Nelio Lucas Story – 1 Com’è profondo il Beira-Mar

 

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Nelio Lucas, CEO di Doyen Sports Investments

Per sapere qualcosa di più su Nelio Lucas Freire e le sue doti manageriali non bisogna fare ricerche complicate o rivolgersi agli insider. Basterebbe chiedere ai tifosi del Beira-Mar, sfortunato club di Aveiro scomparso dal calcio professionistico la scorsa estate per debiti. Loro l’hanno conosciuto quand’era giovane, Nelio. E ne porterebbero ancora i segni addosso, se non fosse che dopo di lui sono arrivati personaggi capaci di fare peggio. È dicembre 2003 e il futuro CEO di Doyen Sports Investments, allora ventitreenne, esibisce già un talento manageriale di quelli che, visti all’opera, ti spingono a pronunciare una sola parola: why?

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Il logo del Beira-Mar

Ci si accinge a celebrare l’inaugurazione del nuovo stadio di Aveiro, il Municipal, edificato in vista dei Campionati Europei la cui fase finale si svolgerà in Portogallo di lì a pochi mesi. A dire il vero l’impianto è già stato inaugurato un mese prima, il 15 novembre, con un’amichevole fra le nazionali di Portogallo e Grecia. Una partita che si rivelerà di pessimo auspicio per due motivi: perché agli Europei la Grecia batterà due volte il Portogallo, nella partita d’apertura del torneo e nella finale; e perché, nell’immediato, quell’inaugurazione non lascia soddisfatta la comunità locale, che deve scontare problemi organizzativi relativamente alla messa in vendita dei biglietti. Anche il Beira-Mar non è contento di come sono andate le cose quel 15 novembre, e inoltre vuole una festa tutta propria per suggellare l’ingresso nello stadio che sostituisce quello vecchio intitolato a Mario Duarte, ex calciatore e diplomatico aveirense che fra l’altro è stato socio fondatore del Belenenses.

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L’Estadio Municipal Aveiro

 

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L’Estadio Mario Duarte

 

Per questo motivo si decide di organizzare un’amichevole in data 11 dicembre contro l’Osasuna Pamplona, che in quel momento è quarta in classifica nella Liga spagnola. Con la gara fissata per le 21, ai tifosi aveirensi viene dato appuntamento per le 20 poiché prima del calcio d’inizio è in programma uno spettacolo multimediale accompagnato da fuochi pirotecnici, per uno show che secondo le sobrie promesse della società organizzatrice sarà “il migliore che sia mai stato organizzato in Portogallo per l’inaugurazione di uno stadio”. La società in questione si chiama World Football Management, e come si può intendere dal nome si occupa non soltanto di organizzare spettacoli ma anche di gestire carriere di calciatori, alcuni dei quali sono in forza al club aveirense. E chi è il rappresentante dell’agenzia? Ovviamente il giovane Nelio Lucas. Che parlando con la stampa alla vigilia dello show si presta a alimentare il mistero sulla notizia annunciata dal presidente aveirense Mano Nunes, riguardante la presentazione di un rinforzo per la squadra. Notizia che desta perplessità, dato che siamo ancora nella prima metà di dicembre e il mercato riapre a gennaio. Ma comunque sia, la curiosità intorno al nuovo arrivo s’accende e il giovane Nelio ci mette il suo dichiarando ai giornali che il nuovo arrivo “è una bomba”, e aggiungendo alcuni dettagli sul soggetto: “È molto alto, biondo, parla portoghese e arriverà oggi in Portogallo. Estasierà i tifosi, è un elemento che manca alla squadra”.
L’amichevole fra Beira-Mar e Osasuna si concluderà 1-1, e per assegnare il primo (e unico) Trofeo Mario Duarte è necessario andare i rigori. Che com’è ovvio in casi del genere premiano la squadra di casa. Quanto allo show, che nelle intenzioni del ciarliero Nelio avrebbe dovuto essere “il migliore che sia mai stato organizzato in Portogallo per l’inaugurazione di uno stadio”, è un fiasco leggendario: a dispetto dello slittamento del calcio d’inizio dalle 21 alle 22.15, e nonostante i prezzi popolarissimi (tra i 5 e i 10 euro), gli spalti sono semivuoti. Ma soprattutto, viene svelata l’identità del rinforzo: si tratta dell’aquila Mană, la nuova mascotte del club aveirense. Un pupazzo molto alto, biondo, che forse parla anche portoghese e magari sarà davvero arrivato in Portogallo il giorno prima.

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La mascotte Mana, il “rinforzo” di cui parlava Nelio Lucas

Probabile che qualcuno trovi divertente quella trovata. Certamente non i tifosi del Beira-Mar, a giudicare dai commenti tuttora rintracciabili sui forum.
Purtroppo per loro, quella trovata da festicciola di compleanno per bambini sarà non soltanto una dimostrazione del talento manageriale e organizzativo del giovane Nelio. Da lì si pongono le premesse della parabola discendente che per tappe successive condurrà il Beira-Mar alla mestizia di adesso. E il primo stadio di questa discesa registra il ruolo attivo del futuro CEO di Doyen Sports Investments. Che pochi mesi dopo la sera dell’inaugurazione del nuovo stadio sarà di nuovo in prima linea, come rappresentante portoghese di un’operazione che nelle intenzioni dovrebbe “dare una dimensione internazionale al Beira-Mar e portarlo fra le grandi del calcio portoghese”. Siamo a fine aprile 2004, ma nel giro di soli quattro mesi Nelio Lucas ha già cambiato giacca: rappresenta non più la World Football management, ma il bel più potente Stellar Group, lo stesso che a giorni potrebbe portare Jonathan Calleri all’Inter.

 

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Jonathan Barnett

 

Il boss di Stellar, Jonathan Barnett, si presenta a Aveiro per decantare le magnifiche sorti e progressive del club giallonero. Si capisce da subito che il punto principale della partnership, la cui durata iniziale è fissata in due anni, consiste nell’arrivo a Aveiro di una serie di giovani calciatori sotto il controllo di Stellar. L’avvio dell’operazione è fissato con l’inizio della stagione 2004-05, e a quel punto Nelio Lucas gongola per avere gestito nel suo paese un’operazione per conto della potente agenzia inglese. Un’operazione che si rivelerà disastrosa da ogni punto di vista. Firmata dal futuro CEO di Doyen Sports Investmenst, che ovviamente adesso non inserisce cotanta performance nel CV.

 

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Mick Wadsworth

Si comincia con la nomina dell’allenatore. Si tratta dell’inglese Mick Wadsworth, ex secondo di Bobby Robson. Un tipo scorbutico che subito mette alla porta diversi giocatori. Il suo inizio di campionato non è male, ma dopo sole quattro partite (due vittorie e due sconfitte) chiede la rescissione del contratto e se ne va a fine settembre. Giustifica la decisione con ragioni familiari, ma non ci crede nessuno. In quell’occasione il giovane Nelio Lucas s’affretta a metterci la faccia, dicendo che la partnership fra il Beira-Mar e Stellar Group non sarà compromessa dall’episodio. Pochi mesi dopo quelle parole suoneranno comiche.

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Mick Wadsworth durante la conferenza stampa di addio al Beira-Mar. Alle sue spalle, il presidente del club giallonero Mano Nunes e il giovane Nelio Lucas

 

Per sostituire Wadsworth viene chiamato un esperto mestierante della panchina portoghese, Manuel Cajuda. Che in dieci partite fa smottare il Beira-Mar a un solo punto dalla zona retrocessione e rescinde pure lui.

