso per osso, dente perdente

Alessandro D'Avenia

Alessandro D’Avenia

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Adesso ho una nuova certezza: ogni volta che uscirà un nuovo libro di Alessandro D’Avenia dovrò aggiornare il Pessimario. Cioè la lista dei libri e degli autori che toccano, per riprendere una frase di Diego Abatantuono in versione Diéco, “l’apice dell’apoteosi della schifezza”.

Una galleria ormai pigiatissima di cui fanno parte fenomeni da baraccone come Giorgio Faletti e Fabio Volo, poligrafi newtoncomptoneschi come Anna Premoli e Marcello Simoni, anime graforessiche come Chiara Gamberale, teoriche dell’eros tombale come Sara Bilotti, intrallattuali da Loggia del Leopardo come Antonio Scurati e Nicola Lagioia, cacatori di status smielati da social network come Massimo Bisotti e divulgatori del cazzonaggio letterario come Michele Dalai. E la lista sarebbe ancora lunga, ma risparmio d’infliggervela fino in fondo perché voglio risparmiarla innanzitutto a me stesso. Ma resta il fatto che fra tutti costoro rientri con pieno merito Alessandro D’Avenia. Autore sbucato dal nulla cinque anni fa e imposto chissà perché alle patrie lettere. Con effetti che soltanto fra qualche anno riusciremo a valutare, e sarà comunque troppo tardi.

Ricordo ch’era settembre, e da un giorno all’altro le librerie e i marciapiedi vennero invasi da cartonati che ci avvertivano della novità letteraria: il romanzo di un autore esordiente che Mondadori aveva deciso di diffondere con la leggerezza del napalm. Un’immagine di copertina caruccétta, come direbbero aRòma, un titolo da fotoromanzo in bianco e nero anni Settanta (“Bianca come il latte, rossa come il sangue”), e il nome fin lì sconosciuto dell’autore che veniva strillato come fosse al tempo stesso un’informazione e un avvertimento con tanto di indice puntato sull’ignaro passante: questo è un libro di ALESSANDRO D’AVENIA, e da oggi in poi ricordati di ricordare!

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È stato così, al pari di qualche altra milionata d’italiani, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Praticamente, un’azione di book squatting. E subito mi sono chiesto perché. Come mai la maggiore casa editrice italiana compiva uno sforzo così vasto per promuovere un esordiente? Sarà mica stato un nuovo fenomeno della narrativa italiana? E intanto m’informavo su questo squatter della nuova narrativa italiana. Scoprendone l’immagine pulitina, sistematina, con quella barbettina pettinatina e la chioma biondina e ricciolina vagamente bigodina, l’occhiettino azzurrino e il sorrisino mansuetino. Il maschietto cui ogni padre affiderebbe la figliola di cui presuppone ancora l’illibatezza, per fargli reggere il ruolo di cicisbeo alla feste in cui gli ormoni adolescenziali brulicano di vitalismo. La versione adattata ai giorni nostri del Principe Valium di Balle Spaziali, uno fatto apposta per piacere alle mamme pre-anni Novanta e alle nonne pre-Sora Lella di Bianco, Rosso e Verdone.

Il Principe Valium

Il Principe Valium

Inoltre ho scoperto che il ragazzo è vicino all’Opus Dei, come egli stesso ammetterà pubblicamente più avanti. Ma questo è soltanto un dettaglio, ci mancherebbe altro.

Non è invece un dettaglio il fatto che Bianca come il latte, rossa come il sangue sia una schifezza di libro. Sciatto, noioso, manierato, scontato dalla prima all’ultima pagina. Intriso d’un sentimentalismo trash da Gli occhi del cuore, l’immaginaria soap opera del serial Boris.

Soprattutto, un libro ossessionato dal tentativo di rivolgersi al pubblico degli adolescenti con uno stile alla Moccia, ma sacrestanamente corretto. Una pena infinita. Quel libro non mi ha lasciato traccia, perché era d’una bruttezza indegna di menzione. E quando una cosa è talmente brutta da non poter essere nemmeno schifata, la frustrazione è grande per chi l’ha appena consumata. Perché non lascia spazio nemmeno all’esperienza del disgusto, ch’è un segnalibro mentale indispensabile per mantenere una traccia delle cose peggiori. E invece no, il primo libro di D’Avenia era d’una bruttezza grigia, indistinta. Come un piatto di tempestine in brodo di dado da corsia d’ospedale, cui non sia stata nemmeno aggiunta una cucchiaiata di formaggio. In quel libro non c’era manco un frammento da stroncatura. Anzi no, dire il vero uno c’era. Piazzato a pagina 173:

“Si libera in un sorriso da far scongelare in un attimo un milione di Bastoncini Findus e il mio cuore raddoppia il numero di battiti.”

 

Sarebbe superfluo aggiungere un commento alla schifezza appena riportata. Mi limito a dire che se in prima media mi fossi azzardato a scrivere una cosa del genere in un compito in classe, la mia professoressa di Lettere mi avrebbe bacchettato le dita per una settimana. E ne avrebbe avuto ben donde. E tuttavia, fatta eccezione per il frammento citato, il libro di D’Avenia non si era dimostrato degno di una stroncatura. Per questo avevo messo da parte l’autore, evitando di leggere il suo secondo romanzo: Cose che nessuno sa, di cui mi è stato detto malissimo. Ma poi mi sono imbattuto in Ciò che inferno non è. Il romanzo che vorrebbe essere un omaggio a don Pino Puglisi. E la prospettiva sull’autore è completamente cambiata.

