“Nedo Ludi. Il ritorno” (Capitolo 12, anteprima)

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” (…)  In questo momento sto bene così Nedo, davvero. Durante questi mesi ho riflettuto molto. Su di noi, ma soprattutto su di me. E ho capito che tante cose non andavano. Ci siamo amati davvero, no?”.

Ma certo. Perché me lo chiedi?”

Perché ne sono convinta pure io. Che ci siamo amati fino a un giorno prima che tutto succedesse. Però poi quando è successo non abbiamo provato nemmeno un attimo a salvare il nostro amore. Come se tutto si fosse già consumato, e noi ne avessimo preso coscienza separatamente. Di tutto quanto, è questa la cosa che più m’inquieta. Perché finisce così un amore?”

Nedo rimase travolto da quelle parole, attanagliato un’altra volta dall’incapacità di rispondere. Nella sua decisione di prendere la propria strada c’era qualcosa d’altro, diverso dalla fine del loro amore. Ma non riusciva a dirlo a Eleonora, perché nemmeno lui sapeva ancora cosa fosse. Il pensiero correva sempre a quel pomeriggio di marzo, al ragazzo entrato nel bar un sabato pomeriggio, e allo sconvolgimento che l’aveva catturato da allora.

Questa domanda mi ha levato il sonno per settimane, Nedo – riprese lei –. E bada che non ne sto facendo una colpa a te. Anch’io, quando è successo, non ho trovato nulla di meglio che chiudere la nostra storia e dividere la nostra famiglia. Mi chiedo ancora come ci si fosse arrivati a questo. Poi man mano ho recuperato tranquillità. Non ho ancora trovato le risposte, però adesso le cerco con meno affanno. E per questo ho bisogno di stare ancora da sola. Per molto tempo”.

Tempo” sussurrò pensieroso Nedo. Che adesso invidiava Eleonora. Lei un suo percorso lo stava compiendo, e dentro il dolore c’era passata senza paura. E lui, invece? Cosa stava facendo? Era una questione di tempo?

Sì, tempo – disse lei, e finalmente il sorriso era quello dei giorni radiosi –. Sai, da qualche parte ho letto una frase bellissima. Non ricordo dove, ma mi è rimasta impressa. Diceva che il tempo è per il dolore come l’acqua del mare che smeriglia il vetro: arriva il momento in cui puoi tornare a maneggiarlo senza rischiare di ferirti ancora”.

Il mio nome è Nedo Ludi, capitolo 7

Cari amici, il prossimo 13 luglio Nedo Ludi tornerà in libreria. In un volume unico edito da Clichy saranno compresi “Il mio nome è Nedo Ludi”, pubblicato nel 2006, e l’atteso sequel “Nedo Ludi. Il ritorno”. Ripubblico uno dei capitoli del primo libro. Buona lettura.

 

 

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Il giorno dopo erano tutti a sudare su un campo verdissimo della Valtellina. I 22 giocatori convocati da Claudio Bersani seguivano in gruppo il nuovo preparatore atletico, Germano Rota. I convocati si presentarono tutti, nessuno tardò, e già alle 11,30 la lista era completa: i portieri Miglioccaro e Romualdi; i difensori – oltre a Nedo – Favrin, Vascotto, Vrenna e Bonazzi; i centrocampisti Monaldo, Piras, De Luca, Rinaldi e Holzmann; e gli attaccanti Reinaldo, D’Alessandro e Renzi. A loro si aggregò un sostanzioso gruppo di giocatori della Primavera: il portiere Sarni; i difensori Natali e Fiumi; i centrocampisti Mastrantonio e Cecchini; e gli attaccanti Magnani e Verricelli.

Era la prima volta che in ritiro andavano così tanti giocatori, con ben 7 dalla Primavera. Se il nuovo mister voleva dare un segnale, c’era riuscito. Non c’erano gerarchie, tutti potevano essere utili e nessuno indispensabile. Soprattutto, stava per essere plasmata una squadra completamente nuova nella filosofia e nell’impostazione. Una buona riserva di forze fresche sarebbe servita. Bersani si presentò alle 11 in punto. Era esattamente come Nedo l’aveva visto nelle foto. Un uomo che portava molto bene i suoi 42 anni, asciutto nel suo metro e 80, con una capigliatura mora molto più folta di quella di Nedo. Si videro a distanza, si riconobbero, si andarono incontro dandosi una stretta di mano molto formale. Parole, il giusto. Poi Bersani raccolse il bagaglio e salì in camera.

Nedo sbuffava a metà del gruppo, e il ritmo regolare dei passi scandiva i pensieri che aveva lasciato sedimentare dal giorno precedente. Era stato un primo giorno di ritiro come tanti altri. Alle 12,30 il nuovo allenatore radunò il suo staff composto, oltre che da Rota, dall’allenatore in seconda Maggiani e dal fisioterapista Vendramin. Bersani non aveva voluto un allenatore dei portieri, non ritenendo fosse una figura indispensabile. In cambio aveva chiesto che la società mettesse sotto contratto uno psicologo. Dalla società gli risposero che non se ne parlava, ma la questione non era chiusa. C’era da giurarci che il nuovo tecnico sarebbe tornato alla carica, sottolineando che c’era un progetto da realizzare e la società dovesse mettere lui nelle migliori condizioni per farlo.

Progetto.

Quella parola rimbombava ossessivamente nei pensieri di Nedo. Nel primo discorso che Bersani tenne ai convocati Il Progetto ricorse in modo ossessivo. Gli pareva di sentirlo pronunciare proprio così, con le maiuscole. Come se si stesse parlando di un’entità divinizzata, di una verità mitica da rivelare nel corso della stagione. L’Empoli 1989-90 era un progetto, la squadra era un progetto, il gioco era un progetto, il gruppo era un progetto, il campionato da disputare era un progetto, e tutto quanto era Il Progetto.

<Cosa cazzo sarà ‘sto progetto?> sussurrò Nedo a De Luca nel bel mezzo del discorso di Bersani. La voce era bassa abbastanza da non far sentire cosa fosse stato detto, ma non da impedire d’essere percepita. Tanto che Bersani interruppe per un attimo il monologo, proiettando lo sguardo verso la parte della sala in cui si trovava Nedo. L’allenatore non aveva capito chi fosse stato a molestare il suo discorso, ma il gesto carbonaro con cui Nedo portò la mano davanti alla bocca e riprese assorta attenzione risolse immediatamente l’interrogativo. Bersani impiegò un altro quarto d’ora per concludere, e ricevette dal gruppo dei giocatori un applauso nel quale a Nedo parve di riscontrare un entusiasmo maggiore di quanto s’aspettasse.

Non capiva cosa ci trovassero i compagni di così avvincente. E però non c’era ruffianeria in quell’applauso. Li aveva davvero conquistati Bersani. A Nedo pareva invece confermata l’impressione che aveva ricavato dalle interviste: quell’uomo parlava di parole. Sì, lo faceva bene e affascinava quanti lo ascoltavano. Era questo il suo segreto. Ma analizzando ciò che diceva, cosa c’era mai di così affascinante e memorabile? Nedo ebbe la tentazione di girare la domanda al suo compagno di camera. Che dopo quattro anni non era più Augusto Necci, ma Diego Favrin. Si astenne dal parlargliene perché quell’allampanato bassanese magnagatti era stato uno dei più entusiasti nell’ascoltare le parole di Bersani. Prima di intavolare certi discorsi è bene scegliersi con cura gli interlocutori.

Nedo sentiva scandita nella mente, tronca e ritmata dai passi da mezzofondista che scaricava per terra assieme al gruppo, la parola-chiave dell’Empoli di Bersani: Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét.

Era forse lui a non capire, a non essere in sintonia? Si chiese anche questo, e subito rispose che no, il problema non stava dentro di lui. Era proprio che quell’uomo parlava un linguaggio alieno, e che tutti si sforzavano di capirlo tranne lui, Nedo. Che continuava a farsi rimbalzare nella mente quella parola: Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét.

