Pallonate – Le galosce di Sinisa e un primogenito chiamato 6-1

I successi sportivi sono un galvanizzante naturale, specie in una piazza come Napoli abituata a vivere di passioni forti. E se a raccontarli è un giornalista come Antonio Giordano del Corriere dello Sport-Stadio, capace di trovare il lato epico pure in una gara di curling, immaginate un po’ cosa venga fuori. Roba da vertigini.

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Antonio Giordano

 

È stata così anche dopo la larga vittoria della squadra di Maurizio Sarri contro l’Empoli. Così celebrata da Giordano nell’edizione di lunedì 1 febbraio: “The show must go on: ed è uno spettacolo a cielo aperto, un calcio sublime, la ricerca d’un apparentamento con il passato remoto o recente (all’olandese? Il tiki-taka?), il divertimento allo stato puro d’una squadra che non si nega nulla e nelle cinquanta sfumature d’azzurro (le reti, i punti) si riscopre una città persa nel suo legittimo sogno”. Chi conosce lo stile di Giordano sa che periodi come questo sono la norma e non l’eccezione. Chi invece non aveva mai avuto l’onore farebbe bene a concedersi un respiro prima di proseguire: “La Grande Bellezza eccola qua, è in un Napoli alla sua sesta manita stagionale, un frullatore capace di disintegrare l’Empoli (che per un’ora è vivo), di dominare una partita divenuta perfida, di prendersela, arricchirla del rendimento straripante di chiunque, dei centrocampisti che pressano e degli attaccanti che la spaccano”.

Poesia pura, quella di Giordano. Una prosa talmente alata da richiedere un brusco ritorno alla realtà. Sicché, quale miglior antidoto che la prosa di Alessandra Bocci della Gazzetta dello Sport? Povera figliola, prova da una vita a fare la poetessa del pallone. I risultati sono desolanti, ma c’è da apprezzare la perseveranza dello sforzo.

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Alessandra Bocci in tutto il suo splendore

 

Il suo articolo su Sinisa Mihajlovic nell’edizione del primo febbraio contiene dei passaggi che per il lettore sono un invito al suicidio assistito. Per esempio, questo: “Mihajlovic sempre all’ultima spiaggia, e a un certo punto conviene comprarsi delle belle galosce per tenere i piedi asciutti”. Sì, lo so che avreste preferito mettere una guancia sulla piastra degli hot-dog piuttosto che leggere ‘sta roba qui. Ma questo è ciò che i lettori della Gazzetta si ritrovano quasi quotidianamente. E almeno voi non dovete pagare, per il frammento precedente come per quello che segue: “Non è più tempo di scherzi, probabilmente. Mihajlovic ha capito da un po’ che la sua strada nel Milan è piena di siepi, ponticelli, staccionate trabocchetto e cancelli malfermi quanto il suo posto in panchina”. O come la prosa della Boccina.

Del resto, di poetesse mancate la Gazzetta dello Sport pullula. Per esempio, Fabiana Della Valle, autrice di un esercizio di stile fra i più diffusi nel giornalismo sportivo italiano. Lo si ritrova a pagina 19 dell’edizione del primo febbraio, in un articolo sulla prova dello juventino Paul Pogba sul campo del Chievo: “Diceva Honoré De Balzac che ricchi si diventa, eleganti si nasce. Lo scrittore francese del diciannovesimo secolo non ha avuto la fortuna di veder Paul Pogba, altrimenti avrebbe pensato pure lui che il suo connazionale calciatore ha avuto in dono questa qualità”. Povero Balzac, che cosa si è perso: i palleggi di Paul Pogba e le vaccate di Fabiana Della Valle. Dimenticavo: l’esercizio di stile espresso dalla cronista gazzettara è sintetizzato dall’acronimo CLAM. Citazione Letteraria Ad Minchiam.

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Fabiana Della Valle

 

La limpida prosa di Tony Damascelli. Dal Giornale del primo febbraio: Domingos Alexandre Rodrigo Dias da Costa, mentre gli interisti provavano a leggere tutta quella roba lì, Alex, che così si fa sbrigativamente chiamare, ha piazzato la sua crapa pelata confezionando il tortello carnevalesco per i suoi fratelli rossoneri e ha svegliato il derby”. Svegliare il derby piazzando la crapa pelata e confezionando un tortello carnevalesco per i suoi fratelli. La logica è fuori di qui.

 

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Tony Damascelli

Ma se si tratta di logica, e soprattutto di pulizia del periodo, allora Gaia Piccardi del Corriere della Sera straccia tutti. Certi mappazzoni di parole potete leggerli soltanto nei suoi articoli. Roba che un giorno potrebbe sostituire i Test di Rorschach. Nell’edizione del primo febbraio un suo articolo commentava la vittoria di Novak Djokovic agli Australian Open. Riflettendo sull’apparente imbattibilità del serbo, Sua Gaiezza si è lasciata andare alla seguente considerazione: “Ha vinto quattro degli ultimi cinque Slam e ancora ci chiediamo come abbiano potuto i bermuda da surfista di Wawrinka spezzare l’incantesimo l’anno scorso sulla terra rossa di Parigi (…)”. E già, come avranno fatto i bermuda da surfista di Wawrinka? E cosa mai avrebbero potuto combinare i mutandoni in flanella di Nonna Papera? Manco la kriptonite. Ma il frammento migliore di quell’articolo è un altro: “Andy Murray si assenta subito, sfumata l’occasione break al primo game, zavorrato dalle fatiche con Ferrer e Raonic, distratto dall’imminente nascita, dall’altra parte del pianeta, del primo erede (6-1)”. Bel nome quello dell’erede di papà Andy: 6-1 Murray. E allora mi sentirei di ribattezzare Sua Gaiezza: 6-0 Piccardi.

Severgnini dispensa consigli di viaggio esistenziali. Ma a prendere il largo è soltanto la sua grammatica creativa (Panorama n. 20, 14 maggio 2014)

Cari amici, questo è il l’articolo pubblicato sul numero di Panorama in edicola fino a stasera. E domani tocca a Gramellini.

