Hernandez, il colpo dei soliti noti (Repubblica Palermo, 27 agosto 2014)

Abel Hernandez

Abel Hernandez

 

 

La cessione di Abel Hernandez è un affare. Certamente. Ma bisogna capire per chi. Di sicuro, 12 milioni sono cifra di rilievo. Ma le perplessità rimangono, e non soltanto riguardo alla perdita di qualità che deriverebbe per il già povero organico rosanero. È soprattutto la figura di colui che sta orchestrando la trattativa a generare interrogativi. Un personaggio sfuggente in ogni senso. Il suo nome viene storpiato in Pablo Betancourt, quando in realtà è Pablo Martin Bentancur Rubianes.

 

Pablo Bentancur

Pablo Bentancur

La sua nazionalità viene spacciata per uruguayana (o addirittura argentina), e invece è peruviana. Soprattutto, egli viene etichettato come agente e invece non gli è mai interessato esserlo. Più giusto definirlo commerciante di calciatori. Uno dei tanti speculatori di cui è piena l’economia parallela del calcio globale, e con in più delle vicende oscure nel curriculum. La sua agenzia Vansomatic (sede legale in Svizzera) è di questi tempi parecchio chiacchierata. Era già stata oggetto di una denuncia presentata a giugno 2013 dai deputati argentini Manuel Garrido e Graciela Ocaňa alla giudice uruguayana Adriana De Los Santos, titolare di inchieste sul riciclaggio di denaro nell’area fra Uruguay e Argentina. La vicenda è stata ripresa in queste settimane da alcune fonti giornalistiche: un articolo di Piero Messina e Maurizio Zoppi pubblicato sul sito web dell’Espresso, e soprattutto un post redatto per il sito web personale dal giornalista investigativo Juan Gasparini. Quest’ultimo è autore del libro Las bóvedas suizas del kirchenirismo, in cui viene ricostruito il percorso segreto del Dinero K, cioè i fondi costituiti all’estero dalla famiglia presidenziale argentina dei Kirchner e riciclati da fedelissimi del regime al potere.

 

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Nel mirino delle inchieste giornalistiche e giudiziarie sono le 148 società costituite dalla Helvetic Service Group grazie all’operato di Nestor Marcelo Ramos, avvocato con passaporto italiano, con la presunta collaborazione dell’esperto uruguayano di diritto societario Juan Pedro Damiani (che però smentisce) e per conto di Lázaro Báez, faccendiere di fiducia del clan K. Della galassia Helvetic, sulla quale è in corso un’indagine della magistratura svizzera, fa parte Vansomatic. Attraverso la quale, secondo Gasparini, Bentancur ha comprato la scorsa settimana il 40% del Lugano calcio. Da chi? Da Enrico Preziosi, presidente del Genoa con alle spalle due condanne penali: 4 mesi (condonati) per la frode sportiva di Genoa-Venezia, e 1 anno e 6 mesi in primo grado per il mancato versamento di 8 milioni di Irpef.

 

Enrico Preziosi

Enrico Preziosi

 

Anche Bentancur ha avuto qualche magagna giudiziaria: una legata a un’inchiesta sulla prostituzione d’alto bordo in Argentina che lo ha visto tirato in ballo come testimone, e un’altra in Italia relativa a una sospetta evasione fiscale consumata dal Cagliari di Massimo Cellino a margine della cessione di David Suazo all’Inter nel 2007, poi archiviata. Interpellato dal settimanale ticinese Il Caffè, Bentancur ha smentito di avere acquistato il Lugano tramite Vansomatic e ogni altra speculazione. Le cronache lo definivano impegnato a intermediare il passaggio di Angel Di Maria dal Real Madrid al Manchester United. Una bella mangiatoia da 70 milioni di euro.

