Il decadente Made in Italy di una nazionale tutta nera (Calciomercato.com, 3 giugno 2016)

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Made in Italy. Un marchio costruito nel corso dei secoli e reso un’eccellenza a livello internazionale nel corso del Novecento, tanto da nobilitare qualsiasi oggetto se lo vedesse accostare e rendergli un’aura di prestigio e rispettabilità che oggetti “made in altrove” difficilmente riescono a pareggiare.

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Marotta, ci spieghi – 2 Il giro del mondo intorno a Estigarribia

Marcelo Estigarribia con la maglia della nazionale paraguayana

Marcelo Estigarribia con la maglia della nazionale paraguayana

Beppe Marotta

Beppe Marotta

(La prima puntata è stata pubblicata qui)

C’è una storia che riguarda il mercato juventino degli anni recenti, quello guidato da Beppe Marotta. Il suo protagonista è Marcelo Estigarribia, classe 1987, eclettico giocatore di fascia paraguayano che cambia squadra a ogni stagione e ha avuto la Juventus come prima destinazione italiana. Un talento né migliore né peggiore rispetto a tanti altri giunti in Italia, nel tempo in cui pare che una scuola di calciatori italiani non esista più. La storia di Estigarribia merita d’essere raccontata per diversi motivi, e molti di essi hanno relativamente a che fare con le condotte di mercato dell’amministratore delegato nonché direttore generale bianconero. Ma il quadro che emerge dal racconto della vicenda è l’ennesimo spaccato di quel sistema da me etichettato in Gol di rapina come economia parallela del calcio globale. Un sistema in cui i calciatori vengono movimentati per ragioni non facilmente comprensibili, certo difficili da ricondurre a motivazioni tecnico-agonistiche. Dentro questo sistema la Juventus di Marotta si muove in modo disinvolto, e la vicenda di Estigarribia ne è una dimostrazione.

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Ma torniamo a lui, il protagonista della vicenda. Attualmente in forza all’Atalanta, ma fermo per un grave infortunio subìto lo scorso 10 ottobre in occasione della gara amichevole giocata e persa 2-0 dalla sua nazionale contro la Corea del Sud a Cheonan. Lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, sei mesi di stop. Un infortunio shock. I cui effetti vengono appena attenuati dagli attestati di stima provenienti dal mondo del calcio, fra i quali spicca il sorprendente messaggio inviato dal Real Madrid. Soprattutto, si tratta di un evento traumatico che s’abbatte sul calciatore giusto nel momento in cui pareva egli fosse sul punto di dare una svolta alla propria carriera. Marcelo, affettuosamente chiamato Chelo da amici e compagni di squadra, aveva giocato le sei le partite di campionato fin lì disputate dall’Atalanta. Tutte da titolare, e arricchite da un gol segnato alla seconda giornata sul campo del Cagliari che è stato anche il primo in campionato della squadra nerazzurra. L’infortunio al ginocchio giunge dunque a mandare in aria tutte le speranze che il buon momento di carriera stava alimentando nel calciatore paraguayano. Speranze che erano state espresse nel corso di un’intervista rilasciata a Fabrizio Salvio di Sportiweek, il magazine settimanale della Gazzetta dello Sport. Un’intervista che per contenuti dovrebbe provocare clamore, e che invece scivola via quasi inosservata.

Succede infatti che durante la chiacchierata con Salvio il calciatore dell’Atalanta faccia una specie di coming out e sveli il motivo per cui durante i primi tre anni dall’arrivo in Italia abbia cambiato quattro squadre (oltre a Juventus e Atalanta, anche Sampdoria e Chievo). Il giornalista chiede a Estigarribia se sappia darsi una spiegazione su quella girandola di club, e se questa sia dovuta a un suo insoddisfacente rendimento o a altri motivi. E a quel punto Marcelo libera lo sfogo:

“La verità è che il mio cartellino era di proprietà di un fondo di investimento, la Gsm, General Soccer Management, che già mi aveva spedito in Francia e che per il mio riscatto da parte dei bianconeri pretendeva 5 milioni. La Juventus mi avrebbe tenuto ma non aveva intenzione di spendere quei soldi. Così alla Samp: ho giocato 34 partite su 38, eppure non sono rimasto, per lo stesso motivo. E anche a Genova: Marcelo, noi ti terremmo, ma…”

Seguono altri due scambi di domanda e risposta che vale la pena riportare:

Oggi rifarebbe la scelta di affidare il suo destino a privati che fanno soprattutto i loro interessi?

