Alessandro D’Avenia, il Sommo PoVeta – 1 Osso per osso, dente perdente

Alessandro D'Avenia

Alessandro D’Avenia

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Adesso ho una nuova certezza: ogni volta che uscirà un nuovo libro di Alessandro D’Avenia dovrò aggiornare il Pessimario. Cioè la lista dei libri e degli autori che toccano, per riprendere una frase di Diego Abatantuono in versione Diéco, “l’apice dell’apoteosi della schifezza”.

Una galleria ormai pigiatissima di cui fanno parte fenomeni da baraccone come Giorgio Faletti e Fabio Volo, poligrafi newtoncomptoneschi come Anna Premoli e Marcello Simoni, anime graforessiche come Chiara Gamberale, teoriche dell’eros tombale come Sara Bilotti, intrallattuali da Loggia del Leopardo come Antonio Scurati e Nicola Lagioia, cacatori di status smielati da social network come Massimo Bisotti e divulgatori del cazzonaggio letterario come Michele Dalai. E la lista sarebbe ancora lunga, ma risparmio d’infliggervela fino in fondo perché voglio risparmiarla innanzitutto a me stesso. Ma resta il fatto che fra tutti costoro rientri con pieno merito Alessandro D’Avenia. Autore sbucato dal nulla cinque anni fa e imposto chissà perché alle patrie lettere. Con effetti che soltanto fra qualche anno riusciremo a valutare, e sarà comunque troppo tardi.

Ricordo ch’era settembre, e da un giorno all’altro le librerie e i marciapiedi vennero invasi da cartonati che ci avvertivano della novità letteraria: il romanzo di un autore esordiente che Mondadori aveva deciso di diffondere con la leggerezza del napalm. Un’immagine di copertina caruccétta, come direbbero aRòma, un titolo da fotoromanzo in bianco e nero anni Settanta (“Bianca come il latte, rossa come il sangue”), e il nome fin lì sconosciuto dell’autore che veniva strillato come fosse al tempo stesso un’informazione e un avvertimento con tanto di indice puntato sull’ignaro passante: questo è un libro di ALESSANDRO D’AVENIA, e da oggi in poi ricordati di ricordare!

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È stato così, al pari di qualche altra milionata d’italiani, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Praticamente, un’azione di book squatting. E subito mi sono chiesto perché. Come mai la maggiore casa editrice italiana compiva uno sforzo così vasto per promuovere un esordiente? Sarà mica stato un nuovo fenomeno della narrativa italiana? E intanto m’informavo su questo squatter della nuova narrativa italiana. Scoprendone l’immagine pulitina, sistematina, con quella barbettina pettinatina e la chioma biondina e ricciolina vagamente bigodina, l’occhiettino azzurrino e il sorrisino mansuetino. Il maschietto cui ogni padre affiderebbe la figliola di cui presuppone ancora l’illibatezza, per fargli reggere il ruolo di cicisbeo alla feste in cui gli ormoni adolescenziali brulicano di vitalismo. La versione adattata ai giorni nostri del Principe Valium di Balle Spaziali, uno fatto apposta per piacere alle mamme pre-anni Novanta e alle nonne pre-Sora Lella di Bianco, Rosso e Verdone.

Il Principe Valium

Il Principe Valium

Inoltre ho scoperto che il ragazzo è vicino all’Opus Dei, come egli stesso ammetterà pubblicamente più avanti. Ma questo è soltanto un dettaglio, ci mancherebbe altro.

Non è invece un dettaglio il fatto che Bianca come il latte, rossa come il sangue sia una schifezza di libro. Sciatto, noioso, manierato, scontato dalla prima all’ultima pagina. Intriso d’un sentimentalismo trash da Gli occhi del cuore, l’immaginaria soap opera del serial Boris.

Soprattutto, un libro ossessionato dal tentativo di rivolgersi al pubblico degli adolescenti con uno stile alla Moccia, ma sacrestanamente corretto. Una pena infinita. Quel libro non mi ha lasciato traccia, perché era d’una bruttezza indegna di menzione. E quando una cosa è talmente brutta da non poter essere nemmeno schifata, la frustrazione è grande per chi l’ha appena consumata. Perché non lascia spazio nemmeno all’esperienza del disgusto, ch’è un segnalibro mentale indispensabile per mantenere una traccia delle cose peggiori. E invece no, il primo libro di D’Avenia era d’una bruttezza grigia, indistinta. Come un piatto di tempestine in brodo di dado da corsia d’ospedale, cui non sia stata nemmeno aggiunta una cucchiaiata di formaggio. In quel libro non c’era manco un frammento da stroncatura. Anzi no, dire il vero uno c’era. Piazzato a pagina 173:

“Si libera in un sorriso da far scongelare in un attimo un milione di Bastoncini Findus e il mio cuore raddoppia il numero di battiti.”

 

Sarebbe superfluo aggiungere un commento alla schifezza appena riportata. Mi limito a dire che se in prima media mi fossi azzardato a scrivere una cosa del genere in un compito in classe, la mia professoressa di Lettere mi avrebbe bacchettato le dita per una settimana. E ne avrebbe avuto ben donde. E tuttavia, fatta eccezione per il frammento citato, il libro di D’Avenia non si era dimostrato degno di una stroncatura. Per questo avevo messo da parte l’autore, evitando di leggere il suo secondo romanzo: Cose che nessuno sa, di cui mi è stato detto malissimo. Ma poi mi sono imbattuto in Ciò che inferno non è. Il romanzo che vorrebbe essere un omaggio a don Pino Puglisi. E la prospettiva sull’autore è completamente cambiata.

Da dove cominciare? Innanzitutto proprio dal povero don Pino, che avrebbe meritato di continuare a riposare in pace. Poi dallo stesso D’Avenia, che nei giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue si giovava dell’unico pregio esercitato dalla mediocrità narrativa: quello di tenere l’autore ben ancorato a mezzo metro da terra, come fissato a dei contrappesi. E invece in Ciò che inferno non è D’Avenia molla gli ormeggi e svolazza libero. Con risultati devastanti. Le pagine del suo libro sono talmente piene di segnature da toccare una misura che fin qui era stata osservabile soltanto nei libri dei quasi omonimi Bisotti & Bilotti, i due Pesi Pessimi per eccellenza della narrativa italiana contemporanea. E adesso in questo Pessimario ci entra di diritto D’Avenia. Per aver perso la virtù della mediocrità narrativa, e essersi lanciato verso l’hybris della poesia.

Ecco, proprio qui sta il punto, lo specifico che fa dell’opus homini di D’Avenia un genere da Pessimario: il fatto che, dai giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue, egli abbia maturato la convinzione di possedere la vena poetica. Una situazione imbarazzante, perché la vis poetica di D’Avenia è paragonabile a quella di un compianto ex vicepresidente dell’Inter, Giulio Abbiezzi. Quello che per qualche settimana, a metà anni Novanta, si guadagnò la notorietà grazie alla Gialappa’s Band. E purtroppo non esistono su You Tube filmati dedicati al personaggio, ma per chi ha memoria di quelle performance poetiche il paragone è eloquente.

Giulio Abbiezzi

Giulio Abbiezzi

Ecco, la poesia di D’Avenia se la batterebbe con quella di Abbiezzi, e i suoi versi potrebbero essere letti alle tre di notte nel pieno d’una tavolata d’avvinazzati, da vocini soavi come quelli di un Razzi o di uno Scilipoti. E sarebbe la morte sua. Della poesia di D’avenia o della poesia tout court, fate voi. Perché in quel contesto sentireste declamare frammenti del “poetare in prosa” che sono padellate alla nuca, come quello che apre il libro:

Nella luce prima, un ragazzo la spia. È immersa nell’agguato ventoso e salato dell’alba che si leva ancora vergine, per tuffarsi poi nelle strade avvolte dalla penombra.

 

Mi è bastato leggere quest’incipit per scoprire che il giovin D’Avenia era cresciuto, e che la crisalide della mediocrità narrativa aveva prodotto una fulgida farfalla da Pessimario Letterario. E casomai potesse sorgermi il dubbio istantaneo che si trattasse di un’impressione ancora acerba, fondata su poche righe, ecco che il seguito di quel frammento mi ha definitivamente rafforzato nel convincimento.

Lui abita in cima a un palazzo: da lì si vede il mare e si vede nelle case e nelle strade degli uomini. Lassù l’occhio spazia fino a perdersi, e dove si perde l’occhio anche il cuore resta invischiato. Troppo mare si spalanca davanti, specie la notte, quando il mare svanisce e si sente tutto il vuoto che c’è sotto le stelle.

Perché tutto quel nascere ogni mattina? Non ha risposta un ragazzo, a cui fanno più male i petali sfioriti della rosa che le spine e ogni mattina si guarda allo specchio come un naufrago.

