Sara Bilotti, la Einaudi e l’ortaggio al pudore

Sara Bilotti

Sara Bilotti

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All’inizio mi era parsa soltanto l’ennesima trilogia erotica. La cinquantamillesima sfumatura di grigio tendenza marrone che ci veniva scaraventata addosso sin dallo stramaledetto giorno in cui il primo volume della signora Erika Leonard, aka E. L. James, è approdato il libreria. E invece il libro di Sara Bilotti, L’oltraggio, è qualcosa di peggio. E non solo perché attraverso questo manufatto ci s’ingegna a spostare il polpettone verso il territorio del “noir erotico”, ma soprattutto perché il repertorio di sciatterie e insensatezze assortite ospitato da quelle pagine supera il dicibile e il digeribile. E lo dico con imbarazzo, soprattutto se penso al (fu) prestigio della casa editrice che ha pubblicato questo volume e ha già messi in cantiere gli altri due: la Einaudi. Il mio imbarazzo è graficamente rappresentati dalla valanga di annotazioni che colora le pagine della copia in mio possesso. Sono abituato a passare tratti d’evidenziatore sui frammenti meritevoli di scudiscio, tracciando a penna commenti sui margini della pagina. Ebbene, le pagine de L’oltraggio sono un’orgia di colore, e in alcune i margini non sono bastati per segnare tutte le annotazioni.

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Mi è bastato invece leggerne 45 per scrivere questa stroncatura. Una lettura molto parziale, lo so. Ma sufficiente per dare un giudizio sul libro e sull’intera trilogia, oltreché sulle doti di scrittura dell’autrice. Mi era successo in un solo altro caso di “mascariàre” così sistematicamente le pagine di un libro, e di scriverne pur essendo ben lontano dalla conclusione della lettura. È accaduto con “La luna blu. Il percorso inverso dei sogni” di Massimo Bisotti (di cui ho scritto qui, qui, qui e qui). Che non per caso è quasi omonimo di Sara Bilotti.

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Massimo Bisotti

Massimo Bisotti

Il libro di Bisotti attende ancora d’essere terminato – sia nel senso che deve ancora essere letto fino in fondo, sia perché sa che un attimo dopo verrà bruciato foglio dopo foglio come usava fare il buon Pepe Carvalho – ma la parte letta mi ha dato materiale per quattro articoli-stroncature e per molti altri che non ho scritto perché non posso mica dedicare la mia vita a uno così. Idem per la quasi omonima. Di cui in questi giorni mi è stato detto che la sua precedente raccolta di racconti, “Nella carne”, è cosa notevole.

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Non saprei cosa rispondere a questa osservazione. Di sicuro, il titolo mi ricorda quello di “In the cut”, il film meno riuscito della regista australiana Jane Campion. E non è la migliore delle premesse. Mi procurerò il libro, come ho fatto nel caso di altri autori che ho stroncato leggendo soltanto una parte della loro produzione letteraria, e di cui subito dopo ho preso a leggere tutti i libri precedenti per scoprire se vi sia una linea di continuità nella mancanza di talento o se piuttosto si possa salvare qualcosa della loro opera. L’ho fatto con Chiara Gamberale, per dire. E dopo averlo fatto posso dire, pacatamente, che con quei libri anche un buon termovalorizzatore rischierebbe l’avaria. Lo farò con Sara Bilotti. E se ci sarà da correggere il giudizio, non avrò difficoltà a farlo. Senza che ciò muti il mio giudizio su L’oltraggio.

Chiara Gamberale

Chiara Gamberale

Quarantacinque pagine bastano, dicevo. E magari ci sarà tempo per ragionare sulle restanti 253 e sugli altri due volumi che verranno. E prima di andare a ritemprarmi con una sana rilettura degli Amori ridicoli di Milan Kundera, traccio un quadro di queste 45 pagine iniziali. Nella quarta di copertina si parla della “prima serie nera erotica italiana”. Sarà. Non so se sia davvero la prima, già questa mi pare una bella pretesa. Ma in fondo tale dettaglio è secondario. Di sicuro c’è che, nelle prime 45 pagine, di noir e di erotico non s’intravede nulla. E badate che si parla già di circa un sesto del volume. Cioè di un punto del libro e della lettura in cui la storia dovrebbe già essere nel vivo. E invece si continua a traccheggiare nel delineare ambiente, contesti e personaggi, trasmettendo nel lettore una potenza emotiva da film uzbeko in lingua originale e sottotitoli in braille. Quanto basta per dire che in quelle pagine non s’intravede proprio qualcosa di potente come un oltraggio. Piuttosto si ricava il senso di banalità di un ortaggio. Un bel broccolo, ma di quelli molesti la cui cottura andrebbe vietata dai regolamenti condominiali. “Ecco, anche oggi la signora Pina del terzo piano sta cuocendo i broccoli! Questo è un oltraggio al decoro della scala B!”.

L'ortaggio

L’ortaggio

La trilogia

La trilogia

Ecco, nelle pagine di Sara Bilotti si consuma un estenuante ortaggio al pudore, il lancio del broccolo lesso in luogo della giarrettiera. Lo si capisce già dall’incipit, quando viene usata un’immagine fra le più abusate nella storia del polpettone sentimentale:

La valigia era raddoppiata di peso, mentre Eleonora percorreva il lungo sentiero di pietre bianche che portava alla villa. Al volume dei vestiti, per la verità abbastanza ridotto, si era aggiunto un carico enorme, quello del fallimento.

E già, il peso di un fallimento messo in valigia. Bei tempi quelli in cui si diceva che “La valigia sul letto è quella di un lungo viaggio/ e tu senza dir niente ci hai infilato l’ortaggio”. Ma è solo l’inizio di una vicenda confusa, quella di Eleonora che rimasta senza casa e lavoro va a chiedere riparo presso l’amica Corinne. E lì conosce l’uomo di lei, Alessandro, e il fratello di lui, Emanuele, che a sua volta sta con una donna scorbutica di nome Denise. Non so a cosa porterà questo pentagono. Anche perché il pentagono no, non l’avevo considerato. Se proprio si deve trasgredire preferisco la gang bang. Leggerò più avanti, ma con la stessa ansia di sapere che avrei se volessi scoprire il nome dell’inventore del brodo di dado. Adesso non ho tempo da dedicare a questo, perché bisogna raccontare cosa fa Eleonora mentre medita sulla valigia che, gravata del fallimento personale, avrebbe rischiato di eccedere gli standard di peso della Ryanair. Dopo un attimo di esitazione la sventurata decide di varcare la soglia, in ogni senso. E cosa fa?

Si fermò sul viale acciottolato, prima di suonare al citofono adiacente al cancello bianco (…) (p. 3)

Il citofono adiacente al cancello. E dove avrebbe dovuto essere, dall’altra parte della strada? E soprattutto, ma è possibile che si usi ancora in un romanzo una formula da mattinale dei carabinieri come “il citofono adiacente al cancello bianco”? Performance che fra l’altro viene bissata a pagina 26:

Eleonora fumò una sigaretta, guardando in basso, verso il giardino antistante la villa.

E mentre digito sulla tastiera sottostante alle mie dita ritorno al quadretto iniziale, e a quanto succede dopo che Eleonora ha suonato “al citofono adiacente al cancello bianco”. Intanto dà una sbirciatina oltre quel cancello, e vede quanto segue:

Persino gli uliveti che circondavano il perimetro della villa sembravano dipinti, sagome di cartone attaccate alla collina. (pp. 3-4)

Vi inviterei a fare attenzione al dettaglio degli uliveti. Non si parla di “un uliveto”, inteso come colonia di alberi d’ulivo che per definizione deve avere una rilevante estensione e un ampio numero d’esemplari. Né si parla di “ulivi”, tanti e al plurale ma presi nella loro singolarità. Si parla proprio di “uliveti”, al plurale. Tanti uliveti. E avete idea di quanto ampia debba essere un’area per ospitare “tanti uliveti”? Serve il parco di una reggia, altro che un “giardino antistante la villa”!

UN uliveto

UN uliveto

A ogni modo, proseguiamo. Una voce risponde in modo secco alla bussata di Eleonora, e la scena viene così descritta:

Ora quel <Sì?> lanciato come un proiettile dalla bocca lucida del citofono le toglieva l’ultimo briciolo di dignità. Il tono, troppo crudele per essere premeditato, era comunque colpevole (…). (p. 4)

E lasciando da parte il proiettile che esce dalla bocca lucida del citofono, mi soffermo sul “tono che era troppo crudele per essere premeditato ma era comunque colpevole”. Ma che cazzo vuol dire? E in che senso “colpevole”? La colpa era quella d’essere un tono brusco? O era una colpa pregressa a rendere brusco il tono? E poi, era colpa interiore (senso di colpa), o solo una colpa esterna perché feriva un altro soggetto (colpa da offesa inflitta)? Impossibile capirlo, dato che il periodo è scritto come peggio non si potrebbe. Ma proseguiamo. Eleonora s’inoltra dentro uno spazio così descritto:

(…) il cancello si aprì e le toccò riprendere in mano la valigia, percorrere il lungo sentiero fino alla villa, una lingua bianca che fendeva il verde, separando la piscina dal gazebo, le azalee dalle rose, la pompa arancione dal pozzo. E lei in mezzo, inopportuna e troppo sudata. (p. 5)

Ecco, al dettaglio del sentiero che separa la pompa arancione dal pozzo bianco si potrebbe già chiudere il libro. Il trash è servito. Ma sarebbe troppo comodo, e si rischierebbe di aver liquidato troppo presto l’autrice e il suo libro senza dar loro possibilità d’appello.

Dunque proseguo ma la faccio breve, perché davvero le 45 pagine lette contengono roba per scrivere una stroncatura lunga almeno altrettanto. Mentre sale il sentiero che la porta nella casa circondata “da uliveti”, Eleonora incontra per la prima volta Alessandro. Che fra i due “fratelli fatali” è quello più “ometto perfetto”, mentre Emanuele è il “màsculo ruvido”. Due stereotipi rifiniti col martello edile. Ecco come avviene l’impatto con l’ometto perfetto:

Era a metà strada quando un uomo uscì sul portone, annunciato da una cascata di pesche che rotolarono sui tre scalini dell’ingresso. Quel tappeto casuale segnò la sua entrata in scena e una pesca arrivò fino alla punta dei sandali blu, sfiorandola appena. (p. 5)

A quel punto la storia avrebbe potuto svoltare verso un canovaccio dal titolo Peach Girl, la Ragazza Pesca. Sarebbe stato un colpaccio, ma purtroppo esiste già una famosa serie di cartoni animati manga intitolata proprio così.

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Sicché a Sara Bilotti è toccato insistere sul sentiero del noir erotico, quello che separa nettamente la pompa arancione dal pozzo. E lungo quel sentiero Alessandro domina. Eccovi serviti una serie di frammenti che lo riguardano:

(…) un sorriso pieno di denti bianchi su una faccia regolare, sotto occhi neri senza pupille, accarezzato da ciocche selvatiche, troppo lunghe. Quante cose ballavano attorno a quel sorriso, piantato su un corpo solido ma elegante. (p. 5)

Aveva sempre immaginato che l’uomo di Corinne non potesse essere altro che un magnifico esemplare. [Manco si stesse parlando di un vitello, ndr] Ma non fino a quel punto. Una bellezza così sfacciata era uno schiaffo ai suoi tentativi di acquisire sicurezza, intrapresi con fatica da quando le loro strade si erano separate. (p. 5) [E qui sarebbe chiaro che le strade si sono separate fra Corinne e Eleonora, ma guardando alla struttura della frase pare che a essersi separate siano le strade di Eleonora e Alessandro]

Aveva una mano sul cuore, come a dimostrare la sincerità del sorriso disegnato, e l’altra all’orecchio, contro il quale spingeva un auricolare nero, quasi potesse sentire meglio sotto la cupola del palmo. (p. 9)

Posò con delicatezza l’auricolare sulla credenza e allargò il sorriso, investendo Eleonora di un ottimismo che lei non meritava. (p. 9) [Ma perché mai non lo meritava?]

Alessandro si staccò dal mobile, si diresse verso il divano a est della lunga tavola da pranzo [doveva essere talmente lunga che per muoversi intorno bisognava impostare il Tom Tom, ndr] e cominciò a sfogliare un manoscritto, forse il copione. C’erano uomini così, capaci di muoversi con grazia nello spazio, qualunque spazio, anche seguiti da due occhi indagatori e affamati. (pp. 9-10)

Le girò le spalle per uscire dalla stanza, in un movimento che addosso a qualsiasi altro essere umano sarebbe apparso brusco; ma non c’era scortesia in quell’illusionista, e guardarlo da dietro, nei suoi jeans grigi, era piacevole quasi quanto fissargli la bocca. (p. 16)

Perché Emanuele le si era seduto accanto, e Alessandro le era di fronte, e aveva iniziato a mangiare con la consueta grazia, come se non ne avesse bisogno. (pp. 29-30)

Notare quanto idealizzate siano la descrizione dell’ometto perfetto. Un bel Principe Grigio, un Mister Cera Grey i cui tratti toccano il massimo livello d’espressività a pagina 12:

Mangiava in modo affascinante, e sembrava non sporcarsi. Eleonora s’impose di non guardarlo. Cosa ci si poteva aspettare di più eccitante di un uomo che non si sporca? Nessuna sbavatura, una grazia e una bellezza assolute, nessun accento, nessun odore. Niente è più intrigante del sesso di un angelo.

Mi chiedo come possa ispirare erotismo un uomo totalmente asettico, che nemmeno si sporca e dunque non sporca. L’eros è odori e sapori, che devono essere forti senza arrivare a essere stomachevoli. E invece qual è l’ideale per Eleonora? Uno che richiama “il sesso di un angelo”. Ma allora dillo che ti piace Ken di Barbie, altro che nero erotico! Sono cresciuto nel tempo in cui c’era il bipolarismo Ken di Barbie vs Big Jim: uno piallato fra le gambe, l’altro che sotto gli slip aveva un pacco che lèvati! E era normale che Big Jim si portasse via Barbie e lasciasse Ken intento a “mangiare senza sporcarsi”.

Un esemplare di Ken, ritratto in tutta la sua virilità

Un esemplare di Ken, ritratto in tutta la sua virilità

Big Jim

Big Jim

La platonica vita sessuale di Barbie e Ken

La platonica vita sessuale di Barbie e Ken

Vi risparmio le descrizioni del fratello rozzo e pure un po’ zozzo, avrete capito che lui è l’esatto contrario di Ken. Verso quest’ultimo, l’ometto perfetto, Eleonora nutre fantasie sessuali lappatorie. È tutto un leccare immaginato:

Lui non rispose, si limitò a farsi leccare la faccia dal sole. Era splendido, anche sotto quella luce impietosa. (p. 15)

Eppure, in un mondo ideale, non sarebbe stato sbagliato entrare in macchina, chiudere la portiera, afferrargli il bavero della camicia e leccargli la bocca. (p. 23)

Lecca di qua e lecca di là, senza perdere di vista quel “bavero della camicia” che grida vendetta, ci si trova a interrogarsi su misteriose mimiche facciali. Sia a pagina 5 che a pagina 23 troviamo due frammenti in fotocopia:

Eleonora alzò un sopracciglio.

Non so a quanti di voi riesca farlo. A me no. E comunque a coloro che avessero coronato l’impresa suggerisco di cimentarsi nella performance di mimica facciale descritta a pagina 21:

Ma June non si sedette. Si limitò a incrociare le braccia e a sollevare l’angolo destro del labbro superiore, in un ghigno che nelle sue intenzioni doveva essere un sorriso.

Sollevare l’angolo destro del labbro superiore. Solo quello. Ma come cazzarola si fa? Stenterebbe pure The Mask, il personaggio del film interpretato da Jim Carrey.

E comunque va detto che non tutto di Alessandro sembra positivo a Eleonora. A un certo punto lei coglie in lui un che di artefatto nel modo in cui cercai di aiutarla a tirarsi fuori dalla cattiva situazione esistenziale. Lo si legge a pagina 40:

E poi c’era l’altro pensiero, quello più nascosto, che riguardava la solerzia con cui Alessandro si occupava di lei e del suo problema. Non c’era stato tempo di affezionarsi, doveva agire così per indole, o per fare un piacere a Corinne. Ma faceva del bene con distacco, senza dimostrare entusiasmo. Di solito i gesto generosi si fanno con calore.

Verrebbe da dire: bella scassacazzo sei, figliola! Questo qui t’ha presa in casa senza nemmeno sapere chi tu fossi e solo perché sei amica della sua donna, ti scarrozza in qua e in là, s’ingegna per risolverti i problemi senza che sia tenuto a farlo, e ti lamenti pure perché fa tutto ciò “senza entusiasmo”? Ma non è nemmeno questo il punto. Il fatto è che 21 pagine prima, alla 19, Eleonora diceva una cosa esattamente opposta:

Si sentiva un’ospite sgradita, nonostante la gentilezza di Alessandro, e tutto ciò che diceva non sembrava abbastanza rispetto ai doni che le stava facendo quell’uomo. Un tetto, del cibo, una conversazione alta.

L’autrice non si accorge della clamorosa contraddizione. Quanto all’editor, se c’era, dormiva. Un altro esempio di sonno della ragione e dell’editor si ha con due frammenti che dicono pressoché la stessa cosa, e per di più collocati nemmeno tanto distanti fra loro:

C’era una strana atmosfera e i fratelli e le loro donne avevano un atteggiamento poco chiaro nei suoi confronti. Era come se recitassero una parte a suo uso e consumo, solo che qualche volta la realtà si faceva spazio nei dialoghi, esplodeva in una risata, s’insinuava in uno sguardo affilato. (p. 21)

La finzione sembrava una costante, nella vita del gruppo. Era come se tutti recitassero una parte, pensando ad altro. Ogni tanto qualcuno si animava e diventava vero, per poi tornare a calarsi nel proprio ruolo, indossando un velo di tranquillità apparente. (pp. 26-7)

Continuo a accelerare tralasciando decine di frammenti che pure meriterebbero d’essere menzionati, per parlare di alcune strepitose insensatezze del testo. Strepitosa quella di pagina 22:

Il direttore della banda del borgo aveva un modo buffo di parlare. Ogni doppia che pronunciava una doppia alzava il braccio destro e annuiva, con un solo movimento del capo, il mento quasi sul petto, per sottolineare quanto perentorie potessero essere le sue affermazioni. E di doppie ne usava tante, sì, tantissime.

Ma cosa vuol dire “pronunciare le doppie”? Spero non si riferisca alle lettere dell’alfabeto. Perché altrimenti dovrei pensare che pronunciando “soprattutto” il direttore della banda dovesse alzare due volte il braccio e picchiarsi il mento sul petto per rimarcare la doppia coppia di “t”. Manco in un cartone animato. A pagina 19 c’è una frase degna del quasi omonimo di Sara Bilotti, Massimo Bisotti:

Lui non badò a quel tentativo di dimostrare ammirazione, così poco credibile proprio perché vero.

Leggendario il passaggio di pagina 22:

Eleonora da sempre aveva una capacità speciale di cogliere qualunque anomalia. In un fiume di gente, riconosceva il diverso, quello che camminava in direzione opposta, anche se era il più basso di tutti, lei lo vedeva.

Onorevole Brunetta stia tranquillo, Eleonora scorgerà sempre la sua presenza. E cosa dire della “poetica dei contrasti”? Eccovi una bella galleria, che si apre con l’incompatibilità fra il “profumo” (anziché “odore”) di rosticceria e l’arredamento d’alto livello:

Nel salone aleggiava un profumo che mal si addiceva all’arredamento austero, ma Alessandro compensava la caduta di stile spandendo manciate di polvere magica. (pp. 8-9)

Dietro Denise, una giovane magrissima, dai lineamenti delicati che stridevano con il modo di parlare e il portamento, apparve un uomo biondo, dal sorriso gentile. Somigliava ad Alessandro, ma non aveva il suo carisma: era solo circonfuso da quell’alone di irrealtà che tanto piace a certe donne, quelle che amano corrompere. (p. 11)

Alessandro stava parlando al telefono di argomenti che mal gli si addicevano: azioni, titoli, tassi. Non era però meno attraente, e non si fermava mai, parlava camminando dalla finestra alla porta d’ingresso, alla cucina, e di nuovo alla finestra. Quando la vide le fece cenno di uscire, e insieme salirono su un fuoristrada nero. Lì dentro la sua voce urtava contro i finestrini, le arrivava alle orecchie senza disperdersi, era difficile non sentirsi attratta dalla sirena che la modulava. (pp. 17-8)

Scendi da lì che ti spezzi la schiena! – gridò Alessandro, e quell’urlo la sorprese. Mai avrebbe immaginato che dalla sua bocca potesse uscire un ordine tanto acuto. (p. 19)

Era in quei luoghi solo da un giorno, e già si stava ritagliando il suo angolino, contro ogni previsione e a dispetto di ogni strano comportamento. (p. 21)

– Emanuele, non fare il coglione.

Elenora si trattenne: non le sembrava il caso di scoppiare a ridere in un momento come quello. Ma la parolaccia nella bocca dolce di Alessandro continuava a risuonarle in testa, incongrua. (p. 29)

E poi ci sono certe immagini che rischiano di stendervi per sempre. Come quella a pagina 30:

Era difficile riflettere su quella notizia, mentre rotolava fuori dalla bocca scura di Emanuela. Le pareva di vedere le parole che fluivano tra i denti dritti come soldati, e di comprendere qualcosa di quel discorso, ogni tanto.

Vorremmo avere tutti i denti dritti come soldati, o trovare qualcuno che provi a captare i nostri pensieri come fa Eleonora con Alessandro a pagina 41:

Era stanco, e due piccole rughe si formarono tra le sopracciglia, un indizio di pensieri faticosi. Eleonora si tolse la cintura di sicurezza e girò il corpo verso di lui, per raggiungerne la mente.

Manco il Bluetooth può essere così efficace. A pagina 33 viene esibita un’altra gigantesca insensatezza:

Eleonora guardò il soffitto: nel buio scorgeva i profili degli oggetti, le erano già familiari.

Cioè guarda il soffitto, e per di più al buio, e scorge “il profilo degli oggetti”? Ma erano appiccicati al soffitto, questi oggetti?