 

Una nuova vetta nella storia del pensiero occidentale. È quella che si sente di toccare a ogni nuovo libro di Severgnini Beppe da Crema,il Bertrand «Rascel» del XXI secolo. Già leggendo il titolo del suo ultimo volume scatta il tremore ai polsi: La vita è un viaggio. Molto originale. E in attesa che esca il prossimo(sarà forse L`importante è la salute?) tocca centellinare la saggezza dispensata da quelle pagine per non andare in overdose. Per esempio, «Siamo tutti viaggiatori della vita». Ma dai! Oppure: «Si possono scoprire cose meravigliose anche vicino a casa». Giura! E ancora: «Solo viaggiando s`impara a viaggiare. S`impara guardando, parlando, ascoltando, aspettando. E scrivendo, se uno lo sa fare». Condizione, quest`ultima, che stando alla pulizia della sua prosa non risulta indispensabile. L`uso della grammatica è creativo. Si legge per esempio che «nessun viaggio e nessuno spettacolo – neppure il nostro dura per sempre». A dire il vero viaggio e spettacolo sono due, dunque sono nostri e durano. E fosse solo questo passaggio. Più avanti si legge: «L`autorevolezza di una testata o di una firma non bastano». Ma se l`autorevolezza è una, perché non bastano? Misteri della saggezza severgniniana. Come quello di pag. 149: «Aprire e gestire un`azienda, oggi, è un atto eroico». Veramente a me pare che gli atti siano due, ma non è questo il punto. Il punto è che per Severgnini la vita è un viaggio nella decostruzione della lingua, partendo dai significati dei vocaboli. Leggendario il passaggio alle pagine 44-5, dove il nostro Bertrand «Rascel» spiega come l`immutato successo dei nostri latin lover stia nel fatto che «molti maschi italiani, ancora oggi, riescono a sintonizzarsi sulla controparte femminile in un modo sconosciuto ai nordeuropei». La controparte! E perché non la contropartner? Forse il problema sta nel fatto che il nostro scrive troppo in angloamericano. Lo fa per snocciolare common places sul New York Times a proposito dei turisti che non visitano l`Italia da Napoli in giù, e poi torna a usare l`italiano sul Corriere della Sera per respingere le accuse e fare il martire manco fosse Giordano Bruno, anzi: Jordain Brown. Tattica ben rodata, la sua, che sulle colonne del Nyt si potrebbe ribattezzare «mourn and screw», libera traduzione del partenopeo «chiagni e fotti» che Severgnini pratica sulla stampa nostrana. Tutto molto Italians. Anzi, molto Italiots.

 

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Il gigante sfregiato e il libro massacrato

Cari amici, questa è la versione integrale della stroncatura di “Il gigante sfregiato” di Enrico Vanzina, della quale è uscita una versione abbreviata sull’Unità di oggi. Buona lettura

Prima il nome, poi il libro. È una regola ormai consolidata per l’editoria di questi tempi italiani, ridotta alla caccia all’autore-banner. E tale regola trova ennesima conferma nel cosiddetto romanzo giallo di Enrico Vanzina, Il gigante sfregiato, pubblicato a luglio da Newton Compton. Un libro che fra l’altro è piaciuto a Antonio D’Orrico, book jockey del Corriere della Sera. Ci avrebbe stupito il contrario. Del manufatto D’Orrico ha scritto: “(…) questo è un gran bel romanzo scritto da un vero scrittore con un tocco neochandleriano di freschissima malinconia”. Stiamo parlando dello stesso D’Orrico che nel 2002 ebbe a definire Giorgio Faletti “il più grande scrittore italiano”. E adesso quella frase campeggia nelle nuove edizioni dei libri falettiani marchiati dalla new company Baldini-&-Castoldi-non-più-Dalai. Memento per il BJ e per chiunque altro che certe figure scatologiche ce le si porta addosso a vita come fossero pochette nel taschino.

 

Enrico Vanzina, lo scrittore-banner

Enrico Vanzina, lo scrittore-banner

 

 

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Ma com’è il romanzo con tocco neochandleriano di freschissima malinconia? Presto detto, con una premessa: non ci si sofferma sulla trama, che è un guazzabuglio assurdo d’improbabilissime trovate di cui si perde presto il filo. Ricostruirla significherebbe dissipare tutto lo spazio. Meglio dedicarsi al testo, cominciando dai soliti richiami di copertina da banco dei detersivi che rendono famoso il packaging di Newton Compton. Si legge fra l’altro che “il giallo incontra la commedia all’italiana” (ai giardinetti?), e che il testo ricorda “un po’ Chandler un po’ Simenon”. Er Monnezza, inconsolabilmente offeso, ha tolto il saluto all’autore-banner. Si parla anche di “Le indagini del detective Mariani”; e ciò significa che incombe su di noi la minaccia di una serie. Siete avvisati, barricatevi in casa.

