Libri che ho amato – Neve di Maxence Fermine, 2 – La forza delle cose semplici

La prima puntata è stata pubblicata qui.

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Maxence Fermine

Maxence Fermine

Ciascuno dei libri che abbiamo amato ci resta dentro per un motivo diverso. Affonda le mani in noi trovando friabilità che nemmeno sapevamo, e che nessun altro libro scorgerebbe perché non ha la necessaria affinità elettiva. E una volta trovato quel punto di contatto lo occupa mettendoci dentro la propria specificità. Che può essere l’intreccio, o la forza dei personaggi, o il ritmo della storia, o la costruzione del contesto, o anche soltanto un preciso passaggio lungo nemmeno una pagina. Capitano anche casi come quest’ultimo: libri che rimangono dentro per una pagina, o addirittura per una frase sola. Mi è successo con un libro della scrittrice americana Joyce Carol Oates, Un giorno ti porterò laggiù. Un romanzo dal tono discontinuo come tanti fra quelli scritti dall’autrice statunitense. Che sarebbe una grandissima scrittrice se la piantasse di scrivere a ritmi da catena di montaggio e badasse un po’ più alla qualità.

Joyce Carol Oates

Joyce Carol Oates

Ricordo di aver amato Le cascate e di aver detestato l’estenuante L’età di mezzo. Fra i due estremi si colloca Un giorno ti porterò laggiù,  romanzo che si chiude proprio con la frase che gli dà il titolo:

Se le cose funzioneranno fra di noi, un giorno ti porterò laggiù.

 

In una frase così semplice ma potente al tempo stesso c’era abbastanza per lasciare il segno dentro le mie suggestioni da lettore. Perché dentro quelle parole si trova la forza di una promessa, e perché quella promessa richiama a una serie di sottintesi che sta alla sensibilità del lettore cogliere. Nello specifico, la protagonista mette in fila per un libro intero il difficile e doloroso percorso di crescita verso l’età adulta, iniziato da condizioni familiari estremamente difficili e costellato di passaggi umilianti. Ma infine questa donna cresce, trova un equilibrio e un suo posto nel mondo. E non soltanto le riesce di guardare al proprio passato con la serenità che serve per vederlo come un pezzo di vita e non più soltanto come un abisso di disperazione, ma persino riesce a condividerlo con una persona che s’intuisce esserle accanto per rimanerci a lungo. E lo so che forse sto portando troppo avanti l’interpretazione di una frase, e magari la sto caricando di significati che nemmeno l’autrice riteneva di trasmettere mentre la scriveva. Ma la forza della letteratura vera è quella di far germogliare sentimenti e stati d’animo nel lettore, e ciò fece nel mio caso la lettura del frammento finale del libro di Joyce Carol Oates. Che ai miei occhi parla del dono più grande da fare a una persona amata: aprirle i luoghi del proprio passato, ripercorrerli insieme, affidarglieli senza paura del suo giudizio o del loro cattivo uso. La forma più compiuta d’intimità. Il dono d’amore più grande.

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Ecco, può bastare poco per nobilitare un libro. Anche soltanto una frase che conclude in modo splendido una lettura fin lì non degna di nota. E a fare questo effetto sono sempre parole segnate dalla forza della semplicità, e dalla capacità di trasmettere sensazioni e immagini rifuggendo ogni artificio retorico.

Di parole semplici e evocative, capaci di richiamare alla mente immagini profonde, è pieno Neve di Maxence Fermine. Che celebra la potenza delle cose minime, come il colore bianco della neve ma anche la crudezza di un’immagine di guerra e morte. Elementi nudi e estremi, irriducibili e dunque non rappresentabili in modo verboso. Basta descriverli appena, e lasciare siano essi a comunicare tutto ciò che il lettore sarà in grado di recepire. E se il lettore non sarà in grado di recepire vorrà dire che il difetto è in lui, sicché sarebbe inutile spendere parole ulteriori. Non è una manciata di semi in più a rendere fertile la pietra.

Per meglio far capire cosa intendo, riporto uno dei frammenti più intensi del libro di Fermine. Si tratta del capitolo 25, che merita d’essere riportato per intero nella splendida traduzione di Sergio Claudio Perroni, perché mutilarlo sarebbe cosa sacrilega.

