In itinere – Sofia Viscardi, una finestra sulla Tundra Culturale Italiana – 1 La pedanteria cronometrica di Miss Refuso

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Sofia Viscardi

 

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Il dramma di Sofia Viscardi è che rischia d’essere soltanto un refuso. Un cognome dall’iniziale sbagliata, come fosse trash ma con la prima lettera diversa dalla “t”. E chi volete mai che si lasci impressionare dal brash, o dal vrash? Che infatti sono parole segnate in rosso dal mio programma di videoscrittura, al contrario di trash che viene riconosciuta e autorizzata. E lo stesso succede se digito uno accanto all’altra “Biscardi” e “Viscardi”. Diffidate delle imitazioni, sempre. Perché anche il peggio ha il suo marchio doc. E purtroppo la youtuber milanese fresca maggiorenne non può aspirare nemmeno all’eccellenza del peggio. Può soltanto sforzarsi d’approssimarlo asintoticamente senza riuscire a trovare mai il punto di contatto.

Non altro mi viene da pensare, mentre soppeso il penoso dossier di questa ragazzina priva di qualsiasi talento e perciò baciata dal successo, secondo il mortale sillogismo che nell’epoca presente sta riducendo l’industria culturale italiana alle condizioni d’una sterminata tundra. Viviamo il tempo in cui Fabio Volo assurge al ruolo d’artista totale pur non rivendicando arte e parte alcuna, vero Sommo Wate della Contemporaneità.

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Il Sommo Wate della Contemporaneità

Sicché diventa normale che una Viscardi, Miss Refuso, raccolga fama e notorietà E che persino si veda regalare una rubrica in Quante storie di Rai 3. Invero, pare che quello spazio sia immediatamente sparito. Ma su questo non saprei essere più preciso. Non seguo i format televisivi in cui si parla di libri perché li trovo mediamente scadenti, figurarsi quello apparecchiato  dalla peggior direttrice di rete nella storia di Rai 3, Daria Bignardi.

Ma al di là delle sue fortune televisive, resta intatto il Fenomeno Viscardi. Di cui nulla sapevo fino a poco meno di due mesi fa, e nel quale mi sono imbattuto quando ho visto gli scaffali dei supermercati e degli autogrill invasi dal suo primo romanzo. Ciò che per me è indice infallibile di percolato editoriale. In quali altri luoghi trovate una presenza così sistematica dei libri Newton Compton, tanto per dirne una? Fra tutta quella carta strappata alle sapienti mani del pescivendolo svettava il nome a me fin lì ignoto: Sofia Viscardi. Con quel titolo che diceva già tutto: Succede. E già, shit happens come diceva anche Forrest Gump.

 

Ma il fatto è che in questo caso l’editore non è Newton Compton, ma Mondadori. Che già da tempo ha abdicato alla propria responsabilità sociale verso il sistema culturale di questo paese e promuove il peggio che il web proponga. Hanno arruolato il desolante Massimo Bisotti  (leggi qui, qui, qui e qui) facendone un autore di punta, sicché volevate che non elevassero Miss Refuso al ruolo di romanziera? Ormai, in questo paese, un romanzo lo scrive chiunque. E a me che per il percolato editoriale ho una vocazione tocca leggere di questo e di peggio.

 

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Massimo Bisotti

Dunque, com’è il “romanzo” di Miss Refuso? Letti i primi sei capitoli, mi vien da dire che Federico Moccia sembri Schopenhauer, al confronto. Ci si trova faccia a faccia con la Tundra Culturale, e se almeno c’è un pregio in questo libro eccolo servito.

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Si tratta di una finestra sul futuro plasmato dalla logica del capitalismo irresponsabile applicata all’industria culturale. Se volete davvero avere un’idea di quale sarà la linea di tendenza, e di cosa fra mezzo secolo avrà prodotto un sistema culturale in cui il talento viene sostituito dai talent e i guru intellettuali sono quelli che macinano numeri sui social, aprite pure a caso quelle pagine mentre tenete sottobraccio i rotoloni della carta da culo al supermercato. Ci troverete cose che voi umani non avreste mai immaginato. A partire dalla somma sciatteria dell’incipit, che descrive la scena del risveglio di un’ordinaria liceale bimbaminkia in un giorno di scuola.