L’incipit è già esauriente. Uno ce la mette tutta a scacciare i pregiudizi sul libro di Enrico Vanzina, ma poi basta leggere le prime righe e ecco che ogni sforzo è vanificato: “La prima volta che incontrai Sandrone era un pomeriggio come tanti, uno di quelli in cui sarebbe potuto accadere di tutto. O invece niente” (p. 9). Leggendo questa avrete letto tutto il libro. Cioè niente. Ma noi quel niente, per deformazione professionale e anche psicologica, ce lo siamo voluto sorbire fino in fondo. Il che ci ha permesso di trovare, nel finale (pagina 241), un frammento praticamente identico all’incipit: “Ci fissiamo per una frazione di secondo. Un secondo nel quale c’era tutto quello che c’era stato tra noi. Molto. Ma anche nulla” (p. 241). Chissà se anche l’editor sarà stato ipnotizzato dal tocco neochandleriano di freschissima malinconia, al punto da lasciarsi sfuggire la ripetizione. Ci s’inoltra nelle pagine vergate neochandlerianamente e si va a scoprire strepitosi nonsense. Per esempio, a pagina 10: “Malgrado i capelli incolti e lunghi, aveva comunque un viso pulito, somaticamente leale”. E che diamine sarà mai ‘sta lealtà somatica? Quesito da girare a Raffaele Morelli, che magari ci campa su per 5-6 puntate di psico-pop. Il tizio che mostra tale soma è il rugbista Sandrone, che di se stesso dice (p. 14): “Ho amici che si contano sulle dita di una mano mozza”. E il detective Mariani, di rimando, commenta a questo modo la piatta esistenza del rugbista: “’Non è proprio la biografia di Marco Polo’, commentai ironicamente”. Due umoristi da infarto. Inoltre, c’è un passaggio che fa il paio con quello sulla lealtà somatica. È piazzato a pagina 33: “Era un vecchio poliziotto disilluso, ma ancora in grado di distinguere i bersagli del suo cinismo stanziale”. Cinismo stanziale? Misteri della neolingua newtoncomptoniana. Un idioma al quale Vanzina fornisce sostanziosi apporti, come quello riportato a pagina 121: “A me mi stavano pagando in due”. Perla d’assoluto valore a pagina 39: “Lo vidi arrivare in via Gioberti con aria dinoccolata”. Che aria triste e dinoccolata hai, mia cara: hai forse contratto la scoliosi sentimentale? Ancora, a pagina 57:“C’era stato, infatti, un tempo nella mia giovinezza in cui mi ero intestardito con le prospettive, i colori, la tempera. Una breve illusione artistica stroncata dal pragmatismo di mio padre, che mi obbligò a sterzare verso la carriera di avvocato. Acqua passata. Ormai quasi una vertigine”. Cosa c’entrerà mai la vertigine? La vetta del sublime si tocca pagina 135: “Giuliani mi fissò con l’essenza etimologica della sorpresa stampata in faccia (…)”. L’Essenza Etimologica della Sorpresa. Possibile che l’Accademia della Crusca non ci abbia ancora dedicato un’intera sessione di lavori?

Ciò che più spicca, nel libro dal tocco neochandleriano d’altissima malinconia, sono le imbarazzanti similitudini. La lista è sterminata: “Sandrone, al contrario, sembrava avermela raccontata giusta. Dritta come la piega di un pantalone uscito da una tintoria” (p. 16); “Lo fissai con un sorriso freddo come un ghiacciolo (…)” (p. 21); “La bionda mi lanciò uno sguardo gelido come avrebbe dovuto essere quella vodka (…)” (p. 28); “(…) entrò Giuliani, tarchiato come un boccale di birra” (p. 33); “La lista di quelli che ha spedito al pronto soccorso è fitta come due pagine di versetti del Corano” (p. 35); “Era visibilmente moscio, come una pianta da interni abbandonata in salone durante le vacanze” (p. 40); “Li feci ingabbiare come scimpanzé allo zoo” (p. 44); “Gli lanciai uno sguardo affilato come una lama” (p. 48); “La città pareva caduta già in catalessi, vuota come una bottiglia di Veuve Cliquot sul banco di un night all’ora di chiusura” (p. 72); “(…) ronfava tranquillo, un rombo simile al motore di un vecchio battello fluviale dell’Amazzonia” (p. 81); “Combaciavano come le valve di una stessa cozza” (p. 86); “Trovare il 439 non fu facile come mandare giù una pillola per il mal di testa” (p. 87); “Era spaventata come una bambina al Luna Park, nella casa delle streghe” (p. 91); “Quel nome mi rimbombò nelle tempie come un tuono” (p. 92); “Nel furgone calò un gelo da inverno finlandese” (p. 123); “Lugubre come un quadro espressionista tedesco” (p. 131); “Uscii dalla Questura di via Genova leggero come un petalo di mandorlo” (p. 136);”Vivevo dannatamente solo, in una casa lercia e solitaria come un calzino spaiato” (p. 149); “Mi preparai un caffè nero come la pece” (p. 175); “E mi concentrai di nuovo sul caso nudo e crudo. Era come una forma di groviera: piena di buchi” (pp. 176-7); “Mi stampò un bacio sulle labbra. Leggero come un fraseggio di Mozart” (p. 191); “Lei mi lanciò uno sguardo affilato come una rasoiata. Ma era solo un’occhiata, non mi fece sanguinare” (p. 216). In particolare, ecco una doppietta dedicata alla escort Fatma: “Fatma Sorrise. Un sorriso malinconico come un giorno di nebbia” (p. 74); “Sfoderò un altro sorriso triste come un fado” (p. 76). A pagina 31 ecco un frammento da oscar della ridondanza: “(…) mi gridò con un gracchiante rantolo asmatico”. Cioè, aveva l’asma e perciò rantolò gracchiando. Vabbe’.

Strepitose le descrizioni d’ambiente. A pagina 130: “Dopo la lunga estate torrida che aveva avvolto per mesi la città, l’arrivo di quelle folate di vento freddo ti facevano già rimpiangere l’umidità afosa di agosto. Siamo strani animali: non ci adattiamo mai allo svolgersi ciclico delle stagioni”. Notare l’errore di grammatica: “(…) l’arrivo di quelle folate (…) ti facevano rimpiangere (…)”. Meglio ancora a pagina 81:“Nuvoloni carichi di brutti presagi scorrevano come ombre cinesi sotto al coperchio del cielo”. Non sembra una telepromozione di pentole a pressione? E i luoghi comuni? Presenti. Si va dal “palpabile imbarazzo” (p. 131), alla porta che si chiude “con un colpo sordo” (p. 171), per giungere al “passo felpato” (p. 214).

Alla fine l’autore-banner sente di dover esprimere gratitudine a una persona (p. 245): “Ringrazio Olimpia Ellero, la quale, con la sua intelligenza e la sua tenace competenza, mi ha suggerito semplificazioni narrative ed efficaci soluzioni di sintassi”. E meno male che la signora “La Quale” l’ha ben consigliato! Altrimenti sai cosa ci avremmo trovato in quelle pagine.

Certo, per quanto attenta le è sfuggito il passaggio da antologia a pagina 146: “Per il momento la mia era solo una sensazione. Una sensazione sensata, però”. Magari anche un po’ sensitiva. Sicuramente neochandleriana e di freschissima malinconia.