Chiusura in bellezza a pagina 44. Alessandro accompagna Eleonora a Firenze in cerca di lavoro, poi lui deve andare per altri impegni e le raccomanda di prendere il treno per tornare verso la dimora di campagna. Le fa questa raccomandazione:

(…) la fermata è proprio Borgo San Lorenzo, non ti puoi sbagliare, prendi il treno in Centrale (…)

Cara Bilotti, caro/a editor, la frase “prendi un treno in Centrale” può essere pronunciata da un milanese. Non certo da un fiorentino o da un toscano che si riferiscano alla stazione principale di Firenze. Che si chiama Santa Maria Novella, e lo sanno pure i tappi di sughero. Questo sì che è un oltraggio. Meritevole di un ortaggio, scagliato con perfetta mira.

Come sempre, chiudo la stroncatura inserendo un brano musicale che vi aiuti a smaltire le brutture accumulate. Stavolta tocca ai grandissimi Crosby e Nash.

Nicola Lagioia e la qualità dell’aria. Fritta… – 3

Cari amici, questa è la terza puntata del lungo scritto sulla narrativa di Nicola Lagioia, così piena di ferite con l’importo. Le due precedenti puntate sono qui e qui. Buona lettura a voi e a Lagioia. Anche stavolta inserisco il link a un brano musicale, per far riprendere voi e lui dalla lettura.

Legenda: TSST = Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj; OPP = Occidente per principianti; RTC = Riportando tutto a casa

4.  Mammismi, droghe e turbe sessuali assortite

Ci sono molti altri aspetti meritevoli d’analisi, nei libri del Vate
Super Fluo. Fra essi troviamo tutti quelli che, usando una formula
soft, possono essere catalogati come riflessi di una personalità provata
dalle vicende esistenziali. O che in modo altrimenti meno generoso
andrebbero catalogate come turbe cliniche. Tenendo a bada lo scimpanzé
do per scontato che grossa parte di questi frammenti siano
effetto del virus demoniaco da cui il pc di Lagioia è stato catturato.
Ma, riconosciuta l’attenuante, non posso certo fare a meno di
riportarne le tracce. Si tratta del dossier più penoso fra quelli che
riguardano il nostro Vate Super Fluo; però tocca guardarci dentro.
Partiamo da quella che in fondo è la turba più innocente: quella

del mammismo. Essa emerge con maggior forza in RTC, specie in
quel passaggio in cui il Maschio Omega legge attraverso la figura
materna un determinato senso del passaggio della società italiana
dal tempo della povertà a quello del benessere. Il frammento che
riporto a seguire è un’anticipazione dei pipponi sociologici di cui
verrà dato conto nel paragrafo successivo. Ecco quanto si legge alle
pagine 20-1:
Ascoltavo mia madre, in quello come in altri pomeriggi, e non erano
le parole a convincermi ma la sua incontestabile bellezza. Oh, lei era
uno di quei meravigliosi cocktail di geni corretti al Plasmon che iniziarono
a far tremare i sedili delle sale cinematografiche dal dopoguerra in
poi. Di regola, si sarebbe dovuto trattare di una lottatrice dagli avambracci
enormi alta un metro e quarantasette. In quanto figlia di coltivatori
diretti a loro volta figli di mezzadri la cui fede nel cattolicesimo era
legata al fatto che i ritratti della Vergine disegnati da qualche avanzo di
parrocchia risultavano comunque più appetibili della barbuta in scialle
nero disposte ad alveare tra le navate della stessa chiesa. E invece ci si
era messa di mezzo la rivoluzione alimentare, questa improvvisa disponibilità
di omogeneizzati e biscotti multivitaminici che fece esplodere
l’adolescenza della mamma. Le allungò le gambe, le strinse il busto, le
ammorbidì la pelle senza per altro spodestare il genius loci, la cavernosa
tenebra dello sguardo conficcata nelle ragazze meridionali come un
paletto in grado di far valere uno ius prime noctis senza spargimenti
di sangue. Per questo anche le orchesse della generazione precedente
sapevano sedurre prima ancora di aver mostrato un solo neo. Ma poi
arrivarono quelle come la mamma a fare piazza pulita, e bisognava
considerarle quando non avrei potuto farlo, nel momento magico di fine
anni Cinquanta – il radioso movimento che separa la vasca polverosa di
un cantiere dalla prima scritta UPIM.
La figura della supermamma che tutto risolve fa nuovamente
capolino alle pagine 114 e 115:

– Tra la prima e la seconda telefonata passarono meno di cinque
minuti. Quanto bastava perché mia madre restasse ferma in una zona
morta di piastrelle con il volto pallido e i lineamenti alla mercé di un
violento torpore animale che aveva spazzato in un secondo tutto il fumoso
armamentario di ville da ristrutturare e automobili da cambiare,
restituendola ai miei occhi nuovamente bella, il lungo e slanciato principio
femminile che sarebbe potuto essere sempre. (…)

Nello sguardo di mia madre, nuovamente il meraviglioso smarrimento
del primo cromosoma xx comparso sulla Terra.
– La mamma elettrificò di conseguenza il piccolo cordone sanitario
di conoscenze semi-influenti che sono il patrimonio vivo di ogni famiglia
rispettabile.

Ma, come già detto, questa del mammismo è una turba tutto
sommato veniale. Lo siamo un po’ tutti, e persino lo scimpanzé che
mi porto dentro potrebbe esserlo un tantino se è vero che in questo
momento mi sta rimproverando per aver insistito su un aspetto tutto
sommato secondario. Risulta invece più significativo soffermarsi
sulla seconda delle turbe che emergono dalla lettura dei romanzi del
Vate Super Fluo, quella riguardante le droghe e le tossicodipendenze.
Alle pagine 96-7 di TSST si parte con un bel delirio che probabilmente
non avrebbe superato il test antidoping:

Hanno provato con il metadone, i centri di recupero, gli spot televisivi,
i film-inchiesta, il diritto penale, lo zoo di Berlino. Idioti, idioti,
idioti! Nessun amore per la letteratura, il gioco dei contrari, il pensiero
dialettico. Diventa sempre più urgente il bisogno di un manipolo di
intellettuali illuminati che si costituiscano in falange armata. Prendano
d’assalto i ministeri, le farmacie, gli ospedali, i centri di ricerca.
Spieghino al mondo come l’unica vera suggestione capace di tenere testa
a ogni tipo di oppiaceo sia un composto di uova, burro, uva passa, vaniglia,
estratto di arancia. Anche detto madeleine proustiana.
Prendete un amico e portatevelo al bar. Un amico paziente. Ordinate
da bere. Parlate al vostro accompagnatore dell’amore perduto,
l’amore della vostra vita, la donna che a un certo punto non volle più
vedervi. Scatenatevi con i ricordi. Siate banali. Siate veri. Le corse in
motorino: le fughe a mezzanotte: le gite al faro.

A pagina 262 di RTC viene descritta la figura di Max il bucomane,
il tossicodipendente di lungo corso che viene utilizzato come
pretesto per fare delle stracche considerazioni da pippettina sociologica:
Ma a lui, nato e cresciuto nel quartiere, della politica non era mai
importato niente, e aveva perso il vizio perché l’inesauribile coazione a
ripetere della roba – acquisto consumazione rota, acquisto consumazione
rota – faceva il paio con l’eterno ritorno all’uguale che imprimeva il
proprio calco analgesico di non speranza e non dolore all’intera nervatura
della zona periferica.

A pagina 224 di RTC era già stato fatto un ritratto del quartiere
ghetto di Japigia, a Bari, descritto come il principale supermarket
nazionale degli stupefacenti:
Japigia rappresentava un universo sconosciuto per tutti quelli che
delegavano alla tv il compito di istruirli su ciò che succedeva oltre la
scrivania del proprio ufficio, almeno quanto era pacificamente nota
come «l’Eldorado dell’alcaloide» per quell’eterogeneo, nascosto ma informatissimo
esercito di iniziati che erano consumatori di droghe pesanti
sparsi per tutta la penisola.

Abbiamo capito che l’autore conosce il tema e i contesti. E non
lo dico con malizia, davvero. La droga e le tossicodipendenze sono
piaghe della contemporaneità, e in nessun modo si può fare ironia
su temi del genere. Mi limito a rimarcare che l’insistenza del Vate
Super Fluo su questa tematica testimonia d’una sua ansia di dimostrare
conoscenza specifica. Una scelta rispettabile dal punto di vista
letterario. Fermo restando, tuttavia, che ogni pretesa d’ispirarsi alla
romantica epoca dell’assenzio e degli oppiacei, e d’equipararsi agli
autori che da Edgar Allan Poe in giù hanno costruito la propria
poetica fuggendo dalla realtà con l’aiuto di sostanze psicotrope, è assolutamente
mal riposta. Uno sproposito talmente grande da essere
non soltanto una minzione fuori dalla tazza del cesso, ma addirittura
un insensato tentativo di centrare la luna col getto d’urina. Piscia
basso, Nicolino.

Esaurita la turba riguardante le droghe e le tossicomanie, è il
momento d’affrontare quella che nei romanzi del Vate Super Fluo
risulta essere la più perniciosa: la turba sessuale. Declinata nei modi
più vari, ma scaturita dal fatto che tutti i suoi personaggi principali
siano Maschi Omega. Dunque geneticamente cicisbei, trafitti
dall’inferiority complex, annichiliti da un’inedita Invidia dell’Utero.
Ovviamente risparmio ogni considerazione sul rapporto fra arte e
vita, ché quello è affare dell’autore. Mi limito a mostrarvi immediatamente
il prototipo del cicisbeo lagioiano, colto attraverso una delle
sue espressioni caratteristiche: l’assoluta insipienza nel rapporto
con le donne. Una caratteristica che si nota sin dall’avvio del primo
libro. Siamo infatti alle pagine 12-3 di TSST, quando il Maschio
Omega si lascia andare alle rimembranze:
La festa era in giardino. Ore e ore distesi nell’erba. Io che parlavo. Il
ventre premuto contro quello di Giulia, le mani sviluppate sul suo collo

[sarà mica che intendeva scrivere «avviluppate»?, NdA]. Non saprò
mai: cosa le ho detto. Non mi ricordo: cosa abbia mai potuto dirle. Ma
se hai saggezza e le stagioni con il loro stillicidio ancora non ti gravano
la schiena basterà poco per far venire tutto fuori. Dopo di che sarà tardi.
Dovrai leggerti Dostoevskij. Tentare con Kafka. Fare passare gli anni.
Rileggere Moby Dick. Tutto Fenoglio. In ginocchio. Muore il primo
amico. Non basta. (…) Ogni volta che ho voluto dare una struttura
solida a un mio scritto che superasse le tre pagine è finita malissimo. Fui
mollato da Giulia il giorno dopo.

E già, chissà come mai l’avrà mollato…
Soltanto quattro pagine dopo, ecco un altro delirio cicisbeo:

La moglie di Tolstoj, diciamolo, era una gran rompicoglioni. Una
Santippe indurita da un ritardo sui tempi di oltre due millenni. A
Giulia ho voluto bene. Ma avevo calcolato un credito di baci. E biancospini
per la notte di Natale. Il qui e ora dei nostri discorsi era eco per
giorni non ancora esistiti. La mia mente aveva partorito la categoria del
progetto. In quel momento ho perso l’adolescenza.

Chissà come mai l’avrà mollato, n. 2.
Si salta a pagina 36, e ecco un’altra pennellata da Omega:

Le prime volte che facevo l’amore con Giulia non l’amavo.
Scopavo fuori di me.
Scontavo le mie tare generazionali.

Chissà come mai l’avrà mollato, n. 3.
Il problema è che per i Maschi Omega disegnati da Nicola Lagioia
il senso di un’insufficiente virilità è schiacciante, tanto più se
essi si mettono a paragone con altri maschi coetanei e maggiormente
propensi a dar sfogo al loro vitalismo. Il dato emerge in modo
spietato a pagina 19 di RTC, in un passaggio nel quale l’Io narrante
parla dei ragazzi che vede passare giù in strada mentre lui se ne sta
chiuso in casa a studiare:

E avrei voluto anche seguirli – pensai con rabbia e con rimpianto
– perché poi, scesa la sera, avrebbero portato le loro moto dentro garage
pieni di attrezzi e di effetti personali (polsini da tennis usati come
segno di virilità, una bandana prestata a una ragazza e poi restituita
per diventare la viva testimonianza della scoperta del sesso o di un dolore
successivo) e dai garage, calcolai, si sarebbero infine riversati in
un disordine notturno fatto di strade, di voci e soprattutto di incontri
– di litigi, di abbracci, di discussioni, di addii (loro, loro erano già al

momento degli addii!) – per far parte del quale sarei stato disposto a
vendere senza pietà le persone fisiche dei miei genitori.
L’esistenza d’un profondo inferiority complex nel rapporto con
l’universo femminile si manifesta addirittura in modo quintessenziale
quando il Maschio Omega di OPP viene baciato casualmente
da una donna, che per errore lo chiama Federico. Si scopre poco
dopo che Federico è l’uomo di costei, e che il rapporto di coppia
è per lui un assortimento di corna dalle variegate fatture e dimensioni.
Lo zio Sigmund ci vedrebbe uno svirilimento al quadrato – il
maschio poco virile e per di più scambiato per un altro maschio che
di professione fa il cornuto patentato -, ma lascio perdere questa
considerazione ché altrimenti mi tocca cedere definitivamente la tastiera
allo scimpanzé. Mi limito a riportare il riferimento sul modo
in cui il Federico in questione sublimi il proprio essere cuckold, con
tanto di riferimento letterario da salotto Verdurin (pagina 52):
Piangeva ufficialmente perché la amava troppo ed effettivamente
perché iniziava a flagellarsi attingendo Jpeg ad altissima risoluzione dal
pozzo senza fondo della pornografia, immaginando la propria compagna
in poco commentabili combinazioni erotiche ed esotiche, sordide,
molto sordide, che il Mellors di turno era riuscito ad estorcerle mentre
lui, povero sir Chatterley, non avrebbe mai saputo esperire.

In effetti il riferimento al rude guardacaccia del romanzo di D.
H. Lawrence, così come quello al sir Chatterley reso inabile (anche
sessualmente) dalle ferite di guerra, sono la spia di un’evanescente
virilità, ma non è tutto. Anche le donne delle quali i Maschi Omega
lagioiani si innamorano sono caricaturalmente fatali. Come disegnate
apposta per cauterizzare il maschio che c’è in un uomo, capaci
di affettargli minuziosamente i testicoli à la Julienne. Un prototipo
di queste è Zelda di OPP. Leggete un po’ quali siano i suoi comportamenti
dopo che assieme al suo Maschio Omega rimane coinvolta
in un incidente autostradale:
Zelda si legò un foulard intorno alla testa. Si appoggiò con la
schiena lungo lo sportello della Citroën e aprì le braccia in una finta
capitolazione da ecce diva col fumo bianco che le si arrampicava tra le
gambe (OPP, pp. 160-1).
La sirena del carro attrezzi le accendeva le guance e il vento, dal
parabrezza rotto, le agitava i capelli caricandola di significato (OPP,
p. 162).

Le due descrizioni appena riportate e riferite a Zelda fanno pendant
con quella che a pagina 171 di RTC viene dedicata a Rachele:
Sembrava che le fosse passato sopra un caterpillar che anziché ucciderla
aveva lasciato su quel corpo altrimenti immacolato l’impronta di
una sanguinante meravigliosa sporca imperfezione.

Mah! Peraltro di Zelda il Maschio Omega nota immediatamente
un dettaglio, la prima volta che la vede nuda (OPP, pagina 54). E
si tratta di un dettaglio che, una volta riferito, dice molto più di
quanto l’autore intendesse comunicare:
La accompagnai in camera da letto e la spogliai. Manteneva decisamente
le promesse. Un corpo morbido e slanciato. I seni tondi e piccoli.
Un bel sedere da maschietto.

Guardando all’ultimo dettaglio mi tocca imbavagliare lo scimpanzé
per impedirgli di pronunciare battutacce da caserma, che per
di più mi esporrebbero al massacro in quest’epoca ossessionata dal
politically correct. E per neutralizzare gli strepiti del primate passo rapidamente
altrove, facendo notare come il Vate Super Fluo veda sesso
e frustrazioni carnali – persino castrazione! – anche negli oggetti
più insospettabili. Per dire, a pagina 159 di OPP viene descritto uno
scorcio del quartiere romano dell’EUR. Ecco ciò che ne viene fuori:
Il Palazzo della Civiltà e del Lavoro, con il suo enorme basamento,
gli occhi vuoti delle fornici, la squadratura vasectomizzata delle balconate,
era la costruzione più autocelebrativa di tutto il mondo occidentale.
Il suo continuo tentativo di blindarsi verso il cielo si rovesciava in
una orrenda tautologia.

Senza bisogno di mobilitare lo scimpanzé, mi chiedo: ma come
cazzo si fa a associare la vasectomia alle balconate di quel palazzo?
Ma non è tutto qui. Per il Vate Super Fluo una stanza di motel può
essere percepita come un utero artificiale:
La stanza di un motel, come una scatola magica o un utero artificiale,
veniva fecondata dallo spirito del tempo per ottenere personaggi
legati gli uni agli altri in un racconto triste e radioso, costellato da fallimento,
riscatto e fallimento ultimativo (OPP, p. 179).
Se poi volete avere una minima indicazione su quanto possa essere
labirintica l’idea lagioiana del sesso, leggete pure il frammento
a pagina 64 di OPP:
E questo desiderio – pensai, mentre sborsavo ventimila lire per la
foto in cui Rudolph tiene una sigaretta tra le dita senza mai portarla

alla bocca – utilizza il sesso come un centro di attrazione che prima di
essere raggiunto inverte la sua polarità torcendo il nostro slancio per un
asse verticale, e inaugurando un estenuante processo di avvicinamento
che non ha mai speranza di concludersi sotto un cielo stellato, e forse
neanche sotto una volta di celluloide.
Ovvio che se il sesso è «un centro di attrazione che prima di
essere raggiunto inverte la sua polarità torcendo il nostro slancio
per un asse verticale», forse è meglio sublimare i propri slanci erotici
nel curling o nel giardinaggio. Tanto più se persino i momenti che
dovrebbero essere coronamenti delle proprie aspirazioni sessual-sentimentali
si trasformano nella premessa di estenuanti seghe mentali

– ciò che anche in questo caso è il riflesso di un inferiority complex

ineludibile. Lo si rileva alle pagine 178-9 di RTC, quando infine
il Maschio Omega riesce a castigare la fatalona di turno nominata
Rachele:

Avevo appena finito di fare l’amore con la ragazza dei miei sogni.
E, senza nemmeno darmi il tempo di gloriarmene, la furia compensatrice
della nemesi arrivava a punirmi con la storia del personaggio di
cui Rachele era stata invaghita fino a un mese prima (ne era ancora
invaghita? e soprattutto erano stati a letto insieme?). Il quale, con la
precisione di un chirurgo e la brutalità dei migliori amanti, era riuscito
a estrarle dal profondo un canceroso grumo di menzogne di cui lei avvertiva
la presenza solo in maniera intermittente («Proprio così – stava
dicendo adesso, – era come se quelle cose le avessi sempre sapute. Solo che
ora le vedevo!»)La nemesi? Perché proprio la nemesi e non un banale scherzo del

destino? Ma perché (fui costretto a riconoscere) quelle cose le sapevo
anch’io.
Ovvìa Lagioia! E se l’è trombata finalmente! Ma lasciagli godere
‘sto momento di gloria, cazzo!

Scusatemi, sono mortificatissimo. Purtroppo lo scimpanzé ha
preso il sopravvento e pure la tastiera. Vi assicuro che non succederà
più. (Spero). Rimango però al tema delle seghe. Che fino a un
attimo fa erano mentali, ma adesso evolvono verso la dimensione
materiale. Ci s’inoltra così nei territori delle tenere rimembranze
adolescenziali, quelle segnate dalle pugnette socializzatorie che cementano
le solidarietà fra adolescenti appena puberi, come si conviene
all’interno d’ogni gruppo di pari. La sequenza che si legge

alle pagine 47-9, dedicata ai sollazzi masturbatori praticati dall’adolescente
Maschio Omega assieme agli amichetti, è una Piccola
Epopea sulle Tribù delle Terre di Onan:
(…) seguendo un disegno invisibile, a un certo punto io e Mimmo
sgombravamo il tavolo dalla mappa del RisiKo dichiarando l’armistizio.
Daniele raccoglieva una rivista dal fondo di un cassetto e ci sbatteva
sotto il naso lo splendore mammifero di Helene Hanson inquadrata
dalla cascata dei capelli alla doratura delle cosce; uno sguardo serio e
morbido (da praghese nelle domeniche di sole, o da californiana violentata
sulla spiaggia senza opporre resistenza), e soprattutto tre sottili
bende di tessuto nero a fasciarle giusto l’inguine e i capezzoli lasciando
completamente libero il fianco destro, in particolare l’ascella completamente
rasa, una tenera porzione di carne rivelata dal braccio portato
indietro in un gioco di luci che, scorrendo verso i fianchi dopo averci
mozzato il respiro con la curva del seno, si interrompeva nel tessuto che
le copriva il pube per ritornare a splendere sulle rotondità dell’ileo, ovvero
il piccolo luogo intorno a cui sarebbe dovuto passare il cotone delle
mutandine e dove invece, grazie all’abilità dei fotografi di «Skorpio»,
la ragazza si mostrava di un’impudicizia superiore a quella del suo sesso
spalancato: «Sono indifesa, è questo il mio coraggio, sono qui perché
voi vi approfittiate di me». Uno dopo l’altro ci sbottonavamo i pantaloni
e iniziavamo a masturbarci sulla copertina di «Skorpio». (…)
Iniziavamo a prendercelo tra le dita con una compunzione da cadetti
aeronautici al battesimo del cielo. Se Helene Hanson fosse stata viva
(…) sarebbe forse rimasta spaventata da questi sguardi che niente sembravano
concedere al nudo desiderio – Daniele andava per strappi perfettamente
misurati; Mimmo dava l’impressione che per lui la copertina
di «Skorpio» fosse davvero quel che era, una miscela di fibre vegetali
uniformate in uno stabilimento tipografico che il suo sguardo associava
più al cameratismo d’occasione che a un’astratta voluttà, e quindi uno
strabiliante caso di corpi cavernosi gonfiati dal semplice bisogno d’amicizia;
io mi davo da fare gettando gli occhi a destra e a manca con la
paura che fossimo ridicoli. Ma poi i movimenti uscivano dalla partitura,
iniziavamo a perdere il controllo, avvertivamo l’imbarazzo di essere
uno accanto all’altro con le mutande abbassate, perché soltanto adesso
lo eravamo davvero; soltanto che adesso Mimmo e Daniele, esattamente
come me, erano terrorizzati dalla possibilità che uno di noi, in preda
alla frenesia, potesse avvicinarsi troppo all’altro fino a toccarlo. Infine

rientrava anche questo pericolo, e ci ritrovavamo soli con la nostra immaginazione.
Abbandonavo i miei due amici sulle scintille svolazzanti
di un rogo mentale (…), vedevo l’ultimo bagliore di emozione condivisa
e poi davanti a me c’erano solo Helene Hanson col suo broncio assassino.
E a separarci, mi dicevo aumentando i movimenti del pugno stretto intorno
al cazzo, a separarci non erano quattrocento miseri chilometri (la
rivista era stampata a Roma), non era l’insignificanza degli anni (quel
numero di «Skorpio» era datato 1981) ma solo un vuoto luminoso in
cui lo spazio e il tempo si annullano, i miliardi di fotoni che viaggiavano
da sempre per il cosmo legando tutti a tutto, impressionati come
lastre fotografiche capaci di trasmettere istantaneamente l’informazione
agli altri mattoncini del creato, la radiazione universale che adesso i
miei occhi socchiusi si sforzavano di riconoscere nella luce primaverile
che scendeva a piramide sul pavimento della stanza aprendo una botola
accecante nella quale convergevano tracce vive di Helen Hanson, e
insieme a loro c’era il riflesso verde degli eucalipti che si vedevano dalla
finestra e i gas rabbiosi degli automobilisti in strada, e a pochi cieli di
distanza (lo stesso cielo: una continua successione di stanze senza porte)
c’erano le rondini in picchiata che ferivano lo spazio sulle pianure dove
la ronda immobile dei pali telefonici affondava nell’esplosiva giovinezza
del frumento e risaliva a ondate verso le prime zone urbane, testimoniate
a piccoli passi da me (dentro la stessa botola accecante) dall’arrivo
del pulviscolo invisibile staccatosi dalle schiene nude delle ragazze che
a Bari il giorno prima il giorno stesso in quel preciso istante venivano
urlando tra le braccia dei loro amanti, ed era allora che – in breve ritardo
o ancor più breve anticipo rispetto a Mimmo e Daniele – mi sentivo
tirare tra l’ano e l’attaccatura dei testicoli, stringevo forte, scaraventavo
la testa in avanti poggiando tutte e due le mani sulla rivista aperta per
non crollare a terra fra i sospiri.