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Bimbaminkia in action

 

La ragazzina è in ritardo. E questo è il solo concetto del capitolo, riproposto fino allo sfinimento. Si parte così:

 

Rimando la sveglia finché posso. Senza nemmeno aprire gli occhi.

Solo quando ormai è troppo tardi, e so che non avrò neanche più il tempo per rimediare  al mio aspetto disordinato e assonnato,  sollevo la testa dal cuscino.

 

Bene, andiamo avanti. Qualche riga sotto si legge:

Barcollando abbandono il letto  per dirigermi in bagno, mi guardo nello specchio e mi pento di non essermi alzata dieci minuti prima per mettermi almeno un po’ di fondotinta e mascara  e per sistemare questa informe massa di capelli ricci.

Sofia, ce l’avevi appena detto: la tua bimbaminkia è in ritardo e non ha tempo di rendersi decente. Dicci qualcosa di diverso, please.

Si va al capoverso successivo:

Goffa, ecco, mi sento goffa  e non ho tempo di migliorarmi.

E daje! Ma non hai proprio altro da raccontarci? Non si può che sperare nel capoverso successivo:

Maledetto cronico ritardo. Dopo tutte le ore passate stanotte a leggere,  adesso devo correre.

A quel punto, dopo aver letto soltanto 21 righe di libro (versione elettronica), il lettore è già bell’e rassegnato: questa qui non ha un cazzo da raccontare, ma sta disperatamente provando a farlo. Perciò allunga il brodo ribadendo il solo concetto che guizza nelle fitte nebbie narrative in cui sta brancolando, indossando il cappellino con visiera all’indietro e facendo “yeah!” ogni tre passi: la sua creatura bimbaminkia è in ritardo. E così persevera:

Piove. Non ho l’ombrello. Troppo in ritardo anche per pensare di arrabbiarmi,  corro alla fermata  e cento metri prima di arrivare mi vedo l’autobus passare davanti.

Decido  che è troppo tardi per aspettare quello dopo e inizio a correre sgraziatamente verso la mia scuola, sperando di non cadere  o di non incontrare persone che conosco.

 

La fortuna del lettore è che finalmente la bimbaminkia arrivi a scuola. Ovviamente in ritardo, sulla campanella della prima ora. Sì, ma quanto in ritardo? La risposta all’interrogativo dà modo d’ammirare un’altra perla di scrittura esibita da Miss Refuso:

Puntualmente arrivo cinquantanove secondi dopo l’orario consentito,  fradicia, e la professoressa non mi ammette a lezione.

Cinquantanove secondi! E badate che non si tratta di una cosa scritta a mo’ di battuta, come a voler creare un contrasto fra la propensione cronica al ritardo e la precisione maniacale. È proprio che Miss Refuso mostra qua e là una mania della precisione cronometrica che sembra rubata a Furio, il personaggio di Carlo Verdone diventato il Pedante per antonomasia nell’immaginario popolare.

 

Per esempio, ecco un altro saggio cavato sempre dal primo capitolo:

Una delle cose che amo di più, d’inverno, è la mia 60.

L’autobus – con il riscaldamento – che mi porta ovunque senza farmi prendere freddo. La fermata dista un minuto e trentasette secondi a piedi da casa mia (…).

 

Un minuto e trentasette secondi! E ancora, all’inizio del capitolo 6, laddove si descrive l’arrivo a scuola il giorno successivo, ecco un’altra variazione sul tema:

Varco la porta della classe esattamente sette secondi prima del suono della campanella.