 

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Aggiudicato il Premio Fascetta Idiota 2013

Chi mi segue sa che da qualche tempo a questa parte mi soffermo con particolare attenzione sull’Era Fascettista dell’editoria italiana. Ovvero, su quell’abitudine recente delle case editrici italiane di guarnire i prodotti editoriali con fascette-banner da reparto detersivi degli hard discount. Verrà il giorno in cui all’Era Fascettista verranno dedicate mostre e retrospettive. Ma adesso che essa appartiene alla contemporaneità si può soltanto registrarne le singole espressioni. In questo senso, la performance bella fresca prodotta dalla casa editrice Garzanti è un’eccellenza italiana.

E’ ospitata da un manufatto etichettato come romanzo e firmato da Alessandra Appiano. Il titolo è Solo un uomo. E vabbe’, vorrà dire che i prossimi cimenti letterari della signora Appiano potrebbero intitolarsi Solo lettera a un bambino mai nato, o Solo niente e così sia. Inoltre, la lettura delle prime righe della sinossi piazzata nel risvolto della seconda di copertina è un preavviso d’in-qualità: “La luce dell’alba trafigge le finestre socchiuse”. ‘Azz, che immagine originale e potente! Non dubito che questo libro sia una schifezza, ma prima di dare un giudizio definitivo devo leggerlo.

Invece posso dire con sicurezza che Solo un uomo si è già guadagnato un primato meritatissimo: quello della fascetta più idiota dell’anno 2013. Roba che nemmeno la Newton Compton avrebbe saputo escogitare. Come potete vedere nella foto, il banner riporta un giudizio firmato “Corriere della Sera”, e recita:

“Alessandra Appiano rivela una conoscenza dell’animo femminile che non ha nulla di effimero, tanto meno di superficiale”.

Ma pensa te: una donna che conosce l’animo femminile! E chi mai se lo sarebbe aspettato un prodigio del genere? Questo libro sì che rivoluzionerà la storia del romanzo!

Rimane il mistero su chi sia il genio del Corriere della Sera che ha firmato un giudizio così acuto. Ma vista la qualità dello scritto, è facilissimo pensare a un nome e a un cognome.

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Pallonate reloaded 4 – Il viziaccio di sentirsi scrittore e il ritroso De Laurentiis

Di Roberto Perrone ho già detto. Fino a qualche anno fa era soltanto un giornalista sportivo, e nemmeno di quelli brillanti. Poi è accaduto che si sia convinto d’essere un fine romanziere, in ciò traviato dalla pessima influenza di Antonio D’Orrico. E da quel momento in poi ha deciso che deve fare sempre il fenomeno, di qualunque cosa si occupi. Le conseguenze, per i lettori del Corriere della Sera, sono devastanti. Anche perché nel frattempo la qualità della sua scrittura giornalistica è andata in picchiata. Per darvi l’idea, ecco l’incipit dell’articolo pubblicato nell’edizione del 13 settembre: “In attesa (e nella speranza) di espugnare San Siro (come le succede da due anni) Madama ha espugnato la Continassa, nei pressi dello Juventus Stadium, dove sorgerà la nuova cittadella bianconera, sede e campi d’allenamento compresi”. La vostra professoressa di lettere alle scuole medie vi avrebbe massacrato, se aveste scritto un periodo che comprende due parentesi nel primo rigo e poi va avanti come se avesse perso la bussola. Ahilui, Perrone fa anche peggio quando prova a essere brillante parafrasando il brano musicale classico. Parlando dell’Inter e della prospettiva dell’incontro con la Juventus, egli scrive infatti: “Più facile per l’Inter di Walter Mazzarri. Meglio partire a fari spenti nella notte per vedere se è tanto difficile vincere”. Tu chiamali, se vuoi, tromboni.

A proposito di Mazzarri, ecco le sue perle di saggezza alla vigilia della gara con la Juventus. Ce le riporta Andrea Elefante, uno dei miei bersagli preferiti, sulla Gazzetta dello Sport di oggi: (…) una squadra non si può valutare da una partita, una rondine non fa primavera ma neanche tre rondini, e dunque è meglio andarci coi piedi di piombo”. Per la serie: un uomo, un luogo comune.

Chi invece è nettamente fuori dagli schemi è il presidente-sultano del Napoli, Aurelio De Laurentiis. Che durante l’assemblea di Lega del 13 settembre ha piazzato il solito one-man-cinepànetton. Dopo aver litigato con un paio di colleghi a caso, si è rivolto al presidente di lega, Maurizio Beretta, dicendogli (come cita la Gazzetta dello Sport di oggi): “Preparami i documenti per uscire da questa lega di m…”. Ma magari anche quelli per il TSO. Poi, uscendo, ha risposto alle domande dei cronisti. Notare, come mostra il filmato della Gazzetta, quanta fatica debbano fare costoro per convincerlo a rispondere…

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Pallonate Reloaded 2 – Andare allo stadio guidando la Bentley come un tifoso qualsiasi

L’Inter fa sempre notizia. Anche in un periodo gramo come questo il club nerazzurro offre materiale da racconto ai cronisti che se ne occupano. I quali, dal canto loro, troverebbero comunque di che scrivere. Per esempio prendete Matteo Dalla Vite, bolognese che per la Gazzetta dello Sport è stato arruolato nella squadra degli embedded interisti. Volete che uno così non cavi uno spunto anche nel giorno più insipido? Gli basta piazzare un incipit dei suoi per schienare il lettore. È stato così nell’edizione del 25 agosto, quando parlando dell’allenatore nerazzurro alla vigilia dell’esordio in campionato contro il Genoa ha scritto:

 

Full Metal Walter non prende mai la tangenziale. Taglia verso il centro del sistema.

 

E non state a chiedervi cosa diamine volesse dire, né a cercare nella parte restante dell’articolo il senso di quell’inizio che ha lo stesso effetto di un trompe-l’œil. Ciò che conta è lo spiazzamento del lettore. E in questo Dalla Vite è un maestro come dimostra un altro incipit, quello del 27 agosto, in cui vengono illustrate le mosse che hanno portato alla vittoria i nerazzurri contro i rossoblù:

Se tre innesti che sanno di Plasmon sbriciolano la partita.

