Gli sciatti osceni di Marco Missiroli – 3 Il Codice Manc’Uso e l’adagio dell’onanista perfetto: eccitazione è citazione

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(Potete leggere qui e qui le precedenti puntate)

Sentii parlare la prima volta di Marco Missiroli e dei suoi libri leggendo sul Foglio un articolo di Mariarosa Mancuso.

Mariarosa Mancuso

Mariarosa Mancuso

Una che quando si limitava a essere un critico cinematografico riusciva pure a scrivere cose dignitose. Ma poi di punto in bianco ha fatto la scelta della magniloquenza. E dunque ha preso a criticare tutto il criticabile, dal romanzo contemporaneo al Martini con Oliva taggiasca. E nel farlo s’affida a insipidezze strutturaliste quali il Test della pagina 69, che tanto ricordano la valutazione del testo letterario lungo ascisse e ordinate come veniva descritto all’inizio de L’attimo fuggente.

Il Test della pagina 69

Il Test della pagina 69

Per quanto mi riguarda, il giudizio critico di Mancuso ha perso definitivamente ogni credibilità dal giorno in cui, nel valutare quell’immondo polpettone che risponde al nome di La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, disse che “va mandato giù come uno shottino di vodka (e poi un altro, e un altro ancora)”. E per chi sa invece quale sholtone (pupù liquida, come soavemente viene detto di questi tempi in uno spot dei pannolini) sia quel libro, le parole di Mancuso richiamano istinti d’inconsolabile vendetta. Vieni qua che ti faccio fare uno shottino di Guttalax (e poi un altro, e un altro ancora), Mistress Mary. Ma ritorno a Missiroli e all’articolo di Mancuso cui ripensavo mentre leggevo gli sciatti osceni. In quel pezzo veniva magnificato il romanzo d’esordio, Bianco, con argomento strutturalista: la rinuncia quasi totale agli aggettivi.

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Dettaglio che secondo Mancuso sarebbe indice di scrittura essenziale, e dunque efficace. Come a dire: se voglio scriver bene manc’uso un aggettivo. Giusto per ricordare una volta di più che l’arte della scrittura sta nel levare. Da declinarsi in ogni dimensione: manc’uso la congiunzione che più di una volta ogni ventisette parole, manc’uso il punto-e-virgola perché è roba da scrittura a pene di segugio, manc’uso la protasi perché mi sta sul cazzo l’apodosi. And so on.

Ora, bisogna che io ripercorra l’esatta sequenza dei gesti compiuti dopo essermi imbattuto per la prima volta nel Codice Manc’Uso. Un codice che lasciò in me una traccia nel profondo.

Ricordo che dopo aver letto quelle righe piegai disciplinatamente il giornale, in modo talmente scrupoloso da farlo sembrare intonso. Lo riposi sulla scrivania e mi dedicai una pausa pensosa che dovette durare un bel pezzo. Riempii quel tempo di cose insignificanti. Come grattarmi le ascelle, sfogliare distrattamente i testi di trigonometria usati in terza liceo classico. Persino vedere tutto intero per l’unica volta in vita mia un episodio dei cartoon di Holly e Benji, rimanendo ipnotizzato da quelle partite che parevano giocarsi su campi da calcio lunghi quanto la Roma-L’Aquila-Teramo, e da quelle azioni che tra il momento in cui iniziavano e quello in cui si concludevano si poteva pure andare a fare la spesa in Coop con sosta al banco pescheria. E dopo questo lungo intervallo d’abbandono nell’insignificanza ripresi dalla scrivania la copia del Foglio, la aprii un’altra volta alla pagina in cui era ospitato l’articolo di Mancuso sul primo romanzo di Missiroli, e rilessi il passaggio sull’assenza di aggettivi come indice di qualità di un libro. E a quel punto cacciai fuori le parole che da ore tiravano cazzotti contro la cassa toracica reclamando d’uscire all’aria aperta: “Ma che minchia di motivo è questo?”.

Sarà stato per questo rigetto totale del Codice Manc’Uso che ho rifiutato di leggere Bianco, tuttora confinato nel limbo dei libri intonsi e persino irreperibili che compongono le disordinate cataste di casa mia. Però di Missiroli ho voluto infliggermi qualcos’altro di bianco: la sciatteria oscena dell’ultimo volume, dato alle stampe da Feltrinelli. Che fra i numerosi tratti mostra pure quello di allontanarsi con decisione dai precetti del Codice Manc’Uso. E chissà cosa ne penserebbe adesso la Mistress dello Strutturalismo Artistico, vedendo che il suo pupillo ha cambiato barricata passando al Manuale dell’Ab’Uso. Le andrebbe lo shottino di traverso se leggesse frasi come la seguente, piazzata a pagina 85 di Atti osceni in luogo privato:

Rimasi a ridosso delle Colonne d’Ercole per settimane, felice e felice, saziandomi di un nuovo alfabeto di attese che tamponò le falle della mia vita.

In questo frammento si trova al tempo stesso il ripudio delle mancus’anze e la loro radicalizzazione. C’è addirittura l’aggettivo ripetuto (felice e felice), ma anche la parodia del radicalismo strutturalista col riferimento all’alfabeto delle attese. Che non può non fare il paio con le tabelline delle aspettative e con la tavola periodica delle supercazzole.

Ma di cosa sta parlando il nostro fabbricatore di sciatti osceni, mentre sproloquia “felice e felice” di alfabeti delle attese? Lo dice nella pagina precedente (84), dove piazza un’altra mancus’anza strutturalista:

Ero ancora illibato, ma già in prossimità del “moi-même” che Marie si era decisa a inseguire tardivamente. La grammatica della libido si appropriò del mio assetto neuronale, più della letteratura e dello studio del diritto.

E dunque, come avrete capito, dopo 85 pagine di turbe sessuali il protagonista della storia non ha ancora conosciuto i piaceri della carne al di fuori di quelli dati da soi-même, e già che c’è spara una ciollonata sulla grammatica della libido che s’incastra perfettamente con l’alfabeto delle attese. Altro che pagina 69, cara la mia manc’usa. Qui è tutto un cercare alfabeti e grammatiche. E non finisce mica qui. A pagina 91 si legge:

Imparammo l’alfabeto minuzioso che parlava di gesti piccoli e protezioni minute.

E poiché una sola menzione dell’alfabeto non poteva bastare, ecco il bis nel frammento piazzato alle pagine 239-40:

La gravidanza le aveva ridefinito la sensualità e il nuovo modo di viversi. Aveva sviluppato un nuovo alfabeto dell’attesa.