 

 

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Manuel Cajuda

 

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Jozef Chovanec

Chiaro ormai che tutti i bei discorsi sull’internazionalizzazione del club e sulla sua ascesa al rango delle grandi squadre portoghesi sono da mettere da parte, e che c’è soltanto da salvare la pelle. Ma come se non fosse ancora abbastanza, ecco che arriva per Nelio Lucas e lo Stellar Group una figuraccia leggendaria. Dovendo sostituire Cajuda, la SAD aveirense compie una scelta per lo meno bizzarra: chiama Joseph Chovanec, ex CT della nazionale ceca, come allenatore principale e gli mette al fianco come secondo il bulgaro Stoycho Mladenov. A pressare per la scelta di Chovanec sarebbe stato proprio lo Stellar Group rappresentato dal giovane Nelio Lucas. L’annuncio viene dato forse un po’ troppo in fretta, perché pochi giorni dopo e nel pieno delle feste natalizie Chovanec fa sapere al club giallonero che rifiuta l’offerta. Dice che ha poco tempo a disposizione per conoscere la squadra prima della ripresa del campionato.

 

A quel punto, sia il club che lo Stellar Group col suo rampante emissario portoghese si sono già coperti di ridicolo. E il presidente Mano Nunes va pure oltre quando il 28 dicembre presenta il nuovo tecnico Luis Campos, futuro uomo di fiducia di Jorge Mendes al Monaco. In quell’occasione il presidente del Beira-Mar dice che Campos era già la sua prima scelta dopo la rescissione con Wadsworth, quando aveva affidato la panchina a Cajuda. A ogni modo, la stagione del Beira-Mar va sempre peggio, e a fine aprile pure Luis Campos passa la mano per lasciare a Augusto Inacio il tentativo di evitare la retrocessione.

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Luis Campos

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Augusto Inacio

Che invece arriva, assieme alla notizia che la partnership fra Stellar Group e il Beira-Mar si conclude con un anno di anticipo sui programmi. E i giocatori portati a Aveiro da Stellar Group tramite il giovane Nelio Lucas? Una vagonata di bidoni. Paul Murray e Stephen McPhee non lasciano traccia. Zeman e Pablo Rodrigues rescindono nei giorni della ridicola saga Chovanec-Campos. L’attaccante danese Andreas Mortensen e il difensore gambiano Abdoulie Corr erano stati cacciati già a agosto da Wadsworth. L’attaccante serbo Gluscevic, il cui arrivo viene annunciato a luglio, non trova l’accordo col club. Il portiere australiano Galeković si fa un’esaltante stagione di panchina. Arriva a Aveiro persino il mitico Santiago Silva El Tanque, una fra le innumerevoli scartine portate a Firenze dal genio Pantaleo Corvino. E fra le tante mezze figure che arrivano quell’estate a Aveiro è persino il meno peggio, il che dà un’efficace immagine della qualità del lavoro svolto dal giovane Nelio Lucas presso il club giallonero.

 

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Santiago Silva, el Tanque

Quella stagione iniziata tra le fanfare si chiude con un’atmosfera da funerale di terza classe. E l’impresario di spettacolo Nelio Lucas, anziché organizzare la cerimonia funebre come gli sarebbe spettato, se ne va insalutato ospite assieme allo Stellar Group. Purtroppo, come già detto, col passare degli anni le cose per il club aveirense andranno a peggiorare, e diverranno tragiche dopo l’arrivo da quelle parti di un avventuriero italiano chiamato Omar Scafuro.

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Omar Scafuro ai tempi del Beira-Mar

 

Un mio articolo pubblicato da Panorama.web a febbraio 2014 scatenò un putiferio presso il Pieralisi Group, multinazionale delle macchine per la produzione di olio che si scoprì proprietaria del Beira-Mar a sua insaputa.

La scorsa estate, dopo una lunga agonia, il club è stato retrocesso in terza divisione per debiti. Nel frattempo il giovane Nelio Lucas è diventato grande. Ha fatto carriera, e si cimenta da grande uomo d’affari come CEO di Doyen. Ma prima che ciò avvenisse, egli è stato protagoniste di altre avventure, non meno notevoli che quelle realizzate a Aveiro. Una, in particolare, lo ha visto protagonista in Olanda. Se ne parlerà la prossima volta.
(1. Continua)

 

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ESCLUSIVA – Intervista coi creatori di Football Leaks

Da settembre pubblicano documenti riservati sul lato meno confessabile dell’economia globale del calcio. Si tratta degli anonimi componenti del collettivo Football Leaks, un gruppo di autori portoghesi che sfruttando un server russo divulgano con cadenza quasi quotidiana delle verità che i potenti del calcio e della finanza vorrebbero tenere nascoste. Una valanga di dati, cifre e transazioni che in qualche caso confermano sospetti esistenti, e in altri casi schiudono scenari inimmaginabili. Ovviamente il loro agire ha destato allarme, e hanno originato denunce e indagini. A noi invece è parso interessante provare a sentirli, per dar loro voce attraverso un’intervista collettiva via mail. A firmarla e divulgarla in tre lingue (francese, italiano e portoghese) sono @baavin, @domrousseaublog, @oartistadodia e @pippoevai.

 

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La prima domanda riguarda il contesto in cui Football Leaks nasce, il Portogallo: come mai, a vostro giudizio, questo paese è così importante per l’economia grigia del calcio?

Quando abbiamo avviato questo progetto, lo scorso settembre, il nostro principale obiettivo era mettere n evidenza tutti gli aspetti controversi e le menzogne dei club portoghesi, perché noi abbiamo sede in Portogallo. La scorsa estate è stata la più intensa di sempre in Portogallo, ci sono stati molti trasferimenti clamorosi e molte domande prive di risposta, riguardanti soprattutto lo Sporting Lisbona. Abbiamo deciso di aiutare la gente aa capire cosa fosse successo e ci siamo dedicati a smascherare i fatti. Nel frattempo raccoglievamo molti documenti riguardanti altre leghe nazionali e specialmente le TPO. In questa fase siamo concentrati su queste ultime, perché riteniamo che la gente e la stampa abbiano bisogno di conoscere le dannose interferenze delle TPO nelle politiche dei club, e dopo avere analizzato diversi ERPA [Economic Rights Participation Agreement, Accordo di Partecipazione sui Diritti Economici, ndr] di differenti società, abbiamo concluso che Doyen è chiaramente la più dannosa per i club, a causa delle molte clausole aggressive che rompono la stabilità contrattuale tra i club e i calciatori.

Avete mai scambiato mail con Nélio Lucas?
Non abbiamo mai parlato con Nélio Lucas, e siamo molto sopresi dalle accuse di Doyen riguardo nostre pressioni o richieste. La temporalità [di queste voci sulle presunte richieste] è stata perfetta, e la sola spiegazione per questa cosa è un disperato tentativo di screditare Football Leaks.

Siete stati accusati di avere rubato documenti tramite atti di pirateria informatica e di avere violato la proprietà intellettuale. Cosa rispondete a queste accuse?

È possibile che pubblicando questi documenti abbiamo violato le leggi sulla proprietà intellettuale di diversi paesi, ma questo è il solo modo per svelare al mondo la verità. Per esempio, presto mostreremo contratti firmati con effetto retroattivo, ciò che è pratica comune negli affari tra i fondi e i club. Uno di questi casi riguarda un contratto datato 30 marzo 2015, del quale proviamo che in realtà è stato firmato a giugno del 2015.

Avete pubblicato documenti molto recenti, uno fra questi su un meeting della Lega portoghese che si è tenuto appena due settimane fa. State ancora cercando e raccogliendo nuove fonti e nuovi materiali da pubblicare?

Sì, e incoraggiamo chiunque a inviarci ulteriori documenti.

Come mai pubblicate al massimo tre documenti al giorno? Sembra che voi facciate una selezione dei documenti da svelare a partire da un criterio. Come mai non li caricate tutti in una volta, di modo che i giornalisti, i tifosi e tutte le persone interessate possano fare le proprie analisi investigative da sé?

Cerchiamo di mantenere viva l’attenzione sul fenomeno. Se pubblicassimo tutti i documenti in una volta, probabilmente dopo un mese il pubblico non ne parlerebbe più.