“No. Ero giovane e senza esperienza, non avevo famiglia e pensavo: se oggi gioco qua e domani là, cosa importa? Adesso preferisco mille volte che il mio cartellino sia proprietà di un club.”

E invece?

“È ancora di proprietà della Gsm. Ma spero di convincere l’Atalanta ad acquistarmi”.

Duole dire che dopo l’infortunio avvenuto di lì a due settimane questo sforzo di convincere la società bergamasca si sia complicato parecchio. Ma non è questa la cosa che m’interessa rimarcare. Altri sono i punti della vicenda che fanno riflettere. In primis c’è che nell’ambiente del calcio italiano le pesanti dichiarazioni rilasciate da Estigarribia a Salvio passano quasi sotto silenzio. Se provate a digitare su Google i parametri “Estigarribia +  intervista + Sportweek” trovate soltanto 4 pagine web. Eppure nei mesi successivi la storia viene ripresa da alcuni organi di stampa esteri. Ai primi di dicembre essa è ospitata dalle pagine dell’Irish Examiner. E all’inizio di questo 2015 è addirittura El Paìs, il più importante quotidiano spagnolo, a raccontarla. Ma in Italia nulla più, quelle parole di Estigarribia sono già dimenticata.

Ma c’è soprattutto un altro aspetto della vicenda: sotto la guida di Marotta la Juventus ha realizzato un affare con una third party. Ciò che in Inghilterra, Francia e Polonia è esplicitamente vietato, e che da maggio 2015 la Fifa metterà al bando dopo aver tentato invano di farlo riformando nel 2007 l’articolo 18 del Regolamento sullo status e i trasferimenti dei calciatori. Sull’inefficacia di questo veto mi sono già espresso nel momento stesso in cui venne preannunciato tre mesi fa, e anche analisi effettuate in punto di diritto come quella di Guido Del Re per il Sole 24 Ore rafforzano la mia impressione che si tratti di mossa propagandistica e nulla più. In altri paesi, come Portogallo e Spagna, le terze parti sono tollerate o addirittura benedette. In Italia, semplicemente, impera l’atteggiamento di girarsi dall’altra parte ogni volta che seguendo gli affari del calciomercato ci s’imbatte in un soggetto del genere. Lasciar correre, e non solo da parte della stampa. E invece sui dettagli di questa vicenda bisogna fermarsi.

Dunque, Marcelo Estigarribia compie un errore di gioventù dal quale non viene più fuori. Dichiara di appartenere a un fondo d’investimento del quale fa anche il nome. Sarebbe curioso sapere che tipo di accordo abbia firmato, e quali siano i contenuti di un pezzo di carta che di fatto vincola una persona a un ente finanziario come se il secondo fosse proprietario della prima. E forse un giorno il calciatore deciderà di raccontare anche questa parte della verità. Ma intanto bisogna soffermarsi sugli altri dati della vicenda. Il calciatore paraguayano afferma di essere vincolato a un fondo d’investimento denominato General Soccer Management, ma dimentica di aggiungere che da agosto 2011 la sua carriera ruota intorno a un club della serie B uruguayana chiamato Deportivo Maldonado. Dopo la prima esperienza europea a Le Mans il giocatore rimbalza regolarmente da lì prima di ogni nuova destinazione. Come mai? E soprattutto, che tipo di club è il Deportivo Maldonado? Alla seconda domanda rispondo dicendo che è un club noto soprattutto per ragioni extrasportive. Di esso si è occupata più di una volta anche Bloomberg. Che a aprile 2014 sottolinea il paradosso di un club che registra una presenza media di 200 tifosi sugli spalti e che però dal 2010 ha guadagnato 14 milioni di dollari (10,1 milioni di euro) dai trasferimenti di calciatori. Acquistato nel 2010 da un imprenditore ippico inglese Malcolm Caine e da un avvocato suo connazionale, Graham Shear il Deportivo Maldonado, fin allora di proprietà dei soci, diventa un club specializzato in brokeraggio di calciatori. I giocatori transitano da lì senza mai passarci e in attesa di essere rispediti altrove. È il caso di Alex Sandro, esterno sinistro brasiliano che il Maldonado acquista a febbraio 2010 dall’Atletico Paranaense per 2,20 milioni di euro per poi cederlo al Porto per 9,6 milioni nell’estate 2011 dopo averlo concesso per un anno in prestito al Santos. E almeno in questo caso si sta parlando di un calciatore che giunto in Europa dimostra d’essere valido. Non altrettanto può dirsi di Willian José, attaccante brasiliano classe ’91 acquistato dal club uruguayano nell’estate 2011 e parcheggiato al Real Madrid a partire da gennaio 2014. Il club blanco lo fa giocare quasi esclusivamente, e nemmeno per tante partite, nella sua squadra B, il Castilla. Dall’inizio della stagione attuale Willian José gioca nel Real Saragozza, serie B spagnola.