Cosa mai è un progetto nel calcio?, si chiedeva. E cosa mai avrebbe dovuto fare lui per essere funzionale al progetto? Si guardò intorno, pensandosi come qualcosa di diverso dal gruppo che correva dietro Rota, un 50enne bergamasco dal fisico esile e i capelli tinti d’un nero corvino. Gli interrogativi cominciarono a sciogliere il ritmo sincopato “Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét” che nell’ultimo quarto d’ora aveva gli occupato la mente. Tutti quelli che lo circondavano in gruppo erano un progetto? Quanta parte ciascuno di essi aveva nel Progetto? E ognuno di loro era a sua volta un progetto? Poco a poco Nedo si accorse come una semplice parola, Progetto, stesse smontando tutte le sue certezze. Sì, lui non era mai stato abile con le parole. Ma in nessun caso quella scarsa familiarità l’aveva spinto alla diffidenza verso il parlare. Aveva studiato poco, e fin lì quel poco gli era bastato per districarsi in un mestiere che richiedeva anche un discreto impegno comunicativo. S’era pure fatto un’idea su tutta la questione. Un’idea rudimentale, ma sufficiente a rendergli domestico il rapporto con le parole. Per lui c’era un mondo dei discorsi diviso in due: una parte semplice e una parte complessa. In ogni ambito era possibile fare discorsi semplici e discorsi complessi, e i due tipi di discorso non erano in conflitto. Era così nel calcio. I discorsi complessi toccavano ai giornalisti, ai commentatori, e a quegli intellettualoidi che ci vedevano sempre qualcosa dietro. I discorsi semplici erano quelli del campo e riguardavano i giocatori, gli allenatori, gli staff tecnici.

Così l’aveva sempre vista Nedo: giocare, allenare e allenarsi, preparare tatticamente una partita e mettere in pratica le direttive, tutto ciò faceva parte del parlare semplice, di quella parte di mondo del calcio in cui le parole non gli trasmettevano diffidenza. Perché a ciascuna di esse corrispondeva una cosa. Marcare era una parola che corrispondeva a una cosa. Salvarci era una parola che corrispondeva a una cosa. Attacchiamo, difendiamoci, stendilo, teniamo palla, buttala lontano quando in due ti arrivano addosso erano parole che corrispondevano a delle cose. Invece all’improvviso era bastata un’altra parola per demolire l’equilibrio che Nedo aveva costruito fra parlare semplice e parlare complesso. Gli era stato sufficiente sentir pronunciare il termine Progetto per scorgere come tracce di complesso stessero contaminando la parte semplice del mondo calcistico. Quale cosa corrispondeva alla parola Progetto? Nulla che Nedo riuscisse a scorgere, nulla che i suoi compagni in gruppo fossero in grado di afferrare oltre la volontà di compiacere il loro nuovo allenatore. Chissà se anche in quelle teste che vedeva ondeggiare davanti a sé, come le foglie di un albero battuto dal maestrale, fosse scandito lo stesso ritmo – Pro-gét, Pro-gét, Pro-gét – che aveva accompagnato i suoi passi.

Che poi, rifletté Nedo, il problema non era la parola in sé ma l’uso che Bersani ne aveva fatto durante tutto il discorso del giorno precedente. Il nuovo allenatore parlava di progetto di gioco, progetto di squadra, progetto predisposto con la società. E gli obiettivi? Il progetto di una casa è costruirla; e alla fine si valuta dal risultato se quel progetto sia realizzato o no. Ma per la stagione 1989-90 qual era il Progetto dell’Empoli? Al primo giorno di ogni ritiro dei precedenti tre campionati di serie A si sapeva che s’aveva da salvarsi. Era un progetto, quello? Mah! Di sicuro era un risultato chiaro. Se un campionato è un progetto, le tre salvezze consecutive dell’Empoli erano tre progetti riusciti. E fin qui tutto filava. Il problema era che Bersani aveva usato la parola Progetto in modo molto più vago. Cosa intendeva per progetto di squadra? Per come Nedo la interpretava, quella formula rimandava all’idea di un cantiere aperto. Come può una squadra essere un progetto senza che le venga indicata una meta? Era Il Progetto qualcosa che doveva favorire la creazione di una squadra, o era la squadra che doveva affannarsi a rincorrere Il Progetto? E se l’obiettivo del Progetto non era il risultato, cos’altro poteva essere?

In quella confusione le idee di Nedo cominciavano a chiarirsi. Per come lo vedeva, il Progetto di Bersani era qualcosa che non riguardava il campionato, né i giocatori, forse nemmeno l’Empoli. Gli pareva quasi non riguardasse nemmeno Bersani. Era un’idea che avrebbe preso forma parziale, continuamente mutevole, non legata ai risultati della squadra. L’Empoli avrebbe potuto fare i punti necessari a tenersi in linea di galleggiamento, o piuttosto sprofondare giù in classifica, e in entrambi i casi Il Progetto poteva essere in buona fase di sviluppo o in via di ripensamento. I giocatori potevano dare il massimo o essere messi a margine della squadra e pronti a essere sostituiti da altri. E anche i sostituti sarebbero passati nel Progetto. Poi sarebbe andato via anche Bersani, divorato dallo stesso mostro che lui aveva allevato e fatto crescere: Il Progetto.

Ma che cazzo c’entrava tutto questo col pallone? Nedo ebbe la tentazione di rallentare la corsa e mettersi in coda al gruppo a vedere se il mondo attorno fosse ancora al suo posto, o se non fosse cambiato in misura grande quanto aveva percepito durante quella mezz’ora di corsa. Non lo fece perché non voleva dare l’impressione di essere fra quelli tornati imbolsiti dalle vacanze. Né gli andava di essere il primo a mostrare segni di cedimento davanti al nuovo allenatore. I dubbi si moltiplicavano. Cosa pensavano in società del Progetto? Almeno loro sapevano in che direzione volessero andare? E con quali uomini, e per quanto tempo, e con che obiettivi?

Ripensò a un’intervista rilasciata ai primi di luglio dal presidente Magno alla Nazione. Il presidente parlava di una società che voleva entrare in una fase nuova, andare oltre la provvisorietà di risultati. Lì per lì Nedo intese che l’obiettivo fosse quello di costruire una squadra più competitiva, capace di salvarsi con meno affanni. Ripensandole in quel momento, Nedo trovava tutt’altro significato nelle parole del presidente. Il riferimento alla fase nuova e all’andare oltre la provvisorietà dei risultati, evidentemente, era la premessa del Progetto.

Ma cosa stava succedendo? Una parola diabolica stava corrodendo come un virus tutte le cose date per scontate. E altre parole diaboliche erano pronte a irrompere nel territorio del parlare semplice non più protetto da argini. Parole che aveva letto durante la settimana di vacanza a Cecina: intensità, cultura del gioco, lettura delle situazioni difensive, applicazione. E furore agonistico, valori morali, spirito di gruppo, mentalità. Dov’era in tutto ciò il pallone, e la necessità di sbatterlo nella porta avversaria o tenerlo il più possibile distante dalla propria? Erano parole; parole che parlavano di parole, e rimandavano a altre parole.

Sì, aveva visto giusto quando aveva detto al Merli che Bersani parlava di parole. E cominciava a valutare in modo diverso le sfuriate che il procuratore aveva fatto nei mesi precedenti a proposito del fanatico e dei suoi seguaci. Il nuovo allenatore dell’Empoli aveva proprio i connotati descritti da Merli quando parlava della banda dei sacchiani. Gente che parlava di calcio come dovesse predicarlo, e attraverso il calcio dovesse predicare un sistema di valori morali e un metodo di condotta quotidiana. Soprattutto, gente che sapeva parlare di tutto ciò, capace di rendere affascinante ciò che diceva benché nulla dicesse. Era proprio il fascino la cosa decisiva. Esattamente come la parola Progetto. Che diceva nulla, ma catturava l’attenzione e suscitava il fascino necessario a distogliere l’attenzione dal nulla che la parola diceva.

Allo scoccare dell’ora di corsa Germano Rota soffiò perentoriamente nel fischietto. Il gruppo si sgretolò come se il suono ne avesse sciolto il collante. Alcuni si fermarono di colpo portandosi le mani ai fianchi. Qualcun altro continuò per qualche metro in souplesse per forza d’inerzia, lasciando che il moto del corpo si smorzasse. Nedo andò avanti per una ventina di metri, fin quasi a fondocampo. Non si sentiva stanco, era pronto a continuare per un’altra mezz’ora e poi ancora un’altra. Avrebbe voluto darci dentro subito e affrontare le sue paure a viso aperto. Purtroppo erano quelle paure a non mostrarsi a viso aperto, nascondendosi dietro parole che parlavano di parole. Da stopper, era abituato a identificare un avversario e a battersi con lui per tutta la partita, e che poi fosse la contesa a stabilire un vinto e un vincitore. Quella mattina Nedo non riusciva a identificare l’avversario, e il compito, e i termini del duello. Fu in quell’istante che cominciò a chiedersi se un duello fosse ancora possibile, e se lui fosse ancora un duellante.