 

Ciò che lo fotte è la voglia di strafare. Purtroppo Dalla Vite non è ancora riuscito a darsi una disciplina. Praticamente, è il Cassano del giornalismo sportivo italiano. È successo per l’ennesima volta nell’articolo appena citato, quello degli innesti al Plasmon. Insistendo sul tema del maestro che insegna da capo i fondamenti del pallone ai suoi allievi, il fenomeno di Strada Maggiore Vecchia s’è lasciato prendere la mano:

 (…) Perché Walter Mazzarri è come se avesse resettato tutto portando l’abbecedario in classe.

Ecco bell’e confezionato un periodo stile “Io speriamo che me la cavo”. Se a Mazzarri avanza una copia dell’abbecedario, la giri immediatamente all’embedded.

Con Dalla Vite che cicca miseramente la prova sul più bello, a spiccare questa settimana nella squadra dei gazzettari nerazzurri è Luca Taidelli. Che non si limita a un gesto da vittoria di tappa, ma addirittura piazza un’impresa da leggenda. Nell’edizione del 26 agosto egli ha raccontato il modo in cui Massimo Moratti ha vissuto una partita particolare:

La potenziale ultima a San Siro da presidente dell’Inter per Massimo Moratti inizia in modo anomalo. Andando allo stadio alla guida di una Bentley. Senza il consueto autista. Tutto solo ed esibendo alla solerte vigilessa il pass per varcare il filtro di piazzale Lotto. Come un tifoso qualsiasi.

 

E già, perché le domeniche calcistiche italiane pullulano di tifosi che vanno allo stadio a bordo d’una Bentley.

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Il ritorno della Pallonate significa soprattutto il ritorno di Antonio Giordano, il mio vate pallonaro. E lui non mi ha deluso. Fra domenica e martedì ha piazzato dei numeri strepitosi, perciò tenetevi forte. Si comincia con l’edizione del 25 agosto, in cui si raccontava la vigilia dell’esordio in campionato del Napoli contro il Bologna:

Vamos: e in quell’ora e mezza che trascina (immediatamente) nel vivo d’una stagione da attraversare a petto in fuori, il futuro è un’incognita da accarezzare con leggerezza e però con autorevolezza, la miscela esplosiva da nascondere sotto la panca per prendersi il San Paolo (…).

Nell’edizione del giorno dopo, a commento della vittoria napoletana contro l’ex bestia nera, Giordano ha espresso in questo modo la letizia del popolo napolista:

C’era una volta il <fatal> Bologna: ma quel che resta – per il Napoli – d’un tabù da perderci la testa (due sconfitte in tre giorni, appena otto mesi fa), d’un <nemico> (quasi) invincibile, è la statistica presa a pallate e poi strapazzata in un’ora e mezza densa di emozioni, attorcigliate intorno a un Hamsik prepotente, a un Callejon straripante e a una squadra che butta via i pregiudizi (?) sulla difesa a quattro e tracima.

L’edizione del 27 agosto, poi, è stata da fuochi d’artificio. Prima l’incipit dell’articolo su Hamsik:

 

Il Marek che bagna Napoli è quell’onda anomala che a cresta altissima avanza imperiosamente verso l’Olimpo degli Dei (…).

 

Quindi, lo spumeggiante pezzo sul rinnovo contrattuale di Lorenzo “il Magnifico” Insigne:

 

Magnifico, perché il sogno è in quell’universo tinteggiato d’azzurro, il cielo in una stanza che ha il poster per l’eternità (…). (…)È nata una stella e per lasciarla brillare, per non farsela scappare, per evitare lecite tentazioni altrui, per frenare i bollenti spiriti di mezz’Europa, le convergenze parallele partenopee hanno aiutato a rimuovere qualsiasi possibile incrostazione, a tacitare l’eventuale malumore per un trattamento economico ritenuto adeguato, a sistemare il progetto infilandoci dentro Lorenzino Insigne da qui al 2018, con un ritocchino all’ingaggio ed una rinfrescata all’umore che non ammette divagazione (…).

Ci sono giorni in cui Antonio Giordano è l’unico motivo per leggere il Corriere dello Sport-Stadio. Nei restanti giorni il giornale non esce.

Ovvio che i colleghi di testata destinati a coadiuvarlo nel seguire le vicende napoliste vengano sovrastati da una vis poetica così debordante, e perciò finiscano per fallire la prova per mancanza di serenità. È successo a Fabio Mandarini, che nell’edizione del 26 agosto si è occupato del dopo-partita vissuto dai giocatori del Bologna. Con particolare riferimento a uno fra loro:

 

Alessandro Diamanti parla poco, lo sanno anche i bambini, però quando lo fa notizie e spunti vengono fuori in fila. D’elite.

Quando ha tempo, ci scriva una mail per spiegare cosa cazzarola c’entrasse quel “D’elite”.

La verità è che in questi giorni la Napoli calcistica è una città in amore. E il principale quotidiano cittadino, Il Mattino, non può che esserne contagiato. Nell’edizione di martedì 27 agosto la prima pagina ospitava due commenti d’eccezione con rimando alle pagine interne, dedicati all’incidente di cui è stato vittima Higuain nel mare di Capri. Il primo era firmato da Massimo Corcione, ex direttore di Sky Sport 24. Che così ha iniziato il suo elzeviro:

Se l’ìnterpretazione dei segni a Napoli ha ancora l’antico valore, allora anche i punti cuciti sulla faccia di Higuain possono essere letti come l’anticipo di quelli che presto arriveranno in classifica.

Può fare di meglio, e lo sa.

Accanto al commento di Corcione campeggiava quello dello scrittore e tifoso azzurro Maurizio de Giovanni. Che ha da poco perso la corsa alla vittoria del Premio Bancarella a favore dell’orrendo Ti prego lasciati odiare di Anna Premoli. E a giudicare da ciò che scrive non si è ancora ripreso dallo shock. Già l’incipit lo testimonia:

Chissà se se lo immaginava, il Pipita, che quando gli hanno detto che in Italia avrebbe dovuto confrontarsi con avversari rocciosi l’avvertimento era da interpretare in senso così letterale. (…)

 

Sarebbe già sufficiente, e invece lo scrittore insiste:

(…) ma è ancora vivo il ricordo della doppia batosta in salsa bolognese subita in casa che in una sola settimana, la scorsa stagione, sottrasse a Mazzarri sia la coppa Italia che le speranze di agganciare la Juve lanciata verso lo scudetto.

