Alessandro D’Avenia, il Sommo PoVeta – 1 Osso per osso, dente perdente

Alessandro D'Avenia

Alessandro D’Avenia

download

Adesso ho una nuova certezza: ogni volta che uscirà un nuovo libro di Alessandro D’Avenia dovrò aggiornare il Pessimario. Cioè la lista dei libri e degli autori che toccano, per riprendere una frase di Diego Abatantuono in versione Diéco, “l’apice dell’apoteosi della schifezza”.

Una galleria ormai pigiatissima di cui fanno parte fenomeni da baraccone come Giorgio Faletti e Fabio Volo, poligrafi newtoncomptoneschi come Anna Premoli e Marcello Simoni, anime graforessiche come Chiara Gamberale, teoriche dell’eros tombale come Sara Bilotti, intrallattuali da Loggia del Leopardo come Antonio Scurati e Nicola Lagioia, cacatori di status smielati da social network come Massimo Bisotti e divulgatori del cazzonaggio letterario come Michele Dalai. E la lista sarebbe ancora lunga, ma risparmio d’infliggervela fino in fondo perché voglio risparmiarla innanzitutto a me stesso. Ma resta il fatto che fra tutti costoro rientri con pieno merito Alessandro D’Avenia. Autore sbucato dal nulla cinque anni fa e imposto chissà perché alle patrie lettere. Con effetti che soltanto fra qualche anno riusciremo a valutare, e sarà comunque troppo tardi.

Ricordo ch’era settembre, e da un giorno all’altro le librerie e i marciapiedi vennero invasi da cartonati che ci avvertivano della novità letteraria: il romanzo di un autore esordiente che Mondadori aveva deciso di diffondere con la leggerezza del napalm. Un’immagine di copertina caruccétta, come direbbero aRòma, un titolo da fotoromanzo in bianco e nero anni Settanta (“Bianca come il latte, rossa come il sangue”), e il nome fin lì sconosciuto dell’autore che veniva strillato come fosse al tempo stesso un’informazione e un avvertimento con tanto di indice puntato sull’ignaro passante: questo è un libro di ALESSANDRO D’AVENIA, e da oggi in poi ricordati di ricordare!

41+2uVl0doL._SY344_BO1,204,203,200_

È stato così, al pari di qualche altra milionata d’italiani, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Praticamente, un’azione di book squatting. E subito mi sono chiesto perché. Come mai la maggiore casa editrice italiana compiva uno sforzo così vasto per promuovere un esordiente? Sarà mica stato un nuovo fenomeno della narrativa italiana? E intanto m’informavo su questo squatter della nuova narrativa italiana. Scoprendone l’immagine pulitina, sistematina, con quella barbettina pettinatina e la chioma biondina e ricciolina vagamente bigodina, l’occhiettino azzurrino e il sorrisino mansuetino. Il maschietto cui ogni padre affiderebbe la figliola di cui presuppone ancora l’illibatezza, per fargli reggere il ruolo di cicisbeo alla feste in cui gli ormoni adolescenziali brulicano di vitalismo. La versione adattata ai giorni nostri del Principe Valium di Balle Spaziali, uno fatto apposta per piacere alle mamme pre-anni Novanta e alle nonne pre-Sora Lella di Bianco, Rosso e Verdone.

Il Principe Valium

Il Principe Valium

Inoltre ho scoperto che il ragazzo è vicino all’Opus Dei, come egli stesso ammetterà pubblicamente più avanti. Ma questo è soltanto un dettaglio, ci mancherebbe altro.

Non è invece un dettaglio il fatto che Bianca come il latte, rossa come il sangue sia una schifezza di libro. Sciatto, noioso, manierato, scontato dalla prima all’ultima pagina. Intriso d’un sentimentalismo trash da Gli occhi del cuore, l’immaginaria soap opera del serial Boris.

Soprattutto, un libro ossessionato dal tentativo di rivolgersi al pubblico degli adolescenti con uno stile alla Moccia, ma sacrestanamente corretto. Una pena infinita. Quel libro non mi ha lasciato traccia, perché era d’una bruttezza indegna di menzione. E quando una cosa è talmente brutta da non poter essere nemmeno schifata, la frustrazione è grande per chi l’ha appena consumata. Perché non lascia spazio nemmeno all’esperienza del disgusto, ch’è un segnalibro mentale indispensabile per mantenere una traccia delle cose peggiori. E invece no, il primo libro di D’Avenia era d’una bruttezza grigia, indistinta. Come un piatto di tempestine in brodo di dado da corsia d’ospedale, cui non sia stata nemmeno aggiunta una cucchiaiata di formaggio. In quel libro non c’era manco un frammento da stroncatura. Anzi no, dire il vero uno c’era. Piazzato a pagina 173:

“Si libera in un sorriso da far scongelare in un attimo un milione di Bastoncini Findus e il mio cuore raddoppia il numero di battiti.”

 

Sarebbe superfluo aggiungere un commento alla schifezza appena riportata. Mi limito a dire che se in prima media mi fossi azzardato a scrivere una cosa del genere in un compito in classe, la mia professoressa di Lettere mi avrebbe bacchettato le dita per una settimana. E ne avrebbe avuto ben donde. E tuttavia, fatta eccezione per il frammento citato, il libro di D’Avenia non si era dimostrato degno di una stroncatura. Per questo avevo messo da parte l’autore, evitando di leggere il suo secondo romanzo: Cose che nessuno sa, di cui mi è stato detto malissimo. Ma poi mi sono imbattuto in Ciò che inferno non è. Il romanzo che vorrebbe essere un omaggio a don Pino Puglisi. E la prospettiva sull’autore è completamente cambiata.

Da dove cominciare? Innanzitutto proprio dal povero don Pino, che avrebbe meritato di continuare a riposare in pace. Poi dallo stesso D’Avenia, che nei giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue si giovava dell’unico pregio esercitato dalla mediocrità narrativa: quello di tenere l’autore ben ancorato a mezzo metro da terra, come fissato a dei contrappesi. E invece in Ciò che inferno non è D’Avenia molla gli ormeggi e svolazza libero. Con risultati devastanti. Le pagine del suo libro sono talmente piene di segnature da toccare una misura che fin qui era stata osservabile soltanto nei libri dei quasi omonimi Bisotti & Bilotti, i due Pesi Pessimi per eccellenza della narrativa italiana contemporanea. E adesso in questo Pessimario ci entra di diritto D’Avenia. Per aver perso la virtù della mediocrità narrativa, e essersi lanciato verso l’hybris della poesia.

Ecco, proprio qui sta il punto, lo specifico che fa dell’opus homini di D’Avenia un genere da Pessimario: il fatto che, dai giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue, egli abbia maturato la convinzione di possedere la vena poetica. Una situazione imbarazzante, perché la vis poetica di D’Avenia è paragonabile a quella di un compianto ex vicepresidente dell’Inter, Giulio Abbiezzi. Quello che per qualche settimana, a metà anni Novanta, si guadagnò la notorietà grazie alla Gialappa’s Band. E purtroppo non esistono su You Tube filmati dedicati al personaggio, ma per chi ha memoria di quelle performance poetiche il paragone è eloquente.

Giulio Abbiezzi

Giulio Abbiezzi

Ecco, la poesia di D’Avenia se la batterebbe con quella di Abbiezzi, e i suoi versi potrebbero essere letti alle tre di notte nel pieno d’una tavolata d’avvinazzati, da vocini soavi come quelli di un Razzi o di uno Scilipoti. E sarebbe la morte sua. Della poesia di D’avenia o della poesia tout court, fate voi. Perché in quel contesto sentireste declamare frammenti del “poetare in prosa” che sono padellate alla nuca, come quello che apre il libro:

Nella luce prima, un ragazzo la spia. È immersa nell’agguato ventoso e salato dell’alba che si leva ancora vergine, per tuffarsi poi nelle strade avvolte dalla penombra.

 

Mi è bastato leggere quest’incipit per scoprire che il giovin D’Avenia era cresciuto, e che la crisalide della mediocrità narrativa aveva prodotto una fulgida farfalla da Pessimario Letterario. E casomai potesse sorgermi il dubbio istantaneo che si trattasse di un’impressione ancora acerba, fondata su poche righe, ecco che il seguito di quel frammento mi ha definitivamente rafforzato nel convincimento.

Lui abita in cima a un palazzo: da lì si vede il mare e si vede nelle case e nelle strade degli uomini. Lassù l’occhio spazia fino a perdersi, e dove si perde l’occhio anche il cuore resta invischiato. Troppo mare si spalanca davanti, specie la notte, quando il mare svanisce e si sente tutto il vuoto che c’è sotto le stelle.

Perché tutto quel nascere ogni mattina? Non ha risposta un ragazzo, a cui fanno più male i petali sfioriti della rosa che le spine e ogni mattina si guarda allo specchio come un naufrago.

 

Neanche mezza pagina e siamo già nell’eccellenza del Pessimario. Ci si sente completamente appiccicati da tanta melassa, da un così inutile sforzo di mettere le ali quando rimanere attaccati alla terra sarebbe stata una garanzia innanzitutto per l’autore. E invece D’Avenia svolazza, rendendoci coscienti che le patrie lettere hanno acquisito un nuovo poVeta. Etichetta che rubo a Giovanni Stoto, amico di Facebook, e che interpreto nel senso del “poeta con la V”. Dove quella “V” sta per “verboso”, quando invece la vera poesia sta nell’esprimere qualcosa di più con ogni parola in meno. E in questo senso D’Avenia è assolutamente, indiscutibilmente poVeta. Non posso riportarvi in questo post tutti i frammenti dell’ultimo libri che lo testimoniano, perché rischio di bruciarmi tutto lo spazio che WordPress mi mette a disposizione. Ve ne riporterò soltanto una parte, riservando altri frammenti per le prossime puntate dedicate al nostro poVeta. E cominciamo dai motivi ricorrenti, che D’Avenia da poVeta proVetto utilizza con stucchevole ripetitività. Fra questi c’è il contrasto fra luce e oscurità. Una di quelle contrapposizione topiche elementari che vi insegnerebbero pure alle scuole di scrittura per corrispondenza, o ai corsi Hold’em, ma che il nostro poVeta declina allo sfinimento, mettendoci dentro anche la variante del contrasto fra luce e lutto. E allora beccatevi questo pastone di luce e tenebre, e soffritene pure voi:

Le cose investite da troppa luce proiettano altrettanta ombra, ogni luce ha il suo lutto (…) (p. 9)

Permette a luce, vento e sale di modellargli la carne e i pensieri. Luce, vento, sale facciano di lui quello che vogliono, come da millenni trasformano persino la pietra infeconda degli scogli. Dio gli ha messo in petto il cuore, ma si è dimenticato la corazza. Lo fa con ogni ragazzo e per questo per ogni ragazzo Dio è crudele. (pp. 9-10)

Vento e luce al mattino frustano le strade di Brancaccio, quartiere fatto di case simili alle squame di un pesce in una città che sussulta al sole sempre più lentamente, mentre muore, spasimando acqua e vita. (p. 21)

Natura e potere. Sacro e profano. Pagano e cristiano. Luce e lutto (p. 42)

Dio è creatore e architetto del mondo e l’uomo è chiamato a fare altrettanto. Distinguere tenebre e luce e ordinare il caos. (p. 87)

Dall’alto, Palermo mi sembrava così bella, così piena di luce. Invece il suo ventre è ombra e lutto. (p. 108)

Il sole scema e cessa di schiaffeggiare le case. Sabbia. Polvere. Pietra, Poi, poco a poco, altri colori prevalgono. Vernice, vetro, vento. Dalla tenebra usciamo alla luce, passando per ogni gradazione dell’opaco. (p. 108)

La luce si oscura e viene sostituita dalla rabbia di chi distrugge e non sa il perché (…) (p. 117)

È una sorta di anestesia e non fa sentire la vita e la luce. (p. 118)

Quel mare così grande a pochi passi dall’angustia di una casa piccola e affollata le rende il passaggio ogni volta più doloroso. Troppo mare fa male. Non alla pelle, al cuore. Troppo futuro viene da lì, dall’orizzonte, e ti rimane col fiato sul collo, mentre tu cerchi di limitarlo a quelle vie e alle corrispondenti possibilità. Come si fa ad amare il mare se ti mette in petto tanti desideri? Come si fa ad amare quella luce se poi, girato l’angolo, devi rinunciarci? (p. 133)

Le ombre sembrano fuggite, esiliate dalla ferocia del sole nelle case, dove le persone le nascondono e custodiscono. (p. 153)

 

L’apoteosi viene toccata nel frammento di pagina 236, in cui il poVeta parte per la tangente e viene colpito da incontinenza verbale. Qui la luce viene menzionata due volte, ma c’è anche molto altro. Un delirio da eucaristia lisergica, modello Hair, che fa perdere al lettore l’ultima speranza d’intelligibilità di quelle pagine.