 

Neanche mezza pagina e siamo già nell’eccellenza del Pessimario. Ci si sente completamente appiccicati da tanta melassa, da un così inutile sforzo di mettere le ali quando rimanere attaccati alla terra sarebbe stata una garanzia innanzitutto per l’autore. E invece D’Avenia svolazza, rendendoci coscienti che le patrie lettere hanno acquisito un nuovo poVeta. Etichetta che rubo a Giovanni Stoto, amico di Facebook, e che interpreto nel senso del “poeta con la V”. Dove quella “V” sta per “verboso”, quando invece la vera poesia sta nell’esprimere qualcosa di più con ogni parola in meno. E in questo senso D’Avenia è assolutamente, indiscutibilmente poVeta. Non posso riportarvi in questo post tutti i frammenti dell’ultimo libri che lo testimoniano, perché rischio di bruciarmi tutto lo spazio che WordPress mi mette a disposizione. Ve ne riporterò soltanto una parte, riservando altri frammenti per le prossime puntate dedicate al nostro poVeta. E cominciamo dai motivi ricorrenti, che D’Avenia da poVeta proVetto utilizza con stucchevole ripetitività. Fra questi c’è il contrasto fra luce e oscurità. Una di quelle contrapposizione topiche elementari che vi insegnerebbero pure alle scuole di scrittura per corrispondenza, o ai corsi Hold’em, ma che il nostro poVeta declina allo sfinimento, mettendoci dentro anche la variante del contrasto fra luce e lutto. E allora beccatevi questo pastone di luce e tenebre, e soffritene pure voi:

Le cose investite da troppa luce proiettano altrettanta ombra, ogni luce ha il suo lutto (…) (p. 9)

Permette a luce, vento e sale di modellargli la carne e i pensieri. Luce, vento, sale facciano di lui quello che vogliono, come da millenni trasformano persino la pietra infeconda degli scogli. Dio gli ha messo in petto il cuore, ma si è dimenticato la corazza. Lo fa con ogni ragazzo e per questo per ogni ragazzo Dio è crudele. (pp. 9-10)

Vento e luce al mattino frustano le strade di Brancaccio, quartiere fatto di case simili alle squame di un pesce in una città che sussulta al sole sempre più lentamente, mentre muore, spasimando acqua e vita. (p. 21)

Natura e potere. Sacro e profano. Pagano e cristiano. Luce e lutto (p. 42)

Dio è creatore e architetto del mondo e l’uomo è chiamato a fare altrettanto. Distinguere tenebre e luce e ordinare il caos. (p. 87)

Dall’alto, Palermo mi sembrava così bella, così piena di luce. Invece il suo ventre è ombra e lutto. (p. 108)

Il sole scema e cessa di schiaffeggiare le case. Sabbia. Polvere. Pietra, Poi, poco a poco, altri colori prevalgono. Vernice, vetro, vento. Dalla tenebra usciamo alla luce, passando per ogni gradazione dell’opaco. (p. 108)

La luce si oscura e viene sostituita dalla rabbia di chi distrugge e non sa il perché (…) (p. 117)

È una sorta di anestesia e non fa sentire la vita e la luce. (p. 118)

Quel mare così grande a pochi passi dall’angustia di una casa piccola e affollata le rende il passaggio ogni volta più doloroso. Troppo mare fa male. Non alla pelle, al cuore. Troppo futuro viene da lì, dall’orizzonte, e ti rimane col fiato sul collo, mentre tu cerchi di limitarlo a quelle vie e alle corrispondenti possibilità. Come si fa ad amare il mare se ti mette in petto tanti desideri? Come si fa ad amare quella luce se poi, girato l’angolo, devi rinunciarci? (p. 133)

Le ombre sembrano fuggite, esiliate dalla ferocia del sole nelle case, dove le persone le nascondono e custodiscono. (p. 153)

 

L’apoteosi viene toccata nel frammento di pagina 236, in cui il poVeta parte per la tangente e viene colpito da incontinenza verbale. Qui la luce viene menzionata due volte, ma c’è anche molto altro. Un delirio da eucaristia lisergica, modello Hair, che fa perdere al lettore l’ultima speranza d’intelligibilità di quelle pagine.

Quante clessidre servono per svuotare una spiaggia? Quanto tempo ci vuole perché una gemma diventi mela? Esiste un tempo medio o ognuna è un evento unico? A che velocità va la luce quando al mattino infuoca il mare? La distanza che permette la combustione tra due sguardi è precisa o casuale? Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio? Che peso ha un segreto? Che rapporto intercorre tra la felicità e la lunghezza di un sorriso? Come si calcola il volume del cuore?

 

Non saprei da dove cominciare per commentare, sono annichilito. Mi limito a rimarcare la totale incomprensibilità di quel passaggio che dice: “Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio?”. Ma che minchia vuol dire “l’assenza di luce o la sua pienezza al rovescio”? Qui siamo ai livelli geroglifici di Nicola Lagioia. E purtroppo il nostro poVeta persevera, nessuno lo ferma:

Ci vogliono occhi allenati per vedere le bancarelle del mercato, guardarle senza cercare il folklore, guardarle cercando il dolore. (p. 266)

Una rima che ricorda il peggior Faletti, quello di Pochi inutili nascondigli.

Giorgio Faletti

Giorgio Faletti

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Alle pagine 123-4, all’inizio dell’imbarazzante racconto L’ultimo venerdì della signora Kliemann, l’uomo che volle farsi Vito Catozzo scriveva:

Il paese ha il tempo spezzato in due parti.

Tutta l’isola, d’altronde, vive da sempre questa frattura estate-inverno, una specie di effimero tessuto double-face da rivoltare e indossare come un indumento adatto al mimetismo della stagione. (…)

Persone per strada in misura inversamente proporzionale alla pioggia. (…)

I traghetti in questa stagione sono navi battenti una bandiera senza gloria. (…)

Maggio è l’inizio di tutto.

Maggio è l’inizio del lutto

Sembrano figlioccio e padrino, il poVeta e il poVito. La luce e il lutto, con maggio che è l’inizio di tutto. E se ancora non v’è scappato il rutto, guardate un po’ cosa il poVeta scrive a proposito del mese di settembre (pagina 259):

Settembre, epitaffio dell’estate, si infila dappertutto, anche nei posti più refrattari. L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come un osso scorticato sulla spiaggia.

 

Ve lo dicevo che D’Avenia nel Pessimario ci sta a pieno diritto. E chi ne volesse una prova se la vede servita da quest’assonanza con Faletti, che del mio Pessimario Letterario è il Padre Fondatore. La luce e il lutto, con maggio ch’è l’inizio di tutto mentre settembre è l’epitaffio dell’estate. Sembrano due stornellatori da Sagra del Castagnaccio, botta e risposta con ricarico e avanti così.  Fra l’altro, il poVeta è fissato con questa storiella adolescenziale sul mese di settembre che è un momento luttuoso dell’anno. L’aveva già schiaffato all’inizio di Cose che nessuno sa (p. 17)

Margherita e Andrea erano rientrati a casa da poco. L’inizio della scuola incombeva e quella luminosa domenica di settembre sembrava non volersi rassegnare al fatto che le vacanze erano a ventiquattro ore dalla fine.

E peccato che, in piena trance da poVesia, D’Avenia scivoli in materia di buon uso della lingua. Perché quel frammento in cui si parla dell’osso in spiaggia contiene tre bei punti neri da adolescente mocciano.

Si comincia dall’imperfetta costruzione del periodo. Che come ogni periodo dovrebbe essere un meccanismo accuratamente congegnato, in modo tale da non lasciar dubbi quanto al significato. E invece D’Avenia cosa fa? Dice che la cattedrale “brilla come un osso scorticato sulla spiaggia”. E qui pare abbastanza chiaro come l’azione che avviene sulla spiaggia, e che il poVeta intende rimarcare, sia quella del “brillare dell’osso”: il concetto sarebbe dunque quello dell’osso che brilla sulla spiaggia. Purtroppo, e con somma maldestrezza, D’Avenia piazza lì anche l’aggettivo scorticato. E questo genera l’equivoco, perché si potrebbe individuare il centro d’attenzione della frase sia sul fatto che l’osso venga “scorticato sulla spiaggia”. Ciò che invece non ha nessuna importanza, e tuttavia l’equivoco di senso sussiste per via di una sciatta costruzione del periodo. Come avrebbero insegnato anche in una scuola di scrittura per corrispondenza, l’equivoco sarebbe stato eluso se la frase fosse stata formulata così: “L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come sulla spiaggia un osso scorticato”. In questa formulazione non c’è alcun equivoco sul fatto che l’azione cui l’osso è soggetto in spiaggia è quella di brillare, non il fatto che venga scorticato.

Mi si dirà che individuare un difetto del testo come quello di sopra sia pedanteria. E può darsi lo sia davvero, e che in fondo gli standard di lettura media siano ben a di sotto della capacità di cogliere queste sottigliezze. Ergo, questa imperfezione nel testo del poVeta sarebbe veniale. E però molto meno veniale è parlare di un osso scorticato. Ma da quando in qua un osso viene scorticato? Tuttalpiù viene spolpato, cioè ripulito di tutta la carne che gli si accumula intorno. È quest’ultima che viene scorticata, non certo l’osso. Il problema è che quando parla di carne il poVeta spara minchiate sesquipedali, come quella piazzata a pagina 18:

Il ragazzo lo ignora più degli altri. Ha poca carne intorno ai sogni.

