Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop (3a e ultima puntata)

Con questo articolo si conclude la stroncatura in tre puntate di “La ferocia” di Nicola Lagioia, pubblicata da Satisfiction tra ottobre e novembre 2014. Le precedenti puntate sono leggibili qui e qui.

 

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Nicola Lagioia in dress code “Cassamortaro Dandy”

 

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L’italiano è una lingua bellissima. Opinione di Nicola Lagioia, espressa nel corso di un’intervista televisiva dedicata al suo ultimo, ferocissimo libro. Me ne ha girato il link l’amico scrittore Marco Ciriello, uno che quando ci si mette sa essere persino più carogna di me. Intervista banalotta, ma non è per giudicarla che la richiamo. Se la menziono è per sottolineare la frase sulla suprema qualità dell’italiano. Sarà un’opinione che corrisponde al vero o no? Non saprei. E non credo nemmeno che una lingua nazionale debba essere bellissima, come non mi frega più di tanto che sia bellissima una costituzione. Per me conta che funzionino l’una e l’altra, e soprattutto che chi le usi ci metta la cura dovuta. In questo senso, il nostro Nicolino contribuisce o no al buon funzionamento della bellissima lingua italiana?

Ahimè, qui il dossier è imbarazzante. Sia perché Lagioia, come visto nelle due puntate precedenti, intraprende una personalissima via alla Grande Bellezza della lingua italiana fatta di ampollosità e labirintismi verbali. Ma soprattutto perché la lingua usata da Lagioia è tutt’altro che irreprensibile da un punto di vista formale. E purtroppo per lui non si tratta di un’esclusiva di “La ferocia”. Anche i romanzi precedenti mostrano magagne imbarazzanti. E una di queste ha addirittura il pregio d’accomunare “La ferocia” al romanzo che l’ha preceduta, “Riportando tutto a casa”. C’è in ballo un bizzarro uso della preposizione “tra” con significato temporale, in una frase che si svolge nel passato e deve dare l’idea della posteriorità. Si legge a pagina 48 di “La ferocia”:

Non c’erano motivi pratici perché Alberto fosse già lì. Gli operai sarebbero arrivati tra due ore.

È tutto a posto? Non direi, ma prima ancora di svelare dove stia il problema richiamo il frammento analogo contenuto a pagina 91 di “Riportando tutto a casa”:

(…) ero a Bari da più di una settimana, sarei dovuto ripartire tra meno di due ore.

Per Lagioia c’è sempre un “tra due ore”, dunque. E non sarebbe un problema, se non fosse per la temporalità usata. Al mio orecchio quel “tra”, utilizzato per indicare un’idea di posteriorità collocata in una frase al passato, ha avuto subito l’effetto delle unghie passate sulla lavagna. Corretto il suo uso? Secondo me no. La preposizione “tra”, con significato temporale andrebbe usata soltanto in una frase che descrive il tempo presente e si proietta nel futuro: “Sono a Bari da più di una settimana e ripartirò tra meno di due ore”, o “Non ci sono motivi pratici perché Alberto sia già lì. Gli operai arriveranno tra due ore”. Non altrettanto si può fare nel caso di una frase che descrive un’azione del passato e si proietta verso la posteriorità: ossia verso qualcosa che “in quel momento del passato cui ci si riferisce” deve ancora accadere. Osservando un minimo di rispetto per la “lingua bellissima” sarebbe stato corretto usare formule come “dopo due ore”, o “di lì a due ore”, o “entro due ore”. Ho sottoposto questa mia opinione al vaglio di alcuni italianisti, che non menziono perché non è corretto tirarli dentro dispute non ingaggiate da loro, e il loro giudizio mi ha confortato. E a ulteriore sostegno è giunto un parere via mail richiesto dall’amico scrittore Gianpaolo Ferrara all’Accademia della Crusca. Questa è la risposta: “(…) con la preposizione “TRA” ci si aspetterebbe un presente indicativo; ma, come dovrebbe essere ormai chiaro anche dalle riposte agli altri suoi dubbi, la scrittura letteraria può permettersi alcune slabbrature della norma per questioni di stile”.

Se ne ricava quanto segue. Primo: questo uso del “tra” determina una “slabbratura” della lingua bellissima. Trattasi di peccato veniale o mortale? Ancora una volta lascio alla sensibilità di ciascuno la risposta. Mi limito a dire due cose: a) se l’Accademia della Crusca mi mandasse a dire che un mio scritto contiene “una slabbrattura della lingua italiana”, mi sentirei una fetenzìa; b) quando un autore rivendica la “bellissimità” (mi si perdoni la licenza) della lingua italiana, e ne fa un uso barocco e pretenzioso come Lagioia, non dovrebbe sgarrare nemmeno sulle virgole. E invece, come si vedrà più avanti, il nostro eroe ha persino il torto di dimenticare sovente il punto di domanda, altro che virgole. Rimane quel riferimento alle licenze da concedersi per “esigenze” di narrazione. Qui c’è da interpretare. Probabilmente s’intende dire che per esigenze di narrazione si possa usare un linguaggio più naif, laddove per esempio si voglia riprodurre il parlato semplice di personaggi dal modesto spessore culturale. Uno sforzo di replicare la lingua quotidiana, insomma. Il che avrebbe un senso se passaggi così “slabbranti” fossero contenuti nei dialoghi. Ma purtroppo per Lagioia non è il caso delle due frasi in questione. Quella di “Riportando tutto a casa” appartiene al racconto dell’Io narrante, e quella di “La ferocia” è del narratore onnisciente. In entrambi i casi sono due voci che fanno un uso labirintico della lingua bellissima, fabbricando esercizi d’ostile che annichiliscono il lettore. Frammenti come quello di pagina 44, per esempio:

La discrezione della signora Salvemini si poteva scambiare per aridità se con pazienza (e chi se non la minore dei suoi figli ne era provvista?) non fosse stato possibile stillarne ogni tanto gocce di vera soavità. (p. 44)

 

O come quest’altro alle pagine 73-4, che magari non conterrà slabbrature della lingua bellissima e però di certo slabbra la resistenza di tutti noi:

Una rotella aveva preso a muoversi due notti prima. Da potenziale il meccanismo si era fatto attivo, da semplice complesso. Un universo la cui espansione – vera e inconsapevole nel tessuto del mondo, fittizia e ben codificata dentro il lume della sua ragione – era la più vistosa manifestazione del concetto di rovina davanti a cui si fosse mai trovato.

 

Per l’ennesima volta; cosa voleva dire? Alle strette, più o meno questo: “A partire da due notti prima, tutto ciò che per lui poteva andar male prese a andar male”. E in questa versione sì che l’italiano è una lingua bellissima! Comprensibile, soprattutto.

Non bastasse l’essersi guadagnato l’etichetta di “slabbratore della lingua bellissima”, Lagioia colleziona mirabili prodezze. Per esempio, nella costruzione dei periodi. Che per quanto mi riguarda devono essere dei meccanismi perfetti, e anche quando estrapolati dal testo devono comunicare inequivocabilmente soggetto, predicato e complemento. In questo Nicolino difetta parecchio. Già in Riportando tutto a casa ne aveva piazzato uno mica da poco a pagina 200:

Donatella urlò: <Stronzo! guarda che lo dico a tua madre!>. Ma quando, quasi completamente rivestita, si presentò in soggiorno accompagnata da due ragazze-confetto in tutù e fuseaux di lycra, la signora Rosa rispose alle fiere rimostranze dell’incubo d’amore di suo figlio con la stessa svagatezza che le avrebbe fatto accogliere la notizia che uno di noi era stato ripescato dalla piscina col cuore fermo in seguito a overdose (…).

Per come è costruita la frase iniziata da “Ma quando (…)”, se ne deduce che a presentarsi in soggiorno sia la signora Rosa e non certo Donatella. E si dirà che collegando le due frasi sia chiaro chi si presenti a chi, ma ciò non toglie che sarebbe stata necessaria l’accortezza di costruire il periodo in modo diverso. Per esempio: “Ma quando (…) si presentò in soggiorno (…) sentì la signora Rosa rispondere alle sue fiere rimostranze con la stessa svagatezza eccetera eccetera”. Non era mica così complicato. Lo stesso vale per il periodo che si trova a pagina 17 di “La Ferocia:

Il mattino dopo, mentre era steso nel letto col moncone in drenaggio, si presentò il primario accompagnato da un’infermiera.

Ancora una volta la costruzione della frase non è il massimo. E certo si capisce che non possa essere il primario a trovarsi disteso. E tuttavia, molto meglio sarebbe stato se Lagioia avesse scritto: “Il mattino dopo, mentre era steso nel letto col moncone in drenaggio, ricevette la visita del primario accompagnato dall’infermiera”. Anche in questo caso non era mica così difficile. Di sicuro era difficilissimo collezionare lo sfondone di pagina 142:

A Bari, pochi mesi dopo aver accettato la carica di vicedirettore dell’Istituto oncologico del Mediterraneo, Vittorio era venuto a trovarlo in clinica.

Dove sta il problema? Il problema è che dalla frase s’intende che Vittorio, dopo aver accettato la carica di direttore, era venuto a trovare l’altro e innominato personaggio in clinica. Purtroppo il senso che Lagioia voleva comunicare non era questo. Chi ha letto quel passaggio nel contesto da cui è estrapolato sa che a ricevere la carica di vicedirettore è Ruggero, figlio di Vittorio. Dunque, il senso della frase è che “dopo aver accettato la carica” RUGGERO ricevette la visita in clinica DA PARTE DI VITTORIO. L’italiano è una lingua bellissima, davvero. Ma purtroppo se ne può fare anche un uso sciattissimo. E a onor del vero va detto che in “La ferocia” Lagioia non metta in mostra gli sfondoni imbarazzanti collezionati in “Riportando tutto a casa”. Nelle cui pagine se ne trova un paio da leggenda. Per esempio, a pagina 248 l’autore si lancia nel seguente saggio di geopolitica:

Raccolse una matita dal portapenne e iniziò a tracciare sulla carta geografica tanti piccoli corridoi che arrivavano in Italia partendo dalla Repubblica Socialista Sovietica Kazara, dalla Repubblica Socialista Sovietica Turkmena, dalla Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka, dall’Ungheria, dalle valli del Tibisco.

E leggendo questo frammento rimane l’interrogativo sulla fantomatica “Repubblica Socialista Sovietica Kazara”. Che io sappia, ne esiste una Kazaka. Forse che per Nicolino Lagioia esiste il Kazaristan? E i suoi cittadini sarebbero forse i kazzari?

Altra perla si trova a pagina 166:

Nel soggiorno, lo schermo del Panasonic mandava lampi senza essere guardato da nessuno, lasciando Michael J. Fox vestito da yuppie della prim’ora tra le scenografie parallele di Casa Keaton in uno dei suoi celebri algoritmi: <Una persona che non ha bisogno di denaro …non ha bisogno di persone>.

Mi piacerebbe sapere cosa Lagioia creda significhi il termine “algoritmo”. A suo beneficio riporto la definizione di Wikipedia:

Un algoritmo è un procedimento formale che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passi.

Cosa diamine c’entra con la frase pronunciata da Michael J. Fox? Nicolino voleva mica dire “aforisma”? No, perché nella “bellissima lingua” i due termini stanno assieme – per dirla alla toscana – “come il culo e le quarant’ore”. Ma la cosa veramente strepitosa di questo passaggio è che l’errore commesso nella “lingua bellissima” è stato replicato nella traduzione inglese del libro. Provate a digitare su Google “Nicola Lagioia + Michael J. Fox”. Il primo risultato della ricerca sarà “Bringing it back home”, l’ebook della traduzione inglese di “Riportando tutto a casa”. E cliccando aprirete la pagina in cui si trova quel passaggio, che in inglese fa così:

In the living room, the Panasonic was sending out bursts of light even though there was no one there to watch it. Michael J. Fox, dressed up as a trailblazing yuppie, was moving around the box-like simmetry of the set of Family Ties, spitting out one of its famous algorithms: “People who have money don’t need people”.

 

 

In “La ferocia” non sono ospitati errori del genere, né si colloca il Sacco di Roma nel 410 Avanti Cristo come avviene a pagina 6 di “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj”. Però in quelle pagine si manifesta una refrattarietà all’uso del punto di domanda ch’è malattia diffusa di questa Generazione SMS in cui siamo calati, e che trova in Federico Moccia il proprio guru. Come sa chi ha la pazienza di seguirmi su Satisfiction, su questo punto Nicola Lagioia è in buona compagnia. Anche Chiara Gamberale, per esempio, eccelle in questa specialità. Ecco la lista lagioiana degli interrogativi fantasma:

  • Che cosa hai fatto – disse per darsi un attimo di tregua. (p. 38)
  • Dove sei stata fino a ora. (pp. 39 e 238)
  • Ma di che state parlando – sorride incredula (…) (p. 234)
  • Risolvere cosa. (p. 252)
  • Invece mi dispiacerebbe se ci vedessimo. Capisci. (p. 260)
  • Oh, no, ma cosa dici. (p. 385)

In alcuni casi la mancanza dell’interrogativo dà luogo a effetti grotteschi, come a pagina 203:

  • Che cosa te ne stavi a fare al buio.

Impone alla domanda un timbro parodistico (…).

Parodistico o no che sia il timbro, dove starebbe la domanda? Ancora, a pagina 262 potete trovare ben due punti interrogativi fantasma:

  • Che stiamo a fare. (…) Signora, come sta! (p. 262)

Il picco si tocca a pagina 379, con due non-interrogativi:

  • Non si poteva fare altrimenti, – disse.
  • Per quale motivo.
  • Mi hanno obbligato.
  • Chi ti ha obbligato.