E non finisce mica qui coi formalismi e gli strutturalismi. Bisogna saltare dalle lettere ai numeri, e dagli alfabeti e le grammatiche alle geometrie piane, come si legge a pagina 94:

Negli ultimi mesi dormiva da me cinque volte a settimana, e ognuna di quelle notti erose le nostre baruffe passionali che diventarono nuove geometrie d’intesa.

Geometrie carnali

Geometrie carnali

Ricapitoliamo. Abbiamo una grammatica della libido, un alfabeto (minuzioso) di gesti (piccoli) e protezioni (minute) ma anche un altro (nuovo) dell’attesa, e delle geometrie (nuove) d’intesa. Un’apoteosi delle strutture formali mobilitate per disciplinare sentimenti e ormoni, con in più il reiterato ricorso agli aggettivi. Ab’uso. Così come si ab’usa dei territori figurati nei quali avventurarsi alla scoperta di rapporti nuovi e suggestioni diverse:

Io e Giorgio sconfinammo in un territorio prossimo all’amicizia. Lui evitò di essere il padre che avevo perso e io il figlio che non aveva mai avuto. Trovammo un purgatorio affettivo che mi portò a chiamarlo per consulenze culinarie o per lunghe chiacchierate consolatorie (…) (p. 135)

 

Mi addentravo nel territorio del diavolo quando le chiedevo se si sarebbe fatta sfiorare sotto la gonna. (p. 226)

E sì, proprio una scrittura essenziale, da Manuale del Manc’Uso. Se ne sbaglia di valutazioni, mia cara Mistress. Specie se si tromboneggia con la pretesa di scoprire talenti o di imbragare le mutande ai ramarri.

Il rischio è che poi ci si ritrovi a aver battezzato scritturri pretenziosi, capaci di scrivere frammenti da martellate edili sui mignoli come quello di pagina 24:

Avevo capito che l’eros è l’arte di immaginare situazioni realistiche con possibilità di fallimento.

O anche di fissarsi sul tema della catarsi, incapace di accorgersi delle reiterazioni:

La mia compagna di classe rappresentava il viatico per la catarsi e la ripartenza. (p. 52)

Ci guardammo I 400 colpi. Truffaut per Marie aveva qualcosa di catartico. (p. 61)

(…) questi giardini privati, sontuosi, catartici. (p. 119)

O persino di fabbricare frasuncole che nemmeno il peggior Giorgio Faletti avrebbe piazzato nei suoi orrendi libri:

Spesso il divorzio è un capriccio contro la vecchiaia. (p. 70)

  • Le tombe sono un’invenzione del dolore. (p. 76)

(…) perché la moralità futura dell’uomo è nei suoi segreti presenti. (p. 79)

Tutto questo può capitare sbagliando valutazioni. Si può credere d’avere intuito un raro talento letterario e ci si ritrova qualche anno dopo con nulla più che l’ennesimo PAD: Piace A D’Orrico.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Ma soprattutto si può generare in un autore appena passabile la sensazione d’essere un grande della letteratura contemporanea. Il rischio che l’ego si gonfi all’eccesso è immediato, con altrettanto immediato scattare di una malattia adolescenziale dell’intellettuale in formazione, sublimazione letteraria dello Spirito di Onan: il citazionismo. Ecco, dovendo citare la più stucchevole delle stucchevolezze missiroliane, il più osceno degli sciatti fabbricati in quelle pagine, menziono proprio questo burbanzoso menzionare libri a tutta forza. I titoli giusti, quelli che non possono mancare negli scaffali dei redattori di Terze Pagine o sui tavoli bassi dei salotti milanesiani. Paracooltura. Come se citare fosse eccitare e eccitarsi.

Salotti

Salotti

Ve ne riporto soltanto un breve campionario, ché altrimenti si farebbe notte:

 

Il discorso finì di nuovo su Miller: era davvero misogino, o gli piaceva soltanto scopare? Se fosse stata la seconda, be’, avrebbe fatto meglio a mettersi in fila perché non era l’unico. (p. 56)

Un bastardino affaticato ci venne incontro: si chiamava Somerset, come Maugham, lo scrittore che Marie non aveva mai smesso di rileggere. (p. 60)

Gli lasciai un sasso sulla lapide. Non so da dove mi venisse questa suggestione ebraica, credo da alcuni scrittori che ammiravo, primo fra tutti Malamud, l’autore preferito di papà assieme a Camus. Mi aveva fulminato con Il commesso, una storia sul sacrificio e sulla dignità. Era insopportabile che la rettitudine del protagonista Morris lo facesse crepare sotto la neve, come era stata intollerabile la sua esistenza dimessa. (p. 80)

Nei giorni successivi venne alla luce la parte di me che era me stesso. L’amante mi apparve come un romanzo strabiliante per la grazia con cui una donna osava. La ragazzina e l’amante ricco eludevano i cliché lolitiani e si concedevano la verità dell’eros: il godimento. E l’approdo all’autenticità. L’aveva scritto una donna che era riuscita a mettere al tappeto Henry Miller e il suo intellettualismo sessuale. (p. 84)

Fu allora che le consigliai Il filo del rasoio. (p. 126)

Si compì la magia che Marie aveva previsto: attraevo per una purezza ritrovata che feci di tutto per preservare. C’era riuscito l’Holden di Salinger a New York, poteva riuscirci il Libero di Monsieur Marsell a Milano. (p. 190)

E si capisce che certi beveroni di libraglia classica possano risultare graditi ai D’Orrico di turno. Un po’ meno si comprende come possano incontrare il gusto di stimabilissimi lettori delle arabescate supercazzole come quelle che seguono:

Dormivo cinque ore a notte, mangiavo una miseria, detestavo perdere il controllo, mancavo di erezioni: rimanevano le lacrime e il conatus sese conservandi spinoziano su cui il professor Balois mi aveva interrogato nell’ultimo esame sostenuto alla Sorbonne. (pp.114-5)

 E lì realizzai un dettaglio che avevo cercato di rimuovere: sopra la bocca, quasi impercettibile, aveva un neo che le dava qualcosa di materno e subdolo. Anna era accogliente, ma sfuggiva. Incastonava l’idea della complicità maschile in un corpo malizioso, In quel neo c’era la sua insospettabilità. (p. 170)

 

Sì, questo è proprio Ab’uso. E degli Ab’usi più pesanti sono stati fatti a danno della lingua italiana. Un oggetto del quale Missiroli, impegnato com’è a fabbricare ampolle, proprio non si cura. E allora eccolo scivolare in modo penoso sul terreno (potrò dirlo pure io, no?) della semantica. Come succede a pagina 223. Succede che Libero, il protagonista, porta la sua nuova donna, Anna, a conoscere la madre. Sì, quella che antifreudianamente viene uccisa perché protagonista, davanti agli innocenti occhi del figliolo, di una fellatio extraconiugale nella cucina di casa.

