Memo e Oblivia tornano in e-book

Dopo diversi mesi di assenza in libreria, dovuti ai problemi aziendali dell’editore Baldini Castoldi Dalai, è tornato in versione e-book il mio secondo romanzo, Memo.

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E’ stato ripubblicato sotto il marchio Baldini e Castoldi. Adesso aspetto che lo stesso avvenga per il mio primo romanzo, Il mio nome è Nedo Ludi.

Pubblicato nel 2008, è un romanzo pieno di suggestioni, scritto in una lingua inattuale perché mai esistita. E è ambientato in un luogo immaginario che dà il nome a questo blog: Oblivia. Non tutti i lettori hanno capito quel libro, e l’avevo messo in conto. Ma chi l’ha capito non se n’è più separato e continua a vagare per Oblivia. Io non me ne sono mai andato da lì. E ogni volta che ascolto il brano di Kate Bush che segna l’atmosfera del romanzo mi chiedo perché mai dovrei tornare. Adesso aspetto che qualcuno di voi mi raggiunga. A presto.

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Il gigante sfregiato e il libro massacrato

Cari amici, questa è la versione integrale della stroncatura di “Il gigante sfregiato” di Enrico Vanzina, della quale è uscita una versione abbreviata sull’Unità di oggi. Buona lettura

Prima il nome, poi il libro. È una regola ormai consolidata per l’editoria di questi tempi italiani, ridotta alla caccia all’autore-banner. E tale regola trova ennesima conferma nel cosiddetto romanzo giallo di Enrico Vanzina, Il gigante sfregiato, pubblicato a luglio da Newton Compton. Un libro che fra l’altro è piaciuto a Antonio D’Orrico, book jockey del Corriere della Sera. Ci avrebbe stupito il contrario. Del manufatto D’Orrico ha scritto: “(…) questo è un gran bel romanzo scritto da un vero scrittore con un tocco neochandleriano di freschissima malinconia”. Stiamo parlando dello stesso D’Orrico che nel 2002 ebbe a definire Giorgio Faletti “il più grande scrittore italiano”. E adesso quella frase campeggia nelle nuove edizioni dei libri falettiani marchiati dalla new company Baldini-&-Castoldi-non-più-Dalai. Memento per il BJ e per chiunque altro che certe figure scatologiche ce le si porta addosso a vita come fossero pochette nel taschino.

 

Enrico Vanzina, lo scrittore-banner

Enrico Vanzina, lo scrittore-banner

 

 

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Ma com’è il romanzo con tocco neochandleriano di freschissima malinconia? Presto detto, con una premessa: non ci si sofferma sulla trama, che è un guazzabuglio assurdo d’improbabilissime trovate di cui si perde presto il filo. Ricostruirla significherebbe dissipare tutto lo spazio. Meglio dedicarsi al testo, cominciando dai soliti richiami di copertina da banco dei detersivi che rendono famoso il packaging di Newton Compton. Si legge fra l’altro che “il giallo incontra la commedia all’italiana” (ai giardinetti?), e che il testo ricorda “un po’ Chandler un po’ Simenon”. Er Monnezza, inconsolabilmente offeso, ha tolto il saluto all’autore-banner. Si parla anche di “Le indagini del detective Mariani”; e ciò significa che incombe su di noi la minaccia di una serie. Siete avvisati, barricatevi in casa.

L’incipit è già esauriente. Uno ce la mette tutta a scacciare i pregiudizi sul libro di Enrico Vanzina, ma poi basta leggere le prime righe e ecco che ogni sforzo è vanificato: “La prima volta che incontrai Sandrone era un pomeriggio come tanti, uno di quelli in cui sarebbe potuto accadere di tutto. O invece niente” (p. 9). Leggendo questa avrete letto tutto il libro. Cioè niente. Ma noi quel niente, per deformazione professionale e anche psicologica, ce lo siamo voluto sorbire fino in fondo. Il che ci ha permesso di trovare, nel finale (pagina 241), un frammento praticamente identico all’incipit: “Ci fissiamo per una frazione di secondo. Un secondo nel quale c’era tutto quello che c’era stato tra noi. Molto. Ma anche nulla” (p. 241). Chissà se anche l’editor sarà stato ipnotizzato dal tocco neochandleriano di freschissima malinconia, al punto da lasciarsi sfuggire la ripetizione. Ci s’inoltra nelle pagine vergate neochandlerianamente e si va a scoprire strepitosi nonsense. Per esempio, a pagina 10: “Malgrado i capelli incolti e lunghi, aveva comunque un viso pulito, somaticamente leale”. E che diamine sarà mai ‘sta lealtà somatica? Quesito da girare a Raffaele Morelli, che magari ci campa su per 5-6 puntate di psico-pop. Il tizio che mostra tale soma è il rugbista Sandrone, che di se stesso dice (p. 14): “Ho amici che si contano sulle dita di una mano mozza”. E il detective Mariani, di rimando, commenta a questo modo la piatta esistenza del rugbista: “’Non è proprio la biografia di Marco Polo’, commentai ironicamente”. Due umoristi da infarto. Inoltre, c’è un passaggio che fa il paio con quello sulla lealtà somatica. È piazzato a pagina 33: “Era un vecchio poliziotto disilluso, ma ancora in grado di distinguere i bersagli del suo cinismo stanziale”. Cinismo stanziale? Misteri della neolingua newtoncomptoniana. Un idioma al quale Vanzina fornisce sostanziosi apporti, come quello riportato a pagina 121: “A me mi stavano pagando in due”. Perla d’assoluto valore a pagina 39: “Lo vidi arrivare in via Gioberti con aria dinoccolata”. Che aria triste e dinoccolata hai, mia cara: hai forse contratto la scoliosi sentimentale? Ancora, a pagina 57:“C’era stato, infatti, un tempo nella mia giovinezza in cui mi ero intestardito con le prospettive, i colori, la tempera. Una breve illusione artistica stroncata dal pragmatismo di mio padre, che mi obbligò a sterzare verso la carriera di avvocato. Acqua passata. Ormai quasi una vertigine”. Cosa c’entrerà mai la vertigine? La vetta del sublime si tocca pagina 135: “Giuliani mi fissò con l’essenza etimologica della sorpresa stampata in faccia (…)”. L’Essenza Etimologica della Sorpresa. Possibile che l’Accademia della Crusca non ci abbia ancora dedicato un’intera sessione di lavori?

Ciò che più spicca, nel libro dal tocco neochandleriano d’altissima malinconia, sono le imbarazzanti similitudini. La lista è sterminata: “Sandrone, al contrario, sembrava avermela raccontata giusta. Dritta come la piega di un pantalone uscito da una tintoria” (p. 16); “Lo fissai con un sorriso freddo come un ghiacciolo (…)” (p. 21); “La bionda mi lanciò uno sguardo gelido come avrebbe dovuto essere quella vodka (…)” (p. 28); “(…) entrò Giuliani, tarchiato come un boccale di birra” (p. 33); “La lista di quelli che ha spedito al pronto soccorso è fitta come due pagine di versetti del Corano” (p. 35); “Era visibilmente moscio, come una pianta da interni abbandonata in salone durante le vacanze” (p. 40); “Li feci ingabbiare come scimpanzé allo zoo” (p. 44); “Gli lanciai uno sguardo affilato come una lama” (p. 48); “La città pareva caduta già in catalessi, vuota come una bottiglia di Veuve Cliquot sul banco di un night all’ora di chiusura” (p. 72); “(…) ronfava tranquillo, un rombo simile al motore di un vecchio battello fluviale dell’Amazzonia” (p. 81); “Combaciavano come le valve di una stessa cozza” (p. 86); “Trovare il 439 non fu facile come mandare giù una pillola per il mal di testa” (p. 87); “Era spaventata come una bambina al Luna Park, nella casa delle streghe” (p. 91); “Quel nome mi rimbombò nelle tempie come un tuono” (p. 92); “Nel furgone calò un gelo da inverno finlandese” (p. 123); “Lugubre come un quadro espressionista tedesco” (p. 131); “Uscii dalla Questura di via Genova leggero come un petalo di mandorlo” (p. 136);”Vivevo dannatamente solo, in una casa lercia e solitaria come un calzino spaiato” (p. 149); “Mi preparai un caffè nero come la pece” (p. 175); “E mi concentrai di nuovo sul caso nudo e crudo. Era come una forma di groviera: piena di buchi” (pp. 176-7); “Mi stampò un bacio sulle labbra. Leggero come un fraseggio di Mozart” (p. 191); “Lei mi lanciò uno sguardo affilato come una rasoiata. Ma era solo un’occhiata, non mi fece sanguinare” (p. 216). In particolare, ecco una doppietta dedicata alla escort Fatma: “Fatma Sorrise. Un sorriso malinconico come un giorno di nebbia” (p. 74); “Sfoderò un altro sorriso triste come un fado” (p. 76). A pagina 31 ecco un frammento da oscar della ridondanza: “(…) mi gridò con un gracchiante rantolo asmatico”. Cioè, aveva l’asma e perciò rantolò gracchiando. Vabbe’.