A qualcuno sembreranno bazzecole, e soprattutto a lui. Che del resto doveva essere troppo impegnato nella stesura del Romanzo Mondo per lasciarsi deprimere da siffatte minuzie da fureria editoriale. Doveva raccontare la sua Bari con lo sguardo di chi se n’è andato, ma poi torna per aprire gli occhi ai suoi concittadini e insegnar loro come sono. Infatti i personaggi principali dei due ultimi romanzi di Nicola di Bari sono maschi introversi e pure un tantino disadattati che trovano a stento arte e parte a Roma, per poi tornare nella città natia a “capire”. Cosa? Non si capisce per tutto il corso di entrambi i romanzi, ma forse questa lacuna è frutto d’un mio problema di comprendonio. Del resto, si sarà colto quanto distrattamente ho letto i libri di Nicola di Bari, no? Mi spiace solo che a non capirlo siano stati anche molti suoi concittadini, dai quali ho ricevuto messaggi in privato su Facebook. Secondo loro la Bari descritta da Nicola Lagioia esiste solo nella testa di Lagioia Nicola. Opinioni, va da sé. Così come (parecchio) opinabile è la visione che Nicolino alimenta a proposito di quell’entità indefinita e indefinibile chiamata Sud:

Al sacerdote sembrò di sentire anche il rumore di fondo della valle. Una musica che risaliva le gravine, entrava nei paesi e raccoglieva il dolore di ogni singolo per disperderlo di nuovo tra le rocce e gli uliveti, simile alle ceneri delle generazioni morte, in modo che su ognuno gravasse la stessa pace. In questo l’infelicità del Sud, il suo intoccato privilegio. (p. 65)

Il professore sventolò l’assegno da ottantamila dollari davanti a una pallida platea composta da altri medici, ricercatori e pochi giornalisti che applaudivano sinceri, liberi dalla ferocia con cui al Sud si sente il bisogno di affermare se stessi persino attraverso il riconoscimento dei meriti altrui. (p. 137)

Da persona che viene dal Sud più Sud d’Italia, mi chiedo di cosa vada cianciando Nicola Lagioia quando parla di Sud. Ha una minima idea di cosa sia? E soprattutto di cosa non è? Il suo Sud non è il mio. Ma forse non è nemmeno quello di qualsiasi barese che non è andato a rifugiarsi a Roma Nord, “luogo d’incularelle letterarie” come ebbe a dire Camillo Langone in un memorabile articolo sul Foglio. Sarebbe meglio non generalizzare, e magari dedicarsi a cose più semplici. Per esempio, evitare di usare più volte un’immagine:

L’inverno allenta la sua morsa, il sole risplende sul parabrezza delle auto parcheggiate. (p. 215)

Guardava il sole che trasformava il parabrezza in un rettangolo di luce. (p. 397)

O altrimenti a disboscare la prosa, bonificando periodi come i seguenti:

Un ragazzino sui quindici anni in fase di asciugatura, capelli incolti e un disastroso pastrano verde che lo faceva somigliare al disertore di un esercito non interessato a reclamarlo. Aveva l’aria di uno che fatica a riprendersi da un brutto colpo – la parte materiale un po’ sfocata, lo spirito sbalzato avanti per l’impatto -, sembrava prigioniero di un futuro da cui cercava di tornare. (p. 84)

A parte i capelli – il disordine di chi li ha messi in ordine all’ultimo momento e non ha più vent’anni –, era il tenersi in forma con la pretesa che lo sforzo passasse inosservato a toglierle desiderabilità. Ma era questo a farne un’affamata. (p.110)

L’articolo esalava il rancore di chi sospetta quanto talento ci sia in chi ha avuto successo venendo su dal niente. (p.113)

Quanto era stata bella. Ricordò a tutti il modo inconfondibile con cui faceva ingresso in una stanza. Una linea sottratta all’indifferenziata gabbia acustica da cui siamo circondati. (p. 156)

Il tono di Michele evocava immagini che dovrebbero essere normalmente tristi, ma a lei sembra la normalità dietro cui si nasconde qualcos’altro. (p. 249)

Michele scosse la testa, come quando la soddisfazione di aver capito si incrina davanti all’evidenza che questa verità è totalmente illogica, oltre che inutile, fino a quando non arrivi il resto a completarla. (p. 326)

La vampa del sole, esaltata innaturalmente sui muri dei palazzi, rimbalzava tra mille cerchi luminosi attraverso il parabrezza. [Ancora!] Sangiardi non mentiva. Nessun risentimento. La verità come numero mancante. La verità, e quell’umana rappresentazione di questo dio che era il rispetto della legge. Questo gli interessava, e presumeva che Michele fosse mosso dagli stessi bisogni. Ma Michele non cercava la verità. Qualcosa di più sottile. La nera membrana di celluloide dentro cui è imprigionato un fantasma che scompare in fase di sviluppo. Neanche la menzogna, ma un gesto. Qualcosa che spezzasse la catena dei significati, così che la sete di verità non fosse mai nemmeno nata. (p. 365)

 

La ragazza si accomodò sul divanetto. Passò svogliatamente una mano tra i capelli. Scrutava entrambi, cercava di trasformare un astio naturale in un canale di comunicazione privo di significato. Il cameriere portò una caipirinha. La ragazza raccolse il bicchiere, lo portò alle labbra ripassate da un brutto rossetto rosa pallido, né puttanesco né infantile, segno di un ampio margine di scelta che lei sprecava totalmente, come se proprio quello, lo spreco, fosse la sua prigione. (…)

No, davvero, – scosse la testa col fatalismo di chi ricalca il segno della cattiva sorte solo davanti a chi ne è l’ennesima dimostrazione (…) (p. 384)

E tuttavia capiva il trucco. Come ascoltare la verità, ma proferita in modo che venisse fuori sfigurata, perché la via d’accesso alla sua fonte fosse per sempre preclusa. (p. 396)

 

 

I frammenti passati in rassegna rientrano nella categoria degli “aggiustabili”. Altri, purtroppo, sono da affidare irrimediabilmente alla “Segherie Mentali & C snc”:

Per non parlare della svogliatezza, della mancanza in lui di qualcosa che sia riconducibile sia pure vagamente all’ambizione, o al rispetto di sé. È come se elabori delle versioni in scala di un remoto atto d’accusa perché loro non possano distoglierne lo sguardo. (p. 190)

Clara si rialza. La luce la attraversa entrando in diagonale nella stanza e a Michele sembra che sua sorella stia per disfarsi o morire, trafitta da un dolore meno penoso dell’impegno che deve metterci per non mostrarlo a lui, mostrandolo. (p. 226)

– Alla mia età… – Lo disse come se l’ammissione di debolezza fosse un omaggio a quella del figlio, convinto che Michele non cogliesse la sfumatura, non cogliendola del tutto Vittorio stesso. (p. 302)

  • Oppure – chiese Michele imprimendo alla domanda la sporcatura che spinge l’interlocutore a dar voce al pensiero successivo senza il tempo di camuffarlo. (p 223)

La cosa tragica è quando Nicolino prova a tirare fuori il senso dell’umorismo, come succede a pagina 300:

Vittorio pensò alla sfortuna di aver chiamato durante la famosa settimana nera durante la quale in tribunale arrivano a lavorare tre ore consecutivamente. (p. 300)

 

 

Non bastasse il fatto che la battuta è tanto pessima quanto scontata, c’è pure la ripetizione di quel “durante” come nemmeno in un tema di terza media.

E che dire del passaggio a pagina 318? Eccolo:

Gli avevano mandato mail e sms che esprimevano un cordoglio appena sfrigolante.

Il cordoglio sfrigolante, come i 4 Salti in Padella. Sarò stato precotto?

Questo e altro trovate nei libri di Nicola Lagioia. Trovate anche un passaggio come quello di pagina 150, in cui si descrive la vita universitaria di oggi:

Rumore nei corridoi di facoltà, studenti in marcia da un’aula all’altra, la lingua batte dove il dente manca, diretti al bar, in biblioteca, al centro fotocopie, e nessun posto in cui trovare un senso. Studenti, studentesse, quando avrebbero potuto essere ragazze e ragazzi. Pazzesco che continuassero a iscriversi. Il premio per non trovare lavoro era imparare a essere servili. D’accordo professore. La prego professore. Il poco che imparavano lo perdevano negli anni in cui elemosinavano un posto da baristi.

Cosa non va in questo frammento? Nulla. È bellissimo. Dirò di più: senza quel “la lingua batte dove il dente manca” sarebbe perfetto. Diretto, privo di fronzoli. Vero. Cinico senza pose né compiacimenti. Pura ferocia, quella che giustificherebbe il titolo del libro. Lo cito per dire che, al contrario di quanto sembri dalla lettura di queste tre puntate dedicate a “La ferocia”, non tutto è da buttare via in quel volume esagerato. Per esempio, alcune pagine dedicate alla descrizione del rapporto fra il padre Vittorio e il figlio Ruggero sono d’alta qualità, così come lo è in “Riportando tutto a casa” l’analisi dedicata all’impatto culturale di “Drive In” nell’Italia che negli anni Ottanta si berlusconizzava. Faccia un favore a se stesso, Lagioia: riparta da questi brani. Con umiltà. Ne caverà qualcosa di notevole, un giorno. L’italiano sa essere una lingua bellissima se lo si lascia fluire libero anziché slabbrarlo.

 

(3. fine)

E adesso, per alleviarvi l’anima dopo cotanta bruttura letteraria, ecco un sublime brano musicale.

 

 

 

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Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 2: Ombra di salice, h. 15-16

Carissimi amici, con colpevole ritardo recupero la seconda delle tre puntate dedicate a stroncare l’orrendo “La ferocia” di Nicola Lagioia. I tre articoli vennero pubblicati da Satisfiction, ma adesso non sono più reperibili sul web. Il primo articolo è leggibile qui.

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Nicola Lagioia, pettinato col gel di “Tutti pazzi per Mary”.

 

Quando si vuol scrivere un Romanzo Mondo bisogna essere pronti a metterci dentro il mondo intero. Deve essere stato questo il principio ispiratore di Nicola Lagioia, nel momento in cui si è seduto nella sua cameretta e ha iniziato a scrivere “La ferocia”. E tale principio, pedissequamente, è stato applicato. Non saprei dire perché mai l’autore se lo sia messo in testa né credo sia determinante. In fondo ognuno è libero di fare come crede. C’è chi si mette in testa lo scolapasta e chi l’idea meravigliosa di restituire i capelli ai calvi d’una nazione intera. Dunque ci può stare pure che qualcuno decida di scrivere un Romanzo Mondo, menzionando di continuo la luna in cielo e gli scarafoni in terra mentre descrive le vicende dei bipedi umani.

Si tratta di una scelta narrativa come tante altre. Il problema è la stucchevolezza del reiterare. E si può anche comprendere l’ambizione di sfondare il tetto delle 400 pagine, non foss’altro che per appagare la libidine tattile di soppesare il proprio volumazzo e farne vibrare la pinguedine fra le mani. Trasformare un libro in una libbra è malattia infantile d’ogni autore, un peccato veniale. Che però diventa mortale quando la smania di produrre peso e pagine dà via libera a ripetizioni e stucchevolezze assortite, intanto che la storia non riesce a scrollarsi dal mero arrotolamento su se stessa. E fra tutte le stucchevoli ripetizioni la più micidiale è proprio questo passare in rassegna ciò che succede sopra la testa e sotto i piedi dei personaggi. Un insistere che con lo scorrere delle pagine si fa sempre più imbarazzante.

In molti passaggi pare d’essere scaraventati dentro Microcosmos. Già all’inizio (pagine 5-6) viene piazzata una lunga descrizione ch’è un preannuncio di tutto il superfluo cui il lettore non avrà modo di sottrarsi:

Gli allocchi tracciavano nell’aria lunghe linee oblique. Planavano fino a sbattere le ali a pochi palmi dal suolo, in modo che gli insetti, spaventati a morte, venissero allo scoperto decretando la propria stessa fine. Un grillo disallineava le antenne su una foglia di gelsomino. E impalpabile, tutt’intorno, simile a una grande marea sospesa nel vuoto, una flotta di falene si muoveva nella luce polarizzata della volta celeste.

Identiche a se stesse da milioni di anni, le piccole creature dalle ali pelose erano tutt’uno con la formula che garantiva la stabilità del loro volo. Attaccate al filo invisibile della luna, perlustravano il territorio a migliaia, ondeggiando da un lato all’altro per evitare gli attacchi dei rapaci.

Si è soltanto iniziato, ma già l’interrogativo affiora: perché mi ammannisci ‘ste descrizioni inutili, Nicolino? Ti hanno regalato la scatola del Piccolo Entomologo, o cos’altro? E me la vuoi raccontare una storia, o hai deciso d’intrattenermi sui riti riproduttivi del lepidottero del bosso? Purtroppo la risposta all’interrogativo arriva man mano che si procede nella lettura, infarcita di passaggi come quello appena riportato. Si parlerà tanto d’insetti. Anche perché c’è da stilare un syllabus entomologico il più esaustivo possibile. E il nostro Nicolino, armato di cappello con visiera e retina da farfalle, assolve la missione con mirabile costanza. A pagina 31 è il turno della coccinella. Cioè, in termini scientifici, Coccinellidae: ordine dei Coleotteri, sottordine Polyphaga, infraordine Cucujiformia, superfamiglia Cucujoidea. Ci si dovrà sintonizzare con l’autore, no? Dunque, a pagina 31 si legge:

Dalla finestra aperta entrò una coccinella. Un anonimo chicco nero si trasformò in un guscio vermiglio venendo fuori dal buio della notte. Il volo, lento e tremolante, si sarebbe potuto spegnere con un battito di mani. L’aspetto piacevole rendeva per gli uomini piuttosto rara l’evenienza. Gli uccelli venivano ingannati per il motivo opposto – associavano quel rosso punteggiato alla velenosità di funghi e bacche. In questo modo le piccole coccinelle potevano meglio interpretare il ruolo che la natura aveva affidato loro: arrivavano a divorare anche cento afidi al giorno, e lo facevano con una voracità, una rapidità, un freddo convulsivo movimento mascellare che in scala grande sarebbe risultato insostenibile per gli uomini.

C’è tutto un feroce brulicar d’insetti che si muove in parallelo al movimento degli umani, in quel libro. Come si legge a pagina 131:

Ruggero si guardava intorno. La città gli passava davanti come da un’altra dimensione. Una grande casa silenziosa immersa nel verde. Una tavola di legno tra le erbacce. Sotto si muoveva un mondo oscuro e senza forma, radici contorte, piccoli insetti ciechi, la presenza fosforescente di sua sorella Clara.

La vita degli insetti continua a intrecciarsi con le vicende degli umani. E quale sia il nesso fra le due cose rimane un mistero che Nicolino non chiarisce. Troppo preso dall’intreccio fra Natura e Cultura si scorda di dire perché mai sia necessario dilungarsi in modo così maniacale su quell’intreccio. Meglio star lì a piazzare i colpi a effetto, come per esempio lo scarafone che sbuca e attraversa la scena. Succede a pagina 156:

Passeggiarono fra i cespugli, al centro degli eucalipti, vicino alla fontana di pietra con le verdi strisce percorse dai rigagnoli d’acqua. Si inoltrarono oltre il gazebo e l’altalena, verso le siepi che trasformavano il giardino in una vasta zona d’ombra. La vite canadese emanava la sua forza rossastra. Scesero gli scalini di pietra viva. Una piccola blatta fuggì prima che potessero calpestarla.