Quante clessidre servono per svuotare una spiaggia? Quanto tempo ci vuole perché una gemma diventi mela? Esiste un tempo medio o ognuna è un evento unico? A che velocità va la luce quando al mattino infuoca il mare? La distanza che permette la combustione tra due sguardi è precisa o casuale? Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio? Che peso ha un segreto? Che rapporto intercorre tra la felicità e la lunghezza di un sorriso? Come si calcola il volume del cuore?

 

Non saprei da dove cominciare per commentare, sono annichilito. Mi limito a rimarcare la totale incomprensibilità di quel passaggio che dice: “Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio?”. Ma che minchia vuol dire “l’assenza di luce o la sua pienezza al rovescio”? Qui siamo ai livelli geroglifici di Nicola Lagioia. E purtroppo il nostro poVeta persevera, nessuno lo ferma:

Ci vogliono occhi allenati per vedere le bancarelle del mercato, guardarle senza cercare il folklore, guardarle cercando il dolore. (p. 266)

Una rima che ricorda il peggior Faletti, quello di Pochi inutili nascondigli.

Giorgio Faletti

Giorgio Faletti

31ciIx10RaL._BO1,204,203,200_

Alle pagine 123-4, all’inizio dell’imbarazzante racconto L’ultimo venerdì della signora Kliemann, l’uomo che volle farsi Vito Catozzo scriveva:

Il paese ha il tempo spezzato in due parti.

Tutta l’isola, d’altronde, vive da sempre questa frattura estate-inverno, una specie di effimero tessuto double-face da rivoltare e indossare come un indumento adatto al mimetismo della stagione. (…)

Persone per strada in misura inversamente proporzionale alla pioggia. (…)

I traghetti in questa stagione sono navi battenti una bandiera senza gloria. (…)

Maggio è l’inizio di tutto.

Maggio è l’inizio del lutto

Sembrano figlioccio e padrino, il poVeta e il poVito. La luce e il lutto, con maggio che è l’inizio di tutto. E se ancora non v’è scappato il rutto, guardate un po’ cosa il poVeta scrive a proposito del mese di settembre (pagina 259):

Settembre, epitaffio dell’estate, si infila dappertutto, anche nei posti più refrattari. L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come un osso scorticato sulla spiaggia.

 

Ve lo dicevo che D’Avenia nel Pessimario ci sta a pieno diritto. E chi ne volesse una prova se la vede servita da quest’assonanza con Faletti, che del mio Pessimario Letterario è il Padre Fondatore. La luce e il lutto, con maggio ch’è l’inizio di tutto mentre settembre è l’epitaffio dell’estate. Sembrano due stornellatori da Sagra del Castagnaccio, botta e risposta con ricarico e avanti così.  Fra l’altro, il poVeta è fissato con questa storiella adolescenziale sul mese di settembre che è un momento luttuoso dell’anno. L’aveva già schiaffato all’inizio di Cose che nessuno sa (p. 17)

Margherita e Andrea erano rientrati a casa da poco. L’inizio della scuola incombeva e quella luminosa domenica di settembre sembrava non volersi rassegnare al fatto che le vacanze erano a ventiquattro ore dalla fine.

E peccato che, in piena trance da poVesia, D’Avenia scivoli in materia di buon uso della lingua. Perché quel frammento in cui si parla dell’osso in spiaggia contiene tre bei punti neri da adolescente mocciano.

Si comincia dall’imperfetta costruzione del periodo. Che come ogni periodo dovrebbe essere un meccanismo accuratamente congegnato, in modo tale da non lasciar dubbi quanto al significato. E invece D’Avenia cosa fa? Dice che la cattedrale “brilla come un osso scorticato sulla spiaggia”. E qui pare abbastanza chiaro come l’azione che avviene sulla spiaggia, e che il poVeta intende rimarcare, sia quella del “brillare dell’osso”: il concetto sarebbe dunque quello dell’osso che brilla sulla spiaggia. Purtroppo, e con somma maldestrezza, D’Avenia piazza lì anche l’aggettivo scorticato. E questo genera l’equivoco, perché si potrebbe individuare il centro d’attenzione della frase sia sul fatto che l’osso venga “scorticato sulla spiaggia”. Ciò che invece non ha nessuna importanza, e tuttavia l’equivoco di senso sussiste per via di una sciatta costruzione del periodo. Come avrebbero insegnato anche in una scuola di scrittura per corrispondenza, l’equivoco sarebbe stato eluso se la frase fosse stata formulata così: “L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come sulla spiaggia un osso scorticato”. In questa formulazione non c’è alcun equivoco sul fatto che l’azione cui l’osso è soggetto in spiaggia è quella di brillare, non il fatto che venga scorticato.

Mi si dirà che individuare un difetto del testo come quello di sopra sia pedanteria. E può darsi lo sia davvero, e che in fondo gli standard di lettura media siano ben a di sotto della capacità di cogliere queste sottigliezze. Ergo, questa imperfezione nel testo del poVeta sarebbe veniale. E però molto meno veniale è parlare di un osso scorticato. Ma da quando in qua un osso viene scorticato? Tuttalpiù viene spolpato, cioè ripulito di tutta la carne che gli si accumula intorno. È quest’ultima che viene scorticata, non certo l’osso. Il problema è che quando parla di carne il poVeta spara minchiate sesquipedali, come quella piazzata a pagina 18:

Il ragazzo lo ignora più degli altri. Ha poca carne intorno ai sogni.

 

E se il poVeta pretende di mettere la carne intorno ai sogni, figurarsi se poi non s’incasina i neuroni vedendo ossa scorticate.

E poi c’è il terzo dettaglio: l’osso che, scorticato sulla spiaggia, brilla. Ma quando mai? Ipotizzate un osso di pollo che, dopo essere stato accuratamente spolpato e non scorticato, venga abbandonato sulla sabbia. Purtroppo succede di frequente. Fa parte dell’ordinaria inciviltà, specie nelle spiagge libere del Meridione. Ebbene, potete star certi che quell’osso abbandonato sulla spiaggia non brillerà nemmeno per un attimo. Perché nel momento stesso in cui toccherà la sabbia rimarrà impanato. E quando poi verrà ripulito, avrà già assunto una tonalità opaca che in nessun modo gli permetterà d’essere una superficie riflettente.

Dunque, perso nell’inseguimento della poVesia il nostro poVeta commette errori d’italiano nei quali un discreto furiere contabile non incapperebbe. E nelle prossime puntate di questa stroncatura ciò verrà ulteriormente dimostrato, nonché accompagnato da ulteriori sprazzi di poVesia. Ma per questa volta vado a chiudere con un altro tema caro a D’Avenia: i denti. Il modo in cui il poVeta li tira in ballo è quantomeno bizzarro. Un passaggio penoso è quello di pagina 279:

Entro in scena con una barba finta che mi fa sudare anche i denti.

Questa dei denti sudati è persino peggio del milione di Bastoncini Findus che si sciolgono. Ma non è tutto. A pagina 22 c’è una descrizione dei due killer che uccideranno don Pino Puglisi (p. 22):

[Il Cacciatore] Cammina a testa alta e lo sguardo non deflette mai dalla traiettoria: fissare è segno di forza, senza deflettere. Ha tre decadi ed è già rispettato, come un padre dai figli.. (…) Insieme a lui c’è Nuccio. Di anni ne avrà una ventina, il naso lungo come un becco, le labbra sottili, la notte appena trascorsa ancora incastrata fra i denti come la sigaretta sempre accesa.

Ora, lasciando perdere quell’orrendo “ha tre decadi” in luogo di “ha trent’anni”, ciò che fa sembrare uno sfigato quell’altro perché di anni ne ha semplicemente “una ventina”; ma come la mettiamo con “la notte incastrata fra i denti”? Si tratta di interrogativi gravosi, che diventano ancora più spiazzanti quando si va a leggere il frammento piazzato alle pagine 184-5. Il protagonista è ancora Nuccio, quello della notte incastrata fra i denti:

A Nuccio fremono le narici e la bocca si storce attorno ai denti troppo affollati.

 

Forse la sera prima Nuccio aveva mangiato cicoria, e poi era filato a letto senza darsi una passata di spazzolino.

(1. Continua)

(E come al solito, per consolarvi dopo tanta bruttura letteraria, vi regalo della buona musica per risollevarvi l’umore.)

Sara Bilotti, la Einaudi e l’ortaggio al pudore

Sara Bilotti

Sara Bilotti

unnamed

All’inizio mi era parsa soltanto l’ennesima trilogia erotica. La cinquantamillesima sfumatura di grigio tendenza marrone che ci veniva scaraventata addosso sin dallo stramaledetto giorno in cui il primo volume della signora Erika Leonard, aka E. L. James, è approdato il libreria. E invece il libro di Sara Bilotti, L’oltraggio, è qualcosa di peggio. E non solo perché attraverso questo manufatto ci s’ingegna a spostare il polpettone verso il territorio del “noir erotico”, ma soprattutto perché il repertorio di sciatterie e insensatezze assortite ospitato da quelle pagine supera il dicibile e il digeribile. E lo dico con imbarazzo, soprattutto se penso al (fu) prestigio della casa editrice che ha pubblicato questo volume e ha già messi in cantiere gli altri due: la Einaudi. Il mio imbarazzo è graficamente rappresentati dalla valanga di annotazioni che colora le pagine della copia in mio possesso. Sono abituato a passare tratti d’evidenziatore sui frammenti meritevoli di scudiscio, tracciando a penna commenti sui margini della pagina. Ebbene, le pagine de L’oltraggio sono un’orgia di colore, e in alcune i margini non sono bastati per segnare tutte le annotazioni.

20150228_212141

20150228_212305

Mi è bastato invece leggerne 45 per scrivere questa stroncatura. Una lettura molto parziale, lo so. Ma sufficiente per dare un giudizio sul libro e sull’intera trilogia, oltreché sulle doti di scrittura dell’autrice. Mi era successo in un solo altro caso di “mascariàre” così sistematicamente le pagine di un libro, e di scriverne pur essendo ben lontano dalla conclusione della lettura. È accaduto con “La luna blu. Il percorso inverso dei sogni” di Massimo Bisotti (di cui ho scritto qui, qui, qui e qui). Che non per caso è quasi omonimo di Sara Bilotti.

la-luna-blu

Massimo Bisotti

Massimo Bisotti

Il libro di Bisotti attende ancora d’essere terminato – sia nel senso che deve ancora essere letto fino in fondo, sia perché sa che un attimo dopo verrà bruciato foglio dopo foglio come usava fare il buon Pepe Carvalho – ma la parte letta mi ha dato materiale per quattro articoli-stroncature e per molti altri che non ho scritto perché non posso mica dedicare la mia vita a uno così. Idem per la quasi omonima. Di cui in questi giorni mi è stato detto che la sua precedente raccolta di racconti, “Nella carne”, è cosa notevole.

sara-bilotti-nella-carne-209x300

MV5BMTgyOTkzMzkzN15BMl5BanBnXkFtZTcwMTMyNTAwMQ@@._V1_SX214_AL_

Non saprei cosa rispondere a questa osservazione. Di sicuro, il titolo mi ricorda quello di “In the cut”, il film meno riuscito della regista australiana Jane Campion. E non è la migliore delle premesse. Mi procurerò il libro, come ho fatto nel caso di altri autori che ho stroncato leggendo soltanto una parte della loro produzione letteraria, e di cui subito dopo ho preso a leggere tutti i libri precedenti per scoprire se vi sia una linea di continuità nella mancanza di talento o se piuttosto si possa salvare qualcosa della loro opera. L’ho fatto con Chiara Gamberale, per dire. E dopo averlo fatto posso dire, pacatamente, che con quei libri anche un buon termovalorizzatore rischierebbe l’avaria. Lo farò con Sara Bilotti. E se ci sarà da correggere il giudizio, non avrò difficoltà a farlo. Senza che ciò muti il mio giudizio su L’oltraggio.