Strepitose le descrizioni d’ambiente. A pagina 130: “Dopo la lunga estate torrida che aveva avvolto per mesi la città, l’arrivo di quelle folate di vento freddo ti facevano già rimpiangere l’umidità afosa di agosto. Siamo strani animali: non ci adattiamo mai allo svolgersi ciclico delle stagioni”. Notare l’errore di grammatica: “(…) l’arrivo di quelle folate (…) ti facevano rimpiangere (…)”. Meglio ancora a pagina 81:“Nuvoloni carichi di brutti presagi scorrevano come ombre cinesi sotto al coperchio del cielo”. Non sembra una telepromozione di pentole a pressione? E i luoghi comuni? Presenti. Si va dal “palpabile imbarazzo” (p. 131), alla porta che si chiude “con un colpo sordo” (p. 171), per giungere al “passo felpato” (p. 214).

Alla fine l’autore-banner sente di dover esprimere gratitudine a una persona (p. 245): “Ringrazio Olimpia Ellero, la quale, con la sua intelligenza e la sua tenace competenza, mi ha suggerito semplificazioni narrative ed efficaci soluzioni di sintassi”. E meno male che la signora “La Quale” l’ha ben consigliato! Altrimenti sai cosa ci avremmo trovato in quelle pagine.

Certo, per quanto attenta le è sfuggito il passaggio da antologia a pagina 146: “Per il momento la mia era solo una sensazione. Una sensazione sensata, però”. Magari anche un po’ sensitiva. Sicuramente neochandleriana e di freschissima malinconia.

 

978-88-541-5170-3

Memo, capitolo 21

Cari amici, oggi recupero un capitolo del mio secondo romanzo, “Memo”, pubblicato nel 2008 e attualmente fuori catalogo a causa delle vicissitudini che hanno colpito la casa editrice Baldini Castoldi Dalai. Sto lavorando per fare in modo che torni presto in libreria assieme all’altro romanzo pubblicato con BCD, “Il mio nome è Nedo Ludi”.

Buona lettura.

CAPITOLO 21
(The other side of town, CROSBY E NASH, «Crosby & Nash»,
2004)
Gabrio e Fabia, Casa 9
Ho aspettato come un dono che tornasse un giorno di sole.
Sigillata dentro il freddo di casa a guardare in alto verso il
cielo, e verso Oblivia intirizzita lassù, sul ciglio della strada,
non ho disperato un attimo che la luce e i colori riapparissero.
Oblivia non poteva morire, non così.
L’ho sentito stanotte che il tempo stava cambiando. E so
che l’hai sentito pure tu, Gabrio. Lo so anche se non lo dici,
perché non parli mai. Però c’era un’altra quiete nel tuo
respiro di stanotte, e questo è stato per me il segno che l’inverno
più freddo mai visto a Oblivia se ne stava andando.
Sentivo pure che c’era un frusciare diverso del vento sull’erba
vetrificata dal gelo, e che il fumo dei comignoli tornava a
forare l’aria immobile. E ho ricominciato a sentire il tuo
odore, Gabrio. Lo sento anche adesso mentre salgo per la
collina che sormonta Oblivia, e so che mi stai seguendo senza
dirlo. Perché tu non parli mai, nemmeno a me.
Come non sentire il tuo odore? Così forte e ruvido, come
vapore sprigionato da pietra. Così fiero e tenace, come
crosta sulla ferita. Così diverso, ma d’un’altra diversità che
quella detta dalla gente d’Oblivia quando sottovoce parla

dell’odore tuo e pure del mio, tutti convinti che discosti da
loro noi non s’oda. Il tuo, il nostro odore da allontanare, e
da disprezzare. Eppure non peggiore del loro. È odore di terra
e d’animale, odore di natura non ripulita. E io non lo
strapperei mai di dosso a te e a me, Gabrio. Questo odore di
vita che si feconda e marcisce, e poi rinasce. Di cosa credono
sia fatta la natura, e di cosa l’incanto d’Oblivia? È il ripetersi
sempre uguale a se stesso, morire e germinare dalla
morte, la decomposizione che riaccende la vita attraverso le
carcasse, e le larve, e i vermi. E il frascame che si lercia e
muffa per generare linfa e frutti. Tutto da se stesso, la poltiglia
di necrosi che rianima la vita. Quel sostrato di morte e
vita che è nella tua pelle, Gabrio, e nella mia. E cosa mai vogliono
saperne quelli che vivono Oblivia all’altezza della
strada e non vedono cosa c’è uno strato soltanto sotto il loro
quotidiano trascinarsi? L’odore della tua pelle e della
mia, Gabrio, ecco cosa. Quello che non vogliono sentire né
vedere, lo sporco e il marcio dell’idillio, raccolto e nascosto
appena qualche metro sotto la strada. Lì dove ci sono i nostri
maiali, e le nostre capre, e il letame che alimenta la natura
e l’idillio d’Oblivia, e i suoi abitanti. Lì dove abitiamo
noi, e nessuno viene mai a vedere e sentire.
Gli basta sapere che ci siamo. Che ci sarà sempre qualcuno
capace di fare quanto nessuno a Oblivia riesce a fare
più. Maneggiare gli olii e la soda per fare il sapone, e sfondare
una porta per ritrovare due persone che si lasciano morire,
e spargere il letame per i campi e mescolarsi ai maiali,
e ammazzare e poi aprire un animale quando ancora pulsa
di vita strappata, e affondare le mani nella merda e nel sangue
perché è di merda e sangue che comincia a nutrirsi la vita di chi rimane.

E poi fare in tempo a ripulirsi quanto serve

per essere lì, assieme a tutti gli altri per riceverne la condiscendenza.
Però tutto questo non basta, non è mai bastato per farmi
perdere il piacere di veder tornare un giorno di sole su
Oblivia. Un giorno come questo, che dopo la paralisi del gelo
sento la voglia di lasciare almeno un attimo il duro lavoro
di casa nostra e prendere la strada in su. Ti sembra così
strano, Gabrio? È il tuo istinto animale che ti sta guidando
dietro me, e forse è lo stesso che dentro l’aurora mi ha chiamata
fuori di casa a seguire quella figura vestita di scuro ferma
in cima alla strada, che non capivo perché guardasse me.
Non ho avuto bisogno di raccogliere il coraggio per andargli
dietro, perché non c’era paura nel guardarlo e nell’oltrepassare
la soglia di casa per andargli incontro a chiedere se anche
lui come tutti gli altri abitanti d’Oblivia avesse bisogno
di noi.
Sento solo un po’ freddo, adesso. Il sole gracile di questo
primo giorno dopo il grande gelo è ancora troppo poco per
proteggere il cammino in salita. E le colline che s’alzano sopra
Oblivia portano così lontano dal sole, e dal tuo odore
che adesso è un fiato debole laggiù. Non sono fatte per essere
attraversate queste colline che salgono all’infinito, buone
a perdersi e mai più tornare. Tutti lo sanno a Oblivia,
senza chiedersi perché. Però noi da queste colline siamo già
tornati, Gabrio. E adesso scopro perché ho aspettato come
mai che tornasse un giorno di sole, e capisco perché sento
tanto freddo ma non cerco riparo né desisto. Perché seguendo
il cammino di quell’uomo m’avvedo che è un cammino
conosciuto. E sento non essere solo nell’aria il freddo che

adesso mi scorre delicatamente gli artigli sulla pelle, come
una fiera sadica cui la sazietà non basta.
Certo che ricordo questo cammino, vero Gabrio? E mentre
vedo l’uomo vestito di scuro che lassù continua a ascendere,
e mentre avverto la forza misteriosa che mi guida dietro
lui, riesco infine a distinguere il brusio che forse ho sentito
fin dal momento in cui ho preso a salire. E quel brusio
è la tua voce, e il suo terrore una malia che scandisce i passi
dell’ascesa come il canto d’una sirena. Tu che non parli
mai Gabrio, e così poco parlavi già prima di quell’unica volta
che assieme ascendemmo per queste stesse colline a cercare
il nostro inferno, proprio adesso stai urlando per me. E
come vorrei spiegarti quanta gratificazione mi dia sentire il
bello nella tua voce, persino una nota di sensualità che non
è mai appartenuta a te, a noi, alla nostra vita.
So dove sto andando, e forse per la prima volta so cosa
sto facendo dentro una vita ch’è stata soltanto il ripetersi di
un eterno ciclo, il rimescolare la stessa terra piantando lo
stesso seme, e mischiando sangue medesimo. È quello che ci
hanno sempre insegnato, i nostri genitori ch’erano fratelli
come noi, e i loro genitori e i loro nonni ch’erano stati fratelli
come loro, che fare frutto sempre dalla stessa terra spargendo
soltanto lo stesso seme e lo stesso sangue era immensa
fatica, e però ci avrebbe salvati perché solo di noi potevamo
fidarci e tutto il mondo fuori di casa era un mondo ostile,
questo abbiamo imparato, Gabrio. Che la natura è fatica
e sofferenza, è dura ripetizione in attesa di un frutto che mai
arriverà sano, ma intanto è un dovere provare e riprovare. E
cosa abbiamo fatto noi per tutta la vita? Dopo essere sopravvissuti
ai nostri genitori ch’erano fratelli come noi, e a