C’è una teoria secondo cui il server di Doyen Capital sarebbe la sola fonte di tutte le vostre informazioni, compresi tutti i club come Porto e Sporting. Confermate?

No. Abbiamo un’ampia varietà di fonti.

Quali sono le vostre motivazioni? Volete denunciare il sistema, o riformarlo, o vederlo esplodere?
La nostra motivazione è semplice: i tifosi non sanno mai quello che succede davvero dietro le quinte, e perciò noi vogliamo mostrare tutto ciò. Noi amiamo l’essenza del gioco, ma odiamo tutte le forme di business coinvolte e il modo in cui le entità offshore sono legate ai club e ai calciatori. Grazie alla nostra attività la gente e la stampa finalmente comprendono le dannose interferenze delle TPO nelle politiche dei club, ciò che fra l’altro viola il Regolamento Fifa sullo Status e i Trasferimenti dei Calciatori, articolo 18bis. Per esempio, il caso del Twente è stato uno scandalo in Olanda, ma i documenti che abbiamo pubblicato mostrano che si tratta di un problema che riguarda non soltanto il Twente, ma anche diversi altri club europei. La differenza sta nel fatto che la KNVB [la federcalcio olandese, ndr] rispetta la legge, mentre altre federazioni come quelle portoghese, spagnola e brasiliana non lo fanno.

Come mai così pochi documenti su Jorge Mendes e la Gestifute? Difficoltà di accesso ai documenti, o una vostra scelta?

A settembre in molti ci hanno accusati di lavorare per il Benfica, e si trattava di accuse ridicole. Ci chiedono di pubblicare documenti su questo o quello, ma non possiamo pubblicare documenti che non abbiamo. E purtroppo sembra proprio che non abbiamo molti documenti su Gestifute.

Come selezionate i documenti da pubblicare? Per tema? Per esempio, Sporting, Doyen e così via? Da quando pubblicate i documenti avete ricevuto appoggio dalla gente del calcio?
La selezione parte in modo causale, ma poi cominciamo a fare delle connessioni. Si tratta di un processo duro e dispendioso, ma anche utile perché impariamo qualcosa giorno dopo giorno. Facciamo grande attenzione alle reazioni sui social network, e adesso riscontriamo importanti reazioni su di noi. Sorprendentemente, gran parte provengono dagli Usa. È come se avessimo avviato una nuova era nello sport.

Avete dei documenti in serbo sui soci occulti di Doyen?

Sulla base di ciò che sappiamo di Doyen, non ci sono soci occulti. Tutto ciò che poteva essere mostrato, è stato mostrato. Ma stiamo continuando a analizzare le informazioni, e se troveremo altri documenti li comunicheremo.

Le strane idee di Doyen sul mestiere di giornalista

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Nelio Lucas, CEO di Doyen Sports Investments

 

Quelli di Doyen sono nervosi.

Lo si capisce dalla frequenza con cui il suo ufficio stampa diffonde comunicati nell’ultimo periodo, nel tentativo di arginare la valanga scatenata dalle pubblicazione dei documenti di Football Leaks. Dai quali emerge una serie di retroscena che il fondo maltese capitanato dal senhor Nelio Lucas preferirebbe non venissero resi noti, e che hanno già terremotato la situazione del Twente. Nel complicato tentativo di arginare i danni all’immagine, Doyen inonda le redazioni di comunicati in cui un po’ scredita il lavoro del team di Football Leaks e un po’ ammonisce i giornalisti affinché non facciano da grancassa ai documenti leaked, perché potrebbero scontarne le conseguenze.

L’ultimo esercizio di questo tipo è stato piazzato nella serata di ieri, con un documento in lingua inglese intitolato Comunicato su Football Leaks. Ecco a seguire il testo tradotto, con le parti in grassetto riportate come nell’originale:

 

Dal momento in cui è apparso il sito Football Leaks, che proclama di essere il difensore della trasparenza nel mondo del calcio, Doyen Sports ha cercato di spiegare le vere intenzioni degli autori del sito.

Lo scorso 4 ottobre Doyen ha segnalato alla polizia portoghese i numerosi crimini di cui è stata vittima. Abbiamo fornito alle autorità tutto ciò che ci è stato richiesto, comprese le prove che i gestori del sito hanno provato a estorcere denaro alla compagnia in cambio del loro silenzio. Il tentativo di discredito è stato associato a ripetute minacce verso Doyen e i suoi rappresentanti.

Doyen Sports attende i risultati dell’investigazione condotta dalla polizia. Comunque, dobbiamo ribadire che non tutti i documenti tratti da football leaks e riportati dai media sono autentici. Le reiterate notizie su alcuni temi hanno avuto numerosi effetti, sicché ricordiamo quanto segue:

  • Gli autori di Football Leaks hanno perpetrato una serie di reati;
  • I portali d’informazione che insistono a pubblicare documenti presi da quel sito contribuiscono alla pratica della diffusione illegale di documentazione privata e riservata;
  • Tutti i contatti fra giornalisti e autori del sito possono essere soggetti a investigazione.

 

 

Fin qui il comunicato di Doyen. In cui trova spazio una serie di accuse agli autori di Football Leaks, che vanno dal tentativo di estorsione al furto di materiali sensibili, fino alla manipolazione dei documenti pubblicati. Rispetto a queste accuse non c’è molto da aggiungere, ma piuttosto da aspettare i risultati delle indagini. Se davvero gli autori del sito hanno compiuto le violazioni segnalate, ne pagheranno le conseguenze. Altrimenti toccherà a Doyen dare spiegazioni. Un esercizio che per il fondo diretto dal senhor Nelio Lucas sarebbe una novità.

Inoltre, del comunicato stampa diffuso ieri da Doyen meritano di essere segnalati altri due dettagli.

Il primo è quel riferimento alle conseguenze già causate dalla pubblicazione dei documenti: evidentemente la vicenda del Twente è una ferita dolorosissima.

L’altro dettaglio riguarda l’avviso ai giornalisti, i cui contatti con gli autori del sito “possono essere soggetti a investigazione”. Precisazione tanto curiosa quanto inutile. Grazie dello zelo, senhor Nelio Lucas, ma la prossima volta si risparmi i suoi consigli. Noi giornalisti siamo capaci di stabilire chi contattare e chi no, e sappiamo pure che a volte è necessario contattare personaggi discutibili pur di far luce su realtà oscure. Del resto, a molti colleghi è capitato di intervistare fior di criminali di guerra o boss della malavita organizzata, senza che ciò significasse veder sminuita la propria missione giornalistica. Il giornalismo è cercare notizie e approfondire fatti, non certo passare comunicati stampa.

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Raul Jimenez, ovvero: il Benfica e il suo Mendesmarkt

Luis Filipe Vieira e Jorge Mendes

Luis Filipe Vieira e Jorge Mendes

Raul Jimenez

Raul Jimenez

Ormai possiamo chiamarlo Mendesmarkt. Il marchio sul calciomercato del Benfica, sempre più caratterizzato dall’impronta di Jorge Mendes.

Jorge Mendes

Jorge Mendes

L’ultimo affare della serie è l’acquisizione del messicano Raul Jimenez, proveniente dall’Atletico Madrid e nelle scorse ore impegnato con le visite mediche. Ma la lista dei calciatori arrivati e partiti sotto l’egida del superagente è  davvero lunga, e costituisce ormai la parte più rilevante della politica di trasferimenti del club encarnado. Che ha vinto le ultime due edizioni della Liga portoghese, ma è anche autore di un precampionato preoccupante. La rivoluzione avviata in giugno a causa di una difficile situazione economica e della partenza dell’allenatore Jorge Jesus, clamorosamente passato sulla panchina dei rivali cittadini dello Sporting Club Portugal, vede il principale punto di riferimento in Mendes. Che oggi è indiscutibilmente il personaggio più potente sulla scena del calcio globale, e si muove realizzando affari che hanno come principale effetto quello di rafforzare la sua vasta rete di potere politico e economico. Al Benfica il superagente è ormai una sorta di dirigente ombra, l’uomo cui il presidente Luis Filipe Vieira ha affidato la missione di rendere possibili gli affari più difficili. E Mendes opera in questo senso, ma facendo anche in modo che tutto quanto avvenga dentro il proprio, sterminato circuito di calciatori, tecnici, club alleati e dirigenti amici.