Se poi capita che la bimbaminkia torni a casa tardi per cena, non dice mica che arriva “alle nove passate”, nossignori. Come si legge al capitolo 3:

Arrivo a casa alle 21.07 (…).

 

Sembra il tabellone con l’orario dei treni, ma fosse solo questo. Il fatto è che la mamma l’accoglie sulla porta simulando severità ma senza dismettere un atteggiamento bonario. O almeno questo è il modo che io uso per esprimervi il concetto, usando un italiano minimamente decente. Perché Miss Refuso, invece, lo dice così:

 

“Fila in cucina che è pronto” risponde lei, fiscale, anche se con un sottofondo scherzoso.

 

 

Fiscale anche se con un sottofondo scherzoso? Ma come cazzo scrive questa qui? E com’è che in Mondadori non ha trovato un editor che le bacchettasse falangi, falangine e falangette fino a farle capire che un libro non è un SMS?

Qui sta il problema. Non è tanto l’assenza della storia (che pure…), né la bimbominkieria dello stile (che pure bis…). È proprio che la youtuber ha uno stile di scrittura primitivo. Non c’è la minima ricercatezza in quelle righe, e nemmeno uno sforzo di ripulitura. In Succede le parole sono usate come fossero pietre che servono a spaccare le noci. E quello che resta ve lo sorbite così com’è. Alcuni passaggi sono davvero la finestra spalancata sulla Tundra Culturale Italiana. Per esempio, ecco come l’autrice descrive il ciclo mestruale:

 

E sono pure in quel periodo del mese.

Il periodo fastidioso e tragicomico che le donne sono costrette ad affrontare dodici volte l’anno per la maggior parte della loro vita. Quando tutto va male, tutto è sbagliato, la faccia si riempie di brufoli, la pancia si gonfia, i capelli diventano ingestibili e orrendi e, qualsiasi capo d’abbigliamento una donna si provi, le sembrerà sempre di essere un sacco di patate che cammina.

 

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Una finestra sulla Tundra Culturale Italiana

Ma quanta grazia, quanta raffinatezza, pur di non dire “mestruazioni”. Pura carpenteria. E badate che questo è solo un saggio della raffinata scrittura di Sofia Viscardi. Di frammenti come questo, il libro di Viscardi trabocca. E la mia fortuna è che in parallelo a questo volume osceno, a questo saggio sulla tundrificazione italiana, sto leggendo l’opera di Angelo Ferracuti. Che almeno mi permette di prendere un po’ d’ossigeno prima di tornare a immergermi nel percolato. Materia informe e insalubre, arricchita anche da errori di grammatica come quello che si trova in principio del capitolo 2, dove si parla dell’amica Olimpia:

 

È la mia migliore amica da tanti anni ormai. Ed è una di quelle persone che ha sempre la soluzione giusta al momento giusto.

 

Casomai, sarà “una di quelle persone che hanno sempre la soluzione giusta”. Ma vabbe’, come si suol dire, “succede”. Shit happens. E ne succederanno ancora parecchie, durante questa stroncatura in itinere di Miss Refuso.

  1. Continua

 

E dopo esservi abbrutiti con la lettura di questi orrori editoriali, ristorate l’anima con questo splendido brano musicale.

 

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Libri che ho amato – 1: Quella strada nascosta che porta a Villa Ventosa

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Per capire quanto sia difficile trovare la strada che porta a Villa Ventosa bisogna dapprima rendersi conto di quanto siano fuori mano i percorsi di lettura che conducono alla sua creatrice. Una splendida signora inglese sessantaseienne di nome Anne Fine, scarsamente nota in Italia. Provate a chiedere in giro, anche fra i più voraci lettori di libri che conoscete. Difficilmente sapranno darvi indicazioni. E magari qualcuno s’illuminerà quando gli chiederete con una punta d’indulgenza: “Ma come, non sai che è l’autrice di Mrs. Doubtfire?”. Le labbra disegneranno una “o” di stupore, e da lì seguirà una considerazione che suonerà più o meno: “Non l’avrei mai immaginato”. E a quel punto resterà il dubbio a voi su cosa la persona con cui avete interloquito non avrebbe mai immaginato: che l’autrice di Mrs. Doubtfire si chiami Anne Fine, o che il film sia stato tratto da un romanzo? Di sicuro, incassata quell’informazione la persona da voi illuminata tornerà a ignorare Anne Fine. E con animo lieve riprenderà a leggere Massimo Gramellini.

