Marotta, ci spieghi – 2 Il giro del mondo intorno a Estigarribia

Marcelo Estigarribia con la maglia della nazionale paraguayana

Marcelo Estigarribia con la maglia della nazionale paraguayana

Beppe Marotta

Beppe Marotta

(La prima puntata è stata pubblicata qui)

C’è una storia che riguarda il mercato juventino degli anni recenti, quello guidato da Beppe Marotta. Il suo protagonista è Marcelo Estigarribia, classe 1987, eclettico giocatore di fascia paraguayano che cambia squadra a ogni stagione e ha avuto la Juventus come prima destinazione italiana. Un talento né migliore né peggiore rispetto a tanti altri giunti in Italia, nel tempo in cui pare che una scuola di calciatori italiani non esista più. La storia di Estigarribia merita d’essere raccontata per diversi motivi, e molti di essi hanno relativamente a che fare con le condotte di mercato dell’amministratore delegato nonché direttore generale bianconero. Ma il quadro che emerge dal racconto della vicenda è l’ennesimo spaccato di quel sistema da me etichettato in Gol di rapina come economia parallela del calcio globale. Un sistema in cui i calciatori vengono movimentati per ragioni non facilmente comprensibili, certo difficili da ricondurre a motivazioni tecnico-agonistiche. Dentro questo sistema la Juventus di Marotta si muove in modo disinvolto, e la vicenda di Estigarribia ne è una dimostrazione.

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Ma torniamo a lui, il protagonista della vicenda. Attualmente in forza all’Atalanta, ma fermo per un grave infortunio subìto lo scorso 10 ottobre in occasione della gara amichevole giocata e persa 2-0 dalla sua nazionale contro la Corea del Sud a Cheonan. Lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, sei mesi di stop. Un infortunio shock. I cui effetti vengono appena attenuati dagli attestati di stima provenienti dal mondo del calcio, fra i quali spicca il sorprendente messaggio inviato dal Real Madrid. Soprattutto, si tratta di un evento traumatico che s’abbatte sul calciatore giusto nel momento in cui pareva egli fosse sul punto di dare una svolta alla propria carriera. Marcelo, affettuosamente chiamato Chelo da amici e compagni di squadra, aveva giocato le sei le partite di campionato fin lì disputate dall’Atalanta. Tutte da titolare, e arricchite da un gol segnato alla seconda giornata sul campo del Cagliari che è stato anche il primo in campionato della squadra nerazzurra. L’infortunio al ginocchio giunge dunque a mandare in aria tutte le speranze che il buon momento di carriera stava alimentando nel calciatore paraguayano. Speranze che erano state espresse nel corso di un’intervista rilasciata a Fabrizio Salvio di Sportiweek, il magazine settimanale della Gazzetta dello Sport. Un’intervista che per contenuti dovrebbe provocare clamore, e che invece scivola via quasi inosservata.

Succede infatti che durante la chiacchierata con Salvio il calciatore dell’Atalanta faccia una specie di coming out e sveli il motivo per cui durante i primi tre anni dall’arrivo in Italia abbia cambiato quattro squadre (oltre a Juventus e Atalanta, anche Sampdoria e Chievo). Il giornalista chiede a Estigarribia se sappia darsi una spiegazione su quella girandola di club, e se questa sia dovuta a un suo insoddisfacente rendimento o a altri motivi. E a quel punto Marcelo libera lo sfogo:

“La verità è che il mio cartellino era di proprietà di un fondo di investimento, la Gsm, General Soccer Management, che già mi aveva spedito in Francia e che per il mio riscatto da parte dei bianconeri pretendeva 5 milioni. La Juventus mi avrebbe tenuto ma non aveva intenzione di spendere quei soldi. Così alla Samp: ho giocato 34 partite su 38, eppure non sono rimasto, per lo stesso motivo. E anche a Genova: Marcelo, noi ti terremmo, ma…”

Seguono altri due scambi di domanda e risposta che vale la pena riportare:

Oggi rifarebbe la scelta di affidare il suo destino a privati che fanno soprattutto i loro interessi?

“No. Ero giovane e senza esperienza, non avevo famiglia e pensavo: se oggi gioco qua e domani là, cosa importa? Adesso preferisco mille volte che il mio cartellino sia proprietà di un club.”

E invece?

“È ancora di proprietà della Gsm. Ma spero di convincere l’Atalanta ad acquistarmi”.

Duole dire che dopo l’infortunio avvenuto di lì a due settimane questo sforzo di convincere la società bergamasca si sia complicato parecchio. Ma non è questa la cosa che m’interessa rimarcare. Altri sono i punti della vicenda che fanno riflettere. In primis c’è che nell’ambiente del calcio italiano le pesanti dichiarazioni rilasciate da Estigarribia a Salvio passano quasi sotto silenzio. Se provate a digitare su Google i parametri “Estigarribia +  intervista + Sportweek” trovate soltanto 4 pagine web. Eppure nei mesi successivi la storia viene ripresa da alcuni organi di stampa esteri. Ai primi di dicembre essa è ospitata dalle pagine dell’Irish Examiner. E all’inizio di questo 2015 è addirittura El Paìs, il più importante quotidiano spagnolo, a raccontarla. Ma in Italia nulla più, quelle parole di Estigarribia sono già dimenticata.

Ma c’è soprattutto un altro aspetto della vicenda: sotto la guida di Marotta la Juventus ha realizzato un affare con una third party. Ciò che in Inghilterra, Francia e Polonia è esplicitamente vietato, e che da maggio 2015 la Fifa metterà al bando dopo aver tentato invano di farlo riformando nel 2007 l’articolo 18 del Regolamento sullo status e i trasferimenti dei calciatori. Sull’inefficacia di questo veto mi sono già espresso nel momento stesso in cui venne preannunciato tre mesi fa, e anche analisi effettuate in punto di diritto come quella di Guido Del Re per il Sole 24 Ore rafforzano la mia impressione che si tratti di mossa propagandistica e nulla più. In altri paesi, come Portogallo e Spagna, le terze parti sono tollerate o addirittura benedette. In Italia, semplicemente, impera l’atteggiamento di girarsi dall’altra parte ogni volta che seguendo gli affari del calciomercato ci s’imbatte in un soggetto del genere. Lasciar correre, e non solo da parte della stampa. E invece sui dettagli di questa vicenda bisogna fermarsi.

Dunque, Marcelo Estigarribia compie un errore di gioventù dal quale non viene più fuori. Dichiara di appartenere a un fondo d’investimento del quale fa anche il nome. Sarebbe curioso sapere che tipo di accordo abbia firmato, e quali siano i contenuti di un pezzo di carta che di fatto vincola una persona a un ente finanziario come se il secondo fosse proprietario della prima. E forse un giorno il calciatore deciderà di raccontare anche questa parte della verità. Ma intanto bisogna soffermarsi sugli altri dati della vicenda. Il calciatore paraguayano afferma di essere vincolato a un fondo d’investimento denominato General Soccer Management, ma dimentica di aggiungere che da agosto 2011 la sua carriera ruota intorno a un club della serie B uruguayana chiamato Deportivo Maldonado. Dopo la prima esperienza europea a Le Mans il giocatore rimbalza regolarmente da lì prima di ogni nuova destinazione. Come mai? E soprattutto, che tipo di club è il Deportivo Maldonado? Alla seconda domanda rispondo dicendo che è un club noto soprattutto per ragioni extrasportive. Di esso si è occupata più di una volta anche Bloomberg. Che a aprile 2014 sottolinea il paradosso di un club che registra una presenza media di 200 tifosi sugli spalti e che però dal 2010 ha guadagnato 14 milioni di dollari (10,1 milioni di euro) dai trasferimenti di calciatori. Acquistato nel 2010 da un imprenditore ippico inglese Malcolm Caine e da un avvocato suo connazionale, Graham Shear il Deportivo Maldonado, fin allora di proprietà dei soci, diventa un club specializzato in brokeraggio di calciatori. I giocatori transitano da lì senza mai passarci e in attesa di essere rispediti altrove. È il caso di Alex Sandro, esterno sinistro brasiliano che il Maldonado acquista a febbraio 2010 dall’Atletico Paranaense per 2,20 milioni di euro per poi cederlo al Porto per 9,6 milioni nell’estate 2011 dopo averlo concesso per un anno in prestito al Santos. E almeno in questo caso si sta parlando di un calciatore che giunto in Europa dimostra d’essere valido. Non altrettanto può dirsi di Willian José, attaccante brasiliano classe ’91 acquistato dal club uruguayano nell’estate 2011 e parcheggiato al Real Madrid a partire da gennaio 2014. Il club blanco lo fa giocare quasi esclusivamente, e nemmeno per tante partite, nella sua squadra B, il Castilla. Dall’inizio della stagione attuale Willian José gioca nel Real Saragozza, serie B spagnola.