La magia della blatta che appare e scampa al calpestamento da parte d’un piede femminile è un tocco d’assoluto. Non state a chiedervi perché mai abbia menzionato quel dettaglio, e perché giusto quello fra i tanti che punteggiano la scena immaginaria: il passamano della scala in pietra, il mix di colori delle carrozzerie d’auto parcheggiate intorno, le cartacce per terra e i bidoni della spazzatura divisi per categoria di riciclo, e qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente. Tutti oggetti che avrebbero avuto diritto e dignità in egual misura della blatta, per esser citati in quel passaggio, perché al pari della blatta possiedono un connotato: sono del tutto superflui ai fini della narrazione e dello specifico di quella scena che viene descritta. Cosa cambia col passaggio di quella blatta che rischia d’essere spiaccicata? E cosa sarebbe cambiato se non ne fosse stata fatta menzione? Nada de nada. Però magari tutto questo superfluo illustrato una funzione narrativa ce l’ha. Perché la storia continua a latitare, ma almeno il lettore crede di percepire la voce rassicurante di Piero Angela durante una puntata di Superquark. Intanto la lotta per la sopravvivenza fra insetti si svolge in parallelo alle tristi vicende umane:

Nel vaso dei ciclamini, ai loro piedi, due insetti lottavano selvaggiamente. (p. 302)

– Hai sentito per caso il geometra Ranieri? – disse l’uomo più anziano a quello giovane sulla veranda.

Ma per il minuscolo acaro attaccato all’addome della vespa si trattava di ombre che la distanza non trasformava ancora in pericoli reali. Nonostante la vespa fosse grossa dieci volte tanto – la sua puntura in grado di provocare uno shock anafilattico in un cane di piccola taglia – la forza impersonale che governava l’acaro lo spinse ad aggredirla non appena ne individuò la presenza nel vaso di ciclamini. La vespa provò a reagire, ma era lenta. L’acaro poté artigliarle l’addome coi suoi dentini aguzzi, fino a infilarci dentro le potenti appendici saldate a tubo. Non poteva sapere che la vespa era vecchia e malandata, e che questa era l’unica ragione per la quale avrebbe avuto la meglio. Lo sapeva la sa forza, e tanto bastava. (p. 304)

Bei tempi quelli in cui negli intrecci narrativi il geometra Ranieri avrebbe potuto trasformarsi in uno scarafone, e nella schifidezza della sua mutata condizione assumersi le colpe di tutto ciò che non andava in famiglia e nel mondo intero. Ma Kafka è già passato, e rimangono solo acari senz’arte né parte al di là della mera lotta per la sopravvivenza, forse rimasti impigliati nelle pagine d’un libro come fossero carta moschicida.

E badate che non ci sono mica soltanto gli insetti a punteggiare la vena naturalistica di Nicolino. Ci sono anche gli elementi celesti, a cominciare dalla luna che viene scaraventata addosso al lettore a ogni minima occasione. Eccone soltanto alcuni esempi, perché a citarli tutti si rischierebbe di stilare un articolo da 411 pagine, tante quante quelle de “La ferocia”:

La carreggiata saliva in modo che i vitigni si mostrassero a perdita d’occhio. La luna sarebbe stata piena da lì a un paio di giorni e adesso dava l’illusione di poter crescere a oltranza. (p. 15)

Più avanti, oltre la porta spalancata del bagno, lo specchio ingranditore fissato alla parete era invaso dalla luna. Ridotta alla metà su in cielo, nella concavità della superficie riflettente risultava ancora piena – un’argentea pozza proveniente dal passato (…). (p. 20)

Spalancò le ante della finestra. Ricevette la fresca carezza della notte primaverile. Il cielo rischiarato dalla luna gli diede la sensazione di poter leggere per paradosso le lontananze terrene, come se al posto del nulla siderale ci fossero il Brasile, gli Stati Uniti, la Cina… (pp. 30-1)

Videro la luna che si specchiava nel palazzo a vetri della Banca di Credito Pugliese. (p. 80)

La luna era piena e pallida. Sciami di moscerini vorticavano intorno ai far dell’ingresso. (p. 265)

Come non rimanere ammirati davanti a un autore così vario e pieno d’inventiva? Pare quasi che gli abbiano messo a disposizione un kit di immagini con non più di tre-quattro oggetti, e con ordine tassativo di non derogare da quelli. Altra immagine del kit: la luce di sfondo. Eccovene una breve rassegna:

L’alba accendeva la zona tutt’intorno. Il sole tingeva di rosa le gru e le scavatrici, arroventava in lontananza vetrerie e stabilimenti tipografici. (p. 51)

La luce di fine agosto crollava sulla vite americana. Il patio allora si riaccese di un rosso più vivo. (p. 103)

La luce del tramonto faceva vibrare il mirto e l’erba alta, trasformava gli intrichi dell’alloro in un vortice di luci e ombre che le veniva incontro mentre le palpebre diventavano pesanti. (pp. 167-8)

Quattro macchie di luce. Scorrevano sul bordo della fontana, salirono sulle foglie. Scomparse. Le cinque di pomeriggio. (p. 219)

A forza di insistere con le immagini poetiche sul tema, Lagioia non s’accorge d’essere vicinissimo a ripetersi:

Alle otto meno un quarto, visto dalla finestra, il crepuscolo si presentava come un bicchiere d’acqua in cui venga versata qualche goccia di vino. (p. 238)

Gli ultimi bagliori del cielo, sottili strisce insanguinate. (p. 278)

E già, il rosso del vino e del sangue. Memorie da chierichetti che sfuggono incontrollabili al pari di altre immagini per lo meno discutibili.

Dalle fessure della serranda il caldo entrava come i cristalli di un caleidoscopio che si tuffino nell’acqua (p. 160)

I piatti disposti a tavola come un fiore che metta i petali dal nulla (p. 239)

Nicolino ci prova, e va detto che lo sforzo è lodevole. Azzarda anche l’istinto poetico a pagina 239. Ma purtroppo il risultato è quello che è:

Le nuvole correvano sul lungomare e mio fratello aveva il sorriso indecifrabile del piombo su carta di giornale.

D’indecifrabile come il sorriso di un fratello c’è molto altro, in quelle pagine. Ma soprattutto ci sono passaggi d’eccezionale carica comica involontaria. Come quello a pagina 82:

Il giorno prima Clara lo aveva raggiunto sotto il salice che, sporgendo dall’inferriata, formava una chiazza d’ombra tra le tre e le quattro del pomeriggio.

L’ombra del salice tra le tre e le quattro del pomeriggio! Ma questo è Furio, il personaggio di Carlo Verdone! Quello che chiama l’Aci e, essendo meteropatico, chiede se “partendo tra circa 3 minuti e procedendo alla velocità di crociera di 80-85 chilometri orari, faccio in tempo a lasciarmi la perturbazione alle spalle, diciamo, nei pressi di Parma?”.

 

 

E così abbiamo l’ombra del salice tra le tre e le quattro del pomeriggio. Del resto, a ciascuno la sua ombra: chi si becca quella del fico d’india fra le 11 e le 12,42 ma con l’ora legale, e chi quella sotto la pensilina del bus 49 dalle 8 alle 10,33.

Così si scrive un Romanzo Mondo. Descrivendo anche le cose che vengono pensate e poi fatte, perché descriverle soltanto fatte mica basta:

Il sostituto procuratore pensò che avrebbe messo una mano sulla spalla del signor Salvemini, e poi lo fece. (p. 120)

È leggendo frammenti del genere che finalmente ho capito chi sia la vera fonte d’ispirazione stilistica per Nicola Lagioia. Si tratta di Germano Bovolenta, inviato della Gazzetta dello Sport che era ospite fisso della mia rubrica Pallonate. Uno che se gli davano briglia sciolta era capace di scrivere anche un’intera edizione da 40 pagine della rosea, sciorinando ogni minuscolo dettaglio di ciò che vedeva. Di Bovolenta il nostro Nicolino è il più riuscito epigono, e infatti “La ferocia” trabocca di frammenti bovolentiani. Una sequela di spunti minuscoli, di minimi fax. Per la serie: cosa non si fa per sfondare il tetto delle 400 pagine:

L’uomo accanto al guidatore scoppiò a ridere. Il guidatore rise. L’uomo accanto al medico rise. Il guidatore rise. L’uomo accanto al guidatore grugnì. Il guidatore rise. (p. 123)

Al medico legale sembrò di sentire dei rumori tra i cespugli. Leccò la sigaretta. Infilò la mano destra nella tasca interna della giacca. Allargò il cellophane tra pollice e medio. Vi affondò l’indice, poi lo premette contro i bordi della sigaretta. L’accese. (p. 124)

Uscì dalla sala da pranzo. Attraversò il corridoio. Gli sembrava possibile persino pensare a Clara, come se la conversazione avesse costruito tutt’intorno un guscio piombato attraverso il quale i fantasmi non potevano passare. Superò la libreria a muro, il tavolino col telefono. Entrò in bagno. Chiuse la porta a chiave. Aprì il rubinetto. Andò a mettersi davanti al water. Sollevò coperchio a tavoletta. Si inginocchiò. Chiuse gli occhi e vomitò. Si rimise in piedi. Tornò a sedere sul water. Vomitò ancora. Tirò lo scarico, pulì con cura usando la carta igienica. Andò a sciacquarsi la faccia e chiuse i rubinetti. Uscì dal bagno. (p. 264)

Si arrotolò un asciugamano sulla testa. Infilò l’accappatoio. Chiuse il coperchio del water, ci si sedette sopra, allungò le gambe in avanti intrecciando le caviglie sul bidet. Accese una bella [sic!] sigaretta e compose il numero di Michele. (p. 313)

Allontanò l’iPhone dalla punta del naso, lo poggiò sul comodino. Finì di bere il succo di pompelmo. Poggiò sul comodino anche quello. Si alzò dal letto. Andò in bagno. Si chiuse a chiave. Fece pipì. Si tirò su i pantaloni del pigiama. Guardò lo specchio. Si trovò bella. Tornò in camera. Raccolse l’iPhone dal comodino. Contò i retweet. Erano tantissimi. (p. 335)

Bisogna essere animati da feroce voglia d’affermare un nuovo stile per scrivere ogni due per tre di scarafoni, di lune e luci che colorano il cielo, e di micro-pratiche descritte fino allo sfinimento. Del lettore. E poi ci sono sempre i frammenti scritti in una lingua tutta lagioiana, comprensibile solo a se stessa. Alcuni estratti ve li ho anticipati nella precedente puntata, altri troveranno spazio nella prossima, e se dovessi riportarli tutti potremmo andare avanti per una decina di articoli. Qui mi limito a riportarvene tre particolarmente significativi. A pagina 226 si legge:

I mesi senza Clara sono una sorta di falso incubo. Come se l’incubo lo sognasse una fotocopiatrice.

Nemmeno Federico Moccia avrebbe osato tanto. Poco oltre, pagine 226-7:

Ma tutto accade nel silenzio di una vibrazione senza la quale non resta intorno che il nudo mondo materiale.

Come al solito: cosa voleva dire? Inutile perdere tempo nel tentativo di decodificare, anche perché il frammento di sopra è addirittura acqua fresca rispetto a tanti altri. Per esempio, quello ospitato a pagina 148 grazie al quale si raggiunge l’apice dell’insensatezza:

Benché appena adolescente, nonostante nessun ragazzo ancora (ma su questo il geometra avrebbe scommesso non più di tre biglietti da cento), avesse incrinato un imene il cui valore a sedici anni Clara doveva essere abbastanza sveglia da sapere moltiplicato dal giorno in cui non ci sarebbe stato più, se la sentiva cuocere nello spazio tra il sedile e se stessa.

Non ricordo d’aver mai letto qualcosa scritta peggio di questo frammento. E purtroppo non è finita qui.

(2. continua)

E come sempre, per ristorarvi un minimo dopo cotanto orrore, vi regalo un brano musicale.

 

 

 

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 1 Dilettarsi con l’esegesi

Con questo post avvio il recupero della trilogia di articoli con cui ho stroncato “La ferocia” di Nicola Lagioia. Gli articoli vennero pubblicati a ottobre 2014 da Satisfiction, e successivamente spariti dal web. Pochi mesi dopo il romanzo avrebbe ricevuto il Premio Strega 2015. Ciò che costituisce la sentenza di morte del premio medesimo. Questa versione degli articoli contiene anche alcuni passi che dalla versione pubblicata su Satisfiction erano stati tagliati. Per esempio, quello sulla lezione di dottorato e l’esegesi veterotestamentaria. Ultima annotazione: da oggi si ricomincia con le stroncature.  

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Nicola Lagioia in posa sexy

 

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Esercizi d’estenuazione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, e di farlo soltanto per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza cedere. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15”: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo. Ma anche nella pretesa d’aver scritto il romanzo epocale, come con sprezzo del ridicolo si legge nell’ultimo frammento della quarta di copertina: “Mobile e intenso, ‘La ferocia’ è un libro che costruisce un mondo – il nostro”. E sì, sentivamo proprio il bisogno di libri mondi. Perciò mondiamoli, e per bene. Anche perché questo libro mondo lo richiede a causa del terzo motivo per cui è esagerato: il coro laudatorio privo di stecche, unanime quanto poche altre cose nel sistema dell’editoria italiana. Come l’assenza di stroncature per il libri di Uolter Veltroni, per esempio. E allora, almeno nel mio caso, l’esercizio d’estenuazione è dovuto.

Del resto ero già rodato dopo aver letto i precedenti tre libri di Lagioia, oscillanti nel giudizio di qualità fra lo scadente e il pessimo. Da questo punto di vista, “La ferocia” s’allinea. È un libro da 2,5 in pagella, ma non è questo a contare così come non contano i giudizi di qualità. Come al solito m’interessa la forma, guardo alla composizione del testo. E lì ritrovo il Lagioia di sempre, col suo stile che non sarà mai mondo. Perché l’immondo non si è fermato mai un momento, e quanto a ciò Lagioia è un instancabile globetrotter.

Il fatto è che Nicolino nostro privilegia uno stile neo-geroglifico portatore di sfide inattese per il lettore. E il punto è sempre quello: il lettore investirebbe risorse scarse come tempo e denaro se immaginasse di non dovere soltanto leggere un libro, ma anche decodificarlo? Ecco il problema. L’esercizio d’estenuazione dovrebbe essere volontario, non proditorio. Quando m’accingo a leggere, devo poter scegliere se leggere parole chiare e frasi dal senso immediato. Se al contrario voglio impiegare il mio tempo a fare kamasutra col testo, va bene: purché sia una mia scelta. E invece no, specie nel caso dei libri di Nicola Lagioia. La cui lettura mi fa sempre tornare in mente un episodio avvenuto ai tempi del Dottorato di ricerca in Sociologia Politica.

