Elenco delle prossime stroncature

Cari amici, scrivo questo post domenicale per aggiornarvi sulle prossime stroncature. Eccole a seguire.


La prima riguarderà Il gigante sfregiato, esordio da giallista di Stefano Vanzina. Ne avremmo fatto a meno tutti quanti, e invece lui ci teneva proprio a accreditarsi come narratore. Troverò modo di ricambiare adeguatamente la sua ambizione. Un ultimo dettaglio: il romanzo di Vanzina è stato elogiato dal book jockey Antonio D’Orrico. Serve altro?

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Un altro appuntamento sarà con il libro più pompato dell’estate: La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker. In realtà, più che di una stroncatura si tratterà di un pezzo satirico su questo volume come oggetto di feticismo della stagione Primavera-Estate 2013. Resta il fatto che si tratti di un libro tanto sopravvalutato quanto sovradimensionato.

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Andando avanti, mi occuperò di Cate, io, romanzo d’esordio di Matteo Cellini che è valso all’autore il Premio Campiello Opera Prima. A ulteriore dimostrazione di cosa siano oggi i premi letterari, vi riporto una frase del romanzo vergata già nella prima pagina del libro:

In  cucina è appena più caldo, papà già da un pezzo è ai fornelli e il caffè macchia di un odore forte l’aria come un cane dalmata.

Mi limito a ricordare la mia dedica in L’importo della ferita e altre storie: A tutti i cani del mondo. Che non scrivono perché è cosa poco commendevole scrivere da cani. Amen

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Sarà quindi il turno di La luna blu. Il percorso inverso dei sogni. L’autore di cotanta opera si chiama Massimo Bisotti, e per chi non lo conoscesse si tratta del Fabio Volo dei poveri. L’idolo delle desperate webwives. Riceverà adeguato trattamento.

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Infine toccherà a Anna Premoli, già fatta oggetto delle mie attenzioni. Ha scritto il secondo “romanzo”, e già il titolo vale una stroncatura a sé: Come inciampare nel principe azzurro. La stavo aspettando.

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Ovviamente l’elenco potrebbe essere ampliato strada facendo.

Qualcuno chiederà: ma sai soltanto stroncare? Nossignori. Sono di gusti difficilissimi, e lo ammetto. Ma talvolta succede che un libro mi sorprenda in positivo. Uno di quelli rispetto ai quali parto con ogni pregiudizio, e che invece andando avanti con la lettura mi fanno ricredere. Non anticipo il titolo perché prima devo finire di leggerlo. Lo saprete quando ne parlerò.

Proibire le vuvuzela ai mondiali?

Avevamo imparato a riconoscerle lo scorso anno durante la Confederations Cup, allorché quel costante e fastidioso suono da battaglione di zanzare in agguato faceva da sottofondo. Adesso che la celebrazione dei mondiali ne ha moltiplicato la diffusione e l’impatto sonoro, la lamentazione nei confronti dell’utilizzo delle vuvuzela (le tradizionali trombette sudafricane) si è fatta pressante. Addirittura queste lamentazioni vengono da parte dei telespettatori. Che non sono presenti lì ma provano fastidio ugualmente. A ciò non è rimasta insensibile la Fifa, che avrebbe chiesto ai responsabili dell’organizzazione di metterne al bando l’utilizzo negli stadi in  cui vengono giocate le gare dei mondiali (si veda il link in fondo al post, tratto dal sito del Guardian). Ma sarebbe una decisione corretta?

Sono perplesso. E non c’entra il fatto di trovare piacevole o meno l’uso delle vuvuzela; inizialmente davano fastidio anche a me, ma adesso comincio a abituarmi. Ciò che non capisco sono i tic etnocentrici della Fifa. Che a dispetto dei proclami africanisti del colonnello Blatter  (https://cercandoblivia.wordpress.com/2010/06/12/blatter-lafricanista-3/) rimane un’organizzazione governata dal Western Code.

Un mondiale di calcio è una manifestazione di ispirazione globale, dunque portatrice d’una matrice culturalmente ecumenica. Al tempo stesso, però, essa si svolge in un contesto locale. Con esso deve negoziare codici e significati, e trovare un modus vivendi. Chiedere il bando delle vuvuzela significa imporre un senso dell’ordine simbolico e estetico di matrice occidentale, e farlo contro una popolazione locale e le sue usanze. Sarebbe questa l’apertura all’Africa di cui Blatter mena vanto?

Come accennavo, non è la prima volta che nell’éra Blatter la Fifa cede al tic dell’etnocentrismo. Un caso clamoroso si ebbe nei mesi che precedettero l’organizzazione dei Mondiali 2002 in Corea del Sud e Giappone. In quel caso la Fifa fece pervenire al governo sudcoreano una bizzarra richiesta: che, durante la celebrazione della manifestazione, nei ristoranti locali non venissero servite pietanze a base di carne di cane. Che da quelle parti è animale commestibile come per noi lo sono le lumache. Ma per la mentalità occidentale è intollerabile che l’animale domestico per eccellenza finisca in tavola. E’ qualcosa che turba il nostro senso di purezza, e a protezione di esso provò a schierarsi Blatter. Con una richiesta che più ipocrita non si poteva, poiché il divieto avrebbe dovuto riguardare solo il mese dei Mondiali. Prima e dopo i coreani avrebbero potuto continuare a mangiare i loro cani, ché tanto tutto ciò si sarebbe svolto lontano dalla copertura dei mass media occidentali.

Ovviamente le autorità sudcoreane mandarono a quel paese Blatter. E mi auguro facciano altrettanto quelle sudafricane.

http://www.guardian.co.uk/football/2010/jun/13/world-cup-vuvuzela-ban-tv-complaints