 

Giorgio Faletti e quel sofferto rapporto con la lingua italiana (Da “L’importo della ferita e altre storie”)

Cara amici, nell’edizione odierna de “Il Mattino” c’è una pagina dedicata al mio “L’importo della ferita e altre storie. Frasi veramente scritte dagli autori italiani. Faletti, Moccia, Volo, Pupo e altri casi della narrativa di oggi” (Edizioni Clichy). L’autore del lungo articolo, Angelo Petrella, ne parla come di “un libro di cui c’era bisogno”. Nei prossimi giorni pubblicherò la recensione in pdf. Per adesso riporto qui un paragrafo del lungo capitolo dedicato a Giorgio Faletti. Buona lettura.

Legenda: IU = Io Uccido; NVTO = Niente di Vero Tranne gli Occhi; FED = Fuori da un Evidente Destino; PIN = Pochi Inutili Nascondigli; ISD = Io Sono Dio; AVD = Appunti di un Venditore di Donne; TADT = Tre Atti e Due Tempi

 

 

La spinta a scrivere questo libro nasce dalla lettura di NVTO, qualche

anno fa. Un thriller che da subito mi parve stanco, pretenzioso,

scontato e (soprattutto) scritto in modo molto discutibile. Qua e là

per le pagine erano già stati passati numerosi tratti d’evidenziatore. Più

che sufficienti a far catalogare NVTO fra i peggiori libri mai letti, ma

senza che la sua bruttezza meritasse un posto speciale. Poi, invece, ecco

lo scarto decisivo. Potete trovare quanto segue a pagina 298 di qualsiasi

edizione:

Alla luce della torcia che aveva appoggiato sul tetto della macchina per

avere le mani libere, l’uomo, con un gesto istintivo, sollevò la manica della

tuta per controllare l’importo della ferita.

Leggendolo, il lettore che dedichi una reale attenzione al testo non

può non essere spinto a chiedersi: ma da quando in qua le ferite hanno

un importo? E ne esisterà mica un prezziario? E ancora, su esse l’Iva

andrà calcolata al 10% o al 21%? È evidente che, esprimendo il concetto

con parole appropriate, ciò che della ferita andrebbe constatata

è l’entità. E allora, perché mai Faletti ha parlato di importo? Messo

 

così, sembrerebbe trattarsi d’un frammento tradotto male. Parecchio

male. Però nessuno potrebbe ipotizzare che quello finito a pagina 298

di NVTO non sia un frammento dell’autore. Faletti firma, Faletti l’ha

scritto nell’italiano che gli riesce, Faletti se ne assume le responsabilità.

Così come avviene per tanti altri frammenti che lasciano perplessi, e

sembrano proprio essere stati pensati in un’altra lingua.

Del resto, il tema delle americanate linguistiche di Faletti è stato

dibattuto a più riprese su giornali e siti web. Matteo Sacchi, bravo e

attento giornalista della redazione Cultura del Giornale (è colui che per

primo denunciò le strane affinità fra i testi di Umberto Galimberti e

altri che erano stati pubblicati antecedentemente), ha scritto una serie

di articoli sul tema. Il primo di questi rimarca alcuni passaggi di ISD

che al lettore italiano suonano quantomeno bizzarri:

Non giriamo attorno al cespuglio. In fondo il giornale per cui lavoriamo

ci dà dei bei grandi. E noi siamo adulti e senzienti abbastanza per

porci qualche dubbio e non limitarci a mettere in pagina diamanti a poco

prezzo o comportarci come falene davanti alla candela. E quindi parliamo

di Faletti. Non avete capito un accidente?

Può succedere. La lingua non è fatta solo di parole e di forme sintattiche.

È fatta di modi di dire, di forme idiomatiche. Quelle che avete

letto sarebbero chiarissime ad un americano, per esempio. Ad un italiano

risultano più semplici così: «Non meniamo il can per l’aia. In fondo il

giornale per cui lavoriamo ci dà dei bei bigliettoni. E noi siamo grandi

e vaccinati abbastanza per porci qualche dubbio, invece di mettere in

pagina «bigiotteria» o farci attirare da apparenze pericolose». E quindi

parliamo di Faletti. (…)Tanto per dire: due detective, a pagina 136, hanno

un dialogo serrato e anche abbastanza ben scritto, sino a che uno dei due

dice all’altro: «Non girare attorno al cespuglio, Peter. Che succede?». Ma

attorno al cespuglio ci gira il lettore italiano per il quale «don’t beat about

the bush» non significa niente (è l’equivalente di «non menare il can per

l’aia»). E dal passo in questione l’attacco alla comprensione e alla lingua

diventa sempre più serrato, sino a culminare con «Te ne devo non una, ma

mille» che deriva dall’americanissimo «I owe you one» e che in italiano si

renderebbe con «Ti devo un favore grosso come una casa».

E, senza infierire, si potrebbe anche chiedersi cosa Faletti sperava che

i lettori capissero dalla frase (pagg. 363): «Pensavo che una ventina di

grandi vi avrebbero fatto comodo». I grandi della terra? Sì, grazie, avere

degli adulti attorno a noi bambini piace? No, più banalmente, per i neri

d’America i «grand» sono dei bei bigliettoni da mille dollari. Ecco come

mai qualche traduttore, come l’interprete Eleonora Andretta, che è stata tra

le prime a segnalare alcune di queste stranezze, si è posto una domanda:

«Ma Faletti pensa in americano?».2

Roba non molto edificante, per l’incredibile più grande scrittore. Che

infatti la prende male e reagisce anche peggio. Rispondendo alle eccezioni

che gli provengono non soltanto da Sacchi, egli scrive una lettera

indirizzata al quotidiano «La Stampa»3 della quale meritano di essere

citati alcuni passi. Il primo è quello in cui viene minimizzata la portata

delle eccezioni:

Con un briciolo di orgoglio premetto che, se a un romanzo giallo con

una trama, dei personaggi, un necessario coinvolgimento del lettore, l’unico

appunto che può essere mosso è l’uso di cinque frasi, giudico il risultato

estremamente positivo.

Due osservazioni sull’autodifesa dell’Incredibile. La prima: sostenendo

che in quel mattone le magagne siano contenute in «soltanto

cinque frasi», Faletti è ottimista. Parecchio. Come vedremo, altro che

cinque! Ciascuno dei suoi libri ne contiene almeno una ventina, a essere

generosi. La seconda: affermando la propria soddisfazione per il fatto

che «soltanto cinque frasi» (mica poche, oltretutto) del suo libro risultino

discutibili, l’incredibile più grande scrittore dà quasi l’impressione di

tirare un sospiro di sollievo. Come se ben di peggio s’aspettasse. «Che

culo, soltanto cinque strafalcioni!». Non una gran linea di difesa, francamente.

Né il tenore della replica migliora, andando avanti. Prima di

fornire improbabili spiegazioni su quegli americanismi, l’Incredible si

dedica al dileggio di due esperte che hanno osato criticarlo:

Le persone che mi accusano sono due signore che hanno un blasone di

tutto rispetto. Si tratta di Franca Cavagnoli, traduttrice di ben tre premi

Nobel, laureata in Questo e Quello e insegnante di Quell’altro e Altro ancora

e Eleonora Andretta che può vantare lo stesso tipo di retroterra culturale con

il ruolo di esaminatrice per l’ammissione a Cambridge come ciliegina sulla

torta. Devo dire che ho inizialmente osservato con un certo divertimento il

nascere di questa polemica balneare e non ho ritenuto opportuno disturbare

queste due signore mentre si godevano i loro cinque minuti di popolarità.

In un passaggio successivo Faletti scade addirittura nel pessimo gusto,

sfoggiando una predisposizione per l’insulto machista certo alimentata

dal Vito Catozzo che è in lui:

Confesso di non riuscire a trattenere un sorriso e di sentirmi anche

un poco stupido nell’aver avuto la necessità di rispondere a qualcosa che,

onestamente, ha un leggero tocco di ridicolo. Quello che mi ha spinto a

farlo, come ho detto all’inizio, è che da questa risibile querelle estiva e premestruale

si sia arrivati come sempre a ipotizzare un fantomatico scrittore

fantasma che è il vero autore dei libri che pubblico a mio nome.