 

E così, dopo la salsa sabaudo-sforzesca menzionata da Antonino Milone di Tuttosport nella scorsa puntata, ecco quella bolognese. Tenete aggiornato il menu, ché poi a fine campionato mettiamo su un bel catering e si fa festa. Per concludere, ecco la citazione andata a male:

 

Tanto, nella luminosa settimana del dopopartita, nemmeno la pietra caprese appanna il sorriso dei tifosi, che sono fiduciosi e pronti a cantare col poeta: come può uno scoglio arginare il Marek?

 

Scusa De Giovanni, ma di quale poeta parli?

La stessa edizione de Il Mattino ospitava un commento di Adriano Bacconi, l’uomo che sembra fatto apposta per dimostrare quanto la scienza esatta possa mostrarsi esattamente superflua. Un cosenbeta quadro d’onanismi. Fin qui l’avevo visto cimentarsi in esercizi di scarabocchio elettronico durante le puntate della Domenica Sportiva, chiedendomi se una cosa del genere sia giustificazione sufficiente per evadere il canone. Ma non m’era mai capitato di leggere qualcosa di suo. E adesso che l’ho fatto, ho scoperto che la sua dimestichezza con l’italiano scritto richiama gli scarabocchi che si diletta a tracciare in tv. Leggere per credere. Si comincia con una considerazione:

Ci sono due aspetti della prestazione del Napoli che mi hanno particolarmente colpito. La prima è la capacità di liberare e occupare spazi di gioco senza soluzione di continuità, la seconda quella di cercare il recupero immediato una volta persa palla.

 

Alt, Bacconi. Hai scritto che “ci sono due aspetti”. Cioè due termini maschili. E allora questi due aspetti non possono essere “la prima” e “la seconda”, ma “il primo” e “il secondo”. E non conta che ci si riferisca a termini declinati al femminile come “la capacità” e “quella di cercare”. Parlavi di aspetti, e potevi tranquillamente scrivere “il primo è la capacità (…)”. E spiace doverlo spiegare come si farebbe con ragazzino delle elementari, ma purtroppo c’è che poco dopo ti mostri recidivo:

 Lo stesso pre-requisito, la disponibilità di corsa, è necessaria, nella fase di transizione.

 

Ancora una volta, il “pre-requisito” è “necessario”, non “necessaria”. E poiché tre è il numero perfetto, ecco servito il terzo sfondone. Parlando del pressing esibito dal Napoli in gara, Bacconi ha scritto:

 

È una delle qualità che negli ultimi due anni ha permesso alla Juve di segnare un solco con le inseguitrici.

Il pressing è una “delle” qualità che “hanno” permesso, non che “ha” permesso. Viene da chiedere a Mazzarri se si ritrovi un altro abbecedario, ché qui i problemi non li ha soltanto Dalla Vite.

Un altro fenomeno del giornalismo sportivo si trova a Bologna. Si chiama Furio Zara, e per il Corriere dello Sport-Stadio segue il Bologna. Nell’edizione del 25 agosto, presentando la vigilia dell’esordio in campionato dell’allenatore rossoblù, egli ha scritto:

Si è stancato di parlare di salvezza. <Mi sono stancato di parlare di salvezza>. Che solfa, che noia. <Voglio giocare per vincere>. Stefano Pioli accelera. Brum, brum.

Penoso. Due giorni dopo Zara si è sbattuto a scrivere quasi due pagine di articoli, per far fronte a carichi di lavoro che in un giornale dall’organico ridotto ai minimi termini (ne parleremo, oh se ne parleremo…) si fanno sempre più massacranti. E scorrendo quella massa di pezzi mi dicevo che se anche avessi trovato uno sfondone, avrei soprasseduto per solidarietà. Ma c’è un limite a tutto. E quel limite è stato oltrepassato nel frammento che segue:

Il Bologna che domenica sera con un charter privato è tornato a casa, ha portato con sé un bagaglio pieno di dubbi (persino troppi perché alla fine bisogna pur considerare la differenza reale dei valori in campo), roba che comunque nelle compagnie low cost ti fanno svuotare la valigia, perché è troppo piena.

 

No, i carichi di lavoro non possono essere il salvacondotto per scrivere fesserie.

Gaia Piccardi, la regina del giornalismo sportivo frou frou, continua a fornirci preziose lezioni pratiche su come NON si scrive un articolo. E tutti quanti la ringraziamo per questi saggi d’anti-scrittura. Nell’edizione del Corriere della Sera del 27 agosto, in un articolo sui piani futuri di Luna Rossa, era compreso il seguente periodo:

Lo yacht club non cambia (Circolo della vela Sicilia) e la campagna acquisti investirà in ogni settore – velisti (il timoniere Draper, oggetto di molte critiche esterne, per ora non rischia e il tattico Bruni, un talento doc, va preservato in ogni caso), ma soprattutto progettisti (<Voglio un impegno progettuale molto diverso>) –, Bertelli immagina <una generazione di barche plananti e veloci, tipo i monoscafi del giro del mondo ma riadattati alla Coppa America>, perché l’evento andava svecchiato però <i catamarani Ac72 sono stati un passo troppo lungo e l’incidente mortale di Artemis ha creato un’instabilità psicologica che ha bloccato un po’ tutti>.

 

In un solo periodo c’era materiale per scriverne 7-8. Il tutto condito da: 3 parentesi, 3 virgolettati, e il prodigio di un frammento chiuso fra i due trattini nel quale trovavano spazio due micro-frammenti fra parentesi, uno dei quali virgolettato. Un guazzabuglio che varrebbe a uno studente delle medie l’invito a scegliere, dopo gli esami di licenza, una scuola tecnica con indirizzo edile. E assolutamente dobbiamo essere tutti quanti grati a questa gaia scrittura, per mostrarci come si debba evitare un uso della penna che s’approssimi a quello della cazzuola.

Ultim’ora: il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ha visto un film di merda al cinema e ha chiesto 100 milioni di danni a se stesso per averlo prodotto.

