Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 1 Accettate questo libro

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Eccellenze italiane. Parlo di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale, e della ditta tirata su dai due per realizzare qualcosa che eccelle per davvero: il peggior libro dell’anno 2014.

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini


Chiara Gamberale

Chiara Gamberale

S’intitola Avrò cura di te, e è stato pubblicato da Longanesi con lo scopo di colonizzare il Natale degli italiani al pari dei cinepanettoni e dei Minipimer da riciclare a feste finite. Un primato fortemente voluto, quello di peggior libro dell’anno. Pianificato e conquistato sul campo con pieno merito. E badate che non era mica facile. La concorrenza era spietata, e per capire quanto lo fosse basta farsi un giro in questi giorni per librerie, ipermercati, pompe di benzina e pizzicagnoli che riservino uno spazio all’esposizione dei volumi più venduti. Lì troverete regolarmente Avrò cura di te, oscillante fra la prima e la seconda posizione, circondato da una batteria di titoli che meglio d’ogni analisi racconta quale sia lo stato culturale della nazione. Perché fra i primi dieci troverete l’ultima fatica di Luciana Littizzetto, L’incredibile Urka. E il fumettone storico di Alberto Angela, I tre giorni di Pompei. E La guerra dei nostri nonni, ultima opera del principe dei tuttologi italiani Aldo Cazzullo. E l’Oroscopo 2015 di Paolo Fox. E Molto bene di Benedetta Parodi. E soprattutto La regola dell’equilibrio di Gianrico Carofiglio, che non soltanto è un libro scadente ma ha pure la particolarità d’essere un esercizio d’autoplagio, come ha illustrato il bravo Alberto Pezzini su Libero: lunghi frammenti sono identici o quasi a brani presenti in un altro romanzo dell’autore, L’arte del dubbio, edito da Sellerio nel 2007.

Gianrico Carofiglio, ma anche no

Gianrico Carofiglio, ma anche no

Il Libro del Non

Nel bel mezzo di questa offerta culturale il libro della ditta Gramellini & Gamberale spicca e trionfa. Legittimamente. Perché a scrivere un libro brutto son capaci tutti, ma per realizzare un’eccellenza in negativo necessita un talento speciale. E i due l’hanno mostrato realizzando il Libro del Non. Non un romanzo perché non c’è ritmo né narrazione di fatti che si sviluppano sotto gli occhi del lettore. Non è un saggio perché i due pretendono d’aver scritto un romanzo e lo dichiarano fin dalla copertina, con tanto di fascetta che strilla di un “romanzo a due voci”. Non un racconto nel senso ampio del termine, perché non v’è la minima traccia d’affabulazione. Non è nemmeno un libro sperimentale, perché ogni chiave e ogni intreccio risultano scontati. Di più: già letti e uditi. Dove? Negli scritti precedenti degli stessi autori, ovviamente. Che avendo nulla da dire, e avendolo già detto altrove, riescono a imbastire un analfabeto sentimentale mettendo in scena per l’ennesima volta le sole figure che riesce loro esprimere. Lei mette un’altra volta sul mercato il personaggio della donna quasi quarantenne in crisi sentimental-matrimoniale nonché inguaribilmente narcisista. Lui continua a cavalcare il ruolo autoconferito di “esperto di cose sentimentali”, il Natalio Asperso delle residue amiche di penna che ancora affidano alle lettere al giornale le frustrazioni sentimentali, anziché sfogarle con un post su Facebook. Partendo da queste maschere i due organizzano i contenuti del prodotto editoriale natalizio da banco. E già guardando alla trovata apparecchiata dai due si capisce come non sia necessario leggerlo per sapere che Avrò cura di te è il peggior libro del 2014.

L’angelo de li mortacci sua

Di cosa tratta il libro? Presto detto. Esso si sviluppa tramite un dialogo epistolare fra una donna in crisi e il suo angelo custode. E lo so che quanti fra voi non l’hanno ancora letto stanno tirando un sospiro di sollievo per non aver buttato nel cesso tempo e denaro. Però adesso costoro mi usino la cortesia di leggermi fino in fondo, quantomeno per ripagarmi d’aver evitato loro la sòla.