una lunga catena di fratelli deformi che morivano o venivano
soppressi perché proprio mandarli in giro non si poteva,
e c’era un segreto da mantenere in attesa che la natura fosse
giusta verso il nostro sangue sempre medesimo.
Ma tu non puoi ricordare, perché io arrivai prima di te,
e fu una lunga e dura fatica veder nascere un altro maschio,
e sano, mentre sorelle e fratelli nostri prima di te finivano a
essere solo terra che marciva e rifecondava. E in quei giorni
ricordo nostro padre e nostra madre, che erano fratelli come
noi, mentre dicevano che ormai il cerchio s’era fatto troppo
stretto, e che arriva un momento dove il simile diventa troppo
simile e non può più alimentarsi di se stesso senza distruggersi,
mentre intanto provavano e riprovavano, corpi
esausti e aridi che si schiacciavano per spremere l’ultima stilla,
e intorno alla casa l’odore di natura putrida e rifecondata
s’addensava come nube funesta. Ma poi arrivasti tu, Gabrio.
E la minaccia cessò, e nostro padre e nostra madre
ch’erano fratelli morirono consumati eppur sereni, lasciando
a noi la fatica di continuare un ciclo che la natura aveva
esaurito.
E in fondo che colpa ne abbiamo, Gabrio? Questo freddo
che sento sulla pelle, mentre continuo a salire seguendo
lo Straniero, scioglie grumi di me che non conoscevo. E se
davvero scopro che la tua voce può essere sensuale – la tua
voce che avevo smesso di conoscere! – quanto altro rimane
da scoprire in quel che ci resta da vivere? Desiderarti, per
esempio. Il tuo corpo, la tua pelle, quel tuo odore animale,
e l’accoppiarsi dei nostri corpi che non è mai stato amore, né
desiderio, ma solo riprodursi e riaccendere il ciclo della natura
sperando ch’essa fosse giusta. E poi provare ancora, e

ancora, mentre creature sempre più deformi venivano espulse
dal mio corpo e scaraventate sotto la stessa terra che marcisce
e rifeconda, e persino una volta nella porcilaia quando
la furia delle tue mani nude cavò dal mio ventre una forma
che nemmeno scorsi ma doveva essere peggio d’ogni altra
deformità, ché giuro di non averti mai visto così rabbioso,
ma con chi?, e per cosa?, e che colpa abbiamo noi se arriva
il momento che la natura dice basta e pretende linfa nuova,
e se c’è un limite dopo il quale lo stesso seme e lo stesso sangue
distillano veleno?
Guardo lo Straniero lassù e con lui la cima della collina,
e adesso non sento più il tuo odore inconfondibile, odore di
corteccia e d’animale selvatico, odore di natura stagnante
che nulla più feconda, poltiglia infertile, e ripenso a quel povero
figlio che sperammo di far vivere. Nonostante la natura
fosse stata più crudele che mai, nonostante il suo mondo
fosse una cantina chiusa a chiave, e la segregazione l’unico
destino. Fu il suo odore d’animale in fuga a guidarci quassù,
quando per giorni e giorni lo cercammo, e col terrore negli
occhi immaginavamo il terrore negli occhi degli abitanti
d’Oblivia che l’avessero incontrato, come se quella fosse la
sola cosa importante. Ma nessuno l’aveva visto, nessuno
aveva scoperto il nostro segreto, e quello dei nostri genitori,
e dei loro padri e dei loro nonni, tutti fratelli come noi che
avevano rifecondato sempre la stessa terra senza desiderarsi
mai né amarsi, perché non c’è desiderio, né amore, né volontà
nel compiersi ciclico e eterno della natura. E adesso
che sono giunta quassù, e a guardare intorno non trovo più
traccia dello Straniero, posso confessare a me stessa e a noi
che nel vederlo morto annegato, quel povero figlio faccia in

giù nel laghetto che ora dorme sotto la membrana del ghiaccio,
fu più il sollievo che il dolore per quell’altra vita umiliata
e spezzata dal capriccio della natura, dal modo tragico
ch’essa scelse per dirci di non voler più nulla da noi, e che
potevamo anche lasciarci estinguere dentro il nostro sangue
guasto, dentro la putredine infertile di noi.
Però davvero, Gabrio, non ti ho mai desiderato come
adesso. Non ti avevo mai desiderato. Forse per questo ho
aspettato come un dono che tornasse un giorno di sole dopo
questo gelo infinito. E almeno un’altra volta, quando ritroverò
la strada per tornare laggiù a Oblivia, e sotto la strada
d’Oblivia, lasciami saziare del tuo corpo e del tuo odore animale,
solo una volta ancora, ché sento il tempo nostro e
d’Oblivia prossimo a finire, in questo meraviglioso giorno
di sole che ho atteso come un dono.

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Giorgio Faletti e quel sofferto rapporto con la lingua italiana (Da “L’importo della ferita e altre storie”)

Cara amici, nell’edizione odierna de “Il Mattino” c’è una pagina dedicata al mio “L’importo della ferita e altre storie. Frasi veramente scritte dagli autori italiani. Faletti, Moccia, Volo, Pupo e altri casi della narrativa di oggi” (Edizioni Clichy). L’autore del lungo articolo, Angelo Petrella, ne parla come di “un libro di cui c’era bisogno”. Nei prossimi giorni pubblicherò la recensione in pdf. Per adesso riporto qui un paragrafo del lungo capitolo dedicato a Giorgio Faletti. Buona lettura.

Legenda: IU = Io Uccido; NVTO = Niente di Vero Tranne gli Occhi; FED = Fuori da un Evidente Destino; PIN = Pochi Inutili Nascondigli; ISD = Io Sono Dio; AVD = Appunti di un Venditore di Donne; TADT = Tre Atti e Due Tempi

 

 

La spinta a scrivere questo libro nasce dalla lettura di NVTO, qualche

anno fa. Un thriller che da subito mi parve stanco, pretenzioso,

scontato e (soprattutto) scritto in modo molto discutibile. Qua e là

per le pagine erano già stati passati numerosi tratti d’evidenziatore. Più

che sufficienti a far catalogare NVTO fra i peggiori libri mai letti, ma

senza che la sua bruttezza meritasse un posto speciale. Poi, invece, ecco

lo scarto decisivo. Potete trovare quanto segue a pagina 298 di qualsiasi

edizione:

Alla luce della torcia che aveva appoggiato sul tetto della macchina per

avere le mani libere, l’uomo, con un gesto istintivo, sollevò la manica della

tuta per controllare l’importo della ferita.

Leggendolo, il lettore che dedichi una reale attenzione al testo non

può non essere spinto a chiedersi: ma da quando in qua le ferite hanno

un importo? E ne esisterà mica un prezziario? E ancora, su esse l’Iva

andrà calcolata al 10% o al 21%? È evidente che, esprimendo il concetto

con parole appropriate, ciò che della ferita andrebbe constatata

è l’entità. E allora, perché mai Faletti ha parlato di importo? Messo

 

così, sembrerebbe trattarsi d’un frammento tradotto male. Parecchio

male. Però nessuno potrebbe ipotizzare che quello finito a pagina 298

di NVTO non sia un frammento dell’autore. Faletti firma, Faletti l’ha

scritto nell’italiano che gli riesce, Faletti se ne assume le responsabilità.

Così come avviene per tanti altri frammenti che lasciano perplessi, e

sembrano proprio essere stati pensati in un’altra lingua.

Del resto, il tema delle americanate linguistiche di Faletti è stato

dibattuto a più riprese su giornali e siti web. Matteo Sacchi, bravo e

attento giornalista della redazione Cultura del Giornale (è colui che per

primo denunciò le strane affinità fra i testi di Umberto Galimberti e

altri che erano stati pubblicati antecedentemente), ha scritto una serie

di articoli sul tema. Il primo di questi rimarca alcuni passaggi di ISD

che al lettore italiano suonano quantomeno bizzarri:

Non giriamo attorno al cespuglio. In fondo il giornale per cui lavoriamo

ci dà dei bei grandi. E noi siamo adulti e senzienti abbastanza per

porci qualche dubbio e non limitarci a mettere in pagina diamanti a poco

prezzo o comportarci come falene davanti alla candela. E quindi parliamo

di Faletti. Non avete capito un accidente?

Può succedere. La lingua non è fatta solo di parole e di forme sintattiche.

È fatta di modi di dire, di forme idiomatiche. Quelle che avete

letto sarebbero chiarissime ad un americano, per esempio. Ad un italiano

risultano più semplici così: «Non meniamo il can per l’aia. In fondo il

giornale per cui lavoriamo ci dà dei bei bigliettoni. E noi siamo grandi

e vaccinati abbastanza per porci qualche dubbio, invece di mettere in

pagina «bigiotteria» o farci attirare da apparenze pericolose». E quindi

parliamo di Faletti. (…)Tanto per dire: due detective, a pagina 136, hanno

un dialogo serrato e anche abbastanza ben scritto, sino a che uno dei due

dice all’altro: «Non girare attorno al cespuglio, Peter. Che succede?». Ma

attorno al cespuglio ci gira il lettore italiano per il quale «don’t beat about

the bush» non significa niente (è l’equivalente di «non menare il can per

l’aia»). E dal passo in questione l’attacco alla comprensione e alla lingua

diventa sempre più serrato, sino a culminare con «Te ne devo non una, ma

mille» che deriva dall’americanissimo «I owe you one» e che in italiano si

renderebbe con «Ti devo un favore grosso come una casa».