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Succede che la mamma legga il futuro della nuova coppia attraverso le carte. E ricordando la cosa a distanza di tempo, Libero/Missiroli dice quanto segue:

La traiettoria dell’esistenza andò così, e fu solo un’esile parte delle rabdomanzie di mamma in quella cena parigina che io e Anna avremmo chiamato la notte delle costellazioni.

 

E a questo punto Missiroli dovrebbe anche spiegare cosa diamine c’entri ciò che ha descritto con la rabdomanzia. Che secondo il dizionario della lingua italiana è una tecnica divinatoria mediante la quale sarebbe possibile scoprire sorgenti d’acqua o giacimenti minerari interpretando le vibrazioni di una bacchetta biforcuta tenuta con le mani”. Nulla a che vedere, dunque, con la chiromanzia, o con la cartomanzia, o con qualunque altra forma di minchiomanzia fattucchieristica.

Viaggiando a ritroso, fino a pagina 64, c’è il passaggio in cui Libero rivela al padre il problema prepuziale di cui ho dato conto nella seconda puntata di questa serie. E a quel punto il protagonista scopre che anche il babbo sconta l’inconveniente del passamontagna. Il frammento recita così:

– Il mio pene è incappucciato male.

Gli spiegai la questione e lui mi disse che aveva affrontato lo stesso dilemma in adolescenza.

Ancora una volta Missiroli dovrebbe spiegare: che cazzzarola c’entra il dilemma? Che, vocabolario alla mano, è:

  • 1Tipo di ragionamento con cui da due premesse opposte (dette corni del d.) si giunge a un’unica conclusione
  • 2 Scelta tra due opposte soluzioni SIN alternativad. insolubile; estens.caso problematico: è un bel dilemma! || sciogliere un d., fare una scelta

Per farlo capire a Missiroli, affinché da genio delle patrie lettere non abbia a ricascarci, il dilemma classico è quello amletico: “Essere o non essere”. E invece, nel caso da lui illustrato, il dilemma dove sarebbe? È forse “Pre-puzio o Post-puzio”? O forse sarebbe stato il caso di usare il termine “problema”?

E infine, continuando a andare a ritroso, ecco l’errore semantico che svela il lapsus freudiano, il pilastro della poetica missiroliana. Lo sciatto osceno fondativo. È registrato a pagina 17, quando il protagonista rimembra il tempo in cui era nel pieno della fase onanistico-esistenziale

Ricordo alla perfezione tre elementi di quei miei primi autoerotismi: le guance paonazze, la fioritura del cuore e un inaspettato ribollire cerebrale. Amplessi di cinque secondi mi provocavano tremori e l’assoluta convinzione che fosse solo la punta dell’iceberg.

 

Per l’ennesima volta: ma cosa c’entra l’amplesso? Che etimologicamente significa abbraccio, e nella versione estesa è accoppiamento sessuale. Come può esserci amplesso in un atto di sesso fai-da-te? Non può esserci, tranne che…

Tranne che non si sia in presenza dell’onanismo perfetto, del sesso con la sola persona che stimi. Con quella che non ti direbbe mai di no, e non starebbe a inventarsi un’emicrania o le sue cose. L’unica persona capace di farti sentire un seduttore irresistibile: il moi même di cui s’è detto sopra. E forse Missiroli non riuscirà mai a superare Piperno (altro prediletto di D’Orrico) quale cantore principe dell’Arte di tenere il Mondo in palmo di mano. Ma certo l’autostima non gli manca. Sprizza da tutti i pori. E da un solo orifizio.

(3. fine)

(Come ogni volta, vi alleggerisco delle brutture che avete letto fin qui proponendovi un brano musicale di qualità)

Gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli – 2 La mistica del Post-Puzio

(La prima puntata è leggibile qui)

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Ragionare intorno al proprio obelisco. Si tratta della forma più compiuta di narcisismo, un sentir fluire il mondo intorno come se i suoi ritmi fossero scanditi dallo schema binario che separa la fase dell’erezione da quella della detumescenza. Avrete già capito che questa puntata non è da fascia protetta, e che se avete meno di 18 anni o fate i volontari alla Festa dell’Amicizia è meglio giriate alla larga. Perché oggi si parla di turbe sessuali, di esperienze erotiche di formazione del corpo e dello spirito, e soprattutto di masturbazione come forma maieutica del sé. Conosci te stesso, ma poi ricordati dei kleenex.

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Ma non è ancora tutto. Perché i passaggi del romanzo di Missiroli in cui si avverte il maggiore trasporto sono quelli in cui il protagonista si rimira il picirla, e ne rimane abbagliato come se da lì dovesse scaturire la rivelazione.

Succede quando Libero decide di risolvere un problema di natura anatomico-sessuale che fin lì ha frenato la sua autostima. C’è che il suo gingillo si sveste poco e male, per dirla nel modo meno fetente che mi riesca. E si sa com’è: questioni di’igiene, e di sensibilità, e soprattutto di complessi. Specie quando si va sotto la doccia dopo la partita di calcetto, e allora si rischia di passare da implumi mentre intorno svettano le aquile reali. E non è mica bello, eh? Roba da rimanere segnati una vita intera, salvo darsi al curling. E poiché Libero alla sessualità ci tiene eccome, ecco trovata la soluzione: circoncidiamo, va’. Che io al solo pensarci sento un’onda glaciale alle pudenda, ma questo vuol dir poco. Bisogna trovarsi in certe condizioni, per capire. Mai come in casi del genere è opportuno dire che ognuno debba farsi i cazzi propri.

E Libero si fa il suo, anzi se lo rifà dandosi una bella sprepuziata.