Dicevo dei due personaggi. Lei si chiama Gioconda, e è un’insegnate di scuola superiore appena mollata dal marito. Che insegna nella stessa scuola di lei, e come da copione abusato ha immediatamente trovato consolazione in una donna più giovane di una decina di anni. L’angelo si chiama Filemone, e ha il compito di accudire Gioconda intossicandola con le più cicisbee fra le insensatezze sentimentali. Roba che al confronto Liala sembra Kierkegaard. E non penso di compiere un crimine se faccio dello spoiler e svelo un paio di cose. La prima riguarda l’esito della crisi coniugale di Gioconda, che infine torna assieme al marito come pretende un canovaccio natalizio confezionato per le famigliole italiane. La seconda è legata all’angelo Filemone: che in una vita precedente aveva alimentato un amore platonico per la nonna di Gioconda. Quest’ultima, seguendo ancora una volta lo schema della sana tradizione familista italiana, porta lo stesso nome della nipote e mantiene segreto quell’amore platonico d’una vita intera per rimanere devota al marito. Vista da chi suole nutrirsi di melodrammoni, la figura di Filemone è l’ennesima variazione sul tema dell’Amore che non muore mai. Valutata invece da chi lascia certe cose ai gonzi, il Custode di Gioconda non può che essere un ADLMS: che non è una nuova formula di internet  iperveloce, ma sta per Angelo de li mortacci sua. Nel senso che è legato all’amata e defunta nonna, va da sé.

E proprio dalla figura dell’ADLMS prende avvio la storia, con un incipit (pagina 9) che per il lettore è a rischio di morte cerebrale istantanea:

Da qualche parte nell’Universo esiste un mondo non visibile agli occhi in cui si aggirano sagome vibranti di luce. Sono le anime degli Innamorati Eterni e palpitano a coppie, trovando l’una nell’altra le ragioni del proprio splendore.

Se siete sopravvissuti al frammento di sopra significa che potete proseguire nella lettura. Ma prima di andare avanti devo fare una precisazione per rendere più fruibile questo post e la gestione dei vostri neuroni. L’estratto appena citato appartiene a uno dei capitoli in cui prende voce Filemone-Gramellini, alias l’ADLMS, e viene qui riportato in corsivo come nel libro. I capitoli in cui prende voce Gioconda-Gamberale sono invece resi nel libro in carattere normale. Li riporto in grassetto per distinguerli dal testo del post, ma anche perché il senso d’inutile pesantezza che emanano merita d’avere un corrispettivo grafico. E il primo segmento di testo gamberalesco che v’infliggo fa perfetto pendant con quello gramelloso di poco sopra. A pagina 11 si legge:

Scusa. Mi rendo conto: non si chiede aiuto così. Ma io non l’ho mai saputo chiedere, aiuto. Eppure ora lo chiedo a te, anche se probabilmente non esisti: proprio perché probabilmente non esisti.

 

Anche se probabilmente non, proprio perché probabilmente non. Giusto perché è il Libro del Non. E allora si parte subito coi labirinti dentro cui il lettore viene proditoriamente scaraventato, costretto a sobbarcarsi le altrui seghe mentali. Oggetto di psico-falegnameria di cui il prodotto editoriale natalizio da banco abbonda. A pagina 18 se ne ha un altro esempio. Succede che l’ADLMS si manifesti a Gioconda tramite lettera, e allora lei accolga così la notizia:

Ma allora esisti sul serio (sempre che esistenza e serietà abbiano qualche relazione tra loro)?

 

Non so se cogliete l’assurdità, perciò ve la rendo esplicita. Gioconda, nel pieno della depressione, scrive una lettera a un angelo di cui può solo ipotizzare l’esistenza, e gliela scrive “anche se probabilmente non esisti: proprio perché probabilmente non esisti. Invece quello (‘O miracolo! ‘O miracolo!) le risponde. E lei d’acchito, invece di svenire per l’emozione, o fare le capriole, o piangere di gioia, cosa fa? Prende a interrogarsi sul fatto che esistenza e serietà abbiano una relazione fra loro.