Successe che ci venne inflitta l’ennesima lezione su Max Weber, e pazienza. In fondo durante quel triennio dovetti sorbirmi pure di peggio, tipo una lezione di Gaetano Quagliariello (sì, proprio lui) sui movimenti giovanili dei partiti politici italiani nel periodo fra il 1948 e il 1953. Roba che fra colleghi dottorandi ci si doveva pungere reciprocamente con gli spilloni da balia per tenersi desti. Quella lezione su Weber venne tenuta da un sociologo della religione. Risparmio il nome perché davvero sarebbe ingiusto dare al ridicolo un’identità. Mi limito a dire che in un passato recente ha scritto alcuni articoli soporiferi per Il Foglio, e che pareva uscito da un film di Carlo Verdone. Vestito come un professore di Latino anni Settanta, usava rivolgersi ai dottorandi con il “loro” anziché col “voi”. Insomma, sprizzava un tanfo d’inattualità da intenerire. E invece di parlarci di Max Weber c’intrattenne due ore a raccontarci dei suoi titanici sforzi nel confronto coi testi di Max Weber. Manco fosse Friedrich Tenburck. Così lodandosi e imbrodandosi ci spiegò che per meglio approfondire la sociologia della religione weberiana aveva egli stesso provato il confronto diretto coi testi sacri, letti in lingua originale. E quel punto sparò la frase che da allora si è conquistata il podio nel mio personale Olimpo delle Cazzate: “Non so quanti di loro abbiano esperienza di esegesi vetero-testamentaria”. E come no?! Fin dai tempi delle scuole medie, tutti i pomeriggi finito di fare i compiti a casa, invece di scendere in strada per giocare a pallone con gli amici mi facevo due belle orette di esegesi vetero-testamentaria. M’appassionava soprattutto la versione in aramaico: libidine pura.

E pazienza se nel mondo dell’università italiana personaggi come quello di sopra girano liberi e sciolti. A ognuno la propria esegesi, purché sia attività volontaria. Il fatto è che la lettura di un testo di narrativa non dovrebbe richiedere un esercizio esegetico. Se m’infliggo due orette di esegesi veterotestamentaria è perché ho scelto di farlo. Altra roba è se mi ritrovo un testo in aramaico quando credevo di leggere un romanzo in lingua e stile potabili. Ebbene, proprio quest’ultima evenienza, l’aramaico a tradimento, coglie l’ìgnaro lettore quando decide di leggere i libri di Nicola Lagioia. Tutti, compreso l’ultimo, in cui la ferocia del titolo è quella che si riversa addosso al povero lettore, annichilito da una sterminata sequela di nonsense. Leggere quelle pagine è un continuo chiedersi: “Ma cosa voleva dire?”. E la serie comincia molto presto, a pagina 7, dove il libro-mondo ospita il primo frammento di puro aramaico:

Non era molto oltre la trentina, ma non poteva avere meno di venticinque anni a causa dell’intangibile rilasciamento dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe adolescenti in qualcosa di perfetto.

 

Ecco, appunto: ma che vuol dire? “L’intangibile rilasciamento dei tessuti”, “la sveltezza di certe adolescenti”, e soprattutto quell’esercizio d’illogica iniziale: non era molto oltre i trenta, cioè era certamente oltre i trenta, “ma” non poteva avere meno di venticinque anni. Che razza di scruttura e mai questa? Se hai già asserito che la persona in questione è “oltre i trent’anni”, è pura tautologia sottolineare che “non può averne meno di venticinque”. Ci arriverebbe pure un gibbone, contando con le dita poggiate sul labbruzzo inferiore. Non c’è bisogno di sottolineare che se tua nonna avesse avuto le ruote non sarebbe stata bipede. Soprattutto, è sublime quel “ma”. Come se si dovesse segnare un passaggio di contrapposizione fra due termini dello stesso discorso. Peccato che la contrapposizione fra questi due termini non esista in punto di logica. Ha un senso dire “Oggi fa caldo ma piove (e dunque per contrapposizione il meteo non è così positivo come sembrerebbe)”, o “Oggi ho una fame da lupi ma sono a dieta (e dunque per contrapposizione devo tenere sotto controllo la fame e selezionare i cibi)”; e invece che senso ha dire “Oggi fa caldo ma non fa freddo”, o “Oggi ho una fame da lupi ma mangio tutto quello che mi pare”? Quei “ma” non c’entrano nulla, perché “Oggi fa caldo E DUNQUE non fa freddo”, e “Oggi ho una fame da lupi E DUNQUE mangio tutto quello che mi pare”. Sicché, tornando all’oscuro frammento lagioiano, in punta di logica la persona in questione “era non molto oltre la trentina E DUNQUE non poteva avere meno di venticinque anni”. E allora cosa diamine c’entra quel “ma”? Questioni d’esegesi, appunto. E di volerla fare anziché vedersela imporre proditoriamente.

Purtroppo il lettore se la vede imporre, eccome. E così si salta alle pagine 10-1, dove si trova il frammento che segue:

Il grossista aveva l’aria di chi è convinto di non avere superato il confine che taglia in due l’aspettativa di vita, né di correre il rischio di farlo.

Qualcuno mi decodifica il senso di questa frase? Innanzitutto: cosa vuol dire “superare il confine che taglia in due l’aspettativa di vita”? E come si taglia in due l’aspettativa di vita? E ancora, in cosa consistono le due parti tagliate? Qual è il loro quantum? Tagliare in due l’aspettativa di vita significa forse trovare il punto di mezzo “del cammin di nostra vita”? O significa “spezzare l’ottimismo verso l’aspettativa di vita e virare verso il pessimismo”?

Interrogativi su interrogativi, in cima ai quali se ne staglia uno a fare da capofila: ma come si può scrivere così male? E farlo con passione e perizia pari a quelle squadernate da Nicola Lagioia? Sono necessari uno zelo e una voglia di raggiungere l’obiettivo che tanto da vicino mi ricordano l’agente immobiliare interpretata da Annette Bening in “American Beauty”, quando dice a se stessa: “Oggi venderò questa casa”. E ci dà dentro a pulirla da cima a fondo.

 

Allo stesso modo immagino Nicola Lagioia che s’alza la mattina dandosi la missione del giorno: “Oggi voglio scrivere male, ma proprio male-male-male”. E da quel momento in poi si mette a vergare frammenti come quello di pagina 15:

Gli errori si erano accumulati nel vuoto spazio primordiale dove le biografie vengono scritte prima che il debole inchiostro degli eventi le renda attive e comprensibili.

E il vero prodigio sarebbe rendere “attivo e comprensibile” un frammento come questo, assegnargli una forma tirandola fuori da quell’indigesto mappazzone di parole spiaccicato su carta. Sarebbe utile, tanto più che in certi passaggi del libro i frammenti come quello di sopra si avvicendano a ritmo serrato, senza nemmeno dare il tempo al povero lettore di metabolizzare il precedente. Per esempio, ecco una sequenza da sterminare i neuroni. A pagina 21 si legge:

Alto e abbronzato, in abito di lino tagliato su misura, stringeva tra le labbra una smorfia soddisfatta che nessun sarto avrebbe ricondotto a una tradizione più vecchia di dieci anni.

Ma di cosa parla? Cosa dice? Il sarto taglia non soltanto i vestiti ma anche le smorfie? E purtroppo il nostro “voglio scrivere male, ma male-male-male” quella mattina doveva essersi fissato col tema “Moda & Eleganza”, come dimostra il passaggio che si legge soltanto due pagine dopo:

Giacca e pantaloni ricadevano nel facsimile dell’eleganza, un volontario passo indietro rispetto a quella vera ma solo per farle strada.

Anche a chi non ne avesse intenzione tocca fare esegesi. E come se non bastasse, fra i due estratti appena riportati ce n’è un altro non meno esiziale, anch’esso piazzato a pagina 23:

I loro volti godevano di uno speciale rilasciamento [e ancora con ‘sto rilasciamento!, ndr], l’apparente ebetudine dei privilegiati in cui Vittorio ritrovava una ulteriore forma di intelligenza. Nessuna traccia del foglio metallico che annerisce sottopelle a causa dell’attrito con il mondo.

E già, il romanzo mondo che del mondo valuta persino l’attrito. Per poi guardare pure alla sfera dell’oltremondano, come suggerisce il frammento piazzato alle pagine 34-5:

Era uno splendido pomeriggio fuori stagione dei primi anni Novanta, uno di quegli avanzi che l’estate ripone in uno spazio oltremondano per evitare alla temperatura di salire troppo.

Ma cosa volevi dire, Nicolino? E quanto bene volevi al tuo lettore, mentre gli confezionavi un testo come quello pubblicato alle pagine 38-9? Di sicuro, se esso fosse stato mandato per posta elettronica sarebbe finito nella casella antispam, assieme alle offerte del Cialis e alle proposte d’affettuosa amicizia femminile tradotte da Google Translate:

Ecco il problema di Ruggero: la concrezione di pazzi con cui la sorte voleva distoglierlo dall’unica attività che lo avrebbe reso libero, il tasto su cui battere fino a quando la particola di follia che in linea retta alimentava anche lui fosse diventata un nudo anello che non trasmette niente, lo studio, lo studio fanatico della medicina a cui si dedicava senza perdere un attimo.

Micidiale, tanto quanto la doppietta piazzata a pagina 40:

 

Avrebbe dovuto superare il dislivello tra lo strazio e la simulazione dello strazio con cui si stava confrontando ora

Tutta la sua vita era stata una crescita equipollente di fortuna e minaccia.

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Siete già annichiliti? Dilettanti! Quanto fin qui ho riportato è contenuto soltanto nelle prime 40 pagine, cioè nel primo dieci per cento scarso di “La ferocia”. C’è tutto un altro novanta per cento abbondante da infliggersi e passare a esegesi, nel caso che “loro” non avessero ancora capito. E bisogna fortificarsi per affrontare tutto ciò che segue. Per esempio, a pagina 49 si trova un frammento che sembra scritto dal peggior Massimo Bisotti:

Dare all’amato ciò che non si ha e ritrovare nel nulla che si riceve il troppo che non sarà ricompensabile.

Non vogliategli del male, è fatto così. Dove l’acqua è pura lui la intorbida affinché facciate il sano sforzo di ri-filtrarla. Per esempio, se deve dire che i popolini del Sud annichiliscono la lingua italiana rendendo controproducente lo strumento principale per l’unificazione culturale del paese, esprime così il concetto (pagina 61):

Per trovare il tono giusto provò ad attingere dai colleghi delle passate generazioni, quelli che aprivano talmente male le vocali da scuotere l’Unità del paese con lo strumento che avrebbe dovuto stringerle il collare.

La lotta per afferrare un senso si fa titanica col procedere della lettura, continuamente ostacolata dalla fioritura dei nonsense. A pagina 67 si legge:

Ogni tanto, tra le rughe che circondavano gli occhi dei presenti, pulsava un fastidio privo di abrasioni.

Ma sì, il fastidio è abrasivo quasi quanto la lettura di “La ferocia”. E non meno abrasivo è il frammento di pagina 81, quello con cui chiudo la prima puntata del nostro viaggio dentro l’ultima opera del nostro Radical Flop. La chiudo perché sarebbe un eccesso piazzare dentro questa prima puntata tutti i frammenti meritevoli di menzione. E io, al contrario di Lagioia che pretende d’aver scritto un romanzo mondo e spamma 411 pagine quando 115-20 sarebbero state d’avanzo, una misura me la do. Tutti gli altri frammenti del genere “ma cosa voleva dire?” verranno distribuiti nelle puntate successive, quando “La ferocia” verrà analizzata a partire da altri motivi. Però è giusto chiudere in bellezza. Lo faccio col passaggio presente a pagina 81:

Clara impallidì. Poi si accigliò. La forzatura consentì a Pascucci di vederla – l’ombra di una ferita – come avrebbe iniziato a mostrarsi di sua spontanea volontà se solo lui avesse avuto più pazienza. L’estorsione di un anticipo già ridotta a saldo.

Cosa voleva dire Nicolino? E soprattutto, cosa vorreste dirgli voi dopo aver letto tutto questo?

(1. continua)

 

(E come sempre, dopo avervi dispensato tanto orrore letterario, provo a ristorarvi l’anima con uno splendido brano musicale)

 

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 2

Prosegue il recupero dei miei articoli pubblicati su Satisfiction. Buona lettura.

Le altre due puntate della stroncatura sono leggibili qui e qui

nicola la gioia tra gli olivi

Nicola Lagioia, braccia rifiutate dall’agricoltura

Ombra di salice, h. 16-17

Quando si vuol scrivere un Romanzo Mondo si deve essere pronti a metterci dentro il mondo intero. Deve essere stato questo il principio ispiratore di Nicola Lagioia, nel momento in cui si è seduto nella sua cameretta e ha iniziato a scrivere “La ferocia”. E tale principio, pedissequamente, è stato applicato. Non saprei dire perché mai l’autore se lo sia messo in testa né credo sia determinante saperlo. In fondo ognuno è libero di fare come crede. C’è chi si mette in testa lo scolapasta e chi l’idea meravigliosa di restituire i capelli ai calvi d’una nazione intera. Dunque ci può stare pure che qualcuno decida di scrivere un Romanzo Mondo, menzionado di continuo la luna in cielo e gli scarafoni in terra mentre descrive le vicende dei bipedi umani.

Per continuare la lettura cliccare qui.

 

E adesso ristoratevi l’anima con un buon brano musicale.

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 1

Da oggi prendo a recuperare i miei articoli pubblicati su Satisfiction.  Non posso che cominciare dalla stroncatura in tre puntate di “La ferocia”, l’orrendo romanzo di Nicola Lagioia che nei mesi successivi avrebbe vinto Premio Strega. Segnandone la definitiva decadenza. Buona lettura.

Le altre due puntate della stroncatura sono leggibili qui e qui.

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Nicola Lagioa e il suo sguardo di contagiosa intelligenza

 

Dilettarsi con l’esegesi.

Esercizi d’estenuazione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, solo per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza mollare la sfida. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15″: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo.

 

Per continuare la lettura, cliccare qui.

 

E dopo aver completato la lettura, godetevi questo brano musicale.

 

 

 

 

 

 

Sara Bilotti, la Einaudi e l’ortaggio al pudore

Sara Bilotti

Sara Bilotti

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All’inizio mi era parsa soltanto l’ennesima trilogia erotica. La cinquantamillesima sfumatura di grigio tendenza marrone che ci veniva scaraventata addosso sin dallo stramaledetto giorno in cui il primo volume della signora Erika Leonard, aka E. L. James, è approdato il libreria. E invece il libro di Sara Bilotti, L’oltraggio, è qualcosa di peggio. E non solo perché attraverso questo manufatto ci s’ingegna a spostare il polpettone verso il territorio del “noir erotico”, ma soprattutto perché il repertorio di sciatterie e insensatezze assortite ospitato da quelle pagine supera il dicibile e il digeribile. E lo dico con imbarazzo, soprattutto se penso al (fu) prestigio della casa editrice che ha pubblicato questo volume e ha già messi in cantiere gli altri due: la Einaudi. Il mio imbarazzo è graficamente rappresentati dalla valanga di annotazioni che colora le pagine della copia in mio possesso. Sono abituato a passare tratti d’evidenziatore sui frammenti meritevoli di scudiscio, tracciando a penna commenti sui margini della pagina. Ebbene, le pagine de L’oltraggio sono un’orgia di colore, e in alcune i margini non sono bastati per segnare tutte le annotazioni.