 

E se il poVeta pretende di mettere la carne intorno ai sogni, figurarsi se poi non s’incasina i neuroni vedendo ossa scorticate.

E poi c’è il terzo dettaglio: l’osso che, scorticato sulla spiaggia, brilla. Ma quando mai? Ipotizzate un osso di pollo che, dopo essere stato accuratamente spolpato e non scorticato, venga abbandonato sulla sabbia. Purtroppo succede di frequente. Fa parte dell’ordinaria inciviltà, specie nelle spiagge libere del Meridione. Ebbene, potete star certi che quell’osso abbandonato sulla spiaggia non brillerà nemmeno per un attimo. Perché nel momento stesso in cui toccherà la sabbia rimarrà impanato. E quando poi verrà ripulito, avrà già assunto una tonalità opaca che in nessun modo gli permetterà d’essere una superficie riflettente.

Dunque, perso nell’inseguimento della poVesia il nostro poVeta commette errori d’italiano nei quali un discreto furiere contabile non incapperebbe. E nelle prossime puntate di questa stroncatura ciò verrà ulteriormente dimostrato, nonché accompagnato da ulteriori sprazzi di poVesia. Ma per questa volta vado a chiudere con un altro tema caro a D’Avenia: i denti. Il modo in cui il poVeta li tira in ballo è quantomeno bizzarro. Un passaggio penoso è quello di pagina 279:

Entro in scena con una barba finta che mi fa sudare anche i denti.

Questa dei denti sudati è persino peggio del milione di Bastoncini Findus che si sciolgono. Ma non è tutto. A pagina 22 c’è una descrizione dei due killer che uccideranno don Pino Puglisi (p. 22):

[Il Cacciatore] Cammina a testa alta e lo sguardo non deflette mai dalla traiettoria: fissare è segno di forza, senza deflettere. Ha tre decadi ed è già rispettato, come un padre dai figli.. (…) Insieme a lui c’è Nuccio. Di anni ne avrà una ventina, il naso lungo come un becco, le labbra sottili, la notte appena trascorsa ancora incastrata fra i denti come la sigaretta sempre accesa.

Ora, lasciando perdere quell’orrendo “ha tre decadi” in luogo di “ha trent’anni”, ciò che fa sembrare uno sfigato quell’altro perché di anni ne ha semplicemente “una ventina”; ma come la mettiamo con “la notte incastrata fra i denti”? Si tratta di interrogativi gravosi, che diventano ancora più spiazzanti quando si va a leggere il frammento piazzato alle pagine 184-5. Il protagonista è ancora Nuccio, quello della notte incastrata fra i denti:

A Nuccio fremono le narici e la bocca si storce attorno ai denti troppo affollati.

 

Forse la sera prima Nuccio aveva mangiato cicoria, e poi era filato a letto senza darsi una passata di spazzolino.

(1. Continua)

(E come al solito, per consolarvi dopo tanta bruttura letteraria, vi regalo della buona musica per risollevarvi l’umore.)

Gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli – 2 La mistica del Post-Puzio

(La prima puntata è leggibile qui)

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Ragionare intorno al proprio obelisco. Si tratta della forma più compiuta di narcisismo, un sentir fluire il mondo intorno come se i suoi ritmi fossero scanditi dallo schema binario che separa la fase dell’erezione da quella della detumescenza. Avrete già capito che questa puntata non è da fascia protetta, e che se avete meno di 18 anni o fate i volontari alla Festa dell’Amicizia è meglio giriate alla larga. Perché oggi si parla di turbe sessuali, di esperienze erotiche di formazione del corpo e dello spirito, e soprattutto di masturbazione come forma maieutica del sé. Conosci te stesso, ma poi ricordati dei kleenex.

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Ma non è ancora tutto. Perché i passaggi del romanzo di Missiroli in cui si avverte il maggiore trasporto sono quelli in cui il protagonista si rimira il picirla, e ne rimane abbagliato come se da lì dovesse scaturire la rivelazione.

Succede quando Libero decide di risolvere un problema di natura anatomico-sessuale che fin lì ha frenato la sua autostima. C’è che il suo gingillo si sveste poco e male, per dirla nel modo meno fetente che mi riesca. E si sa com’è: questioni di’igiene, e di sensibilità, e soprattutto di complessi. Specie quando si va sotto la doccia dopo la partita di calcetto, e allora si rischia di passare da implumi mentre intorno svettano le aquile reali. E non è mica bello, eh? Roba da rimanere segnati una vita intera, salvo darsi al curling. E poiché Libero alla sessualità ci tiene eccome, ecco trovata la soluzione: circoncidiamo, va’. Che io al solo pensarci sento un’onda glaciale alle pudenda, ma questo vuol dir poco. Bisogna trovarsi in certe condizioni, per capire. Mai come in casi del genere è opportuno dire che ognuno debba farsi i cazzi propri.

E Libero si fa il suo, anzi se lo rifà dandosi una bella sprepuziata.

A quel punto è ovvio che si apra per lui una nuova fase della vita. Viene eliminata l’origine dei complessi sessuali, e dunque per il giovane maschio fresco di tonsura dovrebbero schiudersi orizzonti incogniti, meno caratterizzati dalla presenza dei complessi. Il problema è che Missiroli conferisce a un uccello sprepuziato un significato da Rinascimento Interiore dagli accenti vagamente millenaristi. Come se fosse non soltanto una questione di pochi centimetri di pelle, ma piuttosto il passaggio fra due ére che cambiano la storia del mondo: l’Era Pre-puzio e l’Era Post-Puzio. E lì si celebra la fondazione della forma ultima di narcisismo: il narcirconcisismo. E se credete che io stia esagerando, beh, allora leggete il delirio auto-fallico riportato a pagina 80. Qui si descrive lo stato d’ipnosi che Libero prova guardandosi fra le gambe il gioiello di famiglia entrato ufficialmente nell’Era del Post-Puzio:

Arrivai ai Deux Magots e prima di iniziare il turno mi chiusi in bagno per contemplare la mia circoncisione. Cercavo l’oracolo di una futura rivoluzione: la pelle rosea, la corona di punti rimarginati intorno al glande, l’orlo perfetto sotto il fusto. C’era la storia del mondo in quell’opera di sartoria, la migliore letteratura e il destino dei prescelti. Aveva una semplicità che commuoveva. In più giravano voci sulla rivoluzione percettiva dei circoncisi: durante il rapporto sessuale il piacere cambiava connotati. Più lento, inesorabile, sconvolgente.

Mancava solo che impugnadoselo prendesse a cantare: “Sei glande, glande, glande”. Vi invito a tirare un bel sospirone, e poi a rileggere alcuni passaggi di questo delirio narcirconcisista:

  • Cercavo l’oracolo di una futura rivoluzione
  • C’era la storia del mondo in quell’opera di sartoria, la migliore letteratura e il destino dei prescelti
  • Aveva una semplicità che commuoveva

 

La prima cosa che vien da fare, d’istinto, è rispondere a tono, così:

Poi, per quanto mi riguarda, è naturale tornare con la memoria ai giorni della visita militare a Taranto, caserma Maricentro. Una scena da leggenda, con una fila di maschi diciottenni, in mutande per l’ispezione intima. Il medico militare, piazzato su una seggiola, invitava a tirare giù lo slip e poi a svestire l’ignudo, cosa che al Libero di Missiroli non sarebbe stata possibile nell’Era Pre-Puzio. Il dottore torcicava un po’ il gingillo di ciascuno, per imperscrutabili motivi (magari cercava l’oracolo di una futura rivoluzione), e poi passava al successivo. E fu lì che, pochi metri davanti a me, un giovanotto della provincia agrigentina profonda, mani ai fianchi e tutto compiaciuto, chiese al dottore che gli torcicava l’ignudo:

“Dduttu’, chi cci nni pari?”

 

E immagino che il compiaciuto Libero, con l’oracolo di una futura rivoluzione innestato al pube, con quell’opera di sartoria che contiene in sé la storia del mondo e persino il destino dei prescelti (ci sarà mica un messaggio politico, Missiroli?), sarebbe capace di girare per le vie della movida a asta dritta, o persin di sfilare in passerella, mostrando la via di un nuovo Umanesimo Narcirconcisionista. Non dimenticando mai che da una costola dell’uomo nacquero Eva e l’autoerotismo dannunziano. Basta levarsi qualcosa e si può far benissimo da sé.

E infatti il talento da self made man è la prima delle cose che il giovane Libero mostra. C’è tutto un primo terzo del libro dedicato all’onanismo, nel quale Missiroli ci dà dentro che è un piacere. Si ha persino l’impressione che per scrivere certe pagine particolarmente ispirate abbia usato una mano sola. E sarà per questo che il libro è piaciuto così tanto a Antonio D’Orrico, il Book Jockey del Corriere della Sera, perdutamente innamorato dei libri scritti dal Principe di Onan della narrativa italiana contemporanea: Alessandro Piperno.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Alessandro Piperno, impegnato in esercizi di riscaldamento

Alessandro Piperno, impegnato in esercizi di riscaldamento

E quando penso alle fortune letterarie che ci si può tirare addosso sublimando in fiction l’arte di “biella e manovella”, compiango quei due o tre miei compagni di liceo che, modestamente, potevano centrare i piccioni in volo dalle finestre dei cessi del Liceo Classico Empedocle. Se solo si fossero cimentati con la narrativa, una mezza dozzina di passaggi su Sette non glieli avrebbe levati nessuno.