E dopo aver sistemato «le due signore»4 tirando in ballo le umoralità

da ciclo mestruale incombente e la brama di vivere «cinque minuti

di popolarità», l’Incredibile dedica la chiusura a Matteo Sacchi, senza

nominarlo come si fa quando si vuol mostrare il massimo disprezzo

verso qualcuno:

Il cronista del quotidiano che ha sollevato il vespaio conclude il suo pezzo

con un inquietante interrogativo, con un afflato molto più cabarettistico

che letterario. Prendendo a prestito una canzone di Carosone, dopo avermi

rivolto l’appunto «tu vuo’ fa l’americano» mi chiede «sient’a me chi t’o fa fà»?

Mi sia concesso terra terra di rispondere con un’altra domanda: 12 milioni di

copie vendute solo in Italia possono essere considerate un motivo esauriente?

E credo che questo sia in definitiva il mio vero crimine. In questo paese dove

il successo è considerato una colpa è estremamente facile trovarsi di fronte a

dei censori animati da uno spirito che gli inglesi indicano con la parola envy

che, come possono testimoniare le mie amiche traduttrici, ha un significato

inequivocabile. Si traduce in italiano con una semplice parola: invidia.

Tutto molto scontato. L’appellarsi alle copie vendute, e l’accusa

d’invidia rivolta a chi critica. Riguardo a quest’ultima, l’ho sempre trovata

molto triste e squallida, degna di commiserazione per chi la avanza.

Accusare qualcun altro d’essere invidioso di noi è il riflesso di un

superiority complex, che poi è sempre un inferiority complex sublimato.

Ma non è questa la sede per ragionare di ciò. Anche perché si tratta

d’un problema di Faletti, non mio né dei lettori. Sicché, meglio tornare

ai frammenti falettiani che al lettore italiano suonano per lo meno

bizzarri. Sul tema Sacchi ha scritto altri due articoli, trovando nuove

espressioni sospette5 in ISD. Anch’io ne ho scovate un po’, seminate

in giro per gli altri libri falettiani. E per cercare di capire se per caso

non fossero provenienti dall’inglese o dall’americano ho chiesto consulenza

a Annalisa Sandrelli, ricercatrice dell’Università LUSPIO (Libera

Università degli Studi Per l’Innovazione e le Organizzazioni) di Roma,

nonché interprete professionista sovente impegnata nelle conferenze

stampa organizzate dall’Uefa a margine delle manifestazioni calcistiche.

Il primo frammento a lei sottoposto è proprio quello riguardante

l’importo della ferita. Ecco l’interpretazione:

In inglese import significa importanza o rilevanza. Si trova ad esempio

nella frase fatta «the import of what I’m saying» (l’importanza di ciò

che sto dicendo, per dire anche le implicazioni, le conseguenze di ciò che

sto dicendo). La locuzione «the import of his/her incurie» può significare

la severità e le conseguenze delle ferite subite da una persona. Non molto

usato, registro formale, di solito ambito giuridico o cronaca giudiziaria.

Di sicuro, una cosa improponibile in lingua italiana. Andiamo

avanti. Sempre in NVTO, a pagina 189, si trova il seguente passaggio:

Jordan era a qualche passo di distanza e non sentì altro che una scarica

e poche parole gracchiate attraverso il microfono poco attendibile dell’apparecchio.

Ma come farà un microfono a essere «poco attendibile»? Gli è forse

richiesta «credibilità»? Deve forse offrire una testimonianza da passare

al vaglio? Ancora una volta Annalisa, paziente, cerca una spiegazione:

L’unica cosa che mi viene in mente è che di un microfono si può dire

che è reliable (letteralmente attendibile o affidabile se riferito a una fonte,

a una persona, ecc.) per dire che è sensibile, rileva e amplifica molto bene i

suoni. Quindi qui potrebbe dire che è un microfono poco sensibile.

Ancora un passaggio di NVTO. A pagina 244 si legge:

La voce organizzata di Mary Ann Levallier le sorprese a mezza strada.

«Voce organizzata»? Mai sentito in italiano. E in anglo-americano?

Qui Annalisa deve proprio mettercela tutta per dare un’interpretazione:

Questa è difficile. Ho cercato l’equivalente di voce impostata, e si dice

Pitched voice o Trained voice, che si usa per indicare qualcuno che ha

seguito un corso sull’uso della voce o per essere intonato (la prima versione è

relativa ai cantanti) o per recitare o parlare in pubblico (trained vuol dire

letteralmente addestrata o allenata).

I misteri della lingua falettiana s’infittiscono se si mette da parte

NVTO e ci si dedica al suo primo romanzo, IU. Qui a un certo punto,

in uno dei capitoli nei quali il Faletti allungatore di brodi dà il meglio di

sé, si parla di Hudson McCormack. Costui è un personaggio che piace

alle donne, che però vengono da lui ricambiate con minor trasporto. E

a quel punto (pagina 511) Faletti sente l’urgenza di dissolvere gli eventuali

dubbi sui gusti sessuali di McCormack:

Oddio, non che non gli piacessero le donne. Era un fior di regolare, e

una bella ragazza rappresentava sempre un bel modo di passare il tempo

(…)

«Un fior di regolare». In quale lingua transgenica avete mai sentito

pronunciare una formula come questa? Di sicuro non in quella italiana.

Su questo frammento Annalisa non ha dubbi:

In inglese americano a regular guy vuol dire uno normale, a posto,

come tutti gli altri, con gli appetiti e le doti che hanno più o meno tutti,

in contrapposizione con i nerd che sono gli sfigati fissati col computer e lo

studio. Però non è positivissimo, perché i più fichi invece sono i popular.

Quindi secondo me mettere quella specificazione accrescitiva (un fior di)

non c’entra un piffero.

Naturalmente il ragionamento della nostra interprete fa riferimento

ai calchi linguistici angloamericani. Perché se ci si riferisse alle formule

della lingua italiana, allora l’incoerenza andrebbe riferita non soltanto

al passaggio «un fior di». Il mistero più grande si manifesta alla lettura

del passaggio di IU (pagina 438) in cui si descrive l’accalcarsi di un

gruppo di giornalisti presso il cimitero di Eze Village, dove vengono

celebrati i funerali del commissario della polizia di Montecarlo, Nicolas

Hulot. A quel punto Faletti piazza una formula mai scritta o detta al

mondo:

L’avidità livellatrice dei pochi giornalisti presenti era stata trattenuta

all’esterno (…)

Con «l’avidità livellatrice» siamo ormai oltre. Nel pieno dominio

dell’italiano postmoderno, quello in cui la coppia «sostantivo-aggettivo

» non deve avere alcun senso, e può ben essere formata col metodo

dell’estrazione a sorte. E a questo punto Annalisa deve mettercela tutta

per dare una spiegazione:

Qui è ancora più strano. Allora, ai giornalisti viene spesso riferito questo

aggettivo, greedy, che significa avido, relativamente al rapporto che la

stampa scandalistica ha con le notizie, soprattutto di gossip e cronaca nera.

I greedy journalists sono gli sciacalli che non esitano a rovinare la gente

mettendo in piazza i cavoli loro. Il vero mistero è quel livellatrice, sul quale

mi scervello da giorni. Non ho la minima idea di che cavolo volesse dire.

L’unica accezione che mi viene in mente in inglese è to level e il suo participio

o gerundio levelling (a volte con la preposizione out aggiunta), che si

usa facendo riferimento a qualcosa (tipicamente la morte) che azzera tutte

le differenze. Ma insieme a avidità… immagino significhi che i giornalisti

erano tutti ugualmente ansiosi di accedere al luogo del delitto (o quello

che è) per poi raccontare in poche parole più o meno uguali una vicenda

magari complessa.

La rassegna delle formule misteriose all’americana avrà una coda

al paragrafo 1.6, e si tratta d’un passaggio talmente clamoroso da meritare

un trattamento a parte. Per il momento mi limito a constatare

che Faletti usa spesso frasi la cui costruzione ha poco d’italiano, e il cui

significato può essere sfuggente. E tuttavia, non tutte queste frasi corrispondono

a dei calchi linguistici anglo-americani, come gli articoli di

Sacchi e le eccezioni sollevate da Franca Cavagnoli e Eleonora Andretta

farebbero pensare. Il che significa una sola cosa: il vero problema linguistico

di Faletti riguarda non tanto l’angloamericano, quanto l’italiano.

Un problema serio. Non legato soltanto a frasi il cui senso sfugge,

ché quello sarebbe il meno. C’è ben altro, ahilui.