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A prendere la voce Horoshi, il servo del maestro Soseki. Che è un pittore divenuto cieco ma ciononostante capace di percepire i colori attraverso lo sviluppo di un’immensa forza interiore. Horoshi parla di Soseki a Yuko, il protagonista della storia che dal maestro si è recato per imparare una suprema saggezza da mettere al servizio del proprio talento: quello da autore di haiku, i componimenti da tre versi e diciassette more, unità di misura quest’ultima da non confondere con le sillabe e legata alla diversa scansione delle vocali. E dovendo spiegare al nuovo allievo di Soseki quale sia stato l’evento che ha spinto il maestro verso la strada della saggezza, Hiroshi racconta quanto segue:

 

Tutto cominciò per magia. Un giorno d’inverno del 18.., mentre rientrava dalla battaglia, Soseki si innamorò di una donna assai diversa da tutte quelle che aveva conosciuto.

 

A quei tempi il mio padrone era un samurai dell’imperatore.

Soseki aveva partecipato a una battaglia molto violenta che si era conclusa con una brillante, bella e imprevedibile vittoria. Sicché tornava da vincitore. Trionfante ma ferito. Un soldato cui una palla di cannone aveva tranciato la testa lo aveva ferito a una spalla con un fendente di sciabola. Soseki aveva ancora nei sensi quella scena: il sapore del fango e del sangue ovunque nella bocca, i soldati nemici che gli si avventavano contro, quel volto ostile solcato da un rictus di odio. L’uomo si era scagliato su di lui, pronto a infilzarlo. Poi Soseki aveva sentito sulla fronte la lama fredda di una sciabola, quindi un’esplosione, un rombo di tuono, e poi nient’altro che un corpo senza testa, un corpo che si muoveva e persino camminava, e poi gli si abbatteva addosso affondandogli nella spalla il filo della lama, con tutto il suo peso di morto, quasi per meglio comunicargli l’orrore di quel campo di battaglia che mai né l’uno né l’altro avrebbero dovuto conoscere. Ma tant’è. Era l’epoca dell’onore. Erano le gioie della guerra. Bisognava morire o tornare feriti.

Il samurai non riuscì mai a dimenticare la visione di quell’uomo senza testa. Era quanto di più orribile gli fosse mai stato dato di vedere in tutta la sua vita.

Dopo la sciabolata, svenne. Lì sul campo di battaglia lo presero per morto. Rimase per tutta la notte sotto quel corpo acefalo. Il mattino dopo qualcuno udì finalmente i suoi gemiti. Sollevarono il morto e scoprirono il volto inorridito di Soseki. Lo curarono, ma per diversi giorni il samurai continuò a delirare. Dopo una settimana, nei suoi occhi c’era amcora la paura.

L’imperatore si recò al suo capezzale per congratularsi, e Soseki ne fu fiero, ma d’una fierezza comunque offuscata dalla pena per ciò che aveva vissuto.

Infine, quando ebbe recuperato le forze, prese la strada del ritorno. Non voleva più combattere, e non tanto per la ferita che gli era stata inflitta – dall’inizio di quella campagna era stato ferito ben sei volte – quanto per il mero disgusto che provava nei confronti della guerra. Lui che aveva consacrato la propria esistenza all’esercito si rendeva conto di non avere più nessuna voglia di uccidere.

Lasciò dunque l’esercito e si avviò a piedi verso casa.

E fu lì, lungo il cammino del ritorno, che il miracolo si compì.

Intirizzito dal freddo, allo stremo delle forze, con ancora negli occhi l’orrore della guerra, solo nel folto delle tenebre e della tragedia che aveva appena vissuto, solo nell’abisso dell’inverno , solo con la vertigine della sua solitudine, solo nel suo silenzio, laddove avrebbe dovuto morire cento volte di freddo, di fame, di fatica, di delusione e di stanchezza, sopravvisse.

Sopravvisse perché ciò che vide quel giorno, quella straordinaria cosa venuta anch’essa dall’altra sponda del reale, senza dubbio per compensare l’orrore dell’uomo senza testa, quella cosa sublime e bella che mai gli fosse stato concesso di vedere in tutta la sua vita. E quell’immagine il samurai non poté più dimenticarla.