Da dove cominciare? Innanzitutto proprio dal povero don Pino, che avrebbe meritato di continuare a riposare in pace. Poi dallo stesso D’Avenia, che nei giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue si giovava dell’unico pregio esercitato dalla mediocrità narrativa: quello di tenere l’autore ben ancorato a mezzo metro da terra, come fissato a dei contrappesi. E invece in Ciò che inferno non è D’Avenia molla gli ormeggi e svolazza libero. Con risultati devastanti. Le pagine del suo libro sono talmente piene di segnature da toccare una misura che fin qui era stata osservabile soltanto nei libri dei quasi omonimi Bisotti & Bilotti, i due Pesi Pessimi per eccellenza della narrativa italiana contemporanea. E adesso in questo Pessimario ci entra di diritto D’Avenia. Per aver perso la virtù della mediocrità narrativa, e essersi lanciato verso l’hybris della poesia.

Ecco, proprio qui sta il punto, lo specifico che fa dell’opus homini di D’Avenia un genere da Pessimario: il fatto che, dai giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue, egli abbia maturato la convinzione di possedere la vena poetica. Una situazione imbarazzante, perché la vis poetica di D’Avenia è paragonabile a quella di un compianto ex vicepresidente dell’Inter, Giulio Abbiezzi. Quello che per qualche settimana, a metà anni Novanta, si guadagnò la notorietà grazie alla Gialappa’s Band. E purtroppo non esistono su You Tube filmati dedicati al personaggio, ma per chi ha memoria di quelle performance poetiche il paragone è eloquente.

Giulio Abbiezzi

Giulio Abbiezzi

Ecco, la poesia di D’Avenia se la batterebbe con quella di Abbiezzi, e i suoi versi potrebbero essere letti alle tre di notte nel pieno d’una tavolata d’avvinazzati, da vocini soavi come quelli di un Razzi o di uno Scilipoti. E sarebbe la morte sua. Della poesia di D’avenia o della poesia tout court, fate voi. Perché in quel contesto sentireste declamare frammenti del “poetare in prosa” che sono padellate alla nuca, come quello che apre il libro:

Nella luce prima, un ragazzo la spia. È immersa nell’agguato ventoso e salato dell’alba che si leva ancora vergine, per tuffarsi poi nelle strade avvolte dalla penombra.

 

Mi è bastato leggere quest’incipit per scoprire che il giovin D’Avenia era cresciuto, e che la crisalide della mediocrità narrativa aveva prodotto una fulgida farfalla da Pessimario Letterario. E casomai potesse sorgermi il dubbio istantaneo che si trattasse di un’impressione ancora acerba, fondata su poche righe, ecco che il seguito di quel frammento mi ha definitivamente rafforzato nel convincimento.

Lui abita in cima a un palazzo: da lì si vede il mare e si vede nelle case e nelle strade degli uomini. Lassù l’occhio spazia fino a perdersi, e dove si perde l’occhio anche il cuore resta invischiato. Troppo mare si spalanca davanti, specie la notte, quando il mare svanisce e si sente tutto il vuoto che c’è sotto le stelle.

Perché tutto quel nascere ogni mattina? Non ha risposta un ragazzo, a cui fanno più male i petali sfioriti della rosa che le spine e ogni mattina si guarda allo specchio come un naufrago.

 

Neanche mezza pagina e siamo già nell’eccellenza del Pessimario. Ci si sente completamente appiccicati da tanta melassa, da un così inutile sforzo di mettere le ali quando rimanere attaccati alla terra sarebbe stata una garanzia innanzitutto per l’autore. E invece D’Avenia svolazza, rendendoci coscienti che le patrie lettere hanno acquisito un nuovo poVeta. Etichetta che rubo a Giovanni Stoto, amico di Facebook, e che interpreto nel senso del “poeta con la V”. Dove quella “V” sta per “verboso”, quando invece la vera poesia sta nell’esprimere qualcosa di più con ogni parola in meno. E in questo senso D’Avenia è assolutamente, indiscutibilmente poVeta. Non posso riportarvi in questo post tutti i frammenti dell’ultimo libri che lo testimoniano, perché rischio di bruciarmi tutto lo spazio che WordPress mi mette a disposizione. Ve ne riporterò soltanto una parte, riservando altri frammenti per le prossime puntate dedicate al nostro poVeta. E cominciamo dai motivi ricorrenti, che D’Avenia da poVeta proVetto utilizza con stucchevole ripetitività. Fra questi c’è il contrasto fra luce e oscurità. Una di quelle contrapposizione topiche elementari che vi insegnerebbero pure alle scuole di scrittura per corrispondenza, o ai corsi Hold’em, ma che il nostro poVeta declina allo sfinimento, mettendoci dentro anche la variante del contrasto fra luce e lutto. E allora beccatevi questo pastone di luce e tenebre, e soffritene pure voi:

Le cose investite da troppa luce proiettano altrettanta ombra, ogni luce ha il suo lutto (…) (p. 9)

Permette a luce, vento e sale di modellargli la carne e i pensieri. Luce, vento, sale facciano di lui quello che vogliono, come da millenni trasformano persino la pietra infeconda degli scogli. Dio gli ha messo in petto il cuore, ma si è dimenticato la corazza. Lo fa con ogni ragazzo e per questo per ogni ragazzo Dio è crudele. (pp. 9-10)

Vento e luce al mattino frustano le strade di Brancaccio, quartiere fatto di case simili alle squame di un pesce in una città che sussulta al sole sempre più lentamente, mentre muore, spasimando acqua e vita. (p. 21)

Natura e potere. Sacro e profano. Pagano e cristiano. Luce e lutto (p. 42)

Dio è creatore e architetto del mondo e l’uomo è chiamato a fare altrettanto. Distinguere tenebre e luce e ordinare il caos. (p. 87)

Dall’alto, Palermo mi sembrava così bella, così piena di luce. Invece il suo ventre è ombra e lutto. (p. 108)