Il fatto è che lei, Gioconda-Gamberale, ci tiene a rimarcare d’essere una diversamente emotiva. Mica basta un ADLMS a sconvolgerle la percezione del mondo. Sicché, quando il marito la scarica via mail scrivendole una frase che a una persona mediamente dotata di sangue nelle vene scatenerebbe istinti uxoricidi (“Certamente allo zoo gli animali esotici come te incantano, ma forse a casa è meglio portarsi un gattino”, pagina 34), lei reagisce con un gioco di parole dall’effetto lassativo:

E allora forza, su: tenetevi le vostre anime lineari e i vostri gattini. Capaci di accettare nel senso che date voi al termine, mentre io accetto nel senso che mi viene da spaccare tutto.

 

E voi lo vorreste accettare un libro così?

Ecomostri

Quale che sia la vostra risposta, io la mia ce l’ho. Ma devo centellinarvela, tanto più che andando avanti con questa stroncatura mi rendo conto che il compito è più gravoso di quanto credessi. Ero partito per liquidare il tutto con un solo post, e invece scopro che ne servono almeno tre. Del resto, siamo o no in presenza del peggior libro del 2014, un’eccellenza in negativo della cultura italiana? E allora, che diamine!, bisogna impiegare la quantità di risorse che serve. Così come non basta un petardo per abbattere un ecomostro, non può essere sufficiente un post per stroncare tutto ciò che in Avrò cura di te c’è da stroncare.

Il compito è vasto e richiede impegno minuzioso. Sicché, preso atto di ciò, vado a chiudere questa prima puntata con altre perle d’insensatezza disseminate qua e là dall’eccellente ditta. Quelle di Gioconda-Gamberale sono addirittura abbacinanti. A pagina 138 è piazzato un nonsense di quelli che lasciano il segno nel lettore come una mattonata in fronte. Succede che Gioconda ricordi quale sia stato il primo pensiero balenato in mente dopo essere stata lasciata dal marito. Fra tutte le cose possibili, pensa che non andrà mai a Rapa Nui, meta di vacanza sognata insieme a lui quando la loro storia d’amore iniziava. E ripensandoci fa la seguente considerazione:

 

È stato un pensiero a forma di airbag, di quelli cretini che quando un evento davvero brutto ci travolge vengono fuori per proteggerci dall’urto con la realtà…

 

Ecco, col “pensiero a forma di airbag” siamo ufficialmente entrati nel territorio del trash. E poiché si tratta diu una ditta, e le incombenze vanno ripartite fifty-fifty, ecco che Filemone-Gramellini, alias l’Angelo de li mortacci sua, offre il proprio contributo riuscendo nell’impresa di superare la socia. Succede a pagina 37, quando l’ADLMS affida a un post scriptum una grande rivelazione sulla propria missione:

S. Noi Custodi siamo i vostri antennisti di fiducia: aggiustiamo i cavi e le parabole guaste. La tariamo di continuo, affinché il segnale vi arrivi nitido nonostante i fulmini e gli uragani della vita.

 

L’evoluzione dell’angelo custode: dalle parabole evangeliche a quelle satellitari. E in caso di disagio spirituale, nessun problema. C’è il digitale terrestre.

(1. Continua)

(E adesso, a compensazione dell’orrore che vi è stato inflitto, vi regalo un consiglio musicale ristoratore)

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Libri che ho amato – 1: Quella strada nascosta che porta a Villa Ventosa