Rimangono i termini dell’affare che portano Hernandez allo Hull City, a proposito del quale gli informatissimi quotidiani sportivi portoghesi rammentano un dettaglio: al Penarol, ex club di Hernandez, spetta il 45% dei diritti economici, da scalarsi dal prezzo di vendita. Su 12 milioni sarebbero 5,4, da sommarsi ai 3,8 sborsati dal Palermo quando il calciatore arrivò in Sicilia. Fanno 9,2 milioni, incassati standosene con le mani sulla panza, mentre il Palermo dovrà sottrarre quei 3,8 per calcolare una plusvalenza che a quel punto sarà di 2,8 milioni. Bello fare affari col Palermo, di questi tempi. Con l’aggiunta di un dettaglio ulteriore: il presidente del Penarol è il signor Juan Pedro Damiani, quello che spergiura di non aver mai avuto rapporti con Helvetic e Vansomatic.

 

Juan Pedro Damiani

Juan Pedro Damiani

Purtroppo capita così, quando si frequenta certi giri di mercato e gli squali dell’economia calcistica parallela globale. Sotto questo profilo, il Palermo della declinante era zampariniana persevera. È in arrivo il brasiliano Emerson Palmieri.

Emerson Palmieri

Emerson Palmieri

 

Che ha alle spalle un curriculum di ben 16 (sedici!) partite con la maglia del Santos e un’agenzia che si chiama Elenko Sport. La compongono una serie di transfughi del Fondo Sonda, un’istituzione finanziaria di proprietà di due fratelli brasiliani che hanno fatto la fortuna nel mondo della grande distribuzione, e credevano di diventare ancora più ricchi grazie alla speculazione sui calciatori. Purtroppo per loro, la cessione di Neymar al Barcellona è stata un bagno di sangue. Ma i loro ex collaboratori sono di nuovo in pista a caccia di speculazioni pallonare. E il Palermo, gentilmente, si presta. Con diritto di riscatto.

 

Maurizio Zamparini

Maurizio Zamparini

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Il Barcellona, un modello. D’autocrazia – 2

Cari amici, ecco la seconda parte del mio articolo sul falso mito democratico del Barcellona. La prima parte è qui. Quandi ho iniziato a scrivere pensavo di concludere in due puntate, invece ne occorrerà una terza. Buona lettura.

Dalla conclusione di quell’affare Sandro Rosell ricava non soltanto un grande ritorno in termini di prestigio manageriale, ma anche un capitale di amicizie influenti. Innanzitutto quella con Ricardo Teixeira1, presidente della federcalcio brasiliana (CBF) ma soprattutto genero dell’ex presidente-autarca della Fifa, Joao Havelange. Un altro rapporto preferenziale viene stretto con la Traffic Sports2, un’agenzia brasiliana fondata nel 1980 a San Paolo dall’ex giornalista José Hawilla (che ha il vezzo di farsi chiamare J. Hawilla, come fosse J. R. Hewing di Dallas), il cui lavoro consiste nello sfruttamento commerciale a 360 gradi del prodotto calcio. Il che significa brokeraggio di contratti pubblicitari, acquisizione e commercializzazione di diritti televisivi, acquisto e gestione di partecipazioni sui diritti economici di calciatori, costituzione o acquisizione di club calcistici da utilizzare come punto di passaggio per calciatori da scambiare, logistica degli impianti sportivi.

José Hawilla

José Hawilla

Traffic Sports intermedia la firma del contratto ricavando una commissione del 5%, pari a 8 milioni di dollari3. Interrogato dalla commissione parlamentare sul perché la CBF abbia fatto ricorso a un’intermediazione per stipulare un accordo con la Nike, il dirigenteresponsabile per il Brasile della griffe americana Ingo Ostrowski risponde: “Chiedete alla federazione”4. Naturalmente omette d’aggiungere che quella stessa domanda andrebbe rivolta a Rosell.