Chiara Gamberale

Chiara Gamberale

Quarantacinque pagine bastano, dicevo. E magari ci sarà tempo per ragionare sulle restanti 253 e sugli altri due volumi che verranno. E prima di andare a ritemprarmi con una sana rilettura degli Amori ridicoli di Milan Kundera, traccio un quadro di queste 45 pagine iniziali. Nella quarta di copertina si parla della “prima serie nera erotica italiana”. Sarà. Non so se sia davvero la prima, già questa mi pare una bella pretesa. Ma in fondo tale dettaglio è secondario. Di sicuro c’è che, nelle prime 45 pagine, di noir e di erotico non s’intravede nulla. E badate che si parla già di circa un sesto del volume. Cioè di un punto del libro e della lettura in cui la storia dovrebbe già essere nel vivo. E invece si continua a traccheggiare nel delineare ambiente, contesti e personaggi, trasmettendo nel lettore una potenza emotiva da film uzbeko in lingua originale e sottotitoli in braille. Quanto basta per dire che in quelle pagine non s’intravede proprio qualcosa di potente come un oltraggio. Piuttosto si ricava il senso di banalità di un ortaggio. Un bel broccolo, ma di quelli molesti la cui cottura andrebbe vietata dai regolamenti condominiali. “Ecco, anche oggi la signora Pina del terzo piano sta cuocendo i broccoli! Questo è un oltraggio al decoro della scala B!”.

L'ortaggio

L’ortaggio

La trilogia

La trilogia

Ecco, nelle pagine di Sara Bilotti si consuma un estenuante ortaggio al pudore, il lancio del broccolo lesso in luogo della giarrettiera. Lo si capisce già dall’incipit, quando viene usata un’immagine fra le più abusate nella storia del polpettone sentimentale:

La valigia era raddoppiata di peso, mentre Eleonora percorreva il lungo sentiero di pietre bianche che portava alla villa. Al volume dei vestiti, per la verità abbastanza ridotto, si era aggiunto un carico enorme, quello del fallimento.

E già, il peso di un fallimento messo in valigia. Bei tempi quelli in cui si diceva che “La valigia sul letto è quella di un lungo viaggio/ e tu senza dir niente ci hai infilato l’ortaggio”. Ma è solo l’inizio di una vicenda confusa, quella di Eleonora che rimasta senza casa e lavoro va a chiedere riparo presso l’amica Corinne. E lì conosce l’uomo di lei, Alessandro, e il fratello di lui, Emanuele, che a sua volta sta con una donna scorbutica di nome Denise. Non so a cosa porterà questo pentagono. Anche perché il pentagono no, non l’avevo considerato. Se proprio si deve trasgredire preferisco la gang bang. Leggerò più avanti, ma con la stessa ansia di sapere che avrei se volessi scoprire il nome dell’inventore del brodo di dado. Adesso non ho tempo da dedicare a questo, perché bisogna raccontare cosa fa Eleonora mentre medita sulla valigia che, gravata del fallimento personale, avrebbe rischiato di eccedere gli standard di peso della Ryanair. Dopo un attimo di esitazione la sventurata decide di varcare la soglia, in ogni senso. E cosa fa?

Si fermò sul viale acciottolato, prima di suonare al citofono adiacente al cancello bianco (…) (p. 3)

Il citofono adiacente al cancello. E dove avrebbe dovuto essere, dall’altra parte della strada? E soprattutto, ma è possibile che si usi ancora in un romanzo una formula da mattinale dei carabinieri come “il citofono adiacente al cancello bianco”? Performance che fra l’altro viene bissata a pagina 26:

Eleonora fumò una sigaretta, guardando in basso, verso il giardino antistante la villa.

E mentre digito sulla tastiera sottostante alle mie dita ritorno al quadretto iniziale, e a quanto succede dopo che Eleonora ha suonato “al citofono adiacente al cancello bianco”. Intanto dà una sbirciatina oltre quel cancello, e vede quanto segue:

Persino gli uliveti che circondavano il perimetro della villa sembravano dipinti, sagome di cartone attaccate alla collina. (pp. 3-4)

Vi inviterei a fare attenzione al dettaglio degli uliveti. Non si parla di “un uliveto”, inteso come colonia di alberi d’ulivo che per definizione deve avere una rilevante estensione e un ampio numero d’esemplari. Né si parla di “ulivi”, tanti e al plurale ma presi nella loro singolarità. Si parla proprio di “uliveti”, al plurale. Tanti uliveti. E avete idea di quanto ampia debba essere un’area per ospitare “tanti uliveti”? Serve il parco di una reggia, altro che un “giardino antistante la villa”!

UN uliveto

UN uliveto

A ogni modo, proseguiamo. Una voce risponde in modo secco alla bussata di Eleonora, e la scena viene così descritta:

Ora quel <Sì?> lanciato come un proiettile dalla bocca lucida del citofono le toglieva l’ultimo briciolo di dignità. Il tono, troppo crudele per essere premeditato, era comunque colpevole (…). (p. 4)

E lasciando da parte il proiettile che esce dalla bocca lucida del citofono, mi soffermo sul “tono che era troppo crudele per essere premeditato ma era comunque colpevole”. Ma che cazzo vuol dire? E in che senso “colpevole”? La colpa era quella d’essere un tono brusco? O era una colpa pregressa a rendere brusco il tono? E poi, era colpa interiore (senso di colpa), o solo una colpa esterna perché feriva un altro soggetto (colpa da offesa inflitta)? Impossibile capirlo, dato che il periodo è scritto come peggio non si potrebbe. Ma proseguiamo. Eleonora s’inoltra dentro uno spazio così descritto:

(…) il cancello si aprì e le toccò riprendere in mano la valigia, percorrere il lungo sentiero fino alla villa, una lingua bianca che fendeva il verde, separando la piscina dal gazebo, le azalee dalle rose, la pompa arancione dal pozzo. E lei in mezzo, inopportuna e troppo sudata. (p. 5)

Ecco, al dettaglio del sentiero che separa la pompa arancione dal pozzo bianco si potrebbe già chiudere il libro. Il trash è servito. Ma sarebbe troppo comodo, e si rischierebbe di aver liquidato troppo presto l’autrice e il suo libro senza dar loro possibilità d’appello.

Dunque proseguo ma la faccio breve, perché davvero le 45 pagine lette contengono roba per scrivere una stroncatura lunga almeno altrettanto. Mentre sale il sentiero che la porta nella casa circondata “da uliveti”, Eleonora incontra per la prima volta Alessandro. Che fra i due “fratelli fatali” è quello più “ometto perfetto”, mentre Emanuele è il “màsculo ruvido”. Due stereotipi rifiniti col martello edile. Ecco come avviene l’impatto con l’ometto perfetto:

Era a metà strada quando un uomo uscì sul portone, annunciato da una cascata di pesche che rotolarono sui tre scalini dell’ingresso. Quel tappeto casuale segnò la sua entrata in scena e una pesca arrivò fino alla punta dei sandali blu, sfiorandola appena. (p. 5)

A quel punto la storia avrebbe potuto svoltare verso un canovaccio dal titolo Peach Girl, la Ragazza Pesca. Sarebbe stato un colpaccio, ma purtroppo esiste già una famosa serie di cartoni animati manga intitolata proprio così.

Peach-Girl-peach-girl-10586836-361-500

Sicché a Sara Bilotti è toccato insistere sul sentiero del noir erotico, quello che separa nettamente la pompa arancione dal pozzo. E lungo quel sentiero Alessandro domina. Eccovi serviti una serie di frammenti che lo riguardano:

(…) un sorriso pieno di denti bianchi su una faccia regolare, sotto occhi neri senza pupille, accarezzato da ciocche selvatiche, troppo lunghe. Quante cose ballavano attorno a quel sorriso, piantato su un corpo solido ma elegante. (p. 5)

Aveva sempre immaginato che l’uomo di Corinne non potesse essere altro che un magnifico esemplare. [Manco si stesse parlando di un vitello, ndr] Ma non fino a quel punto. Una bellezza così sfacciata era uno schiaffo ai suoi tentativi di acquisire sicurezza, intrapresi con fatica da quando le loro strade si erano separate. (p. 5) [E qui sarebbe chiaro che le strade si sono separate fra Corinne e Eleonora, ma guardando alla struttura della frase pare che a essersi separate siano le strade di Eleonora e Alessandro]

Aveva una mano sul cuore, come a dimostrare la sincerità del sorriso disegnato, e l’altra all’orecchio, contro il quale spingeva un auricolare nero, quasi potesse sentire meglio sotto la cupola del palmo. (p. 9)

Posò con delicatezza l’auricolare sulla credenza e allargò il sorriso, investendo Eleonora di un ottimismo che lei non meritava. (p. 9) [Ma perché mai non lo meritava?]

Alessandro si staccò dal mobile, si diresse verso il divano a est della lunga tavola da pranzo [doveva essere talmente lunga che per muoversi intorno bisognava impostare il Tom Tom, ndr] e cominciò a sfogliare un manoscritto, forse il copione. C’erano uomini così, capaci di muoversi con grazia nello spazio, qualunque spazio, anche seguiti da due occhi indagatori e affamati. (pp. 9-10)

Le girò le spalle per uscire dalla stanza, in un movimento che addosso a qualsiasi altro essere umano sarebbe apparso brusco; ma non c’era scortesia in quell’illusionista, e guardarlo da dietro, nei suoi jeans grigi, era piacevole quasi quanto fissargli la bocca. (p. 16)

Perché Emanuele le si era seduto accanto, e Alessandro le era di fronte, e aveva iniziato a mangiare con la consueta grazia, come se non ne avesse bisogno. (pp. 29-30)

Notare quanto idealizzate siano la descrizione dell’ometto perfetto. Un bel Principe Grigio, un Mister Cera Grey i cui tratti toccano il massimo livello d’espressività a pagina 12:

Mangiava in modo affascinante, e sembrava non sporcarsi. Eleonora s’impose di non guardarlo. Cosa ci si poteva aspettare di più eccitante di un uomo che non si sporca? Nessuna sbavatura, una grazia e una bellezza assolute, nessun accento, nessun odore. Niente è più intrigante del sesso di un angelo.

Mi chiedo come possa ispirare erotismo un uomo totalmente asettico, che nemmeno si sporca e dunque non sporca. L’eros è odori e sapori, che devono essere forti senza arrivare a essere stomachevoli. E invece qual è l’ideale per Eleonora? Uno che richiama “il sesso di un angelo”. Ma allora dillo che ti piace Ken di Barbie, altro che nero erotico! Sono cresciuto nel tempo in cui c’era il bipolarismo Ken di Barbie vs Big Jim: uno piallato fra le gambe, l’altro che sotto gli slip aveva un pacco che lèvati! E era normale che Big Jim si portasse via Barbie e lasciasse Ken intento a “mangiare senza sporcarsi”.

Un esemplare di Ken, ritratto in tutta la sua virilità

Un esemplare di Ken, ritratto in tutta la sua virilità

Big Jim

Big Jim

La platonica vita sessuale di Barbie e Ken

La platonica vita sessuale di Barbie e Ken

Vi risparmio le descrizioni del fratello rozzo e pure un po’ zozzo, avrete capito che lui è l’esatto contrario di Ken. Verso quest’ultimo, l’ometto perfetto, Eleonora nutre fantasie sessuali lappatorie. È tutto un leccare immaginato:

Lui non rispose, si limitò a farsi leccare la faccia dal sole. Era splendido, anche sotto quella luce impietosa. (p. 15)

Eppure, in un mondo ideale, non sarebbe stato sbagliato entrare in macchina, chiudere la portiera, afferrargli il bavero della camicia e leccargli la bocca. (p. 23)

Lecca di qua e lecca di là, senza perdere di vista quel “bavero della camicia” che grida vendetta, ci si trova a interrogarsi su misteriose mimiche facciali. Sia a pagina 5 che a pagina 23 troviamo due frammenti in fotocopia:

Eleonora alzò un sopracciglio.

Non so a quanti di voi riesca farlo. A me no. E comunque a coloro che avessero coronato l’impresa suggerisco di cimentarsi nella performance di mimica facciale descritta a pagina 21:

Ma June non si sedette. Si limitò a incrociare le braccia e a sollevare l’angolo destro del labbro superiore, in un ghigno che nelle sue intenzioni doveva essere un sorriso.