Che dire, a proposito di questo lungo frammento tratto dal libro
che ha vinto nel 2010 il prestigioso Premio Viareggio-Répaci?
Soltanto alcune rapide considerazioni, vergate dopo avere incatenato
e imbavagliato lo scimpanzé. La prima: un’esperienza masturbatoria
così minuziosamente descritta, e per di più caricata di
accenti pseudo-poetici, sembra essere proprio lo zenit di un curriculum
sessuale. Del personaggio o dell’autore?, vi starete chiedendo.
Mi limito a dire che riguardo a certe cose il confine tra arte e
vita è inesistente. La seconda considerazione riguarda la premura

di precisare che un contatto fra i masturbanti non c’è stato, e che
ognuno ha badato a sé tenendosi a distanza di sicurezza dagli altri
due; la classica excusatio non petita. E si sa com’è, in certi casi le
circostanze sfuggono di mano. A quel punto c’è il rischio che l’incularella
sia non soltanto letteraria. La terza considerazione riguarda
la leggiadra immagine della «californiana violentata sulla spiaggia
senza opporre resistenza»; un’immagine che viene bruciata come
legna nel calderone dell’eccitamento. Nulla di stupefacente, perché
in fondo un Maschio Omega odia nel profondo le donne. Alimentare
l’immaginario dello stupro è un meccanismo di elementare
rivalsa. Infine c’è il fatto che, al contrario degli altri due amici,
all’Adolescente Omega lagioiano non basta guardare l’immagine
della bonazza da giornale softcore per eccitarsi. Per raggiungere
l’orgasmo egli deve immaginare le donne della sua città che in quel
preciso istante stanno godendo fra le braccia di altri maschi. Signore
e signori, questa è impotenza sublimata al cubo. Se Freud fosse
stato contemporaneo di Lagioia, il caso di Dora gli sarebbe parso
una robetta da film con Alvaro Vitali. Aggiungo che la suggestione
sulle donne che stanno raggiungendo l’orgasmo «in quel preciso
istante» è presa di peso da Il favoloso mondo di Amelie.
Naturalmente il dossier sulle masturbazioni è corposo. C’è lo
spazio per le masturbazioni individuali, come dimostra il passaggio
riportato a pagina 145 di RTC:
Mi sollevai dal letto e confessai alle pareti della stanza vuota che la
amavo. Raccolsi un kleenex dal pavimento e mi pulii lo sperma dalle
dita. Mi sfilai la maglietta di dosso e la gettai per terra. Osservai dalla
finestra il cupo cielo invernale, tornai a stendermi sul letto e pensai a ciò
a cui non avevo smesso di pensare per tutta la giornata.
Era la terza sega che le dedicavo.

E poi ci sono anche le prime esperienze adolescenziali con le
coetanee, tempestate com’è d’uopo da rapidi colpi di mano. Ancora
una volta il frammento è sterminato (pagine 121-4), ciò che ancora
una volta dimostra l’impetuosa passione del Vate Super Fluo per
tutto quanto è catalogabile come handcraft:

Le mani di queste ragazzine si aprivano sul nostro mento, poi si
muovevano nella direzione opposta portandoci a baciarle prima che
fossimo pronti a farlo. Il loro sedere inguainato nei jeans di marca si
staccava dal divano per venirci meglio addosso. (…) Le nostre mani

stringevano il maglione della ragazza, toccavano il tessuto dei jeans,
si infilavano nell’incavo prima morbido e poi grinzoso appena sotto la
cintura. A quel punto l’abbandono delle labbra semichiuse delle ragazze
diventava un sorrisetto di brillante intelligenza. Ci fermava le mani.
Compiva un rapidissimo ma sempre melodioso giro su se stessa in modo
da darci le spalle – le nostre pance contro la sua spina dorsale, le ginocchia
della ragazza tra i cuscini del divano e la sua guancia premuta
sulla parete contro cui il divano era addossato -, e mentre noi ci chiedevamo
macchinosamente cosa avremmo dovuto fare, stoc… sentivamo
la pancia rilassarsi e subito dopo realizzavamo che la ragazza ci aveva
appena sbottonato i pantaloni. Di spalle, senza guardarci, iniziava a
carezzarci i boxer: lo stomaco ci risaliva in gola e poi la sensazione di
un cubetto di ghiaccio ci bloccava l’esofago quando sentivamo senza
poter sbagliare (e alcuni di noi si sorprendevano a pregare: Mio Dio, fa’
che non mi sbagli!) le nocche ossute di una mano stringersi e allargarsi
sul cazzo in modo così diverso da come facevamo noi (e tutti, per un
attimo, eravamo disposti a rivedere le nostre posizioni: Forse per anni
ho sbagliato impugnatura, forse una vera sega si fa proprio in questo
modo…) oppure la fredda e inaspettata consistenza di un anello con
cuoricino in acquamarina gelarci e poi graffiarci l’inguine senza che
l’«ah!» che avremmo voluto urlare ci uscisse dalla bocca.
E quella, appunto, venne ribattezzata «sega della vergognosa»: una
nuova padronanza delle cose che sbeffeggiava il goffo autocontrollo delle
prime feste, uno speaker’s corner di pochi centimetri quadrati che la
ragazza si costruiva nell’ombra per poter dire senza parole a noi e a se
stessa: «Così facevano le nostre nonne e forse anche le più sprovvedute
delle nostre mamme: spegnevano la luce per non guardare in faccia il
proprio uomo, affidando la responsabilità delle loro gambe aperte al
dovere coniugale, o a Dio, o a quel principio di maschile e ignara prepotenza
che una volta era stato il vero nome di Dio. Ma io sono nata in
un mondo mostruosamente libero, e da bambina ho visto Gli Aristogatti
quattordici volte di seguito. E ho letto per anni I consigli del ginecologo
su «Cioè» (…). (…) E ho visto mia madre e mio padre precipitarsi
in macchina nel cuore della notte verso un paesino della Basilicata
subito dopo il terremoto dell’80, nella caritatevole speranza di trovare
qualcuno che sostituisse la cameriera eritrea licenziatasi senza preavviso
da un giorno all’altro. E la prima volta che ho baciato un ragazzo ho
capito che un bacio non è un bacio ma la prova documentale intorno

a cui possono scatenarsi le crisi isteriche delle sue migliori amiche. E
quando finalmente, poche mesi fa, subito dopo l’inizio della scuola, le
otto del mattino, mezzo immobilizzata in un autobus pieno di facce
anonime, il mio vestito sopra il ginocchio, le gambe accese dalla radiosa
tornitura di iodio e cocco che è il ricordo non ancora morto dell’estate,
le mie braccia verso l’alto, le mani strette alle prese di cuoio, le ascelle
depilate e ripassate col BABY ROLL, quando ho sentito una pressione
troppo insistita per essere il movimento casuale di un altro passeggero,
e ho girato la testa, e ho visto questo vecchio in giacca e borsalino, uno
che avrebbe potuto essere mio nonno, la faccia magra piena di rughe, le
macchie rosse a punteggiargli le tempie, quando ho pensato: Non è possibile
che mi si stia strusciando addosso, e poi ho pensato; Oh sì, lo
sta proprio facendo…, allora non mi sono messa a urlare, non mi sono
allontanata, non ho nemmeno sganciato le mani dalle prese di sostegno,
l’ho lasciato fare, ho risposto alla violenza con la resa più totale perché
oltre quella soglia c’era qualcosa di in intestimoniabile, una storia che
non sarebbe mai potuta finire sulle pagine di «Cioè», non avrei mai potuto
riportarla alle mie amiche né all’emancipata visione del mondo dei
miei genitori, una cosa mia e soltanto mia, l’unica libertà che il mondo
mostruosamente libero in cui sono nata non avrebbe potuto strapparmi
di dosso. Di conseguenza, ragazzo mio, la riconosci? Questa è What She
Said degli Smiths, quest’altra è Joe le Taxi di Vanessa Paradis… e allora,
l’hai capito oppure no perché ti sto facendo una sega in questo modo?».

Lo scimpanzé vi manda a dire di non aver mai sentito di nessun
maschio, normalmente ormonizzato, che si sia fatto venire un dubbio
sul giusto modo di farsi una pippa dopo esserselo visto impugnare
per la prima volta da una ragazzina. E per quanto l’argomento
sia davvero scabroso, mi tocca proprio dargli ragione. Il corretto
modo di farsi una sega è expertise esclusivamente maschile, l’ultima
roccaforte davvero inespugnabile della maschilità. Se davvero esiste
al mondo un essere bipede di sesso maschile capace di veder vacillare
le proprie certezze persino su questo aspetto dopo aver fatto
esperienza del contatto eterosessuale, ebbene, costui è l’Adamo dei
Maschi Omega. Non mi resta che raccomandare a Lagioia approfondite
letture di Fabio Volo e Alessandro Piperno, che sul tema
della masturbazione sono fra le massime autorità della narrativa
contemporanea. Forse ne caverebbe indicazioni meglio spendibili
di quelle che saltano fuori dall’ennesimo tentativo di analizzare le

turbe sessuali dei suoi Maschi Omega. Se ne ha un esempio a pagina
169 di RTC:
Durante tutto quel periodo non ebbi mai la forza per liberare il
mio delirio amoroso dai mostruosi laboratori schilleriani in cui l’avevo
imprigionato. (…) Adesso, nei momenti di leggerezza, riesco a dirmi
che uno dei territori più danneggiati dall’interpretazione creativa del
romanticismo è stato l’ego di tanti adolescenti occidentali nati in una
famiglia in buone condizioni economiche.

Non so se il motivo di tanto disordine sentimental-ormonale sia
chiuso davvero nei «mostruosi laboratori schilleriani». So per certo
che la scena di maggiore intensità erotica espressa dal Vate Super
Fluo nello spazio di tre romanzi è quella che viene descritta alle
pagine 133-4 di RTC. Tenetevi forte:

Continuammo a ballare e a baciarci tra altri ragazzi che facevano
lo stesso. Ci ritrovammo su un divano. Le passai le mani sui fianchi e
poi mi feci avanti fino al seno. Rachele disse: «Vieni qua…». Mi accarezzò
i capelli, io le baciai le tempie, e quindi le strinsi l’avambraccio
contro il collo come se il compito fosse quello di strozzarla. Al che Rachele
sussurrò: «Accompagnami in bagno». Si liberò della stretta, mi prese
per la mano, superammo un imprecisato numero di coppie, inciampammo
nei nostri stessi passi, la voce del cantante disse: «Oggi useremo
soltanto/ benzina che sia priva di piombo» e io pensai: Ora succede,
ora andiamo in bagno e succede, sta per succedere…
A quando entrammo in bagno, chiusi a chiave nel suo bagno, di
nuovo quelle pareti rivestite di sughero mentre la luce della specchiera
rivelava ogni dettaglio della ragazza (fu allora che mi accorsi di un
canino lievemente spostato in avanti), la confusione e la paura che mi
gelavano il sangue furono incenerite dalla voce di Rachele che scandì
perfettamente: «Devo fare la pipì». Portò le mani sopra le ginocchia,
alzò di qualche centimetro il vestito e si sfilò le mutandine mentre il
vestito, bloccato dalla forza delle cosce, non andò giù di un dito. Vidi
la curva perfetta del culo mentre aderiva ai bordi della tazza. Mi prese
una mano, la strinse forte e – lei seduta in quel modo, io in piedi a
bocca aperta – sentimmo il primo fiotto contro la polla d’acqua in fondo
al water. Mentre continuava a pisciare tenendomi la mano, ebbi la
sensazione che ci stessimo disintegrando. Tutto era fermo, e noi ci trovavamo
di nuovo lì, dall’altra parte. Sfilai la mano da quella di Rachele e
gliela misi sulla fronte. Chiuse gli occhi. La accarezzai come si potrebbe

fare con una creatura extraterrestre se fosse l’unico sistema per impedirle
di tornare nella dimensione parallela da cui è saltata fuori. Eravamo
dentro il tempo, e vedevamo chiaramente, un passo dopo l’altro, tutto
ciò che avremmo dovuto fare per salvarci dalla vita e rimanere insieme.
Mio padre, imbottito dagli ansiolitici dall’altra parte dell’universo, era
in un sogno governato da forze diametralmente opposte rispetto a quelle
che adesso, qui in fondo, spingevano la dinamo di un’accesa beatitudine.
Fa’ che non si svegli mai più, implorai, oppure fa’ che non mi
riaddormenti io… Ma di qualunque cosa fosse fatta quell’atmosfera
magica, stava iniziando a disgregarsi. Rachele non aveva più una goccia
da regalare alle acque sotterranee. Abbandonò la schiena contro il
coperchio del water. Sospirò. Le tolsi la mano dalla fronte e lei aprì gli
occhi. Provammo a guardarci, ma adesso tra di noi c’era solo l’imbarazzo.
Ogni cosa ebbe un singhiozzo, balzò in avanti e si stabilizzò.
Era di nuovo il 1986, l’anno dell’Aids e degli imprenditori travolti dal
successo, del compact disc, del videoregistratore, dei figli che odiavano i
padri e dei parcheggi semovibili che svettavano nel cielo. Rachele strinse
le ginocchia. Mi voltai perché potesse rivestirsi in pace.

Dunque, per l’Adamo dei Maschi Omega il primo contatto erotico con la donna amata consiste
nel metterle una mano sulla fronte mentre lei piscia; e mentre il contatto avviene,
il pensiero corre al padre che in quel momento sta dormendo
stordito dagli ansiolitici. Un consiglio al Vate Super Fluo, dato di
concerto con lo scimpanzé: si faccia vedere da uno bravo. Ma parecchio.

 

http://www.youtube.com/watch?v=bDmA8qQKhMY

Nicola Lagioia e la qualità dell’aria. Fritta… – 2

Cari amici, dopo aver pubblicato ieri la prima puntata, inserisco la seconda del mio scritto sui romanzi di Nicola Lagioia. Aggiungo che, rispetto al previsto, lo scritto sul nostro eroe verrà pubblicato in più di tre puntate. In coda allo scritto inserisco un brano musicale. Per dare un aiuto a risollevare dal trauma voi, ma anche lui che si sta rileggendo. Stay human.

Legenda: TSST = Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj; OPP = Occidente per principianti; RTC = Riportando tutto a casa.

3.  Scrivere un romanzo in stile Google Translate
Qual è la cosa che maggiormente rimane impressa dei libri di
Lagioia? Fuor da ogni dubbio lo stile agile e terso come una tettoia
in eternit. E vabbe’, ho rinunciato definitivamente a tenere sotto
controllo la vis critica scimpanzesca; né forse è esistita mai la probabilità
di addomesticarla. Sicché voi valutate queste note per ciò che
sono, ovvero un esercizio di stolida critica operato da una persona
incapace d’adeguarsi ai sublimi dettami del Super Fluo in letteratura.
Nella mia rozzezza culturale anti-Super Flua trovo, per esempio,
che l’incipit di un romanzo debba essere stringato. O comunque
che non debba eccedere una certa lunghezza. Ho sempre in mente
l’inizio di L’anno della morte di Ricardo Reis, di José Saramago:
Qui il mare finisce e la terra comincia.
Semplice ma fortemente evocativo. Soltanto otto parole che
schiudono un orizzonte. E certo non tutti sono Saramago, né possono
avere la capacità di dire così tanto in così poco. Fra l’altro va

precisato che un incipit stringato non è di per sé garanzia di qualità.
Per capirlo basta richiamare il già citato inizio di Appunti di un venditore
di donne, di Giorgio Faletti:
Mi chiamo Bravo e non ho il cazzo.

Otto parole anche qui, ma quanta differenza. Leggendo il frammento
di sopra si capisce che talvolta il problema non è se l’incipit
sia lungo o breve, quanto se sia o no di Giorgio Faletti. A ogni
modo aggiungo che un buon incipit – sempre secondo la mia opinione
– non deve per forza essere sintetico. Può anche avere una
sua lunghezza compatibile, ma cionondimeno prendere immediatamente
per mano il lettore e condurlo in un cammino che scivolerà
via morbido fino all’ultima pagina. In questi termini, l’incipit di
Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Márquez è esemplificativo
al massimo:
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello
Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in
cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
Quale meraviglia, a partire dal contrasto fra la condizione del
dramma definitivo (il trovarsi davanti al plotone d’esecuzione, a un
passo dalla morte violenta) e la dolcezza del ricordo d’infanzia. A
quel punto il lettore è già catturato, e non mollerà il libro nemmeno
trovandosi a deambulare nel traffico di città o seduto nel più chiassoso
dei locali; quell’incipit l’avrà rinchiuso dentro una bolla che
magicamente si dissolverà sul confine dell’ultima pagina, lasciandogli
dentro una nostalgia nuova per la finitezza di quell’esperienza
letteraria. E ancora possono esserci incipit lunghi e ricchi d’incidentali,
senza che ciò significhi cingere il lettore con un collare di piombo
o porlo sin dalle prime righe sotto un’Incudine di Damocle. Un
esempio meraviglioso è quello proveniente da uno dei libri più belli
che siano mai stati scritti: L’ordine naturale delle cose di Antonio
Lobo Antunes. E nel riportarlo dentro queste pagine, a così poca
distanza dagli stralci in cui Faletti tromboneggia sui ponti costruiti
a causa della latitanza di Dio o da quelli in cui il coattologo Moccia
cita se stesso nel disperato tentativo d’aumentare l’Impact Factor,
mi pare di compiere un gesto sacrilego: se lo faccio è perché provo
a rendere l’idea dei miei gusti letterari scimpanzeschi – troppo rozzi
per apprezzare il Super Fluo come si dovrebbe -, e perché penso che
molti fra voi necessitino d’una boccata d’aria pura dopo una così

lunga permanenza nel reparto cokerie:

Fino a sei anni, Iolanda, non conoscevo la famiglia di mia madre né
l’odore dei castagneti che il vento di settembre portava da Buraça, con
le pecore e gli agnelli che risalivano la Calçada diretti al cimitero abbandonato,
pungolati da un vecchio imberrettato e dalle voci dei morti.

Confesso che se provo a declamare questo frammento a alta voce
non riesco a giungere al termine senza sentire la voce spezzarsi. Mi
tocca profondamente fino alla commozione. Colpa dello scimpanzé
letterario che mi possiede come un demone, corrompendo i miei
gusti e impendendo loro di sintonizzarsi sul canone Super Fluo. A
ogni modo, avendo illustrato i miei scimpanzeschi gusti a proposito
del modo in cui un romanzo dovrebbe iniziare, vi lascio interpretare
quali possano essere state le mie reazioni al cospetto degli incipit
di Nicola Lagioia. Quello di TSST non ve lo cito nemmeno. Perché
a mio giudizio TSST non è nemmeno un romanzo, a dispetto
del fatto che autore e editore lo etichettino così fin dalla copertina.
Piuttosto ve ne riporterò il secondo capoverso, ma non subito.
Dunque parto da OPP. Leggete un po’ con che scorrevolezza inizi
il romanzo, dopo che nella pagina precedente erano state vergate
poche righe di prologo:
Qualche anno fa, in un imprecisato pomeriggio di luglio, stavo chiudendo
un articolo destinato a gettare nuove ombre sulla vita politica del
nostro paese e seminare il panico tra gli studiosi di una branca emergente
dello show-biz, la quale, per una sfortunata omonimia con una disciplina
messa in soffitta con il XX secolo, prendeva il nome di Storia.