A quel punto è ovvio che si apra per lui una nuova fase della vita. Viene eliminata l’origine dei complessi sessuali, e dunque per il giovane maschio fresco di tonsura dovrebbero schiudersi orizzonti incogniti, meno caratterizzati dalla presenza dei complessi. Il problema è che Missiroli conferisce a un uccello sprepuziato un significato da Rinascimento Interiore dagli accenti vagamente millenaristi. Come se fosse non soltanto una questione di pochi centimetri di pelle, ma piuttosto il passaggio fra due ére che cambiano la storia del mondo: l’Era Pre-puzio e l’Era Post-Puzio. E lì si celebra la fondazione della forma ultima di narcisismo: il narcirconcisismo. E se credete che io stia esagerando, beh, allora leggete il delirio auto-fallico riportato a pagina 80. Qui si descrive lo stato d’ipnosi che Libero prova guardandosi fra le gambe il gioiello di famiglia entrato ufficialmente nell’Era del Post-Puzio:

Arrivai ai Deux Magots e prima di iniziare il turno mi chiusi in bagno per contemplare la mia circoncisione. Cercavo l’oracolo di una futura rivoluzione: la pelle rosea, la corona di punti rimarginati intorno al glande, l’orlo perfetto sotto il fusto. C’era la storia del mondo in quell’opera di sartoria, la migliore letteratura e il destino dei prescelti. Aveva una semplicità che commuoveva. In più giravano voci sulla rivoluzione percettiva dei circoncisi: durante il rapporto sessuale il piacere cambiava connotati. Più lento, inesorabile, sconvolgente.

Mancava solo che impugnadoselo prendesse a cantare: “Sei glande, glande, glande”. Vi invito a tirare un bel sospirone, e poi a rileggere alcuni passaggi di questo delirio narcirconcisista:

  • Cercavo l’oracolo di una futura rivoluzione
  • C’era la storia del mondo in quell’opera di sartoria, la migliore letteratura e il destino dei prescelti
  • Aveva una semplicità che commuoveva

 

La prima cosa che vien da fare, d’istinto, è rispondere a tono, così:

Poi, per quanto mi riguarda, è naturale tornare con la memoria ai giorni della visita militare a Taranto, caserma Maricentro. Una scena da leggenda, con una fila di maschi diciottenni, in mutande per l’ispezione intima. Il medico militare, piazzato su una seggiola, invitava a tirare giù lo slip e poi a svestire l’ignudo, cosa che al Libero di Missiroli non sarebbe stata possibile nell’Era Pre-Puzio. Il dottore torcicava un po’ il gingillo di ciascuno, per imperscrutabili motivi (magari cercava l’oracolo di una futura rivoluzione), e poi passava al successivo. E fu lì che, pochi metri davanti a me, un giovanotto della provincia agrigentina profonda, mani ai fianchi e tutto compiaciuto, chiese al dottore che gli torcicava l’ignudo:

“Dduttu’, chi cci nni pari?”

 

E immagino che il compiaciuto Libero, con l’oracolo di una futura rivoluzione innestato al pube, con quell’opera di sartoria che contiene in sé la storia del mondo e persino il destino dei prescelti (ci sarà mica un messaggio politico, Missiroli?), sarebbe capace di girare per le vie della movida a asta dritta, o persin di sfilare in passerella, mostrando la via di un nuovo Umanesimo Narcirconcisionista. Non dimenticando mai che da una costola dell’uomo nacquero Eva e l’autoerotismo dannunziano. Basta levarsi qualcosa e si può far benissimo da sé.

E infatti il talento da self made man è la prima delle cose che il giovane Libero mostra. C’è tutto un primo terzo del libro dedicato all’onanismo, nel quale Missiroli ci dà dentro che è un piacere. Si ha persino l’impressione che per scrivere certe pagine particolarmente ispirate abbia usato una mano sola. E sarà per questo che il libro è piaciuto così tanto a Antonio D’Orrico, il Book Jockey del Corriere della Sera, perdutamente innamorato dei libri scritti dal Principe di Onan della narrativa italiana contemporanea: Alessandro Piperno.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Alessandro Piperno, impegnato in esercizi di riscaldamento

Alessandro Piperno, impegnato in esercizi di riscaldamento

E quando penso alle fortune letterarie che ci si può tirare addosso sublimando in fiction l’arte di “biella e manovella”, compiango quei due o tre miei compagni di liceo che, modestamente, potevano centrare i piccioni in volo dalle finestre dei cessi del Liceo Classico Empedocle. Se solo si fossero cimentati con la narrativa, una mezza dozzina di passaggi su Sette non glieli avrebbe levati nessuno.

Certamente D’Orrico sarà scivolato nell’estasi leggendo quel passaggio in cui Libero, solo in camera d’albergo durante le vacanze estive e coi genitori nella stanza accanto, prova a non far rumore mentre si sollazza prendendo a esempio uno dei suoi idoli:

Feci attenzione al cigolio, tutto stava nel tenere sollevato il gomito ed essere il John McEnroe dell’onanismo: usare l’impugnatura Continental.

 

Ecco, l’idea dell’impugnatura Continental per farsi una pippa mi mancava. E in effetti la racchetta ha un che di freudiano. E pensare che ero ancora fermo all’impugnatura “stacca la testa al pesce”. Bisogna che mi aggiorni, e intanto dissemino (ehm) altri frammenti di onanismi missiroliani, riservandomene uno per la prossima puntata.

 

 

Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria. (p. 62)

 

Libertà e malinconia andavano di pari passo, sfogavo il mio nuovo esistenzialismo con masturbazioni che mi facevano riappropriare del corpo. (p. 161)

 

L’apice del narcisismo masturbatorio si tocca a pagina 39:

Per qualche tempo mi concentrai sul mio sperma e su Dio. Contemplavo le mie evoluzioni organiche e andavo con mamma in chiesa la domenica mattina.

 

Il suo sperma e Dio! Ma cosa volete di più? Quale altra prova d’irriducibile autostima? Ognuno è Dio nella sua cameretta, e ogni volta secerne una potenziale creazione. Divinità in nuce e in semen.

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Ma per fortuna sua – un po ‘ meno per quella delle donne che hanno la sventura d’incrociarlo – Libero evolve poi dall’onanismo. E incontra il sesso inteso come pratica di scambio con altre persone. I risultati? Insomma… C’è una lunga scena che racconta le fantasie cuckold ,e le ossessioni che si scatenano nel momento in cui vengono realizzate. Succede quando Libero va in vacanza a New York con Lunette, la fidanzata nera parigina. E quelle pagine sono le sole dell’intero libro che meritino un plauso. Peccato che questo guizzo pelvico venga mortificato da altri frammenti di fureria sessuale degni di una pratica del catasto. Come il passaggio a pagina 143:

Desiderai che se ne andasse mentre venivo sulla sua natica destra.

La natica destra! Ma come ci si può lasciare andare a queste pedanterie da Furio?

Ancora peggio quello che si legge a pagina 160:

Marika mi accarezzò, piano, poi si sfilò da me. E io lo vidi, bianco e sottovuoto, nella sua seconda vita di plastica.