Il sole scema e cessa di schiaffeggiare le case. Sabbia. Polvere. Pietra, Poi, poco a poco, altri colori prevalgono. Vernice, vetro, vento. Dalla tenebra usciamo alla luce, passando per ogni gradazione dell’opaco. (p. 108)

La luce si oscura e viene sostituita dalla rabbia di chi distrugge e non sa il perché (…) (p. 117)

È una sorta di anestesia e non fa sentire la vita e la luce. (p. 118)

Quel mare così grande a pochi passi dall’angustia di una casa piccola e affollata le rende il passaggio ogni volta più doloroso. Troppo mare fa male. Non alla pelle, al cuore. Troppo futuro viene da lì, dall’orizzonte, e ti rimane col fiato sul collo, mentre tu cerchi di limitarlo a quelle vie e alle corrispondenti possibilità. Come si fa ad amare il mare se ti mette in petto tanti desideri? Come si fa ad amare quella luce se poi, girato l’angolo, devi rinunciarci? (p. 133)

Le ombre sembrano fuggite, esiliate dalla ferocia del sole nelle case, dove le persone le nascondono e custodiscono. (p. 153)

 

L’apoteosi viene toccata nel frammento di pagina 236, in cui il poVeta parte per la tangente e viene colpito da incontinenza verbale. Qui la luce viene menzionata due volte, ma c’è anche molto altro. Un delirio da eucaristia lisergica, modello Hair, che fa perdere al lettore l’ultima speranza d’intelligibilità di quelle pagine.

Quante clessidre servono per svuotare una spiaggia? Quanto tempo ci vuole perché una gemma diventi mela? Esiste un tempo medio o ognuna è un evento unico? A che velocità va la luce quando al mattino infuoca il mare? La distanza che permette la combustione tra due sguardi è precisa o casuale? Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio? Che peso ha un segreto? Che rapporto intercorre tra la felicità e la lunghezza di un sorriso? Come si calcola il volume del cuore?

 

Non saprei da dove cominciare per commentare, sono annichilito. Mi limito a rimarcare la totale incomprensibilità di quel passaggio che dice: “Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio?”. Ma che minchia vuol dire “l’assenza di luce o la sua pienezza al rovescio”? Qui siamo ai livelli geroglifici di Nicola Lagioia. E purtroppo il nostro poVeta persevera, nessuno lo ferma:

Ci vogliono occhi allenati per vedere le bancarelle del mercato, guardarle senza cercare il folklore, guardarle cercando il dolore. (p. 266)

Una rima che ricorda il peggior Faletti, quello di Pochi inutili nascondigli.

Giorgio Faletti

Giorgio Faletti

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Alle pagine 123-4, all’inizio dell’imbarazzante racconto L’ultimo venerdì della signora Kliemann, l’uomo che volle farsi Vito Catozzo scriveva:

Il paese ha il tempo spezzato in due parti.

Tutta l’isola, d’altronde, vive da sempre questa frattura estate-inverno, una specie di effimero tessuto double-face da rivoltare e indossare come un indumento adatto al mimetismo della stagione. (…)

Persone per strada in misura inversamente proporzionale alla pioggia. (…)

I traghetti in questa stagione sono navi battenti una bandiera senza gloria. (…)

Maggio è l’inizio di tutto.

Maggio è l’inizio del lutto

Sembrano figlioccio e padrino, il poVeta e il poVito. La luce e il lutto, con maggio che è l’inizio di tutto. E se ancora non v’è scappato il rutto, guardate un po’ cosa il poVeta scrive a proposito del mese di settembre (pagina 259):

Settembre, epitaffio dell’estate, si infila dappertutto, anche nei posti più refrattari. L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come un osso scorticato sulla spiaggia.

 

Ve lo dicevo che D’Avenia nel Pessimario ci sta a pieno diritto. E chi ne volesse una prova se la vede servita da quest’assonanza con Faletti, che del mio Pessimario Letterario è il Padre Fondatore. La luce e il lutto, con maggio ch’è l’inizio di tutto mentre settembre è l’epitaffio dell’estate. Sembrano due stornellatori da Sagra del Castagnaccio, botta e risposta con ricarico e avanti così.  Fra l’altro, il poVeta è fissato con questa storiella adolescenziale sul mese di settembre che è un momento luttuoso dell’anno. L’aveva già schiaffato all’inizio di Cose che nessuno sa (p. 17)

Margherita e Andrea erano rientrati a casa da poco. L’inizio della scuola incombeva e quella luminosa domenica di settembre sembrava non volersi rassegnare al fatto che le vacanze erano a ventiquattro ore dalla fine.

E peccato che, in piena trance da poVesia, D’Avenia scivoli in materia di buon uso della lingua. Perché quel frammento in cui si parla dell’osso in spiaggia contiene tre bei punti neri da adolescente mocciano.

Si comincia dall’imperfetta costruzione del periodo. Che come ogni periodo dovrebbe essere un meccanismo accuratamente congegnato, in modo tale da non lasciar dubbi quanto al significato. E invece D’Avenia cosa fa? Dice che la cattedrale “brilla come un osso scorticato sulla spiaggia”. E qui pare abbastanza chiaro come l’azione che avviene sulla spiaggia, e che il poVeta intende rimarcare, sia quella del “brillare dell’osso”: il concetto sarebbe dunque quello dell’osso che brilla sulla spiaggia. Purtroppo, e con somma maldestrezza, D’Avenia piazza lì anche l’aggettivo scorticato. E questo genera l’equivoco, perché si potrebbe individuare il centro d’attenzione della frase sia sul fatto che l’osso venga “scorticato sulla spiaggia”. Ciò che invece non ha nessuna importanza, e tuttavia l’equivoco di senso sussiste per via di una sciatta costruzione del periodo. Come avrebbero insegnato anche in una scuola di scrittura per corrispondenza, l’equivoco sarebbe stato eluso se la frase fosse stata formulata così: “L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come sulla spiaggia un osso scorticato”. In questa formulazione non c’è alcun equivoco sul fatto che l’azione cui l’osso è soggetto in spiaggia è quella di brillare, non il fatto che venga scorticato.