Sì, lo so che l’emicrania vi ha già trafitto. Che l’esile filo cui
era sospesa l’Incudine di Damocle ha già fatto default, con devastanti
conseguenze. Però armatevi un attimo di pazienza e sezionate
questo guazzabuglio di parole sparate a casaccio, ma cionondimeno
meritevoli del Premio Scanno (stìca!). Dunque, l’autore parte collocando
la scena in termini temporali: qualche anno fa, a luglio. Tutto
molto vago, il che può essere una scelta degna come tante altre. Ma
allora perché rimarcare che il giorno di luglio fosse pure imprecisato?
Un tocco d’ulteriore vaghezza dentro un contesto vago di suo.
Giusto per piazzarci una bella ridondanza e iniziare a zavorrare un
frammento già naturalmente destinato a essere vergato col cemento
a presa rapida. Ma andiamo avanti. L’Io narrante racconta d’essere
impegnato a scrivere un articolo; va bene. Aggiunge che si tratta di

un articolo «destinato a gettare nuove ombre sulla vita politica del
nostro paese»; ok, il lettore valuterà leggendo. E spererebbe che a
quel punto l’incipit sia esaurito. Anche perché, escluso quel riferimento
del tutto Super Fluo all’imprecisato pomeriggio di luglio, gli
elementi disseminati in quelle poche righe sono sufficienti a suscitare
curiosità. E invece? Invece succede che l’esile filo dichiari immediatamente
default, e che l’Incudine di Damocle si schianti sulla
capoccia del malcapitato leggente (ché definirlo lettore sarebbe un
abuso, a quel punto). Perché il Vate della narrativa Super Flua aggiunge
che il panico andrà a seminarsi anche «tra gli studiosi di una
branca emergente dello show-biz». E già questo è un colpo esiziale
per il leggente, che dopo appena cinque righe di libro si ritrova abbattuto.
Ma non basta, perché a quel punto Lagioia maramaldeggia
sul cadavere ancora caldo. E certo lo fa inconsapevolmente, convinto
invece d’essere impegnato in un esercizio di raffinata scrittura. Ci
piazza un «la quale», formula da pratica catastale che tanto ricorda
le locuzioni relative usate a capocchia dal mitico Mago Gabriel («di
cui a sua volta»), e che in un romanzo non dovrebbe essere usata
MAI. Poi parla di una «sfortunata omonimia con una disciplina
messa in soffitta dal XX secolo». Questa disciplina sarebbe la Storia.
Forse il riferimento alla «messa in soffitta» richiama la teoria sulla
Fine della Storia elaborata da Francis Fukuyama, ma se così fosse il
nesso è perlomeno esoterico. E comunque impiomba ulteriormente
l’incipit. Quanto al fatto che l’Io narrante stesse scrivendo di Storia
senza fare della Storia, non è il caso di soffermarsi oltre. Incidentalmente
dico che il ghost writer di articoli scriveva pezzi in cui fatti
storici venivano rivisitati in chiave gossip. Ciò intendeva dire Lagioia,
ma l’ha espresso con una formula agghiacciante. Credeva d’essere
raffinato, gli è riuscito soltanto d’essere illeggibile. E se un romanzo
parte così, come volete che sia tutto il resto? Eppure, per quanto
possa sembrarvi impossibile, con l’incipit del romanzo successivo il
Vate della letteratura Super Flua è riuscito a fare peggio. Dopo aver
trascritto in corsivo il testo dello spot che dominò la campagna per
la rielezione presidenziale di Ronald Reagan, in cui si parlava di un
orso bianco che circolava liberamente e minacciosamente, Lagioia
parte così:
Nella pioggia di messaggi che raggiunse la città l’ultima estate in
cui avrei potuto battermi per dimostrare che la famosa mappa di Billy

Bones aveva un fondo di verità, il rompicapo contenuto nel precedente
articolo di giornale è testo del più importante spot televisivo mandato
in onda in quel periodo, lo stesso in cui Amadeus fece faville alla notte
degli Oscar e il mio paese cessò di avere formalmente una religione di
Stato.
Capito? C’è tutto il senso del romanzo che seguirà: l’ossessione
per la citazione dell’episodio storico, il burbanzoso vezzo da lettore
di libri ansioso d’ostentare quanti ne abbia letti, lo stile criptico
segnato dal costante rimando a qualcos’altro, e soprattutto la traccia
d’un cammino che per il leggente è come una sequenza d’Incudini
di Damocle lungo un Corridoio della Paura di cui non s’intravede
l’uscita. Anche a scansarne una, sai quante altre t’aspettano? Di questa
ininterrotta insidia parla il secondo capoverso di TSST, quello
successivo all’incipit che vi avevo promesso di menzionare. L’attacco
del libro era stato speso in una stracca analisi filologica del termine
barbaro. Ricollegandosi a quel tema arrivano le seguenti considerazioni,
spalmate fra le pagine 5 e 6:
Duemilacinquecento anni dopo. Riflettete sul fatto. Un’altra parola
fonosimbolica, un suono rapido, pulito, si pone parimenti ai margini
della civiltà. Una parola che pure sta a indicare un balbettio, un
farfuglio, un contrattempo della lingua. Solo che, questa volta, non si
tratta di esitare davanti al monumento del progresso. Ma digerirlo con
il minimo sforzo. Evacuarlo. Tra flatulenze divine. Sospiri di sollievo.
Alleggerirsi. Il nuotatore che, dopo un lunghissimo inabissamento, riemerge
dall’altro capo della vasca. Questa parola è Dada.
Se fonosimbolicamente v’è riuscito evacuare questo frammento,
e magari avete compiuto la missione accompagnandovi pure a un
concerto di flatulenze divine, siete davvero pronti a proseguire nella
lettura di questo capitolo. Dunque, consapevoli di ciò che v’attende,
inoltratevi pure assieme a me lungo il Corridoio della Paura.
A pagina 12 di OPP il ghost writer si lascia andare a delle limpide
considerazioni sullo spirito del tempo:

Quando l’orrore eccedeva i limiti che in un determinato periodo gli
venivano assegnati per incontrare i coefficienti che lo portavano verso
una crescita abnorme – lo stesso guasto che conduce le centrali nucleari a
momenti di crisi irreversibile – dovevamo trasformarci in persone molto
accorte.

Non avete capito? E chi l’ha detto che dovevate? Questa è Scrittura

per la Scrittura, espressione quintessenziale della narrativa Super

Flua. Il senso di ciò che viene scritto è cosa secondaria. E io
davanti a una tale sarabanda verbale, che somiglia a un frammento
sfornato dai grotteschi meccanismi di Google Translate, scopro sempre
più come la formulazione di un testo possa seguire i capricci
ordinali d’un algoritmo sprofondato nel coma etilico. Avete presente
tutti quanti le esilaranti traduzioni automatiche di Google? Ebbene,
provate un po’ voi a distinguere una qualsiasi di queste traduzioni
da alcuni dei frammenti più algoritmici di Lagioia. Vogliamo fare
alcuni test?
Partiamo dalla prima coppia di frammenti. Uno è tratto dal sito
della Süddeutsche Zeitung, l’altro da pagina 146 di OPP. Secondo voi
quale dei due appartiene al vate del romanzo Super Fluo?
 Fino a quando, adesso, un vento casuale ci presentava l’occasione
di sfilare la memoria privata dalle mucose del suo custode originario
per introdurla nell’organo cavo di una macchina di precisione che si
sarebbe presa cura di smembrare il corpo dell’oralità.
– Ma «contro il rip-off» è il nome di una iniziativa popolare federale,
che l’imprenditore e uomo politico Minder Thomas è stato avviato.
Minder, 52 anni, presidente della società di cosmetici Trybol
a Neuhausen am Rheinfall è «iniziatore di varie accuse penali contro
l’abuso di marchio Svizzera», come scrive sul suo sito web. Inoltre,
seduta piccoli come un non-festa per il Partito popolare svizzero
nazional-conservatore al Senato – ed è pertanto già lasciato intrighi
piuttosto sospetto.
Ok, questa era facile. Ma adesso provate a indovinare quale sia il
frammento tratto dal sito del Guardian e quello che si trova a pagina
30 di RTC:
– La discussione stava perdendo appigli con la realtà – si confrontavano
sull’Opus Dei senza sapere neanche cosa fosse, sproloquiavano di
collegi svizzeri ritenendo che la nostra disponibilità di denaro potesse
rendere tangibili certe immagini a cui durante gli anni delle giacche di
seconda mano avevano guardato come dal foro del caleidoscopio evitando
però di farsi toccare, mio padre e mia madre, dal sospetto che se
l’essenza del denaro è un dialogo tra specchi, ogni sogno messo nel mezzo
serve solo a generare cento miraggi di tipo nuovo. Per questo forse adesso
non sembravano difendere le proprie posizioni né tantomeno le mie,
ma quelle di un discorso che ci sovrastava, una fragorosa onnipresente

entità camaleontica che per nascondere le proprie scaglie da rettile aveva
bisogno di viaggiare sui continui qui pro quo degli esseri umani, sfruttava
rancori e incomprensioni personali perché il proprio fine ultimo

– la semplice, totale scomparsa nel suo stomaco per chi vi si accostava
– fosse confuso con un grandioso approdo proveniente dal futuro. E nel
passaggio dal fuori al dentro (dalle fauci spalancate del Grande Rettile
Contemporaneo alla profonda debolezza di carni e nervi e iridi venuti
alla luce negli anni Ottanta) qualcosa di determinante nelle menti di
mio padre e di mia madre si oscurava, realizzando al contrario l’intelligenza
– luminosa coerente, spietata – di qualcos’altro.
– Per alcuni di Cina uomini più ricchi ‘s, e anche alcune donne,
un paio di settimane può portare un cambiamento indesiderato. Negli
anni passati la sessione parlamentare annuale è stata una sorta di beanfeast
per i quasi 3.000 deputati, la possibilità di schmooze e mostrare.
L’apertura dell’evento il Martedì e una riunione politica di consulenza
che ha avuto inizio la Domenica guardare chiave piuttosto basso
questa volta. Non ci saranno ricevimenti VIP negli aeroporti o stazioni
ferroviarie, senza mazzi di attesa in camere d’albergo, e non stravaganti
serate di gala o doni, secondo l’agenzia di stampa Xinhua stato. Sontuosi
banchetti sarà sostituito da alcool-free buffet.
Come nuovi leader del Paese assumono i loro ruoli governativi – Xi
Jinping, il partito comunista segretario generale, diventerà presidente,
Li Keqiang diventerà premier – il tono sobrio nuovo riflette il tema
duplice Xi di affrontare in eccesso ufficiale e abusi e ardentemente perseguire
il «cinese sogno «. Nelle osservazioni pubblicate in questo fine
settimana, ha avvertito che il futuro del partito era sulla linea.
Fornito in no-nonsense lingua piuttosto che il gergo parte favorito
dal suo predecessore, Hu Jintao, Xi il messaggio sembra essere in contatto
con la gente comune preoccupati per la corruzione, l’arroganza dei
funzionari e crescente disuguaglianza.
La sessione annuale normalmente sottolinea i legami profondi tra
potere e ricchezza. Il patrimonio netto dei 70 più ricchi membri del
Congresso nazionale del popolo è salito a 565.8bn yuan (£ 60 miliardi)
nel 2011. Anche se il legislatore stesso è in gran parte una gomma-timbro
corpo, i membri sono fortemente collegati.
Gli osservatori hanno deliziato nel sottolineare la marcia costoso
progettista dei deputati. Ai partecipanti di quest’anno sono suscettibili
di evitare orologi appariscenti e cinture sgargianti.

Certo che sta avendo un effetto Molti funzionari sono ora in esecuzione

sul ghiaccio sottile,. Sono molto attenti», ha detto Ji Xiguang, un
giornalista ex giornale che ha diffuso la notizia di un recente scandalo
sessuale-e-estorsione a Chongqing.

Quale che sia la vostra risposta, mi limito a dire che uno di questi
due frammenti fa parte del libro che ha vinto l’edizione 2010 del
prestigioso Premio Viareggio. Altro confronto: un frammento tratto
dal sito della testata ungherese Délmagyarország e uno pescato a pagina
15 di OPP:
– Nello stesso momento i lampioni si stavano accendendo sul Foro
Italico e su via Giulia, sulle aquile pietrificate di Ponte Flaminio e su
quelle che facevano capolino dalle chiese medioevali senza che i vecchi
simboli del potere – pensai, mentre mi convincevo che sì, Luisa Ferida
aveva danzato nuda a Villa Triste – avessero un significato diverso da
quello che ogni sera mi entrava dalla finestra con le sue lampadine accese,
dal momento che la famosa aquila di Enea, sbarcato dalla Troade sulle
foci del Tevere, di qui a Costantinopoli, e poi di nuovo a Roma, quindi in
Spagna Olanda Inghilterra prima di compiere il volo transoceanico che
l’avrebbe vista fieramente appollaiata sull’antenna televisiva dell’Empire
State Building, aveva abbandonato adesso anche gli Stati Uniti per rifugiarsi
nel cuore di un Occidente fantastico – ubiquo, platonico, e rigorosamente
immateriale.
– Più di duemila citato in giudizio lo scorso anno da parte di individui
e aziende, l’ufficio delle imposte contro i casi per un totale di
cinquanta miliardi di fiorini ha detto – la riporta sulla Nazione Sabato
ungherese. Linczmayer Sylvia, la National Tax and Customs Administration
(NAV), portavoce del giornale ha detto, durante lo scorso
anno 2000 di prova circa la metà delle persone private contro i casi di
altre società ha iniziato.ügykörben catturato due dei cittadini in generale
contenzioso. Dopo l’acquisizione della proprietà, o prelievo imposto
sokallták o della ricchezza in discussione i risultati del test. Le aziende
di solito il contesto IVA trasformato i forum condanna, in primo luogo
lamentando che il NAV ha rifiutato la deduzione dell’imposta a monte.
L’anno scorso completato i processi di 68 per cento di successo dell’agenzia,
l’hanno detto. Materia fiscale al Mediatore osservazioni hanno
ricevuto, che durano per più di Tasse incontrato 200 denunce. La Corte
costituzionale prima della fine degli ultimi venticinque anni di risoluzione
delle imposte è stato. La Corte di giustizia europea nel 2012, un

processo può essere completato, uno dei quali ha colpito áfakérdést casa
– descrive la pagina.
So bene che non è facile distinguere, e che la limpidezza dei due
testi è più o meno pari. Mi rendo conto pure del fatto che insistere
col raffronto fra i testi del Vate Super Fluo e quelli processati (e
condannati alla pena capitale) da Google Translate rischi di diventare
stucchevole. Sicché ve ne offro un ultimo saggio, dopodiché passiamo
avanti. I due frammenti che sottopongo alla vostra attenzione
sono ricavati dal quotidiano sudcoreano Yeong-Nam Ilbo e dalle pagine
56-7 di OPP. Provate a indovinare quale dei due appartenga a
Nicola Lagioia:
– E così, mentre la milonga di Jarrett prendeva il volo, e dalla Berklee
School of Music veniva riconsegnata alle sue origini sudamericane
fin quasi a preparare, fraseggio dopo fraseggio, un attraversamento
atlantico alla volta della Guinea, mi vidi insieme a lei in un presente
parallelo, lanciati lungo la costa adriatica, o risalendo il Tirreno, oltrepassando
gallerie, stazioni di servizio, distese verdi o gialle o immerse in
un candore indefinibile a seconda dell’ora e della stagione, sequenza che
probabilmente non avrei dovuto partorire perché la ragazza in carne e
ossa era lì, a pochi passi da me, quando un impercettibile spostamento
delle sue mani, in perfetta sincronia con lo stacco delle dita dai tasti del
pianoforte, ravvivò il tema di un’improvvisazione che ci vedeva lontano
da lì, pensai con un trasporto così violento da farmi tralasciare
la circostanza di due persone che ancora non si decidevano a scopare
– e contemplando la sua immobilità nel letto, dimenticando la condizione
pratica di lei come studentessa e frequentatrice di brutte feste, e
seguitando a sottrarre, a cancellare, a mescolare, a risvegliare, credevo
di riuscire a farle assumere le proporzioni di una figura originaria.
Accogliente. Profonda. Misteriosa. Vitale. E da qui, pensavo, proprio
da questo trampolino inesistente è necessario rimettersi a sudare, e a
estenuarsi, pestando, pestando, su quei tasti – con un salire e scendere
lungo scale impazzite, con una smorfia di dolore strappata a ogni accordo,
con la figura di Zelda che a un certo punto inizia a sciogliersi, e
ruota su se stessa, si tira su, dice: «Buongiorno», e mi sorride – ed è qui,
ma soprattutto lontano da qui, sul punto estremo delle forze, quando la
vista comincia ad appannarsi, a pochi passi dal profilo di una partitura
perfetta. E allora. Mendichi al cielo un altro po’ di fiato. (Mentre le
dita si dannano). Ti dici: «Avanti!» Porti l’assolo sul più spericolato, il

più ineffabile, il più scriteriato e rovinoso dei percorsi concepibili. Oltre
l’inferno delle note. Verso una verde frontiera. Un’eleganza di zebra. I
laghi bianchi del silenzio. Sfiorando il sublime, certo, ma soprattutto
rischiando il ridicolo.
Finché Atahualpa (o qualche altro dio) non ti dica: «Descansate
niňo, che continuo io».
– 전입신고 등 주민등록 관련 민원 대부
분을 서류작성 없이 신청할 수 있게 됐다.
행정안전부는 4일 서류를 작성하지 않고 구술로만 신청할 수 있
는 민원사무에 주민등록 전입신고, 전입세대 열람신청, 주민등록 정
정신고, 주민등록신고 지연사유신고 등 4종을 추가했다고 밝혔다.
이에 따라 민원인은 읍·면·동 주민센터를 방문해 종이신청서
를 작성하는 대신말로 신청하고 신분증을 제시한 뒤 전자서명
을 하면 대부분의 주민등록 관련 민원서류를 발급받을 수 있다.
신청서류 작성이 필요없는 주민등록 관련 민원은 기존 주민
등록 등·초본 교부와 발급통보서비스 신청, 주민등록증 분실
신고·발급확인·재발급신청 등 5종에 더해 9종으로 늘어났다.
행안부 류순현 자치제도기획관은 «주민등록 관련 민원 대부분을 신청
서류 없이 발급받을 수 있게 되면서 서류작성이 어려운 노년층 등의 편
의가 증대될 것»이라며 «처리시간이 단축되는 이점도 있다»고 말했다.
연합뉴스
Ehm… scusate per l’increscioso incidente ma purtroppo sul più
bello Google Translate si è inceppato, sicché non è possibile procedere
alla traduzione in italiano. Di entrambi i frammenti. Dunque è il
caso di riprendere con l’analisi della prosa lagioiana senza ulteriori
comparazioni, anche perché essa è semplicemente incomparabile.
Di tale incomparabilità testimoniano scelte linguistiche all’apparenza
partorite dall’impazzimento del Google Translate, dal suo scatenamento
antiumanista sulla falsariga dello Hal 9000 di 2001 Odissea
nello spazio e dei suoi succedanei rappresentati nella cinematografia
degli anni Ottanta. Trovate il tema della macchina che si ribella
all’uomo e lo soggioga rappresentato nel computer Joshua di Wargames.
Giochi di guerra, negli androidi della saga di Terminator, e nei
programmi di videoscrittura usati da Vate Super Fluo. Gli esempi
sono innumerevoli. Uno di questi è reperibile alle pagine 291-2 di

OPP:
Oppure, se si vuole credere fino in fondo alle teorie sull’Occidente
fantastico, era possibile che la macchina celibe dei media, a furia di
stringersi intorno al vuoto di una semplice ipotesi, fosse riuscita a generare
una vecchia signora convinta di essere stata la prima amante di
Rodolfo Valentino.
Cosa sarà mai questa macchina celibe? E perché proprio celibe
e non nubile? Davvero la scelta di questa bizzarra aggettivazione è
frutto d’una volontà dell’autore, o è piuttosto una ribellione della
macchina all’autore agita attraverso il testo? Vi invito a valutare
seriamente e attentamente l’ipotesi, e sollecito a fare altrettanto lo
stesso Lagioia. Più leggo i suoi frammenti e più mi faccio convinto
del fatto che il suo computer sia oggetto di possessione. Un demone
difficile da stanare, temo. E per carità, non si tratta certo di un essere
inferno da film dell’orrore. Più probabile che somigli a Giuditta,
il piccolo diavolo interpretato da Benigni che al massimo della malefatta
si metteva a macinare doppi sensi erotici in un consesso di
preti e cardinali. Ma quale che sia la portata del maligno resta il caso
di possessione, assieme alle sue conseguenze sulla stesura dei testi
lagioiani. In che altro modo interpretare il passaggio che si trova a
pagina 11 di RTC? Leggete un po’:
Come la maggior parte dei ragazzi, soffrivo di una certa ipersensibilità
a basso costo per le situazioni dispari.

«Esci da questo software!» verrebbe da urlare rivolti al laptop di
Lagioia. Perché quello che avete appena scorso è puro Google Translate,
entrato in funzione senza che ci fosse alcunché da tradurre. E
badate che il problema è serio, né si può pretendere di liquidarlo
come fosse soltanto un affare privato di Nicola Lagioia; di una ribellione
del genere potremmo essere vittime tutti quanti, vedendoci
attribuire testi che per niente sono legati alle nostre intenzioni di
scrittura. Rischia di diventare un problema sociale di nuova generazione
e d’amplissima portata, al pari delle ludopatie e delle web-dipendenze.
Chiamiamola pure Sindrome da Testo Preterintenzionale,
o in qualunque altro modo vi piaccia. Ma comunque la si voglia etichettare
essa ci pone una sfida che dobbiamo risolvere tutti insieme,
e in questo senso i libri di Nicola Lagioia sono preziosissimi perché
ci consentono di rilevare la presenza del problema. A voler istruire
un dossier si ricava una quantità imponente di materiali. Ecco un

altro frammento, prelevato da pagina 14 di RTC:
Ma il suo silenzio era talmente chiuso da far pensare che nascesse da
una solitudine invincibile, un misterioso stato d’animo legato al segno
zodiacale di un paese che proprio in quell’anno brillava sulla cuspide
della quinta potenza industrializzata del pianeta – un vento gelido proveniente
dallo spazio, entrato da molto tempo negli studi dei notai dei
farmacisti dei medici di base, che ricadeva dopo una breve stagnazione
su quelli come noi soltanto adesso.