E, senza infierire, si potrebbe anche chiedersi cosa Faletti sperava che

i lettori capissero dalla frase (pagg. 363): «Pensavo che una ventina di

grandi vi avrebbero fatto comodo». I grandi della terra? Sì, grazie, avere

degli adulti attorno a noi bambini piace? No, più banalmente, per i neri

d’America i «grand» sono dei bei bigliettoni da mille dollari. Ecco come

mai qualche traduttore, come l’interprete Eleonora Andretta, che è stata tra

le prime a segnalare alcune di queste stranezze, si è posto una domanda:

«Ma Faletti pensa in americano?».2

Roba non molto edificante, per l’incredibile più grande scrittore. Che

infatti la prende male e reagisce anche peggio. Rispondendo alle eccezioni

che gli provengono non soltanto da Sacchi, egli scrive una lettera

indirizzata al quotidiano «La Stampa»3 della quale meritano di essere

citati alcuni passi. Il primo è quello in cui viene minimizzata la portata

delle eccezioni:

Con un briciolo di orgoglio premetto che, se a un romanzo giallo con

una trama, dei personaggi, un necessario coinvolgimento del lettore, l’unico

appunto che può essere mosso è l’uso di cinque frasi, giudico il risultato

estremamente positivo.

Due osservazioni sull’autodifesa dell’Incredibile. La prima: sostenendo

che in quel mattone le magagne siano contenute in «soltanto

cinque frasi», Faletti è ottimista. Parecchio. Come vedremo, altro che

cinque! Ciascuno dei suoi libri ne contiene almeno una ventina, a essere

generosi. La seconda: affermando la propria soddisfazione per il fatto

che «soltanto cinque frasi» (mica poche, oltretutto) del suo libro risultino

discutibili, l’incredibile più grande scrittore dà quasi l’impressione di

tirare un sospiro di sollievo. Come se ben di peggio s’aspettasse. «Che

culo, soltanto cinque strafalcioni!». Non una gran linea di difesa, francamente.

Né il tenore della replica migliora, andando avanti. Prima di

fornire improbabili spiegazioni su quegli americanismi, l’Incredible si

dedica al dileggio di due esperte che hanno osato criticarlo:

Le persone che mi accusano sono due signore che hanno un blasone di

tutto rispetto. Si tratta di Franca Cavagnoli, traduttrice di ben tre premi

Nobel, laureata in Questo e Quello e insegnante di Quell’altro e Altro ancora

e Eleonora Andretta che può vantare lo stesso tipo di retroterra culturale con

il ruolo di esaminatrice per l’ammissione a Cambridge come ciliegina sulla

torta. Devo dire che ho inizialmente osservato con un certo divertimento il

nascere di questa polemica balneare e non ho ritenuto opportuno disturbare

queste due signore mentre si godevano i loro cinque minuti di popolarità.

In un passaggio successivo Faletti scade addirittura nel pessimo gusto,

sfoggiando una predisposizione per l’insulto machista certo alimentata

dal Vito Catozzo che è in lui:

Confesso di non riuscire a trattenere un sorriso e di sentirmi anche

un poco stupido nell’aver avuto la necessità di rispondere a qualcosa che,

onestamente, ha un leggero tocco di ridicolo. Quello che mi ha spinto a

farlo, come ho detto all’inizio, è che da questa risibile querelle estiva e premestruale

si sia arrivati come sempre a ipotizzare un fantomatico scrittore

fantasma che è il vero autore dei libri che pubblico a mio nome.

E dopo aver sistemato «le due signore»4 tirando in ballo le umoralità

da ciclo mestruale incombente e la brama di vivere «cinque minuti

di popolarità», l’Incredibile dedica la chiusura a Matteo Sacchi, senza

nominarlo come si fa quando si vuol mostrare il massimo disprezzo

verso qualcuno:

Il cronista del quotidiano che ha sollevato il vespaio conclude il suo pezzo

con un inquietante interrogativo, con un afflato molto più cabarettistico

che letterario. Prendendo a prestito una canzone di Carosone, dopo avermi

rivolto l’appunto «tu vuo’ fa l’americano» mi chiede «sient’a me chi t’o fa fà»?

Mi sia concesso terra terra di rispondere con un’altra domanda: 12 milioni di

copie vendute solo in Italia possono essere considerate un motivo esauriente?

E credo che questo sia in definitiva il mio vero crimine. In questo paese dove

il successo è considerato una colpa è estremamente facile trovarsi di fronte a

dei censori animati da uno spirito che gli inglesi indicano con la parola envy

che, come possono testimoniare le mie amiche traduttrici, ha un significato

inequivocabile. Si traduce in italiano con una semplice parola: invidia.

Tutto molto scontato. L’appellarsi alle copie vendute, e l’accusa

d’invidia rivolta a chi critica. Riguardo a quest’ultima, l’ho sempre trovata

molto triste e squallida, degna di commiserazione per chi la avanza.

Accusare qualcun altro d’essere invidioso di noi è il riflesso di un

superiority complex, che poi è sempre un inferiority complex sublimato.

Ma non è questa la sede per ragionare di ciò. Anche perché si tratta

d’un problema di Faletti, non mio né dei lettori. Sicché, meglio tornare

ai frammenti falettiani che al lettore italiano suonano per lo meno

bizzarri. Sul tema Sacchi ha scritto altri due articoli, trovando nuove

espressioni sospette5 in ISD. Anch’io ne ho scovate un po’, seminate

in giro per gli altri libri falettiani. E per cercare di capire se per caso

non fossero provenienti dall’inglese o dall’americano ho chiesto consulenza

a Annalisa Sandrelli, ricercatrice dell’Università LUSPIO (Libera

Università degli Studi Per l’Innovazione e le Organizzazioni) di Roma,

nonché interprete professionista sovente impegnata nelle conferenze

stampa organizzate dall’Uefa a margine delle manifestazioni calcistiche.

Il primo frammento a lei sottoposto è proprio quello riguardante

l’importo della ferita. Ecco l’interpretazione:

In inglese import significa importanza o rilevanza. Si trova ad esempio

nella frase fatta «the import of what I’m saying» (l’importanza di ciò

che sto dicendo, per dire anche le implicazioni, le conseguenze di ciò che

sto dicendo). La locuzione «the import of his/her incurie» può significare

la severità e le conseguenze delle ferite subite da una persona. Non molto

usato, registro formale, di solito ambito giuridico o cronaca giudiziaria.

Di sicuro, una cosa improponibile in lingua italiana. Andiamo

avanti. Sempre in NVTO, a pagina 189, si trova il seguente passaggio:

Jordan era a qualche passo di distanza e non sentì altro che una scarica

e poche parole gracchiate attraverso il microfono poco attendibile dell’apparecchio.

Ma come farà un microfono a essere «poco attendibile»? Gli è forse

richiesta «credibilità»? Deve forse offrire una testimonianza da passare

al vaglio? Ancora una volta Annalisa, paziente, cerca una spiegazione:

L’unica cosa che mi viene in mente è che di un microfono si può dire

che è reliable (letteralmente attendibile o affidabile se riferito a una fonte,

a una persona, ecc.) per dire che è sensibile, rileva e amplifica molto bene i

suoni. Quindi qui potrebbe dire che è un microfono poco sensibile.

Ancora un passaggio di NVTO. A pagina 244 si legge:

La voce organizzata di Mary Ann Levallier le sorprese a mezza strada.

«Voce organizzata»? Mai sentito in italiano. E in anglo-americano?

Qui Annalisa deve proprio mettercela tutta per dare un’interpretazione:

Questa è difficile. Ho cercato l’equivalente di voce impostata, e si dice

Pitched voice o Trained voice, che si usa per indicare qualcuno che ha

seguito un corso sull’uso della voce o per essere intonato (la prima versione è

relativa ai cantanti) o per recitare o parlare in pubblico (trained vuol dire

letteralmente addestrata o allenata).

I misteri della lingua falettiana s’infittiscono se si mette da parte

NVTO e ci si dedica al suo primo romanzo, IU. Qui a un certo punto,

in uno dei capitoli nei quali il Faletti allungatore di brodi dà il meglio di

sé, si parla di Hudson McCormack. Costui è un personaggio che piace

alle donne, che però vengono da lui ricambiate con minor trasporto. E

a quel punto (pagina 511) Faletti sente l’urgenza di dissolvere gli eventuali

dubbi sui gusti sessuali di McCormack:

Oddio, non che non gli piacessero le donne. Era un fior di regolare, e

una bella ragazza rappresentava sempre un bel modo di passare il tempo

(…)

«Un fior di regolare». In quale lingua transgenica avete mai sentito

pronunciare una formula come questa? Di sicuro non in quella italiana.

Su questo frammento Annalisa non ha dubbi:

In inglese americano a regular guy vuol dire uno normale, a posto,

come tutti gli altri, con gli appetiti e le doti che hanno più o meno tutti,

in contrapposizione con i nerd che sono gli sfigati fissati col computer e lo

studio. Però non è positivissimo, perché i più fichi invece sono i popular.