Certamente D’Orrico sarà scivolato nell’estasi leggendo quel passaggio in cui Libero, solo in camera d’albergo durante le vacanze estive e coi genitori nella stanza accanto, prova a non far rumore mentre si sollazza prendendo a esempio uno dei suoi idoli:

Feci attenzione al cigolio, tutto stava nel tenere sollevato il gomito ed essere il John McEnroe dell’onanismo: usare l’impugnatura Continental.

 

Ecco, l’idea dell’impugnatura Continental per farsi una pippa mi mancava. E in effetti la racchetta ha un che di freudiano. E pensare che ero ancora fermo all’impugnatura “stacca la testa al pesce”. Bisogna che mi aggiorni, e intanto dissemino (ehm) altri frammenti di onanismi missiroliani, riservandomene uno per la prossima puntata.

 

 

Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria. (p. 62)

 

Libertà e malinconia andavano di pari passo, sfogavo il mio nuovo esistenzialismo con masturbazioni che mi facevano riappropriare del corpo. (p. 161)

 

L’apice del narcisismo masturbatorio si tocca a pagina 39:

Per qualche tempo mi concentrai sul mio sperma e su Dio. Contemplavo le mie evoluzioni organiche e andavo con mamma in chiesa la domenica mattina.

 

Il suo sperma e Dio! Ma cosa volete di più? Quale altra prova d’irriducibile autostima? Ognuno è Dio nella sua cameretta, e ogni volta secerne una potenziale creazione. Divinità in nuce e in semen.

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Ma per fortuna sua – un po ‘ meno per quella delle donne che hanno la sventura d’incrociarlo – Libero evolve poi dall’onanismo. E incontra il sesso inteso come pratica di scambio con altre persone. I risultati? Insomma… C’è una lunga scena che racconta le fantasie cuckold ,e le ossessioni che si scatenano nel momento in cui vengono realizzate. Succede quando Libero va in vacanza a New York con Lunette, la fidanzata nera parigina. E quelle pagine sono le sole dell’intero libro che meritino un plauso. Peccato che questo guizzo pelvico venga mortificato da altri frammenti di fureria sessuale degni di una pratica del catasto. Come il passaggio a pagina 143:

Desiderai che se ne andasse mentre venivo sulla sua natica destra.

La natica destra! Ma come ci si può lasciare andare a queste pedanterie da Furio?

Ancora peggio quello che si legge a pagina 160:

Marika mi accarezzò, piano, poi si sfilò da me. E io lo vidi, bianco e sottovuoto, nella sua seconda vita di plastica.

 

Che tristezza, che tono funerario. Soltanto nelle pagine di Antonio Scurati si può leggere di peggio. E tuttavia qualcosa di buono da questo frammento si può ricavare. Pensate a tutte le volte che comprate i preservativi al distributore automatico,  e vi tocca scansare le occhiate dei passanti intanto che aspettate l’erogazione. D’ora innanzi, anziché insaccarvi nelle spalle per l’imbarazzo, potrete rimpettirvi e dir loro: “Sto comprando il sottovuoto per la sua seconda vita di plastica”. Farete un figurone.

(2. continua)

E per risollevarvi dalle brutture letterarie che vi ho inflitto, ecco un brano musicale che possa aiutarvi a risollevare l’umore.

Antonio Scurati, il Grande Cauterizzatore dell’Eros (da “L’importo della ferita e altre storie”, Edizioni Clichy)

Cari amici, pubblico un paragrafo del capitolo di “L’importo della ferita e altre storie” dedicato a Antonio Scurati. Avvertenza: chi vuol evitare che la propria libido fugga via e non torni prima di Natale, si astenga dal leggere.

Legenda: IS = Il sopravvissuto; USR = Una storia romantica; BSFM = Il bambino che sognava la fine del mondo; LSM = La seconda mezzanotte.

La questione di cui vengo a parlarvi adesso è seria. E certo la tentazione
di prenderla a ridere (persino in modo sgangherato) pressa
forte, sicché mi è richiesto un supplemento di serietà per trattarla
col piglio analitico dovuto. Lo faccio per rispetto dello scuratista,
cui va riconosciuto il diritto di coltivare su singoli temi le visioni
e le opinioni che gli sembrino più consone al proprio carattere. E
poiché l’argomento è quello relativo a Sesso & Eros, ossia quanto
di più prossimo all’intimità della persona sia dato immaginare, è
doveroso muoversi con cautela. Senza che ciò significhi mettere da
parte le valutazioni e la propria capacità di giudizio, tuttavia. E senza
che ci si debba peritare di rivolgere a Scurati la domanda dura
ma indispensabile: che trauma hai subito in gioventù, Antonio? Ti
si è parata innanzi la visione della Grande Vagina Dentata pronta a
divorarti come la balena di Pinocchio? Hai attraversato un incubo
nel quale venivi inseguito da una tetta gigante come Woody Allen
in «Tutto ciò che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai
osato chiedere», ma con esiti meno giocosi? Sei stato dimenticato
una notte intera in un pornoshop e hai creduto che quegli obelischi
fossero divinità pagane ostili?
Gli interrogativi sono più che giustificati, e per capirne il motivo
bisogna leggere i frammenti scuratisti dedicati al sesso. Lì trovate il
dominio massimo della sofferenza, della disumanizzazione, persino
del disgusto. E per carità, ciascuno può alimentare l’idea che vuole a
proposito del sesso come di qualunque altro argomento; ma poi gli
eccessi, in una direzione o nell’altra, hanno il medesimo effetto devastante.
Lo avrebbero su chiunque, ma in particolar modo su di me
che ho sempre visto il sesso come una festa. E invece immaginate
quale sbigottimento, e quale raccapriccio, nel leggere il frammento
che più d’ogni altro illustra la missione da Grande Cauterizzatore
dell’Eros, che Antonio Scurati s’è intestato eseguendola con zelo da
crociato. È riportato alle pagine 210-1 di IS, e descrive il rapporto
del professor Marescalchi con la collega Manuela. I due sono single
e perciò si concedono l’una all’altro in mancanza di meglio. Ecco
come il Cauterizzatore entra nella mente del professore sopravvissuto
alla strage e descrive la relazione fra i due copulatori occasionali:

Da un anno a questa parte non me la scopo nemmeno più. Lascio
che sia lei, volontaristicamente, a gingillarsi con il mio pene riluttante.
Lo massaggia, lo carezza, lo bacia, lo inghiotte, lo spegne con la sua per

sona e lo riaccende grazie alla impersonale appartenenza alla specie comune.
Un legame animale ogni giorno più lasco, più molle come il mio
pene nella sua bocca. Anche ieri è andata così. Mi ha strappato un’erezione
crepuscolare, un’eiaculazione acquosa. Il mio membro si è davvero
inturgidito soltanto in un sussulto terminale, nel tremito precedente
l’orgasmo, come il moribondo che s’irrigidisce un’ultima volta prima del
trapasso, quando l’illusione di una residua scossa di vita elettrica gli indurisce
le membra defunte. Il proverbiale «miglioramento» che precede
la morte. (…) Avevo impresso nella mente il volto di Manuela insozzato
da un rivolo di sperma acquoso, schizzato sulla sua pelle invecchiata dal
mio pene svogliato, l’immagine stessa dell’irrimediabile dissidio tra due
esseri umani congiunti nell’atto sessuale, eppure le mie parole davano ai
ragazzi l’idea dell’amore come fenomeno globale, realizzazione di una
sintesi tra anima e corpo, tra spirito e istinto, tra sentimento e sensualità,
l’amore grazie al quale il due diventa l’uno, unità assoluta degli
individui, dei sessi, di natura e cultura, di finito e infinito. (…) Avevo
nel cuore il pompino fattomi da Manuela, che valeva per me come
impenitente professione di ateismo, eppure ho dato ai ragazzi le parole
di Friedrich Schlegel, l’invasato di Dio: «Nell’anima degli amanti deve
esservi la divinità, che essi nel loro amplesso realmente sentono di stringere
fra le loro braccia che poi sempre invocano».