Luis Filipe Vieira

Luis Filipe Vieira

Il rapporto tra Jorge Mendes e il Benfica esiste sin dal momento in cui il potere del superagente ha cominciato a ampliarsi, come del resto è avvenuto con tutti gli altri club portoghesi. Ma nel periodo più recente l’impronta del boss di Gestifute  sul mercato delle Aguias si è fatta marcata. Il punto di svolta si ha nelle ultime ore del mercato invernale 2014, quando il club realizza un’operazione parecchio strana. Due suoi calciatori, Rodrigo e André Gomes, vengono venduti per una cifra che in quel momento viene giudicata esagerata: 45 milioni. A acquistarli è un fondo d’investimento, il Meriton Capital Limited, che decide di lasciare i due calciatori a Lisbona fino a giugno. Meriton è proprietà di Peter Lim, miliardario singaporiano che, incidentalmente, è anche socio di Jorge Mendes nei fondi Quality Sports Investments. In quella fase Lim sta pianificando la scalata al Valencia, e sarà lì che Rodrigo e André Gomes approderanno quando ancora il businessman di Singapore dovrà concludere l’acquisizione del club spagnolo.

Da quel momento l’ascesa di Mendes al Benfica è inarrestabile. Nell’estate del 2014 il superagente mette le mani su tre dei calciatori più in vista del Benfica B: Bernardo Silva, Ivan Cavaleiro e Joao Cancelo. I tre vengono presi in prestito con diritto di riscatto fissato per ciascuno a 15 milioni, e destinati a tre club molto vicini a Mendes: Monaco, Deportivo La Coruña e Valencia. A Monaco e a Valencia gli allenatori sono i portoghesi Leonardo Jadim e Nuno Espirito Santo, entrambi assistiti di Mendes. A La Coruña il presidente è Augusto César Lendoiro, il dirigente con cui Mendes realizzò la prima vera intermediazione da agente. In quell’occasione a La Coruña giiunse un portiere che rispondeva al nome di Nuno Espirito Santo. Sì, proprio l’attuale allenatore del Valencia.

Augusto Cesar Lendoiro

Augusto Cesar Lendoiro

Nuno Espirito  Santo

Nuno Espirito Santo

A fine stagione 2014-15 il Benfica vede andar via definitivamente i tre: Bernardo Silva e Ivan Cavaleiro al Monaco, Joao Cancelo al Valencia. E il ricorrere della cifra di 15 milioni richiama più di un’attenzione. Gli encarnados tirano anche un sospiro di sollievo vedendo andare via pure Bebé, preso nell’estate 2014  e spedito in Spagna a gennaio 2015, per andare a dare un contributo alla retrocessione del Cordoba. Bebé, rientrato dal prestito in Spagna, vi è tornato per provare l’avventura al al Rayo Vallecano. Il suo agente è ovviamente Jorge Mendes.

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Bebé

Del resto, l’uomo che attraverso Gestifute comanda le principali operazioni del calciomercato globale è ormai per Luis Filipe Vieira come una coperta di Linus. C’è da vendere Enzo Perez? Lo compra il Valencia dell’amico (di Mendes) Peter Lim. C’è da sbolognare Sidnei, tornato dal prestito all’Espanyol Barcellona? Ecco in soccorso l’altro amico (di Mendes) Lendoiro, che s’accorge di come il Deportivo La Coruña abbia giusto una lacuna sulla fascia sinistra. Bisognerebbe piazzare in Inghilterra i due argentini Salvio e Gaitan? Ecco che l’amico Jorge muove l’artiglieria pesante. I due vanno a braccetto persino alla finale di Champions a Berlino fra Barcellona e Juventus. E intanto  il superagente prosegue il reclutamento dei migliori ragazzi del Benfica B da parte di Gestifute. A gennaio del 2015 tocca a Gonçalo Guedes, che per entrare nell’orbita di Mendes rischia di affrontare un pesante contenzioso col suo ex agente Paulo Rodrigues. E a giugno scorso è il turno a Helder Costa che va in prestito al Monaco, altro club molto amico di Mendes. Riscatto già fissato per l’anno prossimo a 15 milioni, una novità.

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Helder Costa

In compenso gli encarnados si vedono recapitare tre calciatori del Rio Ave, definito Mendes F.C. da un servizio ospitato dal sito di Eurosport. Si tratta di Ederson, Diego Lopes e Hassan. Quest’ultimo non supera le visite mediche per problemi cardiaci e viene rimandato a Vila do Conde. E certo si verifica anche lo smacco di vedere il tecnico Jorge Jesus, ennesimo assistito di Mendes, fare di testa sua e andarsene dall’altra parte della barricata lisboeta. Ma il Benfica non ha certo la forza di recriminare contro il Signor Gestifute. Non può. E si presta addirittura a essere un mezzo delle prove di forza di Mendes contro i rivali di Doyen Sports Investments. Come avvenuto nel caso del giovane olandese di origine marocchina Bilal Ould-Chikh. Che è un tesserato del Twente, club molto vicino al fondo maltese, a sua volta proprietario di una quota dei diritti economici sul calciatore.

Bilal Ould Chikh

Bilal Ould Chikh

Il Benfica tratta col club e prende quello che viene identificato come “il nuovo Robben”, lasciando che sia poi il Twente a regolare la pendenza con Doyen. A orchestrare l’affare, ancora una volta, è Mendes. E adesso, ecco Raul Jimenez. Arrivato l’estate scorsa all’Atletico Madrid suscitando grandi aspettative, ma presto finito in retrovia causa mediocre rendimento. A ottobre 2014 Jorge Mendes compra il 50% dei diritti economici del messicano. Che adesso arriva al Benfica e si appresta a firmare fino al 2020. A chi andranno i denari pagati dal Benfica? Sarà possibile leggerlo nel consueto comunicato del Benfica all’autorità di Borsa? Sono tutti consapevoli che dal primo maggio scorso TPO e TPI sono messe al bando?

Interrogativi gravosi. E intanto un’analogia si fa largo. Quella con un altro superagente portoghese, che al culmine del  proprio potere si legò al Benfica  e da lì cominciò a affrontare una caduta rovinosa. Si tratta di José Veiga, e il presidente del Benfica con cui sia alleò era lo stesso Luis Filipe Vieira.

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José Veiga

José Veiga cadde anche perché soppiantato dalla scalata di un giovane rampante: Jorge Mendes. La vita è un cerchio, e prima o poi il periplo si compie.

In Spagna provano a salvare fondi e TPO

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Per la seconda volta in poco più di un mese la Comisión Nacional de los Mercados y Competencia (CNMC), l’authority che in Spagna sovrintende all’equilibrio del mercato e della concorrenza sul piano nazionale, interviene sul ruolo dei fondi d’investimento e sulle formule di TPO/TPI nel calcio. Lo fa schierandosi contro le conseguenze della circolare Fifa numero 1464 del 22 dicembre 2014, che dal primo maggio ha messo al bando fondi d’investimento e formule di TPO/TPI riguardo al controllo di diritti economici dei calciatori. Ma soprattutto manda un nuovo messaggio alla federazione spagnola (RFEF), che lo scorso gennaio è stata fra le prime a recepire le indicazioni della circolare Fifa riformulando i regolamenti.