 

Quello trascritto è un capitolo. Breve, come tutti i capitoli del libro. Ma c’è dentro il materiale per una storia intera. E magari in molti ce l’avrebbero costruita, una storia intera, mettendoci il talento che fossero stati capaci d’esprimere. Invece Maxence Fermine si limita a scegliere con cura le parole e a esporle sinteticamente, lasciando che esse germoglino dentro il lettore e gli schiudano orizzonti interiori da vertigine. Questa sarebbe la vera forza delle parole, ciò che molti verbosissimi autori non capiranno mai. In quelle righe c’è tutto.

Il cambiamento della vita dal mestiere della guerra al ritiro verso l’interiorità.

Il coraggio nell’affrontare la prova estrema nel campo da battaglia.

Il terrore del contatto con la morte.

La vertigine dell’essere sopravvissuti nel mezzo dello sterminio.

L’esperienza del corpo a corpo col nemico che non lascia scelta fra morire o veder morire.

L’immagine potente del corpo senza testa.

E poi il lungo viaggio, che non è soltanto lo spostamento da un luogo a un altro ma soprattutto un cammino di trasformazione interiore.

Il gelo non solo materiale attraverso cui passare.

E infine, quando tutto sembra perduto ecco l’arrivo di una presenza che cambierà la vita.

Non voglio né posso aggiungere altro su Neve. Direi cose di troppo, fuori luogo. Continuerò a rileggerlo a anni di distanza, e ogni volta mi parrà di leggere un libro nuovo. Preferisco che a aggiungere sensazioni sia la musica. Quella, magica, di Michael Gettel. Tratta dal suo album dedicato all’inverno, Winter. Se volete immaginare la magia della neve per come la descrive il prezioso libro di Maxence Fermine, lasciatevi portare via da queste note. E tornate solo quando ne avrete voglia, non c’è fretta.

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Michael Gettel

Michael Gettel

(2. fine)

Libri che ho amato : “Neve”, di Maxence Fermine – 1 La magia dell’amore bianco

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Maxence Fermine

Maxence Fermine

Vorrei sempre poter indossare pantaloni modello cargo. Quelli abbondanti coi tasconi laterali a metà gamba dove insaccare senza fatica oggetti di media grandezza.

Vorrei camminarci dentro durante tutti i giorni d’ogni stagione, e fermarmi dove capita per concedermi una sosta.

Vorrei averne diverse paia, uno per ogni colore che mi piace. E dentro ciascun paio di pantaloni modello cargo vorrei tenere una copia di Neve di Maxence Fermine.

Vorrei pure trovare il sistema per impermeabilizzare ogni copia, affinché essa possa resistere al bucato e mi risparmi di doverla estrarre ogni volta dal tascone.

Ma mi rendo conto di volere troppe cose. Sicché m’accontento di aver conosciuto il libro e d’averlo amato immediatamente come una piccola gioia da cui non vorresti separarti mai.

Ci sono libri che scopri d’amare molto tempo dopo. Sul momento ti catturano in modo ordinario, come se fra te e loro fosse stipulato un patto di servizio per cui tu garantisci attenzione e loro ti ripagano trasmettendo un set di suggestioni e emozioni. E tutto pare andare secondo norma, perché in fondo proprio questo dovrebbe fare un libro: trasmetterti suggestioni e emozioni. Si tratta solo di capire quanto e di che qualità. I libri che scopri d’amare molto tempo dopo sono quelli le cui suggestioni e emozioni ti scavano dentro lentamente, fino a prendere possesso di una nicchia e da lì iniziare a plasmare il tuo modo di figurarti il mondo. Soltanto alla fine di un periodo più o meno lungo capisci che quello è un libro che hai amato.

Ci sono invece i libri che scopri di amare immediatamente. Non hai bisogno d’aspettare il sedimento del tempo perché di loro ti sconvolge l’immediatezza. E in quei casi ti trovi a gestire in modo rovesciato le suggestioni e le emozioni. Non ti scavano dentro poco a poco, ma piuttosto ti schiaffeggiano come su uno scoglio l’onda improvvisa. Non sei pronto, e hai la tentazione di chiudere il libro. Di fuggire e lasciarlo lì dentro il suo tempo. Perché a quel punto sei tu a dover sedimentare. Con Neve mi è successo così. In un attimo.