Alex Sandro

Alex Sandro

Willian José

Willian José

Alla lista vanno aggiunti i tre trasferimenti riguardanti calciatori paraguayani. Il primo è quello dell’attaccante paraguayano Brian Montenegro, ceduto nell’estate 2011 al West Ham dove non gioca nemmeno una partita di campionato. Già a gennaio viene rispedito al mittente. Dopo aver girato per club minori sudamericani si trova adesso al Leeds United di Massimo Cellino, dove in questa stagione ha messo assieme soltanto tre partite.

Brian Montenegro

Brian Montenegro

Il secondo trasferimento riguarda il difensore Ivan Piris, acquisito dalla Roma nell’estate 2012 per 700 mila euro e poi rimandato via a fine stagione. Adesso è all’Udinese dopo aver speso una stagione insignificante allo Sporting Lisbona.

Ivan Piris

Ivan Piris

E infine, appunto, Marcelo Estigarribia. Arrivato in prestito alla Juventus nell’estate 2011 per 500 mila euro, con diritto di riscatto fissato a 5 milioni pagabili in tre rate. Praticamente è un affitto, come era stato per il contestatissimo caso del trasferimento di Carlos Tevez e Javier Mascherano al West Ham nell’estate del 2006. Marotta conduce esattamente quel tipo di transazione, nelle stesse settimane in cui realizza un affare memorabile: l’acquisto di Prince-Désire Gouano, pagato 1,5 milioni ai francesi del Le Havre. Mai visto in campo nella nostra serie A. Nemmeno con la maglia dell’Atalanta, club a cui la Juventus lo passa per poche ore e per il quale Marotta lavorò all’inizio degli anni Duemila mettendo fra l’altro a segno il colpo più costoso nella storia del club bergamasco: l’acquisto dal Milan di Gianni Comandini per 30 miliardi di lire. Cifra record, flop record, perché in due anni e mezzo Comandini gioca soltanto 47 partite e mette a segno 7 gol.

Gianni Comandini

Gianni Comandini

Resta il fatto che l’Atalanta smista Gouano agli olandesi dello Rkc Walwijk. Adesso Gouano è in Portogallo al Rio Ave, club controllato da Jorge Mendes. La sua unica partita da professionista in Italia è stata disputata con la maglia del Lanciano in B.

Ma torniamo a Estigarribia, che arriva alla Juventus da un club specializzato in triangolazioni. Nella stagione 2011-12 non gioca molto, ma quando gioca dimostra di essersi meritato l’opportunità. In 14 partite di campionato segna anche un gol, fra l’altro molto importante per la corsa della Juventus alla conquista del primo scudetto dell’Era Conte e in una gara bellissima: Napoli-Juventus del 29 novembre 2011, finita 3-3 dopo che il Napoli era sul 3-1 a meno di 20 minuti dalla fine.

È proprio Estigarribia a segnare il gol del 3-2 che riapre la partita. Non gli basta. A fine anno il paraguayano viene rispedito al Deportivo Maldonado. E da lì continua a tornare in Italia con la formula del prestito. Prima alla Sampdoria, il club per cui Marotta lavorava prima di passare alla Juventus: ma è solo una coincidenza, ci mancherebbe altro. Poi la tappa al Chievo, e da gennaio 2014 all’Atalanta. Ennesima coincidenza, questa nuova presenza del club bergamasco. Che fra l’altro nel giorno in cui tessera Estigarribia annuncia un’altra acquisizione: quella dell’uruguayano Ruben Bentancourt, l’attaccante che somiglia a Edinson Cavani. Nel senso che gli somiglia davvero in termini somatici, perché quanto al resto meglio sorvolare. Betancourt arriva dal PSV Eindhoven, cioè il club che ha appena scippato il giovane Gianluca Scamacca</a.
Diventa presto a Bergamo un
oggetto misterioso. Per lui in maglia nerazzurra soltanto 3 spezzoni di partita per complessivi 48 minuti. Adesso è in prestito in B al Bologna, dove ha messo insieme 74 minuti in 5 spezzoni di partita. Perché sia arrivato nessuno lo sa. Così come nessuno sa perché mai Marotta abbia voluto portare Estigarribia alla Juventus in affitto per 500 mila euro. Meno ancora si sa dei due “gioielli del Granada”. Si tratta di interrogativi che circolano pure sulle pagine di Tuttosport, che certo non può essere indicato come un organo d’informazione anti-juventino e giusto nell’edizione di ieri ha radiografato le cinque campagne trasferimenti di Marotta. Senza alcuna indulgenza. Se ne riparlerà.

(2. continua)

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Il colpo a vuoto di Blatter su Terze Parti e fondi d’investimento

Joseph Blatter

Joseph Blatter

Una mossa inutile. È quella annunciata dalla Fifa a proposito della progressiva messa al bando delle terze parti nella proprietà di calciatori. Arriva tardi, si imporrà seguendo tempi da moviola, e quando infine avrà completato il proprio varo si troverà a intervenire su una realtà che nel frattempo sarà talmente mutata da renderla superflua. Da mesi gli attori dell’economia parallela del calcio globale stanno infatti lavorando a un’evoluzione degli strumenti attraverso cui sfruttare il calcio a fini puramente finanziari, e i bellicosi annunci lanciati dal colonnello Blatter hanno il solo effetto d’imprimere un’accelerazione alle grandi manovre. Del resto, per le forze del turbocapitalismo calcistico la sola cosa che importi è continuare a esercitare il dominio economico e a espandere la colonizzazione del calcio. A partire dalla seconda metà degli anni Zero questa strategia ha trovato nel fondo d’investimento che acquisisce quote di calciatori lo strumento privilegiato. Ma come tutti gli strumenti anche i fondi d’investimento hanno, nella loro declinazione d’uso, un ciclo d’utilità che culmina nell’obsolescenza. E il momento dell’obsolescenza per le TPO sta arrivando adesso. Se ne parla troppo e con frequenza crescente. Persino la sonnolenta stampa italiana s’è accorta di un fenomeno che giornalisti come David Conn del Guardian e Gabriele Marcotti del Times denunciavano già nel 2006, nei giorni in cui il West Ham prendeva Tevez e Mascherano in affitto dalla Media Sports Investments di Kia Joorabchian.

Kia Joorabchian

Kia Joorabchian

Inoltre, due vicende avvenute in Portogallo durante l’estate appena trascorsa hanno fatto salire il livello dell’allarme sull’invasione dei fondi d’investimento nel calcio. E è sintomatico che ciò avvenga giusto nel paese in cui, come spiego nel mio “Gol di rapina”, la declinazione calcistica del fondo d’investimento ha trovato un appoggio negli attori istituzionali della finanza e del credito.

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Qui il primo tentativo di messa al bando delle TPO effettuato dalla Fifa nel 2007, tramite l’aggiunta di un’estensione bis all’articolo 18 (manco a farlo apposta…) del Regolamento sullo Status e i Trasferimenti del Calciatore, è stato aggirato con facilità irrisoria grazie alla creazione di fondi d’investimento da parte degli stessi club. E questo passaggio, oltre a fornire un eloquente esempio a proposito dell’inutilità dei divieti posti dalla Fifa, ha posto le condizioni affinché un grande club europeo come il Benfica venisse a trovarsi in difficoltà patrimoniali e finanziarie. La difficoltà è sorta in conseguenza del fallimento di Banco Espirito Santo (BES), il principale gruppo bancario privato portoghese il cui crack ha messo di nuovo a rischio la convalescente economia lusitana.

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È stato proprio BES, attraverso la sua agenzia Espirito Santo Financial Group (ESFG) con sede legale a Lussemburgo, a strutturare nel 2009 il Benfica Stars Fund (BSF), il fondo a cui il Benfica ha ceduto durante questi anni quote di diversi suoi giocatori ottenendo fra l’altro di gonfiarne le valutazioni iscritte a bilancio. Il fallimento dell’istituto e la sua divisione fra una good bank e una bad bank ha costretto il Benfica a un’affannosa operazione di riacquisizione delle quote di suoi calciatori in possesso del BSF. Perché, nel caso in cui il club encarnado non avesse ripreso quelle quote entro il 30 settembre, esse sarebbero finite sul mercato a disposizione del migliore offerente. Sicché ci si è trovati davanti a una situazione grottesca, col Benfica che ha dovuto sborsare 29 milioni per ricomprare quote dei suoi calciatori dal suo fondo d’investimento.

Al BES e alla sua emanazione ESFG è stato legato anche l’altro club portoghese che durante l’estate appena trascorsa è stato coinvolto in un’altra vicenda legata all’azione dei fondi d’investimento. Si tratta dello Sporting Lisbona, che al pari del Benfica ha istituito nel 2011 un proprio fondo (Sporting Portugal Fund, SPF) sotto l’egida di ESFG. Nelle scorse settimane lo Sporting è andato allo scontro con il più potente fondo d’investimento attualmente in campo nell’economia parallela del calcio globale: il Doyen Sports Investiments. Il conflitto è esploso a proposito del nazionale argentino Marcos Rojo e del suo trasferimento al Manchester United.