L’amicizia fra l’attuale presidente del Barça e Teixeira continua e dà luogo a altri passaggi discutibili. Dopo aver lasciato l’incarico dirigenziale Nike si mette in proprio. Fonda la Bonus Sports Marketing e si lancia nell’acquisizione e commercializzazione dei diritti televisivi sulle partite di calcio. E li si verificano alcune coincidenze. Nel 2006 la CBF firma un contratto con un’agenzia d’intermediazione, dandole incarico d’organizzare amichevoli in giro per il mondo e garantire alla federazione un cachet di almeno un milione di dollari. Questa agenzia si chiama ISE, e elegge sede legale alle Isole Cayman. Il business CBF-ISE va avanti indisturbato, tanto che nel 2012 Teixeira firma un rinnovo decennale dell’accordo. La firma viene apposta in fretta e furia perché Teixeira sta per essere travolto dall’ennesimo scandalo, tanto da essere costretto pochi giorni dopo alle dimissioni5. E fra i motivi che portano alle dimissioni c’è anche quel contratto per le amichevoli. Il primo match che genera sospetti è un Brasile-Portogallo del 2008 giocato a Brasilia6. Gli inquirenti brasiliani scoprono che l’ISE versa in un conto della Uptrend Company, sede legale in New Jersey, 10,9 milioni di dollari relativi ai diritti di 24 amichevoli della nazionale brasiliana. Il destinatario del versamento risulta essere tal Alexandre R. Feliu7. Un modo patetico per nascondere l’identità di Rosell, che all’anagrafe fa Alexander Rosell i Feliu.

Un'azione dell'amichevole 2008 fra Brasile e Portogallo

Un’azione dell’amichevole 2008 fra Brasile e Portogallo

Messo alle strette, alla Rosell è costretto a ammettere di aver ricevuto quei denari. Però sostiene che si tratti di “onorari”, non di commissioni. Una bella supercazzola, ma basta e avanza per fargli scampare ogni appello alle responsabilità. Né gli mette ulteriore pressione il fatto che, come rivela A Folha de Sao Paulo8, a versare parte di quei denari provveda la signora Ana Carolina Wigand Pessana Rodriguez. Un nome e un cognome sproporzionati corrispondenti alla seconda moglie di Ricardo Teixeira9.

La storiaccia dei versamenti effettuati da ISE sul conto intestato al signor Feliu viene resa nota più o meno in contemporanea a quella dello strano percorso compiuto dal denaro che deriva dalla cessione di Neymar. Uno dei due casi sarebbe più che sufficiente per mettere in imbarazzo qualsiasi dirigente sportivo minimamente attento al requisito della trasparenza nell’esercizio del ruolo; due, poi, rappresentano un peso esorbitante. E per sovrammercato se ne aggiunge un terzo.

Succede infatti che lo scorso settembre Teixeira decida di eleggere la residenza a Andorra, uno staterello che oltre a essere un paradiso fiscale ha il vantaggio di non aver firmato col Brasile un trattato che consenta l’estradizione10. Rosell viene indicato come mediatore fra l’ex presidente della CBF e le autorità di Andorra affinché l’accordo per la concessione della residenza venga sveltito. E le cose non si fermano qui, perché un altro dettaglio s’aggiunge. Lo scorso aprile il Comitato Esecutivo della Fifa dichiara Havelange e Teixeira colpevoli di avere intascato tangenti – spacciate per commissioni – dalla ISL nel contesto del gigantesco affare dei diritti televisivi11. Ai due viene comminata una multa da 2,5 milioni di dollari, che viene regolarmente saldata ma non dai diretti interessati. Come rivela il quotidiano O Estado de Sao Paulo12, attentissimo nel monitorare la vicenda, la multa viene saldata da una società chiamata Bon Us, con passaggio di denaro attraverso il conto personale Peter Nobel, avvocato di Havelange. Da chi è controllata questa Bon Us? Il nome somiglia un po’ troppo a quello della Bonus Sports Marketing, ma le informazioni disponibili non autorizzano a certificare il nesso. La catena da seguire per risalire al controllo di questa società è lunga, ma compiendo tutti i passaggi se ne viene a capo. Il nome del suo presidente non viene dichiarato, ma da una visura risulta che la società è azionista della Co-Invest SP. Z.O.O., che ha sede legale in Polonia. Di questa società polacca è socio Joan Besoli, che è anche socio dello studio Comptages SL. A proposito di quest’ultimo vengono fuori altri due dettagli pesanti: si tratta dell’agenzia che ha curato la pratica per la concessione a Teixeira della residenza a Andorra; e ha come altro socio Sandro Rosell.