Nelle pagine dei romanzi falettiani potete trovare agghiaccianti errori

di grammatica, in qualche caso reiterati con un’assiduità degna di

miglior causa. Qualcosa che non ci si aspetterebbe mai dall’incredibile

più grande scrittore italiano. Il caso più clamoroso si ha col sostantivo

pneumatico, e col suo plurale pneumatici. A ogni ragazzino delle

elementari viene insegnato che l’articolo determinativo singolare appropriato

per pneumatico è lo, e che per il plurale pneumatici è gli6. E

così è per tutte le preposizioni articolate che vanno a concordarsi col

sostantivo: dello/degli, allo/agli, sullo/sugli pneumatico/i. A nessuno,

scrivendo un libro, verrebbe mai in mente di scrivere il pneumatico

o dei pneumatici, allo stesso modo in cui mai scriverebbe il psicologo

o dei psicologi. Proprio nessuno? Beh, non esattamente. Leggendo

NVTO, il primo dei libri falettiani con cui mi sono confrontato, notai

a pagina 122 questo passaggio:

Lo stridio dei pneumatici del Voyager (…).

E leggendolo starete già pensando: «Sì, vabbe’, sarà grave: ma una

volta può anche scappare». Una volta? Direi proprio di no. Sempre in

NVTO, a pagina 301, potete leggere quanto segue:

La Ford Corona bianca e blu della polizia scese lentamente la rampa

di Williamsburg Bridge e piegò a destra, lasciandosi alle spalle un piazzale

pieno di autobus addormentati sui pneumatici.

Notare, fra l’altro, come lo sforzo di dare un tocco poetico (i bus addormentati)

sia mortificato da uno sfondone di grammatica (sui pneumatici).

Ancora una volta mi pare di udire l’obiezione: «Ok, è vero,

due volte in un libro è molto grave. Ma non facciamone un dramma

e chiudiamola qui». Per carità, sarei dispostissimo a chiuderla qui anch’io.

Il problema è che è Faletti a non chiuderla. Andando alle pagine

346-7 dello stesso volume si trova quanto segue:

Poi il rombo di un motore in violenta accelerazione e lo stridere dei

pneumatici sull’asfalto (…)

E adesso, registrato il tris, come la mettiamo? Avverto l’imbarazzo

degli oltranzisti falettiani, che a questo punto con flebile voce mobiliterebbero

la sola argomentazione residua: «Va bene, è indiscutibile che tre

coincidenze facciano un indizio. E che si tratti di errori gravissimi. Ma

in fondo è avvenuto tutto quanto in un solo libro, è soltanto un caso

sfortunato». Ancora una volta: nossignori. Il caso non riguarda soltanto

NVTO. A pagina 155 del primo romanzo falettiano, IU, potete leggere:

(…) sentendo a tratti i pneumatici cigolare (…)

Penso che a questo punto le obiezioni degli oltranzisti falettiani si

esauriscano. Ma purtroppo per Faletti non si esaurisce qui il Dossier

Pneumatici. L’autore è seriamente convinto che l’articolo determinativo

plurale appropriato sia i, e così tutte le preposizioni collegate. Leggendo

il terzo romanzo, FED, eccone un altro saggio alle pagine 153-4:

Non appena l’aveva visto, Silent Joe l’aveva subito dichiarato di suo

gradimento con una vivace innaffiata dei pneumatici posteriori.

In quel romanzo, i bisogni fisiologici del cane Silent Joe sono una

fissa dell’autore, e dunque ecco arrivare il bis a proposito di pneumatici

(pagina 177):

Annusò un poco in giro e decise di fare il suo pit stop sui pneumatici

di una Honda.

Non possono esservi più dubbi sul fatto che per l’incredibile più

grande scrittore italiano l’articolo determinativo correlato a pneumatici

sia i. Eppure nel quarto libro, ISD, accade il miracolo. A pagina 59

potete trovare il seguente passaggio:

Mentre si avvicinava all’edificio sentendo il pietrisco sotto gli pneumatici

rollare (…)

Catturato dallo stupore, mi ritrovai a annotare nel bordo alto della

pagina: «Non ci posso credere: l’ha scritto giusto!». E per un po’ mi

convinsi che l’incredibile più grande scrittore italiano avesse imparato

(meglio tardi che mai) il corretto articolo determinativo di pneumatici,

o che quantomeno qualcuno l’avesse avvertito degli sfondoni fin lì

compiuti. Dunque immaginai che da lì in poi, appresa la lezione alla

bella età di anni 59 (nel 2009), egli non ripetesse più l’errore. Ma si

trattò di breve illusione. Perché arrancando nella lettura fino a pagina

485 dello stesso libro scoprii che tutto tornava normale:

Mise il lampeggiante sul tetto e si staccò dal marciapiede, facendo lamentare

i pneumatici sull’asfalto.

Sicché, riguardo al corretto uso del determinativo nel frammento

di pagina 59, se ne può dare una sola spiegazione: che Faletti l’abbia

scritto giusto per errore. E immagino che, rileggendolo e accorgendosi

di aver scritto gli pneumatici, si sia dato una gran manata sulla fronte

esclamando: «Porca puttana, che errore ho fatto!».

Ma a questo punto gli oltranzisti falettiani potrebbero riprendere

fiato e tornare alla carica con le obiezioni. Potrebbero appellarsi al

fatto che un cumulo d’errori su un solo sostantivo, per quanto gravi

quegli errori siano, non può inficiare il giudizio sull’opera intera di un

autore. Chiunque egli sia. E in fondo si tratterebbe della stessa linea di

giustificazione adottata da Faletti (prima che blaterasse di polemiche

premestruali) contro chi faceva notare gli americanismi contenuti in

ISD: in fondo si trattava «di soltanto cinque frasi in un libro intero».

Anche stavolta mi tocca respingere al mittente l’obiezione. Perché Faletti

non ha problemi soltanto con gli (i) pneumatici. Leggendo con un

minimo d’attenzione ciò che scrive, vi si ritrova dentro l’impensabile.

Di davvero incredibile non è lo scrittore, ma la sua scrittura. La lista è

lunghissima. Per cui, stappate una bibita e mettetevi comodi.

Cose straordinarie è capace di fare l’Incredibile quando si tratta di costruire

la frase. Che come tutti sanno, specie nella forma scritta e in particolar

modo quando si scrive un libro, deve avere un rigore formale inflessibile.

Su questo versante Faletti mostra una passione per l’abbattimento degli

steccati e l’effervescenza grammaticale e sintattica che meriterebbe d’essere

passata al setaccio nei dipartimenti d’Italianistica. Per esempio, leggete un

po’ questo frammento pubblicato a pagina 100 di NVTO:

Finalmente la testa ricciuta di Connor emerse e sbadigliò e si stropicciò

gli occhi esasperando volutamente un movimento che lo fece assomigliare

a un gatto.

Qualcosa non torna, sicché bisogna scomporre il periodo e analizzarlo

pezzo a pezzo. L’inizio dice che la testa emerse: e fin qui, tutto

regolare. È la testa di Connor Slave, e emerge da sotto le coperte. Ma

poi, continuando la lettura del periodo, il meccanismo logico s’inceppa.

Perché si scopre che la testa sbadigliò. E infine che la testa si stropicciò

gli occhi. Fantastico! Chissà se questa è una delle cinque frasi di bonus

che l’Incredibile concede a sé medesimo di sbagliare in ciascun libro.

Di sicuro questa, da sola, vale per dieci. Per di più, riguardo alla testa

e alle sue azioni Faletti mostra una passione. Lo si scopre leggendo un

frammento del romanzo successivo, FED. A pagina 256 potete trovare

di nuovo una testa che riemerge e fa cose fuori schema:

La testa di April riemerse in un movimento di capelli vivi e iniziò a

infilarsi la camicia.

È dunque la testa che s’infila la camicia? Sarebbe bello che l’incredibile

più grande scrittore italiano spiegasse cose come questa, senza

appellarsi a invidie, sindromi premestruali e ansie di vivere i cinque

minuti di celebrità. Così come non sarebbe male che spiegasse la sfilza

di periodi costruiti in stile io speriamo che me la cavo. A pagina 393 di

NVTO viene fatta pronunciare a Maureen Martini una frase tipica del

Faletti solenne:

«Qualcuno ha posto gli esseri umani davanti al dubbio fra essere e non

essere, qualcun altro davanti alla scelta fra essere e avere. Io, in questo momento,

l’unica cosa che desidero è soltanto capire».