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Il primo intervento della CNMC era stato effettuato il 20 luglio scorso. In quell’occasione si trattò di un lungo e argomentato parere, che prendeva posizione contro il divieto Fifa, ma lo faceva a partire da un approccio più contestuale che generale. Vi si diceva infatti che la proibizione posta dalla 1464 ha un impatto negativo sul modello di regolazione economica e concorrenza raggiunto in Spagna dal mercato dei trasferimenti di calciatori. Un equilibrio nel quale si sono ritagliati un ruolo determinante gli attori finanziari che investono in diritti economici dei calciatori. Dunque, in termini pratici il messaggio era il seguente: poiché il mercato spagnolo dei trasferimenti di calciatori è riuscito a darsi un equilibrio che prevede la presenza di fondi d’investimento e TPO/TPI, eliminare questi soggetti significa scardinare l’equilibrio raggiunto. Un giudizio improntato più al realismo economico che alla strutturazione di un modello di mercato sano e compatibile. E il concetto è stato ribadito con un secondo parere, stavolta più sintetico, emesso il 7 agosto (potete consultare e scaricare il pdf qui). Ancora una volta la presa di posizione da parte dell’authority ha un profilo più politico che giuridico. Il parere emesso dalla CNMC asseconda infatti le ragioni della Liga e del Consejo Superior de Deportes (CSD), due soggetti che si oppongono alla messa al bando di fondi e TPO/TPI, e va contro federazione (RFEF). E per motivare questa contrapposizione alla Fifa utilizza quattro argomenti di varia debolezza, che una volta di più fanno  trasparire una posizione politica più che tecnica.

I quattro argomenti sono i seguenti:

  1. La proibizione lede principi costituzionalmente garantiti come la libertà d’impresa, e principi comunitari come la libera circolazione delle persone e dei capitali. Inoltre, esiste della giurisprudenza che giudica legale il ruolo delle TPO/TPI nel calcio.
  2. Quanto ai rischi, paventati dalla FIFA, che le formule di TPO/TPI minaccino l’integrità del gioco in conseguenza del fatto che possano controllare schiere di calciatori e allenatori, la loro proibizione non estingue il rischio che delle manipolazioni vi siano.
  3. La proibizione sarebbe un danno per tutti quei club che fin qui hanno utilizzato la formula delle TPO/TPI. Lo sarebbe dannosa soprattutto per i club medio-piccoli, che si troverebbero impossibilitati a assicurarsi giocatori di buon livello senza l’ausilio di finanziatori esterni.
  4. La proibizione danneggerebbe anche i calciatori, che fin qui hanno beneficiato delle formule di TPO/TPI per sfruttare delle opportunità di carriera e di maturazione personale.

Dato conto sommariamente dei motivi per i quali la CNMC è contraria alla 1464, si può passare alla contro-argomentazione. Che serve a dimostrare non tanto le buone ragioni della circolare 1464, quanto l’imbarazzante debolezza degli stessi argomenti usati dalla CNMC.

  1. Quelli della libertà d’impresa e della libertà di circolazione sono argomenti abusati, al punto da diventare quasi una cantilena. Sono stati il nucleo di un’intera stagione di sviluppo del diritto comunitario a partire dal Trattato di Maastricht. E in questo nucleo risiedono la forza e il limite dell’architettura comunitaria fin qui disegnata: caratterizzata da una maniacale attenzione alle strutture e alle libertà di mercato, ma assolutamente carente sul piano dei profili di cittadinanza. Nello specifico, appellarsi alle libertà d’impresa e di circolazione dei lavoratori parlando di TPO/TPI significa sottovalutare colpevolmente lo specifico di questo tipo di economia. Che si basa sulla cartolarizzazione di esseri umani. E allora forse bisognerebbe cogliere l’occasione di un argomento così mal posto per girarlo al legislatore comunitario e sfidarlo su un terreno di tipo nuovo chiedendogli: fino a dove è possibile estendere il concetto di libertà del mercato? E fin dove possiamo estendere la commodification, cioè la riduzione di qualunque cosa a bene commerciabile sul mercato? Anche gli essere umani possono esserlo, attraverso meccanismi di cartolarizzazione? Perché è di questo che stiamo parlando. Inoltre si dice che c’è una giurisprudenza favorevole alle TPO/TPI nel calcio. Che a occhio e croce è tutta giurisprudenza del TAS di Losanna, cioè di un foro sportivo. Che in alcuni casi ha deciso in favore delle TPO/TPI e altre volte in senso contrario. Sui giudizi favorevoli del TAS verso le TPO/TPI mantengo le mie perplessità, che riguardano non tanto il merito quanto i principi generali: come può un foro sportivo accettare la costituzione in giudizio di un soggetto che secondo il regolamento di una federazione sportiva internazionale è fuori dalle regole? Un amico giurista mi ha spiegato che quando le parti accettano un arbitrato, ciò vale già come riconoscimento di legittimità per ciascuna parte e per le sue istanze. Non mi resta che recuperare il classico: non capisco ma mi adeguo. A ogni modo, il TAS si è pronunciato anche in senso contrario alle TPO/TPI. Ne parlerò al punto 4.
  2. È il più imbarazzante, e nel rispondere provo persino un senso d’indulgenza nel dover controbattere a un argomento così maldestro. In sostanza, si dice che poiché eliminare le TPO/TPI non azzera il rischio d’inquinamento delle competizioni, allora tanto vale mantenerle. Sarebbe come dire che poiché i severi limiti di velocità non azzerano la mortalità sulle strade, allora è meglio eliminarli. Abbiate pietà di chi ha scritto una cosa del genere.
  3. Riguardo al pregiudizio per i club, che si vedrebbero mancare “una fonte alternativa di finanziamento”, è l’argomento utilizzato dai fondi e dalle TPO/TPI per legittimare il loro ruolo nel calcio. Altrettanto insistito è il riferimento al fatto che il finanziamenti di questi attori esterni al calcio sarebbe uno strumento messo a disposizione delle piccole per ridurre il gap dalle grandi Argomenti triti e confutabili. Vengono citati come esempi l’Atletico Madrid, il Porto e il Siviglia, come se si trattasse di club che prima dello sbarco di fondi e TPO/TPI non avessero mai vinto nulla in patria e all’estero. E non vengono citati i casi di club schiacciati dai debiti contratti coi fondi d’investimento, come l’Elche, lo Sporting Gijon e il Santos. Ma soprattutto si continua a alimentare un equivoco. Si dice che questi denari siano indispensabili ai club per consentire loro di agire sul mercato dei trasferimenti di calciatori, poiché il tradizionale circuito del credito (cioè le banche) non mette più loro a disposizione. E a questo punto bisogna porre l’interrogativo brutale: ma da che parte sta scritto che un club debba fare PER FORZA il calciomercato? Se non ha i mezzi per farlo, semplicemente, non lo farà. Aggiusterà i conti prima di spendere anche un solo euro, e se ciò significherà perdere competitività sul campo, pazienza: sarà sempre meglio che cacciarsi dentro la spirale di una nuova dipendenza finanziaria, persino più pericolosa che quella maturata col sistema tradizionale del credito.
  4. E infine, quanto alla presunta perdita di opportunità dei calciatori, bisogna dire un paio di cose chiare. Innanzitutto c’è il fatto che i calciatori posti sotto il controllo di un fondo o di una TPO/TPI si vedono offrire opportunità e tutele che i colleghi non hanno. È dunque vero che c’è il rischio di effetti distorsivi per il calciatore in quanto lavoratore: ma questi effetti sono dati DALLA PRESENZA di fondi e TPO/TPI, non dalla loro proibizione. Inoltre, quanto alla libertà dei calciatori grazie ai fondi e alle TPO/TPI, è possibile citare casi che parlano dell’esatto contrario. Cioè di atleti che sono stati privati di ogni libertà professionale perché finiti sotto il controllo di un fondo d’investimento. Di uno di questi casi si è occupato il citato TAS: riguarda il colombiano Brayan Angulo, che dalla sentenza del foro di Losanna è stato liberato dal vincolo con un fondo d’investimento svizzero ma di proprietà di un impresario maiorchino. E in una situazione analoga si trova Marcelo Estigarribia, come egli stesso ha dichiarato quasi un anno fa nel corso di un’intervista rilasciata a Sportweek. Bisognerebbe fare presenti questi esempi ai signori della CNMC per sapere cosa ne pensino e se resti ancora loro da dire qualcosa a proposito di libertà dei calciatori.
Brayan Angulo

Brayan Angulo

Una formazione dell'Elche

Una formazione dell’Elche

Dunque, quello della CNMC si è rivelato un intervento tanto zelante quanto debole. Ma cionondimeno esso segnala un dato politico: pezzi importanti dell’establishment politico-sportivo spagnolo sono in piena mobilitazione nella difesa di fondi e TPO/TPI, a costo di schierarsi contro la federcalcio nazionale. Il lavoro di lobby sarà senza esclusione di colpi, e nonostante il recente smacco subito da Doyen presso il Tribunale di Prima Istanza di Bruxelles la partita è tutt’altro che chiusa.