Quindi secondo me mettere quella specificazione accrescitiva (un fior di)

non c’entra un piffero.

Naturalmente il ragionamento della nostra interprete fa riferimento

ai calchi linguistici angloamericani. Perché se ci si riferisse alle formule

della lingua italiana, allora l’incoerenza andrebbe riferita non soltanto

al passaggio «un fior di». Il mistero più grande si manifesta alla lettura

del passaggio di IU (pagina 438) in cui si descrive l’accalcarsi di un

gruppo di giornalisti presso il cimitero di Eze Village, dove vengono

celebrati i funerali del commissario della polizia di Montecarlo, Nicolas

Hulot. A quel punto Faletti piazza una formula mai scritta o detta al

mondo:

L’avidità livellatrice dei pochi giornalisti presenti era stata trattenuta

all’esterno (…)

Con «l’avidità livellatrice» siamo ormai oltre. Nel pieno dominio

dell’italiano postmoderno, quello in cui la coppia «sostantivo-aggettivo

» non deve avere alcun senso, e può ben essere formata col metodo

dell’estrazione a sorte. E a questo punto Annalisa deve mettercela tutta

per dare una spiegazione:

Qui è ancora più strano. Allora, ai giornalisti viene spesso riferito questo

aggettivo, greedy, che significa avido, relativamente al rapporto che la

stampa scandalistica ha con le notizie, soprattutto di gossip e cronaca nera.

I greedy journalists sono gli sciacalli che non esitano a rovinare la gente

mettendo in piazza i cavoli loro. Il vero mistero è quel livellatrice, sul quale

mi scervello da giorni. Non ho la minima idea di che cavolo volesse dire.

L’unica accezione che mi viene in mente in inglese è to level e il suo participio

o gerundio levelling (a volte con la preposizione out aggiunta), che si

usa facendo riferimento a qualcosa (tipicamente la morte) che azzera tutte

le differenze. Ma insieme a avidità… immagino significhi che i giornalisti

erano tutti ugualmente ansiosi di accedere al luogo del delitto (o quello

che è) per poi raccontare in poche parole più o meno uguali una vicenda

magari complessa.

La rassegna delle formule misteriose all’americana avrà una coda

al paragrafo 1.6, e si tratta d’un passaggio talmente clamoroso da meritare

un trattamento a parte. Per il momento mi limito a constatare

che Faletti usa spesso frasi la cui costruzione ha poco d’italiano, e il cui

significato può essere sfuggente. E tuttavia, non tutte queste frasi corrispondono

a dei calchi linguistici anglo-americani, come gli articoli di

Sacchi e le eccezioni sollevate da Franca Cavagnoli e Eleonora Andretta

farebbero pensare. Il che significa una sola cosa: il vero problema linguistico

di Faletti riguarda non tanto l’angloamericano, quanto l’italiano.

Un problema serio. Non legato soltanto a frasi il cui senso sfugge,

ché quello sarebbe il meno. C’è ben altro, ahilui.

Nelle pagine dei romanzi falettiani potete trovare agghiaccianti errori

di grammatica, in qualche caso reiterati con un’assiduità degna di

miglior causa. Qualcosa che non ci si aspetterebbe mai dall’incredibile

più grande scrittore italiano. Il caso più clamoroso si ha col sostantivo

pneumatico, e col suo plurale pneumatici. A ogni ragazzino delle

elementari viene insegnato che l’articolo determinativo singolare appropriato

per pneumatico è lo, e che per il plurale pneumatici è gli6. E

così è per tutte le preposizioni articolate che vanno a concordarsi col

sostantivo: dello/degli, allo/agli, sullo/sugli pneumatico/i. A nessuno,

scrivendo un libro, verrebbe mai in mente di scrivere il pneumatico

o dei pneumatici, allo stesso modo in cui mai scriverebbe il psicologo

o dei psicologi. Proprio nessuno? Beh, non esattamente. Leggendo

NVTO, il primo dei libri falettiani con cui mi sono confrontato, notai

a pagina 122 questo passaggio:

Lo stridio dei pneumatici del Voyager (…).

E leggendolo starete già pensando: «Sì, vabbe’, sarà grave: ma una

volta può anche scappare». Una volta? Direi proprio di no. Sempre in

NVTO, a pagina 301, potete leggere quanto segue:

La Ford Corona bianca e blu della polizia scese lentamente la rampa

di Williamsburg Bridge e piegò a destra, lasciandosi alle spalle un piazzale

pieno di autobus addormentati sui pneumatici.

Notare, fra l’altro, come lo sforzo di dare un tocco poetico (i bus addormentati)

sia mortificato da uno sfondone di grammatica (sui pneumatici).

Ancora una volta mi pare di udire l’obiezione: «Ok, è vero,

due volte in un libro è molto grave. Ma non facciamone un dramma

e chiudiamola qui». Per carità, sarei dispostissimo a chiuderla qui anch’io.

Il problema è che è Faletti a non chiuderla. Andando alle pagine

346-7 dello stesso volume si trova quanto segue:

Poi il rombo di un motore in violenta accelerazione e lo stridere dei

pneumatici sull’asfalto (…)

E adesso, registrato il tris, come la mettiamo? Avverto l’imbarazzo

degli oltranzisti falettiani, che a questo punto con flebile voce mobiliterebbero

la sola argomentazione residua: «Va bene, è indiscutibile che tre

coincidenze facciano un indizio. E che si tratti di errori gravissimi. Ma

in fondo è avvenuto tutto quanto in un solo libro, è soltanto un caso

sfortunato». Ancora una volta: nossignori. Il caso non riguarda soltanto

NVTO. A pagina 155 del primo romanzo falettiano, IU, potete leggere:

(…) sentendo a tratti i pneumatici cigolare (…)

Penso che a questo punto le obiezioni degli oltranzisti falettiani si

esauriscano. Ma purtroppo per Faletti non si esaurisce qui il Dossier

Pneumatici. L’autore è seriamente convinto che l’articolo determinativo

plurale appropriato sia i, e così tutte le preposizioni collegate. Leggendo

il terzo romanzo, FED, eccone un altro saggio alle pagine 153-4:

Non appena l’aveva visto, Silent Joe l’aveva subito dichiarato di suo

gradimento con una vivace innaffiata dei pneumatici posteriori.

In quel romanzo, i bisogni fisiologici del cane Silent Joe sono una

fissa dell’autore, e dunque ecco arrivare il bis a proposito di pneumatici

(pagina 177):

Annusò un poco in giro e decise di fare il suo pit stop sui pneumatici

di una Honda.

Non possono esservi più dubbi sul fatto che per l’incredibile più

grande scrittore italiano l’articolo determinativo correlato a pneumatici

sia i. Eppure nel quarto libro, ISD, accade il miracolo. A pagina 59

potete trovare il seguente passaggio:

Mentre si avvicinava all’edificio sentendo il pietrisco sotto gli pneumatici

rollare (…)

Catturato dallo stupore, mi ritrovai a annotare nel bordo alto della

pagina: «Non ci posso credere: l’ha scritto giusto!». E per un po’ mi

convinsi che l’incredibile più grande scrittore italiano avesse imparato

(meglio tardi che mai) il corretto articolo determinativo di pneumatici,

o che quantomeno qualcuno l’avesse avvertito degli sfondoni fin lì

compiuti. Dunque immaginai che da lì in poi, appresa la lezione alla

bella età di anni 59 (nel 2009), egli non ripetesse più l’errore. Ma si

trattò di breve illusione. Perché arrancando nella lettura fino a pagina

485 dello stesso libro scoprii che tutto tornava normale:

Mise il lampeggiante sul tetto e si staccò dal marciapiede, facendo lamentare

i pneumatici sull’asfalto.

Sicché, riguardo al corretto uso del determinativo nel frammento

di pagina 59, se ne può dare una sola spiegazione: che Faletti l’abbia

scritto giusto per errore. E immagino che, rileggendolo e accorgendosi

di aver scritto gli pneumatici, si sia dato una gran manata sulla fronte

esclamando: «Porca puttana, che errore ho fatto!».

Ma a questo punto gli oltranzisti falettiani potrebbero riprendere

fiato e tornare alla carica con le obiezioni. Potrebbero appellarsi al

fatto che un cumulo d’errori su un solo sostantivo, per quanto gravi

quegli errori siano, non può inficiare il giudizio sull’opera intera di un

autore. Chiunque egli sia. E in fondo si tratterebbe della stessa linea di

giustificazione adottata da Faletti (prima che blaterasse di polemiche

premestruali) contro chi faceva notare gli americanismi contenuti in

ISD: in fondo si trattava «di soltanto cinque frasi in un libro intero».

Anche stavolta mi tocca respingere al mittente l’obiezione. Perché Faletti

non ha problemi soltanto con gli (i) pneumatici. Leggendo con un

minimo d’attenzione ciò che scrive, vi si ritrova dentro l’impensabile.

Di davvero incredibile non è lo scrittore, ma la sua scrittura. La lista è

lunghissima. Per cui, stappate una bibita e mettetevi comodi.

Cose straordinarie è capace di fare l’Incredibile quando si tratta di costruire

la frase. Che come tutti sanno, specie nella forma scritta e in particolar

modo quando si scrive un libro, deve avere un rigore formale inflessibile.