Sollevare l’angolo destro del labbro superiore. Solo quello. Ma come cazzarola si fa? Stenterebbe pure The Mask, il personaggio del film interpretato da Jim Carrey.

E comunque va detto che non tutto di Alessandro sembra positivo a Eleonora. A un certo punto lei coglie in lui un che di artefatto nel modo in cui cercai di aiutarla a tirarsi fuori dalla cattiva situazione esistenziale. Lo si legge a pagina 40:

E poi c’era l’altro pensiero, quello più nascosto, che riguardava la solerzia con cui Alessandro si occupava di lei e del suo problema. Non c’era stato tempo di affezionarsi, doveva agire così per indole, o per fare un piacere a Corinne. Ma faceva del bene con distacco, senza dimostrare entusiasmo. Di solito i gesto generosi si fanno con calore.

Verrebbe da dire: bella scassacazzo sei, figliola! Questo qui t’ha presa in casa senza nemmeno sapere chi tu fossi e solo perché sei amica della sua donna, ti scarrozza in qua e in là, s’ingegna per risolverti i problemi senza che sia tenuto a farlo, e ti lamenti pure perché fa tutto ciò “senza entusiasmo”? Ma non è nemmeno questo il punto. Il fatto è che 21 pagine prima, alla 19, Eleonora diceva una cosa esattamente opposta:

Si sentiva un’ospite sgradita, nonostante la gentilezza di Alessandro, e tutto ciò che diceva non sembrava abbastanza rispetto ai doni che le stava facendo quell’uomo. Un tetto, del cibo, una conversazione alta.

L’autrice non si accorge della clamorosa contraddizione. Quanto all’editor, se c’era, dormiva. Un altro esempio di sonno della ragione e dell’editor si ha con due frammenti che dicono pressoché la stessa cosa, e per di più collocati nemmeno tanto distanti fra loro:

C’era una strana atmosfera e i fratelli e le loro donne avevano un atteggiamento poco chiaro nei suoi confronti. Era come se recitassero una parte a suo uso e consumo, solo che qualche volta la realtà si faceva spazio nei dialoghi, esplodeva in una risata, s’insinuava in uno sguardo affilato. (p. 21)

La finzione sembrava una costante, nella vita del gruppo. Era come se tutti recitassero una parte, pensando ad altro. Ogni tanto qualcuno si animava e diventava vero, per poi tornare a calarsi nel proprio ruolo, indossando un velo di tranquillità apparente. (pp. 26-7)

Continuo a accelerare tralasciando decine di frammenti che pure meriterebbero d’essere menzionati, per parlare di alcune strepitose insensatezze del testo. Strepitosa quella di pagina 22:

Il direttore della banda del borgo aveva un modo buffo di parlare. Ogni doppia che pronunciava una doppia alzava il braccio destro e annuiva, con un solo movimento del capo, il mento quasi sul petto, per sottolineare quanto perentorie potessero essere le sue affermazioni. E di doppie ne usava tante, sì, tantissime.

Ma cosa vuol dire “pronunciare le doppie”? Spero non si riferisca alle lettere dell’alfabeto. Perché altrimenti dovrei pensare che pronunciando “soprattutto” il direttore della banda dovesse alzare due volte il braccio e picchiarsi il mento sul petto per rimarcare la doppia coppia di “t”. Manco in un cartone animato. A pagina 19 c’è una frase degna del quasi omonimo di Sara Bilotti, Massimo Bisotti:

Lui non badò a quel tentativo di dimostrare ammirazione, così poco credibile proprio perché vero.

Leggendario il passaggio di pagina 22:

Eleonora da sempre aveva una capacità speciale di cogliere qualunque anomalia. In un fiume di gente, riconosceva il diverso, quello che camminava in direzione opposta, anche se era il più basso di tutti, lei lo vedeva.

Onorevole Brunetta stia tranquillo, Eleonora scorgerà sempre la sua presenza. E cosa dire della “poetica dei contrasti”? Eccovi una bella galleria, che si apre con l’incompatibilità fra il “profumo” (anziché “odore”) di rosticceria e l’arredamento d’alto livello:

Nel salone aleggiava un profumo che mal si addiceva all’arredamento austero, ma Alessandro compensava la caduta di stile spandendo manciate di polvere magica. (pp. 8-9)

Dietro Denise, una giovane magrissima, dai lineamenti delicati che stridevano con il modo di parlare e il portamento, apparve un uomo biondo, dal sorriso gentile. Somigliava ad Alessandro, ma non aveva il suo carisma: era solo circonfuso da quell’alone di irrealtà che tanto piace a certe donne, quelle che amano corrompere. (p. 11)

Alessandro stava parlando al telefono di argomenti che mal gli si addicevano: azioni, titoli, tassi. Non era però meno attraente, e non si fermava mai, parlava camminando dalla finestra alla porta d’ingresso, alla cucina, e di nuovo alla finestra. Quando la vide le fece cenno di uscire, e insieme salirono su un fuoristrada nero. Lì dentro la sua voce urtava contro i finestrini, le arrivava alle orecchie senza disperdersi, era difficile non sentirsi attratta dalla sirena che la modulava. (pp. 17-8)

Scendi da lì che ti spezzi la schiena! – gridò Alessandro, e quell’urlo la sorprese. Mai avrebbe immaginato che dalla sua bocca potesse uscire un ordine tanto acuto. (p. 19)

Era in quei luoghi solo da un giorno, e già si stava ritagliando il suo angolino, contro ogni previsione e a dispetto di ogni strano comportamento. (p. 21)

– Emanuele, non fare il coglione.

Elenora si trattenne: non le sembrava il caso di scoppiare a ridere in un momento come quello. Ma la parolaccia nella bocca dolce di Alessandro continuava a risuonarle in testa, incongrua. (p. 29)

E poi ci sono certe immagini che rischiano di stendervi per sempre. Come quella a pagina 30:

Era difficile riflettere su quella notizia, mentre rotolava fuori dalla bocca scura di Emanuela. Le pareva di vedere le parole che fluivano tra i denti dritti come soldati, e di comprendere qualcosa di quel discorso, ogni tanto.

Vorremmo avere tutti i denti dritti come soldati, o trovare qualcuno che provi a captare i nostri pensieri come fa Eleonora con Alessandro a pagina 41:

Era stanco, e due piccole rughe si formarono tra le sopracciglia, un indizio di pensieri faticosi. Eleonora si tolse la cintura di sicurezza e girò il corpo verso di lui, per raggiungerne la mente.

Manco il Bluetooth può essere così efficace. A pagina 33 viene esibita un’altra gigantesca insensatezza:

Eleonora guardò il soffitto: nel buio scorgeva i profili degli oggetti, le erano già familiari.

Cioè guarda il soffitto, e per di più al buio, e scorge “il profilo degli oggetti”? Ma erano appiccicati al soffitto, questi oggetti?

Chiusura in bellezza a pagina 44. Alessandro accompagna Eleonora a Firenze in cerca di lavoro, poi lui deve andare per altri impegni e le raccomanda di prendere il treno per tornare verso la dimora di campagna. Le fa questa raccomandazione:

(…) la fermata è proprio Borgo San Lorenzo, non ti puoi sbagliare, prendi il treno in Centrale (…)

Cara Bilotti, caro/a editor, la frase “prendi un treno in Centrale” può essere pronunciata da un milanese. Non certo da un fiorentino o da un toscano che si riferiscano alla stazione principale di Firenze. Che si chiama Santa Maria Novella, e lo sanno pure i tappi di sughero. Questo sì che è un oltraggio. Meritevole di un ortaggio, scagliato con perfetta mira.

Come sempre, chiudo la stroncatura inserendo un brano musicale che vi aiuti a smaltire le brutture accumulate. Stavolta tocca ai grandissimi Crosby e Nash.

Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 3 Le cose che cosano

curategrande

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini

Chiara Gamberale e il suo ghostwriter

Chiara Gamberale e il suo ghostwriter

(Potete leggere qui e qui le due precedenti puntate)

Ci sono le cose che pensano. E ci sono le cose che cosano.

Le prime sono state splendidamente cantate da Lucio Battisti.

Lucio Battisti

Lucio Battisti

È avvenuto nel secondo album della sua seconda vita artistica, quella segnata dai testi di Pasquale Panella. L’album, datato 1986, s’intitola Don Giovanni e per l’esercito di battistiani rappresentò un attimo di sollievo.

528

C’era la conferma che non si trattasse più del Lucio Battisti conosciuto e amato per un ventennio, e ormai rimasto dentro le note di una Una giornata uggiosa, l’ultimo album del sodalizio con Mogol. Ma almeno in questo secondo album c’era della musica, e non quel ronzio da motore di Panda 4 x 4 che faceva da scheletrica base musicale al precedente E già.

resize

(Un esempio di cosa fosse la musica di “E già”)

L’album del 1986 si apriva proprio con Le cose che pensano, e con quel testo deliziosamente paradossale fatto di passaggi come “Su un dolce tedio a sdraio amore t’ignorai” di cui era impossibile non innamorarsi.

Le cose che cosano invece sono mestamente descritte dalla ditta Gramellini & Gamberale nelle pagine di Avrò cura di te. Non c’è traccia di poesia nel loro essere rappresentate, e se davvero si vuol individuare in esse una musica è quella d’un disco rotto. Ma quali sono queste cose che cosano? E soprattutto, cos’è il cosare? Rispondo dapprima al secondo interrogativo per dire che sul cosare delle cose l’interpretazione è variegata, come è giusto sia per ogni concetto mai definito. In Toscana, per esempio, si usa dire che una cosa non còsa nel senso che essa non funziona. Dunque, c’è la cosa intesa come oggetto il còsa inteso come indicativo presente, terza persona singolare di un verbo cosàre, che in italiano non risulta esattamente definito. “C’è che ‘sto cazzo di computer non còsa!” sentii dire una volta, e il senso era che la macchina non rispondeva agli ordini. Il corrispondente italiano dell’inglese “It doesn’t work”, insomma. Ma ricordo un uso del verbo cosare anche in 051/222525, il brano di Fabio Concato dedicato a Telefono Azzurro: ” (…) che gambe deliziose… Son le calze un po’ velate/ tu non le compri mai/ biscotti per l’infanzia, poveretta/ carte igieniche lunghissime/ sentissi come e’ morbida/ e ogni volta viene voglia di ‘cosare'”. E in questo caso il cosàre è riferito a un’attività poco nobile.

Ma in generale il cosare è legato all’idea del fare pratico, del maneggiare e manipolare, del riplasmare a propria misura l’ambiente circostante. E a quel punto uno degli effetti è che sono le cose a cosare le persone, riplasmandole mentre ne vengono plasmate. Un’osmosi non cercata ma resa effettiva.

So che rischio di frastornarvi, dunque la pianto con le premesse per spiegare in quale misura nelle pagine della ditta Gramellini & Gamberale le cose cosano, e rendono cosàte le persone rovesciando il nesso fra soggetto e oggetto. E per iniziare a spiegare di cosa si tratti inserisco un frammento che comincia a rendere l’idea. Si trova a pagina 142 del peggior libro dell’anno 2014, e recita quanto segue:

Vivi il tuo amore, non chiedergli di vivere per te”.