Marcos Rojo

Marcos Rojo

Alla vicenda ho dedicato un post di questo blog, e da essa è nato un contenzioso fra il club e Doyen con quest’ultimo che ha annunciato ricorso presso il Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) di Losanna.

I due episodi ricordati, uniti allo strapotere dei grandi broker calcistici globali come Jorge Mendes (ai cui tentacolari affari è stato dedicato nei giorni scorsi un lungo e dettagliato articolo

Jorge Mendes accanto a uno dei suoi principali assistiti

Jorge Mendes accanto a uno dei suoi principali assistiti

da David Conn), hanno proiettato sugli attori dell’economia parallela del calcio globale una pubblicità negativa. Con l’effetto di far schierare anche la Fifa in una battaglia che fin qui era stata affrontata soltanto dall’Uefa di Michel Platini, e in controtendenza rispetto alle voci che nelle settimane precedenti il mondiale brasiliano avevano dato Blatter in procinto di varare un riconoscimento dei fondi d’investimento.

Ma come detto all’inizio questa presa di posizione da parte della Fifa è tardiva. Dunque doppiamente sospetta. Davvero il colonnello Blatter, nell’anno che porterà all’ennesima rielezione, rischierà d’alienarsi i voti di Africa e Sud America, cioè dei continenti in cui le terze parti pascolano beate? Soprattutto, c’è che i finanzieri e i broker dell’economia calcistica parallela globale stanno già manovrando per scrollarsi di dosso l’etichetta ingombrante di “terze parti”. E per farlo scelgono la via più ovvia: acquistano club calcistici.

Si tratta di club di piccola taglia, e il loro valore storico e sportivo è pressoché nullo. Dunque, perché i protagonisti dell’economia calcistica parallela globale li comprano? Un’idea ce l’avrei: per farne tanti Locarno. Cioè utilizzarli alla stregua del club ticinese che nella seconda metà degli anni Zero venne utilizzato dalla HAZ (l’agenzia di Fernando Hidalgo, Gustavo

Pini Zahavi

Pini Zahavi

Arribas e Pini Zahavi) per sdoganare e smerciare calciatori d’elite provenienti dall’Argentina. I quali, naturalmente, del Locarno non hanno vestito la maglia nemmeno per un minuto, venendo immediatamente ridestinati a club dei campionati più ricchi d’Europa. In quel caso il controllo era indiretto, perché da un punto di vista formale la proprietà e la dirigenza erano locali. Nella formula odierna, invece, i protagonisti dell’economia parallela entrano direttamente in campo. Da proprietari e gestori, di club, chi potrebbe eccepire sulla legittimità del loro operare nel mondo del calcio? Soltanto applicando questa lettura è possibile spiegare compravendite di club realizzate, o in corso di realizzazione, durante il mese di settembre appena concluso.

È del 28 settembre una notizia molto istruttiva pubblicata da A Folha de Sao Paulo, quotidiano molto attento al tema delle terze parti sin dai giorni in cui Kia Joorabchian e la sua Media Sports Investments prendono il controllo del Corinthians.

La notizia che un club minore dello stato di Minas Gerais, l’Uberlandia Esporte Clube, sta per passare sotto il controllo di un terzetto formato dal padre di Neymar, dal potente agente brasiliano di calciatori Wagner Ribeiro (agente dello stesso Neymar, di Robinho, e dell’allenatore ex del Real Madrid e della nazionale brasiliana Vanderlei Luxemburgo), e dal popolare cantante Alexandre Pires, il Gigi D’Alessio di Minas Gerais.

Neymar senior

Neymar senior

Wagner Ribeiro

Wagner Ribeiro

Alexandre Pires

Alexandre Pires

E dato che i giornalisti di Folha hanno maturato una certa competenza nell’interpretare le manovre interne all’economia calcistica parallela, ecco data la lettura di questo episodio: per aggirare il bando prossimo venturo posto dalla Fifa bisogna acquistare dei club. Come già da tempo ha fatto la Traffic Sport, che mantiene nel proprio portafoglio il Desportivo Brasil, i portoghesi dell’Estoril Praia, e due franchigie della risorta NASL nordamericana (Fort Lauderdale Strikers e Carolina Railhawkes). E facendo un giro d’orizzonte si scopre che le manovre d’acquisto dei club si moltiplicano. In un articolo dedicato alla cessione di Abel Hernandez da parte del Palermo segnalai il fatto che Pablo Bentacur, il mediatore peruviano di calciatori che gestisce la carriera dell’ex rosanero, aveva da poco comprato la quota del Lugano (40%) in possesso di Enrico Preziosi.

Pablo Bentancur

Pablo Bentancur

Sta manovrando anche Peter Lim, il magnate singaporiano amico e socio di Jorge Mendes che da mesi è in procinto di acquistare il Valencia ma ancora non ne viene a capo perché Bankia (creditrice nei confronti del club per 305 milioni) non si fida delle garanzie finanziarie.

Peter Lim

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Dunque Lim vira altrove e prova a acquistare il Salford City, una società dilettantistica controllata da un gruppo di ex calciatori del Manchester United denominatosi Class 92. Si tratta di Ryan Giggs, Paul Scholes, Phil Neville e Nicky Butt. Assieme a altri due ex Red Devils (Phil Neville e David Beckham) sono stati protagonisti di un documentario intitolato The class of 92, dedicato alla generazione di talenti del Man U che segnò gli anni fra il 1992 e il 1999.

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Manco a farlo apposta, fra i produttori del documentario c’è anche Doyen Sports Investments. Ovviamente Lim nega che l’acquisizione del Salford sia dovuta alla necessità di sopperire al bando delle TPO. Avrebbe mai potuto dire il contrario?

E infine, ecco l’ultima novità. Gustavo Mascardi, l’argentino ex agente di borsa nonché mediatore di calciatori che ha ricavato una mega-commissione dal trasferimento di Iturbe alla Roma, e che s’è da poco visto riconoscere dal Tas un indennizzo da 8 milioni per il trasferimento di Paulo Dybala dall’Instituto Cordoba al Palermo (e l’acuto Zamparini paga).

Gustavo Mascardi

Gustavo Mascardi

Paulo Dybala

Paulo Dybala

Dieci giorni fa Mascardi ha comprato l’Alcobendas Sport, club sito nella comunità autonoma di Madrid che milita in terza serie. Lo fa per amore del club, o perché si stava annoiando? Direi nulla di tutto ciò. Staremo poiuttosto a vedere quanti calciatori passeranno formalmente dall’Alcobendas, allo stesso modo in cui Gonzalo Higuain passò dal Locarno.

Nel frattempo il colonnello Blatter avrà già celebrato il trionfo in una battaglia vinta per abbandono del campo da parte dell’avversario. Di vittorie del genere è costellata la sua storia di presidente della Fifa.

P.S. Leggendo questo post sarete indotti a credere che le manovre di acquisto o controllo di club da parte di attori dell’economia calcistica parallela siano faccende non riguardanti la realtà italiana. Sbagliato. Guardate cosa succede da due anni al Catania, club in cui l’ex agente di calciatori (ha ceduto l’agenzia al fratello…) Pablo Cosentino agisce da plenipotenziario.

Pablo Cosentino

Pablo Cosentino

Con risultati catastrofici dal punto di vista sportivo, peraltro. Ma magari quest’ultimo è un aspetto secondario della gestione. L’importante è far sbarcare a Catania calciatori argentini come Gonzalo Escalante e Gonzalo Piermateri. Il primo mai visto in campo, il secondo nemmeno in panchina.

La scalata di Kia Joorabchian al Corinthians (Anticipazione da “Il lato oscuro del calcio globale”)

Cari amici, oggi vi do un’anticipazione di “Il lato oscuro del calcio globale”, il libro in corso di stesura. Inserisco un paragrafo del lungo capitolo su Kia Joorabchian, il cosiddetto “agente” di Carlos Tevez. Una figura che da sola dà idea di quale sia il panorama di personaggi che si muovono oggi dietro le quinte del pallone globale. Il testo non è stato ancora revisionato, sicché mi scuso per eventuali refusi e ripetizioni. Buona lettura.