Mi si dirà che individuare un difetto del testo come quello di sopra sia pedanteria. E può darsi lo sia davvero, e che in fondo gli standard di lettura media siano ben a di sotto della capacità di cogliere queste sottigliezze. Ergo, questa imperfezione nel testo del poVeta sarebbe veniale. E però molto meno veniale è parlare di un osso scorticato. Ma da quando in qua un osso viene scorticato? Tuttalpiù viene spolpato, cioè ripulito di tutta la carne che gli si accumula intorno. È quest’ultima che viene scorticata, non certo l’osso. Il problema è che quando parla di carne il poVeta spara minchiate sesquipedali, come quella piazzata a pagina 18:

Il ragazzo lo ignora più degli altri. Ha poca carne intorno ai sogni.

 

E se il poVeta pretende di mettere la carne intorno ai sogni, figurarsi se poi non s’incasina i neuroni vedendo ossa scorticate.

E poi c’è il terzo dettaglio: l’osso che, scorticato sulla spiaggia, brilla. Ma quando mai? Ipotizzate un osso di pollo che, dopo essere stato accuratamente spolpato e non scorticato, venga abbandonato sulla sabbia. Purtroppo succede di frequente. Fa parte dell’ordinaria inciviltà, specie nelle spiagge libere del Meridione. Ebbene, potete star certi che quell’osso abbandonato sulla spiaggia non brillerà nemmeno per un attimo. Perché nel momento stesso in cui toccherà la sabbia rimarrà impanato. E quando poi verrà ripulito, avrà già assunto una tonalità opaca che in nessun modo gli permetterà d’essere una superficie riflettente.

Dunque, perso nell’inseguimento della poVesia il nostro poVeta commette errori d’italiano nei quali un discreto furiere contabile non incapperebbe. E nelle prossime puntate di questa stroncatura ciò verrà ulteriormente dimostrato, nonché accompagnato da ulteriori sprazzi di poVesia. Ma per questa volta vado a chiudere con un altro tema caro a D’Avenia: i denti. Il modo in cui il poVeta li tira in ballo è quantomeno bizzarro. Un passaggio penoso è quello di pagina 279:

Entro in scena con una barba finta che mi fa sudare anche i denti.

Questa dei denti sudati è persino peggio del milione di Bastoncini Findus che si sciolgono. Ma non è tutto. A pagina 22 c’è una descrizione dei due killer che uccideranno don Pino Puglisi (p. 22):

[Il Cacciatore] Cammina a testa alta e lo sguardo non deflette mai dalla traiettoria: fissare è segno di forza, senza deflettere. Ha tre decadi ed è già rispettato, come un padre dai figli.. (…) Insieme a lui c’è Nuccio. Di anni ne avrà una ventina, il naso lungo come un becco, le labbra sottili, la notte appena trascorsa ancora incastrata fra i denti come la sigaretta sempre accesa.

Ora, lasciando perdere quell’orrendo “ha tre decadi” in luogo di “ha trent’anni”, ciò che fa sembrare uno sfigato quell’altro perché di anni ne ha semplicemente “una ventina”; ma come la mettiamo con “la notte incastrata fra i denti”? Si tratta di interrogativi gravosi, che diventano ancora più spiazzanti quando si va a leggere il frammento piazzato alle pagine 184-5. Il protagonista è ancora Nuccio, quello della notte incastrata fra i denti:

A Nuccio fremono le narici e la bocca si storce attorno ai denti troppo affollati.

 

Forse la sera prima Nuccio aveva mangiato cicoria, e poi era filato a letto senza darsi una passata di spazzolino.

(1. Continua)

(E come al solito, per consolarvi dopo tanta bruttura letteraria, vi regalo della buona musica per risollevarvi l’umore.)

Elenco delle prossime stroncature

Cari amici, scrivo questo post domenicale per aggiornarvi sulle prossime stroncature. Eccole a seguire.


La prima riguarderà Il gigante sfregiato, esordio da giallista di Stefano Vanzina. Ne avremmo fatto a meno tutti quanti, e invece lui ci teneva proprio a accreditarsi come narratore. Troverò modo di ricambiare adeguatamente la sua ambizione. Un ultimo dettaglio: il romanzo di Vanzina è stato elogiato dal book jockey Antonio D’Orrico. Serve altro?

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Un altro appuntamento sarà con il libro più pompato dell’estate: La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker. In realtà, più che di una stroncatura si tratterà di un pezzo satirico su questo volume come oggetto di feticismo della stagione Primavera-Estate 2013. Resta il fatto che si tratti di un libro tanto sopravvalutato quanto sovradimensionato.

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Andando avanti, mi occuperò di Cate, io, romanzo d’esordio di Matteo Cellini che è valso all’autore il Premio Campiello Opera Prima. A ulteriore dimostrazione di cosa siano oggi i premi letterari, vi riporto una frase del romanzo vergata già nella prima pagina del libro:

In  cucina è appena più caldo, papà già da un pezzo è ai fornelli e il caffè macchia di un odore forte l’aria come un cane dalmata.

Mi limito a ricordare la mia dedica in L’importo della ferita e altre storie: A tutti i cani del mondo. Che non scrivono perché è cosa poco commendevole scrivere da cani. Amen

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Sarà quindi il turno di La luna blu. Il percorso inverso dei sogni. L’autore di cotanta opera si chiama Massimo Bisotti, e per chi non lo conoscesse si tratta del Fabio Volo dei poveri. L’idolo delle desperate webwives. Riceverà adeguato trattamento.