Per di più, quel congegno macchinistico d’inquinamento agisce
secondo delle regolarità precise. Esso finisce infatti per avere
gli stessi tic di scrittura degli umani, a cominciare da quello per la
reiterazione delle categorie usate in modo ricorrente e più o meno
inconscio dagli autori in carne e ossa. Si può cogliere questa peculiarità
guardando al grottesco ripetersi della categoria di Occidente
fantastico. In questo paragrafo la si è già trovata due volte: nel frammento
cavato da pagina 15 di OPP (e con questo mi tocca svelare il
mistero d’attribuzione che era stato creato mettendo il frammento a
paragone con un articolo di Délmagyarország), e in quello leggibile
alle pagine 291-2 dello stesso libro. Ebbene, esso ricorre una terza
volta in quel volume. Per l’esattezza a pagina 84:
Mi dispiace, devo andare.  Non importava che ci fossimo conosciuti
la sera prima, che non avessimo condiviso altro che un sonno pesante e
totalmente muto, che non ci fosse niente che potesse naufragare oltre la
porta di casa. Gli oggetti erano collegati l’uno all’altro e noi eravamo
l’ultimo bullone di un macchinario che ci sovrastava. Ci avrebbero pensato
loro a fabbricarci un’intera vita alle spalle: non solo gli oggetti che
ci stavano davanti ma eliche, turbine, autocisterne, missili sepolti sotto
i campi da golf, treni in ritardo, carri armati – e autoradio, satelliti,
cartelloni pubblicitari: ogni cosa collegata a ogni altra cosa. Eravamo
stritolati dalle ruote dentate di questa divinità. Scomparivamo da una
parte. Riapparivamo dall’altra. Eccoci catapultati nell’Occidente fantastico.

Vi sarà evidente che, così agendo, la macchina attribuisca all’autore

lo stigma di un’assoluta mancanza di originalità. E purtroppo
nei libri del Vate Super Fluo le ripetizioni si accatastano. Per esempio
c’è un riferimento ossessivo alle nuvole, per di più confezionato
dentro un canone pseudo-lirico che certamente l’autore rinnegherebbe:

– (…) una flotta di nuvole [e uno, NdA] a forma di disco volante
sembrava richiamarci verso sé (OPP, p. 150)
– E tuttavia in certi pomeriggi, una coltre di nuvole sospesa a pochi
metri dalla linea d’orizzonte consentiva a una sera per così dire artificiale
di giungere ancora più in anticipo rispetto alle previsioni, ma solo
perché poi – quando gli occhi si erano abituati al freddo delle lampadine
– un tardivo sussulto dorato tornasse a squarciare il cielo per ricadere
sulle cose come un angelo pestato a sangue (RTC, p. 129)
– Tornai alla finestra. Premetti la pancia nuda contro il vento gelido
oltre il quale una flotta di nuvole [e due, NdA] listava a lutto il cielo
di fine gennaio (RTC, p. 146)
Un’altra reiterazione che il piccolo diavolo produce nei romanzi
del Vate Super Fluo è quella che riguarda l’ossessione dei genitori
meridionali per i successi dei figli nel campo degli studi. A pagina
69 di OPP si legge:
E ancora: i tuoi sono rimasti romanticamente fermi al 1950 e ti
hanno trasmesso – con un ardore, un entusiasmo davvero commoventi
se non fosse che sconterai questo abbaglio sulla tua pelle – l’assurdo convincimento
che una laurea con il massimo dei voti valga un futuro in
cassaforte.

Due pagine dopo il motivo viene ribadito. L’autore s’immedesima
nel padre che si sbatte a lavorare allo scopo di pagare i migliori
studi al figlio per poi registrarne la stenta riuscita nel mondo del
lavoro, e scrive quanto segue:
(…) come è possibile, si chiede guidando da Frosinone a Battipaglia
la sua Fiat Duna col campionario sbattuto dentro il bagagliaio, come è
possibile che una perfetta macchina da guerra benedetta dalle istituzioni
riesca a malapena a macinare i soldi per l’affitto?

Da notare che qui si materializza una ripetizione nella ripetizione:
la figura del padre, che in un cammeo di OPP viene rappresentata
a girare in auto col campionario della merce da piazzare qua e là
per l’Italia, è la stessa che viene sviluppata in RTC. In quest’ultimo
romanzo si tratta del padre del personaggio principale, del Maschio
Omega lagioiano le cui penose vicende affliggono il lettore per quasi
300 pagine. Di questo padre, alle pagine 6-7 di RTC, l’autore descrive
l’enfasi alimentata nei confronti dello studio come proiezione
sul figlio dei propri mancati traguardi:

Per lui, la scuola che non aveva frequentato oltre il primo semestre

di un istituto tecnico era come l’ermo colle di Leopardi. Gli sfuggiva il
fatto che i nuovi sistemi pedagogici usavano la parafrasi come strumento
suicida – «quella collina mi è sempre piaciuta», si sforzava di tradurre il
nostro professore di italiano -, di conseguenza l’istruzione pubblica era
Leopardi senza l’ausilio della poesia, quindi nient’altro che le Marche
come massima intuizione cosmopolita. Anzi, la Puglia. Peggio: Bari,
nel 1984.
E poiché al ghost in the machine non doveva essere parso sufficiente
quell’intorbidamento della prosa, ecco che poche righe dopo
giunge un’altra mano di catrame a rendere quel frammento di narrazione
sempre più simile a un codice QR:
Papà si era tirato fuori dall’indigenza contando solo sugli errori a
proprio nome: dunque poteva sorvolare i monotoni bassopiani della parificazione
scolastica senza licenza di volo.
A proposito di «sorvolamento dei monotoni bassopiani della parificazione
scolastica senza licenza di volo» non saprei proprio cosa
dirvi. So solo che lo scimpanzé inside sta berciando indecorosamente
reggendosi con una mano al lampadario mentre con l’altra si gratta
lubricamente le pudenda. E ancor più si scalmana nel constatare la
reiterata metafora dell’unguento che la macchina ribelle sovrimpone
al periodare del Vate Super Fluo:
– Ma prima di poter capire se tutte le informazioni dovessero ritenersi
un fedele resoconto sullo stato della razza umana, ecco che la retroguardia,
la leggerissima e letale artiglieria delle ultime pagine, era pronta a
rovesciarsi su ogni cosa rileggendola secondo i propri codici, coprendo gli
eventi marginali con un unguento impermeabile (OPP, pp. 130-1).
– Avevo iniziato le elementari in un periodo – probabilmente l’ultimo
in Italia – durante il quale la brama di successo veniva ancora
coraggiosamente rivestita da un unguento di grossolana ipocrisia. Ma
nel frattempo era accaduto qualcosa. Superato un confine invisibile,
un’atmosfera di competizione sfrenata era discesa sul terzo scaglione delle
dichiarazioni Irpef, persuadendoci che la scelta del liceo poteva avere
conseguenze determinanti per chi imboccava la strada del diploma nel
1985 (RTC, p. 28).
Una variante dell’unguento si ha col balsamo inerziale (!), menzionato
a pagina 230 di RTC:
Mio padre si trovò a stringere decine di mani, sorvegliato dallo
sguardo sornione dell’avvocato: a cena al ristorante o nelle hall delle sale

congressi, seduto davanti a un cognac nel fumoir del Circolo del mare,
provando per la prima volta il piacere ineguagliabile di transitare – da
un territorio su cui ogni minima conquista portava su di sé i segni della
lotta – verso un empireo i cui eletti condividevano la sensazione di
librarsi senza sforzo, spinti dal balsamo inerziale del mutuo soccorso.
E tuttavia i frammenti fin qui riportati sono adulterazioni di
poco conto, manipolazioni tutto sommato innocue effettuate dal
demone computerino ai danni del Vate Super Fluo. Se la questione
si fermasse a ciò, non sarebbe il caso d’allarmarsi più di tanto.
Ma purtroppo le malignità del demone possono essere ben più
pesanti che quelle illustrate fin adesso. Se ne ha increscioso esempio
quando nelle prime 25 pagine di RTC (romanzo insignito nel
2010 del prestigioso Premio Viareggio, ciò che non mi stancherò
mai di rimarcare) si vede ricorrere per ben 4 volte una parola tanto
squallida quanto odiosa, al punto da essere stata tacitamente
bandita dal linguaggio corrente: mongoloide. Il proditorio agguato
teso a Lagioia dal piccolo diavolo produce l’imbarazzante sequenza
che potete leggere qui sotto, e successivamente verificare consultando
il libro:
– Ogni casa poteva vantare una vedova, un orfano, e almeno un
figlio mongoloide (p. 9)
– Quando ne uscii avevo gli occhi traboccanti di lacrime, e loro
– Annina, le figlie mongoloidi, le altre ricamatrici – iniziarono a sommergermi
di risate (p. 10)
– Fatta eccezione per quella che avevo ribattezzato «la quinta figlia
mongoloide di Annina» (…) (p. 11)
– E la prima figlia mongoloide di Annina rideva, la seconda figlia
mongoloide di Annina rideva (…) (p. 25)
Mi pare che questo esempio dimostri quali rischi possano essere
corsi se si continua a sottovalutare il problema. Quanti fra voi sarebbero
lieti di vedersi attribuire l’utilizzo di certe parole, e le conseguenze
in termini di reputazione? Prendendo coscienza di questo
aspetto, tutti gli altri frammenti di scrittura preterintenzionale, sia
quelli già esaminati che quelli a venire, mutano luce per presentarsi
molto più minacciosi. Certo adesso troverete meno da ridere nel
frammento tratto da pagina 76 di TSST:
Nessuno crederebbe che Tolstoj sia capace di spacciare tanto bene il
Destino per il Caso, una chiara vena autodistruttiva per semplice smarrimento,

un altrimenti indigeribile polpettone melodrammatico per il

trionfo dell’epica. Nessuno oserebbe crederlo e neanch’io se non l’avessi
letto. Ma tant’è. E in più sono convinto che in tutto questo ci sia qualcosa
di preordinato, languidamente sottaciuto, se non addirittura di
luciferino. Di conseguenza, al cospetto di cotanta mistificazione, come
potrei misurarmi io con il kitsch di un’agnizione, sia pure nel più modesto
quadro della stazione Termini alla fine del Novecento?
Più si passa in rassegna i frammenti selezionati dai libri del
Vate Super Fluo, più prende forza l’idea che il demone abbia annichilito
ogni filtro di protezione del pc usato dall’ignaro autore.
E allora è probabile che possano essere spiegate così quelle prime
sessanta pagine di RTC che appaiono tanto disomogenee rispetto
alla parte restante del libro. Di quelle pagine è efficace rappresentazione
il personaggio di Pasquale Di Liso. Costui è un direttore di
banca che il padre del Maschio Omega lagioiano cerca d’ingraziarsi.
E poiché la speranza del padre è che quel rapporto si rinsaldi oltre
la sfera degli affari, ecco che il figlioletto Omega si vede costretto a
fare amicizia col suo omologo Daniele Di Liso. Omega anch’egli,
va da sé. Per descrivere questa stracca situazione vengono partoriti i
frammenti raggelanti che vi riporto a seguire:

– Guardava me, ma era rivolto a tutto l’uditorio perché anche per
Di Liso e per Daniele fosse inequivocabile il mio desiderio di passare
la notte a casa loro. Per liberarmi della trappola avrei dovuto spiegare
a Daniele che non avevo niente contro di lui ma preferivo dormire a
casa mia, alla mamma che preferivo per una volta i libri alle fatiche
del gioco, e soprattutto mi sarebbe servito un letto in pelle nera dentro
uno studio con affaccio sul Prater per far capire a mio padre che i suoi
comportamenti erano la traduzione di brame inconfessabili eseguita su
un vocabolario in cui ogni lemma proveniente dal subconscio era disastrosamente
rovesciato – mi bastava seguire la danza delle sue zampe di
gallina agli occhi per capire che adesso era davvero convinto che volessi
rimanere a dormire lì; qualcosa in lui aveva scrupolosamente lavorato
sin dal tardo pomeriggio per trasformare la malafede in autoinganno
(che cos’erano state, quelle gimcane automobilistiche, se non il pendolino
oscillante davanti alle sue palpebre sempre più pesanti?) (pp. 34-5)
– (…) frequentavo i Di Liso, trascorrevo pomeriggi notti domeniche
mattina in casa loro, e nessuno aveva mai sprecato una sillaba per
sottolineare il gigantesco labiale con cui anche i muri testimoniavano

l’assenza della mamma di Daniele. (p. 38)
– (…) una di quelle persone, Di Liso, convinte di essere sempre la
prima scelta sul mercato, quindi capaci di augurare il peggio a chi rischia
di mandare per aria il delicato origami del mondo che si sono
fabbricati pur di darsi un’importanza. Non potendo condividere coi
suoi pari questi disturbi della personalità, scendeva pure lui nel Kindergarten.
(p. 41)
– Ma le blandizie di Di Liso seguivano la strategia di chi è disposto
a farti grandi concessioni solo per spostare il baricentro del discorso fino
a vederlo coincidere con l’arbitrio del coincidente. (p. 42)
Il demone non risparmia nulla all’autore. Nemmeno l’esercizio
di uno humour catacombale che verrebbe schifato pure da un Beppo
Severgnignaro. Leggete un po’ questi due frammenti cavati da
OPP, nei quali si fa riferimento a tal Francesco Giustiniani:

– Questo Francesco Giustiniani, per esempio, è un tipo scaltro. Se
fosse stato il comandante del Titanic, tanto per dire, avrebbe fatto gli
occhi dolci all’iceberg fino a vederlo sciogliersi in mare (p. 71).
– Se avessi chiesto al minus habens di lasciar detto a Francesco che
io, il suo amico di infanzia, prendesse nota per favore, Eichmann, colonnello
Adolf Eichmann, proprio lui, lo stava cercando per sistemare
una questione delicata, continuasse a scrivere per favore, «un imprevisto
smottamento di terreno sulla tratta ferroviaria Varsavia-Treblinka», il
povero meningofitico all’altro capo del telefono non avrebbe battuto ciglio
(p. 87).
A questo punto mi sento di attribuire al piccolo diavolo anche la
responsabilità del frammento finale di OPP (pagina 296) a cui ho
fatto cenno in precedenza. In quel passaggio l’Io narrante racconta
di trovarsi dentro la giornata storica dell’Undici Settembre, ma senza
dirlo esplicitamente. L’effetto è quello di non far cogliere il riferimento.
Per quanto mi riguarda, ci sono arrivato soltanto perché a
poche righe di distanza si fa riferimento a una partita della Roma in
Champions League che si disputò poche ore dopo l’immane evento.
E la ricordo bene: era un Roma-Real Madrid che venne giocato in
un’atmosfera surreale. Ma se non fosse stato per quell’aggancio alla
realtà non avrei mai capito di cosa si stesse parlando. Certamente è
colpa mia e dello scimpanzé inside che mi mura gli orizzonti; e però
– cazzo! – ditemi voi se un frammento così pesantemente intorbidato
dal piccolo diavolo vi risulti intelligibile:

Un mese dopo la mia promozione, all’inizio della seconda settimana
di settembre, nel giorno in cui la storia dello spettacolo si dimostrò un
bozzolo meno perfetto di quanto avevamo temuto, quando insomma la
ruota della Storia tornò a girare sospinta proprio da un evento spettacolare,
dopo avere passato come tutti la giornata incollato al televisore,
facendo zapping e ricevendo da parenti e amici telefonate isteriche, mi
ritrovai la sera senza niente da fare.

Quanti di voi riuscirebbero a connettere immediatamente l’Undici
Settembre con «[i]l giorno in cui la storia dello spettacolo si
dimostrò un bozzolo meno perfetto di quanto avevamo temuto,
quando insomma la ruota della Storia tornò a girare sospinta proprio
da un evento spettacolare»? E quanti di voi scriverebbero periodi
di lunghezza estenuante come quelli che vado a riportarvi, senza
poi entrare in apnea rileggendoli a alta voce?

– Solo che poi, non si sa come, mentre lei confrontava le sue idee
con l’emergente scrittore di turno e lui se ne stava a rigirarsi i pollici
tra le caraffe del succo di pompelmo (intrattenuto, al massimo, dal memoriale
in progress di un’eccellente vedova d’artista), mentre il dj-set
declinava sulle dilatazioni di un trip-hop da commiato, le chiacchiere
scemavano, la supervedova pre-Swinging London, sollecitata da segretarie-
accompagnatrici sempre più asiatiche e snervate, era costretta a
chiudere la conversazione, mentre accadeva tutto questo e nel momento
in cui Federico realizzava con sollievo che pochi minuti, pochi minuti
ancora lo avrebbero separato dal suo cinque vani a San Giovanni invaso
dalla voce di Luciano Ligabue, giunto il momento di recuperare
la fidanzata, San Sebastiano dalle Fraschette realizzava anche – dal
modo in cui lei salutava frettolosamente (e già dolorosamente) qualche
nuova conoscenza – che quelle poche ore di trambusto le erano state sufficienti
a porre le traballanti fondamenta di una relazione adulterina
che, traballando lungo un viale lastricato di «espressionismi tedeschi» e
«correlativi oggettivi», si sarebbe protratta per almeno una settimana
(OPP, pp. 50-1).
– Palmieri gli rispose che tutti i grossisti fino all’ultimo straccivendolo
erano stati passati al setaccio, e ognuno aveva fatto un ordine che
a mio padre avrebbe dovuto fare l’effetto di un oceano di camomilla
sparato dritto in vena, e per trovare un essere umano disposto («il diciotto
dicembre!») a visionare quegli articoli i cui prezzi e numeri di
protocollo Palmieri stava cercando di dimenticare «facendo su e giù

come un coglione» per tutti i circuiti innevati del Trentino, sarebbe
stato necessario che Gesù-Bambino-in-persona, al momento di nascere
per la millenovecentottantacinquesima volta, portasse sulla Terra, insieme
al miracolo dei supermercati assaltati all’arma bianca, quello di
trasformare tutti gli operai della Fiat in grossisti di biancheria e le maestrine
elementari ancora nubili in virago col sangue alla testa disposte
a raccattare il primo novantenne con pensione d’invalidità al solo scopo
di acquistare un corredo e dispensare lui, Palmieri, da incomprensibili
rotture di coglioni durante le vacanze di Natale (RTC, pp. 109-10).
Altri terribili sabotaggi sono ravvisabili attraverso frasi che presto
s’avvitano per prendere la forma di una travolgente sfida a Ruzzle
ingaggiata col mitico Minchius Maximus, il personaggio partorito
dalla fantasia dei Monty Python in Brian di Nazareth.

– Entri all’università ispirato da un confuso moto ribellistico ereditato
dal liceo, dalle tempeste ormonali in un tragico riflusso, da un
Sessantotto inesistente ridisegnato ad arte dagli ingegneri di una qualunque
Warner Bros travestita da indie label (OPP; p. 69).
– (…) uno sguardo che era la spenta testimonianza di ciò che resta
degli scatti d’orgoglio quando si infrangono contro uno stock di merce
di seconda mano lasciando a terra polvere, vestiti rattoppati e tristi
paralumi da privè sotto sequestro (RTC, p. 40).

– E anche in questo caso, pensai con rabbia, mi ero ridotto a riconoscere
l’evidenza delle cose con un ritardo clamoroso: troppo prudente
per affrontare il peggio quando faceva capolino nella coltre delle buone
intenzioni, e troppo pieno di amor proprio per accettare la piena connivenza
quando i tradimenti si mostravano per quel che erano senza
possibilità di errore (RTC, p. 51).
– Eppure, nel maneggiare tutta quella carta filigranata, brillava in
lui anche qualcosa che i nostri genitori non sarebbero riusciti a comprendere.
Qualcosa di violento e di (sì, la definizione era esatta) purgatoriale
(RTC, p. 83).
– (…) la faccia lunga e ossuta e soprattutto questi occhi che avevano
l’ammutolita forza inerziale di due bacini prosciugati (RTC, p. 88).
– [Parla di Donatella, un’amica del periodo di adolescenza] Non
arrivava al metro e cinquantotto, ma la sua frangetta color petrolio e il
viso tondo da furbastra, e un seno semplicemente prodigioso, facevano
di lei una festa di tornanti che attraversava il chiaroscuro di un Helmut
Newton di fortuna per deragliare negli assolati parchi-giochi delle

bambine grassottelle (RTC, p. 195).
– La luce sotto cui mi era apparso la prima volta tra i banchi di scuola
adesso risplendeva in una gradazione ideale, convertendo le sue imprese
precedenti in un lungo esercizio preparatorio rispetto a un’esperienza che
consentiva di provare sollievo dall’intero processo vitale (RTC, p. 235).
– Lo Sghigno aveva appena finito di pisciare dietro la piccola costruzione
di tufo e ora stava tornando verso la station wagon. Un intenso
profumo di polline invadeva lo spiazzo nudo e circolare, ma non
sembrava venire dai mandorli incrociati nel tragitto né dai fili d’erba,
perché quell’anno la primavera era un unico corpo femminile che affiorava
da un sonno lungo e piatto per tornare subito dopo a inabissarsi – e
fino a quando il risveglio non fosse stato completo, sembrava che l’intera
pellicola atmosferica venisse pervasa a capriccio da questi odori; i quali,
in modo altrettanto imprevedibile, svanivano sulla durezza metallica
di una stagione ancora non del tutto consumata (RTC, p. 238).
Soggette al malefico effetto del piccolo diavolo, anche le parti di
pregevole analisi sociale finiscono in vacca. Ne è terrificante esempio
il passaggio in cui si parla di Drive In, che come ho già detto
contiene anche degli spunti acuti e interessanti. Ma poi, purtroppo,
tutto viene rovinato dal passaggio in cui si parla di Antonio Ricci.
Che fu l’inventore del programma, e che secondo l’autore (o più
probabilmente secondo il malefico demone) ha il torto di tradire la
propria origine sessantottina per farsi strumento di un’operazione
culturalmente neo-conservatrice. Leggete un po’ in che modo viene
reso il concetto alle pagine 24-5 di RTC:

(…) così come ci si era avvolti nel vento caldo della contestazione,
adesso si tendevano le vele per sfruttare il vento gelido, che di quel vento
caldo era stato il mandante, il vero soffio d’alimento.

La sagra del nonsense è inarrestabile. Eccone un altro saggio a
pagina 101 di RTC:

È allora che sente la cosa. Grazie a questo paesaggio impossibile,
forse grazie anche a un’umiliazione così rapida e in fin dei conti così
onesta e circolare (…).