 

Che tristezza, che tono funerario. Soltanto nelle pagine di Antonio Scurati si può leggere di peggio. E tuttavia qualcosa di buono da questo frammento si può ricavare. Pensate a tutte le volte che comprate i preservativi al distributore automatico,  e vi tocca scansare le occhiate dei passanti intanto che aspettate l’erogazione. D’ora innanzi, anziché insaccarvi nelle spalle per l’imbarazzo, potrete rimpettirvi e dir loro: “Sto comprando il sottovuoto per la sua seconda vita di plastica”. Farete un figurone.

(2. continua)

E per risollevarvi dalle brutture letterarie che vi ho inflitto, ecco un brano musicale che possa aiutarvi a risollevare l’umore.

Gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli – 1 L’anti-Edipo mainstream: ammazzare la madre

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Per le novità in libreria bisognerebbe inventare un bollino PAD: Piace A D’Orrico. Semplificherebbe la vita a molti. Alla setta sempre più smilza di coloro che seguitano a prendere sul serio i consigli del Book Jockey del Corriere della Sera, e all’imponente platea degli apoti che da lui non se la bevono più nemmeno con l’imbuto.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Della necessità di un marchio PAD mi sono fatto convinto una volta di più leggendo il pompatissimo Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli. Un romanzo edito da Feltrinelli e condannato al successo prima ancora di approdare in libreria. Naturalmente si tratta di un PAD. E infatti Antonio D’Orrico l’ha subito celebrato con la sobrietà e la misura che gli sono proprie. E che l’hanno portato a gridare al genio o al capolavoro in casi desolanti come quelli di Giorgio Faletti, o di Paolo Doni alias Giuliano Zincone, o del polpettone La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, o di un modesto giornalista sportivo quale Roberto Perrone innalzato al rango di grande narratore, o persino del cinepanettonaro Enrico Vanzina celebrato come il nuovo Chandler per via di un paio di gialli-ittero pubblicati dall’ineffabile Newton Compton. E in mezzo a questa galleria di bellimbusti entra in pompa magna anche Marco Missiroli. E se qualcuno fra i più attenti ha già notato che per la seconda volta faccio riferimento al pompaggio, e magari già pensa ch’io vada perdendo colpi, si rassereni: qui nessuna pompa è a caso, e ve ne accorgerete.

Ma torniamo alla condanna al successo che impietosamente ha colpito il romanzo di Missiroli. E i cui motivi mi sfuggivano prima che ne iniziassi la lettura, risultandomi addirittura imperscrutabili dopo essermelo inflitto. Per carità, in giro c’è di molto peggio, specie se si guarda alla dozzina dello Strega. E se si fa un paragone con l’altro romanzo condannato al successo di questi ultimi mesi, La ferocia di Nicola Lagioia (leggi qui, qui e qui), si rischia di veder spiccare Missiroli alla stregua di un Dostojevki. Perché almeno quello di Missiroli, per quanto bruttozzo e paraculeggiante, è un romanzo; e invece le pagine di Lagioia costituiscono un’accozzaglia di geroglifici e cacofonie.

Ma non è certo sui confronti al ribasso che possiamo costruire la valutazione di un libro. Bisogna valutarlo a sé, per ciò che sono il suo stile, i suoi pregi e le sue pochezze. E preso così il romanzo di Missiroli spicca per quello che è: un malaggiustato romanzo di formazione sentimental-sessuale, pieno di ruffianeggianti furberie politically correct e di lacrimevolezze all’ingrosso. Una storia dove tutti sono buoni, ma talmente buoni, ma talmentissimamente buonissimi, che ti vien voglia d’impugnare un machete e fare una bella strage degli innocenti.

E che cazzo! Così, giusto per ristabilire un minimo di contatto con la realtà dei fatti quotidiani. Quella che vi mostra il ghigno imbelvito della vostra vicina di pianerottolo se soltanto scopre che vi siete puliti le scarpe sul suo zerbino. E invece nelle pagine di Missiroli succede che ci si veda portare via la donna dal proprio migliore amico e si reagisca con la flemma riservata a una mano di Bridge andata storta. In fondo poteva andare peggio, no? Poteva persino piovere.

In Atti osceni in luogo privato la situazione accade due volte. E il motivo di questo ricorrere risponde a una sorta di riscatto generazionale, che induce il figlio di un padre tradito da moglie e miglior amico a restaurare l’orgoglio maschile familiare portando via a sua volta la donna una caro amico. Ma dato conto di queste simmetrie asimmetriche delle corna (ché, in ultima analisi, il cervo resta cervo; e vaglielo a spiegare che da qualche parte suo figlio ha pareggiato il conto, o che un figlio futuro lo pareggerà), rimane l’irreale aplomb con cui le due teste coronate accolgono il fato. Come se nelle vene non avessero sangue ma Valfrutta Vellutata.

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Ecco, se dovessi rintracciare il carattere davvero osceno del romanzo, quello che il titolo pretende di richiamare con uno scontatissimo gioco di parole, lo indicherei nello scarto emotivo e temperamentale fra i personaggi del libro e la realtà quotidiana. Perché può succedere che uno su due reagisca sportivamente allo scippo della donna da parte dell’amico – corna e gesso, please –, ma due su due no, nemmeno in un fumetto porno anni Settanta stile Il Tromba o Corna Vissute.

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È quest’irrealtà il dato davvero osceno. Soprattutto, è oscena la sciatteria emotivo-affettiva di tutti i personaggi del romanzo, colmi di una bontà apparente che a grattar bene la superficie è ovina remissività. Come si direbbe dalle mie parti, a Agrigento, ciascuno di questi personaggi risponde al profilo l’acqua ‘u vagna e ‘u ventu l’asciùca (la pioggia lo bagna e il vento l’asciuga): passano gran parte del loro tempo a essere vissuti dalla vita. E questa mollezza caratteriale generalizzata, questa rinuncia al conflitto, fanno di loro degli Sciatti Osceni. Una schiatta di desistenzialisti che fanno della rinuncia il loro credo ultimo.

Troppo buoni per essere veri. Soprattutto, troppi sentimenti smielati i loro per essere dentro il mondo reale. E proprio su questo terreno si scorge la vera cifra del libro di Missiroli, calato in una strategia di marketing emotivo-sentimentale che cerca di sfruttare la New Age del Lacrimario Nazionale, l’imperativo anti-edipico che nel tempo più recente s’è rivelato un formidabile volano commerciale: il tema dell’uccisione della madre. Ha aperto la strada Massimo Gramellini, dimostrando che se osi su questo tema ci fai bei soldi. E ci si è cimentato per ultimo, in ordine di tempo, Nanni Moretti. Nel mezzo abbiamo registrato anche le opere letterarie di due eccellenze intellettuali dell’Italia contemporanea come Barbara D’Urso e Alba Parietti: che rispettivamente con Tanto poi esce il sole e Da qui non se ne va nessuno hanno aggiunto i loro ingegni a ingrossare il filone sulla morte della madre.