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Il nome di Kia Joorabchian viene messo per la prima volta in relazione col mondo del calcio nel 2004. È il 25 agosto, un martedì, quando uno dei club storici del calcio brasiliano annuncia una novità che inizialmente suscita curiosità e nulla più. Il club in questione è il Corinthians di San Paolo, che coi suoi 25 milioni di tifosi è in Brasile il secondo più seguito dopo il Flamengo di Rio de Janeiro. La novità sta nel fatto che il Consiglio Deliberativo del club, col voto favorevole  di 340 membri sui 370 presenti, approva il pre-accordo di un’originale partnership: quella che lega il Corinthians a un fondo d’investimento. Quest’ultimo si chiama Media Sports Investments (MSI), risulta costituita da pochi giorni e ha sede legale presso le Isole Vergini Britanniche. Cioè un paradiso fiscale. Questo dettaglio dovrebbe già dare parecchio da pensare, ma i dirigenti del Timao (il Timone, simbolo del club di bianconero) non possono permettersi di sottilizzare. Come quasi tutti i club del calcio brasiliano, il Corinthians fa i conti con una grave situazione debitoria. La MSI mette sul piatto 35 milioni di dollari, di cui 20 a copertura del deficit.  Il presidente corinthiano Alberto Dualib vede nell’accordo una chance straordinaria[1]. E certamente lo è per lui, ma questo lo si capirà soltanto più avanti.  Fatto sta che per far approvare la partnership dal Consiglio Deliberativo il presidente mobilita tutte le risorse disponibili. A cominciare da quelle familiari, visto che i Dualib collocati nei posti chiave dell’organigramma corinthiano sono un’epidemia: ben dodici. La nipote Carla è responsabile dell’area marketing e a lei si deve il lavorio diplomatico che conduce alla realizzazione dell’accordo. Quanto a  Edson e Nelson Real Dualib, tocca a loro il compito di influenzare l’orientamento del Cori, organo di coordinamento il cui compito è orientare i lavori del consiglio. Sulle prime la MSI viene presentata come “una multinazionale con sede a Londra”[2]. Di quella “multinazionale” è rappresentante legale “l’iraniano Kia Joorabchian” assieme a un altro anglo-iraniano: si tratta di Nojan Bedroud, agente di calciatori in possesso di una regolare licenza rilasciata dalla Football Association (FA), la federcalcio inglese.

I voti contrari all’accordo di partnership sono soltanto 7, ma fra essi si ritrova quello d’un influente membro dell’universo corinthiano: l’avvocato Rubens Approbado Machado. Il quale, oltre a essere consigliere vitalizio del Timao, è stato nell’ordine: sottosegretario alla Giustizia dello Stato di San Paolo dal 1990 al 1998, presidente dell’Ordine degli Avvocato del Distretto di San Paolo dal 1998 al 2000, presidente del Consiglio Federale dell’Ordine degli Avvocati dal 2000 al 2004, vicepresidente per dieci anni (1992-2002) della federcalcio paulista e membro del Tribunale Superiore di Giustizia Sportiva dal 2004 al 2012. Non certo uno al quale basti dire che si ritrovi in minoranza per tacitarlo. Venuto a sapere dell’accordo di partnership, Machado pone immediatamente la questione cruciale: ”Il Corinthians ha bisogno di sapere che società è questa MSI e da dove provengano i suoi denari. Il club non può correre rischi”. L’esatto contrario dell’atteggiamento mostrato da Dualib, che nei giorni in cui va a definirsi l’accordo fra il fondo d’investimento e il club dichiara alla stampa: “Non importa da dove viene il denaro, ciò che conta è il vantaggio che se ne può trarre”[3]

 

Alberto Dualib

Alberto Dualib

 

 

 

Boris Berezovsky e Badri Patarkatsishvili

Boris Berezovsky e Badri Patarkatsishvili

Fra l’altro, a rafforzare immediatamente i dubbi giungono le notizie sui dettagli dell’accordo fra il club paulista e la MSI. A esplicitarli è lo stesso Joorabchian nel corso di un’intervista[4]: in cambio di quei 35 milioni di dollari, la MSI si accaparra il diritto sul 51% dei profitti del club maturati nei dieci anni successivi. Come qualcuno farà notare, uno dei club più popolari al mondo si fa mettere addosso una camicia di forza in cambio d’un piatto di lenticchie: 3,5 milioni di dollari all’anno. Su questi aspetti della questione Joorabchian sorvola. E interrogato sui rapporti con Boris Berezovsky, li minimizza descrivendoli come una parentesi felice ma ormai appartenente al passato. Quando il cronista solleva eccezioni sul fatto che la MSI abbia una sede legale offshore e che qualcuno possa paventare il rischio di riciclaggio di denaro, Joorabchian nega recisamente e svicola utilizzando l’argomento di facile presa populistica: annuncia l’acquisto di quattro giocatori d’alto livello, fra i quali Robinho.  Che in quei giorni veste la maglia dei rivali del Santos e al Corinthians non metterà mai piede. Ma almeno riguardo all’attivismo sul mercato dei calciatori Joorabchian sarà di parola. Pure troppo, come si vedrà. I dubbi sulla partnership aumentano, e gravano sulla commissione di saggi del club che hanno il compito di vagliare il pre-accordo e dire se possa trasformarsi in partnership definitiva. Fra l’altro, l’ombra di Berezovsky si fa ingombrante. Alberto Dualib rilascia una dichiarazione a Record TV nella quale afferma che il magnate russo è pienamente coinvolto nella MSI ma preferisce non esporsi. Di più: Dualib afferma d’essere andato a conoscere di persona Berezovsky, presso la residenza londinese dell’oligarca. Una dichiarazione che sbugiarda penosamente le affermazioni rilasciate da Joorabchian nell’intervista alla Folha e costringe Renato Duprat, mediatore fra Corinthians e MSI, a elaborare una patetica smentita: sì, Dualib e il resto della banda erano andati davvero in visita a Berezovsky, ma dall’incontro era scaturita la mancanza di volontà del magnate d’investire nel calcio. Inganni e bugie che stratificano. E la tensione sale ulteriormente quando il 31 agosto la strana coppia Joorabchian-Dualib dichiara pubblicamente di non avere bisogno di un‘ulteriore approvazione da parte del Consiglio Deliberativo per ritenere valido e efficace l’accordo di partnership. E la prova di forza va a compimento, nonostante l’opposizione di personaggi come Machado o un altro consigliere particolarmente estroso, Romeu Tuma Júnior. Costui attacca Joorabchian appellandosi al rapporto che quest’ultimo intrattiene con Berezovsky; che a sua volta, secondo Romeu, intratterrebbe rapporti con la Jihad islamica (per via dei legami con la resistenza cecena) e di conseguenza con Al Qaeda e Bin Laden[5]. Argomentazioni talmente sbracate da inficiare la credibilità del suo dissenso alla svolta nella governante del club. Il risultato è che tre mesi dopo, il 23 novembre, la partnership viene definitivamente approvata dal Consiglio Deliberativo.

Da quel giorno si apre per il Corinthians la fase più folle e oscura della propria storia. All’improvviso il club, che fino a qualche settimana prima attraversava una grave crisi economica, diventa punto d’approdo per alcuni fra i più forti calciatori sudamericani. E sono tutti quanti calciatori di cui la MSI finanzia l’acquisto ricevendo in cambio una quota dei diritti sulle cessioni future. La lista è lunga, e le combinazioni utilizzate per acquisire calciatori altrettanto. Dal Porto arriva il centrocampista Carlos Alberto viene prelevato dal Porto e il suo cartellino viene diviso come segue: 75% alla MSI e 25% alla Global Soccer Agencies (GSA). Quest’ultima, successivamente rinominata Rio Football Service, è un’agenzia con sede legale a Gibilterra che fa capo al potente agente israeliano Pini Zahavi, personaggio di cui si parlerà più avanti. La joint venture tra MSI e GSA porta al Corinthians anche Javier Mascherano, uno dei due calciatori il cui passaggio al West Ham accende lo scandalo raccontato nel capitolo precedente. MSI finanzia per il Corinthians il 35% dell’acquisto di Tevez e il 100% dell’acquisto di Sebastian Dominguez. Altra partnership instaurata da MSI è quella con Devetia Ltd per l’acquisizione di Marcelo Mattos. Alla squadra alvinegra giungono via MSI anche Rafael Moura, Johnny Herrera e Renato Ribeiro. Altro giocatore che gravita nell’orbita di Joorabchian è l’attaccante Nilmar[6]. In totale, nel giro di pochi mesi vengono spesi 60 milioni di dollari per l’acquisto di calciatori. Un ammontare assolutamente fuori scala per la realtà economica del calcio brasiliano.