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Mi è bastato invece leggerne 45 per scrivere questa stroncatura. Una lettura molto parziale, lo so. Ma sufficiente per dare un giudizio sul libro e sull’intera trilogia, oltreché sulle doti di scrittura dell’autrice. Mi era successo in un solo altro caso di “mascariàre” così sistematicamente le pagine di un libro, e di scriverne pur essendo ben lontano dalla conclusione della lettura. È accaduto con “La luna blu. Il percorso inverso dei sogni” di Massimo Bisotti (di cui ho scritto qui, qui, qui e qui). Che non per caso è quasi omonimo di Sara Bilotti.

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Massimo Bisotti

Massimo Bisotti

Il libro di Bisotti attende ancora d’essere terminato – sia nel senso che deve ancora essere letto fino in fondo, sia perché sa che un attimo dopo verrà bruciato foglio dopo foglio come usava fare il buon Pepe Carvalho – ma la parte letta mi ha dato materiale per quattro articoli-stroncature e per molti altri che non ho scritto perché non posso mica dedicare la mia vita a uno così. Idem per la quasi omonima. Di cui in questi giorni mi è stato detto che la sua precedente raccolta di racconti, “Nella carne”, è cosa notevole.

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Non saprei cosa rispondere a questa osservazione. Di sicuro, il titolo mi ricorda quello di “In the cut”, il film meno riuscito della regista australiana Jane Campion. E non è la migliore delle premesse. Mi procurerò il libro, come ho fatto nel caso di altri autori che ho stroncato leggendo soltanto una parte della loro produzione letteraria, e di cui subito dopo ho preso a leggere tutti i libri precedenti per scoprire se vi sia una linea di continuità nella mancanza di talento o se piuttosto si possa salvare qualcosa della loro opera. L’ho fatto con Chiara Gamberale, per dire. E dopo averlo fatto posso dire, pacatamente, che con quei libri anche un buon termovalorizzatore rischierebbe l’avaria. Lo farò con Sara Bilotti. E se ci sarà da correggere il giudizio, non avrò difficoltà a farlo. Senza che ciò muti il mio giudizio su L’oltraggio.

Chiara Gamberale

Chiara Gamberale

Quarantacinque pagine bastano, dicevo. E magari ci sarà tempo per ragionare sulle restanti 253 e sugli altri due volumi che verranno. E prima di andare a ritemprarmi con una sana rilettura degli Amori ridicoli di Milan Kundera, traccio un quadro di queste 45 pagine iniziali. Nella quarta di copertina si parla della “prima serie nera erotica italiana”. Sarà. Non so se sia davvero la prima, già questa mi pare una bella pretesa. Ma in fondo tale dettaglio è secondario. Di sicuro c’è che, nelle prime 45 pagine, di noir e di erotico non s’intravede nulla. E badate che si parla già di circa un sesto del volume. Cioè di un punto del libro e della lettura in cui la storia dovrebbe già essere nel vivo. E invece si continua a traccheggiare nel delineare ambiente, contesti e personaggi, trasmettendo nel lettore una potenza emotiva da film uzbeko in lingua originale e sottotitoli in braille. Quanto basta per dire che in quelle pagine non s’intravede proprio qualcosa di potente come un oltraggio. Piuttosto si ricava il senso di banalità di un ortaggio. Un bel broccolo, ma di quelli molesti la cui cottura andrebbe vietata dai regolamenti condominiali. “Ecco, anche oggi la signora Pina del terzo piano sta cuocendo i broccoli! Questo è un oltraggio al decoro della scala B!”.

L'ortaggio

L’ortaggio

La trilogia

La trilogia

Ecco, nelle pagine di Sara Bilotti si consuma un estenuante ortaggio al pudore, il lancio del broccolo lesso in luogo della giarrettiera. Lo si capisce già dall’incipit, quando viene usata un’immagine fra le più abusate nella storia del polpettone sentimentale:

La valigia era raddoppiata di peso, mentre Eleonora percorreva il lungo sentiero di pietre bianche che portava alla villa. Al volume dei vestiti, per la verità abbastanza ridotto, si era aggiunto un carico enorme, quello del fallimento.

E già, il peso di un fallimento messo in valigia. Bei tempi quelli in cui si diceva che “La valigia sul letto è quella di un lungo viaggio/ e tu senza dir niente ci hai infilato l’ortaggio”. Ma è solo l’inizio di una vicenda confusa, quella di Eleonora che rimasta senza casa e lavoro va a chiedere riparo presso l’amica Corinne. E lì conosce l’uomo di lei, Alessandro, e il fratello di lui, Emanuele, che a sua volta sta con una donna scorbutica di nome Denise. Non so a cosa porterà questo pentagono. Anche perché il pentagono no, non l’avevo considerato. Se proprio si deve trasgredire preferisco la gang bang. Leggerò più avanti, ma con la stessa ansia di sapere che avrei se volessi scoprire il nome dell’inventore del brodo di dado. Adesso non ho tempo da dedicare a questo, perché bisogna raccontare cosa fa Eleonora mentre medita sulla valigia che, gravata del fallimento personale, avrebbe rischiato di eccedere gli standard di peso della Ryanair. Dopo un attimo di esitazione la sventurata decide di varcare la soglia, in ogni senso. E cosa fa?

Si fermò sul viale acciottolato, prima di suonare al citofono adiacente al cancello bianco (…) (p. 3)

Il citofono adiacente al cancello. E dove avrebbe dovuto essere, dall’altra parte della strada? E soprattutto, ma è possibile che si usi ancora in un romanzo una formula da mattinale dei carabinieri come “il citofono adiacente al cancello bianco”? Performance che fra l’altro viene bissata a pagina 26:

Eleonora fumò una sigaretta, guardando in basso, verso il giardino antistante la villa.

E mentre digito sulla tastiera sottostante alle mie dita ritorno al quadretto iniziale, e a quanto succede dopo che Eleonora ha suonato “al citofono adiacente al cancello bianco”. Intanto dà una sbirciatina oltre quel cancello, e vede quanto segue:

Persino gli uliveti che circondavano il perimetro della villa sembravano dipinti, sagome di cartone attaccate alla collina. (pp. 3-4)

Vi inviterei a fare attenzione al dettaglio degli uliveti. Non si parla di “un uliveto”, inteso come colonia di alberi d’ulivo che per definizione deve avere una rilevante estensione e un ampio numero d’esemplari. Né si parla di “ulivi”, tanti e al plurale ma presi nella loro singolarità. Si parla proprio di “uliveti”, al plurale. Tanti uliveti. E avete idea di quanto ampia debba essere un’area per ospitare “tanti uliveti”? Serve il parco di una reggia, altro che un “giardino antistante la villa”!

UN uliveto

UN uliveto

A ogni modo, proseguiamo. Una voce risponde in modo secco alla bussata di Eleonora, e la scena viene così descritta:

Ora quel <Sì?> lanciato come un proiettile dalla bocca lucida del citofono le toglieva l’ultimo briciolo di dignità. Il tono, troppo crudele per essere premeditato, era comunque colpevole (…). (p. 4)

E lasciando da parte il proiettile che esce dalla bocca lucida del citofono, mi soffermo sul “tono che era troppo crudele per essere premeditato ma era comunque colpevole”. Ma che cazzo vuol dire? E in che senso “colpevole”? La colpa era quella d’essere un tono brusco? O era una colpa pregressa a rendere brusco il tono? E poi, era colpa interiore (senso di colpa), o solo una colpa esterna perché feriva un altro soggetto (colpa da offesa inflitta)? Impossibile capirlo, dato che il periodo è scritto come peggio non si potrebbe. Ma proseguiamo. Eleonora s’inoltra dentro uno spazio così descritto:

(…) il cancello si aprì e le toccò riprendere in mano la valigia, percorrere il lungo sentiero fino alla villa, una lingua bianca che fendeva il verde, separando la piscina dal gazebo, le azalee dalle rose, la pompa arancione dal pozzo. E lei in mezzo, inopportuna e troppo sudata. (p. 5)

Ecco, al dettaglio del sentiero che separa la pompa arancione dal pozzo bianco si potrebbe già chiudere il libro. Il trash è servito. Ma sarebbe troppo comodo, e si rischierebbe di aver liquidato troppo presto l’autrice e il suo libro senza dar loro possibilità d’appello.

Dunque proseguo ma la faccio breve, perché davvero le 45 pagine lette contengono roba per scrivere una stroncatura lunga almeno altrettanto. Mentre sale il sentiero che la porta nella casa circondata “da uliveti”, Eleonora incontra per la prima volta Alessandro. Che fra i due “fratelli fatali” è quello più “ometto perfetto”, mentre Emanuele è il “màsculo ruvido”. Due stereotipi rifiniti col martello edile. Ecco come avviene l’impatto con l’ometto perfetto:

Era a metà strada quando un uomo uscì sul portone, annunciato da una cascata di pesche che rotolarono sui tre scalini dell’ingresso. Quel tappeto casuale segnò la sua entrata in scena e una pesca arrivò fino alla punta dei sandali blu, sfiorandola appena. (p. 5)

A quel punto la storia avrebbe potuto svoltare verso un canovaccio dal titolo Peach Girl, la Ragazza Pesca. Sarebbe stato un colpaccio, ma purtroppo esiste già una famosa serie di cartoni animati manga intitolata proprio così.

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Sicché a Sara Bilotti è toccato insistere sul sentiero del noir erotico, quello che separa nettamente la pompa arancione dal pozzo. E lungo quel sentiero Alessandro domina. Eccovi serviti una serie di frammenti che lo riguardano:

(…) un sorriso pieno di denti bianchi su una faccia regolare, sotto occhi neri senza pupille, accarezzato da ciocche selvatiche, troppo lunghe. Quante cose ballavano attorno a quel sorriso, piantato su un corpo solido ma elegante. (p. 5)

Aveva sempre immaginato che l’uomo di Corinne non potesse essere altro che un magnifico esemplare. [Manco si stesse parlando di un vitello, ndr] Ma non fino a quel punto. Una bellezza così sfacciata era uno schiaffo ai suoi tentativi di acquisire sicurezza, intrapresi con fatica da quando le loro strade si erano separate. (p. 5) [E qui sarebbe chiaro che le strade si sono separate fra Corinne e Eleonora, ma guardando alla struttura della frase pare che a essersi separate siano le strade di Eleonora e Alessandro]

Aveva una mano sul cuore, come a dimostrare la sincerità del sorriso disegnato, e l’altra all’orecchio, contro il quale spingeva un auricolare nero, quasi potesse sentire meglio sotto la cupola del palmo. (p. 9)

Posò con delicatezza l’auricolare sulla credenza e allargò il sorriso, investendo Eleonora di un ottimismo che lei non meritava. (p. 9) [Ma perché mai non lo meritava?]

Alessandro si staccò dal mobile, si diresse verso il divano a est della lunga tavola da pranzo [doveva essere talmente lunga che per muoversi intorno bisognava impostare il Tom Tom, ndr] e cominciò a sfogliare un manoscritto, forse il copione. C’erano uomini così, capaci di muoversi con grazia nello spazio, qualunque spazio, anche seguiti da due occhi indagatori e affamati. (pp. 9-10)

Le girò le spalle per uscire dalla stanza, in un movimento che addosso a qualsiasi altro essere umano sarebbe apparso brusco; ma non c’era scortesia in quell’illusionista, e guardarlo da dietro, nei suoi jeans grigi, era piacevole quasi quanto fissargli la bocca. (p. 16)

Perché Emanuele le si era seduto accanto, e Alessandro le era di fronte, e aveva iniziato a mangiare con la consueta grazia, come se non ne avesse bisogno. (pp. 29-30)

Notare quanto idealizzate siano la descrizione dell’ometto perfetto. Un bel Principe Grigio, un Mister Cera Grey i cui tratti toccano il massimo livello d’espressività a pagina 12:

Mangiava in modo affascinante, e sembrava non sporcarsi. Eleonora s’impose di non guardarlo. Cosa ci si poteva aspettare di più eccitante di un uomo che non si sporca? Nessuna sbavatura, una grazia e una bellezza assolute, nessun accento, nessun odore. Niente è più intrigante del sesso di un angelo.

Mi chiedo come possa ispirare erotismo un uomo totalmente asettico, che nemmeno si sporca e dunque non sporca. L’eros è odori e sapori, che devono essere forti senza arrivare a essere stomachevoli. E invece qual è l’ideale per Eleonora? Uno che richiama “il sesso di un angelo”. Ma allora dillo che ti piace Ken di Barbie, altro che nero erotico! Sono cresciuto nel tempo in cui c’era il bipolarismo Ken di Barbie vs Big Jim: uno piallato fra le gambe, l’altro che sotto gli slip aveva un pacco che lèvati! E era normale che Big Jim si portasse via Barbie e lasciasse Ken intento a “mangiare senza sporcarsi”.

Un esemplare di Ken, ritratto in tutta la sua virilità

Un esemplare di Ken, ritratto in tutta la sua virilità

Big Jim

Big Jim

La platonica vita sessuale di Barbie e Ken

La platonica vita sessuale di Barbie e Ken

Vi risparmio le descrizioni del fratello rozzo e pure un po’ zozzo, avrete capito che lui è l’esatto contrario di Ken. Verso quest’ultimo, l’ometto perfetto, Eleonora nutre fantasie sessuali lappatorie. È tutto un leccare immaginato:

Lui non rispose, si limitò a farsi leccare la faccia dal sole. Era splendido, anche sotto quella luce impietosa. (p. 15)

Eppure, in un mondo ideale, non sarebbe stato sbagliato entrare in macchina, chiudere la portiera, afferrargli il bavero della camicia e leccargli la bocca. (p. 23)

Lecca di qua e lecca di là, senza perdere di vista quel “bavero della camicia” che grida vendetta, ci si trova a interrogarsi su misteriose mimiche facciali. Sia a pagina 5 che a pagina 23 troviamo due frammenti in fotocopia:

Eleonora alzò un sopracciglio.

Non so a quanti di voi riesca farlo. A me no. E comunque a coloro che avessero coronato l’impresa suggerisco di cimentarsi nella performance di mimica facciale descritta a pagina 21:

Ma June non si sedette. Si limitò a incrociare le braccia e a sollevare l’angolo destro del labbro superiore, in un ghigno che nelle sue intenzioni doveva essere un sorriso.

Sollevare l’angolo destro del labbro superiore. Solo quello. Ma come cazzarola si fa? Stenterebbe pure The Mask, il personaggio del film interpretato da Jim Carrey.

E comunque va detto che non tutto di Alessandro sembra positivo a Eleonora. A un certo punto lei coglie in lui un che di artefatto nel modo in cui cercai di aiutarla a tirarsi fuori dalla cattiva situazione esistenziale. Lo si legge a pagina 40:

E poi c’era l’altro pensiero, quello più nascosto, che riguardava la solerzia con cui Alessandro si occupava di lei e del suo problema. Non c’era stato tempo di affezionarsi, doveva agire così per indole, o per fare un piacere a Corinne. Ma faceva del bene con distacco, senza dimostrare entusiasmo. Di solito i gesto generosi si fanno con calore.