 

Anne Fine

Anne Fine

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Eppure ce ne sarebbero di motivi per conoscere Anne Fine. Non soltanto perché si tratta d’una scrittrice eccellente sia per qualità che per quantità di produzione editoriale, ma anche perché si tratta di un personaggio a tutto tondo. Nata a Leicester nel 1947, Fine è autrice di una vasta serie di romanzi rivolta a diverse categorie di lettori raggruppate per fasce anagrafiche: bambini, adolescenti, persone adulte. Libri che in Gran Bretagna le sono valsi onorificenze e riconoscimenti d’alto prestigio. Ma c’è altro nella biografia di Anne Fine che merita d’essere citato. L’autrice ha lavorato due anni presso l’ufficio stampa di Oxfam, la ONG che si batte contro la povertà nel mondo. E è stata sposata per lungo tempo con un filosofo e matematico della New York University e della Birmingham University che porta il suo stesso cognome, Kit Fine.

 

Kit Fine

Kit Fine

 

Quest’ultimo è un accademico di fama internazionale, autore di libri su temi d’epistemologia e di filosofia del linguaggio. Chi volesse può ristorare la mente leggendo alcuni suoi paper disponibili sul web.

 

 

Dal matrimonio fra Kit e Anne Fine sono nate due figlie, Cordelia e Ione.

 

Cordelia Fine ha passaporto canadese e insegna presso la Melbourne University e la Melbourne Business School; è una psicologa specializzata negli studi di genere, e alcuni suoi libri come Delusions of gender. The real science behind sex difference e A mind of its own. How your brain distorts and deceive hanno suscitato dibattito e polemiche presso la comunità accademica.

 

Cordelia Fine

Cordelia Fine

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Dal canto suo, Ione Fine è assistant professor di psicologia presso la Washington University.

 

Ione Fine

Ione Fine

Una famiglia intellettuale a tutto tondo, dunque. Forse un po’ troppo per la mentalità italiana, abituata a “coppie intellettuali” che vanno da Trevi-Gamberale a Sofri-Bignardi passando attraverso Caressa-Parodi. Ogni paese ha ciò che merita, effettivamente.

Il matrimonio fra Anne e Kit finisce perché lei, come racconta al Daily Telegraph, si stanca di girare il mondo dietro al marito. Nel 1981 se ne torna a Edimburgo portando con sé le figlie ancora bambine. Lì comincia una nuova vita, che trova una svolta quando Anne conosce Dick Warren viaggiando in treno fra Edimburgo e Londra. Di lì a poco Dick diventa il suo secondo marito, e con lui vive tuttora nella Contea di Durham.

Ciò che fin qui vi ho raccontato di Anne Fine sarebbe sufficiente a stimolare curiosità sul personaggio e le sue opere. Ma in realtà, al momento del mio primo incrocio con l’autrice conoscevo di lei esattamente ciò che quasi tutti voi conoscevate prima d’iniziare a leggere questo post: nulla. E per fortuna esistono gli incontri causali, che nelle esperienze di lettura sono quelli che portano alle scoperte più feconde. La scoperta casuale è avvenuta durante una delle mie frequenti puntate presso il banchino di libri usati che si trova all’incrocio tra via de’ Martelli e via de’ Pucci. Chi vive a Firenze lo conosce bene, e sa che quello è uno dei punti di riferimento privilegiati per gli amanti del libro fiorentini. A pensarci bene, proprio lì ho scoperto quello che sarebbe diventato il libro più importante della mia vita. Ma ci sarà tempo per parlarne. Al momento basta dire che al proprietario di quel banchino devo una certa gratitudine, senza che lui lo sappia.