Provate un attimo a mettere fra parentesi il senso di profonda
desolazione suscitato dalla lettura di questo frammento, assieme alla
voglia di saltare al prossimo capitolo, e guardate ai passaggi concettualmente
e linguisticamente più significativi. Si parte dal «pene riluttante
». E già l’utilizzo del termine «pene» suscita tristezza a prescindere,
a causa di quel tono così pesantemente anatomico. Ritengo che
quando si parla di sesso le cose vadano chiamate col loro nome, anche
a costo d’essere volgari. Ma questa è un’opinione personale. C’è poi
quel confuso riferimento all’impersonale appartenenza alla specie comune.
Mistero. Poi l’erezione crepuscolare, e l’eiaculazione acquosa. E
il membro (altro termine tristissimo) che esibisce un sussulto terminale,
come un moribondo. E dopo aver ancora elucubrato, aver finalmente
chiamato la cosa col suo nome ma associandola a una declinazione
verbale raccapricciante da mattinale dei carabinieri (il pompino fattomi),
si mette a sdottorare d’ateismo e Schlegel. Al tirar delle somme,
una cosciente e accanita devastazione dell’Eros.
Chi ha letto i libri di Antonio Scurati sa che il frammento riportato sopra non è un’eccezione, ma la norma. In quelle pagine il

sesso è l’attività più squallida e degradante che gli esseri umani possano
concedersi, e il senso di questa visione delle cose viene portato
avanti con accanita dedizione. Sicché, quando si sofferma su Sesso &
Eros, la prosa scuratista sembra non avere altro scopo che cauterizzare
tutto ciò che trova sulla propria strada. L’ho appreso anch’io dopo
essermi inflitto la lettura di IS. Quell’esperienza mi ha insegnato
una verità indiscutibile: che una sequenza scuratista sul tema Sesso
& Eros è cento volte più efficace d’una flebo di bromuro. Se soltanto
le gerarchie vaticane scoprissero il trucco, non avrebbero bisogno di
spendere fiumi di retoriche e propagande nel plurisecolare tentativo
di scacciare il Demonio della Carne lontano dai peccatori e dalle
peccatrici. Basterebbe loro dare massima divulgazione delle pagine
scuratiste. E lo stesso si potrebbe dire a proposito di sex addiction: chi
ne soffre non ha bisogno di andare in terapia, o di darsi una bella
scartavetrata alle pudenda. Gli è sufficiente leggere il frammento
presente alle pagine 80-1 di USR per sentir andare in cenere ogni
friccico:

La puttana si chiamava Berta, era rossa di capelli e tenerissima di
gambe e di seno, molle della mollezza dei corpi abrasi. Poteva avere a
stento diciott’anni, anche se aveva vissuto a lungo: era già patinata di
vecchiaia. Era bella, ma di una bellezza che portava in sé una tara
fatale. Berta aveva infatti tutti gli attributi della grazie celtica: capelli
rossi, efelidi sul naso, incarnato diafano, ma, sopra ogni altra cosa, aveva
due denti mancanti, i due incisivi superiori. Nella sua bocca, i denti
interrompevano il loro regolare semicerchio giusto sotto la protuberanza
del naso.
Se non fosse stato per quel vuoto strappato, Berta avrebbe senz’altro
potuto servire nei bordelli di lusso di via San Giovanni sul Muro, ma
quelle voragini ne inghiottivano tutta l’avvenenza.
Jacopo, d’altra parte, non avrebbe mai scambiato la sua Berta sdentata
con una delle puttane imbelletate di via San Giovanni sul Muro,
poiché era proprio in quelle sue voragini che lui si inabissava. Sprofondato
in un groviglio di carni mal lavate, cullato dai fiati di gastrite di
quel passerotto tisico, spelacchiato e sdentato sul davanti da quando
un lenone le aveva buttato giù i due incisivi con una testata, Jacopo
sognava una dama bianca, una lontana, irraggiungibile fata di luce.
Ci andava apposta, in quel trivio sozzo, scansando i bordelli alla moda

affollati di odalische, boiadere e meretrici in carriera. Ci andava perché
per poter sognare il suo angelo non gli bastava la prostituzione – gli
serviva la sciagura. Soltanto nelle stamberghe terrestri, dove le donne
in carne e ossa trascinavano le loro esistenze miserevoli fino alla morte,
soltanto lì la foga del sesso si rovesciava per lui in una violenza eretica.

Come avrete compreso dai due frammenti appena riportati – ciò
che verrà ampiamente corroborato dalla lettura di quelli a seguire –
la vera missione della narrativa scuratista è la squallidificazione del
sesso e dell’eros, la loro rappresentazione alla stregua di pratiche
lebbrose. E per chi ne è avvertito, e ahilui deve leggere i romanzi
di Scurati per i motivi più svariati, si tratta di prendere le opportune
contromisure. Io ho scelto la mia dopo la traumatica esperienza
della lettura di IS. In occasione di un viaggio a Londra nell’aprile
2012 ho fatto incetta di cartoline con annunci di escort e relativi
numeri di telefono. Chiunque visiti in questi anni la capitale del
Regno Unito sa che di questi cimeli ne trova quanti ne vuole dentro
le tipiche cabine telefoniche rosse di cui la metropoli è disseminata,
e che ormai sembrano non avere altra funzione che questa: essere
bacheche per i coloratissimi annunci delle escort. Del resto, con la
diffusione ormai capillare della telefonia cellulare e per via della soverchiante
puzza di piscio che si respira in quei cubicoli, quale altro
uso potrebbero avere? E essendo io un arraffatore di cartoline d’ogni
tipo (pubblicitarie, celebrative, d’invito in discoteca, tutte quante
utilizzate come segnalibri), oltreché un sostenitore della pornografia
come forma d’arte, ne ho fatto scorta riempiendone le tasche del
giubbotto. Mi avessero fermato per un controllo qualsiasi non avrei
saputo quale giustificazione addurre, per di più esprimendomi nel
mio inglese da gramelot. Ebbene, dopo la lettura di IS ho preso
l’abitudine di inserire non meno di tre cartoline di quel genere fra
le pagine dei libri scuratisti. In caso d’emergenza, basta ritrovare il
segno.
È grazie a questo accorgimento che sono riuscito a sopravvivere
ai frammenti eroticamente più post-atomici mai letti in vita mia.
Come per esempio quello che giace a pagina 52 di IS, dove al povero
professor Marescalchi viene fatto pagare pesantemente un risveglio
dei sensi. Il pover’uomo si trova ancora nel letto d’ospedale
dopo la strage. Lì va a trovarlo una donna di cui era stato amico fin
da ragazzino, e che sovente aveva attraversato le sue fantasie sessuali.

Ecco cosa succede:

Lei gli reggeva le mani. Lui le guardava il seno. In silenzio. Senza
ritegno. Il disgusto di sé era cresciuto in lui così intenso, negli ultimi
istanti, da fargli scegliere l’ebbrezza dell’abominio. Andrea lo aveva
sempre idolatrato, quel seno pesante eppure sodo. Ci si era sempre genuflesso
come davanti a un totem precluso da un interdetto sacro. Adesso
che tutto era andato in malora poteva violare anche quel seno. E lo
fece. Ci si tuffò con la veemenza del profanatore. Poi sentendo la mano
di lei carezzargli la nuca, si ricordò di averne una anche lui e la usò:
Andrea ora sprofondava con il volto nel seno sinistro mentre con una
mano ghermiva l’altro. E più lui si aggrappava alla mammella, più
lei si premeva con forza la faccia di lui contro il petto. Sembrava una
Madonna addolorata che si conficcasse nel cuore il naso aguzzo di un
uomo disperato invece della punta acuminata di un pugnale. (…) Per
la prima volta dal momento in cui Vitaliano Caccia aveva estratto la
pistola dal suo casco da motociclista, Andrea Marescalchi si sentiva di
nuovo vivo. E non per effetto di un supposto potere vivificante dell’eros.
No. La vita gli era nuovamente familiare nel sordido sotterfugio che
aveva escogitato con se stesso per giustificare un comportamento vizioso:
aveva usato una strage come alibi per allungare le mani sui seni di una
donna. Ora sì che la riconosceva nella sua inestirpabile bassezza. Era
questa la vita da cui pensava che quei colpi di pistola lo avessero bandito
per sempre. Ecco un essere umano, si disse Andrea contemplandosi,
affascinato e inorridito, nella propria inverecondia.

Non c’è requie per il desiderio che soltanto osi mettere la testa
fuori dalla tana. A rimarcare il concetto provvede il frammento
scritto qualche pagina prima (alla 43), là dove il degente s’accorge
d’una sconveniente reazione del corpo e ne ricava il segno conseguente:

Allungò la mano a cercare l’aculeo. Dopo una breve ricognizione
tattile, i polpastrelli gli segnalarono la presenza di un’erezione nel suo
corpo. (…) Di una cosa era certo: la colpa aveva assunto la forma turgida
del suo pene in erezione.