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Pallonate Reloaded n. 1 – L’attico delle aspettative e i maghi del food-ball journalism

Comincia la stagione calcistica e per l’ennesima volta riparte Pallonate, la rubrica che più la mandi giù e più te lo tira indietro con gli interessi. Si ricomincia sul web con cadenza di tre volte alla settimana: martedì, giovedì e sabato. Inutile perdersi in presentazioni. Chi conosce la rubrica non ne ha bisogno, e chi ci s’imbatte per la prima volta fa presto a capire di cosa si tratti. Soprattutto, chi credeva d’essersene liberato adesso corre il rischio di ripiombare nella depressione. Affari suoi.

Dovendo ricominciare in modo degno, quale migliore spunto che quello offerto da Mario Zarathustra Sconcerti? Nella sua Prima Lettera ai Posteri sul Campionato 2013-14, egli ha esposto uno dei suoi Dogmi Inattaccabili: quello secondo cui il campionato italiano è il più equilibrato del mondo. Ecco come la bolsa tesi è stata esposta sul Corriere della sera del 24 agosto:

Tutto il calcio degli altri è drogato da fortissime differenze economiche. Non ci sono più classifiche, solo bollettini imperiali. In Germania giocano non più di due squadre, in Spagna tutti hanno venduto fuorché Real e Barcellona. In Inghilterra hanno dimenticato la vecchia arroganza, i loro giocatori sono tornati buoni, non più ottimi, ma corrono per vincere le stesse squadre. Questo porta a pensare che il calcio migliore sia qui, non per tecnica, non per squisitezza, ma per equilibrio. L’Italia è l’unico posto in Europa dove possono ancora vincere cinque-sei squadre diverse, forse di più.

 

Questo è il dogma, e come ogni dogma esso regge fino a che non lo si testa con le evidenze. E purtroppo per lo Zarathustra de noantri la storia recente dice che quello italiano è il campionato meno contendibile d’Europa al pari di quello spagnolo. Chiusa infatti la breve stagione del dominio romano (Lazio campione d’Italia nel 1999-2000, Roma nel 2000-01), a partire dal 2001-02 lo scudetto è stato vinto soltanto da tre club: Inter, Juventus e Milan. Un tripolarismo da campionato portoghese che ricalca quello della Liga spagnola, vinta a partire dal 2001-02 da Valencia (due volte in tre stagioni), Barcellona e Real Madrid. Dice Sconcerti che altrove “corrono per vincere le stesse squadre”. Ma intanto nell’arco di tempo preso in esame la Premier League inglese ha registrato  la vittoria di quattro diversi club: Arsenal, Chelsea, Manchester United e Manchester City, con quest’ultimo a fare da new entry nell’élite recente. E nella Bundesliga tedesca come va? Dal 2001-02 essa è stata vinta da cinque club: Borussia Dortmund, Bayern Monaco, Werder Brema, Stoccarda e addirittura Wolfsburg, che nel 2008-09 ha conquistato il primo titolo della propria storia. Per altro Mario Zarathustra non mette nel novero la più aperta delle leghe europee di punta, la Ligue 1 francese: forse per paura che gli scassi la media. E fa bene. Perché lì, dopo la dittatura settennale del Lione, gli ultimi cinque campionati sono stati conquistati da cinque club diversi: Bordeaux, Marsiglia, Lilla, Montpellier e Paris-Saint Germain. E va bene filosofare, ma le figure di merda sono altra cosa e per evitarle basterebbe perdere cinque minuti a documentarsi su internet.

Del resto, ormai le pagine sportive del Corriere della sera ospitano solo fenomeni. Come è per esempio Roberto Perrone, un non brillante cronista di pallone che da qualche anno a questa parte s’è convinto d’essere scrittore sopraffino. E certo in tutto ciò pesano le responsabilità del book jockey Antonio D’Orrico, lo stesso che ebbe a definire Giorgio Faletti “il più grande scrittore italiano”. Ma resta il fatto che le conseguenze siano nefaste, perché ormai Perrone ritiene d’essere davvero un fenomeno e non perde occasione per cercare di dimostrarlo. Nell’edizione del 24 agosto il suo articolo di presentazione sull’esordio della Juventus in campionato, a Genova contro la Samp, iniziava in modo agghiacciante:

C’è una sorta di capricciosa ma non sconsiderata volontà della sorte in questo esordio della Juventus bi-campione d’Italia al Ferraris blucerchiato. (…).

 

E già, la capricciosa ma non sconsiderata volontà della sorte. Purtroppo è solo l’inizio. Andando avanti si leggeva che:

 A Roma più che con il gioco, Madama si è imposta con la sua tremenda forza mentale che la fa soggiornare all’attico delle aspettative. (…)

 

L’attico delle aspettative: formula geniale, vero? E ancora:

 

Non manca l’immancabile accento alla linea societaria, votata al rigore finanziario.

L’avreste mai immaginato che “non manca l’immancabile”? Nell’edizione del giorno dopo Perrone ha commentato così la vittoria juventina:

I primi tre punti (in trasferta, dopo due successi in casa) del Conte-tris (che punta al tris, se permettete il calembour) li incamera Carlitos Tevez, il nuovo arrivato, l’aspirante top player, ballando sotto la pioggia.

Dategli una ridimensionata, perché questo qui fa rimpiangere persino Germano Bovolenta.

E una ridimensionata bisognerebbe darla anche all’immancabile Gaia Piccardi, la principessa del giornalismo frou frou che sempre sul Corrierone dà lezioni su come NON si scrive un articolo. E si tratta di frammenti didatticamente preziosi. Nell’edizione del 24 agosto, la stessa in cui Perrone parlava di attico delle aspettative, Piccardi relazionava sulla sfida tra Luna Rossa e i neozelandesi di Aotearoa:

In queste condizioni è disumano fare regata pari con i kiwi, a maggior ragione se in partenza Chris Draper (<Avrei voluto uscire dalla linea un po’ meglio, ma loro trovano sempre la velocità per superarci. Possiamo discutere delle mie partenze finché volete ma i neozelandesi sono più veloci… Noi paghiamo errori commessi mesi e mesi fa. Perdere così, però, è frustrante…>), timoniere inglese della barca italiana, appare rassegnato al suo destino, mentre Barker fa quello che vuole: aspetta sornione e poi solleva di colpo le prue rosse di Aoteroa, che decolla come se avesse scalato marcia, imprendibile verso la boa di traverso (10” di vantaggio).