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E nel Paese mammista per eccellenza, ecco che stimolare il sentimentalismo sulla perdita della mamma significa mirare al bersaglio grosso con la certezza di fare centro. E forse la prefica ch’è in noi ne sentiva il bisogno, e aveva un vuoto da colmare almeno dai tempi dei film Anni Settanta interpretati da Renato Cestié.

Renato Cestié, ai tempi in cui era un'Icona del Lacrimario Nazionale

Renato Cestié, ai tempi in cui era un’Icona del Lacrimario Nazionale

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Erano i tempi delle ultime nevi di primavera e altri manufatti lacrimogeni, quelli in cui si provava una straordinaria libidine nell’andare al cinema e pagare il biglietto per comprarsi un pianto a catinelle. Che a ripensarci sembra di sentir riecheggiare nella mente Lucio Battisti per l’aere:

Grosse lacrime sciocche
Sono uova alla coque
E dai e dai (o. . )
Fatti un Pianto
Lacrimoni che sono lenzuola (o.. )
Da strappare da calare giù
Fatti un pianto

Ma si sa com’è: i tempi cambiano, e la società pure. Negli anni Settanta i tassi demografici erano da paese fertile abbestia, e allora ci stava di far schiattare i figli nelle opere di finzione cinematografica o letteraria. Ma adesso che siamo a Crescita Zero Meno possiamo mica più permetterci di far crepare i rampolli? Ovvìa!. Piuttosto rovesciamo la catena del lutto familiare e facciamo crepare prima il padre e poi la madre. E lo so che sto facendo spoiler, ma in fondo fa parte del mestiere e non vi si svela nulla che non possa mortalmente annoiarvi se lo scopriste da voi. Fra l’altro, e questo va riconosciuto, Missiroli non si limita a far schiattare la madre. Quella è roba che arriva alla fine del libro, e in qualche misura in quella morte c’è un elemento di riscatto per il modo in cui essa avviene. Ne parlerò in una prossima puntata, quando ci sarà da passare in rassegna tutto il Paracooly Correct che circonda le vicende degli Sciatti Osceni.

Il vero ammazzamento della madre avviene ben prima. Quando il giovane Libero, lo Sciatto Osceno che della storia è protagonista, scorge la maman impegnata in attività fellatoria con Emanuel, l’amico di famiglia che poi sostituirà il babbo in casa.

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E ve l’avevo detto che qui non si parlava di pompe a caso. Tanto più che già l’incipit del romanzo, bollato da alcuni come uno fra i più brutti nella storia del romanzo, mette dentro un concentrato di Freud con una puntina di Roberto Malone, poiché il babbo di Libero vi si pronuncia sulla potenza rivoluzionaria dei pompini per la storia dell’umanità mentre la mamma versa nel piatto i cappelletti.

Roberto Malone

Roberto Malone

Roba da scatenare il trivio che c’è in ognuno di noi, ma lasciamo perdere. Perché il viaggio fra gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli è soltanto iniziato, e dalla prossima puntata procederò al confronto serrato col testo come è mio solito. Per adesso basta dire che l’anti-edipica uccisione della madre passa anche attraverso una serie di episodi che provocano nel giovane Libero turbamenti e strascichi per l’identità sessuale dalla difficilissima gestione. E alcuni di questi sembrano persino avere una natura preterintenzionale rispetto alle volontà dell’autore, talmente preso dallo zelo di ammazzare la madre da perdere misura e consapevolezza. Sicché gli scappa un passaggio del libro carico di significati anti-materni, col suo rappresentare un latente infierire sull’acerba virilità del figliolo. Succede quando Libero porta dalla mamma la giovane fidanzata nera parigina, Lunette. Le due donne s’intendono immediatamente, e a quel punto la mamma di Libero decide di donare un libro alla fidanzata di Libero (l’insistenza su libri e citazioni è uno degli elementi più stucchevoli e cicisbei dell’intera opera). Quale libro? Si tratta dell’edizione francese di un classico italiano del Novecento (pagina 89):

Lunette era stupefatta dalla varietà delle edizioni. Mamma le regalò La vie agre di Luciano Bianciardi.

 

E immaginate come vi sentireste voi, se al primo incontro con la vostra fidanzata la mamma le regalasse un oggetto il cui nome richiama il Viagra. Da non riprendersi mai più. Sciatti Osceni per imprinting materno.

  • (1. Continua)

Come sempre, per farvi riprendere dalle brutture che vi infliggo allego un brano musicale ristoratore. Arrivederci a presto.

Il gigante sfregiato e il libro massacrato

Cari amici, questa è la versione integrale della stroncatura di “Il gigante sfregiato” di Enrico Vanzina, della quale è uscita una versione abbreviata sull’Unità di oggi. Buona lettura

Prima il nome, poi il libro. È una regola ormai consolidata per l’editoria di questi tempi italiani, ridotta alla caccia all’autore-banner. E tale regola trova ennesima conferma nel cosiddetto romanzo giallo di Enrico Vanzina, Il gigante sfregiato, pubblicato a luglio da Newton Compton. Un libro che fra l’altro è piaciuto a Antonio D’Orrico, book jockey del Corriere della Sera. Ci avrebbe stupito il contrario. Del manufatto D’Orrico ha scritto: “(…) questo è un gran bel romanzo scritto da un vero scrittore con un tocco neochandleriano di freschissima malinconia”. Stiamo parlando dello stesso D’Orrico che nel 2002 ebbe a definire Giorgio Faletti “il più grande scrittore italiano”. E adesso quella frase campeggia nelle nuove edizioni dei libri falettiani marchiati dalla new company Baldini-&-Castoldi-non-più-Dalai. Memento per il BJ e per chiunque altro che certe figure scatologiche ce le si porta addosso a vita come fossero pochette nel taschino.