Dentro quell’io l’unica cosa che desidero è soltanto capire c’è un mondo

intero, una lingua selvaggia che chiede di scorrazzare brada. Idem si

dica per il frammento collocato alle pagine 32-33 di AVD:

L’autoironia credo che sia un altro degli schermi che pone fra sé e un

mondo per lui invisibile.

In qualche caso la costruzione del periodo prende una forma sbrigativa,

finendo per dar luogo a dei non sequitur, cioè a delle frasi il cui

inizio non si concorda con la conclusione. Eccone un esempio, tratto

da IU a pagina 492:

Anche se la sua vittima avesse chiesto aiuto, cosa di cui dubitava, di

solito nessuno si immischia in certe faccende.

Questo è italiano parlato. Una frase che se pronunciata al bar potrebbe 

anche essere lasciata passare, ma che in un libro costituisce errore

grave. La forma corretta sarebbe più o meno così: «Anche se la sua

vittima avesse chiesto aiuto, cosa di cui dubitava, le cose non sarebbero

cambiate. Di solito nessuno si immischia in certe faccende». Notevole

anche il seguente stralcio (NVTO, p.337), nel quale si parla di un telefono

cellulare che squilla provvidenziale in un momento d’imbarazzo,

permettendo d’interrompere la conversazione:

Sincronizzato dal caso per risolvere quello spigoloso istante di imbarazzo,

Jordan sentì il telefono portatile vibrare nella tasca dei pantaloni.

Per quello che è l’ordine dato alla frase da Faletti, a essere sincronizzato

è Jordan, non certo il telefono. Ancora, a pagina 444 dello stesso

libro:

Se da una parte quella notizia aveva fugato ogni possibile incertezza

residua da parte di Jordan, era rimasto gelato quando aveva sentito che

Maureen aveva intenzione di andare da sola a casa sua.

Poiché manca un «egli» dopo «Jordan» e la virgola, il periodo crolla

come un tavolo al quale venga segata una gamba. Una cosa analoga

succede a pagina 385 di FED. Si racconta di come Jim McKenzie e

April Thompson s’inoltrino nel bosco. A quel punto Faletti scrive:

Il sentiero si faceva più agevole a mano a mano che si avvicinavano.

Poco prima di affacciarsi nella radura in cui erano parcheggiate le macchine,

sul tronco di un pioppo qualcuno aveva inciso un cuore e all’interno

la scritta «Cliff ama Jane». April le passò di fianco con il pensiero amaro

che quella scritta sarebbe sopravvissuta alle persone che l’avevano tracciata.

E anche al loro amore.

Anche qui la costruzione non regge. Coloro che «si avvicinavano»

sono Jim e April. E ancora a loro si fa riferimento quando si dice «prima

di affacciarsi nella radura». Ma dopo la virgola il periodo diventa

un Frankenstein, perché dal punto di vista formale il soggetto è quel

«qualcuno» che «aveva inciso un cuore». Dunque il senso della frase

costruita da Faletti dice che qualcuno, prima di affacciarsi nella radura,

aveva tracciato quel cuore con relativa scritta. La costruzione corretta

della frase avrebbe dovuto essere: «Poco prima di affacciarsi nella radura

in cui erano parcheggiate le macchine, notarono che sul tronco di un

pioppo qualcuno aveva inciso un cuore e all’interno la scritta «Cliff ama

Jane». (…)».

Ma l’apice viene toccato a pagina 134 di PIN, nel racconto L’ultimo

venerdì della signora Kliemann:

Carlo Anselmi si trovò a riflettere a come, a tutti i livelli, la vita sull’isola

aveva dei risvolti comuni. Una grande maggioranza di quelli della

loro età erano proprietari di un’attività che avevano trasmesso ai figlioli:

Maurizio la farmacia, Piero Parodi il ristorante…

Chi non l’aveva fatto era per un motivo molto semplice. O non aveva

figli o non aveva una vera attività da trasmettere.

Un guazzabuglio mai visto. Cominciamo dalla costruzione della

frase che ha al centro il verbo riflettere. Esso richiede la preposizione

su, non a. Si riflette su una cosa, non si riflette a una cosa; e questo è

un errore da tre tratti di matita blu. Si prosegue con quel passaggio

in cui si dice che «una grande maggioranza (…) erano proprietari (…)».

Se proprio voleva evitare l’effetto sgradevole che viene dal dire «una

grande maggioranza (…) era proprietaria» (formula corretta dal punto

di vista grammaticale, ma poco pratica se la si proietta nella dimensione

della lingua quotidiana) avrebbe dovuto costruire la frase con la

formula: «Una grande maggioranza di quelli della loro età era formata

da proprietari di un’attività (…)». In questo modo la costruzione della

frase avrebbe retto. Il meglio arriva in coda. Prima c’è un periodo in

stile io speriamo che me la cavo («Chi non l’aveva fatto era per un motivo

molto semplice»). E a seguire si scopre che in realtà di motivi ce ne sono

due, non uno («O non aveva un figlio, o non aveva una vera attività da

trasmettere»).

Per di più, l’Incredibile mostra una predilezione per l’uso della preposizione

«a» in luogo di quelle che sarebbero corrette all’interno della

frase. Poco sopra ci siamo imbattuti in un «riflettere a». In AVD, pagina

364, ecco il bis:

Nessuno riesce a esimersi, in determinate situazioni, a fare a gara a chi

ce l’ha più grosso.

Il verbo esimersi richiede la preposizione «da» e le sue articolate,

non «a» («Nessuno riesce a esimersi, in determinate situazioni, dal fare a

gara a chi ce l’ha più grosso»). E coi congiuntivi, come se la cava l’Incredibile?

Direi che si mantiene in linea col resto della sue performance

linguistiche. Ecco un frammento a pagina 218 di NVTO:

Forse, se Gerald avesse avuto qualcuno che gli diceva una frase del genere

in quel modo, non sarebbe mai diventato Jerry Kho.

Gli riusciva troppo arduo scrivere «se Gerald avesse avuto qualcuno

che gli dicesse (…)».

 

Lui però non demorde, e si esercita pure col tedesco. La performance 

si registra a pagina 133 di PIN, nel racconto L’ultimo venerdì della signora

Kliemann. Succede che la bella signora tedesca dia appuntamento

a Carlo Anselmi per l’indomani, augurandosi che faccia bel tempo. E

lui risponde:

«Dovrebbe esserlo. A domani. Auf Wiedersehen».

La salutò con una delle poche parole che sapeva in tedesco (…).

Ma Auf Wiedersehen non è una parola; è un’espressione, composta

da due parole.

Non meno brillanti le prove sulla consecutio temporum. All’interno

di una sequenza di IU (pagine 45-46) essa viene sfregiata due volte.

Siamo sulla scena del primo delitto, che avviene al largo della baia di

Montecarlo. L’assassino sceglie di ammazzare una coppia che passa le

vacanze su uno yacht. L’azione viene descritta usando l’indicativo presente.

Si narra di come l’assassino scorga la lei della coppia che decide

di fare un bagno in piena notte, ciò che gli facilita l’esecuzione del

piano. Ecco la descrizione:

Emerge a poppa dell’imbarcazione e si appende alla scaletta che è rimasta

abbassata.

Bene.

Questo gli avrebbe evitato evoluzioni per salire a bordo.

Perché se costruisce il periodo al presente indicativo usa quel condizionale

passato? L’uso di quest’ultima forma temporale sarebbe stata

corretta se la narrazione fosse stata costruita usando una forma verbale

al passato, per esempio il passato remoto: «Emerse a poppa dell’imbarcazione

e si appese alla scaletta che era rimasta abbassata. Bene. Questo

gli avrebbe evitato evoluzioni per salire a bordo» Ma se sceglie di narrare

al presente, allora l’ultimo periodo andrebbe reso al condizionale presente

(«Questo gli eviterebbe (…)») se non addirittura al futuro semplice

(«Questo gli eviterà (…)»). Poco dopo, ecco il bis:

Non può permettersi di essere limitato nei movimenti, anche se la sorpresa

nei confronti di due persone colte nel sonno avrebbe agito a suo

favore e facilitato il suo compito.

Un altro esempio di consecutio temporum presa a sassate si ha in

NVTO, pagina 233:

Il carattere deriva dalla sofferenza, e una persona bella di solito non ha

mai dovuto faticare per conquistare niente, perché trovava sempre un sacco

di altre persone disposte a farsi in quattro pur di regalarglielo.

La frase è giustamente costruita all’indicativo presente, perché

enuncia un principio generale sganciato dal tempo della narrazione.