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Infine toccherà a Anna Premoli, già fatta oggetto delle mie attenzioni. Ha scritto il secondo “romanzo”, e già il titolo vale una stroncatura a sé: Come inciampare nel principe azzurro. La stavo aspettando.

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Ovviamente l’elenco potrebbe essere ampliato strada facendo.

Qualcuno chiederà: ma sai soltanto stroncare? Nossignori. Sono di gusti difficilissimi, e lo ammetto. Ma talvolta succede che un libro mi sorprenda in positivo. Uno di quelli rispetto ai quali parto con ogni pregiudizio, e che invece andando avanti con la lettura mi fanno ricredere. Non anticipo il titolo perché prima devo finire di leggerlo. Lo saprete quando ne parlerò.

Pallonate Reloaded 2 – Andare allo stadio guidando la Bentley come un tifoso qualsiasi

L’Inter fa sempre notizia. Anche in un periodo gramo come questo il club nerazzurro offre materiale da racconto ai cronisti che se ne occupano. I quali, dal canto loro, troverebbero comunque di che scrivere. Per esempio prendete Matteo Dalla Vite, bolognese che per la Gazzetta dello Sport è stato arruolato nella squadra degli embedded interisti. Volete che uno così non cavi uno spunto anche nel giorno più insipido? Gli basta piazzare un incipit dei suoi per schienare il lettore. È stato così nell’edizione del 25 agosto, quando parlando dell’allenatore nerazzurro alla vigilia dell’esordio in campionato contro il Genoa ha scritto:

 

Full Metal Walter non prende mai la tangenziale. Taglia verso il centro del sistema.

 

E non state a chiedervi cosa diamine volesse dire, né a cercare nella parte restante dell’articolo il senso di quell’inizio che ha lo stesso effetto di un trompe-l’œil. Ciò che conta è lo spiazzamento del lettore. E in questo Dalla Vite è un maestro come dimostra un altro incipit, quello del 27 agosto, in cui vengono illustrate le mosse che hanno portato alla vittoria i nerazzurri contro i rossoblù:

Se tre innesti che sanno di Plasmon sbriciolano la partita.

 

Ciò che lo fotte è la voglia di strafare. Purtroppo Dalla Vite non è ancora riuscito a darsi una disciplina. Praticamente, è il Cassano del giornalismo sportivo italiano. È successo per l’ennesima volta nell’articolo appena citato, quello degli innesti al Plasmon. Insistendo sul tema del maestro che insegna da capo i fondamenti del pallone ai suoi allievi, il fenomeno di Strada Maggiore Vecchia s’è lasciato prendere la mano:

 (…) Perché Walter Mazzarri è come se avesse resettato tutto portando l’abbecedario in classe.

Ecco bell’e confezionato un periodo stile “Io speriamo che me la cavo”. Se a Mazzarri avanza una copia dell’abbecedario, la giri immediatamente all’embedded.

Con Dalla Vite che cicca miseramente la prova sul più bello, a spiccare questa settimana nella squadra dei gazzettari nerazzurri è Luca Taidelli. Che non si limita a un gesto da vittoria di tappa, ma addirittura piazza un’impresa da leggenda. Nell’edizione del 26 agosto egli ha raccontato il modo in cui Massimo Moratti ha vissuto una partita particolare:

La potenziale ultima a San Siro da presidente dell’Inter per Massimo Moratti inizia in modo anomalo. Andando allo stadio alla guida di una Bentley. Senza il consueto autista. Tutto solo ed esibendo alla solerte vigilessa il pass per varcare il filtro di piazzale Lotto. Come un tifoso qualsiasi.

 

E già, perché le domeniche calcistiche italiane pullulano di tifosi che vanno allo stadio a bordo d’una Bentley.

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Il ritorno della Pallonate significa soprattutto il ritorno di Antonio Giordano, il mio vate pallonaro. E lui non mi ha deluso. Fra domenica e martedì ha piazzato dei numeri strepitosi, perciò tenetevi forte. Si comincia con l’edizione del 25 agosto, in cui si raccontava la vigilia dell’esordio in campionato del Napoli contro il Bologna:

Vamos: e in quell’ora e mezza che trascina (immediatamente) nel vivo d’una stagione da attraversare a petto in fuori, il futuro è un’incognita da accarezzare con leggerezza e però con autorevolezza, la miscela esplosiva da nascondere sotto la panca per prendersi il San Paolo (…).

Nell’edizione del giorno dopo, a commento della vittoria napoletana contro l’ex bestia nera, Giordano ha espresso in questo modo la letizia del popolo napolista:

C’era una volta il <fatal> Bologna: ma quel che resta – per il Napoli – d’un tabù da perderci la testa (due sconfitte in tre giorni, appena otto mesi fa), d’un <nemico> (quasi) invincibile, è la statistica presa a pallate e poi strapazzata in un’ora e mezza densa di emozioni, attorcigliate intorno a un Hamsik prepotente, a un Callejon straripante e a una squadra che butta via i pregiudizi (?) sulla difesa a quattro e tracima.

L’edizione del 27 agosto, poi, è stata da fuochi d’artificio. Prima l’incipit dell’articolo su Hamsik:

 

Il Marek che bagna Napoli è quell’onda anomala che a cresta altissima avanza imperiosamente verso l’Olimpo degli Dei (…).