Alex Sandro

Alex Sandro

Willian José

Willian José

Alla lista vanno aggiunti i tre trasferimenti riguardanti calciatori paraguayani. Il primo è quello dell’attaccante paraguayano Brian Montenegro, ceduto nell’estate 2011 al West Ham dove non gioca nemmeno una partita di campionato. Già a gennaio viene rispedito al mittente. Dopo aver girato per club minori sudamericani si trova adesso al Leeds United di Massimo Cellino, dove in questa stagione ha messo assieme soltanto tre partite.

Brian Montenegro

Brian Montenegro

Il secondo trasferimento riguarda il difensore Ivan Piris, acquisito dalla Roma nell’estate 2012 per 700 mila euro e poi rimandato via a fine stagione. Adesso è all’Udinese dopo aver speso una stagione insignificante allo Sporting Lisbona.

Ivan Piris

Ivan Piris

E infine, appunto, Marcelo Estigarribia. Arrivato in prestito alla Juventus nell’estate 2011 per 500 mila euro, con diritto di riscatto fissato a 5 milioni pagabili in tre rate. Praticamente è un affitto, come era stato per il contestatissimo caso del trasferimento di Carlos Tevez e Javier Mascherano al West Ham nell’estate del 2006. Marotta conduce esattamente quel tipo di transazione, nelle stesse settimane in cui realizza un affare memorabile: l’acquisto di Prince-Désire Gouano, pagato 1,5 milioni ai francesi del Le Havre. Mai visto in campo nella nostra serie A. Nemmeno con la maglia dell’Atalanta, club a cui la Juventus lo passa per poche ore e per il quale Marotta lavorò all’inizio degli anni Duemila mettendo fra l’altro a segno il colpo più costoso nella storia del club bergamasco: l’acquisto dal Milan di Gianni Comandini per 30 miliardi di lire. Cifra record, flop record, perché in due anni e mezzo Comandini gioca soltanto 47 partite e mette a segno 7 gol.

Gianni Comandini

Gianni Comandini

Resta il fatto che l’Atalanta smista Gouano agli olandesi dello Rkc Walwijk. Adesso Gouano è in Portogallo al Rio Ave, club controllato da Jorge Mendes. La sua unica partita da professionista in Italia è stata disputata con la maglia del Lanciano in B.

Ma torniamo a Estigarribia, che arriva alla Juventus da un club specializzato in triangolazioni. Nella stagione 2011-12 non gioca molto, ma quando gioca dimostra di essersi meritato l’opportunità. In 14 partite di campionato segna anche un gol, fra l’altro molto importante per la corsa della Juventus alla conquista del primo scudetto dell’Era Conte e in una gara bellissima: Napoli-Juventus del 29 novembre 2011, finita 3-3 dopo che il Napoli era sul 3-1 a meno di 20 minuti dalla fine.