Ecco la cosa che còsa. E lasciate perdere la stucchevolezza di una frase che ripropone il solito schema discorsivo kennedyano che rovescia i ruoli di oggetto e soggetto e di agente e agito, cioè la formula: “Non chiedetevi cosa il vostro paese possa fare per voi, ma cosa voi possiate fare per il vostro paese”. Qui si rovescia il nesso sull’amore, fra il viverlo e il lasciare ch’esso viva per noi. E non chiedetemi cosa significhi questa storia dell’amore che vive per noi, perché trattasi d’una gramellinata da rubrica della posta sentimentale. Una frase simile a quest’altra: “Non guardare negli occhi l’amato che non ti ricambia, guarda piuttosto all’amore con occhi capaci di ricambiarlo”. Secondo voi è una frase profonda? Vi ringrazio, e al tempo stesso vi confesso che l’ho elaborata mentre mi davo una sforbiciata alle unghie dei piedi. Può scaturire nei momenti più inattesi il cosarvi delle cose, e forse tanto meglio avrei fatto se mi fossi concentrato su quelle scaglie raccolte su un foglio di giornale. E guardando le mie estremità inferiori liberate dall’eccedenza avrei dovuto pensare: “Non chiedere ai tuoi piedi di andare e portarti dove vuoi, ma fermati in posizione bùddica e interroga le loro piante per sapere dove vogliano essere andati. Àndali tu”. E ora non ditemi che sto scrivendo minchiate, perché significa che non avete capito. Questo è l’effetto del cosare delle cose, del rovesciamento fra agente e agito. Voi rideteci pure, e intanto quei due ci hanno scritto un best seller applicando al massimo grado il principio gramellinico: Fai bei soldi. Sta nelle cose che cosano il segreto della New Age Bestsellerista, la via verso il Pantheon delle Patrie Lettere. Sicché, invece di sghignazzare come tante servette di Tracia imparate la Via dell’Illuminazione Còsica e continuate a assumere le supposte di saggezza che la ditta Gramellini & Gamberale spande con abbondanza. Eccovene una, bella effervescente, ancora una volta sull’amore che vi amòra. Non a caso si trova a pagina 69, simbolo numerologico di Coincidenza degli Opposti:

Se il tuo pensiero fisso è piacergli, dubito che gli piacerai. Piuttosto dovresti preoccuparti di piacere a te stessa.. (…) “Ti amo” significa “mi amo a stare con te”. Non è egoismo. Gli egoisti non si amano affatto. Solo chi si vuole bene è capace di volerne anche al prossimo.

Il frammento di sopra, come tutti quelli riportati in corsivo, dà voce a Filemone, il nostro Angelo de li Mortacci Sua (ADLMS), instancabile dispensatore di supposte di sapienza che raggruppate compongono un Compendio di Saggezza delle Cose che Cosano. A pagina 73 c’è un altro esempio sulla “malattia che malàttia”:

Ma ogni tanto mi piacerebbe che quella benedetta malattia della psiche umana agisse su di te come su tutti gli altri, provocandoti silenzi enigmatici e pudibondi rossori.

La rassegna sulle cose che cosano sarebbe sterminata, per cui riporto soltanto alcuni esempi. Questi sono tratti dai frammenti in cui prende voce l’ADLMS:

Quante domande, Giò. Ci toccherà ripartire dagli esordi. Da quella ragazzina selvatica che trattava l’amore come una pietanza per masochisti e andava in cerca del cibo che non sarebbe mai stata in grado di digerire. (pp. 21-2)

Io ti sussurravo: Smetti di chiedere gli altri l’amore che non riesci a darti da sola, altrimenti continuerai a incontrare soltanto persone che non te ne sanno dare. Ma tu eri troppo immersa nella prosa del mondo per ascoltarmi e mi costringevi ad assistere alle pantomime con cui mortificavi il tuo cuore. (p. 22)

Poi è arrivato Leonardo. Con lui hai smesso di affastellare le domande perché in lui ti sei illusa di avere trovato le risposte. (p. 22)

Si completa con gli altri solo chi sa bastare a se stesso. (p. 134)

Ma anche Beatrice-Gamberale ci mette il suo nel cosare le cose. È meno zen di Filemone-Gramellini nel farlo. Anzi, a dirla tutta ci mette un tocco di sottile carpenteria. Ma lo sforzo va apprezzato comunque. Specie quello di cui c’è traccia a pagina 180, e che potrebbe lasciarvi stesi fino al prossimo weekend:

E ritrovarsi è stato finalmente perdersi.

A un certo punto, provando a entrare pure io nella logica delle cose che còsano, mi sono azzardato a entrare in quel mood scrivendo un pensierino còsico in alto alle pagine 70-1:

Il viaggio comincia quando finalmente avrai la sicurezza d’un punto di partenza. Fino a allora sarà soltanto un errare, sublime doppio senso tra “sbagliare” e “andare senza meta”.

IMG_20150125_123448

Idiota al cubo, non mi accorgevo di star ponendo le basi per il più cupo sconforto personale. Perché arrivato a pagina 90 ho trovato un frammento vergato dall’ADLMS che dice quanto segue:

Prova a camminare un’ora tutti i giorni, senza una meta. Arriverai dappertutto. (p. 90)

E a pagina 148 ho letto il seguente frammento:

Ma per viaggiare non è indispensabile trasportarsi dall’altra parte del mondo. Si può uscire da se stessi con i suoni di un disco o le parole di un libro. Persino con un paio di scarpe da ginnastica.

E voi non potete immaginare quale sconforto possa attanagliarvi nello scoprire che pensate come Massimo Gramellini, che ne siete stati definitivamente còsati, che la New Age Còsica vi ha vinto e avvinto. “Accidentammé e a quando ho voluto imitarlo!” mi sono urlato. La mia autostima è sottozero, e adesso devo ricosarla chiedendole la grazia di stimarmi e autostimarsi, e chiedendo al perdono di perdonarmi, e alle pagine vergate di quel libro se siano disposte a librarmi. Mi merito di andare e andarmi per il mondo seguendo una mappa territoriale e esistenziale come questa:

E voi adesso continuate pure a ridere come sciocche servette tracie, che intanto loro spopolano e vi occhieggiano da ogni dove, con quella copertina che sbuca pure fra lo scaffale dei Tampax e quello della soppressata con sconto del 30%. Altre cose che vi cosano, e che voi trattate come se non avessero nessuna nobiltà ma le consumate, per poi esserne assoggettati attraverso metabolismi e coazioni a ri-consumare. E mentre ridete c’è uno sterminato esercito di lettori che s’abbevera a questa fonte, e diventa cosa cosàta credendo che il mondo somigli a quello descritto nelle pagine del Peggior Libro del 2014. A cominciare dalle annichilenti frasette sull’amore. Trattenete il respiro, e soprattutto leggetele una per volta ché altrimenti rischiate di schiantare già alla seconda, e poi vi troverete a chiedere scusa allo schianto per averlo schiantato:

Amarsi è l’opera d’arte di due architetti dilettanti di nome Io che, sbagliando e coreggendosi a vicenda, imparano a realizzare un progetto che prima non esisteva.

Noi.

I tuoi occhi interiori hanno mai goduto la vista maestosa di una cattedrale? O si sono arresi in anticipo davanti a un pugni di case abbandonate, di edifici pretenziosi lasciati malinconicamente a metà? Scheletri senza carne che urlano al cielo la loro incompiutezza. (p. 23)

Il pronome della testa è Io, il pronome del cuore è Noi. (p. 89)

Un tradimento uccide soltanto gli amori già morti. Quelli che non uccide a volte diventano immortali. (p. 118)

Mi ha sempre colpito l’atteggiamento delle donne nei confronti dell’amore. Si tratta di un atto di fede incondizionato che difendete da ogni minaccia, compresa quella dell’evidenza. Disposte a qualcosa di ancora più spericolato che perdonare il vostro compagno: illudervi che possa cambiare. (p. 139)

L’amore assomiglia a Ramana: si stupisce e non fa domande. Non ha un perché. È il perché. (p. 156)

Leggendo questa raffica d’insensatezze sull’amore che vi amòra sono stato colto da un dubbio: ma Gramellini sarà mica il padrino di cresima di Massimo Bisotti? (leggere qui, qui, qui e qui).

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

Indagate voi, che al momento non ho forza sufficiente per farlo. Devo ancora metabolizzare altre frasettine sull’amore come quella di pagina 159:

Ma l’amore sa anche infischiarsene della ragione, e non sempre a torto.

Semplicemente mortale, con quel gioco di parole sull’infischiarsene della ragione e non sempre a torto che fa il paio con l’accettare evidenziato nella prima puntata. E visto tanto estro nel giocare con le parole non capisco come mai Gramellini & Gamberale non si siano chiesti se per caso al prepuzio faccia seguito il postpuzio. E poi c’è il passaggio a pagina 181, cioè a 6 pagine dalla conclusione del manufatto:

(…) l’amore perfetto non esiste: quello reale è la somma di tante imperfezioni.

E lì non ho resistito alla voglia di scrivere in fondo alla pagina: “Meno male che sta finendo…”.

IMG_20150125_134240

A ogni modo, e a scopo terapeutico, propongo a me stesso e a voi un’altra performance del mio concittadino giurgintàno Giovanni Bivona, che sul tema dell’amore e su due figure che hanno contribuito a renderlo mitologico.

Ma a questo punto, poiché ho utilizzato quasi esclusivamente frammenti di Filemone-Gramellini, non vorrei si diffondesse l’errata impressione che Gioconda-Gamberale non abbia qualcosa da offrirvi. Lei brilla soprattutto per l’irriducibile egocentrismo. Non c’è cosa al mondo che non accada in funzione di lei, e in questo senso si ha il compimento del Ciclo di Cosàzione. Se per mano di Gramellini le cose vi còsano, arriva Gamberale e ricòsa le cose. Queste ultime tornano a essere cose che esistono solo in funzione della Persona. Ma mica una persona qualsiasi, nossignore. Soltanto in funzione di Issa, Gioconda-Gamberale, la Grande Ricosatrice delle Cose. A pagina 35-6 l’egocentrica si fa egotrofica mettendo in mostra una variazione sul tema della Sindrome di Atlante: me misera me tapina, mi tocca caricarmi sulle spalle tutti i mali del mondo! Leggere per credere:

C’erano giorni in cui mi sembrava di soffrire per il dolore di tutti. Mi convincevo che ogni animale seviziato, ogni bambino deriso, ogni foresta abbattuta fossero una ferita all’anima del mondo di cui io dovevo considerarmi responsabile.

Avete capito quanta modestia, e quanta sobrietà? E se le capita di ascoltare in casa un brano che ha fatto la storia della musica, Issa come reagisce? Esattamente come a pagina 63:

La voce di Ella Fitzgerald ha riempito tutte le stanze.

Everytime we say goodbye, I die a little, everytime we say goodbye, I wonder why… Ogni volta che ci diciamo addio, io muoio un po’, ogni volta che ci diciamo addio, io mi domando perché.

E ho pensato, Ella Fiztgerald mi sta facendo notare che, per colpa mia, fra me e Leonardo non ci saranno mai più goodbye . Perché un addio li spazza via tutti.

E già, cosa mai avrà voluto dirle Ella Fitzgerald ogni volta che cantava Everytime we say goodbye? E cosa mai avrà voluto dirle il presidente Giorgio Napolitano durante il suo ultimo Discorso di Fine Anno? E Gesù Cristo col Discorso della Montagna, e l’Onnipotente con le Dieci Piaghe d’Egitto? Cose che non sapremo mai. Perché lei poi passa a altro, e si concede il cicisbezzo letterario. Cioè la citazione da un classico della letteratura, buttata lì a capocchia perché così fanno i Grandi Scrittori. E Issa, in quanto ricosatrice di cose, lo è. Succede a pagina 40:

Che scrittrice potente, Edith Wharton. Che scrittore mediocre, a volte, il destino.

E che libri di merda, sempre più spesso, mi capita di leggere. E di nutrirmene. Deve essere il mio karma, giunto a compimento rendendomi una cosa cosàta.

(3. fine)

(Per scusarmi col grande Lucio d’averlo tirato dentro a ‘sta roba qui, gli dedico un omaggio inserendo i suoi tre brani da me più amati)

Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 2 Vi presento Joe Maya

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini

Chiara Gamberale cura gli attrezzi di lavoro

Chiara Gamberale cura gli attrezzi di lavoro

(La prima puntata è leggibile qui)

Parola d’ordine: ricicciare. Un termine che per i non toscani è incomprensibile e dunque va spiegato. Esso sta per riutilizzare rimaneggiando, rimescolare cose esistenti per far venire fuori una cosa non esistente, riciclare ma facendo come se si stesse innovando. Dunque “fare ciccia”, cioè sostanza, ma con cose non fabbricate ex novo. A suo modo è un’arte, e bisogna saperla esercitare. Chi ci riesce merita comunque un applauso, perché riuscire a far sembrare altro le cose medesime è da fuoriclasse. Per esempio, prendete Leonardo Pieraccioni. E immaginate che un giorno metta sul mercato, spacciandolo per nuovo, un film fatto montando pezzi di tutti i precedenti in una trama coerente. Pensate che qualcuno se ne accorgerebbe? Certamente no.