 

Quindi, lo spumeggiante pezzo sul rinnovo contrattuale di Lorenzo “il Magnifico” Insigne:

 

Magnifico, perché il sogno è in quell’universo tinteggiato d’azzurro, il cielo in una stanza che ha il poster per l’eternità (…). (…)È nata una stella e per lasciarla brillare, per non farsela scappare, per evitare lecite tentazioni altrui, per frenare i bollenti spiriti di mezz’Europa, le convergenze parallele partenopee hanno aiutato a rimuovere qualsiasi possibile incrostazione, a tacitare l’eventuale malumore per un trattamento economico ritenuto adeguato, a sistemare il progetto infilandoci dentro Lorenzino Insigne da qui al 2018, con un ritocchino all’ingaggio ed una rinfrescata all’umore che non ammette divagazione (…).

Ci sono giorni in cui Antonio Giordano è l’unico motivo per leggere il Corriere dello Sport-Stadio. Nei restanti giorni il giornale non esce.

Ovvio che i colleghi di testata destinati a coadiuvarlo nel seguire le vicende napoliste vengano sovrastati da una vis poetica così debordante, e perciò finiscano per fallire la prova per mancanza di serenità. È successo a Fabio Mandarini, che nell’edizione del 26 agosto si è occupato del dopo-partita vissuto dai giocatori del Bologna. Con particolare riferimento a uno fra loro:

 

Alessandro Diamanti parla poco, lo sanno anche i bambini, però quando lo fa notizie e spunti vengono fuori in fila. D’elite.

Quando ha tempo, ci scriva una mail per spiegare cosa cazzarola c’entrasse quel “D’elite”.

La verità è che in questi giorni la Napoli calcistica è una città in amore. E il principale quotidiano cittadino, Il Mattino, non può che esserne contagiato. Nell’edizione di martedì 27 agosto la prima pagina ospitava due commenti d’eccezione con rimando alle pagine interne, dedicati all’incidente di cui è stato vittima Higuain nel mare di Capri. Il primo era firmato da Massimo Corcione, ex direttore di Sky Sport 24. Che così ha iniziato il suo elzeviro:

Se l’ìnterpretazione dei segni a Napoli ha ancora l’antico valore, allora anche i punti cuciti sulla faccia di Higuain possono essere letti come l’anticipo di quelli che presto arriveranno in classifica.

Può fare di meglio, e lo sa.

Accanto al commento di Corcione campeggiava quello dello scrittore e tifoso azzurro Maurizio de Giovanni. Che ha da poco perso la corsa alla vittoria del Premio Bancarella a favore dell’orrendo Ti prego lasciati odiare di Anna Premoli. E a giudicare da ciò che scrive non si è ancora ripreso dallo shock. Già l’incipit lo testimonia:

Chissà se se lo immaginava, il Pipita, che quando gli hanno detto che in Italia avrebbe dovuto confrontarsi con avversari rocciosi l’avvertimento era da interpretare in senso così letterale. (…)

 

Sarebbe già sufficiente, e invece lo scrittore insiste:

(…) ma è ancora vivo il ricordo della doppia batosta in salsa bolognese subita in casa che in una sola settimana, la scorsa stagione, sottrasse a Mazzarri sia la coppa Italia che le speranze di agganciare la Juve lanciata verso lo scudetto.

 

E così, dopo la salsa sabaudo-sforzesca menzionata da Antonino Milone di Tuttosport nella scorsa puntata, ecco quella bolognese. Tenete aggiornato il menu, ché poi a fine campionato mettiamo su un bel catering e si fa festa. Per concludere, ecco la citazione andata a male:

 

Tanto, nella luminosa settimana del dopopartita, nemmeno la pietra caprese appanna il sorriso dei tifosi, che sono fiduciosi e pronti a cantare col poeta: come può uno scoglio arginare il Marek?

 

Scusa De Giovanni, ma di quale poeta parli?

La stessa edizione de Il Mattino ospitava un commento di Adriano Bacconi, l’uomo che sembra fatto apposta per dimostrare quanto la scienza esatta possa mostrarsi esattamente superflua. Un cosenbeta quadro d’onanismi. Fin qui l’avevo visto cimentarsi in esercizi di scarabocchio elettronico durante le puntate della Domenica Sportiva, chiedendomi se una cosa del genere sia giustificazione sufficiente per evadere il canone. Ma non m’era mai capitato di leggere qualcosa di suo. E adesso che l’ho fatto, ho scoperto che la sua dimestichezza con l’italiano scritto richiama gli scarabocchi che si diletta a tracciare in tv. Leggere per credere. Si comincia con una considerazione:

Ci sono due aspetti della prestazione del Napoli che mi hanno particolarmente colpito. La prima è la capacità di liberare e occupare spazi di gioco senza soluzione di continuità, la seconda quella di cercare il recupero immediato una volta persa palla.

 

Alt, Bacconi. Hai scritto che “ci sono due aspetti”. Cioè due termini maschili. E allora questi due aspetti non possono essere “la prima” e “la seconda”, ma “il primo” e “il secondo”. E non conta che ci si riferisca a termini declinati al femminile come “la capacità” e “quella di cercare”. Parlavi di aspetti, e potevi tranquillamente scrivere “il primo è la capacità (…)”. E spiace doverlo spiegare come si farebbe con ragazzino delle elementari, ma purtroppo c’è che poco dopo ti mostri recidivo:

 Lo stesso pre-requisito, la disponibilità di corsa, è necessaria, nella fase di transizione.

 

Ancora una volta, il “pre-requisito” è “necessario”, non “necessaria”. E poiché tre è il numero perfetto, ecco servito il terzo sfondone. Parlando del pressing esibito dal Napoli in gara, Bacconi ha scritto:

 

È una delle qualità che negli ultimi due anni ha permesso alla Juve di segnare un solco con le inseguitrici.

Il pressing è una “delle” qualità che “hanno” permesso, non che “ha” permesso. Viene da chiedere a Mazzarri se si ritrovi un altro abbecedario, ché qui i problemi non li ha soltanto Dalla Vite.