 

Pini Zahavi

Pini Zahavi

Tale girandola di calciatori d’alto livello un’anomalia per il calcio brasiliano. Che di norma i talenti li esporta per via dell’endemico stato di crisi economico-finanziaria dei club. L’approdo nel torneo nazionale di una tale quantità di giocatori maturi e costosi è assolutamente fuori schema. Sicché va a finire che i sospetti attorno all’operazione societaria sopravanzino gli entusiasmi suscitati dal rafforzamento della squadra. E la parte più critica dell’ambiente corinthiano è costituita dai gruppi ultras, capitanati dalla storica fazione dei Gavioes da Fiel. Il leader dei Gavioes esprime subito l’interrogativo cruciale: <Questi qui arrivano dal nulla e investono in un club con cui non avevano mai avuto a che fare: e perché mai?>. Domanda legittima, a cui verrà data risposta poco più di un anno dopo. Si può dire però con certezza che approdando a capo del Corinthians la MSI acquisisca il controllo di uno fra i club più prestigiosi del calcio sudamericano. Perché i Timoes sono portatori d’una storia le cui implicazioni vanno ben oltre il calcio.

Al club alvinegro di San Paolo è infatti legato il mito della Democrazia Corinthiana, l’esperienza di autogestione inaugurata nel 1982; allorché, dopo una stagione avara di risultati e caratterizzata da gravi turbolenze all’interno dello spogliatoio, il neo-presidente Waldemar Peres conferisce a un sociologo la carica di direttore della sezione calcio della polisportiva: Atilson Monterio Alves. Grazie al suo impulso il gruppo corinthiano si rivitalizza nel giro di poche settimane, anche in virtù del contributo assicurato da personaggi di spiccato profilo intellettuale oltre che calcistico: come Socrates, il centrocampista laureato in medicina e innamorato dei colpi di tacco; o Casagrande, che pochi anni dopo avrebbe provato l’avventura italiana con la maglia del Torino; o Wladimir, terzino di fede marxista. Lo stile gestionale del club viene rivoluzionato. Il primo passo è la democratizzazione delle decisioni che riguardano la squadra, tutte quante sottoposte al voto: dalla formazione da mandare in campo ai metodi d’allenamento, dai salari alle campagne-trasferimenti, fino ai ritiri pre-partita. Che infatti vengono immediatamente aboliti. Addirittura nel 1983, per deliberazione dei giocatori, viene spedito in panchina uno di loro: il laterale destro Zé Maria. Il Corinthians vince i due campionati successivi. E grazie all’intuizione di Washington Luiz Olivetto, un pubblicitario tifoso alvinegro che conia l’etichetta di democrazia corinthiana, ben presto quell’esperimento democratico viene preso a modello e fa da cassa di risonanza delle rivendicazioni anti-autoritarie in un paese che cerca di affrancarsi dalla dittatura militare instaurata nel 1964.

 

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Per la prima volta nella storia del calcio brasiliano compaiono delle scritte sulle maglie di una squadra: quelle che invitano i tifosi-elettori a andare a votare il 15 novembre 1982 alle elezioni determinanti per la fine del regime militare. Successivamente, nel 1984, i giocatori adottano sulle maglie lo slogan Diretas Jà, che dà nome al movimento impegnato nella campagna per l’elezione diretta del presidente della repubblica. Quell’esperienza muore con la partenza di Socrates per l’Italia – verso l’infelice parentesi con la maglia della Fiorentina – e con la sconfitta della lista Democracia Corinthiana alle elezioni del 1985 per il rinnovo delle cariche sociali del club. Di essa, e dell’impatto che ebbe per la democratizzazione della società brasiliana (“Quando nessuno nel paese poteva votare, i giocatori di quel gruppo conquistavano il diritto di decidere su qualunque cosa li riguardasse” ricorda il sociologo brasiliano Emil Sader). rimangono tracce nel libro scritto da Socrates assieme al giornalista Ricardo Gozzi, “Democracia Corinthiana. A Utopia en Jogo” e in quello di Washington Luiz Olivetto e Nirlando Beirão, “Corinthians é preto no branco”. Si stenta a credere che un club con storia e identità tali finisca sotto il controllo di un attore opaco come la MSI, venendo sottratto al controllo della sua gente. Eppure succede. E le fondate perplessità sull’operazione vengono presto temperate dai successi della squadra, che con un organico tanto competitivo a fine stagione vincerà il quarto campionato nazionale della propria storia. Gli oppositori però si mantengono in stato d’allerta, e non mollano l’attenzione su Joorabchian e la MSI. È soprattutto il trasferimento di Tevez a generare parecchie perplessità. Non da parte dei tifosi dissidenti o di qualche giornalista col prurito dell’investigazione, ma del Banco Central do Brasil[7]. Negli uffici dell’istituto d’emissione nazionale notano immediatamente le anomalie di quel trasferimento, avvenuto a dicembre 2004 e celebrato con massima pompa dal club grazie anche all’entusiasmo del presidente della repubblica Luis Inácio Lula Da Silva. Il quale, da tifoso corinthiano, non resiste alla tentazione di farsi fotografare assieme al nuovo acquisto. Gli addetti della banca centrale notano che i soldi della transazione fra Corinthians e Boca Juniors hanno by-passato non soltanto il territorio brasiliano, ma addirittura quelli dell’intero continente: partiti dalla Isole Vergini Britanniche, sede legale della MSI, essi sono approdati presso un conto della Royal Bank of Canada. Estero su estero, senza che il fisco brasiliano e quello argentino possano intercettare alcunché. La banca centrale brasiliana s’interessa alla transazione per ché essa viola una legge federale, la numero 23258. Essa proibisce la conversione di moneta straniera in real (la moneta brasiliana) e il pagamento in valuta estera convertita in reais se tutto ciò non avviene sotto la supervisione dell’autorità monetaria nazionale. Fra l’altro, del trasferimento di Tevez dal Boca al Corinthians desta sospetto non soltanto il percorso del denaro. A marzo emergono i dubbi anche riguardo alla cifra pagata per portare in Brasile l’attaccante argentino. Si tratta di un importo che segna il record assoluto per quello che riguarda i trasferimenti di calciatori all’interno del mercato sudamericano, ma non è questo il punto. A segnalare i lati oscuri della transazione è un articolo del quotidiano argentino Clarin[8], il cui giornalista Daniel Lagares svela una curiosa circostanza: ciascuno degli attori interessati dall’affare dichiara una cifra diversa. Dal Boca Juniors fanno sapere di avere incassato 16 milioni di dollari, ai dirigenti del Corinthians risulta che la cifra spesa sia di 17 milioni, mentre dalla MSI comunicano che per acquistare Tevez è stato necessario sborsare 22,6 milioni. E dunque? Lagares riporta le spiegazioni fornite dai diretti interessati, che tracciano un complicato intreccio di percentuali e compensazioni a titolo di premi di formazione et similia. Una giungla di cifre difficili da condurre a ordine. Di sicuro c’è che i conti tornano poco, e a aggiungere perplessità arriva la rivelazione fatta dallo stesso Tevez d’aver pagato al Boca Juniors, con soldi della MSI, il proprio diritto a svincolarsi dal club argentino[9]: 1,5 milioni di dollari, elargiti sotto forma di donazione per lo sviluppo del settore giovanile. Soldi che generano altri soldi e prendono vie misteriose.

Va a finire che il calciatore di maggior prestigio portato in dote al Corinthians dalla MSI si trasforma in un catalizzatore di sospetti e d’attenzioni indesiderate. Per di più, sull’affare emergono aneddoti sempre più grotteschi. Per esempio, risulta che alla trattativa e alla stesura del contratto per il trasferimento di Tevez partecipi una giovane avvocatessa brasiliana con studio a Londra, Tatiana Alonso. Che casualmente è anche la futura signora Joorabchian. Ancor più bizzarri sono i dettagli che man mano emergono: la MSI Partecipaçoes Ltda risulta costituita in data 19 ottobre 2004, cioè due mesi dopo la stesura dell’accordo stretto da Dualib e Joorabchian. In quei giorni il Corinthians si relazionava con un’organizzazione inesistente sul piano legale. Inoltre, il suo capitale sociale ammonta a 1.000 reais: 286 volte più basso dello stipendio mensile di Tevez[10]. Kia Joorabchian non ne risulta socio, poiché il capitale versato risulta sottoscritto da Mauricio Fleury Pereira Leitão per il valore di 999 reais e da Carlos Fernando Sampaio Marques per il valore di 1 real. Entrambi sono avvocati presso lo studio Veirano Associados, un colosso dei servizi legali in Sud America cui la MSI si rivolge per condurre i propri affari in Brasile. A chiudere il cerchio, ecco un dettaglio già noto ai primi di dicembre del 2004: il presidente corinthiano ha fornito alle banche garanzie personali per 6 milioni di reais (poco più di 2 milioni di euro). I soldi della MSI hanno salvato dal dissesto non soltanto il Corinthians, ma anche e soprattutto lui[11].