Giunto soltanto a pagina 14, e solo al terzo di cinquantaquattro capitoli brevi se non brevissimi. Lì ho letto questo:

“Cos’è la poesia?” domandò il monaco.

“È un mistero ineffabile,” rispose Yuko.

Un mattino, il rumore della brocca d’acqua che si spacca fa germogliare nella testa una goccia di poesia, risveglia l’animo e gli conferisce la sua bellezza. È il momento di dire l’indicibile. È il momento di viaggiare senza muoversi. È il momento di diventare poeti.

Non abbellire niente. Non parlare. Guardare e scrivere. Con poche parole. Diciassette sillabe. Un haiku.

Un mattino, ci si sveglia. È il momento di ritirarsi dal mondo, per meglio sbalordirsene.

Un mattino, si prende il tempo per guardarsi vivere.

Avrei potuto chiudere il libro lì. Avrebbe potuto chiudersi lì lui, e mantenere bianche come neve le 94 pagine che restavano. Mi sarebbe bastato comunque, lo avrei amato già così. Al punto da desiderare di portarlo sempre dietro con me. O avrei potuto tenerlo lì sul comodino per leggerne un capitolo ogni tanto. Per poi tornare continuamente indietro al solo scopo di rinviarne all’infinito la conclusione. Invece sono andato avanti. Ho letto una prima volta. Poi ho conservato il libro con cura in un posto che ho dimenticato.

So che è da qualche parte in giro per la casa, e è giusto che lì rimanga. Perché si tratta del nascondimento delle cose che devi centellinare, quelle che ti sprigionano sensazioni troppo forti e allora devi avere cura di non inflazionarle per non rischiare di disperdere l’aura. Così è per l’ascolto di Lay me down di Crosby e Nash, o di π (pi greco) di Kate Bush, o di La Quinta Stagione di Roberto Giglio.

Così è per la visione di Gente comune di Robert Redford o per il profumo dei glicini nel mese d’aprile.

Glicini

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Scrigni d’emozioni che bisogna usare con misura, senza aprirli troppo spesso né troppo a lungo. In questa categoria rientra Neve di Maxence Fermine. E deve essere questa la ragione per cui la copia della prima lettura riposa da qualche parte che ho smesso di cercare. Sicché per parlarvene ho comprato un’altra copia. L’ho letta. E dopo averla letta lascerò che si perda anch’essa in qualche altro angolo remoto della casa. Perché forse il mio rapporto con Neve ha questa caratteristica. Devo lasciare che si nasconda e mi faccia intendere di non volere essere cercato. E se proprio vorrò rileggerlo, dovrò andare a comprarne un’altra copia. Ma non subito. Perché bisognerà sedimentare un’altra volta. Cioè dovrò essere io a sedimentare un’altra volta.

Mettendo a fuoco tutto questo capisco che non servirebbe avere tante paia di pantaloni cargo. Non potrei portare sempre con me Neve, ne dissiperei la magia. Dunque quando avrò finito di scriverne per voi lo lascerò andare. E mi rimetterò in attesa che mi chiami un’altra volta. Nel frattempo custodirò le sensazioni date dalla magia dell’amore bianco che in quelle pagine si racconta. E di cui vi parlerò la prossima volta.

(1. continua)

La vera verità sul caso Harry Quebert

È un bellissimo libro, La verità sul caso Harry Quebert dello svizzero Joël Dicker. Ti cattura subito e non ti lascia più. Un po’ ti porta via lui, ma soprattutto sei tu a volerlo con te in ogni dove come fosse una coperta di Linus d’ultima generazione. Un’attrazione fatale, invincibile. Lo vedi in vetrina o su qualsiasi altro banco vendita e sai già di non poterne fare a meno. E non è soltanto una questione di prima impressione, che come tante altre è sempre a rischio di rivelarsi ingannevole. Tutt’altro. Perché quando si entra in possesso di La verità sul caso Harry Quebert – di norma, non più di 10 minuti d’orologio dopo il primo avvistamento, e se proprio si è talmente sfigati da beccare la coda in cassa – si scopre che esso mantiene ciò che promette: un’esperienza di completo rapimento.