La facciata del palazzo in cui Teixeira va a risiedere, a Andorra (foto tratta da A Folha de Sao Paulo)

La facciata del palazzo in cui Teixeira va a risiedere, a Andorra (foto tratta da A Folha de Sao Paulo)

Il risultato di tanto bailamme è che le autorità di Andorra rivedono la loro posizione e revocano la residenza a Teixeira13. All’inizio di dicembre l’ex presidente della CBF viene invitato a levarsi dai piedi e a cercarsi un altro riparo dalla giustizia brasiliana14. E Rosell? Rimane al suo posto come se nulla fosse. E mentre il compare d’affari è costretto a cercarsi un’altra sede di latitanza, lui posa sorridente davanti alle telecamere per presentare l’innovativa partnership commerciale tra Barcellona e Intel15.

La presentazione della partnership tra Barcellona e Intel

La presentazione della partnership tra Barcellona e Intel

La democratica e partecipativa platea di soci blaugrana non batte ciglio. E non è la prima volta che si manifesta una così cinica indifferenza della tifoseria verso l’agire dei massimi dirigenti. Anche il predecessore di Rosell, Joan Laporta, poté operare indisturbato nel compiere traffici grossolani.

2. continua

Il Barcellona, un modello. D’autocrazia – Parte prima

Cari amici, pubblico oggi la prima parte di un articolo sul Modello Barcellona. A domani per la seconda. Buona lettura.

Un falso mito. Più da vicino si guarda il Barcellona, più si scopre quanta distanza sia necessaria per credere all’immagine stereotipa, politicamente corretta, del club etichettato come esempio di partecipazione democratica. Tutta propaganda, mescolata alla pigrizia mentale di chi prende per buono il racconto mainstream e rimasticandolo lo rafforza. Come se bastasse un numero di soci prossimo ai 200.000, o che quei quasi 200.000 eleggano a scadenze più o meno regolari il presidente del club, per assicurare alla comunità tifosa un controllo sulla governance e, in ultima analisi, un reale esercizio della propria responsabilità. É qui lo scarto fra propaganda e realtà: la platea democratica barcellonista è come il popolo delle primarie: un parco buoi da mobilitare nell’esaltante rito della selezione di leadership autocratiche e oligarchie autoreferenziali, e da lì in poi incapace di condizionare e arginare l’agire degli eletti.

Chi continua a spacciare il Barça come modello virtuoso di gestione societaria è disinformato o in malafede. La platea democratica di quasi 200.000 soci non ha impedito che il club blaugrana sia uno fra i più indebitati al mondo (con 334 milioni di de netto registrato nel 2013, cifra persino virtuosa rispetto ai 578 milioni del 20101), e che sia stato risucchiato nell’orbita di un fondo sovrano del Qatar. Alla faccia di chi continua a parlare di “simbolo della catalanità”. Soprattutto, l’esistenza di un (presunto) controllo democratico da parte della base dei soci non ha impedito che alla presidenza del club venissero eletti squali della finanza, e che come tali prendessero a agire usando il Barcellona per condurre affari opachi. L’ultima conferma di questo andazzo si è avuta con le notizie diffuse nei giorni scorsi, relativamente alla denuncia spiccata dal socio Jordi Cases nei confronti del presidente Sandro Rosell, eletto nel 2010. Motivo: il misterioso costo dell’acquisto di Neymar, realizzato la scorsa estate, e rispetto al quale balla uno scarto di 40 miliardi. Pinzillacchere, quisquilie.

 

Sandro Rosell

Sandro Rosell

Che quell’affare fosse pieno di misteri s’era capito immediatamente, e c’erano numerose condizioni di partenza a renderlo sospetto.

Innanzitutto il fatto che il calciatore provenisse dal Santos, club definitivamente colonizzato dai fondi d’investimento e incapace di fare qualsivoglia operazione di mercato senza il placet degli attori di quest’economia calcistica parallela.