Un altro fenomeno del giornalismo sportivo si trova a Bologna. Si chiama Furio Zara, e per il Corriere dello Sport-Stadio segue il Bologna. Nell’edizione del 25 agosto, presentando la vigilia dell’esordio in campionato dell’allenatore rossoblù, egli ha scritto:

Si è stancato di parlare di salvezza. <Mi sono stancato di parlare di salvezza>. Che solfa, che noia. <Voglio giocare per vincere>. Stefano Pioli accelera. Brum, brum.

Penoso. Due giorni dopo Zara si è sbattuto a scrivere quasi due pagine di articoli, per far fronte a carichi di lavoro che in un giornale dall’organico ridotto ai minimi termini (ne parleremo, oh se ne parleremo…) si fanno sempre più massacranti. E scorrendo quella massa di pezzi mi dicevo che se anche avessi trovato uno sfondone, avrei soprasseduto per solidarietà. Ma c’è un limite a tutto. E quel limite è stato oltrepassato nel frammento che segue:

Il Bologna che domenica sera con un charter privato è tornato a casa, ha portato con sé un bagaglio pieno di dubbi (persino troppi perché alla fine bisogna pur considerare la differenza reale dei valori in campo), roba che comunque nelle compagnie low cost ti fanno svuotare la valigia, perché è troppo piena.

 

No, i carichi di lavoro non possono essere il salvacondotto per scrivere fesserie.

Gaia Piccardi, la regina del giornalismo sportivo frou frou, continua a fornirci preziose lezioni pratiche su come NON si scrive un articolo. E tutti quanti la ringraziamo per questi saggi d’anti-scrittura. Nell’edizione del Corriere della Sera del 27 agosto, in un articolo sui piani futuri di Luna Rossa, era compreso il seguente periodo:

Lo yacht club non cambia (Circolo della vela Sicilia) e la campagna acquisti investirà in ogni settore – velisti (il timoniere Draper, oggetto di molte critiche esterne, per ora non rischia e il tattico Bruni, un talento doc, va preservato in ogni caso), ma soprattutto progettisti (<Voglio un impegno progettuale molto diverso>) –, Bertelli immagina <una generazione di barche plananti e veloci, tipo i monoscafi del giro del mondo ma riadattati alla Coppa America>, perché l’evento andava svecchiato però <i catamarani Ac72 sono stati un passo troppo lungo e l’incidente mortale di Artemis ha creato un’instabilità psicologica che ha bloccato un po’ tutti>.

 

In un solo periodo c’era materiale per scriverne 7-8. Il tutto condito da: 3 parentesi, 3 virgolettati, e il prodigio di un frammento chiuso fra i due trattini nel quale trovavano spazio due micro-frammenti fra parentesi, uno dei quali virgolettato. Un guazzabuglio che varrebbe a uno studente delle medie l’invito a scegliere, dopo gli esami di licenza, una scuola tecnica con indirizzo edile. E assolutamente dobbiamo essere tutti quanti grati a questa gaia scrittura, per mostrarci come si debba evitare un uso della penna che s’approssimi a quello della cazzuola.

Ultim’ora: il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ha visto un film di merda al cinema e ha chiesto 100 milioni di danni a se stesso per averlo prodotto.

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Il mistero della stroncatura gemella

Domenica scorsa l’inserto culturale del Sole-24 Ore ha pubblicato una stroncatura di Ti prego lasciati odiare, il libro di Anna Premoli vincitore dell’ultimo Premio Bancarella.

Firmato sotto pseudonimo, l’articolo è riprodotto nelle due foto che gentilmente Simona Scravaglieri mi ha postato. Ingrandendo un po’ le immagini lo si riesce a leggere.

ImmagineImmagineSoprattutto, se ne scorge le clamorose somiglianze con la stroncatura scritta da me e pubblicata dapprima sull’Unità del 3 agosto e poi ripresa su questo blog con grande diffusione. Somiglianze talmente abbondanti da indurre qualcuno dei miei contatti Facebook a scrivermi per chiedere se per caso dietro quello pseudonimo mi nascondessi io. Assolutamente no.

Mi limito a dire che la mia è stata pubblicata 22 giorni prima rispetto a quella pubblicata sul quotidiano color aragosta. Dopodiché, ciascuno può farsi un’idea a proposito della cosa. Certo, un caso di stroncatura non originale non s’era mai visto al mondo.

Ti prego, lasciati mandare al macero

Cari amici, questa è la stroncatura del libro vincitore del Premio Bancarella 2013, pubblicata il 3 agosto dall’Unità. Buona lettura, e se ritenete sia il caso diffondete.

 

Quale significato dobbiamo dare ai premi letterari nell’Italia di oggi? L’interrogativo è attuale più che mai dopo l’assegnazione del Premio Bancarella a “Ti prego lasciati odiare” di Anna Premoli. Un articolo editoriale etichettato come narrativa e pubblicato dalla Newton Compton nella sua ormai consolidata linea di produzione rosa sciocching. Già la confezione è un preannuncio di cosa attende il lettore: un titolo da rivistina d’epoca pre-femminista, una foto con faccina femminile manierata da catalogo della Vestro, e la solita fascetta acchiappa-lettori che ha fatto della casa editrice romana la regina assoluta dell’Era Fascettista. In questo caso, la formula fasciante è particolarmente allusiva: “Se è un caso letterario ci sarà un perché”. E a dire il vero, il perché lo abbiamo trovato. Ma temiamo che sia diverso da quello indicato dall’autrice e dal suo editore fascettista. Questo libro è davvero un caso letterario perché ci dice in maniera inequivocabile quale sia il livello toccato dall’industria editoriale italiana. Premi letterari compresi, che di quell’industria sono ormai stracca appendice.