Nello specifico, il fatto che il carattere derivi dalla sofferenza con tutto

quanto segue è un principio generale, valido per ogni tempo cronologico;

e per questo motivo il suo tempo narrativo deve essere l’indicativo

presente. Perché se, viceversa, si scrivesse che «il carattere derivava dalla

sofferenza (…)» ne sortirebbe un significato ben diverso: passerebbe l’idea

che si sta parlando di una mentalità e di un costume superati dai

tempi, e dunque non più attuali. E dunque, ribadisco, l’Incredibile usa

opportunamente il presente indicativo quando parla del rapporto fra

carattere e sofferenza. Ma allora perché quel «trovava» anziché «trova»?

Proprio non gli riesce di fare le cose per bene fino in fondo. A pagina

185 di PIN viene commesso lo stesso errore:

Forse era umano avere timore quando si sente che si sta per morire (…)

Il principio detta che è (sempre!) umano avere timore quando si

sente che si sta per morire, e non lo era certo soltanto nel momento di

cui viene data descrizione in quel frammento. Un passaggio strepitoso

si ha a pagina 219 di FED. Lì viene descritta Charyl, una prostituita

della quale s’innamora la prima vittima del misterioso spirito navajo.

Ecco la pennellata decisiva:

I capelli biondi erano legati dietro la nuca da una coda di cavallo.

Qui l’Incredibile avrebbe dovuto scrivere «legati dietro la nuca in

una coda di cavallo». Perché messa nei termini da lui usati significa che

Charyl, per legarsi i capelli dietro la nuca, ha dovuto tagliare la coda a

un cavallo e usarla come fosse un elastico.

Cinque frasi controverse per ogni libro, si diceva. Ribadisco: magari!

Perché se mi mettessi a dar conto di tutti i refusi (concordanze sbagliate

di plurali o singolari, di maschili o femminili, et similia), rischierei di

dedicare a Faletti tutto lo spazio di questo libro. È dunque per ragioni di

economia che faccio una selezione. Inoltre, uso una certa indulgenza perché

so che nessuno è immune dal refuso. Ne ho trovati anche nei miei libri,

ricavandone l’ennesima dimostrazione d’un principio di cui mi sono

fatto convinto: che ciascuno di noi è il peggior correttore di se stesso. Ma

nel caso di Faletti il problema è la quantità. Industriale. Ve ne riporto

una selezione, tenendo gli altri di scorta per chiunque volesse visionarli:

– (…) un linguaggio a parte, in cui il candore degli errori e l’assoluta innocenza

con cui venivano pronunciati diventava a volte fonte di battute

fulminanti. (IU, pag, 17) [il candore degli errori e l’assoluta innocenza

diventavano]- Roncaille e Durand sono scesi ufficialmente sul sentiero di guerra.

Deve aver avuto alle spalle pressioni spaventose (…) (IU, pag. 207) [Roncaille

e Durand devono avere avuto]

– Il porco aveva il naso e un labbro spaccato (IU, pag. 264) [spaccati]

– Ci sarebbe voluta molta luce e molto sole (IU, pag. 273) [ci sarebbero

voluti molta luce e molto sole]

– Un accenno di ansia sembra dipinta (…) (IU, pag. 578) [un accenno

dipinto]

– (…) alcune gocce di sangue raggrumato erano usciti (…) (IU, pag.

595) [gocce di sangue uscite]

– Fuori c’era l’inverno e il freddo e le acque a senso unico dell’Hudson

(…) (NVTO, pag. 82) [fuori c’erano]

– Jordan sentì le mani sudate, come se l’umido della pioggia che cadeva

cieca sui vetri fosse riuscita a entrare nella stanza (NVTO, pag. 171) [l’umido

della pioggia fosse riuscito]

– (…) il concetto di casa e di amore era feroce e acuminato come il coltello

Bowie che aveva appeso alla cintura (FED, pag. 15) [i concetti di casa e di

amore erano feroci e acuminati; e lasciamo pure da parte ogni giudizio

sull’associazione dei due aggettivi ai concetti di casa e amore]

– C’era la camera da letto, la stanza guardaroba e lo studio dove il

signor Kliemann passava con il computer acceso tutto il tempo che non trascorreva

seduto in giardino (PIN, pag. 171) [c’erano la camera da letto,

la stanza e lo studio]

– [Egli] Si vide da fuori come in una ripresa cinematografica, la sua sagoma

seguita da una carrellata mentre sfilava sullo sfondo di quei disegni,

sovrapposto come in una vecchia tecnica di animazione nel quale in realtà

era il fondale che si muoveva mentre la figura in primo piano restava ferma

(PIN, pagg. 201-2) [una vecchia tecnica di animazione nella quale]

– C’era nello sguardo smarrito della donna seduta di fianco a lui, una

richiesta e una promessa d’aiuto (PIN, pag. 236) [c’erano una richiesta

e una promessa]

– Ogni persona con un minimo di autorità e di coinvolgimento in quella

storia, lei compresa, sarebbe stato investito da quella bufera (…) (ISD,

pag. 374) [ogni persona sarebbe stata investita]

– Ma ha un potere di comunicazione e di motivazione enormi, che sono

poi le qualità che gli hanno permesso di arrivare dove è arrivato (TADT,

pag. 92) [Ma ha un potere di comunicazione e di motivazione enorme,

che è poi la qualità che gli ha permesso di arrivare dove è arrivato].

Un altro punto dolente della prosa falettiana è dato dalle improprietà.

Ovvero, dall’uso di parole inadatte al contesto della frase e del

discorso. Anche su questo versante il nostro eroe è capace di piazzare

numeri memorabili. Comincia subito, sin dall’inizio del primo libro. A

pagina 13 di IU si legge questo passaggio:

Jean-Loup pensò che le priorità della vita, tutto sommato, sono abbastanza

semplici e ripetitive, e in pochi posti al mondo come quello era

possibile quantificarle. La caccia al denaro al primo posto.

In realtà Jean-Loup sta classificando, non quantificando le priorità.

Ma il suo creatore non lo sa, e del resto abbiamo già visto che quando si

tratti di stabilire l’ammontare di qualcosa o il suo importo egli va completamente

fuori schema. Per di più l’incredibile inciampa di nuovo sul motivo

della quantificazione a pagina 312 del romanzo successivo, NVTO:

Il detective non si diede pena di presentare le persone che erano con lui.

In parte perché non era necessario, ma soprattutto perché non sapeva bene

in che modo quantificare la loro presenza sul luogo del delitto.

Cosa c’entri in tale caso la quantificazione rimane un mistero. Probabile

che si trattasse di giustificazione, o più credibilmente di qualificazione

(«non seppe in che modo giustificare»; «non seppe in che

modo qualificare»). O che per l’ennesima volta abbia fatto capolino

l’americano presente in Faletti, colto da sindrome premestruale e dalla

voglia di godersi altri cinque minuti di celebrità. Tutte supposizioni,

ovviamente. A contare davvero è il fatto che a pagina 472 di ISD l’Incredibile

conceda il tris:

Aveva capito che qualcosa di poco bello era successo, qualcosa che poteva

quantificare ma alla quale non sapeva reagire.

Chiuso il dossier relativo alle quantificazioni, passiamo a altro. A

pagina 98 di FED ne salta fuori una nuova. Una troupe televisiva arriva

sul luogo per una ripresa e i suoi componenti scendono dal furgone

della regia mobile per occupare la postazione. Ecco il modo in cui l’Incredibile

descrive la scena:

Gli occupanti erano scesi e avevano scaricato tutte le loro mercanzie e

montato rapidamente le luci.

Mercanzie? Ma perché, dovevano forse vendere le cose scaricate dal

furgone? E per quale importo, allora? O piuttosto Faletti intendeva dire

che gli occupanti scaricarono le loro attrezzature? L’italiano di Faletti continua

a fare miracoli. Andiamo avanti. A pagina 275 di IU si parla di una

 

trasmissione radiofonica che non sta andando secondo le intenzioni.

Tuttavia, la puntata non aveva nervo quella sera (…).

Evidentemente per Faletti il nervo e il nerbo sono la stessa cosa. Il

colpo da maestro viene piazzato a pagina 101 di TADT:

I portieri si allenano con i reciproci allenatori negli esercizi studiati

apposta per il ruolo.