La finanza creativa del Porto, il Fair Play Finanziario e gli stadi privati: una storia a beneficio dei modernizzatori del noantri

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Grande e opportuna invenzione quella del Fair Play Finanziario voluta dall’Uefa. Afferma il principio per cui ogni club deve mantenere una gestione economicamente sostenibile non soltanto perché lo impongono ovvii criteri aziendali, ma soprattutto perché la logica della gestione a debito pone spesso le condizioni della concorrenza sleale: alcuni club si indebitano per mettere in campo squadre più forti, e quelle squadre più forti battono squadre allestite in modo meno competitivo perché i loro club sono stati più attenti alla sana gestione economico-finanziaria. Il che provoca due pessimi effetti: che i risultati del campo finiscono col premiare le squadre viziose a scapito di quelle virtuose, e che attraverso la distribuzione delle risorse generata dai risultati del campo il divario fra squadre viziose e virtuose aumenta a beneficio delle prime, facendo così passare l’idea che nel calcio l’indebitamento è giustificato se porta al successo sportivo. Dunque, l’invenzione di un sistema che rimetta al centro la sostenibilità economico-finanziaria dei club attraverso il rispetto di rigidi parametri è una misura da accogliere positivamente.

Purtroppo quest’invenzione rischia d’essere vanificata. Gli escamotage per aggirarla si moltiplicano, a cominciare da quello delle sponsorizzazioni per cifre esorbitanti, erogate da aziende controllate dalle holding proprietarie del club. Ha provato a battere questa via il Paris Saint Germain, che nel 2013 ha messo a bilancio un contratto quadriennale di sponsorizzazione a cifre lunari; 175 milioni di euro l’anno. Versati dalla Qatar Tourism Authority, cioè un’agenzia dipendente dallo stesso governo che è proprietario del club parigino.

Giocatori del Paris-Saint Germain si allenano sotto lo sguardo dei proprietari

Giocatori del Paris-Saint Germain si allenano sotto lo sguardo dei proprietari

In questo caso il tentativo è andato a vuoto, bocciato lo scorso maggio dal Club Financial Control Body (CFCB) dell’Uefa. Troppo spudorata l’operazione, troppo evidente che quell’imponente iniezione di denaro non fosse il frutto di un’attività di marketing del club, ma piuttosto una partita di giro attivata dalla proprietà. Che in questo caso è uno dei soggetti più ricchi al mondo. L’esatto opposto del fair play, dunque. Finanziario o sportivo che sia. È andata a finire che il PSG, unitamente al Manchester City, si è visto comminare una multa record da 60 milioni di euro per non aver rispettato il parametri del FFP.

E tuttavia, il fatto che un’operazione come quella tentata dal PSG sia stata stoppata dall’organo di controllo dell’Uefa non scongiura l’eventualità di vederne varare altre, non meno spericolate in termini di creatività finanziaria. Fra esse merita certamente menzione quella approvata lo scorso 2 ottobre dall’assemblea dei soci del Porto.

FC Porto

Un club che si trova in situazione parecchio strana. In estate ha condotto una campagna trasferimenti dagli effetti paradossali. Come si può leggere nella pagina di Transfermarkt dedicata ai Dragoes, il saldo fra acquisti e cessioni della sessione estiva è positivo per 48,40 milioni di euro. Ma il dato ottenuto è la mera differenza fra i prezzi nominali di acquisti e cessioni. Ben altre sono le cifre effettive se si va a disboscare la selva delle third party ownership (TPO) in cui si trova imprigionato il parco giocatori del club, o se si scala dalle cifre incassate le quote incassate dai fondi d’investimento detentori di diritti economici sui calciatori ceduti. Ai promiscui intrecci evidenziati dal Porto nel corso della scorsa sessione di calciomercato ho dedicato due post, riguardanti la cessione del nazionale francese Eliaquim Mangala al Manchester City e l’acquisto del nazionale algerino Yacine Brahimi dal Granada. Riguardo a quest’ultimo, bisogna aggiungere un aggiornamento rispetto a quanto si metteva in evidenza nel post precedente. In quell’occasione facevo notare come il Porto avesse acquistato Brahimi per 6,5 milioni per poi cederne immediatamente una quota di ottanta per cento dei diritti economici a Doyen Sports Investments per 5 milioni. Con perdita secca di 200 mila euro nei due soli giorni trascorsi fra acquisto dal Granada e cessione in quota a Doyen dato che, avendo come base i 6,5 milioni pagati per assicurarsi il calciatore, l’ottanta per cento avrebbe dovuto valere 5,2 milioni. Ebbene, all’inizio di questo mese di novembre si è venuto a sapere che qualora il Porto volesse ricomprare la quota di Brahimi in possesso di Doyen dovrebbe sborsare 8 milioni di euro. È ciò che riporta il periodico algerino Le buteur. E se davvero questa eventualità si verificasse, si avrebbe questo complicato computo di dare e avere: 1) il Granada della famiglia Pozzo rimane coi suoi 6,5 milioni, anche se le fonti spagnole citate nel post precedente parlano di un affare orchestrato fin dall’inizio da Doyen; 2) Doyen lucrerebbe 3,2 milioni, cioè i 3 di plusvalenza fra acquisto e rivendita (da -5 a + 8), più i 200 mila di svalutazione del giocatore in soli due giorni; 3) il Porto si vedrebbe gravare un costo di 9,7 milioni per un calciatore che avrebbe dovuto costargli 6,5 milioni. La cifra è così ricavata: 1,5 milioni passivi dati dal passaggio del cartellino dal Granada al Porto e poi in quota al Doyen (differenza fra i 6,5 milioni sborsati e i 5 incassati), più gli 8 sborsati per ricomprare un proprio calciatore, più i 200 mila euro di svalutazione effettuata al momento di cedere l’ottanta per cento di Brahimi al Doyen. Alle strette: Doyen lucra 3,2 milioni, il Porto ne sperpera altrettanti. Tutto regolare?

L’interrogativo si ripresenta ogni volta che ci s’imbatte in transazioni fatte apposta per alimentare l’economia parallela del calcio globale. In questo senso, la campagna trasferimenti condotta dal Porto in estate è stata un campionario dell’economia parallela, con Jorge Mendes e Doyen Sports Investments a orchestrare ogni mossa.

Jorge Mendes

Jorge Mendes

A partire dalla scelta dell’allenatore, il basco Julen Lopetegui, ex ct dell’Under 21 spagnola ma soprattutto cliente di Jorge Mendes.

Julen Lopetegui

Julen Lopetegui

Il risultato è che la rosa dei Dragoes è stata riempita di calciatori spagnoli o comunque provenienti dalla Liga, tanto da meritarsi il non benevolo appellativo di Portuňol dalle tifoserie rivali. Fra i tanti arrivi spicca quello, costosissimo, di Adrian Lopez dall’Atletico Madrid: 11 milioni per acquistare il 60 per cento dei diritti economici.