Chi possiede una copia di La verità sul caso Harry Quebert lo sa bene e ve lo potrà testimoniare. Trattasi di amore al primo tatto come esperienza vicaria dell’amore a prima vista, e poco a poco l’esperienza s’allargherà al resto dello spettro pentasensoriale. Andando a toccare persino il gusto, quantomeno per coloro che vorranno provare l’azzardo della palatabilità senza limitarsi al mero e figurato “divorare” il libro. Nessun altro volume aveva mai avuto una così potente forza carnale nel coinvolgere il lettore. E in questo senso La verità sul caso Harry Quebert pronuncia una verità definitiva sul complesso passaggio che si sta consumando dall’editoria cartacea a quella elettronica, e in ultima analisi dalla Civiltà del Materiale a quella dell’Immateriale. Non c’è ebook che tenga, se si tratta di fare concorrenza a libri cartacei come quello di Joël Dicker. Non adesso, quantomeno. E è una straordinaria maieutica indotta, quella attraverso cui La verità sul caso Harry Quebert ci rende coscienti di non essere ancor pronti per un completo passaggio dagli atomi ai bit, e che siamo ancora troppo analogico-tattili per compiere il salto definitivo verso l’essere digitali. E chissà se pure Nicholas Negroponte, maneggiando questo libro così bello e magnetico, si troverà a fare autocritica e a sentirsi un po’ meno guru dell’immateriale. Certo rivaluterebbe quell’elemento che in italiano non riusciamo nemmeno a dire perché ci manca la parola. Si tratta dell’anglofona thingness, la cosità: quell’attributo che hanno le cose d’essere cose, e di trasmettersi a noi solo e esclusivamente attraverso ciò. E noi amiamo le cose perché sono un’oggettivazione del nostro essere faber, trasformatori dell’ambiente attraverso gli oggetti che produciamo e poi maneggiamo. Ecco, la cosità di La verità sul caso Harry Quebert è paradigmatica. Spiega chi siamo e da dove veniamo, e soprattutto perché desideriamo possedere oggetti materiali da maneggiare con voluttà carnale. Stando così la situazione, come potete mai pretendere che un Kobo, o un Kindle, o ogni altra diavoleria elettronica che dovrebbe educare noi poveri bipedi materialisti a rinunciare per quanto possibile alla materia, possano condurre alla vittoria degli atomi contro i bit? Impossibile. Piuttosto, a coloro che stanno orchestrando questa campagna per il mutamento delle umane abitudini rispetto alla cosità – del libro, o di qualunque altro oggetto maneggiabile – non rimane che sperimentare strategie di mediazione. Del tipo: per soltanto un euro in più allegare a La verità sul caso Harry Quebert un e-reader il cui design replichi in scala di poco ridotta quello del volume. Una sorta di Operazione-Smart Book, o come si direbbe alla sicula di Libru Spértu, capace con una mossa un po’ ruffiana da Larghe Intese di convertire in alleato l’invincibile nemico. Il messaggio così confezionato sarebbe il seguente: viva il libro elettronico, che con la sua immaterialità ci ricorda quanta libidine vi sia nella cosità di La verità sul caso Harry Quebert. Si tratterebbe insomma di fare un’operazione simile a quella che porta a arruolare gli hacker per rafforzare le barriere contro la pirateria telematica. E quando infine i bit avranno trionfato, potrà essere edificato il Mausoleo all’Ultimo Libro Cartaceo. E lì, al centro d’un immenso open space e in cima a un obelisco con calotta in cristallo, la prima copia della prima edizione di La verità sul caso Harry Quebert, a spiccare sotto una luce perpetua e alternata fra naturale e artificiale.

Ve lo possiamo testimoniare, e facendolo sentiamo in anticipo l’inadeguatezza del non riuscire a trasformare in parole e trasmettere con pienezza le sensazioni di cosità regalate dal libro di Joël Dicker. Non ci è mai capitata un’esperienza paragonabile di libro da quasi 800 pagine che però al tempo stesso fosse di così lieve maneggevolezza. E a motivare questo aspetto non basta il fatto che si tratti d’un volume in brossura. Ché sai quanti altri volumi in brossura sono rigidi come la laccatura di Alfio Marchini, capaci di spezzarsi alla prima forzatura manuale? E invece La verità sul caso Harry Quebert è così smooth a dispetto del suo essere un tomo da bancali di grande distribuzione. E ve lo dimostra ogni volta che vi cimentate nella prova-ventaglio. Tenendo delicatamente il libro dalla parte del bordo potrete farvi vento senza alcun rischio per l’integrità del polso, e soprattutto grazie a una scorrevolezza delle pagine il cui frrrr è docile come fusa gattesche.