Verrebbe da dire: bella scassacazzo sei, figliola! Questo qui t’ha presa in casa senza nemmeno sapere chi tu fossi e solo perché sei amica della sua donna, ti scarrozza in qua e in là, s’ingegna per risolverti i problemi senza che sia tenuto a farlo, e ti lamenti pure perché fa tutto ciò “senza entusiasmo”? Ma non è nemmeno questo il punto. Il fatto è che 21 pagine prima, alla 19, Eleonora diceva una cosa esattamente opposta:

Si sentiva un’ospite sgradita, nonostante la gentilezza di Alessandro, e tutto ciò che diceva non sembrava abbastanza rispetto ai doni che le stava facendo quell’uomo. Un tetto, del cibo, una conversazione alta.

L’autrice non si accorge della clamorosa contraddizione. Quanto all’editor, se c’era, dormiva. Un altro esempio di sonno della ragione e dell’editor si ha con due frammenti che dicono pressoché la stessa cosa, e per di più collocati nemmeno tanto distanti fra loro:

C’era una strana atmosfera e i fratelli e le loro donne avevano un atteggiamento poco chiaro nei suoi confronti. Era come se recitassero una parte a suo uso e consumo, solo che qualche volta la realtà si faceva spazio nei dialoghi, esplodeva in una risata, s’insinuava in uno sguardo affilato. (p. 21)

La finzione sembrava una costante, nella vita del gruppo. Era come se tutti recitassero una parte, pensando ad altro. Ogni tanto qualcuno si animava e diventava vero, per poi tornare a calarsi nel proprio ruolo, indossando un velo di tranquillità apparente. (pp. 26-7)

Continuo a accelerare tralasciando decine di frammenti che pure meriterebbero d’essere menzionati, per parlare di alcune strepitose insensatezze del testo. Strepitosa quella di pagina 22:

Il direttore della banda del borgo aveva un modo buffo di parlare. Ogni doppia che pronunciava una doppia alzava il braccio destro e annuiva, con un solo movimento del capo, il mento quasi sul petto, per sottolineare quanto perentorie potessero essere le sue affermazioni. E di doppie ne usava tante, sì, tantissime.

Ma cosa vuol dire “pronunciare le doppie”? Spero non si riferisca alle lettere dell’alfabeto. Perché altrimenti dovrei pensare che pronunciando “soprattutto” il direttore della banda dovesse alzare due volte il braccio e picchiarsi il mento sul petto per rimarcare la doppia coppia di “t”. Manco in un cartone animato. A pagina 19 c’è una frase degna del quasi omonimo di Sara Bilotti, Massimo Bisotti:

Lui non badò a quel tentativo di dimostrare ammirazione, così poco credibile proprio perché vero.

Leggendario il passaggio di pagina 22:

Eleonora da sempre aveva una capacità speciale di cogliere qualunque anomalia. In un fiume di gente, riconosceva il diverso, quello che camminava in direzione opposta, anche se era il più basso di tutti, lei lo vedeva.

Onorevole Brunetta stia tranquillo, Eleonora scorgerà sempre la sua presenza. E cosa dire della “poetica dei contrasti”? Eccovi una bella galleria, che si apre con l’incompatibilità fra il “profumo” (anziché “odore”) di rosticceria e l’arredamento d’alto livello:

Nel salone aleggiava un profumo che mal si addiceva all’arredamento austero, ma Alessandro compensava la caduta di stile spandendo manciate di polvere magica. (pp. 8-9)

Dietro Denise, una giovane magrissima, dai lineamenti delicati che stridevano con il modo di parlare e il portamento, apparve un uomo biondo, dal sorriso gentile. Somigliava ad Alessandro, ma non aveva il suo carisma: era solo circonfuso da quell’alone di irrealtà che tanto piace a certe donne, quelle che amano corrompere. (p. 11)

Alessandro stava parlando al telefono di argomenti che mal gli si addicevano: azioni, titoli, tassi. Non era però meno attraente, e non si fermava mai, parlava camminando dalla finestra alla porta d’ingresso, alla cucina, e di nuovo alla finestra. Quando la vide le fece cenno di uscire, e insieme salirono su un fuoristrada nero. Lì dentro la sua voce urtava contro i finestrini, le arrivava alle orecchie senza disperdersi, era difficile non sentirsi attratta dalla sirena che la modulava. (pp. 17-8)

Scendi da lì che ti spezzi la schiena! – gridò Alessandro, e quell’urlo la sorprese. Mai avrebbe immaginato che dalla sua bocca potesse uscire un ordine tanto acuto. (p. 19)

Era in quei luoghi solo da un giorno, e già si stava ritagliando il suo angolino, contro ogni previsione e a dispetto di ogni strano comportamento. (p. 21)

– Emanuele, non fare il coglione.

Elenora si trattenne: non le sembrava il caso di scoppiare a ridere in un momento come quello. Ma la parolaccia nella bocca dolce di Alessandro continuava a risuonarle in testa, incongrua. (p. 29)

E poi ci sono certe immagini che rischiano di stendervi per sempre. Come quella a pagina 30:

Era difficile riflettere su quella notizia, mentre rotolava fuori dalla bocca scura di Emanuela. Le pareva di vedere le parole che fluivano tra i denti dritti come soldati, e di comprendere qualcosa di quel discorso, ogni tanto.

Vorremmo avere tutti i denti dritti come soldati, o trovare qualcuno che provi a captare i nostri pensieri come fa Eleonora con Alessandro a pagina 41:

Era stanco, e due piccole rughe si formarono tra le sopracciglia, un indizio di pensieri faticosi. Eleonora si tolse la cintura di sicurezza e girò il corpo verso di lui, per raggiungerne la mente.

Manco il Bluetooth può essere così efficace. A pagina 33 viene esibita un’altra gigantesca insensatezza:

Eleonora guardò il soffitto: nel buio scorgeva i profili degli oggetti, le erano già familiari.

Cioè guarda il soffitto, e per di più al buio, e scorge “il profilo degli oggetti”? Ma erano appiccicati al soffitto, questi oggetti?

Chiusura in bellezza a pagina 44. Alessandro accompagna Eleonora a Firenze in cerca di lavoro, poi lui deve andare per altri impegni e le raccomanda di prendere il treno per tornare verso la dimora di campagna. Le fa questa raccomandazione:

(…) la fermata è proprio Borgo San Lorenzo, non ti puoi sbagliare, prendi il treno in Centrale (…)

Cara Bilotti, caro/a editor, la frase “prendi un treno in Centrale” può essere pronunciata da un milanese. Non certo da un fiorentino o da un toscano che si riferiscano alla stazione principale di Firenze. Che si chiama Santa Maria Novella, e lo sanno pure i tappi di sughero. Questo sì che è un oltraggio. Meritevole di un ortaggio, scagliato con perfetta mira.

Come sempre, chiudo la stroncatura inserendo un brano musicale che vi aiuti a smaltire le brutture accumulate. Stavolta tocca ai grandissimi Crosby e Nash.

Nicola Lagioia e la qualità dell’aria. Fritta… – 3

Cari amici, questa è la terza puntata del lungo scritto sulla narrativa di Nicola Lagioia, così piena di ferite con l’importo. Le due precedenti puntate sono qui e qui. Buona lettura a voi e a Lagioia. Anche stavolta inserisco il link a un brano musicale, per far riprendere voi e lui dalla lettura.

Legenda: TSST = Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj; OPP = Occidente per principianti; RTC = Riportando tutto a casa

4.  Mammismi, droghe e turbe sessuali assortite

Ci sono molti altri aspetti meritevoli d’analisi, nei libri del Vate
Super Fluo. Fra essi troviamo tutti quelli che, usando una formula
soft, possono essere catalogati come riflessi di una personalità provata
dalle vicende esistenziali. O che in modo altrimenti meno generoso
andrebbero catalogate come turbe cliniche. Tenendo a bada lo scimpanzé
do per scontato che grossa parte di questi frammenti siano
effetto del virus demoniaco da cui il pc di Lagioia è stato catturato.
Ma, riconosciuta l’attenuante, non posso certo fare a meno di
riportarne le tracce. Si tratta del dossier più penoso fra quelli che
riguardano il nostro Vate Super Fluo; però tocca guardarci dentro.
Partiamo da quella che in fondo è la turba più innocente: quella

del mammismo. Essa emerge con maggior forza in RTC, specie in
quel passaggio in cui il Maschio Omega legge attraverso la figura
materna un determinato senso del passaggio della società italiana
dal tempo della povertà a quello del benessere. Il frammento che
riporto a seguire è un’anticipazione dei pipponi sociologici di cui
verrà dato conto nel paragrafo successivo. Ecco quanto si legge alle
pagine 20-1:
Ascoltavo mia madre, in quello come in altri pomeriggi, e non erano
le parole a convincermi ma la sua incontestabile bellezza. Oh, lei era
uno di quei meravigliosi cocktail di geni corretti al Plasmon che iniziarono
a far tremare i sedili delle sale cinematografiche dal dopoguerra in
poi. Di regola, si sarebbe dovuto trattare di una lottatrice dagli avambracci
enormi alta un metro e quarantasette. In quanto figlia di coltivatori
diretti a loro volta figli di mezzadri la cui fede nel cattolicesimo era
legata al fatto che i ritratti della Vergine disegnati da qualche avanzo di
parrocchia risultavano comunque più appetibili della barbuta in scialle
nero disposte ad alveare tra le navate della stessa chiesa. E invece ci si
era messa di mezzo la rivoluzione alimentare, questa improvvisa disponibilità
di omogeneizzati e biscotti multivitaminici che fece esplodere
l’adolescenza della mamma. Le allungò le gambe, le strinse il busto, le
ammorbidì la pelle senza per altro spodestare il genius loci, la cavernosa
tenebra dello sguardo conficcata nelle ragazze meridionali come un
paletto in grado di far valere uno ius prime noctis senza spargimenti
di sangue. Per questo anche le orchesse della generazione precedente
sapevano sedurre prima ancora di aver mostrato un solo neo. Ma poi
arrivarono quelle come la mamma a fare piazza pulita, e bisognava
considerarle quando non avrei potuto farlo, nel momento magico di fine
anni Cinquanta – il radioso movimento che separa la vasca polverosa di
un cantiere dalla prima scritta UPIM.
La figura della supermamma che tutto risolve fa nuovamente
capolino alle pagine 114 e 115:

– Tra la prima e la seconda telefonata passarono meno di cinque
minuti. Quanto bastava perché mia madre restasse ferma in una zona
morta di piastrelle con il volto pallido e i lineamenti alla mercé di un
violento torpore animale che aveva spazzato in un secondo tutto il fumoso
armamentario di ville da ristrutturare e automobili da cambiare,
restituendola ai miei occhi nuovamente bella, il lungo e slanciato principio
femminile che sarebbe potuto essere sempre. (…)

Nello sguardo di mia madre, nuovamente il meraviglioso smarrimento
del primo cromosoma xx comparso sulla Terra.
– La mamma elettrificò di conseguenza il piccolo cordone sanitario
di conoscenze semi-influenti che sono il patrimonio vivo di ogni famiglia
rispettabile.

Ma, come già detto, questa del mammismo è una turba tutto
sommato veniale. Lo siamo un po’ tutti, e persino lo scimpanzé che
mi porto dentro potrebbe esserlo un tantino se è vero che in questo
momento mi sta rimproverando per aver insistito su un aspetto tutto
sommato secondario. Risulta invece più significativo soffermarsi
sulla seconda delle turbe che emergono dalla lettura dei romanzi del
Vate Super Fluo, quella riguardante le droghe e le tossicodipendenze.
Alle pagine 96-7 di TSST si parte con un bel delirio che probabilmente
non avrebbe superato il test antidoping:

Hanno provato con il metadone, i centri di recupero, gli spot televisivi,
i film-inchiesta, il diritto penale, lo zoo di Berlino. Idioti, idioti,
idioti! Nessun amore per la letteratura, il gioco dei contrari, il pensiero
dialettico. Diventa sempre più urgente il bisogno di un manipolo di
intellettuali illuminati che si costituiscano in falange armata. Prendano
d’assalto i ministeri, le farmacie, gli ospedali, i centri di ricerca.
Spieghino al mondo come l’unica vera suggestione capace di tenere testa
a ogni tipo di oppiaceo sia un composto di uova, burro, uva passa, vaniglia,
estratto di arancia. Anche detto madeleine proustiana.
Prendete un amico e portatevelo al bar. Un amico paziente. Ordinate
da bere. Parlate al vostro accompagnatore dell’amore perduto,
l’amore della vostra vita, la donna che a un certo punto non volle più
vedervi. Scatenatevi con i ricordi. Siate banali. Siate veri. Le corse in
motorino: le fughe a mezzanotte: le gite al faro.

A pagina 262 di RTC viene descritta la figura di Max il bucomane,
il tossicodipendente di lungo corso che viene utilizzato come
pretesto per fare delle stracche considerazioni da pippettina sociologica:
Ma a lui, nato e cresciuto nel quartiere, della politica non era mai
importato niente, e aveva perso il vizio perché l’inesauribile coazione a
ripetere della roba – acquisto consumazione rota, acquisto consumazione
rota – faceva il paio con l’eterno ritorno all’uguale che imprimeva il
proprio calco analgesico di non speranza e non dolore all’intera nervatura
della zona periferica.

A pagina 224 di RTC era già stato fatto un ritratto del quartiere
ghetto di Japigia, a Bari, descritto come il principale supermarket
nazionale degli stupefacenti:
Japigia rappresentava un universo sconosciuto per tutti quelli che
delegavano alla tv il compito di istruirli su ciò che succedeva oltre la
scrivania del proprio ufficio, almeno quanto era pacificamente nota
come «l’Eldorado dell’alcaloide» per quell’eterogeneo, nascosto ma informatissimo
esercito di iniziati che erano consumatori di droghe pesanti
sparsi per tutta la penisola.

Abbiamo capito che l’autore conosce il tema e i contesti. E non
lo dico con malizia, davvero. La droga e le tossicodipendenze sono
piaghe della contemporaneità, e in nessun modo si può fare ironia
su temi del genere. Mi limito a rimarcare che l’insistenza del Vate
Super Fluo su questa tematica testimonia d’una sua ansia di dimostrare
conoscenza specifica. Una scelta rispettabile dal punto di vista
letterario. Fermo restando, tuttavia, che ogni pretesa d’ispirarsi alla
romantica epoca dell’assenzio e degli oppiacei, e d’equipararsi agli
autori che da Edgar Allan Poe in giù hanno costruito la propria
poetica fuggendo dalla realtà con l’aiuto di sostanze psicotrope, è assolutamente
mal riposta. Uno sproposito talmente grande da essere
non soltanto una minzione fuori dalla tazza del cesso, ma addirittura
un insensato tentativo di centrare la luna col getto d’urina. Piscia
basso, Nicolino.