La storia non merita soverchia attenzione, perché oltre a essere scritta in modo imbarazzante è d’una banalità ai limiti dell’insulto. Il canovaccio è il seguente. Lui e lei sono colleghi di lavoro e avrebbero tutti i motivi per detestarsi, e in effetti si detestano da anni. Lui è il rampollo di una famiglia britannica di sangue blu con tanto di parenti appassionati di caccia, lei figlia d’una famiglia commoner impegnata in ogni possibile causa sociale e per di più vegetariana con qualche punta di veganesimo. Stereotipi della più grossolana fattura, ma fosse solo questo. Fra i due poco a poco scoppia l’amore e vince ogni ostacolo, senza che nell’intreccio venga risparmiato al povero lettore il quasi-naufragio della storia. Tutto come da Manuale del Romanzetto Rosa. Le vicende si svolgono in una Londra della quale viene menzionata soltanto qualche fermata della metropolitana. Avrebbe potuto ugualmente essere Parigi, o Sondrio, o Joppolo Giancaxio. Nessuno avrebbe notato la differenza. Ma ciò che davvero fa di questo prodotto librario un “caso letterario” è lo stile. Al quale, per ammissione dell’autrice allegata alla pagina dei ringraziamenti, ha contribuito Alessandra Penna, celebrata editor della Newton Compton. E questa è davvero una chiamata di correità.

Il libro ha un incipit desolante: “Ce la posso fare, ce la posso fare, ce la devo fare! Ma poi commetto un errore: guardo l’orologio. Oddio, non ce la posso fare…”. Non sembra il blog di una ragazzina di seconda media? È solo l’inizio. L’autrice utilizza delle similitudini imbarazzanti: “aspra come una mora colta molto prematuramente” (pagina 11); “il tono è mutato all’istante ed è diventato freddo come il Polo Nord” (pagina 13); “Lo sguardo che gli rivolgo potrebbe gelare i pinguini del Polo Sud” (pagina 87; e evidentemente l’autrice teneva a rispettare la par condicio fra i due Poli); fino al banalissimo “il tono è tagliente come una lama” (pagina 73). Quest’ultimo passaggio cita un luogo comune fra i più abusati. E su questo piano Premoli è davvero un caso letterario, perché saccheggia la lista delle formule stereotipe lasciandone inutilizzate non più di tre o quattro. Nelle pagine del libro trovate infatti: “bianco come un lenzuolo” (pagina 15); “abbiamo bevuto come spugne” (pagina 18); “non avevo mai fatto male a una mosca” (pagina 24); “si sciolgono come neve al sole” (pagina 31); “puntuale come un orologio svizzero” (pagina 33); “come pesci fuor d’acqua” (pagina 47); “silenzio funereo” (pagina 52); “Mi vergogno come una ladra” (pagina 53); “tesa/o come una corda di violino” (pagine 54 e 71); “ci guardiamo in cagnesco” (pagina 56); “via il dente via il dolore” (pagina 103); “tacco vertiginoso” (pagine 105 e 110); “l’occasione servita su un piatto d’argento” (pagina 118); “Tra le braccia di Morfeo” (pagina 138); “Cosa bolle in pentola” (pagina 160); “dopo aver dormito tutta la notte come un ghiro” (pagina 174); “rossa come un peperone alla griglia” (pagina 229); “c’è del marcio in Danimarca” (pagina 229); “Non mi importa un fico secco” (pagina 242); “religioso silenzio” (pagina 289); “portare acqua al mio mulino” (pagina 290); “noi siamo due elefanti in cristalleria” (pagina 291). Un’altra caratteristica dell’autrice è la refrattarietà al punto di domanda. Ve ne riportiamo solo alcuni esempi, perché i frammenti sono davvero tanti: “E chi può saperlo” (pagina 121); “E io cosa ne so…” (pagina 175); “Cosa c’entra” e “Certo, come no” (entrambi a pagina 235) “Certo, come no” (ripetuto a pagina 241); “a chi vuoi darla a bere” (pagina 259). Ma ciò che davvero fa di “Ti prego lasciati odiare” un caso letterario sono gli strepitosi nonsense. Si parte da pagina 23 con “dopo un anno di lotte di quartiere”, che avrebbe dovuto essere “lotte senza quartiere”. A pagina 98 si legge un tragicomico “per forze di causa maggiore”.  Memorabile il frammento a pagina 224: “Al massimo sono inciampata per sbaglio”. E già, perché di norma s’inciampa di proposito. Soprattutto, a pagina 227 c’è un ossimoro che potrebbe essere studiato nelle scuole d’italianistica: “azzardo prudentemente”.

Non ci fa mancare davvero nulla, Premoli. Non la frase che esprime altissima grazia femminile (“Ecco perché trovarmi improvvisamente cullata come una cosa preziosa mi riduce a una polpetta”, pagina 212), né il refuso che prende la forma dell’agghiacciante errore/orrore d’ortografia (“c’è l’ha”, pagina 286). A pagina 118 c’è un frammento che meglio di tutti esprime la poetica di Premoli: “Paiono passare lunghissimi minuti di silenzio assordante, il che è un controsenso, lo so, ma cosa ci posso fare?”. Ma l’apice si tocca a pagina 163, quando alla protagonista tocca salire in sella a un cavallo dal nome particolare: “è una femmina di nome Luna, e spero che sia davvero l’opposto del pianeta che ricorda”. Dunque secondo Anna Premoli la Luna sarebbe un pianeta. La sua editor, che l’ha invitata a rileggere il libro “soppesando ogni singola parola” (pagina 316) non ci trova nulla da ridire. E i giurati del Bancarella, anziché suggerire all’autrice di tornare alle elementari, la premiano. Questo è fuor d’ogni dubbio un caso letterario. E sarebbe bene che se ne parlasse parecchio.Immagine