Il rumore attorno al fu club della Democrazia Corinthiana si moltiplica, anche perché le vicende agonistiche sono convulse non meno di quelle economico-finanziarie. Preso potere all’interno del club, Kia Joorabchian pretende immediatamente di dettare la linea tecnica spingendo per il cambio d’allenatore. Evidente che voglia sulla panchina dei Timoes un tecnico di sua fiducia, e soprattutto di stretta osservanza per quello che riguarda l’impiego dei giocatori. Sta di fatto che il tecnico in carica Adenor Leonardo Bacchi meglio conosciuto come Tite – un personaggio  di grandissimo spessore del calcio brasiliano – finisce immediatamente nel mirino dell’anglo-iraniano. Che vorrebbe sulla panchina alvinegra Wanderlei Luxemburgo, già allenatore corinthiano e della nazionale brasiliana nonché titolare d’un bel curriculum di vario malaffare[12]. Il conflitto fra Tite e Joorabchian, e esplode in modo irrimediabile dopo un derby perso 1-0 contro il San Paolo allo stadio Morumbi[13]. In pieno spogliatoio, fra l’imbarazzo dei calciatori corinthiani, Joorabchian accusa Tite di aver fatto calciare al laterale Coelho il rigore (fallito) del possibile pareggio. A giudizio del boss della MSI quel penalty avrebbe dovuto essere tirato da qualcun altro. Chi? Tevez, ça va sans dire. Poche ore dopo Tite viene licenziato nonostante l’appoggio dei giocatori e della tifoseria. E giusto alla vigilia dell’avvio del campionato nazionale viene piazzato sulla panchina dei Timoes l’argentino Daniel Passarella. Che da calciatore è stato grandissimo, ma da allenatore continua a rivelarsi un disastro. Rimarrà nella leggenda il suo breve periodo sulla panchina del Parma nel 2001-02, nel tempo in cui il club crociato era di proprietà della Parmalat. In quel caso furono cinque partite perse su cinque, con tanto di esonero dorato: tre miliardi di lire per l’ingaggio più due di penale per il licenziamento. Praticamente, un miliardo a partita. Persa. La pessima performance si ripete alla guida del Corinthians, anche perché il rapporto coi giocatori e la tifoseria è subito tumultuoso, né il carattere spigoloso di Passarella aiuta a appianare i contrasti. Per di più i risultati conseguiti sul campo sono pessimi. Il capolinea giunge ancora una volta dopo una sconfitta contro il San Paolo, alla terza giornata del campionato nazionale. Solo che stavolta il punteggio è umiliante sconfitta: 1-5. Dopo quella gara, e avendo totalizzato un so   lo punto in tre gare con 10 gol al passivo, il tecnico argentino si dimette. A parziale risarcimento della disavventura si vede offrire un non meglio precisato ruolo all’interno della MSI. Giusto per fugare ogni dubbio sui suoi rapporti con Joorabchian. A ogni modo, giusto in quei giorni viene annunciato l’acquisto di Javier Mascherano, che verrà concluso a luglio. Il club cedente è il River Plate, di cui qualche anno dopo Passarella diventerà presidente. A sostituire l’argentino sulla panchina dei Timoes viene chiamato Antõnio Lopes. Che rispetto all’argentino porta in giro un nome meno altisonante, ma in compenso è un allenatore vero. E infatti con lui in panchina il Corinthians vince a ottobre 2005 il suo quarto campionato nazionale, al termine di una stagione che rimarrà falsata da un pesante affare di gare truccate e corruzione arbitrale[14].

Il successo della squadra sul campo non basta a allontanare le ombre dal club e dall’ingombrante partnership con la MSI. Mentre la squadra viaggia verso il trionfo le vicende societarie si arricchiscono di novità sconcertanti. A febbraio 2005, quando ancora la girandola degli allenatori è di là da venire, arriva una dichiarazione del procuratore José Reinaldo Guimarães Carneiro. Che è membro del Gaeco[15] (Grupo de Atuação Especial de Repressão ao Crime Organizado), la task force creata dalla Procura Generale dello Stato di San Paolo per la lotta al crimine organizzato, e parla esplicitamente di “indizi di riciclaggio di denaro” nell’operato della MSI[16]. In quell’occasione Guimarães Carneiro lancia anche un allarme generale sul rischio che il calcio brasiliano venga infiltrato da soggetti oscuri, e lo fa ponendo un interrogativo: perché mai degli attori finanziari stranieri dovrebbero investire in un prodotto deficitario? Pochi giorni dopo, mentre all’interno del club un passaggio di poteri porta Paulo Angioni (già dirigente corinthiano ma adesso rappresentante della MSI) a assumere il ruolo di direttore della sezione calcio all’interno della polisportiva, lo stesso Gaeco classifica come “oscura” la partnership[17]. Si diffonde anche la notizia di un pagamento da due milioni di dollari partito dalla Georgia a titolo di prestito per il club, e bloccato dalla Banca Centrale brasiliana perché effettuato attraverso un’altra finanziaria con sede legale presso le Isole Vergini Britanniche. Si tratta della Devetia Ltd., che divide con la MSI la partecipazione su alcuni giocatori. A erogare quel prestito è Zaza Toidze, un personaggio del quale poco si sa. Le sole cose note sul personaggio riguardano il suo ruolo da personaggio politico: è un parlamentare del partito “Unione per la Rinascita” nonché membro della Commissione Elettorale dell’assemblea legislativa georgiana. Facile associare il personaggio a Badri Patarkatsishvili, uno dei grandi finanziatori della MSI. Ma il nesso fra i due rimane indimostrato, anche perché Toidze per gli inquirenti brasiliani rimane un fantasma. Inoltre, dalla MSI fanno muro ostinandosi a non  rivelare la provenienza di quel tentato prestito passato attraverso Devetia. Il rifiuto di dare notizie viene corroborato da argomenti ai limiti dell’insolenza. Come quello usato dall’avvocatessa Dora Cavalcanti (dello studio legale “Rao, Cavalcanti e Pacheco”, altro punto d’appoggio brasiliano per gli affari legali della MSI), che agli investigatori del Gaeco risponde ineffabile più o meno a questo modo: <La MSI non sa chi sia Zaza Toidze. È un cittadino georgiano, e la Georgia fa cinque milioni di abitanti. Li si può mica conoscere uno per uno>[18]. Lo stesso Joorabchian, interrogato per tre ore a fine marzo dalla procura paulista, non rivela i nomi degli investitori. Si limita a negare che si tratti di Berezovsky e Patarkatsishvili. Circostanza che risulterà bizzarra quando a maggio si parlerà di costruire un nuovo stadio per il club, e emergerà che la MSI sta trattando l’affare proprio con Berezovsky[19]. Cioè con se stessa. Il mistero su chi stia dietro al fondo d’investimento rappresentato da Joorabchian si fa sempre più fitto, come già aveva segnalato qualche giorno prima al Gaeco il vicepresidente dell’area finanziaria del club, Carlos Roberto Mello: che in quell’occasione ammette di non avere la minima idea sull’origine dei fondi iniettati nel club via MSI[20].

Inoltre, a turbare l’ambiente corinthiano giungono le prime incrinature nel patto fra Dualib e Joorabchian. Oggetto del contendere – quasi superfluo dirlo – è una questione di denari: il ricco sponsor garantito al club da un colosso delle telecomunicazioni come la Samsung. Lo ammette senza infingimenti Dualib durante un’intervista rilasciata alla Folha de Sao Paulo, e spiega nel dettaglio il motivo: non è stata pagata la commissione alla SMA, la società d’intermediazione controllata dalla nipote del presidente, Carla[21]. E lasciamo perdere ogni considerazione sulla modernizzazione del mercato calcistico in Brasile, dato che qui si parla di alleanze/scontri fra l’economia di rapina condotta attraverso organizzazioni opache e l’economia di stampo familiare. Resta il fatto che la vicenda del contratto di sponsorizzazione determina situazioni persin ridicole. Ai primi di agosto il Corinthians gioca un’amichevole contro il Coritiba, ma soltanto mezzora prima di scendere in campo viene dato ai giocatori l’ok per vestire la maglia con l’insegna del nuovo sponsor[22]. Non meno grottesca la scena del giorno dopo, quando al momento di siglare il contratto di sponsorizzazione Dualib e Joorabchian firmano su due fogli separati[23]. I rapporti fra i boss di questa bizzarra governance duale arrivano a un tale punto di conflittualità da spingere Joorabchian a minacciare d’andar via portandosi tutti i calciatori in quota MSI. Si rende necessaria una riunione a Londra per siglare una pace di facciata, e a essa partecipano Berezovsky e Patarkatsishvili[24]. I cui legami con la MSI erano stati negati tre mesi prima da Joorabchian durante l’interrogatorio reso al Gaeco. Il rapporto è comunque compromesso, e comunque Joorabchian guarda già altrove. A maggio 2005 si diffonde l’indiscrezione di un suo interessamento per il West Ham, il club che proverà a scalare nell’estate del 2006 e dove nello stesso periodo porterà Tevez e Mascherano. È ormai chiaro che per le sue strategie il Corinthians sia soltanto un punto di transito. Le frizioni con Dualib trovano un altro motivo nell’operato di Paulo Angioni, ma si tratta di pretesti. E un ulteriore motivo di tensione giunge quando a fine ottobre quando il club che nega al Corinthians il primato per numero di tifosi, il Flamengo, si rivolge a Joorabchian per trovare investitori[25]. A chiudere il cerchio provvede una richiesta di 3,5 milioni di dollari da parte di Renato Duprat per l’intermediazione condotta nei giorni in cui si definiva la partnership fra il club e il fondo d’investimento[26]. Ormai il rapporto è ingombrante per entrambe le parti, e durante l’inverno del 2006 procede per forza d’inerzia. È l’anno dei mondiali di Germania, e in quell’occasione Tevez e Mascherano rimediano una buona figura vestendo la maglia della nazionale argentina guidata da José Pekerman. Le quotazioni dei due lievitano, e a quel punto Joorabchian capisce che è arrivato il momento giusto per piazzarli in Europa. Nelle ultime ore di trattative del calciomercato europeo i due vengono piazzati al West Ham, con la formula che conosciamo. Il Corinthians viene avvisato a cose fatte, e la circostanza fa infuriare l’allenatore Emerson Leao (che da portiere di riserva fu campione del mondo col Brasile nel 1970, e poi da titolare fu protagonista di altri tre mondiali) che a torneo in corso si vede privare senza preavviso di due dei suoi giocatori più forti. Mentre ormai Joorabchian elegge l’Europa a territorio di caccia, la partnership fra il club e il fondo d’investimento continua a trascinarsi per un anno. Fino a interrompersi in modo traumatico.