Adrian Lopez

Adrian Lopez

Un acquisto che fin qui si è rivelato un fallimento. Molta panchina, qualche spezzone di gara per un totale di 8 presenze fra campionato e Champions, e soprattutto il trauma d’essere fischiato a ripetizione dai propri tifosi in occasione della gara giocata sul campo dell’Estoril. Subito dopo quella gara si è fatta largo l’ipotesi che il calciatore venga ceduto in prestito a gennaio. Ma intanto gli 11 milioni sono stati spesi, e certamente già svalutati.

Gli esempi riportati fanno capire quanto grande possa essere lo scarto fra il saldo positivo nominale fatto segnare dal Porto alla chiusura della sessione estiva di calciomercato, e il saldo reale con le relative conseguenze sul bilancio. Che infatti ai primi di ottobre presenta un rosso di 37 milioni di euro. Dato allarmante non soltanto per il bilancio in sé, ma anche e soprattutto perché mette il club fuori dai parametri del Fair Play Finanziario. Come risolvere la situazione? Nessun problema, perché le vie della finanza creativa sono infinite. E quella imbroccata dall’assemblea dei soci tenuta il 2 ottobre è una soluzione tanto ingegnosa quanto intricata. Viene infatti deciso che il Porto inteso come club calcistico comprerà azioni emesse per 37,5 milioni dal Porto inteso come SAD (Sociedad Anonima Desportiva, denominazione portoghese per indicare la formula della Spa applicata al calcio). Vi siete confusi? Forse perché non avete ancora capito cosa sia diventato il calcio nell’epoca della finanziarizzazione spinta. Un’epoca in cui una società calcistica può vedersi separata in un’entità sportiva di carattere associativo e in un’entità economico-finanziaria. Nel caso del Porto, questo strano meccanismo è rafforzata dal fatto che si parla di una polisportiva con forte massa associativa, e che al tempo stesso la SAD sia quotata in borsa.

Risolto questo dubbio, rimane da chiedersi da dove il Porto club prenda i soldi? Risposta ancora una volta semplice e destabilizzante: grazie al trasferimento del 50% della società Euro Antas, l’ente che controlla l’Estadio do Dragao. Uno splendido impianto edificato in occasione degli Europei portoghesi del 2004.

Estadio do Dragao

Estadio do Dragao

Fra l’altro, con un mirabile inganno delle parole, si divulga la versione secondo cui Porto SAD “compra” la metà di Euro Antas.

Come da obblighi dettati dai regolamenti di borsa, Porto SAD comunica immediatamente alla Commissão do Mercado de Valores Mobiliarios (CMVM, la Consob portoghese) l’emissione di nuove azioni. In un primo tempo l’autorità di borsa nicchia, chiedendo che il piano d’emissione venga sottoposto a una valutazione indipendente. Ma infine dà il benestare. E così il 31 ottobre giunge il comunicato: aumento di capitale effettuato e interamente sottoscritto da Porto club. Conti a posto, dunque. Sempre che l’Uefa non abbia da ridire. E con un risultato tangibile: la metà dello stadio, cioè il principale asset patrimoniale del Porto, passa dall’entità associativa (il club) a quella finanziaria (la SAD). Un ammonimento per tutti coloro che di questi tempi blaterano sulla prospettiva dello stadio privato come panacea dei mali economici del calcio italiano.

Jorge Nuno Pinto Da Costa, presidente del Porto

Jorge Nuno Pinto Da Costa, presidente del Porto

Il colpo a vuoto di Blatter su Terze Parti e fondi d’investimento

Joseph Blatter

Joseph Blatter

Una mossa inutile. È quella annunciata dalla Fifa a proposito della progressiva messa al bando delle terze parti nella proprietà di calciatori. Arriva tardi, si imporrà seguendo tempi da moviola, e quando infine avrà completato il proprio varo si troverà a intervenire su una realtà che nel frattempo sarà talmente mutata da renderla superflua. Da mesi gli attori dell’economia parallela del calcio globale stanno infatti lavorando a un’evoluzione degli strumenti attraverso cui sfruttare il calcio a fini puramente finanziari, e i bellicosi annunci lanciati dal colonnello Blatter hanno il solo effetto d’imprimere un’accelerazione alle grandi manovre. Del resto, per le forze del turbocapitalismo calcistico la sola cosa che importi è continuare a esercitare il dominio economico e a espandere la colonizzazione del calcio. A partire dalla seconda metà degli anni Zero questa strategia ha trovato nel fondo d’investimento che acquisisce quote di calciatori lo strumento privilegiato. Ma come tutti gli strumenti anche i fondi d’investimento hanno, nella loro declinazione d’uso, un ciclo d’utilità che culmina nell’obsolescenza. E il momento dell’obsolescenza per le TPO sta arrivando adesso. Se ne parla troppo e con frequenza crescente. Persino la sonnolenta stampa italiana s’è accorta di un fenomeno che giornalisti come David Conn del Guardian e Gabriele Marcotti del Times denunciavano già nel 2006, nei giorni in cui il West Ham prendeva Tevez e Mascherano in affitto dalla Media Sports Investments di Kia Joorabchian.

Kia Joorabchian

Kia Joorabchian

Inoltre, due vicende avvenute in Portogallo durante l’estate appena trascorsa hanno fatto salire il livello dell’allarme sull’invasione dei fondi d’investimento nel calcio. E è sintomatico che ciò avvenga giusto nel paese in cui, come spiego nel mio “Gol di rapina”, la declinazione calcistica del fondo d’investimento ha trovato un appoggio negli attori istituzionali della finanza e del credito.

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Qui il primo tentativo di messa al bando delle TPO effettuato dalla Fifa nel 2007, tramite l’aggiunta di un’estensione bis all’articolo 18 (manco a farlo apposta…) del Regolamento sullo Status e i Trasferimenti del Calciatore, è stato aggirato con facilità irrisoria grazie alla creazione di fondi d’investimento da parte degli stessi club. E questo passaggio, oltre a fornire un eloquente esempio a proposito dell’inutilità dei divieti posti dalla Fifa, ha posto le condizioni affinché un grande club europeo come il Benfica venisse a trovarsi in difficoltà patrimoniali e finanziarie. La difficoltà è sorta in conseguenza del fallimento di Banco Espirito Santo (BES), il principale gruppo bancario privato portoghese il cui crack ha messo di nuovo a rischio la convalescente economia lusitana.

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È stato proprio BES, attraverso la sua agenzia Espirito Santo Financial Group (ESFG) con sede legale a Lussemburgo, a strutturare nel 2009 il Benfica Stars Fund (BSF), il fondo a cui il Benfica ha ceduto durante questi anni quote di diversi suoi giocatori ottenendo fra l’altro di gonfiarne le valutazioni iscritte a bilancio. Il fallimento dell’istituto e la sua divisione fra una good bank e una bad bank ha costretto il Benfica a un’affannosa operazione di riacquisizione delle quote di suoi calciatori in possesso del BSF. Perché, nel caso in cui il club encarnado non avesse ripreso quelle quote entro il 30 settembre, esse sarebbero finite sul mercato a disposizione del migliore offerente. Sicché ci si è trovati davanti a una situazione grottesca, col Benfica che ha dovuto sborsare 29 milioni per ricomprare quote dei suoi calciatori dal suo fondo d’investimento.

Al BES e alla sua emanazione ESFG è stato legato anche l’altro club portoghese che durante l’estate appena trascorsa è stato coinvolto in un’altra vicenda legata all’azione dei fondi d’investimento. Si tratta dello Sporting Lisbona, che al pari del Benfica ha istituito nel 2011 un proprio fondo (Sporting Portugal Fund, SPF) sotto l’egida di ESFG. Nelle scorse settimane lo Sporting è andato allo scontro con il più potente fondo d’investimento attualmente in campo nell’economia parallela del calcio globale: il Doyen Sports Investiments. Il conflitto è esploso a proposito del nazionale argentino Marcos Rojo e del suo trasferimento al Manchester United.