Un’umiliazione rapida ma in fin dei conti onesta e circolare.
Come dire, un’aggettivazione a casaccio, probabilmente determinata
per estrazione a sorte. Ma il culmine si raggiunge a pagina 200
dello stesso libro:

Dopo il tramonto – stanchi, scottati dal sole – ci eravamo trasferiti

nella stanza di Giuseppe, e osservavamo le striature violacee con cui la
sera si sforzava di imprimere un minimo slancio narrativo a un cielo
che fino a quel momento era stato una tabula rasa di splendore estivo.

Da lasciare annichiliti. Se il frammento appena riportato fosse
tradotto in stile «parla come mangi», anziché in Google Translate,
verrebbe fuori quanto segue: «Dopo il tramonto, stanchi e scottati
dal sole, ci eravamo trasferiti nella stanza di Giuseppe e osservavamo
lo splendido tramonto estivo». Invece l’intervento del demone ha
aggiunto l’agghiacciante figura della «sera che si sforzava di imprimere
un minimo slancio narrativo [!!!!!] a un cielo che fino a quel
momento era stato una tabula rasa». E davvero soltanto un programma
di videoscrittura imbizzarrito potrebbe partorire una pacchianata
del genere. Perché questa è scrittura trimalcionica, l’eccesso
cafonesco equiparabile al riempire i chicchi d’uva con lo zafferano.
Non basta scrivere, bisogna proprio fabbricare ampolle soffiando
nel vetro con l’impeto d’una rana gracidante. E poi colorare quelle
ampolle con tonalità catarifrangenti, e illuminarle con luci stroboscopiche.
Vi pare letteratura anche questa? Se sì, allora guardate la
sera che s’approssima, e chiedetevi se essa si sforzi di imprimere un
minimo di slancio narrativo al cielo. Ma dopo sparatevi un pornazzo
del mio amico Silvio Bandinelli, per evitare che l’esperienza appena
affrontata faccia tabula rasa dei vostri neuroni. (Stai a cuccia,
scimpanzé!).

E adesso rilassatevi con uno splendido Julien Lourau:

http://www.youtube.com/watch?v=NZZTpPn8eU8

Nicola Lagioia e la qualità dell’aria. Fritta… – 1

Cari amici, come promesso qualche giorno fa inizio oggi la pubblicazione di un lungo scritto sui libri di Nicola Lagioia, rimasto nel cassetto. Lo stile analitico è lo stesso che ho usato in “L’importo della ferita e altre storie”. Questa è la prima di tre puntate. Buona lettura a tutti.

1. Premessa

Quanto vale un premio letterario? E quale valore, quale significato
dovremmo assegnare al libro e all’autore che ricevono il riconoscimento?
Interrogativi con cui da tempo mi confronto, e che le
edizioni più recenti dei principali concorsi letterari italiani hanno
acuito. L’opinione personale è che bisognerebbe tenersene alla larga,
come autori ma soprattutto come lettori. Sia che si tratti dei premi
assegnati al termine di una competizione fra opere e autori diversi,
sia che si tratti di riconoscimenti al singolo autore conferiti al di
fuori di ogni gara. La ragione è che ormai un premio non si nega a
nessuno. Si tratta di una bella medaglia di latta che chiunque può
appuntarsi al petto. Roba da inserire nel curriculum, e da esibire
ogni volta che ci sia da lustrare pubblicamente l’ego.
È soltanto un caso che io parli di questo argomento mentre
m’appresto a scrivere di Nicola Lagioia. Che ha ricevuto un premio
per ciascuno dei tre romanzi pubblicati, ma che c’entra? Sono
soltanto coincidenze. Le considerazioni sul valore
dei premi letterari restano cose espresse a titolo personale, senza
che vadano ritenute giudizi indiretti sulla qualità dell’autore e della
sua opera. Mi limito a dire che ognuno si vede attribuire ciò che
merita, e a ribadire che per quanto mi riguarda i premi significano
zero. E ciò vale anche per l’autore di cui si parla in questo capitolo.
Che ha vinto un premio per ciascuno dei tre romanzi fin qui
pubblicati. Fra questi premi spicca l’edizione 2010 del Viareggio
Répaci, un concorso che soltanto tre anni prima aveva fatto parlare
di sé a causa dei contrasti e degli strepiti da vaiasse scambiati fra un
gruppo di giurati e la presidente Rosanna Bettarini. Per la cronaca,
in quell’anno 2007 venne selezionato come vincitore nella Sezione
Opera Prima uno dei romanzi più brutti che abbia letto in vita mia:
Fideg di Paolo Colagrande. Il libro che porta Lagioia a vincere un
premio tanto qualificato s’intitola Riportando tutto a casa e di esso

parlerò fra poco.

Per il momento mi limito a tratteggiare la figura dell’autore. Che
è un prodotto della factory di Minimum Fax, casa editrice specializzata
in teiere. Se volete sorbirvi un tè di buona fattura, alle cinque
del pomeriggio d’ogni dì, lì potrete trovarne di ogni qualità e fattura.
Servito alla temperatura ideale per il vostro palato. Ve lo favoriranno
con squisito savoir faire. E se capitate in un giorno nel quale i
minimifaxi sono di luna acconcia, magari va a finire che vi faranno
compagnia sdraiati sul canapè accanto a voi, a sorseggiare pensosamente
poggiando appena le labbruzze al bordo arabescato della tazza,
retta tenendo rigorosamente il mignolo in su. Se invece dovesse
capitarvi la malaventura di non trovare disponibile per la cerimonia
del tè il menomo fax, allora potrete sempre rimediare pescando fra
quei volumetti che come bustine da infuso se ne stanno disciplinatamente
impilati negli scaffali della factory. E fra quei volumi troverete
la raccolta di racconti intitolata La qualità dell’aria, mandata
in libreria nel 2004. Un volume curato dallo stesso Nicola Lagioia e
da Christian Raimo, un duo di specialisti nella sublime arte di dare
anima e vigore al superfluo. Convertendolo però in Super Fluo. E
non è mica una cosa alla portata di chiunque, credetemi. Bisogna
possedere un eccezionale talento da masturbatori di formiche rosse
(scopo: ridurne l’aggressività), o da spallinatori di fichi d’india (scopo:
ricavarne pura polpa), o da tracciatori del percorso dei granchi
albini (scopo: trarne vaticini su eventi futuri) per riuscire nell’intento.
Perché il nostro vivere quotidiano in società post-materialiste
si regge esattamente sul Super Fluo, sull’effimero elevato a matrice
suprema. E a qualcuno le pratiche appena menzionate – la masturbazione
delle formiche rosse, lo spallinamento dei fichi d’india, la
tracciatura del percorso dei granchi albini, e la curatela di antologie
come La qualità dell’aria – potrebbero apparire LSI (Lavori Socialmente
Inutili). E invece costui s’inganna, perché soltanto la scomparsa
delle pratiche apparentemente inutili ne fa spiccare l’utilità. E
vorrete mica che un giorno ci si ritrovi privi d’un Super Fluo come
La qualità dell’aria? Siete proprio sicuri che non vi mancherà qualcuno
capace di friggerla con sì superba perizia, quell’aria?
Probabile che nemmeno Camillo Langone, critico letterario del
Foglio, avesse compreso a suo tempo il senso della cosa. Nei giorni
in cui l’antologia curata dal Duo Super Fluo bivaccava in libreria,
Langone scrisse una stroncatura memorabile. Già il titolo valeva il

prezzo del quotidiano: «E Roma Nord inventa l’antologia dell’incularella
letteraria». Il riferimento geografico era alla zona della capitale
in cui i minimifaxi hanno sede, nei paraggi di Ponte Milvio. E
quanto all’incularella, nell’accezione data da Langone si tratta di un
sollazzamento omoerotico di gruppo attraverso il quale una cerchia
di maschi d’indole ellenizzante realizza la propria visione estetica
della vita. Naturalmente, in questo caso, la pratica incularellistica
trova espressione nell’ascesi letteraria e persegue questa via attraverso
un rigore anti-carnale dal quale non è possibile derogare. Di
ciò testimoniano abbondantemente tutti i frammenti dei romanzi
di Lagioia che s’avventurano nelle lande ostili dell’erotismo, e che
come vi mostrerò possono comporre un bel dossier su Turbe Sessuali
& Affini. La stroncatura firmata da Camillo Langone si soffermava
non solo sui contenuti dell’antologia, ma anche e soprattutto sulle
abitudini d’un gruppo di persone che a Roma Nord «vivono, scrivono,
e incularellano». E tuttavia, detto dell’indubbia pregevolezza
denotata dalla stroncatura di Langone, rimane il fatto che egli abbia
dato un giudizio distorto su La qualità dell’aria. Perché certamente
sul momento non ne seppe cogliere quel carattere Super Fluo che
era il vero senso dell’operazione editoriale. Sono certo che a distanza
di anni il critico del Foglio sarebbe pronto a fare ammenda e rivedere
il giudizio. Del resto, la stessa pattuglia dei minimifaxi assorbì il colpo
dopo che nell’immediato – narrano i ben informati – uno sbocco
di bile fosforescente risultò visibile persino attraverso Google Earth.
Bastava digitare «Roma Ponte Milvio» nella maschera di ricerca, e la
scia verde spiccava come un fiume acido.
Ma forse mi sono dilungato troppo sull’argomento del Super
Fluo e sui corollari incularellistici. Il fatto è che non sarebbe possibile
capire Nicola Lagioia e la sua letteratura senza menzionare la
sua appartenenza alla cerchia letteraria dei minimifaxi. E adesso che
questa premessa è stata effettuata si può procedere nell’analisi della
narrativa lagioiana.

2.  Razzolando male nel Super Fluo

Prima di valutare da lettore i libri di Lagioia devo fare due premesse.

La prima è che la valutazione riguarda soltanto i libri che l’autore
ha etichettato come romanzi. Così lui li definisce, e io mi attengo a
quella definizione anche se – specie nel caso del primo libro – stento
parecchio a riscontrare una connessione fra l’etichetta stessa e
il manufatto. Quanto ai suoi altri libri, che non sono romanzi né
provano a spacciarsi per tali, non mi è minimamentefax passato per
la testa di leggerli.
La seconda premessa riguarda il mio razzolar male. Perché nel
paragrafo appena concluso ho fatto l‘apologia del Super Fluo ma
adesso vado a contraddirmi esprimendo giudizi e voti molto negativi
sui libri di Lagioia. Finendo così per mostrare un atteggiamento
persino più chiuso di quello che ho criticato in Camillo Langone.
Ma purtroppo così va il mondo, e riconoscere l’insensatezza d’una
cosa non significa mica evitare di farla. Quale fumatore non è consapevole
d’avvelenarsi mentre si concede il vizio? Eppure lo fa. Così
avviene in me a proposito della narrativa Super Flua lagioiana e
delle sue inclinazioni incularelle. Ne riconosco la grandezza ma non
mi riesce proprio d’apprezzarle. E la colpa è solo mia, che non sono
in possesso della sensibilità letteraria sufficiente a giovarmi d’un così
immenso messaggio artistico. Forse un giorno riuscirò a grattar via
la crosta di grettezza che m’obnubila. Per adesso mi limito a riconoscere
la ristrettezza delle mie facoltà di giudizio, e la medesima limitatezza
d’atteggiamento che porterebbe uno scimpanzé a strepitare
e grattarsi il culo mentre ode le Quattro Stagioni di Vivaldi. Questa
consapevolezza mi aiuterà nel prosieguo del capitolo, consentendomi
di temperare la rozzezza dei miei pregiudizi con un contro-pregiudizio
favorevole al Super Fluo incularello.
Il primo libro è tutto un programma già dal titolo: Tre sistemi
per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi), da qui in poi
TSST. Lo scimpanzé si gratta vigorosamente le natiche e poi s’annusa
le dita per stordirsi di realtà. L’editore del libro è minimum fax,
l’anno d’edizione il 2001. Il libro è stato insignito del Premio Lo
Straniero. Dicasi. In terza di copertina c’è una foto dell’autore, con
un’espressione simile a quella che mostrerebbe Maurizio Gasparri
guardandosi allo specchio e chiedendosi chi cazzo abbia messo lì
quella riproduzione di Guernica.

 

La foto di Nicola Lagioia in terza di copertina

La foto di Nicola Lagioia in terza di copertina

 

Quanto alla storia, non c’è nessuna
storia. Dunque lo scimpanzé che mi porto dentro, istigato da
Camillo Langone, mi indurrebbe a mettere in dubbio che si tratti

d’un romanzo. Ma ancora una volta si tratta di un limite mio. Sforzandomi
di individuare quei pochi elementi narrativi che attraverso
la nebbia delle mie deboli capacità cognitive mi riesce distinguere,
ne catturo tre.
Il primo riguarda gli incroci fra l’Io narrante e Tolstoj nella
Roma dei giorni nostri; i due giocano a scacchi e intrecciano dialoghi
surreali. Roba palpitante quanto osservare una tartaruga che
mangia una scorza d’anguria.
Il secondo riguarda il sofferto rapporto fra il protagonista e la sua
donna, che in questo romanzo si chiama Giulia. Naturalmente Giulia
lo molla, ma poi a un certo punto decide di tornare mostrando
d’essere donna capace di tenere il suo uomo (o almeno l’omuncolo
paracelsiano che fa da Io narrante nel libro) per le fragili palline. Le
sfighe sentimentali e sessuali dei protagonisti sono nei romanzi di
Lagioia una costante, al pari dell’omuncolezza dei protagonisti stessi.
E qui va fissato un primo punto: il campionario di svirilimento e invertebratezza
denotato dagli Io narranti maschili dei romanzi di Lagioia
è il migliore spot per un femminismo radicale post-genetico,
propugnatore della svolta verso la riproduzione senza accoppiamento.
In fondo, cosa farsene del maschio se il maschio è questo qui?
Dunque meglio bypassare la Super Flua fase dell’accoppiamento,
che per di più se praticato con esemplari maschili del genere risulta
piacevole quanto un paio di orette di Supplizio della Ruota. Quelli
delineati dalla penna di Lagioia sono tragici esemplari di Maschio
Omega, la deriva disfattistica di un’identità di genere che evidentemente
portava dentro sé come un germe, fin dalle origini, questa
malattia senile. Studiando quei profili di Maschio Omega lagioiano
i sociobiologi e i genetisti radicali esulterebbero, prendendosi la rivincita
contro decenni di critiche fondate sull’accusa di eccesso di
determinismo. «Visto che avevamo ragione? E che tecniche quali
l’inseminazione artificiale o la fecondazione assistita non sono meri
strumenti, ma piuttosto una risposta adattiva della specie?» Soltanto
nelle pagine di Scurati si registrerà una disfatta peggiore, ma è presto
per parlarne. E tuttavia ancora una volta mi faccio consapevole
del fatto che quanto appena detto sia solo una valutazione scimpanzesca,
frutto della mia insufficiente capacità di cogliere il Super Fluo
(maschile, in questo caso). Fra vent’anni, rileggendo queste righe,
mi vergognerò come un primate.

Il terzo elemento ha a che fare col tema della tossicomania. L’eroina
ricorre anche nel terzo romanzo dell’autore, e pure nel secondo
qualche sballo emerge qua e là. Un’altra costante narrativa,
dunque. E tuttavia, osservando la citata foto dell’autore in terza di
copertina, va detto che mica si può sempre dare ogni colpa alle droghe.
Suvvia!
Voto: 0.

Il secondo romanzo s’intitola Occidente per principianti (da qui in
poi OPP, Einaudi, 2004). Il libro risulta essere vincitore del Premio
Scanno (stìca!), e si fonda su una storia che in ogni modo si sforza
d’essere grottesca. Per come l’ho somatizzata è stata, più che altro,
grattesca. L’orchite è stata infatti il segno più tangibile di quest’esperienza
di lettura, dopo averla conclusa. Ma anche in tal caso la mia
è una reazione scimpanzesca, dovuta all’incapacità di acquisire il
mood post-materialista necessario a apprezzare il Super Fluo. Quanto
alla storia, provo a sgrovigliarne le coordinate dal sudoku che il
lettore s’infligge scegliendo ostinatamente d’andare fino in fondo al
libro. Il protagonista è un ghost writer d’articoli giornalistici, a cui
la committente assegna il compito di ritrovare le tracce d’una donna
italiana amata da Rodolfo Valentino. Per riuscire nell’intento il
protagonista s’imbarca in un viaggio per la penisola narrato in tono
grattesco; cioè si vorrebbe stupire il lettore con provocazioni a getto
continuo, e invece la sola reazione davvero provocata è la narcosi. A
fare compagnia al protagonista sono la solita donna fatale candidata
alla riproduzione senza accoppiamento, e un regista cinematografico
paranoico talmente caricaturale da sembrare uscito da un cartone
animato. Quanto al colpo di scena finale, provoca lo stesso pathos di
quando in stazione il tabellone elettronico dà finalmente il binario
del vostro treno. E, che ci crediate o no, il romanzo vincitore del
Premio Scanno (stìca!) e tutto qui. Ultima notazione: il romanzo si
conclude in una data storicamente cruciale: martedì 11 settembre
2001. Il lettore, annichilito dai fumi lisergici della prosa Super Flua,
quasi non coglie il dettaglio. Il frammento di libro da cui la circostanza
temporale si dovrebbe evincere verrà illustrato più avanti,
a ennesima dimostrazione di quanto sia capace Nicola Lagioia di
comunicare i propri labirintici paesaggi mentali.
Voto: 2

Il terzo e ultimo romanzo della serie è quello più famoso. Si tratta

di Riportando tutto a casa (da qui in poi RTC, Einaudi, 2010), e

dei tre è quello che presenta un qualche pregio. Per esempio ci sono
alcune interessanti analisi di taglio sociologico, anche ben argomentate.
Molto interessante quella sull’effetto e sul significato sociale di
Drive In, il programma d’intrattenimento che impresse una svolta
rilevante alla berlusconizzazione culturale del paese. Si tratta di
frammenti che, presi a sé, sarebbero stati apprezzabili. Ma che scaraventati
dentro a un romanzo e al suo registro risultano omogenei
quanto lo sarebbe sentir intonare «Vitti ‘na crozza» nel bel mezzo
d’un concerto degli Iron Maiden. In condizioni del genere anche
un’analisi ben argomentata diventa puro Super Fluo. E sì, ok, ancora
una volta lo scimpanzé ha preso il sopravvento sull’avveduta capacità
di critica. Ma almeno fino a che non avrò educato i miei rozzi
gusti letterari al più raffinato canone Super Fluo continuerò a pensare
che se si scrive un romanzo si scrive un romanzo, e se si scrive
un saggio si scrive un saggio. E che qualche incursione saggistica nel
romanzo si può anche fare, ma a patto di non creare l’Effetto Box;
ovvero, fare in modo che alcune pagine di un romanzo sembrino
gli spazi che in un manuale vengono dedicati agli approfondimenti.
Per leggerli questi ultimi bisogna aprire una sorta di parentesi
rispetto alla continuità dei capitoli e dei paragrafi che compongono
il libro. Lo scopo è sviluppare con dovizia di dettagli un tema specifico
senza correre il rischio d’appesantire la struttura complessiva
del manuale e la sua scansione in capitoli e paragrafi. Chi vuole
continuare la lettura secondo la sequenza ordinaria guarderà i box
in un altro momento (o, al limite, eviterà di leggerli), o altrimenti li
leggerà subito attrezzandosi mentalmente all’apertura di una parentesi.
Nella forma-romanzo un artificio del genere è assolutamente
da evitare, sia che si tratti di box appositamente disegnati, sia che si
tratti di scarti della scrittura che abbandonano le sponde della narrazione
per approdare sulle rive del cosiddetto pippone sociologico. E
essendo io parte in causa (come sociologo, non certo come pippo)
mi sento accreditato a parlare di ciò. Per dire che brandelli d’analisi
sociologica possono anche essere coerenti negli schemi della forma
narrativa, ma a patto di mantenere una misura. Se invece si sconfina
nel saggio, rompendo la continuità del registro narrativo, allora il
risultato è quello di ammazzare la narrazione. Questo è l’Effetto Box,
e consiste nell’interrompere bruscamente la narrazione per piazzare

un pippone sociologico. L’effetto, sgradevolissimo, è lo stesso che si
prova quando un film trasmesso in tv viene interrotto per far passare
una telepromozione di materassi a acqua.
Quanto alla storia, si compone di una sessantina di pagine (le
prime) che messe assieme alla parte restante del libro compongono
un Frankenstein. Il resto procede in modo più o meno accidentato
verso una fine che arriva troppo tardi. Nelle pagine di RTC vengono
narrate le vicende di una coorte di giovani nella Bari che attraversava
il boom economico degli anni Ottanta. Droga, dissipazione, e
tanto sesso avariato. Vi si trova qualche buona descrizione del clima
socio-culturale del tempo, che alza il voto rispetto a OPP. Quanto
all’intreccio, è palpitante come le estrazioni del Lotto.
Voto: 2,5.
E adesso che lo scimpanzé inside ha fatto il suo lavoro e esternato
le sue impressioni, posso passare all’analisi più dettagliata. Senza
però riuscire a darvi delle assicurazioni sulla capacità di tenere definitivamente
a freno il primate che è in me e la sua ansia distruttiva
verso il mood Super Fluo.

Lo stile im-pulp-abile di Giuliano Sangiorgi (Da “L’importo della ferita e altre storie”, Edizioni Clichy)

Cari amici, pubblico un altro estratto da “L’importo della ferita e altre storie”. Stavolta tocca a Giuliano Sangiorgi.

Fra le tante cose che Sangiorgi vorrebbe essere nel suo romanzo,
quella che più di tutte emerge è l’agognata vena bukovskiana. Un
po’ cannibale e un po’ pulp – mai capito quale sia la differenza, ma
vabbe’ -, l’ugola epilettica dei Negramaro si sforza di scrivere passaggi
“forti”. Ce la mette proprio tutta a giudicare dall’insistenza,
come volesse fare di ciò la vera cifra della sua scrittura. Ahilui, alle
intenzioni corrispondono esiti miserrimi. Il turbamento provocato
da quelle trovate è il medesimo che provereste scoprendo i vostri
calzini bucati sull’alluce quando la sera vi togliete le scarpe.
Già l’incipit del romanzo, a pagina 5, pretende di provocare e
comunicare sconvolgimento:

– È sangue quello che vedo, babbo? – e tremavano le mani.
– È sangue, padre? – e insieme alle mani, i pensieri.
Prima di tutto e tutti, tremavano quelli.