Un giorno di diversi anni fa, passando da quel banchino, m’imbattei in un libro di Anne Fine. Non ricordo quanti anni fa, perché quella copia del libro giace adesso in cantina assieme a qualche altro centinaio di volumi disordinatamente accatastati. Posso invece dirvi con certezza la data in cui, presso lo stesso banchino, quel libro l’ho ricomprato: 10 gennaio 2014, come annotato sulla prima pagina bianca. Ho rivisto quella copertina verde pastello di Adelphi, il dipinto raffigurante un paesaggio bucolico visto dalla finestra, e il titolo che al tempo in cui comprai il libro suscitò in me una curiosità tutta da testare: Villa Ventosa (edizione originale In cold domain, 1994).

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Il prezzo richiesto dal proprietario del banchino era basso abbastanza da indurre a soddisfare senza pentimenti lo sfizio di ricomprare il volume, magari per regalarlo dopo averlo riletto: 5 euro. E così è stato.

La seconda copia di Villa Ventosa è rimasta dormiente fino alla scorsa settimana, in attesa di una sorte qualsiasi. La rilettura, o il dono, o un viaggio in cantina per consentire un minimo di turnover negli scaffali sempre più assediati delle librerie di casa. Ma nel momento in cui ho deciso di inaugurare questa serie di post dedicati ai libri che ho amato mi è parso naturale partire dal libro di Anne Fine. Che racconta una storia minimal eppure profonda, di cui è protagonista una famiglia radunata attorno alla madre dispotica e alla dimora intorno a cui ruota la storia di questo gruppo: Villa Ventosa, appunto.

Riprendendo in mano quel volume avevo ancora in mente la sensazione di spiazzamento che mi venne trasmessa dal rovesciamento di prospettiva giunto a pagina 45, lì dove inizia il capitolo 9 dal titolo “C’era mai stata una volta…”. Fino a quel momento ogni pagina aveva trasudato sensazioni profondamente negative nei confronti di Lilith Collett, la madre e padrona di casa. Una donna dispotica, egocentrica, manipolatrice. Francamente odiosa in ogni sua espressione, e proprio per questo temuta e riverita dai quattro figli. Un personaggio di cui credevo d’aver capito tutto. E invece, a pagina 45, ecco il rovesciamento. Per la prima volta viene rappresentata la visione delle cose di Lilith. E d’incanto ogni cosa cambia tono e prospettiva. Proprio in quel momento ho avuto la certezza di trovarmi al cospetto di un libro fuori dall’ordinario, e di un’autrice di spessore superiore. E riprendendo il libro fra le mani ho aspettato di ripassare attraverso quello snodo per vedere se si ripetessero le sensazioni provate allora.

Confesso che alla rilettura quel passaggio non mi è parso così dirimente. Il che non ne sminuisce il valore. Piuttosto, conferma che ogni rilettura del medesimo testo ci suscita e svela qualcosa di diverso. Infatti il mio nuovo viaggio fra le pagine di Villa Ventosa mi svela dettagli cui alla prima lettura non avevo dato importanza. Ma di questo parlerò la prossima volta. Per il momento preferisco riportarvi le parole dell’autrice a proposito del personaggio di Lilith, pronunciate nel corso di un’intervista rilasciata a Radio 3 Rai:

La madre rappresenta un caso interessante: l’ho immaginata come un’esponente dell’ultima generazione la cui vita e’ stata condizionata dall’imperativo di fare figli al di la’ dei desideri individuali.
La contraccezione non era disponibile e cosi’ anche donne che ora non farebbero figli o ne farebbero uno solo erano obbligate a vivere ripetute maternita’ e questo condizionava loro la vita. Nel caso della signora Collett questo condizionamento e’ stato devastante.

Sì, bisognerà parlare un bel po’ del personaggio di Lilith Collett.