Esaurita la turba riguardante le droghe e le tossicomanie, è il
momento d’affrontare quella che nei romanzi del Vate Super Fluo
risulta essere la più perniciosa: la turba sessuale. Declinata nei modi
più vari, ma scaturita dal fatto che tutti i suoi personaggi principali
siano Maschi Omega. Dunque geneticamente cicisbei, trafitti
dall’inferiority complex, annichiliti da un’inedita Invidia dell’Utero.
Ovviamente risparmio ogni considerazione sul rapporto fra arte e
vita, ché quello è affare dell’autore. Mi limito a mostrarvi immediatamente
il prototipo del cicisbeo lagioiano, colto attraverso una delle
sue espressioni caratteristiche: l’assoluta insipienza nel rapporto
con le donne. Una caratteristica che si nota sin dall’avvio del primo
libro. Siamo infatti alle pagine 12-3 di TSST, quando il Maschio
Omega si lascia andare alle rimembranze:
La festa era in giardino. Ore e ore distesi nell’erba. Io che parlavo. Il
ventre premuto contro quello di Giulia, le mani sviluppate sul suo collo

[sarà mica che intendeva scrivere «avviluppate»?, NdA]. Non saprò
mai: cosa le ho detto. Non mi ricordo: cosa abbia mai potuto dirle. Ma
se hai saggezza e le stagioni con il loro stillicidio ancora non ti gravano
la schiena basterà poco per far venire tutto fuori. Dopo di che sarà tardi.
Dovrai leggerti Dostoevskij. Tentare con Kafka. Fare passare gli anni.
Rileggere Moby Dick. Tutto Fenoglio. In ginocchio. Muore il primo
amico. Non basta. (…) Ogni volta che ho voluto dare una struttura
solida a un mio scritto che superasse le tre pagine è finita malissimo. Fui
mollato da Giulia il giorno dopo.

E già, chissà come mai l’avrà mollato…
Soltanto quattro pagine dopo, ecco un altro delirio cicisbeo:

La moglie di Tolstoj, diciamolo, era una gran rompicoglioni. Una
Santippe indurita da un ritardo sui tempi di oltre due millenni. A
Giulia ho voluto bene. Ma avevo calcolato un credito di baci. E biancospini
per la notte di Natale. Il qui e ora dei nostri discorsi era eco per
giorni non ancora esistiti. La mia mente aveva partorito la categoria del
progetto. In quel momento ho perso l’adolescenza.

Chissà come mai l’avrà mollato, n. 2.
Si salta a pagina 36, e ecco un’altra pennellata da Omega:

Le prime volte che facevo l’amore con Giulia non l’amavo.
Scopavo fuori di me.
Scontavo le mie tare generazionali.

Chissà come mai l’avrà mollato, n. 3.
Il problema è che per i Maschi Omega disegnati da Nicola Lagioia
il senso di un’insufficiente virilità è schiacciante, tanto più se
essi si mettono a paragone con altri maschi coetanei e maggiormente
propensi a dar sfogo al loro vitalismo. Il dato emerge in modo
spietato a pagina 19 di RTC, in un passaggio nel quale l’Io narrante
parla dei ragazzi che vede passare giù in strada mentre lui se ne sta
chiuso in casa a studiare:

E avrei voluto anche seguirli – pensai con rabbia e con rimpianto
– perché poi, scesa la sera, avrebbero portato le loro moto dentro garage
pieni di attrezzi e di effetti personali (polsini da tennis usati come
segno di virilità, una bandana prestata a una ragazza e poi restituita
per diventare la viva testimonianza della scoperta del sesso o di un dolore
successivo) e dai garage, calcolai, si sarebbero infine riversati in
un disordine notturno fatto di strade, di voci e soprattutto di incontri
– di litigi, di abbracci, di discussioni, di addii (loro, loro erano già al

momento degli addii!) – per far parte del quale sarei stato disposto a
vendere senza pietà le persone fisiche dei miei genitori.
L’esistenza d’un profondo inferiority complex nel rapporto con
l’universo femminile si manifesta addirittura in modo quintessenziale
quando il Maschio Omega di OPP viene baciato casualmente
da una donna, che per errore lo chiama Federico. Si scopre poco
dopo che Federico è l’uomo di costei, e che il rapporto di coppia
è per lui un assortimento di corna dalle variegate fatture e dimensioni.
Lo zio Sigmund ci vedrebbe uno svirilimento al quadrato – il
maschio poco virile e per di più scambiato per un altro maschio che
di professione fa il cornuto patentato -, ma lascio perdere questa
considerazione ché altrimenti mi tocca cedere definitivamente la tastiera
allo scimpanzé. Mi limito a riportare il riferimento sul modo
in cui il Federico in questione sublimi il proprio essere cuckold, con
tanto di riferimento letterario da salotto Verdurin (pagina 52):
Piangeva ufficialmente perché la amava troppo ed effettivamente
perché iniziava a flagellarsi attingendo Jpeg ad altissima risoluzione dal
pozzo senza fondo della pornografia, immaginando la propria compagna
in poco commentabili combinazioni erotiche ed esotiche, sordide,
molto sordide, che il Mellors di turno era riuscito ad estorcerle mentre
lui, povero sir Chatterley, non avrebbe mai saputo esperire.

In effetti il riferimento al rude guardacaccia del romanzo di D.
H. Lawrence, così come quello al sir Chatterley reso inabile (anche
sessualmente) dalle ferite di guerra, sono la spia di un’evanescente
virilità, ma non è tutto. Anche le donne delle quali i Maschi Omega
lagioiani si innamorano sono caricaturalmente fatali. Come disegnate
apposta per cauterizzare il maschio che c’è in un uomo, capaci
di affettargli minuziosamente i testicoli à la Julienne. Un prototipo
di queste è Zelda di OPP. Leggete un po’ quali siano i suoi comportamenti
dopo che assieme al suo Maschio Omega rimane coinvolta
in un incidente autostradale:
Zelda si legò un foulard intorno alla testa. Si appoggiò con la
schiena lungo lo sportello della Citroën e aprì le braccia in una finta
capitolazione da ecce diva col fumo bianco che le si arrampicava tra le
gambe (OPP, pp. 160-1).
La sirena del carro attrezzi le accendeva le guance e il vento, dal
parabrezza rotto, le agitava i capelli caricandola di significato (OPP,
p. 162).

Le due descrizioni appena riportate e riferite a Zelda fanno pendant
con quella che a pagina 171 di RTC viene dedicata a Rachele:
Sembrava che le fosse passato sopra un caterpillar che anziché ucciderla
aveva lasciato su quel corpo altrimenti immacolato l’impronta di
una sanguinante meravigliosa sporca imperfezione.

Mah! Peraltro di Zelda il Maschio Omega nota immediatamente
un dettaglio, la prima volta che la vede nuda (OPP, pagina 54). E
si tratta di un dettaglio che, una volta riferito, dice molto più di
quanto l’autore intendesse comunicare:
La accompagnai in camera da letto e la spogliai. Manteneva decisamente
le promesse. Un corpo morbido e slanciato. I seni tondi e piccoli.
Un bel sedere da maschietto.

Guardando all’ultimo dettaglio mi tocca imbavagliare lo scimpanzé
per impedirgli di pronunciare battutacce da caserma, che per
di più mi esporrebbero al massacro in quest’epoca ossessionata dal
politically correct. E per neutralizzare gli strepiti del primate passo rapidamente
altrove, facendo notare come il Vate Super Fluo veda sesso
e frustrazioni carnali – persino castrazione! – anche negli oggetti
più insospettabili. Per dire, a pagina 159 di OPP viene descritto uno
scorcio del quartiere romano dell’EUR. Ecco ciò che ne viene fuori:
Il Palazzo della Civiltà e del Lavoro, con il suo enorme basamento,
gli occhi vuoti delle fornici, la squadratura vasectomizzata delle balconate,
era la costruzione più autocelebrativa di tutto il mondo occidentale.
Il suo continuo tentativo di blindarsi verso il cielo si rovesciava in
una orrenda tautologia.

Senza bisogno di mobilitare lo scimpanzé, mi chiedo: ma come
cazzo si fa a associare la vasectomia alle balconate di quel palazzo?
Ma non è tutto qui. Per il Vate Super Fluo una stanza di motel può
essere percepita come un utero artificiale:
La stanza di un motel, come una scatola magica o un utero artificiale,
veniva fecondata dallo spirito del tempo per ottenere personaggi
legati gli uni agli altri in un racconto triste e radioso, costellato da fallimento,
riscatto e fallimento ultimativo (OPP, p. 179).
Se poi volete avere una minima indicazione su quanto possa essere
labirintica l’idea lagioiana del sesso, leggete pure il frammento
a pagina 64 di OPP:
E questo desiderio – pensai, mentre sborsavo ventimila lire per la
foto in cui Rudolph tiene una sigaretta tra le dita senza mai portarla

alla bocca – utilizza il sesso come un centro di attrazione che prima di
essere raggiunto inverte la sua polarità torcendo il nostro slancio per un
asse verticale, e inaugurando un estenuante processo di avvicinamento
che non ha mai speranza di concludersi sotto un cielo stellato, e forse
neanche sotto una volta di celluloide.
Ovvio che se il sesso è «un centro di attrazione che prima di
essere raggiunto inverte la sua polarità torcendo il nostro slancio
per un asse verticale», forse è meglio sublimare i propri slanci erotici
nel curling o nel giardinaggio. Tanto più se persino i momenti che
dovrebbero essere coronamenti delle proprie aspirazioni sessual-sentimentali
si trasformano nella premessa di estenuanti seghe mentali

– ciò che anche in questo caso è il riflesso di un inferiority complex

ineludibile. Lo si rileva alle pagine 178-9 di RTC, quando infine
il Maschio Omega riesce a castigare la fatalona di turno nominata
Rachele:

Avevo appena finito di fare l’amore con la ragazza dei miei sogni.
E, senza nemmeno darmi il tempo di gloriarmene, la furia compensatrice
della nemesi arrivava a punirmi con la storia del personaggio di
cui Rachele era stata invaghita fino a un mese prima (ne era ancora
invaghita? e soprattutto erano stati a letto insieme?). Il quale, con la
precisione di un chirurgo e la brutalità dei migliori amanti, era riuscito
a estrarle dal profondo un canceroso grumo di menzogne di cui lei avvertiva
la presenza solo in maniera intermittente («Proprio così – stava
dicendo adesso, – era come se quelle cose le avessi sempre sapute. Solo che
ora le vedevo!»)La nemesi? Perché proprio la nemesi e non un banale scherzo del

destino? Ma perché (fui costretto a riconoscere) quelle cose le sapevo
anch’io.
Ovvìa Lagioia! E se l’è trombata finalmente! Ma lasciagli godere
‘sto momento di gloria, cazzo!

Scusatemi, sono mortificatissimo. Purtroppo lo scimpanzé ha
preso il sopravvento e pure la tastiera. Vi assicuro che non succederà
più. (Spero). Rimango però al tema delle seghe. Che fino a un
attimo fa erano mentali, ma adesso evolvono verso la dimensione
materiale. Ci s’inoltra così nei territori delle tenere rimembranze
adolescenziali, quelle segnate dalle pugnette socializzatorie che cementano
le solidarietà fra adolescenti appena puberi, come si conviene
all’interno d’ogni gruppo di pari. La sequenza che si legge

alle pagine 47-9, dedicata ai sollazzi masturbatori praticati dall’adolescente
Maschio Omega assieme agli amichetti, è una Piccola
Epopea sulle Tribù delle Terre di Onan:
(…) seguendo un disegno invisibile, a un certo punto io e Mimmo
sgombravamo il tavolo dalla mappa del RisiKo dichiarando l’armistizio.
Daniele raccoglieva una rivista dal fondo di un cassetto e ci sbatteva
sotto il naso lo splendore mammifero di Helene Hanson inquadrata
dalla cascata dei capelli alla doratura delle cosce; uno sguardo serio e
morbido (da praghese nelle domeniche di sole, o da californiana violentata
sulla spiaggia senza opporre resistenza), e soprattutto tre sottili
bende di tessuto nero a fasciarle giusto l’inguine e i capezzoli lasciando
completamente libero il fianco destro, in particolare l’ascella completamente
rasa, una tenera porzione di carne rivelata dal braccio portato
indietro in un gioco di luci che, scorrendo verso i fianchi dopo averci
mozzato il respiro con la curva del seno, si interrompeva nel tessuto che
le copriva il pube per ritornare a splendere sulle rotondità dell’ileo, ovvero
il piccolo luogo intorno a cui sarebbe dovuto passare il cotone delle
mutandine e dove invece, grazie all’abilità dei fotografi di «Skorpio»,
la ragazza si mostrava di un’impudicizia superiore a quella del suo sesso
spalancato: «Sono indifesa, è questo il mio coraggio, sono qui perché
voi vi approfittiate di me». Uno dopo l’altro ci sbottonavamo i pantaloni
e iniziavamo a masturbarci sulla copertina di «Skorpio». (…)
Iniziavamo a prendercelo tra le dita con una compunzione da cadetti
aeronautici al battesimo del cielo. Se Helene Hanson fosse stata viva
(…) sarebbe forse rimasta spaventata da questi sguardi che niente sembravano
concedere al nudo desiderio – Daniele andava per strappi perfettamente
misurati; Mimmo dava l’impressione che per lui la copertina
di «Skorpio» fosse davvero quel che era, una miscela di fibre vegetali
uniformate in uno stabilimento tipografico che il suo sguardo associava
più al cameratismo d’occasione che a un’astratta voluttà, e quindi uno
strabiliante caso di corpi cavernosi gonfiati dal semplice bisogno d’amicizia;
io mi davo da fare gettando gli occhi a destra e a manca con la
paura che fossimo ridicoli. Ma poi i movimenti uscivano dalla partitura,
iniziavamo a perdere il controllo, avvertivamo l’imbarazzo di essere
uno accanto all’altro con le mutande abbassate, perché soltanto adesso
lo eravamo davvero; soltanto che adesso Mimmo e Daniele, esattamente
come me, erano terrorizzati dalla possibilità che uno di noi, in preda
alla frenesia, potesse avvicinarsi troppo all’altro fino a toccarlo. Infine

rientrava anche questo pericolo, e ci ritrovavamo soli con la nostra immaginazione.
Abbandonavo i miei due amici sulle scintille svolazzanti
di un rogo mentale (…), vedevo l’ultimo bagliore di emozione condivisa
e poi davanti a me c’erano solo Helene Hanson col suo broncio assassino.
E a separarci, mi dicevo aumentando i movimenti del pugno stretto intorno
al cazzo, a separarci non erano quattrocento miseri chilometri (la
rivista era stampata a Roma), non era l’insignificanza degli anni (quel
numero di «Skorpio» era datato 1981) ma solo un vuoto luminoso in
cui lo spazio e il tempo si annullano, i miliardi di fotoni che viaggiavano
da sempre per il cosmo legando tutti a tutto, impressionati come
lastre fotografiche capaci di trasmettere istantaneamente l’informazione
agli altri mattoncini del creato, la radiazione universale che adesso i
miei occhi socchiusi si sforzavano di riconoscere nella luce primaverile
che scendeva a piramide sul pavimento della stanza aprendo una botola
accecante nella quale convergevano tracce vive di Helen Hanson, e
insieme a loro c’era il riflesso verde degli eucalipti che si vedevano dalla
finestra e i gas rabbiosi degli automobilisti in strada, e a pochi cieli di
distanza (lo stesso cielo: una continua successione di stanze senza porte)
c’erano le rondini in picchiata che ferivano lo spazio sulle pianure dove
la ronda immobile dei pali telefonici affondava nell’esplosiva giovinezza
del frumento e risaliva a ondate verso le prime zone urbane, testimoniate
a piccoli passi da me (dentro la stessa botola accecante) dall’arrivo
del pulviscolo invisibile staccatosi dalle schiene nude delle ragazze che
a Bari il giorno prima il giorno stesso in quel preciso istante venivano
urlando tra le braccia dei loro amanti, ed era allora che – in breve ritardo
o ancor più breve anticipo rispetto a Mimmo e Daniele – mi sentivo
tirare tra l’ano e l’attaccatura dei testicoli, stringevo forte, scaraventavo
la testa in avanti poggiando tutte e due le mani sulla rivista aperta per
non crollare a terra fra i sospiri.