In secondo luogo, il fatto che lo stesso calciatore fosse al centro d’una fitta rete di compartecipazione sui suoi diritti economici. Partendo dal cartellino di Neymar si potrebbe scrivere una ricca monografia in tema di finanza creativa. Il 40% dei diritti economici sul calciatore appartenevano (appartengono?) al fondo DIS, controllato dai fratelli Sonda, imprenditori della grande distribuzione nello stato di San Paolo2; un altro 5% era (è?) sotto il controllo di Terceira Estrela Investments S.A., meglio conosciuto come Teisa3, un fondo d’investimento costituito da tifosi vip del Santos che in un primo tempo aveva il solo intento di venire in aiuto al club in ristrettezze finanziarie, ma che immediatamente ha abbracciato logiche speculative con tanti saluti alla fede calcistica. Il restante 55% risultava appartenere al Santos.

 

Neymar

Neymar

Il terzo mistero riguarda il distinguo fra diritti economici e diritti federali. Che è materia complessa, la cui illustrazione richiederebbe tempo e spazio. Per una sua spiegazione vi rimando al mio libro Il lato oscuro del calcio globale, in uscita la prossima primavera. Per quello che riguarda il discorso condotto qui, risulta un bizzarro gioco contabile secondo cui vengono effettuati pagamenti separati per i diritti federali e per quelli economici.

Secondo quanto riportato dal quotidiano spagnolo El Mundo4, il primo a dare notizia della controversia, Cases sottolinea le anomalie nella suddivisione della cifra di 57,1 milioni di euro ufficialmente dichiarata per l’acquisto del calciatore. Di quella cifra, 17,1 milioni sono stati destinati al pagamento dei diritti federali, e secondo le percentuali stabilite fra Santos, DIS e Teisa. E i restanti 40 milioni? Risulta siano stati versati, a titolo di commissione, alla società N&N (Neymar e Neymar), costituita dal calciatore e da suo padre. Un’anomalia spaventosa, che per di più lascia il dubbio che siano andati interamente alla società dei Neymar.

Ovviamente è tutto quanto da provare, e Rosell è innocente fino a prova contraria. E tuttavia non si può fare a meno di sottolineare come non sia la prima volta che il presidente del Barça si trova al centro di casi imbarazzanti. Il suo curriculum era pieno di punti oscuri prima che venisse eletto alla presidenza del club, e altri ne sono giunti dopo la sua presa di potere. Durante gli anni Novanta è stato dirigente spagnolo della ISL (International Sports and Leisure), la società di commercializzazione dei diritti sulle manifestazioni sportive che fece bancarotta nel 2001, facendo passare pessime settimane al colonnello Blatter5. Successivamente è stato responsabile della Nike per l’America Latina, e in quel ruolo ha orchestrato l’operazione di sponsorizzazione della nazionale brasiliana che determinò la formazione di una commissione parlamentare d’inchiesta6.

(1. continua)

Doyen Group, il fondo che commercia uranio e calciatori

Cari amici, in questi giorni e per i prossimi mesi sono impegnato nella stesura del libro sul lato oscuro del calcio globale. Per farvi capire di cosa si tratti, ripubblico un articolo della mia inchiesta in 8 puntate andata su Pubblico tra ottobre e dicembre 2012. Buona lettura.

Se chiedete in giro cosa abbiano in comune l’uranio e i piedi pregiati, chiunque vi risponderà raccomandandovi di farvi vedere da uno bravo. Chiunque tranne i manager del Doyen Group, un fondo d’investimento dalle attività quantomeno diversificate.  Sede centrale a Istanbul, braccio finanziario a Londra, esso si muove a caccia di affari ovunque essi si presentino e in qualsiasi settore merceologico. Dal sito web si apprende che il gruppo opera in cinque aree di mercato: metalli e minerali, carburanti e gas, energia e infrastrutture, edilizia e hospitality, e infine sport e intrattenimento. In particolare, grazie alla joint venture con la NuCap Ltd. il Doyen Group inserisce nel proprio portafoglio di attività la commercializzazione di materie prime come carbone, gas, energia, carburanti, metalli preziosi e industriali, fertilizzanti e, appunto, uranio.