Un bel gattone tutto pelo e niente unghie, di quelli pronti a mettersi ogni istante panza all’aria a lasciarsi sgrattonare. Anche questo è La verità sul caso Harry Quebert, e molto altro ancora. È uno straordinario oggetto da passeggio, con quella sua misura perfetta da ascella o da sottobraccio. È un elemento da negligé balneare, che fa la sua porca figura se squadernato a cavallo della trecentesima pagina e spiaccicato sulla sabbia a pagine in giù; in quel caso la macchia nera della copertina, squarciata da quell’immagine dai colori smerigliati che sembra un dipinto Edward Hopper, è un richiamo irresistibile. “Oh, un altro Harry Quebert” è l’immancabile commento dei bagnanti, e in quelle parole c’è il segno della definitiva ammissione a una comunità d’eletti, di coloro che hanno colto lo Spirito del Tempo Nuovo. Ma è soprattutto nella sua qualità di oggetto d’arredamento d’interni che il libro di Joël Dicker esprime il suo massimo potenziale. Immaginate quale impatto possa avere una bella “Parete Harry Quebert”. Uno scaffale ampio di colore chiaro, diviso in mensole orizzontali ma anche in scansie quadrate, colmo di copie de La verità sul caso Harry Quebert. Una goduria impareggiabile per l’occhio, e soprattutto una scenografia d’irripetibile effetto per tutti coloro che mirano a far colpo sul visitatore occasionale. Per non dire di coloro che hanno il vezzo di farsi intervistare in casa mettendo la biblioteca privata in bella mostra alle loro spalle. Fin qui il massimo della pomata consisteva nel farsi ritrarre porgendo le terga a una libreria guarnita di volumi Adelphi, con quei colori pastello che danno idea d’una casa trasudante cultura alta e di pensose letture sul canapè calzando ciabatte Burberry. E invece la nuova tendenza sarà lo Scaffale Harry Quebert, che da oggi in poi non potrà mancare nelle case dell’intellettuale moderatamente engagé, che non ha paura d’essere enraciné, e sa qual è il modo per non rimanere demodé tutte le volte che va a caccia delle offerte “due x tre”. E anzi vi diciamo che questo concept della Parete Harry Quebert è talmente rivoluzionario da spingerci a correre per registrarlo all’Ufficio Brevetti, e perciò scusateci per la fretta con cui chiudiamo questo articolo ma non dobbiamo perder tempo se vogliamo tirarlo in tasca all’autore, ai suoi editori sparsi per il pianeta al book jockey Antonio D’Orrico che si sbatte in modo così zelante per elogiare il libro ma non ha ancora fiutato l’affare. Business is business, e qui c’è in ballo il principale oggetto di feticismo della stagione Primavera-Estate 2013. Ad maiora.

 

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Il caso (clinico) Harry Quebert

Sto impiegando troppo tempo a leggere La verità sul caso Harry Quebert, ma ne vale la pena. Non perché sia un gran romanzo, ma perché è il paradigma dell’impazzimento d’un sistema editoriale d’orrichizzato. Un libro esageratamente lungo (più di Io uccido di Giorgio Faletti, il che è quanto dire), pieno di personaggi da film di serie Z alla Ed Wood, con dialoghi da terza media e, soprattutto, colpi di scena da cartoni animati. Tipo la madre della vittima che era morta da anni ai tempi del fatto indagato, e però quelli che indagano se ne accorgono a indagini concluse. Ops!, la madre che avevamo creduto picchiasse la figlia in realtà era morta al tempo in cui la figlia veniva picchiata: come avremo fatto a non accorgercene mentre indagavamo pure il pelo del deretano del gatto dei vicini di casa?

Un solo commento possibile:

http://www.youtube.com/watch?v=6bjQOwXMoPk

Quando avrò finito la lettura mi occuperò di questo romanzo, che in questi giorni nelle manchette di prima pagina viene etichettato come “il libro dell’anno”. Me ne occuperò molto a fondo.

 

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