È proprio Estigarribia a segnare il gol del 3-2 che riapre la partita. Non gli basta. A fine anno il paraguayano viene rispedito al Deportivo Maldonado. E da lì continua a tornare in Italia con la formula del prestito. Prima alla Sampdoria, il club per cui Marotta lavorava prima di passare alla Juventus: ma è solo una coincidenza, ci mancherebbe altro. Poi la tappa al Chievo, e da gennaio 2014 all’Atalanta. Ennesima coincidenza, questa nuova presenza del club bergamasco. Che fra l’altro nel giorno in cui tessera Estigarribia annuncia un’altra acquisizione: quella dell’uruguayano Ruben Bentancourt, l’attaccante che somiglia a Edinson Cavani. Nel senso che gli somiglia davvero in termini somatici, perché quanto al resto meglio sorvolare. Betancourt arriva dal PSV Eindhoven, cioè il club che ha appena scippato il giovane Gianluca Scamacca</a.
Diventa presto a Bergamo un
oggetto misterioso. Per lui in maglia nerazzurra soltanto 3 spezzoni di partita per complessivi 48 minuti. Adesso è in prestito in B al Bologna, dove ha messo insieme 74 minuti in 5 spezzoni di partita. Perché sia arrivato nessuno lo sa. Così come nessuno sa perché mai Marotta abbia voluto portare Estigarribia alla Juventus in affitto per 500 mila euro. Meno ancora si sa dei due “gioielli del Granada”. Si tratta di interrogativi che circolano pure sulle pagine di Tuttosport, che certo non può essere indicato come un organo d’informazione anti-juventino e giusto nell’edizione di ieri ha radiografato le cinque campagne trasferimenti di Marotta. Senza alcuna indulgenza. Se ne riparlerà.

(2. continua)

Pallonate Reloaded – 3 La posta del cuore del giornale rosa e la macchina dei sogni a strisce

I casi pietosi vanno denunciati. E questo intende fare oggi Pallonate Reloaded, portando a conoscenza dei lettori l’odioso scherno di cui è oggetto Arturo Arturi inteso Franco. Che per chi non lo conosce fa parte della pletora di vicedirettori della Gazzetta dello Sport, e in questo ruolo si è visto assegnare la delega alle teiere. Delega che egli gestisce con mirabile impegno a partire dalla rubrica delle lettere relegata in fondo al giornale, in prossimità degli spazi dedicati al meteo, all’oroscopo e agli annunci delle zoccole. In quello spazio periferico Arturo Arturi inteso Franco tiene la rubrica della posta, intitolata Porto Franco (trovatona, vero?), e lo fa con un piglio da maestro del tè difficile da trovare altrove in questo tempo gramo per il paese. Provate a passare di là, e per qualche istante avrete l’impressione di sorseggiare un bel tè all’ortica o al bergamotto, con lui che amabilmente v’ìndottrina sul giusto angolo che deve tenere la posa in alto del mignolo mentre portate la tazza alle labbra. Mi stupisco che il patron del Palermo, Maurizio Zamparini, non abbia pensato a lui nei giorni in cui meditava di aprire la succursale italiana del Tea Party. A ogni modo, non è per questi dettagli che oggi vi parlo di Arturo Arturi inteso Franco, quanto per denunciare lo squallido complotto che qualcuno ha ordito alle sue spalle inviando alla sua rubrica lettere da Posta del Cuore. Anche perché lui, che è un’anima candida, abbocca come un merluzzo prendendo la cosa sul serio. Del resto, è o no un giornale rosa quello di cui egli è vicedirettore? E dunque, ci sta che quelle pagine debbano dotarsi d’un natalìoàspeso o d’un massimogramellonzo.