Su questo versante Faletti mostra una passione per l’abbattimento degli

steccati e l’effervescenza grammaticale e sintattica che meriterebbe d’essere

passata al setaccio nei dipartimenti d’Italianistica. Per esempio, leggete un

po’ questo frammento pubblicato a pagina 100 di NVTO:

Finalmente la testa ricciuta di Connor emerse e sbadigliò e si stropicciò

gli occhi esasperando volutamente un movimento che lo fece assomigliare

a un gatto.

Qualcosa non torna, sicché bisogna scomporre il periodo e analizzarlo

pezzo a pezzo. L’inizio dice che la testa emerse: e fin qui, tutto

regolare. È la testa di Connor Slave, e emerge da sotto le coperte. Ma

poi, continuando la lettura del periodo, il meccanismo logico s’inceppa.

Perché si scopre che la testa sbadigliò. E infine che la testa si stropicciò

gli occhi. Fantastico! Chissà se questa è una delle cinque frasi di bonus

che l’Incredibile concede a sé medesimo di sbagliare in ciascun libro.

Di sicuro questa, da sola, vale per dieci. Per di più, riguardo alla testa

e alle sue azioni Faletti mostra una passione. Lo si scopre leggendo un

frammento del romanzo successivo, FED. A pagina 256 potete trovare

di nuovo una testa che riemerge e fa cose fuori schema:

La testa di April riemerse in un movimento di capelli vivi e iniziò a

infilarsi la camicia.

È dunque la testa che s’infila la camicia? Sarebbe bello che l’incredibile

più grande scrittore italiano spiegasse cose come questa, senza

appellarsi a invidie, sindromi premestruali e ansie di vivere i cinque

minuti di celebrità. Così come non sarebbe male che spiegasse la sfilza

di periodi costruiti in stile io speriamo che me la cavo. A pagina 393 di

NVTO viene fatta pronunciare a Maureen Martini una frase tipica del

Faletti solenne:

«Qualcuno ha posto gli esseri umani davanti al dubbio fra essere e non

essere, qualcun altro davanti alla scelta fra essere e avere. Io, in questo momento,

l’unica cosa che desidero è soltanto capire».

Dentro quell’io l’unica cosa che desidero è soltanto capire c’è un mondo

intero, una lingua selvaggia che chiede di scorrazzare brada. Idem si

dica per il frammento collocato alle pagine 32-33 di AVD:

L’autoironia credo che sia un altro degli schermi che pone fra sé e un

mondo per lui invisibile.

In qualche caso la costruzione del periodo prende una forma sbrigativa,

finendo per dar luogo a dei non sequitur, cioè a delle frasi il cui

inizio non si concorda con la conclusione. Eccone un esempio, tratto

da IU a pagina 492:

Anche se la sua vittima avesse chiesto aiuto, cosa di cui dubitava, di

solito nessuno si immischia in certe faccende.

Questo è italiano parlato. Una frase che se pronunciata al bar potrebbe 

anche essere lasciata passare, ma che in un libro costituisce errore

grave. La forma corretta sarebbe più o meno così: «Anche se la sua

vittima avesse chiesto aiuto, cosa di cui dubitava, le cose non sarebbero

cambiate. Di solito nessuno si immischia in certe faccende». Notevole

anche il seguente stralcio (NVTO, p.337), nel quale si parla di un telefono

cellulare che squilla provvidenziale in un momento d’imbarazzo,

permettendo d’interrompere la conversazione:

Sincronizzato dal caso per risolvere quello spigoloso istante di imbarazzo,

Jordan sentì il telefono portatile vibrare nella tasca dei pantaloni.

Per quello che è l’ordine dato alla frase da Faletti, a essere sincronizzato

è Jordan, non certo il telefono. Ancora, a pagina 444 dello stesso

libro:

Se da una parte quella notizia aveva fugato ogni possibile incertezza

residua da parte di Jordan, era rimasto gelato quando aveva sentito che

Maureen aveva intenzione di andare da sola a casa sua.

Poiché manca un «egli» dopo «Jordan» e la virgola, il periodo crolla

come un tavolo al quale venga segata una gamba. Una cosa analoga

succede a pagina 385 di FED. Si racconta di come Jim McKenzie e

April Thompson s’inoltrino nel bosco. A quel punto Faletti scrive:

Il sentiero si faceva più agevole a mano a mano che si avvicinavano.

Poco prima di affacciarsi nella radura in cui erano parcheggiate le macchine,

sul tronco di un pioppo qualcuno aveva inciso un cuore e all’interno

la scritta «Cliff ama Jane». April le passò di fianco con il pensiero amaro

che quella scritta sarebbe sopravvissuta alle persone che l’avevano tracciata.

E anche al loro amore.

Anche qui la costruzione non regge. Coloro che «si avvicinavano»

sono Jim e April. E ancora a loro si fa riferimento quando si dice «prima

di affacciarsi nella radura». Ma dopo la virgola il periodo diventa

un Frankenstein, perché dal punto di vista formale il soggetto è quel

«qualcuno» che «aveva inciso un cuore». Dunque il senso della frase

costruita da Faletti dice che qualcuno, prima di affacciarsi nella radura,

aveva tracciato quel cuore con relativa scritta. La costruzione corretta

della frase avrebbe dovuto essere: «Poco prima di affacciarsi nella radura

in cui erano parcheggiate le macchine, notarono che sul tronco di un

pioppo qualcuno aveva inciso un cuore e all’interno la scritta «Cliff ama

Jane». (…)».

Ma l’apice viene toccato a pagina 134 di PIN, nel racconto L’ultimo

venerdì della signora Kliemann:

Carlo Anselmi si trovò a riflettere a come, a tutti i livelli, la vita sull’isola

aveva dei risvolti comuni. Una grande maggioranza di quelli della

loro età erano proprietari di un’attività che avevano trasmesso ai figlioli:

Maurizio la farmacia, Piero Parodi il ristorante…

Chi non l’aveva fatto era per un motivo molto semplice. O non aveva

figli o non aveva una vera attività da trasmettere.

Un guazzabuglio mai visto. Cominciamo dalla costruzione della

frase che ha al centro il verbo riflettere. Esso richiede la preposizione

su, non a. Si riflette su una cosa, non si riflette a una cosa; e questo è

un errore da tre tratti di matita blu. Si prosegue con quel passaggio

in cui si dice che «una grande maggioranza (…) erano proprietari (…)».

Se proprio voleva evitare l’effetto sgradevole che viene dal dire «una

grande maggioranza (…) era proprietaria» (formula corretta dal punto

di vista grammaticale, ma poco pratica se la si proietta nella dimensione

della lingua quotidiana) avrebbe dovuto costruire la frase con la

formula: «Una grande maggioranza di quelli della loro età era formata

da proprietari di un’attività (…)». In questo modo la costruzione della

frase avrebbe retto. Il meglio arriva in coda. Prima c’è un periodo in

stile io speriamo che me la cavo («Chi non l’aveva fatto era per un motivo

molto semplice»). E a seguire si scopre che in realtà di motivi ce ne sono

due, non uno («O non aveva un figlio, o non aveva una vera attività da

trasmettere»).

Per di più, l’Incredibile mostra una predilezione per l’uso della preposizione

«a» in luogo di quelle che sarebbero corrette all’interno della

frase. Poco sopra ci siamo imbattuti in un «riflettere a». In AVD, pagina

364, ecco il bis:

Nessuno riesce a esimersi, in determinate situazioni, a fare a gara a chi

ce l’ha più grosso.

Il verbo esimersi richiede la preposizione «da» e le sue articolate,

non «a» («Nessuno riesce a esimersi, in determinate situazioni, dal fare a

gara a chi ce l’ha più grosso»). E coi congiuntivi, come se la cava l’Incredibile?

Direi che si mantiene in linea col resto della sue performance

linguistiche. Ecco un frammento a pagina 218 di NVTO:

Forse, se Gerald avesse avuto qualcuno che gli diceva una frase del genere

in quel modo, non sarebbe mai diventato Jerry Kho.

Gli riusciva troppo arduo scrivere «se Gerald avesse avuto qualcuno

che gli dicesse (…)».

 

Lui però non demorde, e si esercita pure col tedesco. La performance 

si registra a pagina 133 di PIN, nel racconto L’ultimo venerdì della signora

Kliemann. Succede che la bella signora tedesca dia appuntamento

a Carlo Anselmi per l’indomani, augurandosi che faccia bel tempo. E

lui risponde:

«Dovrebbe esserlo. A domani. Auf Wiedersehen».

La salutò con una delle poche parole che sapeva in tedesco (…).

Ma Auf Wiedersehen non è una parola; è un’espressione, composta

da due parole.

Non meno brillanti le prove sulla consecutio temporum. All’interno

di una sequenza di IU (pagine 45-46) essa viene sfregiata due volte.

Siamo sulla scena del primo delitto, che avviene al largo della baia di

Montecarlo. L’assassino sceglie di ammazzare una coppia che passa le

vacanze su uno yacht. L’azione viene descritta usando l’indicativo presente.

Si narra di come l’assassino scorga la lei della coppia che decide

di fare un bagno in piena notte, ciò che gli facilita l’esecuzione del

piano. Ecco la descrizione:

Emerge a poppa dell’imbarcazione e si appende alla scaletta che è rimasta

abbassata.