Lo stesso gruppo ha fondato di recente una divisione sportiva con sede legale a Malta: si chiama Doyen Sport Investment Ltd. (DSI) e la sua missione è principalmente quella di acquistare in quota o in toto i cartellini di calciatori. Dunque, se rivolgete a qualsiasi dirigente del Doyen Group l’interrogativo con cui abbiamo aperto questo articolo, egli vi risponderà che l’uranio e i piedi pregiati hanno in comune l’essere materie prime dall’alto potenziale di redditività. Schietta logica economica.

E proprio tale schiettezza porta la holding a dichiarare la propria visione delle cose riguardo allo sport. O per meglio dire al calcio. Non un fenomeno sociale, ma piuttosto un asset da sfruttare in ogni potenzialità. È ciò che viene dichiarato nella pagina web del Doyen Group dedicata a DSI: “Doyen Sport Investment è un gruppo privato il cui scopo è garantire una fonte alternativa per il finanziamento dei club calcistici”. Chiarissimo l’intento, resta da capire quali siano i modi privilegiati da DSI per finanziare club travolti da una crisi sempre più profonda. Le formule sono diverse. Innanzitutto le sponsorizzazioni, effettuate in modo particolare. Mai da main sponsor. Meglio acquistare pochi centimetri quadrati di stoffa in segmenti periferici della muta di gioco – la parte bassa della schiena, i calzoncini, la porzione alta della manica lì dove in genere viene piazzato il logo della lega calcistica nazionale –, quanto basta per garantirsi una visibilità e far parlare di sé.

Accadde così poco più di un anno fa, ottobre 2011: quando d’improvviso alcune squadre della Liga spagnola (Sporting Gijon, Atletico Madrid, Getafe) esibirono il marchio “Doyen Group” fin lì sconosciuto ai più generando curiosità e inquietudine. Atteggiamento quest’ultimo – e qui c’è il secondo modo scelto da DSI per finanziare i club in crisi –  dovuto al diffondersi della voce secondo cui il fondo d’investimento starebbe acquistando i diritti sui migliori giovani calciatori dei club spagnoli. La notizia viene esagerata giornalisticamente, poiché la versione rappresentata parla di un acquisto in blocco dei vivai spagnoli. E come al solito – ancora una volta, giornalisticamente – passato il clamore di un giorno ci si dimentica di quella misteriosa holding e del suo braccio calcistico DSI. Che infatti agiscono indisturbati realizzando la parte più redditizia del proprio business: intermediare acquisti di calciatori e acquisirne quote rilevanti.

In questi termini la legislazione di alcuni paesi è più favorevole che in altri. E in Europa occidentale la Spagna e il Portogallo sono zone franche.  Nel 2011 DSI acquista dal Porto un terzo dei cartellini di Eliaquim Mangala e Steven Defour per 5 milioni di euro; un meccanismo frequente presso i club portoghesi, che permette di far cassa e al tempo stesso di gonfiare il valore a bilancio del cartellino intero d’un giocatore sopravvalutandone una quota parte, con tanti saluti al fair play finanziario. Nell’estate del 2012 il fondo d’investimento si spinge oltre: finanzia l’acquisto di calciatori da parte di club in difficoltà mantenendo per sé quote dei cartellini. Il sito ufficiale DSI ne dà informazione con nonchalance. La notizia pubblicata il 27 agosto informa che “Doyen ha collaborato con lo Sporting Lisbona per l’ingaggio di Labyad e Rojo”; in cambio, il fondo trattiene per sé il 35% dei “diritti economici” sul cartellino del primo e addirittura il 75% su quello del secondo. Il giorno, altro annuncio: “Doyen ha collaborato col Benfica per l’ingaggio di Ola John”. Del promettente calciatore olandese nativo della Liberia la quota di cartellino detenuta da DSI è addirittura 80%:.