 

Enrico Vanzina, lo scrittore-banner

Enrico Vanzina, lo scrittore-banner

 

 

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Ma com’è il romanzo con tocco neochandleriano di freschissima malinconia? Presto detto, con una premessa: non ci si sofferma sulla trama, che è un guazzabuglio assurdo d’improbabilissime trovate di cui si perde presto il filo. Ricostruirla significherebbe dissipare tutto lo spazio. Meglio dedicarsi al testo, cominciando dai soliti richiami di copertina da banco dei detersivi che rendono famoso il packaging di Newton Compton. Si legge fra l’altro che “il giallo incontra la commedia all’italiana” (ai giardinetti?), e che il testo ricorda “un po’ Chandler un po’ Simenon”. Er Monnezza, inconsolabilmente offeso, ha tolto il saluto all’autore-banner. Si parla anche di “Le indagini del detective Mariani”; e ciò significa che incombe su di noi la minaccia di una serie. Siete avvisati, barricatevi in casa.

L’incipit è già esauriente. Uno ce la mette tutta a scacciare i pregiudizi sul libro di Enrico Vanzina, ma poi basta leggere le prime righe e ecco che ogni sforzo è vanificato: “La prima volta che incontrai Sandrone era un pomeriggio come tanti, uno di quelli in cui sarebbe potuto accadere di tutto. O invece niente” (p. 9). Leggendo questa avrete letto tutto il libro. Cioè niente. Ma noi quel niente, per deformazione professionale e anche psicologica, ce lo siamo voluto sorbire fino in fondo. Il che ci ha permesso di trovare, nel finale (pagina 241), un frammento praticamente identico all’incipit: “Ci fissiamo per una frazione di secondo. Un secondo nel quale c’era tutto quello che c’era stato tra noi. Molto. Ma anche nulla” (p. 241). Chissà se anche l’editor sarà stato ipnotizzato dal tocco neochandleriano di freschissima malinconia, al punto da lasciarsi sfuggire la ripetizione. Ci s’inoltra nelle pagine vergate neochandlerianamente e si va a scoprire strepitosi nonsense. Per esempio, a pagina 10: “Malgrado i capelli incolti e lunghi, aveva comunque un viso pulito, somaticamente leale”. E che diamine sarà mai ‘sta lealtà somatica? Quesito da girare a Raffaele Morelli, che magari ci campa su per 5-6 puntate di psico-pop. Il tizio che mostra tale soma è il rugbista Sandrone, che di se stesso dice (p. 14): “Ho amici che si contano sulle dita di una mano mozza”. E il detective Mariani, di rimando, commenta a questo modo la piatta esistenza del rugbista: “’Non è proprio la biografia di Marco Polo’, commentai ironicamente”. Due umoristi da infarto. Inoltre, c’è un passaggio che fa il paio con quello sulla lealtà somatica. È piazzato a pagina 33: “Era un vecchio poliziotto disilluso, ma ancora in grado di distinguere i bersagli del suo cinismo stanziale”. Cinismo stanziale? Misteri della neolingua newtoncomptoniana. Un idioma al quale Vanzina fornisce sostanziosi apporti, come quello riportato a pagina 121: “A me mi stavano pagando in due”. Perla d’assoluto valore a pagina 39: “Lo vidi arrivare in via Gioberti con aria dinoccolata”. Che aria triste e dinoccolata hai, mia cara: hai forse contratto la scoliosi sentimentale? Ancora, a pagina 57:“C’era stato, infatti, un tempo nella mia giovinezza in cui mi ero intestardito con le prospettive, i colori, la tempera. Una breve illusione artistica stroncata dal pragmatismo di mio padre, che mi obbligò a sterzare verso la carriera di avvocato. Acqua passata. Ormai quasi una vertigine”. Cosa c’entrerà mai la vertigine? La vetta del sublime si tocca pagina 135: “Giuliani mi fissò con l’essenza etimologica della sorpresa stampata in faccia (…)”. L’Essenza Etimologica della Sorpresa. Possibile che l’Accademia della Crusca non ci abbia ancora dedicato un’intera sessione di lavori?

Ciò che più spicca, nel libro dal tocco neochandleriano d’altissima malinconia, sono le imbarazzanti similitudini. La lista è sterminata: “Sandrone, al contrario, sembrava avermela raccontata giusta. Dritta come la piega di un pantalone uscito da una tintoria” (p. 16); “Lo fissai con un sorriso freddo come un ghiacciolo (…)” (p. 21); “La bionda mi lanciò uno sguardo gelido come avrebbe dovuto essere quella vodka (…)” (p. 28); “(…) entrò Giuliani, tarchiato come un boccale di birra” (p. 33); “La lista di quelli che ha spedito al pronto soccorso è fitta come due pagine di versetti del Corano” (p. 35); “Era visibilmente moscio, come una pianta da interni abbandonata in salone durante le vacanze” (p. 40); “Li feci ingabbiare come scimpanzé allo zoo” (p. 44); “Gli lanciai uno sguardo affilato come una lama” (p. 48); “La città pareva caduta già in catalessi, vuota come una bottiglia di Veuve Cliquot sul banco di un night all’ora di chiusura” (p. 72); “(…) ronfava tranquillo, un rombo simile al motore di un vecchio battello fluviale dell’Amazzonia” (p. 81); “Combaciavano come le valve di una stessa cozza” (p. 86); “Trovare il 439 non fu facile come mandare giù una pillola per il mal di testa” (p. 87); “Era spaventata come una bambina al Luna Park, nella casa delle streghe” (p. 91); “Quel nome mi rimbombò nelle tempie come un tuono” (p. 92); “Nel furgone calò un gelo da inverno finlandese” (p. 123); “Lugubre come un quadro espressionista tedesco” (p. 131); “Uscii dalla Questura di via Genova leggero come un petalo di mandorlo” (p. 136);”Vivevo dannatamente solo, in una casa lercia e solitaria come un calzino spaiato” (p. 149); “Mi preparai un caffè nero come la pece” (p. 175); “E mi concentrai di nuovo sul caso nudo e crudo. Era come una forma di groviera: piena di buchi” (pp. 176-7); “Mi stampò un bacio sulle labbra. Leggero come un fraseggio di Mozart” (p. 191); “Lei mi lanciò uno sguardo affilato come una rasoiata. Ma era solo un’occhiata, non mi fece sanguinare” (p. 216). In particolare, ecco una doppietta dedicata alla escort Fatma: “Fatma Sorrise. Un sorriso malinconico come un giorno di nebbia” (p. 74); “Sfoderò un altro sorriso triste come un fado” (p. 76). A pagina 31 ecco un frammento da oscar della ridondanza: “(…) mi gridò con un gracchiante rantolo asmatico”. Cioè, aveva l’asma e perciò rantolò gracchiando. Vabbe’.