Il desiderio è il Demonio, e l’erezione ne è un’espressione. Quanto
agli organi sessuali, poi, sono le parti più misere dell’anatomia
umana:

– Dopo una breve ricognizione del suo corpo nudo, Andrea si soffermò
per un istante sui propri organi genitali, e in particolare sullo scroto,

che pendeva grinzoso, parzialmente occultato dal pene (IS, pp. 101-2)
– Soltanto allora Vitaliano si è calmato. Di fronte allo spettacolo di
Bianca in mutande e maglietta, alla vista delle sue gambe snelle, della
macchia di folto pelo nero adombrata sotto gli slip, dei grosso, sferici seni
affacciati con i loro capezzoli puntuti al cotone sottile della maglietta,
la furia implacabile che sospingeva Vitaliano deve avere abbandonato
il suo chiassoso organo fonatorio per concentrarsi più in basso, in prossimità
dei muti organi sessuali (IS, pp. 317-8)

C’è un passaggio a pagina 73 di IS in cui lo status di sopravvissuto
alla furia sterminatrice di Vitaliano Caccia, che il professor
Marescalchi si vede ritagliare addosso suo malgrado, viene attribuito
dallo scuratista all’indole vagamente femminea e «a una diversa
posizione nel coito violento tra generazioni». Leggere per credere:

Che cosa distingueva lui, lo scampato, da loro, i travolti, a parte
il fatto che lui era vivo e loro morti, a parte il fatto della mera vitalità,
che stava in lui nuda, ignara, oscena, come nell’animale o nella
pianta, mentre loro, gli altri, li aveva abbandonati? Poteva forse un
diverso sentimento della perduta giovinezza, una diversa declinazione
del risentimento e del rimpianto, che faceva di lui un professore più
femmineo, più cedevole, dedito alla seduzione più che all’imposizione,
al commercio più che al disprezzo, all’afflato più che al rifiuto, poteva
la sola predilezione per una diversa posizione nel coito violento tra le
generazioni tracciare il discrimine tra la perdizione e la salvezza?

Mi guardo bene dal trarre conclusioni sull’ottica scuratista a proposito
di rapporti di potere fra sessi e propensione maschile verso
la cura della parte femminile di se stessi. Un solo frammento non
sarebbe materia sufficiente per istruire un dossier. Anche perché,
riguardo al tema del progressivo sfumare d’un confine tra maschile
e femminile l’autore mostra una solida attrazione, persino più pronunciata
di quanto si riscontri nelle pagine del Vate Super Fluo,
Nicola Lagioia. In quel caso abbiamo visto come il prevalere del
Maschio Omega disegni la prospettiva d’un futuro proiettato verso
la riproduzione umana senza accoppiamento. A tale prospettiva il
Grande Cauterizzatore dell’Eros dedica una serie di passaggi conferendole
addirittura una solidità scientifica. Se con Lagioia si celebra
l’èra del Maschio Omega, con Scurati si salta all’éra del post-maschio:

– Le Leggi etniche, promulgate nel primo anno della Nuova era,

vietarono infatti alla popolazione indigena di riprodursi, imponendo ai
maschi veneziani in età fertile l’applicazione di un dispenser anticoncezionale
sottocutaneo e proclamando il bando per i trasgressori: padre,
madre e figlio (LSM, pp. 14-5)
– Proprio ieri il Maestro ha lottato contro uno dei suoi ragazzi. La
potenza guizzante, il vigore crudo e verde. Il corpo ne porta memoria.
L’orma della giovinezza, impressa ovunque nei risentimenti muscolari,
secerne in lui un vago fastidio di acido lattico, il sangue intossicato
da una sorta di presentimento. Alla fine il maestro lo ha schiantato,
l’allievo, ma non c’è niente, per sentire l’avvicendarsi delle generazioni,
come lottare contro un ragazzo. La condanna della carne, ferma, senza
appello. Eccola. Ti spinge verso il punto di metamorfosi, la zona di
transito tra il maschile e il femminile. La detumescenza del petto che,
giunto al parossismo del turgore, s’infrange, poi cala e risacca verso la
forma di un seno materno, tirato a terra dalla mammella. La forza di
gravità dell’origine. Il ventre, al contrario, si gonfia in un infecondo
prolasso addominale. Eccolo il maestro in divenire, divenire femminile
(LSM, p. 23)
– Il corpo nudo di Spartaco – colossale, scultoreo, micidiale – genera
la scena di una seduzione frigida. Nessuna storia, nessun rapporto, solo
culto. La sua bellezza è pura siderazione (LSM, p. 100)
– È stato proprio con quell’avanzare regressivo che si è diventati
umani, lasciando fuori la durezza ma assegnandole un rigido mansionario
per metterla di sentinella alla porta, lasciandosi portare verso
l’interno in direzione di un affinamento, di un essere viziati all’eccesso,
verso un mutamento evolutivo a passo di gambero, verso il disadattamento
definitivo alle assurde pretese della realtà. Passare di utero in
utero attraverso sempre nuove forme di parassitismo fetale – questo è il
vivere civile. Cos’altro sono la carlinga di quell’aeroplano in fase di atterraggio,
l’abitacolo dell’automobile che fra poco li condurrà all’approdo
dei battelli, le stive delle navi transoceaniche, la cabina del motoscafo
su cui si imbarcheranno, se non uteri esterni, organi cavi formati da
una successione di tonache che circoscrivono un lume? (LSM, p. 127)
– No, il Governatore si sbaglia: in quella decadenza tutto va per
il verso giusto. Loro sono in cammino verso la bellezza. Verso le forme
femminili, i caratteri e le abitudini fetali permanenti, la stabilizzazione
dell’attitudine intrauterina. Fornire la protezione garantita a una
fava o a un pisello, assicurare agli uomini di potersi riprodurre essen

zialmente in vivaio, di poter sfuggire alle leggi della maturità, di poter
godere per la vita intera dei privilegi embrionali – questa è la civiltà. Sì,
loro sono in cammino verso la bellezza. E verso il futuro (LSM, p. 128)
– Le gambe più lunghe del tronco, l’eccesso di grasso su fianchi e
glutei, le dimensioni ridotte del pene, il prepuzio ipospadico dovuto a
un incompleto sviluppo dell’uretra. E questo è solo quello che si vede:
sotto, nel buio dello scroto, Xiao sa di avere il cinquanta per cento in
meno di spermatozoi che aveva suo nonno. La chiamano «regressione
dei caratteri maschili». Sono migliaia di composti chimici annidati nei
cibi, nelle lacche dei mobili, nelle bottiglie di shampoo, che agiscono
come estrogeni e bloccano il testosterone. Due secoli di pesticidi, fitofarmaci
e additivi stanno trasformando il maschio in una variante della
femmina (LSM, p. 170)

Dunque, la prospettiva dalla quale il Grande Cauterizzatore
dell’Eros si sente attratto è quella dell’estinzione della copula. Alla
quale viene progressivamente negata persino la fin qui tollerata funzione
riproduttiva. Più papista del papa, il Magdi Cristiano Allam
della Crociata Anticarnale.
I protagonisti delle storie di Scurati si portano dietro traumi sessuali
più o meno espliciti. Quello delineato con maggior chiarezza
appartiene a Jacopo, protagonista assieme a Aspasia della fotoromanzesca
passione di USR. A pagina 37 di USR si legge:

Jacopo, non capendo come un agnellino potesse emettere il raglio di
un mulo squartato, si era accostato a piccoli passi alla porta della cucina,
e per la prima volta in vita sua aveva constatato che al mondo c’è
soltanto una cosa che può fare più rumore del dolore: il piacere.
L’immagine di sua madre che, con gli occhi strizzati e la bocca spalancata,
non si era accorta dell’ingresso del figlio nella stanza in cui si
stava offrendo a uno sguattero che la prendeva da dietro, quell’immagine
sarebbe rimasta piantata nella mente di Jacopo come il seme di ogni
suo futuro sentimento della vita, quando la vita s’inoltra nei quartieri
sordidi e desolati dove gli uomini e le donne si accoppiano.

Ovvio che, una volta adulto, l’eroe risorgimentale esprima la propria
sessualità obbedendo a quel calco ossessionario che gli è rimasto
impresso. Lo fa dando luogo, alle pagine 218-9, a una furiosa copula
con la già menzionata prostituta sdentata Berta che viene consumata
addirittura fra le guglie del Duomo di Milano (sic!). Una scena
da film porno-trash che ai supergiurarti del premio Super Mondello

deve essere proprio superpiaciuta:

Mentre l’orda estasiata dei patrioti defluiva, Jacopo si accorse che
tra essi c’era anche Berta. Si guardò attorno con circospezione, per assicurarsi
che Aspasia non si fosse unita a loro, quindi, appostato dietro
l’effige pietrosa di un protomartire cristiano, tese un agguato alla prostituta.
La afferrò per un braccio, e senza dire una parola la trascinò in
uno dei tanti ambagi che quello sterminato intrigo di guglie, cuspidi e
statue imbastiva sulla sommità del Duomo.
Berta si lasciò trascinare, sottomessa alla fatalità di quel desiderio
violento. Si sollevò la gonna, se la annodò in vita, poi denudò Jacopo.
Lo trovò pronto.
La ragazza stava già avvinghiando le cosce attorno ai fianchi di
Jacopo, montandogli in arcione, quando lui ruppe il silenzio con un
suono di gola: «Che stai facendo, Berta?».
Lei si bloccò, spaventata e affranta, temendo di aver equivocato l’inequivocabile.
«Lo sai che non ti voglio vedere in viso. Voltati,» le ordinò Jacopo.
«Come sempre. Voltati e piegati sulla balaustra».
Mentre si sentiva i capelli artigliati alla nuca, mentre si sentiva
il maschio che la rovistava nel ventre, mentre lo sentiva sbollire come
un mulo, Berta, piegata in due sullo strapiombo, i gomiti piantati nel
parapetto di marmo per puntellarsi, notò che laggiù in basso, proprio
in fondo in fondo, alla periferia estrema della sua visuale, si riusciva a
scorgere la barricata di San Damiano.
Persino di lassù la si vedeva. Attorno, le formicolava una minuscola
umanità verminosa.