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Per capire quanto sia difficile trovare la strada che porta a Villa Ventosa bisogna dapprima rendersi conto di quanto siano fuori mano i percorsi di lettura che conducono alla sua creatrice. Una splendida signora inglese sessantaseienne di nome Anne Fine, scarsamente nota in Italia. Provate a chiedere in giro, anche fra i più voraci lettori di libri che conoscete. Difficilmente sapranno darvi indicazioni. E magari qualcuno s’illuminerà quando gli chiederete con una punta d’indulgenza: “Ma come, non sai che è l’autrice di Mrs. Doubtfire?”. Le labbra disegneranno una “o” di stupore, e da lì seguirà una considerazione che suonerà più o meno: “Non l’avrei mai immaginato”. E a quel punto resterà il dubbio a voi su cosa la persona con cui avete interloquito non avrebbe mai immaginato: che l’autrice di Mrs. Doubtfire si chiami Anne Fine, o che il film sia stato tratto da un romanzo? Di sicuro, incassata quell’informazione la persona da voi illuminata tornerà a ignorare Anne Fine. E con animo lieve riprenderà a leggere Massimo Gramellini.

 

Anne Fine

Anne Fine

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Eppure ce ne sarebbero di motivi per conoscere Anne Fine. Non soltanto perché si tratta d’una scrittrice eccellente sia per qualità che per quantità di produzione editoriale, ma anche perché si tratta di un personaggio a tutto tondo. Nata a Leicester nel 1947, Fine è autrice di una vasta serie di romanzi rivolta a diverse categorie di lettori raggruppate per fasce anagrafiche: bambini, adolescenti, persone adulte. Libri che in Gran Bretagna le sono valsi onorificenze e riconoscimenti d’alto prestigio. Ma c’è altro nella biografia di Anne Fine che merita d’essere citato. L’autrice ha lavorato due anni presso l’ufficio stampa di Oxfam, la ONG che si batte contro la povertà nel mondo. E è stata sposata per lungo tempo con un filosofo e matematico della New York University e della Birmingham University che porta il suo stesso cognome, Kit Fine.

 

Kit Fine

Kit Fine

 

Quest’ultimo è un accademico di fama internazionale, autore di libri su temi d’epistemologia e di filosofia del linguaggio. Chi volesse può ristorare la mente leggendo alcuni suoi paper disponibili sul web.

 

 

Dal matrimonio fra Kit e Anne Fine sono nate due figlie, Cordelia e Ione.

 

Cordelia Fine ha passaporto canadese e insegna presso la Melbourne University e la Melbourne Business School; è una psicologa specializzata negli studi di genere, e alcuni suoi libri come Delusions of gender. The real science behind sex difference e A mind of its own. How your brain distorts and deceive hanno suscitato dibattito e polemiche presso la comunità accademica.

 

Cordelia Fine

Cordelia Fine

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Dal canto suo, Ione Fine è assistant professor di psicologia presso la Washington University.

 

Ione Fine

Ione Fine

Una famiglia intellettuale a tutto tondo, dunque. Forse un po’ troppo per la mentalità italiana, abituata a “coppie intellettuali” che vanno da Trevi-Gamberale a Sofri-Bignardi passando attraverso Caressa-Parodi. Ogni paese ha ciò che merita, effettivamente.

Il matrimonio fra Anne e Kit finisce perché lei, come racconta al Daily Telegraph, si stanca di girare il mondo dietro al marito. Nel 1981 se ne torna a Edimburgo portando con sé le figlie ancora bambine. Lì comincia una nuova vita, che trova una svolta quando Anne conosce Dick Warren viaggiando in treno fra Edimburgo e Londra. Di lì a poco Dick diventa il suo secondo marito, e con lui vive tuttora nella Contea di Durham.

Ciò che fin qui vi ho raccontato di Anne Fine sarebbe sufficiente a stimolare curiosità sul personaggio e le sue opere. Ma in realtà, al momento del mio primo incrocio con l’autrice conoscevo di lei esattamente ciò che quasi tutti voi conoscevate prima d’iniziare a leggere questo post: nulla. E per fortuna esistono gli incontri causali, che nelle esperienze di lettura sono quelli che portano alle scoperte più feconde. La scoperta casuale è avvenuta durante una delle mie frequenti puntate presso il banchino di libri usati che si trova all’incrocio tra via de’ Martelli e via de’ Pucci. Chi vive a Firenze lo conosce bene, e sa che quello è uno dei punti di riferimento privilegiati per gli amanti del libro fiorentini. A pensarci bene, proprio lì ho scoperto quello che sarebbe diventato il libro più importante della mia vita. Ma ci sarà tempo per parlarne. Al momento basta dire che al proprietario di quel banchino devo una certa gratitudine, senza che lui lo sappia.