Per capire quanto cinico sia il tranello organizzato ai danni del maestro di tè gazzettaro basta andare a rileggere la puntata di Porto Franco pubblicata venerdì 30 agosto. Lì si trovava il titolo che prendeva spunto dalla lettera principale: “Il calcio spiegato a Francesca”. ‘Azz! Roba forte. La lettera era firmata da un tal Luigi di Barletta, e diceva:

Ho iniziato da poco tempo a frequentare Francesca, ragazza dalla formazione umanistica organizzatrice della cineteca della mia città: abbiamo trascorso le nostre prime vacanze assieme. Come quasi ogni giorno da ormai 20 anni non posso prescindere dall’immergermi per almeno una mezzora tra le mie amate pagine rosa: leggo dei 100 milioni per Bale, sogno Honda (…), fantastico sulla coppia Neymar/Messi, faccio le mie considerazioni sulla fine dell’era Moratti e così via. Dopo qualche altro giorno di relax tra mare e campagna toscana ecco arrivare la fatidica domanda: <Ma come fai ad interessarti con tanta passione alle vicende di ragazzini strapagati e viziati, pettinati come pagliacci, giocattoli di un mondo di oligarchi, petrolieri e sceicchi? Come fai a non scandalizzarti davanti a certi ingaggi?Come fai a divertirti e addirittura ad arrabbiarti guardando 30 (sono 22!) privilegiati che inseguono un pallone?>. Ogni mia argomentazione viene ascoltata con perplessità (come se gli attori non fossero ultra pagati!). la sola cosa che so è che si ricomincia. (…)

Ora, se a leggere una lettera del genere fosse stato qualcuno con almeno un centimetro di pelo sullo stomaco avrebbe reagito a tono, uscendo dalla sua stanza e vociando in redazione: <Chi è il pirla che m’ha mandato ‘sta cosa qui?>. Lui invece abbocca leggiadro, e pubblica la lettera senza nemmeno curarsi d’emendarla dei passaggi che potrebbero toccare la privacy delle persone interessate (quante organizzatrici della cineteca ci saranno a Barletta?). E a quel punto il lettore scafato s’aspetterebbe che egli risponda usando l’argomento esatto. Ovvero: <Da’ retta a me: ti sei trovato la solita fidanzata calciofoba scassacazzo. E poiché alla prima vacanza insieme ne ha già le palle piene di te, ecco che afferra ogni pretesto – Gazzetta compresa – per attaccar briga e scaricarti. Mollala tu prima che lo faccia lei e cercati una nerd appassionata di Fantacalcio>. Invece il tenero Arturo Arturi inteso Franco addirittura si propone come terapeuta di coppia, e risponde nel modo esilarante che segue rivolgendosi a “Francesca la cinetecara”:

Cara Francesca, ho pochissime righe per trasmetterti il concetto che lo sport, quindi il calcio, e lo spettacolo dell’agonismo, sono una delle invenzioni più elevate che la cultura occidentale ha regalato al mondo. Distorsioni e contraddizioni? Certo, ma ce ne sono in ogni attività umana; ne costituiscono un ramo d’aberrazione, non la sua natura intima. Che è quella della sublimazione della violenza (cioè della sua trasformazione in qualcosa di elevato e nobile), dello spazio al simbolo, all’emozione e alla fantasia (…). Spero di averti incuriosito, sono a disposizione per consigliarti un percorso di approfondimento sul tema e ti butto là una constatazione storica: le donne sono state storicamente tenute fuori per millenni anche da queste stanze.

 

Ma non è meraviglioso? Immagino gli sghignazzi dei redattori che sapevano del tranello, mentre l’Arturo – occhiali sulla punta del naso e sguardo pensoso – digitava quelle parole accorate. E lasciamo perdere le considerazioni sullo sport come sublimazione della violenza, che anche uno studente al primo anno di Scienze Motorie troverebbe rozze e ingenuotte: non è questo che conta. La cosa meravigliosa è il tono della risposta, per non dire di quel “ramo d’aberrazione” che da qui in poi su Pallonate Reloaded avrà la medesima dignità di “Quel ramo del lago di Como”. E il percorso d’approfondimento? Ecco, qui c’è tutto il senso dell’insopportabile tranello. Perché davvero chi sta cinicamente giocando col candore dell’Arturo potrebbe usare l’avatar di “Francesca la cinetecara” per divertirsi all’infinito col maestro del tè.  Tanto più che il personaggio non si rende conto nemmeno dei trappoloni più smaccati. E la dimostrazione di ciò si ha nella stessa puntata di Porto Franco, dove fra le altre lettere ne veniva pubblicata una indirizzata da tal Nadia e intitolata Gazzetta d’estate, la mia salvezza. Il testo della lettera recitava:

Cara Gazzetta, volevo ringraziarti di cuore per tenere occupato il mio ragazzo per due ore tutti i giorni. Grazie a te posso godermi del sano relax sotto al sole. Ogni anno siete la mia salvezza =) Grazie mille.