Portandosi addosso tare del genere gli Ultra Ego scuratiani non
possono non vivere storie travagliate con le donne che abbiano la
sventura di far coppia con loro. Testimonia di ciò la povera Martina,
fidanzata del clone scuratista in BSFM fino a che non pensa bene di
mollarlo. Meglio tardi che mai, direbbe qualcuno. Troppo tardi, dico
io, dopo aver letto frammenti come quelli che seguono. Di prendersi
in carico un sarcofago del genere non gliel’aveva mica prescritto il
medico. Per capire il senso di ciò che dico, leggete quanto segue:

– Io e Martina, da quando siamo qui, non abbiamo mai fatto l’amore.
Dopo un fiacco tentativo la prima sera, abbiamo smesso di fingere
di avvertirne il bisogno. Sembriamo deprivati di ogni desiderio, e anche
di ogni impulso (BSFM, p. 127)

– Riferisco i contenuti del pezzo a Martina e lo commento per lei.
Di tutte le precarietà che erodono la sicurezza in se stesso dell’uomo
contemporaneo, la precarietà sentimentale, le dico, è la più invalidante,
e per questo la più sottovalutata. Già D. H. Lawrence sosteneva che la
nostra è un’epoca tragica e che per questo noi ci rifiutiamo di prenderla
sul serio. La coloritura tragica al tempo che viviamo – proseguo – la darebbe
proprio la scomparsa dell’amore assoluto, «l’ultimo dei cicli crollatici
sul capo». Noi scontiamo oggi non le conseguenze dell’amore, ma
della sua morte sociale. La sublime, alata idea romantica dell’amore
grava su noi con il peso di una condanna a vita (BSFM, pp. 128-9)

I maschi scuratisti sono una frana, e questo lo avrete ben compreso.
E rimane da chiedersi quanto ciò sia il frutto dell’ennesimo
cortocircuito tra arte e vita. Fra l’altro, un’analisi altrettanto approfondita
andrebbe dedicata alla rappresentazione delle figure femminili.
Che si dividono in due profili: o fruste e annichilite dall’esistenza
quanto gli Ultra Ego scuratisti, o ultradonne impossibili da
domare per uomini d’ordinaria virilità. Troviamo esempi di entrambi
i profili nelle pagine di BSFM. Un esempio del primo profilo (a
pagina 113) è quello della merciaia bergamasca ritratta nel triste
ambiente della sua bottega:

La merciaia, in netto contrasto con la sua bottega, era una donna
giovane. Magrissima, le occhiaie rotonde, indossava una calzamaglia
che n’esasperava la magrezza, generando, più che un richiamo sessuale,
un effetto-radiografia. Quella donna dava, insomma, l’impressione di
voler esibire non le proprie carni scarse ma le proprie ossa.
Quell’incontro si conclude per l’Ultra Ego scuratista con un acquisto
inutile almeno quanto la precisazione sulle sue prospettive
erotiche a breve termine:
Comprai sei paia di mutande tanto antiquate da non poter essere
indossate in presenza di una donna che non fosse la merciaia. Ma, al
momento, amanti all’orizzonte non ce n’erano.

Per quanto riguarda l’altro profilo, quello della ultradonna, esso
è tratteggiato attraverso la figura di Mati Wangari, una giunonica
donna nigeriana che a torto viene coinvolta in un (falso) caso di
pedofilia (pagina 154):

Innanzitutto, a giudicare dalle foto pubblicate nelle pagine di cronaca,
e poi dal filmato del suo arresto diffuso con grande enfasi da
tutti i telegiornali, la Wangari era una donna di bellezza imponente

e quasi spaventosa. Nera come la pece, aveva un seno abbondante e
il sedere sporgente tipici della sua gente, ma entrambi in proporzioni
gigantesche. In più, a differenza della maggior parte delle sue connazionali,
era anche molto alta. Tutto il suo corpo suggeriva l’idea che, per
pareggiare l’energia che promanava da esso, sarebbe stato necessario che
a possederla si animasse una di quelle cariatidi di pietra che reggono
il peso d’interi palazzi. Un maschio umano, o di qualsiasi altra specie
animale, non sarebbe bastato. Nessun’altra carne avrebbe potuto avere
ragione di quella sua carne smisurata.

Il senso dell’inadeguatezza maschile è talmente lampante da
muovere a condiscendenza, scacciando così la tentazione di esclamare:
«Scurati, parla per te!». In fondo, ogni generalizzazione è
proiezione dell’individualità oltre il recinto dei propri limiti. Ma
di questo senso dell’inadeguatezza maschile rispetto alle figure femminili
possiamo trovare molti altri riflessi nelle pagine scuratiste.
In LSM è un tutto un fiorire di rapporti sessuali fra mogli di ricchi
uomini d’affari o dignitari (comunque cuckold) e i rudi gladiatori,
cioè maschi di una risma particolare e comunque molto distante
rispetto a quella cui appartiene il frusto bipede scuratista. A pagina
173 si ha la plastica rappresentazione di questo complesso equilibrio
fra mondo maschile e mondo femminile. Vi si descrive la scena in
cui la moglie del procuratore di Nuova Venezia viene sbattuta dal
gladiatore di turno su ordine del marito:

«Adesso!»
La voce del procuratore Xiao, diffusa attraverso l’interfono, risuona
squillante nella cucina.
Sua moglie non si muove, come se non l’avesse nemmeno udita.
Aiace, divorati gli ultimi bocconi, si alza. La donna, come ignara del
mondo, continua a dargli le spalle. Aiace l’abbranca.
Una mano artiglia la nuca premendole la fronte contro il bancone,
l’altra rimesta in basso. Per qualche secondo il cranio della donna quasi
scompare nella mano del maschio, poi il suo corpo discreto sobbalza
sguaiato nello sconquasso di una virilità per lei smisurata. L’uomo si dà
al saccheggio. A ogni colpo segue un sussulto, una scossa d’assestamento
che s’innerva lungo la spina dorsale fino al mento che picchia contro il
tagliere. A parte quel piccolo tonfo periodico, non c’è altro rumore.
Pochi colpi e Aiace si toglie. La donna crolla. Il maschio le cerca
la bocca, la invade. Resta lì, senza movimento alcuno, la faccia di lei

conficcata negli inguini. Poi il seme si mischia al vomito.
Il procuratore Xiao preme il tasto dell’interfono. Non intende passare
dall’altra parte. Chiede che sia sua moglie a ripulire tutto.

E se proprio non ci sono gladiatori a portata di mano, si può
osare ciò che nemmeno Cicciolina avrebbe azzardato (LSM, p. 77)

Come convocato dalla prosternazione, lungo quattro o cinque metri,
un pitone reticolato striscia su di lei. Ha la testa grossa, i denti a forma
di uncino. L’occhio è piccolo, la pupilla verticale. La donna è supina,
l’animale la copre tutta con il suo dorso maculato a disegni irregolari,
scuri e contornati di giallo. La percorre dalle cosce alla pancia, ai seni,
in cerca di una preda da ingoiare viva, un uccello corridore, una capra,
un grosso roditore.
Quando il rettile le raggiunge la faccia la donna scatta, rincula, lo
afferra. Segue le sue compagne nella danza, si sfrena, esce da se stessa.
Ma non danza sola. È lui che vuole, è lui che cerca, è lui che desidera.
Se ne lascia avvolgere, gli si offre, lo caccia per esserne cacciata. Esce da
se stessa per far spazio a lui, si dischiude per lo sbranatore.
Intanto, in galleria, i maschi tracannano i loro whisky per darsi
un coraggio di cui non avranno alcun bisogno. La danzatrice, inginocchiata
sulle tavole del palco, sta infatti protendendo le mani verso
il serpente.
Gli offre le braccia, i seni, le natiche crude. Ma il contatto non le
basta, lo vuole nutrire con le proprie viscere, lo vuole dentro. Allora si
distende sulla schiena, allarga le cosce, innalza le braccia. Gli rovescia
la testa romboidale verso il basso, quello la allunga nel vuoto, lei lo
incorpora a fatica. Lo divora e ne è divorata.