A qualunque frequentatore di librerie basterebbe fare il gesto
minimo di leggere queste prime tre righe per decidere se valga la
pena impiegare 18 euro e il tempo necessario per leggere quelle 169
pagine. Certo valuterebbe con massima attenzione l’eventualità di
concentrare su Lo spacciatore di carne quote di due risorse sempre
più scarse quali il denaro e il tempo. Chi invece decide d’impiegare
quelle risorse per leggere l’Opera Prima del Caro Leader dei Negramaro
scopre che subito dopo quell’incipit c’è un frammento non
meno degno di menzione:

– Sì, è sangue! – e con le mani e i pensieri tremava anche l’immagine
nel buco della super 8 da cui guardavo il fiero assassinio di mio padre.
Né lui, né io sapevamo di calpestare le orme degli 80’s Psychic Tv
con il nostro primo snuff movie.
Scappo dal campo visivo in cui il rosso del sangue esplode e invade la
scena senza lasciar spazio a sensi di colpa o ripensamenti, gli unici, i miei.

La cosa più notevole di questo frammento, quella che in modo
massimamente efficacia testimonia delle doti di scrittura sangiorgiane,
è quel passaggio che dice “guardavo il fiero assassinio di mio padre”. Che espresso in questi termini fa sembrare che l’assassinato sia
il padre. Invece è proprio il padre a assumere il ruolo dell’assassino,
scannando un animale davanti agli occhi del figlio. Posso garantirvi

che questa sciatteria espressiva non è nemmeno la peggiore fra quelle
disseminate nel “romanzo”. Ma lo scoprirete strada facendo. In
questo passaggio basta soffermarsi sull’ulteriore tratto appartenente
alla scena iniziale, riguardante l’immagine del padre subito dopo “il
suo fiero assassinio” (pagina 7):

Non sapevo di chi fosse quel sorriso perfido poggiato su denti di finta
porcellana che sembravano, per la prima volta, in tutta la loro imperfezione,
davvero orrendi.

Il tema di quel trauma infantile diventa il pretesto per un esercizio
d’insostenibili stucchevolezze, come quella contenuta nella
stessa pagina 7:

Erano volati via i miei pensieri, migrando improvvisamente verso
altre spensierate giovinezze.
Quella pozzanghera era ormai troppo lorda di sangue per berci
dentro.
E come un fiume che straripa per solidarietà nei confronti di un
cielo che piange ormai da giorni, quelli hanno prima inondato la macelleria
di mio padre, e poi la strada del mio paesino di tremila anime
nel Salento, e poi un treno per il mondo, e poi il mondo, qualsiasi
mondo, purché lontano da quella pozzanghera prosciugata dalle mani
di quell’uomo, che diceva di essere mio padre e intanto, con un coltello
affilato, mi tagliava in due l’anima, fiero di sé, come fosse niente, come
io fossi l’agnellino immobilizzato fra le sue mani.

C’è un solo modo per definire lo stile narrativo di Giuliano Sangiorgi:
im-pulp-abile. Lo si capisce da quegli sforzi d’essere pulp a
tutti i costi che affiorano qua e là nel libro. Ecco come a pagina 30
viene descritto il momento del ritorno a Bologna dopo le vacanze
estive in Salento:

Un piede immobile sull’ultimo gradino del treno e l’altro sulla terra
marciapiedosa che sa sempre di piscio in questa stazione di nebbia e
grigio.

Ci sono passaggi in cui lo stile im-pulp-abile dell’autore prova
a sposarsi con ambizioni filosofiche. I risultati sono desolanti. Per
esempio, leggete un po’ questo frammento a pagina 35:

Trasparente: questo penso di chi non riesce a sentirsi e a farsi sentire.
Questo penso di chi preferisce restare comodo con piedi sanguinanti su
una lama affilata di rasoio piuttosto che volare dall’una o dall’altra parte.

Mi piacerebbe proprio sapere come si possa “stare comodi con i

piedi sanguinanti su una lama affilata di rasoio”. Vi riesce immaginarlo,
o solo sfiorarlo col pensiero vi provoca raccapriccio? Il Caro
Leader è capace di altre im-pulp-abili trovate anche quando si tratta
di descrivere le figure femminili. A pagina 11 viene così descritta la
madre di Edoardo:

Ha solo un taglio che le attraversa la faccia da un orecchio all’altro
e che somiglia quasi a un sorriso, ma che sorriso non è.
È più una fessura a forma di mezza luna.
Anzi, è proprio una mezza luna, che vuol rassicurare tutti che dal
cielo dei suoi occhi neri non pioverà né domani, né mai.

Ammazzata la madre per incapacità d’assassinare freudianamente
il padre – anche perché sul concetto di assassinio del padre, come
s’è visto, Sangiorgi va in confusione delle lingue -, tocca alla donna
amata da Edoardo (pagina 50) essere tratteggiata in modo quanto
mai gratificante:

Stella è a gradini, è l’ascesa mistica al nulla stupido e felice.

Penso che qualunque donna al mondo sogni d’essere percepita
dal suo uomo come «un’ascesa al nulla stupido e felice». Quanto
alla possibile descrizione di questo Nirvana in cui impera il “nulla
stupido e felice”, mi pare che possa essere la medesima condizione
che induceva il conte Mascetti di Amici miei a dire: «Beato te che
‘un tu capisci ‘na sega».
Il tema del nulla torna con insistenza nel libro del Caro Leader. Se
ne parlerà nel prossimo paragrafo. Per adesso continuo coi frammenti
di im-pulp-abilità. Eccone uno bello tosto, estratto da pagina 99:

Da quest’angolo vedo la stanza di Antonio e il budino di divano su
cui è cascato il mondo e il mio culo (…).

Giusto per non farsi mancare nulla, Sangiorgi ha piazzato nel
frammento appena citato un bell’errore di grammatica: avrebbe dovuto
scrivere “(…) il budino di divano su cui sono cascati il mondo
e il mio culo (…)”. E pazienza, ognuno ha gli editor che si merita. A
pagina 56 c’è un altro esercizio di virtuosismo. Si tratta di uno dei
tanti frammenti in cui il Caro Leader scambia la scrittura labirintica
per ragionamento complesso, e dunque s’incarta dentro parole che
producono altre parole per superfetazione mentre il senso logico e
la comprensibilità fuggono inorriditi. Così viene descritta la dissolutezza
di Edoardo e Stella, che pienamente dediti alle droghe
trascurano di mangiare e lo fanno quando capita:

Il nostro sostentamento era direttamente proporzionale al mal di
vivere che bene o male tutti, in questo cazzo di casa, ostentavamo.
Per cui, meno si stava seduti a tavola insieme più si era consapevoli
che in casa tirava aria di sopravvivenza.
Si dà un tavolo, delle sedie, delle posate e addirittura dei bicchieri
alla nostra sopravvivenza solo quando quest’ultima dimentica se stessa
nel tentativo inutile di trasformarsi in uno strano e velocissimo slancio
vitale, che duri il tempo di una digestione.

Notare un paio di finezze della scrittura: “il mal di vivere che
bene o male”, e il tragico mix di sostentare e ostentare nel medesimo
periodo. Inciampi che una penna appena smaliziata eviterebbe
senza difficoltà, scansando così anche le trappole di un editing sbrigativo.
Ma credo sia inutile sottilizzare o aspettarsi chissà che. Altri
frammenti di im-pulp-abilità arricchiscono quelle pagine. Citarli
tutti non avrebbe senso. Meglio chiudere degnamente riportandone
uno fra i più significativi. Si trova a pagina 134, e descrive la scena
in cui finalmente Edoardo fa una doccia dopo tanto tempo e si
riscopre il corpo sporco anche del sangue secreto dalle bistecche di
cui viene fatto spaccio. Sulla pelle del Novello Orlando quelle strisce
somigliano a ragnatele, sicché ecco la trovata:

Un ragno, su di me, si sarebbe sentito a casa, ma non protetto, perché
le mie ragnatele erano solo disegni di sangue e non case di fili in 3D.

Pulp? Burp!

ImmagineImmagine

Giorgio Faletti e quel sofferto rapporto con la lingua italiana (Da “L’importo della ferita e altre storie”)

Cara amici, nell’edizione odierna de “Il Mattino” c’è una pagina dedicata al mio “L’importo della ferita e altre storie. Frasi veramente scritte dagli autori italiani. Faletti, Moccia, Volo, Pupo e altri casi della narrativa di oggi” (Edizioni Clichy). L’autore del lungo articolo, Angelo Petrella, ne parla come di “un libro di cui c’era bisogno”. Nei prossimi giorni pubblicherò la recensione in pdf. Per adesso riporto qui un paragrafo del lungo capitolo dedicato a Giorgio Faletti. Buona lettura.

Legenda: IU = Io Uccido; NVTO = Niente di Vero Tranne gli Occhi; FED = Fuori da un Evidente Destino; PIN = Pochi Inutili Nascondigli; ISD = Io Sono Dio; AVD = Appunti di un Venditore di Donne; TADT = Tre Atti e Due Tempi

 

 

La spinta a scrivere questo libro nasce dalla lettura di NVTO, qualche

anno fa. Un thriller che da subito mi parve stanco, pretenzioso,

scontato e (soprattutto) scritto in modo molto discutibile. Qua e là

per le pagine erano già stati passati numerosi tratti d’evidenziatore. Più

che sufficienti a far catalogare NVTO fra i peggiori libri mai letti, ma

senza che la sua bruttezza meritasse un posto speciale. Poi, invece, ecco

lo scarto decisivo. Potete trovare quanto segue a pagina 298 di qualsiasi

edizione:

Alla luce della torcia che aveva appoggiato sul tetto della macchina per

avere le mani libere, l’uomo, con un gesto istintivo, sollevò la manica della

tuta per controllare l’importo della ferita.

Leggendolo, il lettore che dedichi una reale attenzione al testo non

può non essere spinto a chiedersi: ma da quando in qua le ferite hanno

un importo? E ne esisterà mica un prezziario? E ancora, su esse l’Iva

andrà calcolata al 10% o al 21%? È evidente che, esprimendo il concetto

con parole appropriate, ciò che della ferita andrebbe constatata

è l’entità. E allora, perché mai Faletti ha parlato di importo? Messo

 

così, sembrerebbe trattarsi d’un frammento tradotto male. Parecchio

male. Però nessuno potrebbe ipotizzare che quello finito a pagina 298

di NVTO non sia un frammento dell’autore. Faletti firma, Faletti l’ha

scritto nell’italiano che gli riesce, Faletti se ne assume le responsabilità.

Così come avviene per tanti altri frammenti che lasciano perplessi, e

sembrano proprio essere stati pensati in un’altra lingua.

Del resto, il tema delle americanate linguistiche di Faletti è stato

dibattuto a più riprese su giornali e siti web. Matteo Sacchi, bravo e

attento giornalista della redazione Cultura del Giornale (è colui che per

primo denunciò le strane affinità fra i testi di Umberto Galimberti e

altri che erano stati pubblicati antecedentemente), ha scritto una serie

di articoli sul tema. Il primo di questi rimarca alcuni passaggi di ISD

che al lettore italiano suonano quantomeno bizzarri:

Non giriamo attorno al cespuglio. In fondo il giornale per cui lavoriamo

ci dà dei bei grandi. E noi siamo adulti e senzienti abbastanza per

porci qualche dubbio e non limitarci a mettere in pagina diamanti a poco

prezzo o comportarci come falene davanti alla candela. E quindi parliamo

di Faletti. Non avete capito un accidente?

Può succedere. La lingua non è fatta solo di parole e di forme sintattiche.

È fatta di modi di dire, di forme idiomatiche. Quelle che avete

letto sarebbero chiarissime ad un americano, per esempio. Ad un italiano

risultano più semplici così: «Non meniamo il can per l’aia. In fondo il

giornale per cui lavoriamo ci dà dei bei bigliettoni. E noi siamo grandi

e vaccinati abbastanza per porci qualche dubbio, invece di mettere in

pagina «bigiotteria» o farci attirare da apparenze pericolose». E quindi

parliamo di Faletti. (…)Tanto per dire: due detective, a pagina 136, hanno

un dialogo serrato e anche abbastanza ben scritto, sino a che uno dei due

dice all’altro: «Non girare attorno al cespuglio, Peter. Che succede?». Ma

attorno al cespuglio ci gira il lettore italiano per il quale «don’t beat about

the bush» non significa niente (è l’equivalente di «non menare il can per

l’aia»). E dal passo in questione l’attacco alla comprensione e alla lingua

diventa sempre più serrato, sino a culminare con «Te ne devo non una, ma

mille» che deriva dall’americanissimo «I owe you one» e che in italiano si

renderebbe con «Ti devo un favore grosso come una casa».

E, senza infierire, si potrebbe anche chiedersi cosa Faletti sperava che

i lettori capissero dalla frase (pagg. 363): «Pensavo che una ventina di

grandi vi avrebbero fatto comodo». I grandi della terra? Sì, grazie, avere

degli adulti attorno a noi bambini piace? No, più banalmente, per i neri

d’America i «grand» sono dei bei bigliettoni da mille dollari. Ecco come

mai qualche traduttore, come l’interprete Eleonora Andretta, che è stata tra

le prime a segnalare alcune di queste stranezze, si è posto una domanda:

«Ma Faletti pensa in americano?».2

Roba non molto edificante, per l’incredibile più grande scrittore. Che

infatti la prende male e reagisce anche peggio. Rispondendo alle eccezioni

che gli provengono non soltanto da Sacchi, egli scrive una lettera

indirizzata al quotidiano «La Stampa»3 della quale meritano di essere

citati alcuni passi. Il primo è quello in cui viene minimizzata la portata

delle eccezioni:

Con un briciolo di orgoglio premetto che, se a un romanzo giallo con

una trama, dei personaggi, un necessario coinvolgimento del lettore, l’unico

appunto che può essere mosso è l’uso di cinque frasi, giudico il risultato

estremamente positivo.

Due osservazioni sull’autodifesa dell’Incredibile. La prima: sostenendo

che in quel mattone le magagne siano contenute in «soltanto

cinque frasi», Faletti è ottimista. Parecchio. Come vedremo, altro che

cinque! Ciascuno dei suoi libri ne contiene almeno una ventina, a essere

generosi. La seconda: affermando la propria soddisfazione per il fatto

che «soltanto cinque frasi» (mica poche, oltretutto) del suo libro risultino

discutibili, l’incredibile più grande scrittore dà quasi l’impressione di

tirare un sospiro di sollievo. Come se ben di peggio s’aspettasse. «Che

culo, soltanto cinque strafalcioni!». Non una gran linea di difesa, francamente.

Né il tenore della replica migliora, andando avanti. Prima di

fornire improbabili spiegazioni su quegli americanismi, l’Incredible si

dedica al dileggio di due esperte che hanno osato criticarlo:

Le persone che mi accusano sono due signore che hanno un blasone di

tutto rispetto. Si tratta di Franca Cavagnoli, traduttrice di ben tre premi

Nobel, laureata in Questo e Quello e insegnante di Quell’altro e Altro ancora

e Eleonora Andretta che può vantare lo stesso tipo di retroterra culturale con

il ruolo di esaminatrice per l’ammissione a Cambridge come ciliegina sulla

torta. Devo dire che ho inizialmente osservato con un certo divertimento il

nascere di questa polemica balneare e non ho ritenuto opportuno disturbare

queste due signore mentre si godevano i loro cinque minuti di popolarità.

In un passaggio successivo Faletti scade addirittura nel pessimo gusto,

sfoggiando una predisposizione per l’insulto machista certo alimentata

dal Vito Catozzo che è in lui:

Confesso di non riuscire a trattenere un sorriso e di sentirmi anche

un poco stupido nell’aver avuto la necessità di rispondere a qualcosa che,

onestamente, ha un leggero tocco di ridicolo. Quello che mi ha spinto a

farlo, come ho detto all’inizio, è che da questa risibile querelle estiva e premestruale

si sia arrivati come sempre a ipotizzare un fantomatico scrittore

fantasma che è il vero autore dei libri che pubblico a mio nome.

E dopo aver sistemato «le due signore»4 tirando in ballo le umoralità

da ciclo mestruale incombente e la brama di vivere «cinque minuti

di popolarità», l’Incredibile dedica la chiusura a Matteo Sacchi, senza

nominarlo come si fa quando si vuol mostrare il massimo disprezzo

verso qualcuno:

Il cronista del quotidiano che ha sollevato il vespaio conclude il suo pezzo

con un inquietante interrogativo, con un afflato molto più cabarettistico

che letterario. Prendendo a prestito una canzone di Carosone, dopo avermi

rivolto l’appunto «tu vuo’ fa l’americano» mi chiede «sient’a me chi t’o fa fà»?

Mi sia concesso terra terra di rispondere con un’altra domanda: 12 milioni di

copie vendute solo in Italia possono essere considerate un motivo esauriente?

E credo che questo sia in definitiva il mio vero crimine. In questo paese dove

il successo è considerato una colpa è estremamente facile trovarsi di fronte a

dei censori animati da uno spirito che gli inglesi indicano con la parola envy

che, come possono testimoniare le mie amiche traduttrici, ha un significato

inequivocabile. Si traduce in italiano con una semplice parola: invidia.

Tutto molto scontato. L’appellarsi alle copie vendute, e l’accusa

d’invidia rivolta a chi critica. Riguardo a quest’ultima, l’ho sempre trovata

molto triste e squallida, degna di commiserazione per chi la avanza.

Accusare qualcun altro d’essere invidioso di noi è il riflesso di un

superiority complex, che poi è sempre un inferiority complex sublimato.

Ma non è questa la sede per ragionare di ciò. Anche perché si tratta

d’un problema di Faletti, non mio né dei lettori. Sicché, meglio tornare

ai frammenti falettiani che al lettore italiano suonano per lo meno

bizzarri. Sul tema Sacchi ha scritto altri due articoli, trovando nuove

espressioni sospette5 in ISD. Anch’io ne ho scovate un po’, seminate

in giro per gli altri libri falettiani. E per cercare di capire se per caso

non fossero provenienti dall’inglese o dall’americano ho chiesto consulenza

a Annalisa Sandrelli, ricercatrice dell’Università LUSPIO (Libera

Università degli Studi Per l’Innovazione e le Organizzazioni) di Roma,

nonché interprete professionista sovente impegnata nelle conferenze

stampa organizzate dall’Uefa a margine delle manifestazioni calcistiche.

Il primo frammento a lei sottoposto è proprio quello riguardante

l’importo della ferita. Ecco l’interpretazione:

In inglese import significa importanza o rilevanza. Si trova ad esempio

nella frase fatta «the import of what I’m saying» (l’importanza di ciò

che sto dicendo, per dire anche le implicazioni, le conseguenze di ciò che

sto dicendo). La locuzione «the import of his/her incurie» può significare

la severità e le conseguenze delle ferite subite da una persona. Non molto

usato, registro formale, di solito ambito giuridico o cronaca giudiziaria.

Di sicuro, una cosa improponibile in lingua italiana. Andiamo

avanti. Sempre in NVTO, a pagina 189, si trova il seguente passaggio:

Jordan era a qualche passo di distanza e non sentì altro che una scarica

e poche parole gracchiate attraverso il microfono poco attendibile dell’apparecchio.

Ma come farà un microfono a essere «poco attendibile»? Gli è forse

richiesta «credibilità»? Deve forse offrire una testimonianza da passare

al vaglio? Ancora una volta Annalisa, paziente, cerca una spiegazione:

L’unica cosa che mi viene in mente è che di un microfono si può dire

che è reliable (letteralmente attendibile o affidabile se riferito a una fonte,

a una persona, ecc.) per dire che è sensibile, rileva e amplifica molto bene i

suoni. Quindi qui potrebbe dire che è un microfono poco sensibile.

Ancora un passaggio di NVTO. A pagina 244 si legge:

La voce organizzata di Mary Ann Levallier le sorprese a mezza strada.

«Voce organizzata»? Mai sentito in italiano. E in anglo-americano?

Qui Annalisa deve proprio mettercela tutta per dare un’interpretazione:

Questa è difficile. Ho cercato l’equivalente di voce impostata, e si dice

Pitched voice o Trained voice, che si usa per indicare qualcuno che ha

seguito un corso sull’uso della voce o per essere intonato (la prima versione è

relativa ai cantanti) o per recitare o parlare in pubblico (trained vuol dire

letteralmente addestrata o allenata).

I misteri della lingua falettiana s’infittiscono se si mette da parte

NVTO e ci si dedica al suo primo romanzo, IU. Qui a un certo punto,

in uno dei capitoli nei quali il Faletti allungatore di brodi dà il meglio di

sé, si parla di Hudson McCormack. Costui è un personaggio che piace

alle donne, che però vengono da lui ricambiate con minor trasporto. E

a quel punto (pagina 511) Faletti sente l’urgenza di dissolvere gli eventuali

dubbi sui gusti sessuali di McCormack:

Oddio, non che non gli piacessero le donne. Era un fior di regolare, e

una bella ragazza rappresentava sempre un bel modo di passare il tempo

(…)

«Un fior di regolare». In quale lingua transgenica avete mai sentito

pronunciare una formula come questa? Di sicuro non in quella italiana.

Su questo frammento Annalisa non ha dubbi:

In inglese americano a regular guy vuol dire uno normale, a posto,

come tutti gli altri, con gli appetiti e le doti che hanno più o meno tutti,

in contrapposizione con i nerd che sono gli sfigati fissati col computer e lo

studio. Però non è positivissimo, perché i più fichi invece sono i popular.

Quindi secondo me mettere quella specificazione accrescitiva (un fior di)

non c’entra un piffero.