[2]              È quanto si evince dalle notizie di stampa fornite nelle ore immediatamente successive all’annuncio della partnership. Così, per esempio, riporta il principale quotidiano paulista, A Folha de Sao Paulo, in un articolo datato 25 agosto 2004 e tuttora disponibile sul web all’indirizzo http://www1.folha.uol.com.br/folha/esporte/ult92u80151.shtml

I grandi misteri del calcio globale – 1

Man mano che procedo nella stesura del libro sul lato oscuro del calcio globale mi rendo conto della vastità del materiale, e del fatto che questo volume sarà soltanto la prima tappa d’un progetto più ampio. Soprattutto ritrovo aneddoti su personaggi di cui la stampa sportiva italiana racconta soltanto in positivo. Come se fosse un dovere d’ufficio.

In questo senso, Tevez è un caso eclatante. Nessuno che parli dei suoi veri proprietari e soprattutto del suo “agente”, il faccendiere anglo-iraniano Kia Joorabchian.

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Ma c’è un altro attaccante argentino, celebratissimo in queste settimane, la cui storia è parecchio oscura. Il suo trasferimento dall’Argentina alla Spagna dovette rispettare un bizzarro passaggio al Locarno; club svizzero nel quale, ovviamente, il calciatore non passò nemmeno per vedere da quanti vani sia formata la sede sociale. Palese che anche in quel caso sia scattato il meccanismo della triangulaciòn, messo sotto inchiesta l’anno scorso dall’agenzia argentina delle entrate (AFIP). A orchestrare l’operazione fu uno dei grandi burattinai del calciomercato globale, l’israeliano Pini Zahavi.

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Indovinate un po’ chi è questo calciatore?

In attesa di leggerlo nel mio libro, arrivederci alla prossima puntata.

Pallonate Reloaded – 3 La posta del cuore del giornale rosa e la macchina dei sogni a strisce

I casi pietosi vanno denunciati. E questo intende fare oggi Pallonate Reloaded, portando a conoscenza dei lettori l’odioso scherno di cui è oggetto Arturo Arturi inteso Franco. Che per chi non lo conosce fa parte della pletora di vicedirettori della Gazzetta dello Sport, e in questo ruolo si è visto assegnare la delega alle teiere. Delega che egli gestisce con mirabile impegno a partire dalla rubrica delle lettere relegata in fondo al giornale, in prossimità degli spazi dedicati al meteo, all’oroscopo e agli annunci delle zoccole. In quello spazio periferico Arturo Arturi inteso Franco tiene la rubrica della posta, intitolata Porto Franco (trovatona, vero?), e lo fa con un piglio da maestro del tè difficile da trovare altrove in questo tempo gramo per il paese. Provate a passare di là, e per qualche istante avrete l’impressione di sorseggiare un bel tè all’ortica o al bergamotto, con lui che amabilmente v’ìndottrina sul giusto angolo che deve tenere la posa in alto del mignolo mentre portate la tazza alle labbra. Mi stupisco che il patron del Palermo, Maurizio Zamparini, non abbia pensato a lui nei giorni in cui meditava di aprire la succursale italiana del Tea Party. A ogni modo, non è per questi dettagli che oggi vi parlo di Arturo Arturi inteso Franco, quanto per denunciare lo squallido complotto che qualcuno ha ordito alle sue spalle inviando alla sua rubrica lettere da Posta del Cuore. Anche perché lui, che è un’anima candida, abbocca come un merluzzo prendendo la cosa sul serio. Del resto, è o no un giornale rosa quello di cui egli è vicedirettore? E dunque, ci sta che quelle pagine debbano dotarsi d’un natalìoàspeso o d’un massimogramellonzo.

Per capire quanto cinico sia il tranello organizzato ai danni del maestro di tè gazzettaro basta andare a rileggere la puntata di Porto Franco pubblicata venerdì 30 agosto. Lì si trovava il titolo che prendeva spunto dalla lettera principale: “Il calcio spiegato a Francesca”. ‘Azz! Roba forte. La lettera era firmata da un tal Luigi di Barletta, e diceva:

Ho iniziato da poco tempo a frequentare Francesca, ragazza dalla formazione umanistica organizzatrice della cineteca della mia città: abbiamo trascorso le nostre prime vacanze assieme. Come quasi ogni giorno da ormai 20 anni non posso prescindere dall’immergermi per almeno una mezzora tra le mie amate pagine rosa: leggo dei 100 milioni per Bale, sogno Honda (…), fantastico sulla coppia Neymar/Messi, faccio le mie considerazioni sulla fine dell’era Moratti e così via. Dopo qualche altro giorno di relax tra mare e campagna toscana ecco arrivare la fatidica domanda: <Ma come fai ad interessarti con tanta passione alle vicende di ragazzini strapagati e viziati, pettinati come pagliacci, giocattoli di un mondo di oligarchi, petrolieri e sceicchi? Come fai a non scandalizzarti davanti a certi ingaggi?Come fai a divertirti e addirittura ad arrabbiarti guardando 30 (sono 22!) privilegiati che inseguono un pallone?>. Ogni mia argomentazione viene ascoltata con perplessità (come se gli attori non fossero ultra pagati!). la sola cosa che so è che si ricomincia. (…)

Ora, se a leggere una lettera del genere fosse stato qualcuno con almeno un centimetro di pelo sullo stomaco avrebbe reagito a tono, uscendo dalla sua stanza e vociando in redazione: <Chi è il pirla che m’ha mandato ‘sta cosa qui?>. Lui invece abbocca leggiadro, e pubblica la lettera senza nemmeno curarsi d’emendarla dei passaggi che potrebbero toccare la privacy delle persone interessate (quante organizzatrici della cineteca ci saranno a Barletta?). E a quel punto il lettore scafato s’aspetterebbe che egli risponda usando l’argomento esatto. Ovvero: <Da’ retta a me: ti sei trovato la solita fidanzata calciofoba scassacazzo. E poiché alla prima vacanza insieme ne ha già le palle piene di te, ecco che afferra ogni pretesto – Gazzetta compresa – per attaccar briga e scaricarti. Mollala tu prima che lo faccia lei e cercati una nerd appassionata di Fantacalcio>. Invece il tenero Arturo Arturi inteso Franco addirittura si propone come terapeuta di coppia, e risponde nel modo esilarante che segue rivolgendosi a “Francesca la cinetecara”:

Cara Francesca, ho pochissime righe per trasmetterti il concetto che lo sport, quindi il calcio, e lo spettacolo dell’agonismo, sono una delle invenzioni più elevate che la cultura occidentale ha regalato al mondo. Distorsioni e contraddizioni? Certo, ma ce ne sono in ogni attività umana; ne costituiscono un ramo d’aberrazione, non la sua natura intima. Che è quella della sublimazione della violenza (cioè della sua trasformazione in qualcosa di elevato e nobile), dello spazio al simbolo, all’emozione e alla fantasia (…). Spero di averti incuriosito, sono a disposizione per consigliarti un percorso di approfondimento sul tema e ti butto là una constatazione storica: le donne sono state storicamente tenute fuori per millenni anche da queste stanze.