Leonardo Pieraccioni

Leonardo Pieraccioni

Ecco, questo è un esempio dell’arte di ricicciare. E Pieraccioni vi si è specializzato in modo sopraffino: fa sempre lo stesso film e ve lo vende per diverso. Nell’industria editoriale c’è un corrispettivo di Pieraccioni: Fabio Volo. Ha scritto otto volte lo stesso (desolante) libro, e continua a venderlo come si trattasse di novità a una platea fatta prevalentemente di lettrici incapaci d’accorgersi delle clamorose ripetizioni. Anche lui un fuoriclasse della ricicciata, e non riconoscerlo sarebbe intellettualmente disonesto.

Fabio Volo

Fabio Volo

Vorrebbero esserlo anche i nostri due eroi, Massimo Gramellini e Chiara Gamberale.  In Avrò cura di te, peggior libro 2014, cercano di farlo con discrezione. Ma, ahiloro, non riescono in nessuna delle due cose: sia nel riciccio che nella discrezione.

curategrande

E ciò vale innanzitutto per Chiara Gamberale, che a ogni libro in più sottoposto a analisi mostra un’impressionante pochezza di argomenti e espressioni. Nei mesi scorsi mi sono dedicato a lei, scrivendo tre articoli per Satisfiction (leggibili qui, qui, e qui) dedicati a quelli che al momento erano i suoi due ultimi libri: Quattro etti d’amore, grazie (QEAG) e Per dieci minuti PDM). Nel frattempo sono giunti in libreria il libro di cui qui si fa analisi, e la nuova edizione di Arrivano i pagliacci, con tanto di prefazione vergata dallo scrittore italiano più noioso del nostro tempo: Paolo Di Paolo. E purtroppo mi toccherà leggerli tutti, pure quelli non menzionati, in vista del prossimo Importo della Ferita.

imageItem

Non è una bella prospettiva, ma pazienza. Rimanendo alle cose lette, si nota il ricicciamento gamberalesco sia quanto a temi che a trovate retoriche. Ci sono sempre una protagonista in crisi sentimentale e un marito emotivamente immaturo e sentimentalmente insensibile. C’è la figura della mamma che in età matura e dopo il divorzio gioca a fare la fricchettona e s’innamora di uomini più giovani di lei. La si trova in QAEG come in Avrò cura di te. Chissà come mai, invece, le figure dei padri non vengono tratteggiate in modo negativo. Ma questo è ancora nulla. Il problema è il ripetersi stucchevole di riferimenti e motivi. Se ne trova quanti se ne vuole, e il problema è non abbondare con le citazioni ché altrimenti si scrive un’enciclopedia.

Partiamo dalla questione di distinguere fra la dimensione del qui e la dimensione del lì. A  pagina 81 di QAEG si legge:

In realtà, ero semplicemente una ragazzina disturbata, a un passo dalla diagnosi clinica di psicosi da cleptomania, che, innamorata pazza del suo professore, l’avrebbe seguito ovunque, purché la portasse lontano da se stessa, con la speranza, segreta e non del tutto consapevole, che la distanza si rivelasse l’unico mezzo per arrivare al centro di quella se stessa, dove poter disinnescare il bisogno dei portafogli degli altri, dei loro scarti, degli scalpi dei cuori di ogni uomo che incontrava, dove poter disinnescare la colpa, la tentazione di fuggire da ogni qui, l’incondizionata fiducia nel lì.

Bella roba, eh? Simile a quella che nel peggior libro dell’anno 2014 si trova a pagina 21:

 

Ma che ci fa lui, con i miei libri, se ormai ha deciso e se ne sta, per sempre lontanissimo, in quel lì che un tempo era il nostro qui?

 

Ricorre anche la misteriosa passione per una data: il 29 febbraio. Un giorno intorno al quale imbastire stracche considerazioni esistenziali come quelle che si trovano a pagina 38 di Avrò cura di te:

Leonardo mi ha chiesto di sposarlo il 29 febbraio di cinque anni fa.

Adesso è quasi mezzanotte e fra pochissimo questo ventotto febbraio scivolerà nel primo marzo che lo sta aspettando. Chissà dove va a finire, il ventinove, quando non tocca a lui.

 

A pagina 44 di QAEG una delle due protagoniste femminili ricorda il primo convegno amoroso con l’uomo che sarebbe diventato suo marito. Indovinate un po’ in che data avviene il tutto? Ma il 29 febbraio, che discorsi! Il giorno viene citato con una parafrasi mortalmente allusiva:

Ma nessuno era come me, nessuno era come noi, quel giorno a cui l’anno di solito rinuncia per un primo marzo, in quel parco per cui la città rinunciava per un garage.

 

Il giorno a cui l’anno rinuncia per un primo marzo, cioè quello che non si sa dove va a finire quando tocca a lui mentre il ventotto febbraio scivola nel primo marzo. Vale la pena investire quote del vostro tempo e del vostro denaro per leggere siffatte amenità, vero? E poi addirittura rileggerle, se proprio non potete farne a meno.

C’è poi il tema degli occhi, un classico della letteratura rosa. Esso viene declinato da Chiara Gamberale attraverso le più ardite similitudini. A pagina 132 di Avrò cura di te Gioconda fa riferimento al marito Leonardo (sì, proprio così) usando la seguente frase:

 

Lui mi guardava, zitto, con quegli occhi da sanbernardo ferito (…).

 

La passione per gli “occhi da sanbernardo” era già balenata a pagina 88 di QAEG:

 

“(…) quegli occhi da sanbernardo abbandonato”.

 

E a questo punto ci sarebbe da chiedersi se nei libri di Chiara Gamberale sarà mai possibile vedere un Sanbernardo felice, o quantomeno lasciato in pace dalla sfiga.

"Ho appena incrociato Chiara Gamberale"

“Ho appena incrociato Chiara Gamberale”

Comunque sia, nei due libri gamberalici sui quali ho condotto l’analisi per Satisfiction si trova un’ampia varietà sul tema “Cinquanta sfumature di occhio”. Ecco una veloce rassegna.

 

“(…) quegli occhi liquidi un giorno grigi un giorno acquamarina” (QEAG, p. 36)

 

“Aveva gli occhi marrone triste” (p. 42)

 

“L’occhio di bue pazzo dell’impossibile attenzione di Riccardo per un attimo si ferma lì” (QEAG, p. 47)

 

“(…) mi fa ficcato negli occhi gli occhi sporchi di sonno” (QEAG, p. 48)

 

“(…) gli occhi all’insù, da gattina vanitosa” (QEAG, p. 49)

“Dalla poltroncina davanti a noi si gira un signore, forse infastidito. Ha due occhi di un azzurro incredibile, sembrano pescare proprio nel fondo dell’azzurità, per restituirla così com’è” (QEAG, p. 93)

 

“Con quello sguardo umido, bovino” (QEAG, p. 198)

Gli occhi bovini (QEAG, p. 210)

 

Gli occhi liquidi della vecchina frugavano nei miei, da dietro le lenti spesse. (PDM, p. 68)

 

 

Ma il motivo che davvero Chiara Gamberale ripete allo sfinimento è quello della casa condivisa col partner, che nel momento in cui il rapporto di coppia s’incrina diventa il principale elemento di crisi d’identità. Su questo motivo sono presenti due passaggi nel peggior libro del 2014:

 

Kiki stasera è qui, e a me sembra già un po’ più mia questa casa che mia dovrei cominciare a considerare. (p. 39)

Mi ha preso per mano e abbiamo camminato, in silenzio, fino a casa. Casa sua, casa nostra. (p. 180)

 

Un tema abusato nei due libri da me analizzati, e chissà in quanti altri. Ecco una lista di esempi, col primo che rientra perfettamente nel filone “psico-falegnameria” di cui si disse nel precedente post:

Salgo al piano di sopra, mi chiudo a chiave in camera nostra. Cioè da quasi un anno mia. Però comunque nostra. Comunque nel senso che non l’ho mai sentita nostra, anche quando ci capitava di dormire insieme. O forse è da sempre e solo sua, di Riccardo: che non sa di esserci e nemmeno di non esserci, e che dunque, quando non c’è, quando non occupa realmente uno spazio, c’è più di quando lo occupa. (QAEG, p. 40)

 

Letto un periodo del genere, penso che allo stesso modo in cui esistono preti che si spretano esisterebbero psicanalisti che si spsicanalistano, pronti a farsi pizzaioli o tassisti, se mai dovessero trovarsi sul lettino una paziente che si mettesse a snocciolare un ragionamento del genere.  A ogni modo, vado a chiudere la lista sul tema della casa-mia-o-forse-non-mia riportando gli altri estratti:

Comunque stavolta se l’è presa con la porta della nostra camera da letto. Cioè, la mia: quanto sarà che non dormiamo insieme? Non che sia stata mai la più cara delle nostre abitudini dormire insieme, anzi, all’inizio ne facevamo quasi un vanto: è un modo per difenderci dal due, dicevamo, dall’orrendo, viscido, insidioso, impossibile due, è un modo per preservare l’uno più uno (…) (QAEG, p. 26)

 

Non avevo mai pensato che potesse esistere e resistere un posto così, nel mondo.

In questo quartiere, poi. A tre isolati da casa nostra. Mia. (PDM, p. 67)

 

A tre isolati da casa nostra. Mia. (PDM, p. 69)

 

(…) a pochi passi da casa nostra. Da casa mia, insomma. (PDM, p. 91)

 

 

Ribadisco: ricicciare è un’arte che bisogna essere capaci d’esercitare. Altrimenti il solo effetto è quello di produrre la solita minestra.

Detto del ricicciar gamberalesco, va specificato che c’è anche un ricicciar gramellinico. Un po’ meno grossolano del precedente, e persino con qualche pretesa d’alto livello. Ma niente che possa meritare l’etichetta dell’Ars Ricicciatoria. Certo non la ripubblicazione del meglio (?) della rubrica Buongiorno, vergata quotidianamente per prima pagina de La Stampa e da cui è stato prodotto il volume La magia di un buongiorno a cui nei mesi scorsi ho dedicato attenzione. Ma nemmeno i frammenti che in Avrò cura di te provano a essere Ars Ricicciatoria riescono nell’intento. Per esempio, prendete il frammento di pagina 117  in cui Filemone, alias l’Angelo de li mortacci sua (ADLMS) scrive:

Durante la mia ultima avventura terrena, una donna mi sottopose una questione delicata. Suo marito si era arreso al disagio che gli procurava la condizione di omosessuale represso, lasciandosi cadere da un ponte. La coppia aveva un figlio che ignorava le inclinazioni del padre e le modalità della sua fine. Ma il ragazzo stava per compiere diciotto anni e la madre riteneva che fosse giunto il momento di fargli incontrare la verità.

Le suggerii che sarebbe stato più saggio cominciare a rivelargliene soltanto una parte e mi incaricai personalmente della missione. (…)

 

Mi sbaglierò, ma questo frammento mi sa tanto di Cuori allo specchio, la rubrica tenuta per il magazine Specchio e da cui (manco a dirlo) è stata tratta un’antologia. Ma è in un altro passaggio che il ricicciar gramellinico fallisce miseramente l’obiettivo.  Si tratta di quello alle pagine 59-60 in cui l’ADLMS si mette a filosofare sull’attitudine di noi umani a voltarci indietro per guardare alle cose che ci danno sofferenza nell’oggi. E lì s’inventa una definizione da Museo del Trash:

 

Cerca di sdrammatizzare l’accaduto perché vorrei farti sollevare lo sguardo dalle apparenze. La vita è un ritorno a casa e certi amore che sembrano crepacci diventano ponti  per attraversare il vuoto e avvicinarsi al traguardo. Non voltarti indietro a giudicarli. Il torcicollo emotivo è una malattia dei vecchi. E vecchi si può non esserlo a novant’anni oppure diventarlo già a trentasei, se si perde la voglia di coniugare i verbi al futuro.

 

Penso che il torcicollo emotivo faccia il paio col pensiero a forma di airbag di cui parla la socia Chiara, citato nella precedente puntata. Ma non è questo il punto. Piuttosto, si tratta di capire da dove scaturisca siffatta trovata. Una rapida ricerca sul web offre la risposta, contenuta nella puntata di Buongiorno pubblicata il 24 dicembre 2011.