Qui la spiegazione dell’errore è un po’ più complessa. Ma cionondimeno

quello che viene definito l’incredibile più grande scrittore italiano,

l’uomo che vendendo 12 milioni di copie è responsabile anche di un

modo in cui la lingua italiana e il suo corretto uso vengono divulgati,

dovrebbe comprendere la sfumatura e applicarla diligentemente nelle

cose che scrive come qualsiasi mediocre studente di istituto tecnico. La

formula i reciproci allenatori è un non senso, non significa nulla. Reciproche

sono le azioni e gli atteggiamenti, ciò che due o più individui

si scambiano: io do/faccio/dico una cosa a te, tu dai/fai/dici una cosa a

me, e dunque ci comportiamo reciprocamente. Ma se si parla di connotazioni

e/o attribuzioni dei soggetti, esse sono rispettive. Quando si dice

che due persone sono ciascuna dentro la propria auto, si dice che esse

si trovano nei rispettivi automezzi. Dire invece che sono nelle reciproche

auto non ha senso, è un errore logico colossale. Così come dire che «i

portieri si allenano coi reciproci allenatori».

Altri esempi di improprietà sono quelli che portano Faletti a attribuire

caratteristiche e modi di dire italiani a personaggi stranieri. Per

esempio a pagina 118 di ISD, dove si parla di uno spacciatore newyorchese

che per prudenza comunica soltanto attraverso i posti telefonici

pubblici a gettoni. Motivo: il rifiuto di usare i telefoni cellulari, a causa

dell’alto rischio d’essere intercettati. Il ragionamento viene spiegato

così dall’autore:

Un sacco di gente non aveva capito che non a caso il cellulare si chiamava

in quel modo. Era nello stesso tempo un telefono e il veicolo che ti

portava in galera.

Che un personaggio americano pensi una cosa del genere è semplicemente

impossibile. Vero è che in angloamericano il telefono cellulare

si chiama anche cellular phone. Ma non altrettanto si può dire dell’automezzo

blindato nel quale si viene caricati per essere condotti agli arresti;

che ha diversi nomi (prison van, o police van, o patrol vagon) tranne

cellular e simili. Dunque, di cosa sta parlando l’Incredibile? Ancora, a

pagina 32 di PIN, nel racconto Una gomma e una matita, il protagonista

in vacanza a Mikonos incontra una donna del posto. Lei si presenta:

«Io sono Yoanna, Yoanna Xidakis. So che a lei il mio cognome suona

come un codice fiscale, però in Grecia c’è di peggio…»..

Per la cronaca, in Grecia i codici fiscali sono costituiti da stringhe

numeriche. Nulla a che vedere con quelli italiani, che iniziano con

sequenze di consonanti. Un cittadino greco non capirebbe proprio il

senso di questa battuta, figurarsi pronunciarla. A pagina 74 di NVTO,

Jordan Marsalis incontra il detective della polizia di New York, Burroni.

Ecco la descrizione:

Quando lo individuò, si diresse verso il tavolo con quella strana camminata

con il baricentro un po’ basso, da giocatore di soccer. Aveva in

mano un quotidiano sportivo (…).

Per chi non lo sapesse, Faletti compreso, negli Usa non esistono

quotidiani sportivi. Soltanto uno, nella storia, fece una breve apparizione.

Si chiamava The National 7, e andò in edicola fra gennaio 1990

e giugno 1991. La vicenda di NVTO è ambientata in un anno imprecisato,

ma certamente dopo l’Undici Settembre del 2001, visti i

riferimenti fatti qua e là al crollo delle Torri Gemelle. Altro problema

col quale Faletti non riesce a raccapezzarsi: quello delle monete nazionali.

A pagina 231 di NVTO Jordan Marsalis racconta la propria storia

familiare a Lysa Guerrero. Ecco uno stralcio particolarmente sapido di

ciò che le riferisce:

«Oh, è una storia molto semplice. Mio padre era un bel ragazzo senza

una lira e giocava bene a tennis. (…) Mio padre uscì da quella casa come

c’era entrato. Senza una lira in tasca e con difficoltà sempre maggiori di

vedere suo figlio. (…)».

Qualcuno è in grado di spiegare perché mai un personaggio americano

dovrebbe usare la formula «senza una lira»? Non è dato sapere,

e comunque Faletti persevera su questo motivo. A pagina 159 di FED

si legge infatti:

«Lui non sopporta il fatto che Alan abbia deciso di sposarti. Glielo ha

detto proprio stamattina. Hanno litigato. Wells dice che se lo fa, da lui non

avrà più una lira».

Nelle edizioni più recenti di NVTO i volenterosi editor di Dalai

hanno messo una pietosa pezza su questi sfondoni, convertendo le lire

in dollari. E l’operazione di rimaneggiamento fa tenerezza, vista la mole

di strafalcioni contenuta in quei libri. L’effetto è quello che si avrebbe

 

riappiccicando una piastrella al muro di una casa bombardata. Notevole 

anche la forma in cui alcuni modi di dire vengono storpiati nelle

pagine falettiane. Per esempio, a pagina 170 di FED si legge:

Quando se l’era trovata di fronte, a casa di Caleb, aveva sentito una

vampata percorrerla da cima a piedi (…).

Qui l’Incredibile è rimasto indeciso fra i due modi di dire «da cima

a fondo» e «da capo a piedi», finendo col farne un bizzarro mix. Ma

questo è nulla rispetto al frammento che si trova a pagina 255 di IU:

Aveva chiesto un nuovo anticipo a Bikjalo, che aveva rognato un bel

po’ e finalmente si era deciso a scucire i cordoni della borsa firmando a

malincuore un assegno.

Confusione assoluta per il povero Faletti: indeciso fra allargare i

cordoni della borsa e scucire del denaro, egli non ha trovato di meglio

che presentare un improponibile mix: scucire i cordoni della borsa. Cioè,

letteralmente, Bikjalo prese la borsa e in un impeto di rabbia ne strappò

via i cordoni. E c’è dell’altro. A pagina 38 di AVD si legge un «Per forza

di causa maggiore», anziché «Per causa di forza maggiore». Certi passaggi

sono da antologia. In NVTO, a pagina 424, si legge:

Dopo essere entrato, l’uomo non accese subito gli interruttori.

Delle due l’una: o si accende la luce, o si pigia l’interruttore. Pensare

che si possa accendere l’interruttore è come parlare degli allenatori reciproci.

Ancora, a pagina 492 potete trovare il seguente frammento:

Maureen si ritrovò con gli occhi rigati di lacrime (…).

Anche in questa circostanza, delle due l’una: o Maureen si ritrovò

con le guance rigate di lacrime, o piuttosto si ritrovò con gli occhi gonfi di

lacrime. Parlare di occhi rigati di lacrime è un altro nonsense.

Dunque, questo lungo percorso attorno alla prosa falettiana ci ha

dato la prova provata del sofferto rapporto intrattenuto dall’autore con

la lingua italiana. Un rapporto rispetto al quale i sospetti d’influenza

linguistica anglo-americana sono elemento men che secondario. Ma

sarebbe errato pensare che l’analisi delle peculiarità contenute nei testi

di Giorgio Faletti si chiuda qui. Il viaggio fra quelle pagine non è finito.

Anzi, è appena iniziato.

 

NOTE:

2 M. Sacchi, Mister Giorgio Faletti, tu vuo’ fa’ l’americano, Il Giornale, 3 agosto 2009
3 G. Faletti, «Scusate se prendo fate per topolini», La Stampa, 22 agosto 2009

4 Fra l’altro, va specificato che la professoressa Franca Cavagnoli non è mai entrata nel merito del testo falettiano. Si è limitata a rispondere a delle precise domande poste da un giornalista del Giornale. L’intervista è disponibile al link http://www.ilgiornale.it/news/l-esperta-franca-cavagnoli.html.

5 Si veda Faletti, l’uomo che traduceva se stesso, Il Giornale, 23 agosto 2009, e Faletti l’americano si autoassolve in tv. Gli altri? Meglio tacciano per sempre, Il Giornale, 24 settembre 2009.

6 So già che, a proposito di pneumatici, molti eccepiranno sostenendo che ormai nell’uso comune sia diffusa l’abitudine di utilizzare “i” o “sui” eccetera, anziché “gli” o “sugli” eccetera. Replico che con l’alibi del cosiddetto “uso comune” si rischia di assolvere le peggiori nefandezze linguistiche, a partire dall’utilizzo errato o dall’errato non utilizzo degli apostrofi da associare a “un” o “una”. Un massacro quotidiano e sistematico, che prima o poi qualcuno legittimerà appellandosi all’argomento dell’uso comune.

7 Si veda http://en.wikipedia.org/wiki/The_National_(sports_newspaper)Immagine