 

Ma non è meraviglioso? Immagino gli sghignazzi dei redattori che sapevano del tranello, mentre l’Arturo – occhiali sulla punta del naso e sguardo pensoso – digitava quelle parole accorate. E lasciamo perdere le considerazioni sullo sport come sublimazione della violenza, che anche uno studente al primo anno di Scienze Motorie troverebbe rozze e ingenuotte: non è questo che conta. La cosa meravigliosa è il tono della risposta, per non dire di quel “ramo d’aberrazione” che da qui in poi su Pallonate Reloaded avrà la medesima dignità di “Quel ramo del lago di Como”. E il percorso d’approfondimento? Ecco, qui c’è tutto il senso dell’insopportabile tranello. Perché davvero chi sta cinicamente giocando col candore dell’Arturo potrebbe usare l’avatar di “Francesca la cinetecara” per divertirsi all’infinito col maestro del tè.  Tanto più che il personaggio non si rende conto nemmeno dei trappoloni più smaccati. E la dimostrazione di ciò si ha nella stessa puntata di Porto Franco, dove fra le altre lettere ne veniva pubblicata una indirizzata da tal Nadia e intitolata Gazzetta d’estate, la mia salvezza. Il testo della lettera recitava:

Cara Gazzetta, volevo ringraziarti di cuore per tenere occupato il mio ragazzo per due ore tutti i giorni. Grazie a te posso godermi del sano relax sotto al sole. Ogni anno siete la mia salvezza =) Grazie mille.

 

Ora, la solita persona con un centimetro di pelo sullo stomaco pensa subito a “Francesca la cinetecara” che scrive una lettera per fare il paio con quella del fidanzato calciofilo, firmandosi Nadia per non generare sospetti. Ma anche dando per buono che si tratti di una vera Nadia, l’interpretazione corre alle due happy hours durante le quali la ragazza ci dà dentro col bagnino simulando operazioni di salvamento, mentre l’ignaro boy friend legge gli articoli di Alessandra Bocci e di tanto in tanto gratta vigorosamente la fronte per placare il prurito. E invece guardate un po’ come risponde il tenero Arturo:

 

Una lettera perfetta per chiudere idealmente un’estate che spero sia stata serena per tutti o quasi. Naturalmente siamo noi che ringraziamo suo figlio e lei, ma le preannunciamo il nostro obiettivo: far leggere la Gazzetta anche a lei, senza aspettare le prossime vacanze. Ne vale la pena, mi creda

Ma che malizioso sono io! Ho pensato al “suo ragazzo” come il candidato alla cervitudine, e invece l’Arturo che è anima candida l’ha associato al figliolo. E qui s’apre il dilemma: sono io a avere il chiodo fisso, o è l’Arturo che va schiodato dal suo candore? Una cosa è sicura: i colleghi gazzettari che stanno giocando così cinicamente, e in questi giorni rotolano dalle risate in redazione, devono piantarla. Così non si fa! Vigilerò, e denuncerò ogni altro eccesso.

 

Nella prima puntata di Pallonate Reloaded avevo accennato al fatto che il giornalista sportivo di oggi è costretto a adeguarsi alle mutate condizioni del mestiere, e dunque deve specializzarsi in alcuni sottogeneri. S’era parlato di food-ball journalism citando Antonio Barillà del Corriere dello Sport-Stadio, e su questo versante un ulteriore esempio ci viene da Filippo Cornacchia di Tuttosport. Nell’edizione del 28 agosto Cornacchia ci ha dato le seguenti, preziosissime informazioni parlando delle abitudini alimentari acquisite da Carlos Tevez a Torino:

Nei giorni scorsi l’argentino ha imparato a apprezzare un’altra meta fissa per i giocatori della Juve: il One Apple, locale del fratello di Conte. Con la moglie o da solo, ma sempre attento al menù. Bresaola, petto di pollo e filetto. Portato, per costituzione, a metter su chili facilmente, a Manchester aveva sposato la dieta a zona. A Vinovo ha trovato la cura dello Special One bianconero, maniaco sia a tavola che in campo. I risultati si vedono: Tevez si è asciugato. La maniacalità del tecnico ha influenzato tutti, soprattutto i nuovi. Esempi? Alla Lampara – altro ristorante del centro battuto dai calciatori – è nato il “risotto Llorente”. Semplice e dietetica la ricetta suggerita dall’attaccante di Pamplona: riso bianco con gamberi e tonno.

Puro food-ball journalism, e lasciamo pure perdere ogni considerazione sulla piccola marca a beneficio del fratello dell’allenatore juventino. E poiché Cornacchia è un tipo ambizioso, eccolo inventarsi un altro sottogenere: il concierge journalism. E non so se sia uso sganciare la carta da 50 al portiere d’albergo per avere ‘si preziose informazioni o se egli stesso s’infiltri dietro il bureau, da vero giornalista d’assalto. Fatto sta che è informatissimo, la Digos gli fa una pippa. Leggere per credere, ancora a proposito di Tevez:

Da un paio di mesi è partita la caccia all’abitazione. Ne ha viste di ogni ordine e grandezza. Salottini nelle zone storiche e ville con piscina sulle colline. Per il momento, alloggia al Principe di Piemonte, hotel 5 stelle tra i più lussuosi. Nello stesso albergo alloggia Llorente. Capita di incrociarsi, ma all’allenamento vanno quasi sempre in modo indipendente. Ieri, ad esempio, Tevez è stato “bruciato” dallo spagnolo, che ha lasciato l’hotel con mezzora di anticipo. Mentre Llorente saliva sulla sua Jeep, l’apache – rientrato poco prima in bermuda e ciabatte – terminava di pranzare in albergo con la signora.

E adesso cosa dovremmo aspettarci? Il laundrette journalism? Cornacchia ci informerà su chi fra Tevez e Llorente affida più mutande e calzini alla lavanderia dell’hotel?

I sottogeneri a cui i giornalisti sportivi d’oggi devono adeguarsi non finiscono di moltiplicarsi. Ce ne dà dimostrazione Mirko Graziano, che alla Gazzetta dello Sport fa parte degli embedded al seguito della Juventus. Graziano nel corso del tempo s’è specializzato dello RT Journalism: il giornalismo-retweet. Consiste nel riprendere materiali informativi pubblicati da altre fonti sul web e utilizzarli come notizie del giorno in un articolo. Come si fa su Twitter coi post di altri che riteniamo interessanti. E per carità, le fonti sono sempre e scrupolosamente citate. Ma rimane l’interrogativo: perché mai il lettore dovrebbe pagare l’obolo all’edicolante per comprare la Gazzetta, se poi ci trova dentro le notizie che il giorno prima avrebbe trovato sul web o sui canali tematici, aggratis o pagando un altro obolo? Ecco le notizie fornite da Graziano nell’edizione del 29 agosto. Si parte con la seguente:

 

Sempre ieri, a Vinovo, la banda Conte ha affrontato la Pro Vercelli, squadra che milita in Prima Divisione. (…) Questa la cronaca pubblicata dal sito ufficiale della Juve: <Dopo il gol di Giovinco e la traversa centrata da Pepe su calcio piazzato nel primo tempo, la doppietta di Quagliarella e la rete di Matri hanno fissato il punteggio finale sul 4-0>.

 

Che bella, la partita ri-raccontata dalla Gazzetta come l’aveva raccontata il sito ufficiale del club. Una roba da viaggio al termine del giornalismo. Poco oltre si parlava del possibile recupero di Simone Pepe dopo il grave infortunio, e dei benefici che ne trarrebbe la squadra:

 

 La duttilità del romano permetterebbe infatti alla Juve di variare più sistemi, anche all’interno della stessa gara. <Mi sento bene, tutto sta andando alla grande- dice Pepe a JTV –, valutiamo ancora giorno per giorno la mia condizione con lo staff tecnico, ma mi sto allenando bene e questa è la cosa più importante>.

L’intervista rilasciata dal calciatore a Juventus TV e riscaldata al microonde per i lettori della Gazzetta. Caro Graziano, uno di questi giorni retwitti le Pallonate?

Un frammento ormai un po’ datato ma impossibile da non citare. È quello scritto da Marco Bonetto su Tuttosport di lunedì 26 agosto, a commento della vittoria della Juventus a Marassi contro la Sampdoria:

Analisi di un fenomeno: perché spaventosa è la macchina al comando. In compagnia, nella fotografia della classifica. In solitudine, invece, nello strapotere della forza. Uno strapotere perdurante che amplifica e fa lievitare ogni commento sull’attualità spinta della Juventus. (…) Le sovrapposizioni e gli interscambi in ogni zona del prato esaltano la manovra, allargando idealmente gli spazi, i confini del gioco, e titillando l’imprevedibilità. (…) E ora vediamo che succede giovedì, nell’urna, attorno alla macchina dei sogni a strisce.

 

Caro Bonetto, un consiglio amichevole: vacci piano con la macchina dei sogni a strisce.

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