Che dire, a proposito di questo lungo frammento tratto dal libro
che ha vinto nel 2010 il prestigioso Premio Viareggio-Répaci?
Soltanto alcune rapide considerazioni, vergate dopo avere incatenato
e imbavagliato lo scimpanzé. La prima: un’esperienza masturbatoria
così minuziosamente descritta, e per di più caricata di
accenti pseudo-poetici, sembra essere proprio lo zenit di un curriculum
sessuale. Del personaggio o dell’autore?, vi starete chiedendo.
Mi limito a dire che riguardo a certe cose il confine tra arte e
vita è inesistente. La seconda considerazione riguarda la premura

di precisare che un contatto fra i masturbanti non c’è stato, e che
ognuno ha badato a sé tenendosi a distanza di sicurezza dagli altri
due; la classica excusatio non petita. E si sa com’è, in certi casi le
circostanze sfuggono di mano. A quel punto c’è il rischio che l’incularella
sia non soltanto letteraria. La terza considerazione riguarda
la leggiadra immagine della «californiana violentata sulla spiaggia
senza opporre resistenza»; un’immagine che viene bruciata come
legna nel calderone dell’eccitamento. Nulla di stupefacente, perché
in fondo un Maschio Omega odia nel profondo le donne. Alimentare
l’immaginario dello stupro è un meccanismo di elementare
rivalsa. Infine c’è il fatto che, al contrario degli altri due amici,
all’Adolescente Omega lagioiano non basta guardare l’immagine
della bonazza da giornale softcore per eccitarsi. Per raggiungere
l’orgasmo egli deve immaginare le donne della sua città che in quel
preciso istante stanno godendo fra le braccia di altri maschi. Signore
e signori, questa è impotenza sublimata al cubo. Se Freud fosse
stato contemporaneo di Lagioia, il caso di Dora gli sarebbe parso
una robetta da film con Alvaro Vitali. Aggiungo che la suggestione
sulle donne che stanno raggiungendo l’orgasmo «in quel preciso
istante» è presa di peso da Il favoloso mondo di Amelie.
Naturalmente il dossier sulle masturbazioni è corposo. C’è lo
spazio per le masturbazioni individuali, come dimostra il passaggio
riportato a pagina 145 di RTC:
Mi sollevai dal letto e confessai alle pareti della stanza vuota che la
amavo. Raccolsi un kleenex dal pavimento e mi pulii lo sperma dalle
dita. Mi sfilai la maglietta di dosso e la gettai per terra. Osservai dalla
finestra il cupo cielo invernale, tornai a stendermi sul letto e pensai a ciò
a cui non avevo smesso di pensare per tutta la giornata.
Era la terza sega che le dedicavo.

E poi ci sono anche le prime esperienze adolescenziali con le
coetanee, tempestate com’è d’uopo da rapidi colpi di mano. Ancora
una volta il frammento è sterminato (pagine 121-4), ciò che ancora
una volta dimostra l’impetuosa passione del Vate Super Fluo per
tutto quanto è catalogabile come handcraft:

Le mani di queste ragazzine si aprivano sul nostro mento, poi si
muovevano nella direzione opposta portandoci a baciarle prima che
fossimo pronti a farlo. Il loro sedere inguainato nei jeans di marca si
staccava dal divano per venirci meglio addosso. (…) Le nostre mani

stringevano il maglione della ragazza, toccavano il tessuto dei jeans,
si infilavano nell’incavo prima morbido e poi grinzoso appena sotto la
cintura. A quel punto l’abbandono delle labbra semichiuse delle ragazze
diventava un sorrisetto di brillante intelligenza. Ci fermava le mani.
Compiva un rapidissimo ma sempre melodioso giro su se stessa in modo
da darci le spalle – le nostre pance contro la sua spina dorsale, le ginocchia
della ragazza tra i cuscini del divano e la sua guancia premuta
sulla parete contro cui il divano era addossato -, e mentre noi ci chiedevamo
macchinosamente cosa avremmo dovuto fare, stoc… sentivamo
la pancia rilassarsi e subito dopo realizzavamo che la ragazza ci aveva
appena sbottonato i pantaloni. Di spalle, senza guardarci, iniziava a
carezzarci i boxer: lo stomaco ci risaliva in gola e poi la sensazione di
un cubetto di ghiaccio ci bloccava l’esofago quando sentivamo senza
poter sbagliare (e alcuni di noi si sorprendevano a pregare: Mio Dio, fa’
che non mi sbagli!) le nocche ossute di una mano stringersi e allargarsi
sul cazzo in modo così diverso da come facevamo noi (e tutti, per un
attimo, eravamo disposti a rivedere le nostre posizioni: Forse per anni
ho sbagliato impugnatura, forse una vera sega si fa proprio in questo
modo…) oppure la fredda e inaspettata consistenza di un anello con
cuoricino in acquamarina gelarci e poi graffiarci l’inguine senza che
l’«ah!» che avremmo voluto urlare ci uscisse dalla bocca.
E quella, appunto, venne ribattezzata «sega della vergognosa»: una
nuova padronanza delle cose che sbeffeggiava il goffo autocontrollo delle
prime feste, uno speaker’s corner di pochi centimetri quadrati che la
ragazza si costruiva nell’ombra per poter dire senza parole a noi e a se
stessa: «Così facevano le nostre nonne e forse anche le più sprovvedute
delle nostre mamme: spegnevano la luce per non guardare in faccia il
proprio uomo, affidando la responsabilità delle loro gambe aperte al
dovere coniugale, o a Dio, o a quel principio di maschile e ignara prepotenza
che una volta era stato il vero nome di Dio. Ma io sono nata in
un mondo mostruosamente libero, e da bambina ho visto Gli Aristogatti
quattordici volte di seguito. E ho letto per anni I consigli del ginecologo
su «Cioè» (…). (…) E ho visto mia madre e mio padre precipitarsi
in macchina nel cuore della notte verso un paesino della Basilicata
subito dopo il terremoto dell’80, nella caritatevole speranza di trovare
qualcuno che sostituisse la cameriera eritrea licenziatasi senza preavviso
da un giorno all’altro. E la prima volta che ho baciato un ragazzo ho
capito che un bacio non è un bacio ma la prova documentale intorno

a cui possono scatenarsi le crisi isteriche delle sue migliori amiche. E
quando finalmente, poche mesi fa, subito dopo l’inizio della scuola, le
otto del mattino, mezzo immobilizzata in un autobus pieno di facce
anonime, il mio vestito sopra il ginocchio, le gambe accese dalla radiosa
tornitura di iodio e cocco che è il ricordo non ancora morto dell’estate,
le mie braccia verso l’alto, le mani strette alle prese di cuoio, le ascelle
depilate e ripassate col BABY ROLL, quando ho sentito una pressione
troppo insistita per essere il movimento casuale di un altro passeggero,
e ho girato la testa, e ho visto questo vecchio in giacca e borsalino, uno
che avrebbe potuto essere mio nonno, la faccia magra piena di rughe, le
macchie rosse a punteggiargli le tempie, quando ho pensato: Non è possibile
che mi si stia strusciando addosso, e poi ho pensato; Oh sì, lo
sta proprio facendo…, allora non mi sono messa a urlare, non mi sono
allontanata, non ho nemmeno sganciato le mani dalle prese di sostegno,
l’ho lasciato fare, ho risposto alla violenza con la resa più totale perché
oltre quella soglia c’era qualcosa di in intestimoniabile, una storia che
non sarebbe mai potuta finire sulle pagine di «Cioè», non avrei mai potuto
riportarla alle mie amiche né all’emancipata visione del mondo dei
miei genitori, una cosa mia e soltanto mia, l’unica libertà che il mondo
mostruosamente libero in cui sono nata non avrebbe potuto strapparmi
di dosso. Di conseguenza, ragazzo mio, la riconosci? Questa è What She
Said degli Smiths, quest’altra è Joe le Taxi di Vanessa Paradis… e allora,
l’hai capito oppure no perché ti sto facendo una sega in questo modo?».

Lo scimpanzé vi manda a dire di non aver mai sentito di nessun
maschio, normalmente ormonizzato, che si sia fatto venire un dubbio
sul giusto modo di farsi una pippa dopo esserselo visto impugnare
per la prima volta da una ragazzina. E per quanto l’argomento
sia davvero scabroso, mi tocca proprio dargli ragione. Il corretto
modo di farsi una sega è expertise esclusivamente maschile, l’ultima
roccaforte davvero inespugnabile della maschilità. Se davvero esiste
al mondo un essere bipede di sesso maschile capace di veder vacillare
le proprie certezze persino su questo aspetto dopo aver fatto
esperienza del contatto eterosessuale, ebbene, costui è l’Adamo dei
Maschi Omega. Non mi resta che raccomandare a Lagioia approfondite
letture di Fabio Volo e Alessandro Piperno, che sul tema
della masturbazione sono fra le massime autorità della narrativa
contemporanea. Forse ne caverebbe indicazioni meglio spendibili
di quelle che saltano fuori dall’ennesimo tentativo di analizzare le

turbe sessuali dei suoi Maschi Omega. Se ne ha un esempio a pagina
169 di RTC:
Durante tutto quel periodo non ebbi mai la forza per liberare il
mio delirio amoroso dai mostruosi laboratori schilleriani in cui l’avevo
imprigionato. (…) Adesso, nei momenti di leggerezza, riesco a dirmi
che uno dei territori più danneggiati dall’interpretazione creativa del
romanticismo è stato l’ego di tanti adolescenti occidentali nati in una
famiglia in buone condizioni economiche.

Non so se il motivo di tanto disordine sentimental-ormonale sia
chiuso davvero nei «mostruosi laboratori schilleriani». So per certo
che la scena di maggiore intensità erotica espressa dal Vate Super
Fluo nello spazio di tre romanzi è quella che viene descritta alle
pagine 133-4 di RTC. Tenetevi forte:

Continuammo a ballare e a baciarci tra altri ragazzi che facevano
lo stesso. Ci ritrovammo su un divano. Le passai le mani sui fianchi e
poi mi feci avanti fino al seno. Rachele disse: «Vieni qua…». Mi accarezzò
i capelli, io le baciai le tempie, e quindi le strinsi l’avambraccio
contro il collo come se il compito fosse quello di strozzarla. Al che Rachele
sussurrò: «Accompagnami in bagno». Si liberò della stretta, mi prese
per la mano, superammo un imprecisato numero di coppie, inciampammo
nei nostri stessi passi, la voce del cantante disse: «Oggi useremo
soltanto/ benzina che sia priva di piombo» e io pensai: Ora succede,
ora andiamo in bagno e succede, sta per succedere…
A quando entrammo in bagno, chiusi a chiave nel suo bagno, di
nuovo quelle pareti rivestite di sughero mentre la luce della specchiera
rivelava ogni dettaglio della ragazza (fu allora che mi accorsi di un
canino lievemente spostato in avanti), la confusione e la paura che mi
gelavano il sangue furono incenerite dalla voce di Rachele che scandì
perfettamente: «Devo fare la pipì». Portò le mani sopra le ginocchia,
alzò di qualche centimetro il vestito e si sfilò le mutandine mentre il
vestito, bloccato dalla forza delle cosce, non andò giù di un dito. Vidi
la curva perfetta del culo mentre aderiva ai bordi della tazza. Mi prese
una mano, la strinse forte e – lei seduta in quel modo, io in piedi a
bocca aperta – sentimmo il primo fiotto contro la polla d’acqua in fondo
al water. Mentre continuava a pisciare tenendomi la mano, ebbi la
sensazione che ci stessimo disintegrando. Tutto era fermo, e noi ci trovavamo
di nuovo lì, dall’altra parte. Sfilai la mano da quella di Rachele e
gliela misi sulla fronte. Chiuse gli occhi. La accarezzai come si potrebbe

fare con una creatura extraterrestre se fosse l’unico sistema per impedirle
di tornare nella dimensione parallela da cui è saltata fuori. Eravamo
dentro il tempo, e vedevamo chiaramente, un passo dopo l’altro, tutto
ciò che avremmo dovuto fare per salvarci dalla vita e rimanere insieme.
Mio padre, imbottito dagli ansiolitici dall’altra parte dell’universo, era
in un sogno governato da forze diametralmente opposte rispetto a quelle
che adesso, qui in fondo, spingevano la dinamo di un’accesa beatitudine.
Fa’ che non si svegli mai più, implorai, oppure fa’ che non mi
riaddormenti io… Ma di qualunque cosa fosse fatta quell’atmosfera
magica, stava iniziando a disgregarsi. Rachele non aveva più una goccia
da regalare alle acque sotterranee. Abbandonò la schiena contro il
coperchio del water. Sospirò. Le tolsi la mano dalla fronte e lei aprì gli
occhi. Provammo a guardarci, ma adesso tra di noi c’era solo l’imbarazzo.
Ogni cosa ebbe un singhiozzo, balzò in avanti e si stabilizzò.
Era di nuovo il 1986, l’anno dell’Aids e degli imprenditori travolti dal
successo, del compact disc, del videoregistratore, dei figli che odiavano i
padri e dei parcheggi semovibili che svettavano nel cielo. Rachele strinse
le ginocchia. Mi voltai perché potesse rivestirsi in pace.

Dunque, per l’Adamo dei Maschi Omega il primo contatto erotico con la donna amata consiste
nel metterle una mano sulla fronte mentre lei piscia; e mentre il contatto avviene,
il pensiero corre al padre che in quel momento sta dormendo
stordito dagli ansiolitici. Un consiglio al Vate Super Fluo, dato di
concerto con lo scimpanzé: si faccia vedere da uno bravo. Ma parecchio.

 

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