Il mio amico Joe Maya, esperto in profezie terrorizzanti, si è licenziato ieri da Wall Street per aprire un’agenzia di sopravvivenza, «Occupy Yourself». Occupa te stesso. A volte è più difficile che occupare una piazza. Mi ha mandato l’opuscolo pubblicitario.
«Caro compagno d’avventura, sono orgoglioso di anticiparti che il 2012 ti romperà le scatole. Non potrai più fare quello che hai sempre fatto. Se vorrai sopravvivere, sarai costretto a cambiare. Ho preparato una griglia di incroci che la vita ti getterà fra i piedi nei prossimi mesi. Gli incroci non li hai decisi tu, e questo si chiama destino. Ma quale strada prendere a ogni svolta dipende solo da te. E questa si chiama libertà. Protesta o subisci. Non credo sia più tempo di scrollare le spalle. Se ti tirano uno schiaffo, passati pure una parola di perdono sulla ferita. Ma non avere paura di urlare il tuo dolore.
Accetta o rifiuta. Il mondo è cambiato. Se non sei un cinese o un indiano, probabilmente in peggio. Per provare a cambiarlo daccapo, prima devi prenderlo com’è. Conosci la favola dei due topolini che un giorno non trovarono la fetta di formaggio al solito posto? Uno solo morì di fame: quello che restò ad aspettarla. Scappa o rimani. Puoi cercare altrove (ti suggerisco l’Australia per il clima e il Brasile per la compagnia) oppure cercarti dentro di te. A volte le scoperte più importanti si trovano a chilometro zero. Però ogni tanto alza le chiappe dal computer e azzarda una passeggiata fra gli umani. I sentimenti sono fatti di odori che neppure Jobs era riuscito a mettere in scatola. Delega o agisci. I politici non ti odiano e non ti vogliono bene: semplicemente se ne infischiano di te. Puoi provare a cambiarli, ma ricorda che non c’è limite al peggio, come disse un mio amico prima di conoscere Scilipoti. Oppure puoi provare a ricambiarli. Infischiandotene di loro. La nuova politica è il progetto che farai tu, associandoti con i tuoi simili per un obiettivo comune.
Diffida o credi. Puoi credere che tutto sia un complotto contro di te. Oppure credere in te. (Berlusconi riesce a fare entrambe le cose, ma è un caso unico). La prima strada è più sicura: troverai sempre qualcuno disposto a fornirti le prove della congiura. La seconda è piena di spifferi. Una via per eletti. Ti piacerebbe essere eletto, per una volta? Arretra o evolvi. Arretrare ha i suoi vantaggi, specie se ti trovi a un passo dal baratro. Evolvere ha il suo fascino: la perdita delle sicurezze può farti vincere un rischio, oltre il quale ci sei tu in un modo che adesso non puoi neanche immaginare. Scegli: avanti o indietro. Basta che ti muovi.
Rimpiangi o ricostruisci. Il torcicollo emotivo ha un effetto calmante sui pessimisti. Altri preferiscono guardare oltre le macerie. Il trucco è ripartire da un sogno piccolo. Aiuta a combattere la sensazione di non contare nulla e di non poter cambiare mai nulla, neanche se stessi». Sui deliri di Joe Maya non mi pronuncio. Ma l’ultima frase la sottoscrivo: non sono gli schiaffi a svegliarci, ma i sogni. E poiché il prossimo anno di schiaffi ne arriveranno parecchi, auguro a tutti un risveglio pieno di sogni. 

Emotivo?

Emotivo?

Eccolo qui il torcicollo emotivo. La cui paternità viene attribuita a tal Joe Maya. Che in realtà non esiste, come una seconda ricerca via web dimostra. È un’invenzione dello stesso Gramellini, che gioca con le parole sulla Profezia dei Maya il cui verificarsi era allora pronosticato per meno di un anno dopo. Ma non è un simpaticone quest’uomo? Arguto e spiritoso quasi quanto Beppe Severgnini. A ogni modo, Gramellini s’innamora di questa storia del torcicollo emotivo, e la ribadisce nel corso di un’intervista rilasciata a un sito web. Nel cui testo si può leggere il seguente frammento:

Quindi non bisogna mai voltarsi indierto? [il refuso è nel testo, ndr]

«Io non sopporto la nostalgia, la chiamo ‘torcicollo emotivo’. Non dobbiamo avere rimpianti e penso che la rapidità sia ‘il valore di oggi’. Ma bisogna andare oltre, non dobbiamo sottometterci ed essere ancora più rapidi, bisogna cambiare modo di pensare. Siamo ad un passaggio dell’umanità che non ha precedenti nella storia. Oggi la vita è ricca di stimoli come mai in precedenza. Era meglio prima? No, non era meglio né peggio, era quel tempo, e adesso noi viviamo il nostro tempo!».

Credevate di avere a che fare soltanto con un giornalista. E invece vi ritrovate un vero Maestro di Vita. Peccato che non abbia talento per l’Ars Ricicciatoria. E, per quanto mi riguarda, come Maestro di Vita io preferisca mille volte il mio concittadino giurgintàno Giovanni Bivona. Altra classe.

(Anche stavolta, per risarcirvi delle brutture che vi sono state inflitte, vi regalo un brano musicale che vi ritonifichi)

Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 1 Accettate questo libro

curategrande

Eccellenze italiane. Parlo di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale, e della ditta tirata su dai due per realizzare qualcosa che eccelle per davvero: il peggior libro dell’anno 2014.

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini


Chiara Gamberale

Chiara Gamberale

S’intitola Avrò cura di te, e è stato pubblicato da Longanesi con lo scopo di colonizzare il Natale degli italiani al pari dei cinepanettoni e dei Minipimer da riciclare a feste finite. Un primato fortemente voluto, quello di peggior libro dell’anno. Pianificato e conquistato sul campo con pieno merito. E badate che non era mica facile. La concorrenza era spietata, e per capire quanto lo fosse basta farsi un giro in questi giorni per librerie, ipermercati, pompe di benzina e pizzicagnoli che riservino uno spazio all’esposizione dei volumi più venduti. Lì troverete regolarmente Avrò cura di te, oscillante fra la prima e la seconda posizione, circondato da una batteria di titoli che meglio d’ogni analisi racconta quale sia lo stato culturale della nazione. Perché fra i primi dieci troverete l’ultima fatica di Luciana Littizzetto, L’incredibile Urka. E il fumettone storico di Alberto Angela, I tre giorni di Pompei. E La guerra dei nostri nonni, ultima opera del principe dei tuttologi italiani Aldo Cazzullo. E l’Oroscopo 2015 di Paolo Fox. E Molto bene di Benedetta Parodi. E soprattutto La regola dell’equilibrio di Gianrico Carofiglio, che non soltanto è un libro scadente ma ha pure la particolarità d’essere un esercizio d’autoplagio, come ha illustrato il bravo Alberto Pezzini su Libero: lunghi frammenti sono identici o quasi a brani presenti in un altro romanzo dell’autore, L’arte del dubbio, edito da Sellerio nel 2007.

Gianrico Carofiglio, ma anche no

Gianrico Carofiglio, ma anche no

Il Libro del Non

Nel bel mezzo di questa offerta culturale il libro della ditta Gramellini & Gamberale spicca e trionfa. Legittimamente. Perché a scrivere un libro brutto son capaci tutti, ma per realizzare un’eccellenza in negativo necessita un talento speciale. E i due l’hanno mostrato realizzando il Libro del Non. Non un romanzo perché non c’è ritmo né narrazione di fatti che si sviluppano sotto gli occhi del lettore. Non è un saggio perché i due pretendono d’aver scritto un romanzo e lo dichiarano fin dalla copertina, con tanto di fascetta che strilla di un “romanzo a due voci”. Non un racconto nel senso ampio del termine, perché non v’è la minima traccia d’affabulazione. Non è nemmeno un libro sperimentale, perché ogni chiave e ogni intreccio risultano scontati. Di più: già letti e uditi. Dove? Negli scritti precedenti degli stessi autori, ovviamente. Che avendo nulla da dire, e avendolo già detto altrove, riescono a imbastire un analfabeto sentimentale mettendo in scena per l’ennesima volta le sole figure che riesce loro esprimere. Lei mette un’altra volta sul mercato il personaggio della donna quasi quarantenne in crisi sentimental-matrimoniale nonché inguaribilmente narcisista. Lui continua a cavalcare il ruolo autoconferito di “esperto di cose sentimentali”, il Natalio Asperso delle residue amiche di penna che ancora affidano alle lettere al giornale le frustrazioni sentimentali, anziché sfogarle con un post su Facebook. Partendo da queste maschere i due organizzano i contenuti del prodotto editoriale natalizio da banco. E già guardando alla trovata apparecchiata dai due si capisce come non sia necessario leggerlo per sapere che Avrò cura di te è il peggior libro del 2014.

L’angelo de li mortacci sua

Di cosa tratta il libro? Presto detto. Esso si sviluppa tramite un dialogo epistolare fra una donna in crisi e il suo angelo custode. E lo so che quanti fra voi non l’hanno ancora letto stanno tirando un sospiro di sollievo per non aver buttato nel cesso tempo e denaro. Però adesso costoro mi usino la cortesia di leggermi fino in fondo, quantomeno per ripagarmi d’aver evitato loro la sòla.

Dicevo dei due personaggi. Lei si chiama Gioconda, e è un’insegnate di scuola superiore appena mollata dal marito. Che insegna nella stessa scuola di lei, e come da copione abusato ha immediatamente trovato consolazione in una donna più giovane di una decina di anni. L’angelo si chiama Filemone, e ha il compito di accudire Gioconda intossicandola con le più cicisbee fra le insensatezze sentimentali. Roba che al confronto Liala sembra Kierkegaard. E non penso di compiere un crimine se faccio dello spoiler e svelo un paio di cose. La prima riguarda l’esito della crisi coniugale di Gioconda, che infine torna assieme al marito come pretende un canovaccio natalizio confezionato per le famigliole italiane. La seconda è legata all’angelo Filemone: che in una vita precedente aveva alimentato un amore platonico per la nonna di Gioconda. Quest’ultima, seguendo ancora una volta lo schema della sana tradizione familista italiana, porta lo stesso nome della nipote e mantiene segreto quell’amore platonico d’una vita intera per rimanere devota al marito. Vista da chi suole nutrirsi di melodrammoni, la figura di Filemone è l’ennesima variazione sul tema dell’Amore che non muore mai. Valutata invece da chi lascia certe cose ai gonzi, il Custode di Gioconda non può che essere un ADLMS: che non è una nuova formula di internet  iperveloce, ma sta per Angelo de li mortacci sua. Nel senso che è legato all’amata e defunta nonna, va da sé.

E proprio dalla figura dell’ADLMS prende avvio la storia, con un incipit (pagina 9) che per il lettore è a rischio di morte cerebrale istantanea:

Da qualche parte nell’Universo esiste un mondo non visibile agli occhi in cui si aggirano sagome vibranti di luce. Sono le anime degli Innamorati Eterni e palpitano a coppie, trovando l’una nell’altra le ragioni del proprio splendore.

Se siete sopravvissuti al frammento di sopra significa che potete proseguire nella lettura. Ma prima di andare avanti devo fare una precisazione per rendere più fruibile questo post e la gestione dei vostri neuroni. L’estratto appena citato appartiene a uno dei capitoli in cui prende voce Filemone-Gramellini, alias l’ADLMS, e viene qui riportato in corsivo come nel libro. I capitoli in cui prende voce Gioconda-Gamberale sono invece resi nel libro in carattere normale. Li riporto in grassetto per distinguerli dal testo del post, ma anche perché il senso d’inutile pesantezza che emanano merita d’avere un corrispettivo grafico. E il primo segmento di testo gamberalesco che v’infliggo fa perfetto pendant con quello gramelloso di poco sopra. A pagina 11 si legge:

Scusa. Mi rendo conto: non si chiede aiuto così. Ma io non l’ho mai saputo chiedere, aiuto. Eppure ora lo chiedo a te, anche se probabilmente non esisti: proprio perché probabilmente non esisti.

 

Anche se probabilmente non, proprio perché probabilmente non. Giusto perché è il Libro del Non. E allora si parte subito coi labirinti dentro cui il lettore viene proditoriamente scaraventato, costretto a sobbarcarsi le altrui seghe mentali. Oggetto di psico-falegnameria di cui il prodotto editoriale natalizio da banco abbonda. A pagina 18 se ne ha un altro esempio. Succede che l’ADLMS si manifesti a Gioconda tramite lettera, e allora lei accolga così la notizia:

Ma allora esisti sul serio (sempre che esistenza e serietà abbiano qualche relazione tra loro)?