La lista dei calciatori controllati da DSI (che ha nella propria scuderia anche Xavi Hernandez del Barcellona e il campione di motociclismo Jorge Lorenzo) è vasta. Fra gli altri, gli ex madridisti José Antonio Reyes e Alvaro Negredo, che assieme ai meno famosi Botía, Kondogbia, Baba Diawara e Manu Del Moral giocano nel Siviglia, squadra che porta il marchio Doyen sulla manica come fosse la fascia di capitano.  Altri calciatori sono sparsi nei club sponsorizzati da Doyen nella stagione passata o in quella corrente: Getafe (Barrada, Pedro León, Rubén Perez) e Sporting Gijon (Serrano, Bustos, Mendy, Roberto). Anche José Angel, portato la scorsa stagione alla Roma da Luis Enrique e attualmente in prestito alla Real Sociedad, è parzialmente controllato dal fondo. Tutti nomi presenti sul sito DSI, nel quale (stando a quanto riportato su Wikipedia) sono stati oscurati i nominativi di David De Gea (Manchester United), Borja Valero (Fiorentina) e Sergio Álvarez (Sporting Gijon B).

Ma il nome di punta è quello di Radamel Falcao, il colombiano dell’Atletico Madrid il cui cartellino è al 50% di Jorge Mendes. Ovvero, il rampante portoghese che è diventato l’agente di calciatori più potente al mondo e di cui bisognerà parlare in una puntata a parte. Mendes lavora col gruppo Doyen. Così come è stato associato al Quality Sport Investment, fondo con sede legale in Irlanda finito nel mirino della Fifa. Come scatole cinesi, i fondi d’investimento che operano nel calcio sono centinaia. Ma gira i rigira i nomi di chi li controlla sono sempre quelli.

 

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I grandi misteri del calcio globale – Javier Tebas, il presidente della Liga che tifa per i fondi d’investimento

Guardate bene quest’uomo.

Si chiama Javier Tebas Medrano. Classe 1962, è un avvocato spagnolo nato nella Costa Rica. Potrebbe venire da lui una spinta decisiva verso lo snaturamento definitivo del calcio globale.

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Dallo scorso 26 aprile è il presidente della Liga de Fútbol Profesional spagnola, cioè l’ente che organizza uno dei campionati più indebitati al mondo. Talmente indebitato da aver visto i propri club finire tutti quanti sotto tutela di investitori esterni al calcio e ai club stessi: sceicchi, oligarchi, fondi d’investimento. A questo meccanismo non si sottraggono nemmeno i due grandi club globali, Real Madrid e Barcellona: il primo ormai prono alle manovre di alcuni fra i principali super-agenti presenti sul mercato, il secondo trasformato in un protettorato degli emiri del Qatar. Ma nonostante sia in una condizione così grave dal punto di vista economico-finanziario, la Liga rimane uno dei campionati di riferimento. Ciò che succede da quelle parti ha probabilità di avere conseguenze altrove.

La novità è che Tebas è un fervente sostenitore dei fondi d’investimento. Secondo lui, in un’epoca che ha visto gli istituti di credito spagnoli (a loro volta in gravissima crisi finanziaria) chiudere ogni linea di credito ai club calcistici, quella offerta dai fondi d’investimento è la sola leva finanziaria possibile per operare sul mercato. E poco importa se in questo modo le società calcistiche diventano mere scatole di passaggio di denaro, transitato da lì per fruttare e migrare altrove.

Nei giorni scorsi Tebas ha promosso un’iniziativa pubblica a favore di questo specifico mutamento nell’economia del calcio, dichiarandosi partidario(sostenitore) di tale mutamento. Accanto a lui sedevano il presidente della Real Sociedad, Jokin Aperribay, e due personaggi la cui presenza a quel tavolo dice parecchio: Javier Hervas, avvocato di KPMG, e Nelio Freire, amministratore delegato del famigerato fondo Doyen Sport.

Tebas sta guidando la lobby che mira a far inserire la regolamentazione dei fondi d’investimento nel quadro della riforma della Ley del Deporte spagnola. Il tutto mentre l’Uefa continua a dichiarare fuori dalle regole la pratica della third party ownership. Il calcio si sta svendendo a attori portatori d’interessi estranei, e i principali alleati di costoro stanno proprio fra quei dirigenti calcistici che dovrebbero evitare la deriva.