Marcos Rojo

Marcos Rojo

Alla vicenda ho dedicato un post di questo blog, e da essa è nato un contenzioso fra il club e Doyen con quest’ultimo che ha annunciato ricorso presso il Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) di Losanna.

I due episodi ricordati, uniti allo strapotere dei grandi broker calcistici globali come Jorge Mendes (ai cui tentacolari affari è stato dedicato nei giorni scorsi un lungo e dettagliato articolo

Jorge Mendes accanto a uno dei suoi principali assistiti

Jorge Mendes accanto a uno dei suoi principali assistiti

da David Conn), hanno proiettato sugli attori dell’economia parallela del calcio globale una pubblicità negativa. Con l’effetto di far schierare anche la Fifa in una battaglia che fin qui era stata affrontata soltanto dall’Uefa di Michel Platini, e in controtendenza rispetto alle voci che nelle settimane precedenti il mondiale brasiliano avevano dato Blatter in procinto di varare un riconoscimento dei fondi d’investimento.

Ma come detto all’inizio questa presa di posizione da parte della Fifa è tardiva. Dunque doppiamente sospetta. Davvero il colonnello Blatter, nell’anno che porterà all’ennesima rielezione, rischierà d’alienarsi i voti di Africa e Sud America, cioè dei continenti in cui le terze parti pascolano beate? Soprattutto, c’è che i finanzieri e i broker dell’economia calcistica parallela globale stanno già manovrando per scrollarsi di dosso l’etichetta ingombrante di “terze parti”. E per farlo scelgono la via più ovvia: acquistano club calcistici.

Si tratta di club di piccola taglia, e il loro valore storico e sportivo è pressoché nullo. Dunque, perché i protagonisti dell’economia calcistica parallela globale li comprano? Un’idea ce l’avrei: per farne tanti Locarno. Cioè utilizzarli alla stregua del club ticinese che nella seconda metà degli anni Zero venne utilizzato dalla HAZ (l’agenzia di Fernando Hidalgo, Gustavo

Pini Zahavi

Pini Zahavi

Arribas e Pini Zahavi) per sdoganare e smerciare calciatori d’elite provenienti dall’Argentina. I quali, naturalmente, del Locarno non hanno vestito la maglia nemmeno per un minuto, venendo immediatamente ridestinati a club dei campionati più ricchi d’Europa. In quel caso il controllo era indiretto, perché da un punto di vista formale la proprietà e la dirigenza erano locali. Nella formula odierna, invece, i protagonisti dell’economia parallela entrano direttamente in campo. Da proprietari e gestori, di club, chi potrebbe eccepire sulla legittimità del loro operare nel mondo del calcio? Soltanto applicando questa lettura è possibile spiegare compravendite di club realizzate, o in corso di realizzazione, durante il mese di settembre appena concluso.

È del 28 settembre una notizia molto istruttiva pubblicata da A Folha de Sao Paulo, quotidiano molto attento al tema delle terze parti sin dai giorni in cui Kia Joorabchian e la sua Media Sports Investments prendono il controllo del Corinthians.

La notizia che un club minore dello stato di Minas Gerais, l’Uberlandia Esporte Clube, sta per passare sotto il controllo di un terzetto formato dal padre di Neymar, dal potente agente brasiliano di calciatori Wagner Ribeiro (agente dello stesso Neymar, di Robinho, e dell’allenatore ex del Real Madrid e della nazionale brasiliana Vanderlei Luxemburgo), e dal popolare cantante Alexandre Pires, il Gigi D’Alessio di Minas Gerais.

Neymar senior

Neymar senior

Wagner Ribeiro

Wagner Ribeiro

Alexandre Pires

Alexandre Pires

E dato che i giornalisti di Folha hanno maturato una certa competenza nell’interpretare le manovre interne all’economia calcistica parallela, ecco data la lettura di questo episodio: per aggirare il bando prossimo venturo posto dalla Fifa bisogna acquistare dei club. Come già da tempo ha fatto la Traffic Sport, che mantiene nel proprio portafoglio il Desportivo Brasil, i portoghesi dell’Estoril Praia, e due franchigie della risorta NASL nordamericana (Fort Lauderdale Strikers e Carolina Railhawkes). E facendo un giro d’orizzonte si scopre che le manovre d’acquisto dei club si moltiplicano. In un articolo dedicato alla cessione di Abel Hernandez da parte del Palermo segnalai il fatto che Pablo Bentacur, il mediatore peruviano di calciatori che gestisce la carriera dell’ex rosanero, aveva da poco comprato la quota del Lugano (40%) in possesso di Enrico Preziosi.

Pablo Bentancur

Pablo Bentancur

Sta manovrando anche Peter Lim, il magnate singaporiano amico e socio di Jorge Mendes che da mesi è in procinto di acquistare il Valencia ma ancora non ne viene a capo perché Bankia (creditrice nei confronti del club per 305 milioni) non si fida delle garanzie finanziarie.

Peter Lim

Peter Lim

Dunque Lim vira altrove e prova a acquistare il Salford City, una società dilettantistica controllata da un gruppo di ex calciatori del Manchester United denominatosi Class 92. Si tratta di Ryan Giggs, Paul Scholes, Phil Neville e Nicky Butt. Assieme a altri due ex Red Devils (Phil Neville e David Beckham) sono stati protagonisti di un documentario intitolato The class of 92, dedicato alla generazione di talenti del Man U che segnò gli anni fra il 1992 e il 1999.

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Manco a farlo apposta, fra i produttori del documentario c’è anche Doyen Sports Investments. Ovviamente Lim nega che l’acquisizione del Salford sia dovuta alla necessità di sopperire al bando delle TPO. Avrebbe mai potuto dire il contrario?

E infine, ecco l’ultima novità. Gustavo Mascardi, l’argentino ex agente di borsa nonché mediatore di calciatori che ha ricavato una mega-commissione dal trasferimento di Iturbe alla Roma, e che s’è da poco visto riconoscere dal Tas un indennizzo da 8 milioni per il trasferimento di Paulo Dybala dall’Instituto Cordoba al Palermo (e l’acuto Zamparini paga).

Gustavo Mascardi

Gustavo Mascardi

Paulo Dybala

Paulo Dybala

Dieci giorni fa Mascardi ha comprato l’Alcobendas Sport, club sito nella comunità autonoma di Madrid che milita in terza serie. Lo fa per amore del club, o perché si stava annoiando? Direi nulla di tutto ciò. Staremo poiuttosto a vedere quanti calciatori passeranno formalmente dall’Alcobendas, allo stesso modo in cui Gonzalo Higuain passò dal Locarno.

Nel frattempo il colonnello Blatter avrà già celebrato il trionfo in una battaglia vinta per abbandono del campo da parte dell’avversario. Di vittorie del genere è costellata la sua storia di presidente della Fifa.

P.S. Leggendo questo post sarete indotti a credere che le manovre di acquisto o controllo di club da parte di attori dell’economia calcistica parallela siano faccende non riguardanti la realtà italiana. Sbagliato. Guardate cosa succede da due anni al Catania, club in cui l’ex agente di calciatori (ha ceduto l’agenzia al fratello…) Pablo Cosentino agisce da plenipotenziario.

Pablo Cosentino

Pablo Cosentino

Con risultati catastrofici dal punto di vista sportivo, peraltro. Ma magari quest’ultimo è un aspetto secondario della gestione. L’importante è far sbarcare a Catania calciatori argentini come Gonzalo Escalante e Gonzalo Piermateri. Il primo mai visto in campo, il secondo nemmeno in panchina.