 

Un periodo sterminato e illeggibile, con persino un virgolettato tra parentesi talmente lungo da far perdere il filo del discorso. Uno splendido saggio d’anti-scrittura dispensato con gaia sapienza alla plebe affinché non replichi il difetto. Il giorno dopo, altra perla in puro stile “Fantozzi cazza la randa”:

È, la terza, la boa sensibile di Barker e dei suoi uomini: là dove s’ingavonò rischiando il ribaltamento in gara 1, Aotearoa s’impenna come un cavallo selvaggio, ripreso per le drizze da undici all back nati con il timone in testa, e il vento tra i capelli.

 

Undici all black nati col timone in testa. E un’italiota che cesella le parole con la roncola.

Da qualche tempo si è sviluppata una particolare branca del giornalismo sportivo: quella del food-ball journalism. Vi si sono iscritti tutti quei cronisti che, volendo dimostrare d’essere sempre sulla notizia, spiattellano i nomi di ristoranti e trattorie in cui s’incontrano i protagonisti del pallone. In questa schiera milita Antonio Barillà del Corriere dello Sport-Stadio, che nell’edizione del 23 agosto ci ha offerto dettagli essenziali sulle trattative di mercato:

A prescindere dal futuro di Alessandro Matri, al centro di un’asta che vede iscritta anche la Roma, il centrocampista Marquinho si avvicina alla Juventus. Il direttore sportivo Fabio Paratici, mercoledì sera, ha confermato l’interesse al collega giallorosso Walter Sabatini, in un colloquio avvenuto nel ristorante milanese Quattro Mori, a un passo dal Castello Sforzesco, spiegando che il brasiliano stimato e dai costi contenuti, può supplire, nell’organico bianconero, al sacrificio di Emanuele Giaccherini.

 

E poiché ci aveva preso gusto, Barillà non ha potuto resistere alla tentazione di dare un’altra dritta di food-ball a proposito delle trattative tra Juventus e Cagliari:

 

Ieri c’è stato ancora un contatto tra le parti, sempre a Milano dove Paratici si è fermato fissando nuovi appuntamenti: ha ritagliato, in particolare, un pranzo di lavoro con Nicola Salerno, ds del Cagliari (…).

 

E il nome del ristorante? Notizia bucata, Barillà. Ti aspettano due settimane punitive presso la redazione curling.

Rimanendo nel settore food-ball, Antonino Milone di Tuttosport osa l’inosabile nell’edizione del 23 agosto. Parlando del possibile trasferimento dello juventino Alessandro Matri a uno dei due club milanesi, egli ha scritto:

Questa è la storia di una reciproca ossessione. I protagonisti dell’ultima pièce in salsa sabaudo-sforzesca non si nascondono dietro nomi fittizi, né tantomeno celano le loro concrete intenzioni (…).

Caro Milone, una domanda: ma che cazzo è ‘sta salsa sabaudo-sforzesca? E la metteresti mai sui tuoi spaghetti senza temere la botta di squarauss?

Sono sicuro che in questa stagione anche Il Messaggero mi regalerà numerose soddisfazioni. Nell’edizione del 26 agosto c’erano due articoli che da soli valevano il prezzo del giornale. Il primo era dedicato a Gaetano D’Agostino, centrocampista del Siena autore di due assist su calcio d’angolo nella partita del campionato di B contro il Crotone. Un tema che ha dato a Gabriele De Bari l’opportunità di esibire il suo principale talento: quello da svirgolatore. Leggete un po’:

In primavera, Gaetano D’Agostino, sembra al crepuscolo della carriera: colpa di una pubalgia che gli impedisce persino di calciare, il pezzo forte del repertorio tecnico. Però, a 30 anni, il talento siciliano, che nelle giovanili del Palermo, giocando da trequartista, segnò addirittura 100 reti in una sola stagione, non ha intenzione di smettere e, per rimettersi in discussione, sceglie di tornare a Siena dove annovera tanti estimatori.

 

Penso, che, Gabriele, De,Bari, sarà, ospite, frequente, di, Pallonate. Punto.

Poche pagine prima c’era un pezzo di Luca Pasquaretta sulla vittoria del Torino contro il Sassuolo. Questa l’immaginifica lettura della gara:

Primo tempo sostanzialmente lento, poco rock. I duellanti si annusano, pigri, e all’emozione del morso letale privilegiano l’agio della gestione oculata, in attesa che qualcosa o qualcuno offra un episodio con cui sfamarsi.

Capita l’antifona? Fra l’altro, l’incipit di Pasquaretta era da Oscar del Nonsense. Due sole parole inframmezzate da una virgola:

Toro, dunque. (…)

 

Minchia, Sabbry!

Il fine settimana d’apertura del campionato è stato caratterizzato anche dal debordare sui quotidiani di Paola Ferrari, che domenica sera in tv si è presentata con una mise e un trucco dark belli carichi. Pareva la zia tardona di Nina Hagen. Ansiosa di far sapere che questa sarà la sua ultima stagione alla conduzione della Domenica Sportiva, Ferrari ha rilasciato  interviste al Corriere della sera e alla Gazzetta dello sport. In particolare, per la rosea (edizione del 24 agosto) l’ha intervistata Elisabetta Esposito, che così ha riportato il passaggio dedicato a un recente e clamoroso scontro fra la conduttrice e uno dei principali social network:

D. Come procede la sua querela a Twitter?

<Va avanti. Ho avuto il coraggio di fare una cosa impopolare in cui però credevo. Adesso in tanti cercano tutela, la legislatura si sta adeguando ai tempi e il mio grido d’allarme è stato importante>.

Anche un mediocre studente d’istituto tecnico commerciale alle prime lezioni di Diritto sa che Ferrari intendeva dire legislazione, non legislatura. E resta da capire se lei abbia detto proprio così. Di sicuro c’è che così Elisabetta Esposito ha scritto. E a questo punto si tratta di capire se l’ignoranza sia fifty-fifty o se piuttosto una delle due abbia diritto all’esclusiva.

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