Bene.

Questo gli avrebbe evitato evoluzioni per salire a bordo.

Perché se costruisce il periodo al presente indicativo usa quel condizionale

passato? L’uso di quest’ultima forma temporale sarebbe stata

corretta se la narrazione fosse stata costruita usando una forma verbale

al passato, per esempio il passato remoto: «Emerse a poppa dell’imbarcazione

e si appese alla scaletta che era rimasta abbassata. Bene. Questo

gli avrebbe evitato evoluzioni per salire a bordo» Ma se sceglie di narrare

al presente, allora l’ultimo periodo andrebbe reso al condizionale presente

(«Questo gli eviterebbe (…)») se non addirittura al futuro semplice

(«Questo gli eviterà (…)»). Poco dopo, ecco il bis:

Non può permettersi di essere limitato nei movimenti, anche se la sorpresa

nei confronti di due persone colte nel sonno avrebbe agito a suo

favore e facilitato il suo compito.

Un altro esempio di consecutio temporum presa a sassate si ha in

NVTO, pagina 233:

Il carattere deriva dalla sofferenza, e una persona bella di solito non ha

mai dovuto faticare per conquistare niente, perché trovava sempre un sacco

di altre persone disposte a farsi in quattro pur di regalarglielo.

La frase è giustamente costruita all’indicativo presente, perché

enuncia un principio generale sganciato dal tempo della narrazione.

Nello specifico, il fatto che il carattere derivi dalla sofferenza con tutto

quanto segue è un principio generale, valido per ogni tempo cronologico;

e per questo motivo il suo tempo narrativo deve essere l’indicativo

presente. Perché se, viceversa, si scrivesse che «il carattere derivava dalla

sofferenza (…)» ne sortirebbe un significato ben diverso: passerebbe l’idea

che si sta parlando di una mentalità e di un costume superati dai

tempi, e dunque non più attuali. E dunque, ribadisco, l’Incredibile usa

opportunamente il presente indicativo quando parla del rapporto fra

carattere e sofferenza. Ma allora perché quel «trovava» anziché «trova»?

Proprio non gli riesce di fare le cose per bene fino in fondo. A pagina

185 di PIN viene commesso lo stesso errore:

Forse era umano avere timore quando si sente che si sta per morire (…)

Il principio detta che è (sempre!) umano avere timore quando si

sente che si sta per morire, e non lo era certo soltanto nel momento di

cui viene data descrizione in quel frammento. Un passaggio strepitoso

si ha a pagina 219 di FED. Lì viene descritta Charyl, una prostituita

della quale s’innamora la prima vittima del misterioso spirito navajo.

Ecco la pennellata decisiva:

I capelli biondi erano legati dietro la nuca da una coda di cavallo.

Qui l’Incredibile avrebbe dovuto scrivere «legati dietro la nuca in

una coda di cavallo». Perché messa nei termini da lui usati significa che

Charyl, per legarsi i capelli dietro la nuca, ha dovuto tagliare la coda a

un cavallo e usarla come fosse un elastico.

Cinque frasi controverse per ogni libro, si diceva. Ribadisco: magari!

Perché se mi mettessi a dar conto di tutti i refusi (concordanze sbagliate

di plurali o singolari, di maschili o femminili, et similia), rischierei di

dedicare a Faletti tutto lo spazio di questo libro. È dunque per ragioni di

economia che faccio una selezione. Inoltre, uso una certa indulgenza perché

so che nessuno è immune dal refuso. Ne ho trovati anche nei miei libri,

ricavandone l’ennesima dimostrazione d’un principio di cui mi sono

fatto convinto: che ciascuno di noi è il peggior correttore di se stesso. Ma

nel caso di Faletti il problema è la quantità. Industriale. Ve ne riporto

una selezione, tenendo gli altri di scorta per chiunque volesse visionarli:

– (…) un linguaggio a parte, in cui il candore degli errori e l’assoluta innocenza

con cui venivano pronunciati diventava a volte fonte di battute

fulminanti. (IU, pag, 17) [il candore degli errori e l’assoluta innocenza

diventavano]- Roncaille e Durand sono scesi ufficialmente sul sentiero di guerra.

Deve aver avuto alle spalle pressioni spaventose (…) (IU, pag. 207) [Roncaille

e Durand devono avere avuto]

– Il porco aveva il naso e un labbro spaccato (IU, pag. 264) [spaccati]

– Ci sarebbe voluta molta luce e molto sole (IU, pag. 273) [ci sarebbero

voluti molta luce e molto sole]

– Un accenno di ansia sembra dipinta (…) (IU, pag. 578) [un accenno

dipinto]

– (…) alcune gocce di sangue raggrumato erano usciti (…) (IU, pag.

595) [gocce di sangue uscite]

– Fuori c’era l’inverno e il freddo e le acque a senso unico dell’Hudson

(…) (NVTO, pag. 82) [fuori c’erano]

– Jordan sentì le mani sudate, come se l’umido della pioggia che cadeva

cieca sui vetri fosse riuscita a entrare nella stanza (NVTO, pag. 171) [l’umido

della pioggia fosse riuscito]

– (…) il concetto di casa e di amore era feroce e acuminato come il coltello

Bowie che aveva appeso alla cintura (FED, pag. 15) [i concetti di casa e di

amore erano feroci e acuminati; e lasciamo pure da parte ogni giudizio

sull’associazione dei due aggettivi ai concetti di casa e amore]

– C’era la camera da letto, la stanza guardaroba e lo studio dove il

signor Kliemann passava con il computer acceso tutto il tempo che non trascorreva

seduto in giardino (PIN, pag. 171) [c’erano la camera da letto,

la stanza e lo studio]

– [Egli] Si vide da fuori come in una ripresa cinematografica, la sua sagoma

seguita da una carrellata mentre sfilava sullo sfondo di quei disegni,

sovrapposto come in una vecchia tecnica di animazione nel quale in realtà

era il fondale che si muoveva mentre la figura in primo piano restava ferma

(PIN, pagg. 201-2) [una vecchia tecnica di animazione nella quale]

– C’era nello sguardo smarrito della donna seduta di fianco a lui, una

richiesta e una promessa d’aiuto (PIN, pag. 236) [c’erano una richiesta

e una promessa]

– Ogni persona con un minimo di autorità e di coinvolgimento in quella

storia, lei compresa, sarebbe stato investito da quella bufera (…) (ISD,

pag. 374) [ogni persona sarebbe stata investita]

– Ma ha un potere di comunicazione e di motivazione enormi, che sono

poi le qualità che gli hanno permesso di arrivare dove è arrivato (TADT,

pag. 92) [Ma ha un potere di comunicazione e di motivazione enorme,

che è poi la qualità che gli ha permesso di arrivare dove è arrivato].

Un altro punto dolente della prosa falettiana è dato dalle improprietà.

Ovvero, dall’uso di parole inadatte al contesto della frase e del

discorso. Anche su questo versante il nostro eroe è capace di piazzare

numeri memorabili. Comincia subito, sin dall’inizio del primo libro. A

pagina 13 di IU si legge questo passaggio:

Jean-Loup pensò che le priorità della vita, tutto sommato, sono abbastanza

semplici e ripetitive, e in pochi posti al mondo come quello era

possibile quantificarle. La caccia al denaro al primo posto.

In realtà Jean-Loup sta classificando, non quantificando le priorità.

Ma il suo creatore non lo sa, e del resto abbiamo già visto che quando si

tratti di stabilire l’ammontare di qualcosa o il suo importo egli va completamente

fuori schema. Per di più l’incredibile inciampa di nuovo sul motivo

della quantificazione a pagina 312 del romanzo successivo, NVTO:

Il detective non si diede pena di presentare le persone che erano con lui.

In parte perché non era necessario, ma soprattutto perché non sapeva bene

in che modo quantificare la loro presenza sul luogo del delitto.

Cosa c’entri in tale caso la quantificazione rimane un mistero. Probabile

che si trattasse di giustificazione, o più credibilmente di qualificazione

(«non seppe in che modo giustificare»; «non seppe in che

modo qualificare»). O che per l’ennesima volta abbia fatto capolino

l’americano presente in Faletti, colto da sindrome premestruale e dalla

voglia di godersi altri cinque minuti di celebrità. Tutte supposizioni,

ovviamente. A contare davvero è il fatto che a pagina 472 di ISD l’Incredibile

conceda il tris:

Aveva capito che qualcosa di poco bello era successo, qualcosa che poteva

quantificare ma alla quale non sapeva reagire.

Chiuso il dossier relativo alle quantificazioni, passiamo a altro. A

pagina 98 di FED ne salta fuori una nuova. Una troupe televisiva arriva

sul luogo per una ripresa e i suoi componenti scendono dal furgone

della regia mobile per occupare la postazione. Ecco il modo in cui l’Incredibile

descrive la scena:

Gli occupanti erano scesi e avevano scaricato tutte le loro mercanzie e

montato rapidamente le luci.

Mercanzie? Ma perché, dovevano forse vendere le cose scaricate dal

furgone? E per quale importo, allora? O piuttosto Faletti intendeva dire

che gli occupanti scaricarono le loro attrezzature? L’italiano di Faletti continua

a fare miracoli. Andiamo avanti. A pagina 275 di IU si parla di una

 

trasmissione radiofonica che non sta andando secondo le intenzioni.