Ai normali maschi scuratisti non rimane che il sesso a pagamento.
E infatti sul tema l’autore sciorina una sapienza di tutto rilievo:
– Otto milioni. A tanto ammontavano i clienti delle prostitute in
Italia. Una rilevante fetta della popolazione maschile fissata a uno stadio
di sottosviluppo della propria sessualità, a quello stadio in cui l’atto
sessuale si colora di una sinistra sfumatura sadica, diventa un esercizio
predace di possesso e disprezzo, una richiesta di sottomissione strumentale
e, al tempo stesso, una dichiarazione di resa alla frustrazione erotico-
sentimentale.
«Taci e succhiami il cazzo». Volevamo donne ridotte a oggetti da
manipolare per il nostro piacere, perché il nostro piacere scaturiva dal
rimanere noi l’unico essere umano in un mondo di oggetti. «Voltati

che ora t’inculo». Volevamo chiavare una femmina in carne e ossa, ma
volevamo farlo come se ci stessimo facendo una sega. «Godi, brutta troia
». La femmina in carne e ossa doveva smaterializzarsi nel simulacro
di una fantasticheria erotica. «Implora pietà al tuo signore». Chiavare
doveva equivalere a derealizzare, smaterializzare, annichilire. Sognavamo
che il nostro cazzo esplodesse come un fungo atomico (BSFM, pp.
160-1)
– Ma il vizio dei clienti eleganti cerca un’altra mercanzia. E la trova
ovunque. Le puttane del Castello stanno in piedi quasi nude davanti ai
loro luridi stambugi. Occhieggiano da ingressi malamente velati da un
brandello di tenda, ammiccanti, denutrite e smunte. Hanno le guance
sporche, annerite dal fumo di lucerna, i capezzoli tinti d’oro, mostrano
agli uomini il ventre che li ha partoriti, portano loro il fetore del postribolo.
Sono lumache livide, febbricitanti, pietose puttane da due oboli,
sono piccole lupe di suburra, corpi divorati dalle febbri, seni schiacciati,
spalle cadenti.
Eppure le cercano. Le cercano perché hanno l’aura di cadaveri insepolti,
che né i cani né gli avvoltoi toccheranno, hanno il fascino di ciò
che si decompone vivendo. Le cercano i clienti ricchi, migrati fin lì dagli
hotel di lusso della riva o del corso, le cercano nei lunghi mesi di una
canicola infinita, nella promiscuità di creature d’ogni specie, nell’accampamento
dell’estrema miseria. Soprattutto, le trovano sempre. Sono
una colonna dell’eterno. Eternamente disponibili a tutto. E allora, i
maschi le cercano con la disperazione di predatori esausti. Fiutano tra
i loro inguini, in quel loro glabro delta di denutrizione, la prossimità
dei cimiteri, la presenza dei boschi sacri, il fumo dell’incenso e il forte
odore delle corone di fiori accatastate attorno ai fossi. Sono loro le regine
di questo mondo di frodatori, di esuli, di schiavi fuggitivi, di individui
sradicati e inaspriti. Nelle loro anche si giuntano la fame e il piacere dei
sensi, l’ingordigia e la voracità insaziabili, l’unione intima dei luoghi e
della gente, si stringe il patto tra l’orgasmo e il nutrimento. È loro questo
regno di bizzarria, di asprezza e di splendore (LSM, p. 90)

Qua e là emerge la tendenza a vedere nel proprio profilo intellettuale
un atout che sopperisca a altri deficit:

– In quel periodo, ostinandomi in questo tentativo di plagiare me
stesso, avevo anche rilasciato un’intervista a «L’Espresso», nella quale
teorizzavo l’utilità pedagogica di relazioni erotiche con gli studenti e la
legittimità sociale del fascino sessuale esercitato dai professori (BSFM,

p. 23)
– Una qualunque tardiva Bovary della nostra eterna provincia, forse
sedotta dalla blanda notorietà di cui ero circonfuso in virtù di qualche
sporadica apparizione televisiva (BSFM, p. 75)

Per l’ennesima volta mi tocca sintetizzare e citare in ordine sparso
frammenti che meriterebbero analisi a sé:

– Sentì quel vuoto come un pieno: tre metri d’aria stantia, colmi di
esalazioni e di impalpabili forze oscure. In quell’orgasmo di disperazione
Andrea fu persino capace di partorire una larva di desiderio (IS,
p. 35)
– (…) la politica della Chiesa riguardo alla tossicodipendenza puntava
sulla segregazione dei drogati in comunità esterne al corpo sociale,
laddove don Gervaso voleva invece spalancare le braccia per riaccoglierli
in seno alla comunità dei cristiani. La sua strategia di invaginamento
si situava, dunque, all’antitesi della linea espulsiva adottata dai vertici
(IS, p. 94)
– Durante la ricreazione ho chiesto ad Andrea Carlin di indicarmi
Caterina Bellodi. Non la incontravo da un po’ e non riuscivo a riconoscerla
nel mucchio delle ragazzine del primo anno, assiepate a fumare
nei pressi del parcheggio dei motorini. Carlin non ha fatto domande.
Evidentemente sapeva già. Con discrezione professionale mi ha segnalato
questa caricatura di una mignotta da strada. I capelli folgorati da
violenti colpi di un sole malato, all’altezza del busto due palloncini
di carne rigonfia, debordanti da una pezzuola striminzita che sfidava
il freddo tardoinvernale, l’ombelico scoperto a esibire un rotolino di
pinguedine puberale, sotto l’ombelico natiche robuste e cosce tozze da
contadina, inguainate in jeans fascianti a vita bassissima che sfidavano
il buon gusto e, considerata la complessione fisica trasmessale dalla sua
stirpe di braccianti agricoli, anche il buon senso. Infine, sul volto da
bambina imbronciata, il trucco pesante da donna passata con troppa
fretta dalle bambole ai vibratori (IS, p. 301)
– La città è agitata da una folla in tumulto, ma è un tumulto senza
orgasmo. Un tumulto spadone. Scosso continuamente dalle convulsioni
della fornicazione ma mai da quelle del piacere. Un’animazione senz’anima
(USR, p. 24)
– Ora mi è chiaro: la passione per i centri benessere non è sintomo di
una rigurgitante vitalità inesausta, non è un ennesimo palpito libidinale,
ma il suo contrappeso, il prodotto di una forza uguale e contraria:

è lo sfogo di una mai sopita pulsione di morte (BSFM, p. 125)
– La sentivo sussurrarmi parole soavi: «Sei stanco? Tanto lavoro…
poverino… tanto stress… Ora penso io… penso io…».
Sì, pensa tu, pensa tu, mia ombra degli altopiani, mio volo di notte,
soffia su di me la sabbia dei tuoi deserti. Il mio animo è ancora romantico,
sebbene il mio corpo sia immerso nella ferocia dei consumi sessuali,
nella volubilità dei desideri fattasi suprema legge di mercato, nell’assenza
di ogni bisogno che è l’unica regola del desiderio.
È un miraggio che dura da tutta una vita. Enorme il suo volume
di sofferenza psichica. Ma non è roba nostra, non è colpa nostra. È lo
strazio della non coincidenza tra tempo della vita e tempo del mondo.
Vaghiamo tra i detriti del secolo dei grandi amori. La nostra epoca non
è contemporanea a se stessa. Il nostro cuore batte con quasi due secoli di
ritardo. Un infarto lento. Un infarto lento (BSFM, p. 163)
– Il gorilla si dibatte con vigore, smania, sfrega, torce. Ma, giunti a
questo punto, lo scontro è divenuto soltanto una questione di tempo, di
scarsa ossigenazione del cervello. Il lavoro paziente delle prese applicate
dal veneziano annullerà presto ogni gerarchia ponderale. Nella lotta come
nel sesso, l’orizzontalità inaugura il regno dell’asfissia (LSM, p. 99)

In mezzo a tanta desolazione, il Grande Cauterizzatore dell’Eros
riesce nell’impresa di piazzare un capolavoro di comicità involontaria.
Succede a pagina 159 di BSFM:

Non appena ebbi attraversato largo Cinque Vie, giusto oltre l’imbocco
di via san Bernardino, assistetti a una fellatio. L’atto di sesso
orale si accampava davanti ai miei occhi – e a quelli di una telecamera
installata per scoraggiare la prostituzione di strada – all’angolo di una
strada cittadina, in una zona semicentrale, su una via maestra illuminata
dalle vetrine di un bar.

E dato che doveva descrivere una fellatio, avrebbe fatto meglio a
evitare di dire che si trovasse all’imbocco di via San Bernardino. Ma
il massimo della cauterizzazione si raggiunge a pagina 238 di LSM.
In quel passaggio si descrive la curiosa pratica cui, nella Nuova Venezia
del 2092, si sottopone l’emiro del Qatar:

Il Maestro è stato costretto ad alzarsi assieme agli altri. Ora fissa la
porta, deciso a non risedersi. Come dischiuso dal suo desiderio di fuga,
in quel momento l’uscio si apre per fare entrare uno strano marchingegno:
una lunga cannula di plastica morbida e trasparente è collegata a
un otre di vetro contenente un liquido spumoso. All’estremità della can

nula non c’è però un ago, ma un beccuccio smussato e sottile. È l’emiro
stesso a spiegarne la funzione. Riceverà in pubblico una sorta di clistere
cerimoniale. Nell’otre spumeggia una grappa ottenuta dalla fermentazione
di linfa d’agave e corteccia di quercia. Assunta per via rettale
è enormemente più efficace, poiché da lì l’alcol passa direttamente nel
sangue; inoltre, non dà nessuna nausea.

Se mai Scurati dovesse invitarvi a bere una gazzosa, pensateci bene.
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