Un giorno di diversi anni fa, passando da quel banchino, m’imbattei in un libro di Anne Fine. Non ricordo quanti anni fa, perché quella copia del libro giace adesso in cantina assieme a qualche altro centinaio di volumi disordinatamente accatastati. Posso invece dirvi con certezza la data in cui, presso lo stesso banchino, quel libro l’ho ricomprato: 10 gennaio 2014, come annotato sulla prima pagina bianca. Ho rivisto quella copertina verde pastello di Adelphi, il dipinto raffigurante un paesaggio bucolico visto dalla finestra, e il titolo che al tempo in cui comprai il libro suscitò in me una curiosità tutta da testare: Villa Ventosa (edizione originale In cold domain, 1994).

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Il prezzo richiesto dal proprietario del banchino era basso abbastanza da indurre a soddisfare senza pentimenti lo sfizio di ricomprare il volume, magari per regalarlo dopo averlo riletto: 5 euro. E così è stato.

La seconda copia di Villa Ventosa è rimasta dormiente fino alla scorsa settimana, in attesa di una sorte qualsiasi. La rilettura, o il dono, o un viaggio in cantina per consentire un minimo di turnover negli scaffali sempre più assediati delle librerie di casa. Ma nel momento in cui ho deciso di inaugurare questa serie di post dedicati ai libri che ho amato mi è parso naturale partire dal libro di Anne Fine. Che racconta una storia minimal eppure profonda, di cui è protagonista una famiglia radunata attorno alla madre dispotica e alla dimora intorno a cui ruota la storia di questo gruppo: Villa Ventosa, appunto.

Riprendendo in mano quel volume avevo ancora in mente la sensazione di spiazzamento che mi venne trasmessa dal rovesciamento di prospettiva giunto a pagina 45, lì dove inizia il capitolo 9 dal titolo “C’era mai stata una volta…”. Fino a quel momento ogni pagina aveva trasudato sensazioni profondamente negative nei confronti di Lilith Collett, la madre e padrona di casa. Una donna dispotica, egocentrica, manipolatrice. Francamente odiosa in ogni sua espressione, e proprio per questo temuta e riverita dai quattro figli. Un personaggio di cui credevo d’aver capito tutto. E invece, a pagina 45, ecco il rovesciamento. Per la prima volta viene rappresentata la visione delle cose di Lilith. E d’incanto ogni cosa cambia tono e prospettiva. Proprio in quel momento ho avuto la certezza di trovarmi al cospetto di un libro fuori dall’ordinario, e di un’autrice di spessore superiore. E riprendendo il libro fra le mani ho aspettato di ripassare attraverso quello snodo per vedere se si ripetessero le sensazioni provate allora.

Confesso che alla rilettura quel passaggio non mi è parso così dirimente. Il che non ne sminuisce il valore. Piuttosto, conferma che ogni rilettura del medesimo testo ci suscita e svela qualcosa di diverso. Infatti il mio nuovo viaggio fra le pagine di Villa Ventosa mi svela dettagli cui alla prima lettura non avevo dato importanza. Ma di questo parlerò la prossima volta. Per il momento preferisco riportarvi le parole dell’autrice a proposito del personaggio di Lilith, pronunciate nel corso di un’intervista rilasciata a Radio 3 Rai:

La madre rappresenta un caso interessante: l’ho immaginata come un’esponente dell’ultima generazione la cui vita e’ stata condizionata dall’imperativo di fare figli al di la’ dei desideri individuali.
La contraccezione non era disponibile e cosi’ anche donne che ora non farebbero figli o ne farebbero uno solo erano obbligate a vivere ripetute maternita’ e questo condizionava loro la vita. Nel caso della signora Collett questo condizionamento e’ stato devastante.

Sì, bisognerà parlare un bel po’ del personaggio di Lilith Collett.