Tuttavia, la puntata non aveva nervo quella sera (…).

Evidentemente per Faletti il nervo e il nerbo sono la stessa cosa. Il

colpo da maestro viene piazzato a pagina 101 di TADT:

I portieri si allenano con i reciproci allenatori negli esercizi studiati

apposta per il ruolo.

Qui la spiegazione dell’errore è un po’ più complessa. Ma cionondimeno

quello che viene definito l’incredibile più grande scrittore italiano,

l’uomo che vendendo 12 milioni di copie è responsabile anche di un

modo in cui la lingua italiana e il suo corretto uso vengono divulgati,

dovrebbe comprendere la sfumatura e applicarla diligentemente nelle

cose che scrive come qualsiasi mediocre studente di istituto tecnico. La

formula i reciproci allenatori è un non senso, non significa nulla. Reciproche

sono le azioni e gli atteggiamenti, ciò che due o più individui

si scambiano: io do/faccio/dico una cosa a te, tu dai/fai/dici una cosa a

me, e dunque ci comportiamo reciprocamente. Ma se si parla di connotazioni

e/o attribuzioni dei soggetti, esse sono rispettive. Quando si dice

che due persone sono ciascuna dentro la propria auto, si dice che esse

si trovano nei rispettivi automezzi. Dire invece che sono nelle reciproche

auto non ha senso, è un errore logico colossale. Così come dire che «i

portieri si allenano coi reciproci allenatori».

Altri esempi di improprietà sono quelli che portano Faletti a attribuire

caratteristiche e modi di dire italiani a personaggi stranieri. Per

esempio a pagina 118 di ISD, dove si parla di uno spacciatore newyorchese

che per prudenza comunica soltanto attraverso i posti telefonici

pubblici a gettoni. Motivo: il rifiuto di usare i telefoni cellulari, a causa

dell’alto rischio d’essere intercettati. Il ragionamento viene spiegato

così dall’autore:

Un sacco di gente non aveva capito che non a caso il cellulare si chiamava

in quel modo. Era nello stesso tempo un telefono e il veicolo che ti

portava in galera.

Che un personaggio americano pensi una cosa del genere è semplicemente

impossibile. Vero è che in angloamericano il telefono cellulare

si chiama anche cellular phone. Ma non altrettanto si può dire dell’automezzo

blindato nel quale si viene caricati per essere condotti agli arresti;

che ha diversi nomi (prison van, o police van, o patrol vagon) tranne

cellular e simili. Dunque, di cosa sta parlando l’Incredibile? Ancora, a

pagina 32 di PIN, nel racconto Una gomma e una matita, il protagonista

in vacanza a Mikonos incontra una donna del posto. Lei si presenta:

«Io sono Yoanna, Yoanna Xidakis. So che a lei il mio cognome suona

come un codice fiscale, però in Grecia c’è di peggio…»..

Per la cronaca, in Grecia i codici fiscali sono costituiti da stringhe

numeriche. Nulla a che vedere con quelli italiani, che iniziano con

sequenze di consonanti. Un cittadino greco non capirebbe proprio il

senso di questa battuta, figurarsi pronunciarla. A pagina 74 di NVTO,

Jordan Marsalis incontra il detective della polizia di New York, Burroni.

Ecco la descrizione:

Quando lo individuò, si diresse verso il tavolo con quella strana camminata

con il baricentro un po’ basso, da giocatore di soccer. Aveva in

mano un quotidiano sportivo (…).

Per chi non lo sapesse, Faletti compreso, negli Usa non esistono

quotidiani sportivi. Soltanto uno, nella storia, fece una breve apparizione.

Si chiamava The National 7, e andò in edicola fra gennaio 1990

e giugno 1991. La vicenda di NVTO è ambientata in un anno imprecisato,

ma certamente dopo l’Undici Settembre del 2001, visti i

riferimenti fatti qua e là al crollo delle Torri Gemelle. Altro problema

col quale Faletti non riesce a raccapezzarsi: quello delle monete nazionali.

A pagina 231 di NVTO Jordan Marsalis racconta la propria storia

familiare a Lysa Guerrero. Ecco uno stralcio particolarmente sapido di

ciò che le riferisce:

«Oh, è una storia molto semplice. Mio padre era un bel ragazzo senza

una lira e giocava bene a tennis. (…) Mio padre uscì da quella casa come

c’era entrato. Senza una lira in tasca e con difficoltà sempre maggiori di

vedere suo figlio. (…)».

Qualcuno è in grado di spiegare perché mai un personaggio americano

dovrebbe usare la formula «senza una lira»? Non è dato sapere,

e comunque Faletti persevera su questo motivo. A pagina 159 di FED

si legge infatti:

«Lui non sopporta il fatto che Alan abbia deciso di sposarti. Glielo ha

detto proprio stamattina. Hanno litigato. Wells dice che se lo fa, da lui non

avrà più una lira».

Nelle edizioni più recenti di NVTO i volenterosi editor di Dalai

hanno messo una pietosa pezza su questi sfondoni, convertendo le lire

in dollari. E l’operazione di rimaneggiamento fa tenerezza, vista la mole

di strafalcioni contenuta in quei libri. L’effetto è quello che si avrebbe

 

riappiccicando una piastrella al muro di una casa bombardata. Notevole 

anche la forma in cui alcuni modi di dire vengono storpiati nelle

pagine falettiane. Per esempio, a pagina 170 di FED si legge:

Quando se l’era trovata di fronte, a casa di Caleb, aveva sentito una

vampata percorrerla da cima a piedi (…).

Qui l’Incredibile è rimasto indeciso fra i due modi di dire «da cima

a fondo» e «da capo a piedi», finendo col farne un bizzarro mix. Ma

questo è nulla rispetto al frammento che si trova a pagina 255 di IU:

Aveva chiesto un nuovo anticipo a Bikjalo, che aveva rognato un bel

po’ e finalmente si era deciso a scucire i cordoni della borsa firmando a

malincuore un assegno.

Confusione assoluta per il povero Faletti: indeciso fra allargare i

cordoni della borsa e scucire del denaro, egli non ha trovato di meglio

che presentare un improponibile mix: scucire i cordoni della borsa. Cioè,

letteralmente, Bikjalo prese la borsa e in un impeto di rabbia ne strappò

via i cordoni. E c’è dell’altro. A pagina 38 di AVD si legge un «Per forza

di causa maggiore», anziché «Per causa di forza maggiore». Certi passaggi

sono da antologia. In NVTO, a pagina 424, si legge:

Dopo essere entrato, l’uomo non accese subito gli interruttori.

Delle due l’una: o si accende la luce, o si pigia l’interruttore. Pensare

che si possa accendere l’interruttore è come parlare degli allenatori reciproci.

Ancora, a pagina 492 potete trovare il seguente frammento:

Maureen si ritrovò con gli occhi rigati di lacrime (…).

Anche in questa circostanza, delle due l’una: o Maureen si ritrovò

con le guance rigate di lacrime, o piuttosto si ritrovò con gli occhi gonfi di

lacrime. Parlare di occhi rigati di lacrime è un altro nonsense.

Dunque, questo lungo percorso attorno alla prosa falettiana ci ha

dato la prova provata del sofferto rapporto intrattenuto dall’autore con

la lingua italiana. Un rapporto rispetto al quale i sospetti d’influenza

linguistica anglo-americana sono elemento men che secondario. Ma

sarebbe errato pensare che l’analisi delle peculiarità contenute nei testi

di Giorgio Faletti si chiuda qui. Il viaggio fra quelle pagine non è finito.

Anzi, è appena iniziato.

 

NOTE:

2 M. Sacchi, Mister Giorgio Faletti, tu vuo’ fa’ l’americano, Il Giornale, 3 agosto 2009
3 G. Faletti, «Scusate se prendo fate per topolini», La Stampa, 22 agosto 2009

4 Fra l’altro, va specificato che la professoressa Franca Cavagnoli non è mai entrata nel merito del testo falettiano. Si è limitata a rispondere a delle precise domande poste da un giornalista del Giornale. L’intervista è disponibile al link http://www.ilgiornale.it/news/l-esperta-franca-cavagnoli.html.

5 Si veda Faletti, l’uomo che traduceva se stesso, Il Giornale, 23 agosto 2009, e Faletti l’americano si autoassolve in tv. Gli altri? Meglio tacciano per sempre, Il Giornale, 24 settembre 2009.

6 So già che, a proposito di pneumatici, molti eccepiranno sostenendo che ormai nell’uso comune sia diffusa l’abitudine di utilizzare “i” o “sui” eccetera, anziché “gli” o “sugli” eccetera. Replico che con l’alibi del cosiddetto “uso comune” si rischia di assolvere le peggiori nefandezze linguistiche, a partire dall’utilizzo errato o dall’errato non utilizzo degli apostrofi da associare a “un” o “una”. Un massacro quotidiano e sistematico, che prima o poi qualcuno legittimerà appellandosi all’argomento dell’uso comune.

7 Si veda http://en.wikipedia.org/wiki/The_National_(sports_newspaper)Immagine