Strepitose le descrizioni d’ambiente. A pagina 130: “Dopo la lunga estate torrida che aveva avvolto per mesi la città, l’arrivo di quelle folate di vento freddo ti facevano già rimpiangere l’umidità afosa di agosto. Siamo strani animali: non ci adattiamo mai allo svolgersi ciclico delle stagioni”. Notare l’errore di grammatica: “(…) l’arrivo di quelle folate (…) ti facevano rimpiangere (…)”. Meglio ancora a pagina 81:“Nuvoloni carichi di brutti presagi scorrevano come ombre cinesi sotto al coperchio del cielo”. Non sembra una telepromozione di pentole a pressione? E i luoghi comuni? Presenti. Si va dal “palpabile imbarazzo” (p. 131), alla porta che si chiude “con un colpo sordo” (p. 171), per giungere al “passo felpato” (p. 214).

Alla fine l’autore-banner sente di dover esprimere gratitudine a una persona (p. 245): “Ringrazio Olimpia Ellero, la quale, con la sua intelligenza e la sua tenace competenza, mi ha suggerito semplificazioni narrative ed efficaci soluzioni di sintassi”. E meno male che la signora “La Quale” l’ha ben consigliato! Altrimenti sai cosa ci avremmo trovato in quelle pagine.

Certo, per quanto attenta le è sfuggito il passaggio da antologia a pagina 146: “Per il momento la mia era solo una sensazione. Una sensazione sensata, però”. Magari anche un po’ sensitiva. Sicuramente neochandleriana e di freschissima malinconia.

 

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Il caso (clinico) Harry Quebert

Sto impiegando troppo tempo a leggere La verità sul caso Harry Quebert, ma ne vale la pena. Non perché sia un gran romanzo, ma perché è il paradigma dell’impazzimento d’un sistema editoriale d’orrichizzato. Un libro esageratamente lungo (più di Io uccido di Giorgio Faletti, il che è quanto dire), pieno di personaggi da film di serie Z alla Ed Wood, con dialoghi da terza media e, soprattutto, colpi di scena da cartoni animati. Tipo la madre della vittima che era morta da anni ai tempi del fatto indagato, e però quelli che indagano se ne accorgono a indagini concluse. Ops!, la madre che avevamo creduto picchiasse la figlia in realtà era morta al tempo in cui la figlia veniva picchiata: come avremo fatto a non accorgercene mentre indagavamo pure il pelo del deretano del gatto dei vicini di casa?

Un solo commento possibile:

http://www.youtube.com/watch?v=6bjQOwXMoPk

Quando avrò finito la lettura mi occuperò di questo romanzo, che in questi giorni nelle manchette di prima pagina viene etichettato come “il libro dell’anno”. Me ne occuperò molto a fondo.

 

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Pallonate reloaded 4 – Il viziaccio di sentirsi scrittore e il ritroso De Laurentiis

Di Roberto Perrone ho già detto. Fino a qualche anno fa era soltanto un giornalista sportivo, e nemmeno di quelli brillanti. Poi è accaduto che si sia convinto d’essere un fine romanziere, in ciò traviato dalla pessima influenza di Antonio D’Orrico. E da quel momento in poi ha deciso che deve fare sempre il fenomeno, di qualunque cosa si occupi. Le conseguenze, per i lettori del Corriere della Sera, sono devastanti. Anche perché nel frattempo la qualità della sua scrittura giornalistica è andata in picchiata. Per darvi l’idea, ecco l’incipit dell’articolo pubblicato nell’edizione del 13 settembre: “In attesa (e nella speranza) di espugnare San Siro (come le succede da due anni) Madama ha espugnato la Continassa, nei pressi dello Juventus Stadium, dove sorgerà la nuova cittadella bianconera, sede e campi d’allenamento compresi”. La vostra professoressa di lettere alle scuole medie vi avrebbe massacrato, se aveste scritto un periodo che comprende due parentesi nel primo rigo e poi va avanti come se avesse perso la bussola. Ahilui, Perrone fa anche peggio quando prova a essere brillante parafrasando il brano musicale classico. Parlando dell’Inter e della prospettiva dell’incontro con la Juventus, egli scrive infatti: “Più facile per l’Inter di Walter Mazzarri. Meglio partire a fari spenti nella notte per vedere se è tanto difficile vincere”. Tu chiamali, se vuoi, tromboni.

A proposito di Mazzarri, ecco le sue perle di saggezza alla vigilia della gara con la Juventus. Ce le riporta Andrea Elefante, uno dei miei bersagli preferiti, sulla Gazzetta dello Sport di oggi: (…) una squadra non si può valutare da una partita, una rondine non fa primavera ma neanche tre rondini, e dunque è meglio andarci coi piedi di piombo”. Per la serie: un uomo, un luogo comune.

Chi invece è nettamente fuori dagli schemi è il presidente-sultano del Napoli, Aurelio De Laurentiis. Che durante l’assemblea di Lega del 13 settembre ha piazzato il solito one-man-cinepànetton. Dopo aver litigato con un paio di colleghi a caso, si è rivolto al presidente di lega, Maurizio Beretta, dicendogli (come cita la Gazzetta dello Sport di oggi): “Preparami i documenti per uscire da questa lega di m…”. Ma magari anche quelli per il TSO. Poi, uscendo, ha risposto alle domande dei cronisti. Notare, come mostra il filmato della Gazzetta, quanta fatica debbano fare costoro per convincerlo a rispondere…

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Coming soon – Il gigante sfregiato (e il libro sbudellato)

Alcune perle dal libro Il gigante sfregiato di Enrico Vanzina, edito da Newton Compton e elogiato dal book jockey Antonio D’Orrico. Sono materiali del dossier per la stroncatura.

La prima volta che incontrai Sandrone era un pomeriggio come tanti, uno di quelli in cui sarebbe potuto accadere di tutto. O invece niente  (p. 9) [Però!]

“Ho amici che si contano sulle dita di una mano mozza” (p. 14) [Battutona!]

Lo fissai con un sorriso freddo come un ghiacciolo (…) (p. 21) [Cold humour, n. 1]

La bionda mi lanciò uno sguardo gelido come avrebbe dovuto essere quella vodka (…) (p. 28) [Cold humour, n. 2]

(…) mi gridò con un gracchiante rantolo asmatico (…) (p. 31) [gracchiante + rantolo + asmatico; un tantinello ridondante]

E è soltanto l’inizio. Il resto lo leggerete nei prossimi giorni.

Davvero, Antonio D’Orrico e la Newton Compton non sbagliano mai. E per questo io li amo spassionatamente.

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