 

Ora, la solita persona con un centimetro di pelo sullo stomaco pensa subito a “Francesca la cinetecara” che scrive una lettera per fare il paio con quella del fidanzato calciofilo, firmandosi Nadia per non generare sospetti. Ma anche dando per buono che si tratti di una vera Nadia, l’interpretazione corre alle due happy hours durante le quali la ragazza ci dà dentro col bagnino simulando operazioni di salvamento, mentre l’ignaro boy friend legge gli articoli di Alessandra Bocci e di tanto in tanto gratta vigorosamente la fronte per placare il prurito. E invece guardate un po’ come risponde il tenero Arturo:

 

Una lettera perfetta per chiudere idealmente un’estate che spero sia stata serena per tutti o quasi. Naturalmente siamo noi che ringraziamo suo figlio e lei, ma le preannunciamo il nostro obiettivo: far leggere la Gazzetta anche a lei, senza aspettare le prossime vacanze. Ne vale la pena, mi creda

Ma che malizioso sono io! Ho pensato al “suo ragazzo” come il candidato alla cervitudine, e invece l’Arturo che è anima candida l’ha associato al figliolo. E qui s’apre il dilemma: sono io a avere il chiodo fisso, o è l’Arturo che va schiodato dal suo candore? Una cosa è sicura: i colleghi gazzettari che stanno giocando così cinicamente, e in questi giorni rotolano dalle risate in redazione, devono piantarla. Così non si fa! Vigilerò, e denuncerò ogni altro eccesso.

 

Nella prima puntata di Pallonate Reloaded avevo accennato al fatto che il giornalista sportivo di oggi è costretto a adeguarsi alle mutate condizioni del mestiere, e dunque deve specializzarsi in alcuni sottogeneri. S’era parlato di food-ball journalism citando Antonio Barillà del Corriere dello Sport-Stadio, e su questo versante un ulteriore esempio ci viene da Filippo Cornacchia di Tuttosport. Nell’edizione del 28 agosto Cornacchia ci ha dato le seguenti, preziosissime informazioni parlando delle abitudini alimentari acquisite da Carlos Tevez a Torino:

Nei giorni scorsi l’argentino ha imparato a apprezzare un’altra meta fissa per i giocatori della Juve: il One Apple, locale del fratello di Conte. Con la moglie o da solo, ma sempre attento al menù. Bresaola, petto di pollo e filetto. Portato, per costituzione, a metter su chili facilmente, a Manchester aveva sposato la dieta a zona. A Vinovo ha trovato la cura dello Special One bianconero, maniaco sia a tavola che in campo. I risultati si vedono: Tevez si è asciugato. La maniacalità del tecnico ha influenzato tutti, soprattutto i nuovi. Esempi? Alla Lampara – altro ristorante del centro battuto dai calciatori – è nato il “risotto Llorente”. Semplice e dietetica la ricetta suggerita dall’attaccante di Pamplona: riso bianco con gamberi e tonno.