 

Non so se cogliete l’assurdità, perciò ve la rendo esplicita. Gioconda, nel pieno della depressione, scrive una lettera a un angelo di cui può solo ipotizzare l’esistenza, e gliela scrive “anche se probabilmente non esisti: proprio perché probabilmente non esisti. Invece quello (‘O miracolo! ‘O miracolo!) le risponde. E lei d’acchito, invece di svenire per l’emozione, o fare le capriole, o piangere di gioia, cosa fa? Prende a interrogarsi sul fatto che esistenza e serietà abbiano una relazione fra loro.

Il fatto è che lei, Gioconda-Gamberale, ci tiene a rimarcare d’essere una diversamente emotiva. Mica basta un ADLMS a sconvolgerle la percezione del mondo. Sicché, quando il marito la scarica via mail scrivendole una frase che a una persona mediamente dotata di sangue nelle vene scatenerebbe istinti uxoricidi (“Certamente allo zoo gli animali esotici come te incantano, ma forse a casa è meglio portarsi un gattino”, pagina 34), lei reagisce con un gioco di parole dall’effetto lassativo:

E allora forza, su: tenetevi le vostre anime lineari e i vostri gattini. Capaci di accettare nel senso che date voi al termine, mentre io accetto nel senso che mi viene da spaccare tutto.

 

E voi lo vorreste accettare un libro così?

Ecomostri

Quale che sia la vostra risposta, io la mia ce l’ho. Ma devo centellinarvela, tanto più che andando avanti con questa stroncatura mi rendo conto che il compito è più gravoso di quanto credessi. Ero partito per liquidare il tutto con un solo post, e invece scopro che ne servono almeno tre. Del resto, siamo o no in presenza del peggior libro del 2014, un’eccellenza in negativo della cultura italiana? E allora, che diamine!, bisogna impiegare la quantità di risorse che serve. Così come non basta un petardo per abbattere un ecomostro, non può essere sufficiente un post per stroncare tutto ciò che in Avrò cura di te c’è da stroncare.

Il compito è vasto e richiede impegno minuzioso. Sicché, preso atto di ciò, vado a chiudere questa prima puntata con altre perle d’insensatezza disseminate qua e là dall’eccellente ditta. Quelle di Gioconda-Gamberale sono addirittura abbacinanti. A pagina 138 è piazzato un nonsense di quelli che lasciano il segno nel lettore come una mattonata in fronte. Succede che Gioconda ricordi quale sia stato il primo pensiero balenato in mente dopo essere stata lasciata dal marito. Fra tutte le cose possibili, pensa che non andrà mai a Rapa Nui, meta di vacanza sognata insieme a lui quando la loro storia d’amore iniziava. E ripensandoci fa la seguente considerazione:

 

È stato un pensiero a forma di airbag, di quelli cretini che quando un evento davvero brutto ci travolge vengono fuori per proteggerci dall’urto con la realtà…

 

Ecco, col “pensiero a forma di airbag” siamo ufficialmente entrati nel territorio del trash. E poiché si tratta diu una ditta, e le incombenze vanno ripartite fifty-fifty, ecco che Filemone-Gramellini, alias l’Angelo de li mortacci sua, offre il proprio contributo riuscendo nell’impresa di superare la socia. Succede a pagina 37, quando l’ADLMS affida a un post scriptum una grande rivelazione sulla propria missione:

S. Noi Custodi siamo i vostri antennisti di fiducia: aggiustiamo i cavi e le parabole guaste. La tariamo di continuo, affinché il segnale vi arrivi nitido nonostante i fulmini e gli uragani della vita.

 

L’evoluzione dell’angelo custode: dalle parabole evangeliche a quelle satellitari. E in caso di disagio spirituale, nessun problema. C’è il digitale terrestre.

(1. Continua)

(E adesso, a compensazione dell’orrore che vi è stato inflitto, vi regalo un consiglio musicale ristoratore)

Libri che ho amato – 1: Quella strada nascosta che porta a Villa Ventosa

60d921651036a907eb3e4da33357b652_w_h_mw650_mh

 

 

Per capire quanto sia difficile trovare la strada che porta a Villa Ventosa bisogna dapprima rendersi conto di quanto siano fuori mano i percorsi di lettura che conducono alla sua creatrice. Una splendida signora inglese sessantaseienne di nome Anne Fine, scarsamente nota in Italia. Provate a chiedere in giro, anche fra i più voraci lettori di libri che conoscete. Difficilmente sapranno darvi indicazioni. E magari qualcuno s’illuminerà quando gli chiederete con una punta d’indulgenza: “Ma come, non sai che è l’autrice di Mrs. Doubtfire?”. Le labbra disegneranno una “o” di stupore, e da lì seguirà una considerazione che suonerà più o meno: “Non l’avrei mai immaginato”. E a quel punto resterà il dubbio a voi su cosa la persona con cui avete interloquito non avrebbe mai immaginato: che l’autrice di Mrs. Doubtfire si chiami Anne Fine, o che il film sia stato tratto da un romanzo? Di sicuro, incassata quell’informazione la persona da voi illuminata tornerà a ignorare Anne Fine. E con animo lieve riprenderà a leggere Massimo Gramellini.

 

Anne Fine

Anne Fine

imagesdoubtfire

 

Eppure ce ne sarebbero di motivi per conoscere Anne Fine. Non soltanto perché si tratta d’una scrittrice eccellente sia per qualità che per quantità di produzione editoriale, ma anche perché si tratta di un personaggio a tutto tondo. Nata a Leicester nel 1947, Fine è autrice di una vasta serie di romanzi rivolta a diverse categorie di lettori raggruppate per fasce anagrafiche: bambini, adolescenti, persone adulte. Libri che in Gran Bretagna le sono valsi onorificenze e riconoscimenti d’alto prestigio. Ma c’è altro nella biografia di Anne Fine che merita d’essere citato. L’autrice ha lavorato due anni presso l’ufficio stampa di Oxfam, la ONG che si batte contro la povertà nel mondo. E è stata sposata per lungo tempo con un filosofo e matematico della New York University e della Birmingham University che porta il suo stesso cognome, Kit Fine.

 

Kit Fine

Kit Fine

 

Quest’ultimo è un accademico di fama internazionale, autore di libri su temi d’epistemologia e di filosofia del linguaggio. Chi volesse può ristorare la mente leggendo alcuni suoi paper disponibili sul web.

 

 

Dal matrimonio fra Kit e Anne Fine sono nate due figlie, Cordelia e Ione.

 

Cordelia Fine ha passaporto canadese e insegna presso la Melbourne University e la Melbourne Business School; è una psicologa specializzata negli studi di genere, e alcuni suoi libri come Delusions of gender. The real science behind sex difference e A mind of its own. How your brain distorts and deceive hanno suscitato dibattito e polemiche presso la comunità accademica.

 

Cordelia Fine

Cordelia Fine

a_mind_of_its_own_webdelusions_of_gender_web_girl

 

Dal canto suo, Ione Fine è assistant professor di psicologia presso la Washington University.

 

Ione Fine

Ione Fine

Una famiglia intellettuale a tutto tondo, dunque. Forse un po’ troppo per la mentalità italiana, abituata a “coppie intellettuali” che vanno da Trevi-Gamberale a Sofri-Bignardi passando attraverso Caressa-Parodi. Ogni paese ha ciò che merita, effettivamente.

Il matrimonio fra Anne e Kit finisce perché lei, come racconta al Daily Telegraph, si stanca di girare il mondo dietro al marito. Nel 1981 se ne torna a Edimburgo portando con sé le figlie ancora bambine. Lì comincia una nuova vita, che trova una svolta quando Anne conosce Dick Warren viaggiando in treno fra Edimburgo e Londra. Di lì a poco Dick diventa il suo secondo marito, e con lui vive tuttora nella Contea di Durham.

Ciò che fin qui vi ho raccontato di Anne Fine sarebbe sufficiente a stimolare curiosità sul personaggio e le sue opere. Ma in realtà, al momento del mio primo incrocio con l’autrice conoscevo di lei esattamente ciò che quasi tutti voi conoscevate prima d’iniziare a leggere questo post: nulla. E per fortuna esistono gli incontri causali, che nelle esperienze di lettura sono quelli che portano alle scoperte più feconde. La scoperta casuale è avvenuta durante una delle mie frequenti puntate presso il banchino di libri usati che si trova all’incrocio tra via de’ Martelli e via de’ Pucci. Chi vive a Firenze lo conosce bene, e sa che quello è uno dei punti di riferimento privilegiati per gli amanti del libro fiorentini. A pensarci bene, proprio lì ho scoperto quello che sarebbe diventato il libro più importante della mia vita. Ma ci sarà tempo per parlarne. Al momento basta dire che al proprietario di quel banchino devo una certa gratitudine, senza che lui lo sappia.

Un giorno di diversi anni fa, passando da quel banchino, m’imbattei in un libro di Anne Fine. Non ricordo quanti anni fa, perché quella copia del libro giace adesso in cantina assieme a qualche altro centinaio di volumi disordinatamente accatastati. Posso invece dirvi con certezza la data in cui, presso lo stesso banchino, quel libro l’ho ricomprato: 10 gennaio 2014, come annotato sulla prima pagina bianca. Ho rivisto quella copertina verde pastello di Adelphi, il dipinto raffigurante un paesaggio bucolico visto dalla finestra, e il titolo che al tempo in cui comprai il libro suscitò in me una curiosità tutta da testare: Villa Ventosa (edizione originale In cold domain, 1994).

domain

 

Il prezzo richiesto dal proprietario del banchino era basso abbastanza da indurre a soddisfare senza pentimenti lo sfizio di ricomprare il volume, magari per regalarlo dopo averlo riletto: 5 euro. E così è stato.

La seconda copia di Villa Ventosa è rimasta dormiente fino alla scorsa settimana, in attesa di una sorte qualsiasi. La rilettura, o il dono, o un viaggio in cantina per consentire un minimo di turnover negli scaffali sempre più assediati delle librerie di casa. Ma nel momento in cui ho deciso di inaugurare questa serie di post dedicati ai libri che ho amato mi è parso naturale partire dal libro di Anne Fine. Che racconta una storia minimal eppure profonda, di cui è protagonista una famiglia radunata attorno alla madre dispotica e alla dimora intorno a cui ruota la storia di questo gruppo: Villa Ventosa, appunto.

Riprendendo in mano quel volume avevo ancora in mente la sensazione di spiazzamento che mi venne trasmessa dal rovesciamento di prospettiva giunto a pagina 45, lì dove inizia il capitolo 9 dal titolo “C’era mai stata una volta…”. Fino a quel momento ogni pagina aveva trasudato sensazioni profondamente negative nei confronti di Lilith Collett, la madre e padrona di casa. Una donna dispotica, egocentrica, manipolatrice. Francamente odiosa in ogni sua espressione, e proprio per questo temuta e riverita dai quattro figli. Un personaggio di cui credevo d’aver capito tutto. E invece, a pagina 45, ecco il rovesciamento. Per la prima volta viene rappresentata la visione delle cose di Lilith. E d’incanto ogni cosa cambia tono e prospettiva. Proprio in quel momento ho avuto la certezza di trovarmi al cospetto di un libro fuori dall’ordinario, e di un’autrice di spessore superiore. E riprendendo il libro fra le mani ho aspettato di ripassare attraverso quello snodo per vedere se si ripetessero le sensazioni provate allora.

Confesso che alla rilettura quel passaggio non mi è parso così dirimente. Il che non ne sminuisce il valore. Piuttosto, conferma che ogni rilettura del medesimo testo ci suscita e svela qualcosa di diverso. Infatti il mio nuovo viaggio fra le pagine di Villa Ventosa mi svela dettagli cui alla prima lettura non avevo dato importanza. Ma di questo parlerò la prossima volta. Per il momento preferisco riportarvi le parole dell’autrice a proposito del personaggio di Lilith, pronunciate nel corso di un’intervista rilasciata a Radio 3 Rai:

La madre rappresenta un caso interessante: l’ho immaginata come un’esponente dell’ultima generazione la cui vita e’ stata condizionata dall’imperativo di fare figli al di la’ dei desideri individuali.
La contraccezione non era disponibile e cosi’ anche donne che ora non farebbero figli o ne farebbero uno solo erano obbligate a vivere ripetute maternita’ e questo condizionava loro la vita. Nel caso della signora Collett questo condizionamento e’ stato devastante.

Sì, bisognerà parlare un bel po’ del personaggio di Lilith Collett.