Puro food-ball journalism, e lasciamo pure perdere ogni considerazione sulla piccola marca a beneficio del fratello dell’allenatore juventino. E poiché Cornacchia è un tipo ambizioso, eccolo inventarsi un altro sottogenere: il concierge journalism. E non so se sia uso sganciare la carta da 50 al portiere d’albergo per avere ‘si preziose informazioni o se egli stesso s’infiltri dietro il bureau, da vero giornalista d’assalto. Fatto sta che è informatissimo, la Digos gli fa una pippa. Leggere per credere, ancora a proposito di Tevez:

Da un paio di mesi è partita la caccia all’abitazione. Ne ha viste di ogni ordine e grandezza. Salottini nelle zone storiche e ville con piscina sulle colline. Per il momento, alloggia al Principe di Piemonte, hotel 5 stelle tra i più lussuosi. Nello stesso albergo alloggia Llorente. Capita di incrociarsi, ma all’allenamento vanno quasi sempre in modo indipendente. Ieri, ad esempio, Tevez è stato “bruciato” dallo spagnolo, che ha lasciato l’hotel con mezzora di anticipo. Mentre Llorente saliva sulla sua Jeep, l’apache – rientrato poco prima in bermuda e ciabatte – terminava di pranzare in albergo con la signora.

E adesso cosa dovremmo aspettarci? Il laundrette journalism? Cornacchia ci informerà su chi fra Tevez e Llorente affida più mutande e calzini alla lavanderia dell’hotel?

I sottogeneri a cui i giornalisti sportivi d’oggi devono adeguarsi non finiscono di moltiplicarsi. Ce ne dà dimostrazione Mirko Graziano, che alla Gazzetta dello Sport fa parte degli embedded al seguito della Juventus. Graziano nel corso del tempo s’è specializzato dello RT Journalism: il giornalismo-retweet. Consiste nel riprendere materiali informativi pubblicati da altre fonti sul web e utilizzarli come notizie del giorno in un articolo. Come si fa su Twitter coi post di altri che riteniamo interessanti. E per carità, le fonti sono sempre e scrupolosamente citate. Ma rimane l’interrogativo: perché mai il lettore dovrebbe pagare l’obolo all’edicolante per comprare la Gazzetta, se poi ci trova dentro le notizie che il giorno prima avrebbe trovato sul web o sui canali tematici, aggratis o pagando un altro obolo? Ecco le notizie fornite da Graziano nell’edizione del 29 agosto. Si parte con la seguente:

 

Sempre ieri, a Vinovo, la banda Conte ha affrontato la Pro Vercelli, squadra che milita in Prima Divisione. (…) Questa la cronaca pubblicata dal sito ufficiale della Juve: <Dopo il gol di Giovinco e la traversa centrata da Pepe su calcio piazzato nel primo tempo, la doppietta di Quagliarella e la rete di Matri hanno fissato il punteggio finale sul 4-0>.

 

Che bella, la partita ri-raccontata dalla Gazzetta come l’aveva raccontata il sito ufficiale del club. Una roba da viaggio al termine del giornalismo. Poco oltre si parlava del possibile recupero di Simone Pepe dopo il grave infortunio, e dei benefici che ne trarrebbe la squadra:

 

 La duttilità del romano permetterebbe infatti alla Juve di variare più sistemi, anche all’interno della stessa gara. <Mi sento bene, tutto sta andando alla grande- dice Pepe a JTV –, valutiamo ancora giorno per giorno la mia condizione con lo staff tecnico, ma mi sto allenando bene e questa è la cosa più importante>.

L’intervista rilasciata dal calciatore a Juventus TV e riscaldata al microonde per i lettori della Gazzetta. Caro Graziano, uno di questi giorni retwitti le Pallonate?

Un frammento ormai un po’ datato ma impossibile da non citare. È quello scritto da Marco Bonetto su Tuttosport di lunedì 26 agosto, a commento della vittoria della Juventus a Marassi contro la Sampdoria:

Analisi di un fenomeno: perché spaventosa è la macchina al comando. In compagnia, nella fotografia della classifica. In solitudine, invece, nello strapotere della forza. Uno strapotere perdurante che amplifica e fa lievitare ogni commento sull’attualità spinta della Juventus. (…) Le sovrapposizioni e gli interscambi in ogni zona del prato esaltano la manovra, allargando idealmente gli spazi, i confini del gioco, e titillando l’imprevedibilità. (…) E ora vediamo che succede giovedì, nell’urna, attorno alla macchina dei sogni a strisce.

 

Caro Bonetto, un consiglio amichevole: vacci piano con la macchina dei sogni a strisce.

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