Naturalmente il ragionamento della nostra interprete fa riferimento

ai calchi linguistici angloamericani. Perché se ci si riferisse alle formule

della lingua italiana, allora l’incoerenza andrebbe riferita non soltanto

al passaggio «un fior di». Il mistero più grande si manifesta alla lettura

del passaggio di IU (pagina 438) in cui si descrive l’accalcarsi di un

gruppo di giornalisti presso il cimitero di Eze Village, dove vengono

celebrati i funerali del commissario della polizia di Montecarlo, Nicolas

Hulot. A quel punto Faletti piazza una formula mai scritta o detta al

mondo:

L’avidità livellatrice dei pochi giornalisti presenti era stata trattenuta

all’esterno (…)

Con «l’avidità livellatrice» siamo ormai oltre. Nel pieno dominio

dell’italiano postmoderno, quello in cui la coppia «sostantivo-aggettivo

» non deve avere alcun senso, e può ben essere formata col metodo

dell’estrazione a sorte. E a questo punto Annalisa deve mettercela tutta

per dare una spiegazione:

Qui è ancora più strano. Allora, ai giornalisti viene spesso riferito questo

aggettivo, greedy, che significa avido, relativamente al rapporto che la

stampa scandalistica ha con le notizie, soprattutto di gossip e cronaca nera.

I greedy journalists sono gli sciacalli che non esitano a rovinare la gente

mettendo in piazza i cavoli loro. Il vero mistero è quel livellatrice, sul quale

mi scervello da giorni. Non ho la minima idea di che cavolo volesse dire.

L’unica accezione che mi viene in mente in inglese è to level e il suo participio

o gerundio levelling (a volte con la preposizione out aggiunta), che si

usa facendo riferimento a qualcosa (tipicamente la morte) che azzera tutte

le differenze. Ma insieme a avidità… immagino significhi che i giornalisti

erano tutti ugualmente ansiosi di accedere al luogo del delitto (o quello

che è) per poi raccontare in poche parole più o meno uguali una vicenda

magari complessa.

La rassegna delle formule misteriose all’americana avrà una coda

al paragrafo 1.6, e si tratta d’un passaggio talmente clamoroso da meritare

un trattamento a parte. Per il momento mi limito a constatare

che Faletti usa spesso frasi la cui costruzione ha poco d’italiano, e il cui

significato può essere sfuggente. E tuttavia, non tutte queste frasi corrispondono

a dei calchi linguistici anglo-americani, come gli articoli di

Sacchi e le eccezioni sollevate da Franca Cavagnoli e Eleonora Andretta

farebbero pensare. Il che significa una sola cosa: il vero problema linguistico

di Faletti riguarda non tanto l’angloamericano, quanto l’italiano.

Un problema serio. Non legato soltanto a frasi il cui senso sfugge,

ché quello sarebbe il meno. C’è ben altro, ahilui.

Nelle pagine dei romanzi falettiani potete trovare agghiaccianti errori

di grammatica, in qualche caso reiterati con un’assiduità degna di

miglior causa. Qualcosa che non ci si aspetterebbe mai dall’incredibile

più grande scrittore italiano. Il caso più clamoroso si ha col sostantivo

pneumatico, e col suo plurale pneumatici. A ogni ragazzino delle

elementari viene insegnato che l’articolo determinativo singolare appropriato

per pneumatico è lo, e che per il plurale pneumatici è gli6. E

così è per tutte le preposizioni articolate che vanno a concordarsi col

sostantivo: dello/degli, allo/agli, sullo/sugli pneumatico/i. A nessuno,

scrivendo un libro, verrebbe mai in mente di scrivere il pneumatico

o dei pneumatici, allo stesso modo in cui mai scriverebbe il psicologo

o dei psicologi. Proprio nessuno? Beh, non esattamente. Leggendo

NVTO, il primo dei libri falettiani con cui mi sono confrontato, notai

a pagina 122 questo passaggio:

Lo stridio dei pneumatici del Voyager (…).

E leggendolo starete già pensando: «Sì, vabbe’, sarà grave: ma una

volta può anche scappare». Una volta? Direi proprio di no. Sempre in

NVTO, a pagina 301, potete leggere quanto segue:

La Ford Corona bianca e blu della polizia scese lentamente la rampa

di Williamsburg Bridge e piegò a destra, lasciandosi alle spalle un piazzale

pieno di autobus addormentati sui pneumatici.

Notare, fra l’altro, come lo sforzo di dare un tocco poetico (i bus addormentati)

sia mortificato da uno sfondone di grammatica (sui pneumatici).

Ancora una volta mi pare di udire l’obiezione: «Ok, è vero,

due volte in un libro è molto grave. Ma non facciamone un dramma

e chiudiamola qui». Per carità, sarei dispostissimo a chiuderla qui anch’io.

Il problema è che è Faletti a non chiuderla. Andando alle pagine

346-7 dello stesso volume si trova quanto segue:

Poi il rombo di un motore in violenta accelerazione e lo stridere dei

pneumatici sull’asfalto (…)

E adesso, registrato il tris, come la mettiamo? Avverto l’imbarazzo

degli oltranzisti falettiani, che a questo punto con flebile voce mobiliterebbero

la sola argomentazione residua: «Va bene, è indiscutibile che tre

coincidenze facciano un indizio. E che si tratti di errori gravissimi. Ma

in fondo è avvenuto tutto quanto in un solo libro, è soltanto un caso

sfortunato». Ancora una volta: nossignori. Il caso non riguarda soltanto

NVTO. A pagina 155 del primo romanzo falettiano, IU, potete leggere:

(…) sentendo a tratti i pneumatici cigolare (…)

Penso che a questo punto le obiezioni degli oltranzisti falettiani si

esauriscano. Ma purtroppo per Faletti non si esaurisce qui il Dossier

Pneumatici. L’autore è seriamente convinto che l’articolo determinativo

plurale appropriato sia i, e così tutte le preposizioni collegate. Leggendo

il terzo romanzo, FED, eccone un altro saggio alle pagine 153-4:

Non appena l’aveva visto, Silent Joe l’aveva subito dichiarato di suo

gradimento con una vivace innaffiata dei pneumatici posteriori.

In quel romanzo, i bisogni fisiologici del cane Silent Joe sono una

fissa dell’autore, e dunque ecco arrivare il bis a proposito di pneumatici

(pagina 177):

Annusò un poco in giro e decise di fare il suo pit stop sui pneumatici

di una Honda.

Non possono esservi più dubbi sul fatto che per l’incredibile più

grande scrittore italiano l’articolo determinativo correlato a pneumatici

sia i. Eppure nel quarto libro, ISD, accade il miracolo. A pagina 59

potete trovare il seguente passaggio:

Mentre si avvicinava all’edificio sentendo il pietrisco sotto gli pneumatici

rollare (…)

Catturato dallo stupore, mi ritrovai a annotare nel bordo alto della

pagina: «Non ci posso credere: l’ha scritto giusto!». E per un po’ mi

convinsi che l’incredibile più grande scrittore italiano avesse imparato

(meglio tardi che mai) il corretto articolo determinativo di pneumatici,

o che quantomeno qualcuno l’avesse avvertito degli sfondoni fin lì

compiuti. Dunque immaginai che da lì in poi, appresa la lezione alla

bella età di anni 59 (nel 2009), egli non ripetesse più l’errore. Ma si

trattò di breve illusione. Perché arrancando nella lettura fino a pagina

485 dello stesso libro scoprii che tutto tornava normale:

Mise il lampeggiante sul tetto e si staccò dal marciapiede, facendo lamentare

i pneumatici sull’asfalto.

Sicché, riguardo al corretto uso del determinativo nel frammento

di pagina 59, se ne può dare una sola spiegazione: che Faletti l’abbia

scritto giusto per errore. E immagino che, rileggendolo e accorgendosi

di aver scritto gli pneumatici, si sia dato una gran manata sulla fronte

esclamando: «Porca puttana, che errore ho fatto!».

Ma a questo punto gli oltranzisti falettiani potrebbero riprendere

fiato e tornare alla carica con le obiezioni. Potrebbero appellarsi al

fatto che un cumulo d’errori su un solo sostantivo, per quanto gravi

quegli errori siano, non può inficiare il giudizio sull’opera intera di un

autore. Chiunque egli sia. E in fondo si tratterebbe della stessa linea di

giustificazione adottata da Faletti (prima che blaterasse di polemiche

premestruali) contro chi faceva notare gli americanismi contenuti in

ISD: in fondo si trattava «di soltanto cinque frasi in un libro intero».

Anche stavolta mi tocca respingere al mittente l’obiezione. Perché Faletti

non ha problemi soltanto con gli (i) pneumatici. Leggendo con un

minimo d’attenzione ciò che scrive, vi si ritrova dentro l’impensabile.

Di davvero incredibile non è lo scrittore, ma la sua scrittura. La lista è

lunghissima. Per cui, stappate una bibita e mettetevi comodi.

Cose straordinarie è capace di fare l’Incredibile quando si tratta di costruire

la frase. Che come tutti sanno, specie nella forma scritta e in particolar

modo quando si scrive un libro, deve avere un rigore formale inflessibile.

Su questo versante Faletti mostra una passione per l’abbattimento degli

steccati e l’effervescenza grammaticale e sintattica che meriterebbe d’essere

passata al setaccio nei dipartimenti d’Italianistica. Per esempio, leggete un

po’ questo frammento pubblicato a pagina 100 di NVTO:

Finalmente la testa ricciuta di Connor emerse e sbadigliò e si stropicciò

gli occhi esasperando volutamente un movimento che lo fece assomigliare

a un gatto.

Qualcosa non torna, sicché bisogna scomporre il periodo e analizzarlo

pezzo a pezzo. L’inizio dice che la testa emerse: e fin qui, tutto

regolare. È la testa di Connor Slave, e emerge da sotto le coperte. Ma

poi, continuando la lettura del periodo, il meccanismo logico s’inceppa.

Perché si scopre che la testa sbadigliò. E infine che la testa si stropicciò

gli occhi. Fantastico! Chissà se questa è una delle cinque frasi di bonus

che l’Incredibile concede a sé medesimo di sbagliare in ciascun libro.

Di sicuro questa, da sola, vale per dieci. Per di più, riguardo alla testa

e alle sue azioni Faletti mostra una passione. Lo si scopre leggendo un

frammento del romanzo successivo, FED. A pagina 256 potete trovare

di nuovo una testa che riemerge e fa cose fuori schema:

La testa di April riemerse in un movimento di capelli vivi e iniziò a

infilarsi la camicia.

È dunque la testa che s’infila la camicia? Sarebbe bello che l’incredibile

più grande scrittore italiano spiegasse cose come questa, senza

appellarsi a invidie, sindromi premestruali e ansie di vivere i cinque

minuti di celebrità. Così come non sarebbe male che spiegasse la sfilza

di periodi costruiti in stile io speriamo che me la cavo. A pagina 393 di

NVTO viene fatta pronunciare a Maureen Martini una frase tipica del

Faletti solenne:

«Qualcuno ha posto gli esseri umani davanti al dubbio fra essere e non

essere, qualcun altro davanti alla scelta fra essere e avere. Io, in questo momento,

l’unica cosa che desidero è soltanto capire».

Dentro quell’io l’unica cosa che desidero è soltanto capire c’è un mondo

intero, una lingua selvaggia che chiede di scorrazzare brada. Idem si

dica per il frammento collocato alle pagine 32-33 di AVD:

L’autoironia credo che sia un altro degli schermi che pone fra sé e un

mondo per lui invisibile.

In qualche caso la costruzione del periodo prende una forma sbrigativa,

finendo per dar luogo a dei non sequitur, cioè a delle frasi il cui

inizio non si concorda con la conclusione. Eccone un esempio, tratto

da IU a pagina 492:

Anche se la sua vittima avesse chiesto aiuto, cosa di cui dubitava, di

solito nessuno si immischia in certe faccende.

Questo è italiano parlato. Una frase che se pronunciata al bar potrebbe 

anche essere lasciata passare, ma che in un libro costituisce errore

grave. La forma corretta sarebbe più o meno così: «Anche se la sua

vittima avesse chiesto aiuto, cosa di cui dubitava, le cose non sarebbero

cambiate. Di solito nessuno si immischia in certe faccende». Notevole

anche il seguente stralcio (NVTO, p.337), nel quale si parla di un telefono

cellulare che squilla provvidenziale in un momento d’imbarazzo,

permettendo d’interrompere la conversazione:

Sincronizzato dal caso per risolvere quello spigoloso istante di imbarazzo,

Jordan sentì il telefono portatile vibrare nella tasca dei pantaloni.

Per quello che è l’ordine dato alla frase da Faletti, a essere sincronizzato

è Jordan, non certo il telefono. Ancora, a pagina 444 dello stesso

libro:

Se da una parte quella notizia aveva fugato ogni possibile incertezza

residua da parte di Jordan, era rimasto gelato quando aveva sentito che

Maureen aveva intenzione di andare da sola a casa sua.

Poiché manca un «egli» dopo «Jordan» e la virgola, il periodo crolla

come un tavolo al quale venga segata una gamba. Una cosa analoga

succede a pagina 385 di FED. Si racconta di come Jim McKenzie e

April Thompson s’inoltrino nel bosco. A quel punto Faletti scrive:

Il sentiero si faceva più agevole a mano a mano che si avvicinavano.

Poco prima di affacciarsi nella radura in cui erano parcheggiate le macchine,

sul tronco di un pioppo qualcuno aveva inciso un cuore e all’interno

la scritta «Cliff ama Jane». April le passò di fianco con il pensiero amaro

che quella scritta sarebbe sopravvissuta alle persone che l’avevano tracciata.

E anche al loro amore.

Anche qui la costruzione non regge. Coloro che «si avvicinavano»

sono Jim e April. E ancora a loro si fa riferimento quando si dice «prima

di affacciarsi nella radura». Ma dopo la virgola il periodo diventa

un Frankenstein, perché dal punto di vista formale il soggetto è quel

«qualcuno» che «aveva inciso un cuore». Dunque il senso della frase

costruita da Faletti dice che qualcuno, prima di affacciarsi nella radura,

aveva tracciato quel cuore con relativa scritta. La costruzione corretta

della frase avrebbe dovuto essere: «Poco prima di affacciarsi nella radura

in cui erano parcheggiate le macchine, notarono che sul tronco di un

pioppo qualcuno aveva inciso un cuore e all’interno la scritta «Cliff ama

Jane». (…)».

Ma l’apice viene toccato a pagina 134 di PIN, nel racconto L’ultimo

venerdì della signora Kliemann:

Carlo Anselmi si trovò a riflettere a come, a tutti i livelli, la vita sull’isola

aveva dei risvolti comuni. Una grande maggioranza di quelli della

loro età erano proprietari di un’attività che avevano trasmesso ai figlioli:

Maurizio la farmacia, Piero Parodi il ristorante…

Chi non l’aveva fatto era per un motivo molto semplice. O non aveva

figli o non aveva una vera attività da trasmettere.

Un guazzabuglio mai visto. Cominciamo dalla costruzione della

frase che ha al centro il verbo riflettere. Esso richiede la preposizione

su, non a. Si riflette su una cosa, non si riflette a una cosa; e questo è

un errore da tre tratti di matita blu. Si prosegue con quel passaggio

in cui si dice che «una grande maggioranza (…) erano proprietari (…)».

Se proprio voleva evitare l’effetto sgradevole che viene dal dire «una

grande maggioranza (…) era proprietaria» (formula corretta dal punto

di vista grammaticale, ma poco pratica se la si proietta nella dimensione

della lingua quotidiana) avrebbe dovuto costruire la frase con la

formula: «Una grande maggioranza di quelli della loro età era formata

da proprietari di un’attività (…)». In questo modo la costruzione della

frase avrebbe retto. Il meglio arriva in coda. Prima c’è un periodo in

stile io speriamo che me la cavo («Chi non l’aveva fatto era per un motivo

molto semplice»). E a seguire si scopre che in realtà di motivi ce ne sono

due, non uno («O non aveva un figlio, o non aveva una vera attività da

trasmettere»).

Per di più, l’Incredibile mostra una predilezione per l’uso della preposizione

«a» in luogo di quelle che sarebbero corrette all’interno della

frase. Poco sopra ci siamo imbattuti in un «riflettere a». In AVD, pagina

364, ecco il bis:

Nessuno riesce a esimersi, in determinate situazioni, a fare a gara a chi

ce l’ha più grosso.

Il verbo esimersi richiede la preposizione «da» e le sue articolate,

non «a» («Nessuno riesce a esimersi, in determinate situazioni, dal fare a

gara a chi ce l’ha più grosso»). E coi congiuntivi, come se la cava l’Incredibile?

Direi che si mantiene in linea col resto della sue performance

linguistiche. Ecco un frammento a pagina 218 di NVTO:

Forse, se Gerald avesse avuto qualcuno che gli diceva una frase del genere

in quel modo, non sarebbe mai diventato Jerry Kho.

Gli riusciva troppo arduo scrivere «se Gerald avesse avuto qualcuno

che gli dicesse (…)».

 

Lui però non demorde, e si esercita pure col tedesco. La performance 

si registra a pagina 133 di PIN, nel racconto L’ultimo venerdì della signora

Kliemann. Succede che la bella signora tedesca dia appuntamento

a Carlo Anselmi per l’indomani, augurandosi che faccia bel tempo. E

lui risponde:

«Dovrebbe esserlo. A domani. Auf Wiedersehen».

La salutò con una delle poche parole che sapeva in tedesco (…).

Ma Auf Wiedersehen non è una parola; è un’espressione, composta

da due parole.

Non meno brillanti le prove sulla consecutio temporum. All’interno

di una sequenza di IU (pagine 45-46) essa viene sfregiata due volte.

Siamo sulla scena del primo delitto, che avviene al largo della baia di

Montecarlo. L’assassino sceglie di ammazzare una coppia che passa le

vacanze su uno yacht. L’azione viene descritta usando l’indicativo presente.

Si narra di come l’assassino scorga la lei della coppia che decide

di fare un bagno in piena notte, ciò che gli facilita l’esecuzione del

piano. Ecco la descrizione:

Emerge a poppa dell’imbarcazione e si appende alla scaletta che è rimasta

abbassata.

Bene.

Questo gli avrebbe evitato evoluzioni per salire a bordo.

Perché se costruisce il periodo al presente indicativo usa quel condizionale

passato? L’uso di quest’ultima forma temporale sarebbe stata

corretta se la narrazione fosse stata costruita usando una forma verbale

al passato, per esempio il passato remoto: «Emerse a poppa dell’imbarcazione

e si appese alla scaletta che era rimasta abbassata. Bene. Questo

gli avrebbe evitato evoluzioni per salire a bordo» Ma se sceglie di narrare

al presente, allora l’ultimo periodo andrebbe reso al condizionale presente

(«Questo gli eviterebbe (…)») se non addirittura al futuro semplice

(«Questo gli eviterà (…)»). Poco dopo, ecco il bis:

Non può permettersi di essere limitato nei movimenti, anche se la sorpresa

nei confronti di due persone colte nel sonno avrebbe agito a suo

favore e facilitato il suo compito.

Un altro esempio di consecutio temporum presa a sassate si ha in

NVTO, pagina 233:

Il carattere deriva dalla sofferenza, e una persona bella di solito non ha

mai dovuto faticare per conquistare niente, perché trovava sempre un sacco

di altre persone disposte a farsi in quattro pur di regalarglielo.

La frase è giustamente costruita all’indicativo presente, perché

enuncia un principio generale sganciato dal tempo della narrazione.

Nello specifico, il fatto che il carattere derivi dalla sofferenza con tutto

quanto segue è un principio generale, valido per ogni tempo cronologico;

e per questo motivo il suo tempo narrativo deve essere l’indicativo

presente. Perché se, viceversa, si scrivesse che «il carattere derivava dalla

sofferenza (…)» ne sortirebbe un significato ben diverso: passerebbe l’idea

che si sta parlando di una mentalità e di un costume superati dai

tempi, e dunque non più attuali. E dunque, ribadisco, l’Incredibile usa

opportunamente il presente indicativo quando parla del rapporto fra

carattere e sofferenza. Ma allora perché quel «trovava» anziché «trova»?

Proprio non gli riesce di fare le cose per bene fino in fondo. A pagina

185 di PIN viene commesso lo stesso errore:

Forse era umano avere timore quando si sente che si sta per morire (…)

Il principio detta che è (sempre!) umano avere timore quando si

sente che si sta per morire, e non lo era certo soltanto nel momento di

cui viene data descrizione in quel frammento. Un passaggio strepitoso

si ha a pagina 219 di FED. Lì viene descritta Charyl, una prostituita

della quale s’innamora la prima vittima del misterioso spirito navajo.

Ecco la pennellata decisiva:

I capelli biondi erano legati dietro la nuca da una coda di cavallo.

Qui l’Incredibile avrebbe dovuto scrivere «legati dietro la nuca in

una coda di cavallo». Perché messa nei termini da lui usati significa che

Charyl, per legarsi i capelli dietro la nuca, ha dovuto tagliare la coda a

un cavallo e usarla come fosse un elastico.

Cinque frasi controverse per ogni libro, si diceva. Ribadisco: magari!

Perché se mi mettessi a dar conto di tutti i refusi (concordanze sbagliate

di plurali o singolari, di maschili o femminili, et similia), rischierei di

dedicare a Faletti tutto lo spazio di questo libro. È dunque per ragioni di

economia che faccio una selezione. Inoltre, uso una certa indulgenza perché

so che nessuno è immune dal refuso. Ne ho trovati anche nei miei libri,

ricavandone l’ennesima dimostrazione d’un principio di cui mi sono

fatto convinto: che ciascuno di noi è il peggior correttore di se stesso. Ma

nel caso di Faletti il problema è la quantità. Industriale. Ve ne riporto

una selezione, tenendo gli altri di scorta per chiunque volesse visionarli:

– (…) un linguaggio a parte, in cui il candore degli errori e l’assoluta innocenza

con cui venivano pronunciati diventava a volte fonte di battute

fulminanti. (IU, pag, 17) [il candore degli errori e l’assoluta innocenza

diventavano]- Roncaille e Durand sono scesi ufficialmente sul sentiero di guerra.

Deve aver avuto alle spalle pressioni spaventose (…) (IU, pag. 207) [Roncaille

e Durand devono avere avuto]

– Il porco aveva il naso e un labbro spaccato (IU, pag. 264) [spaccati]

– Ci sarebbe voluta molta luce e molto sole (IU, pag. 273) [ci sarebbero

voluti molta luce e molto sole]

– Un accenno di ansia sembra dipinta (…) (IU, pag. 578) [un accenno

dipinto]

– (…) alcune gocce di sangue raggrumato erano usciti (…) (IU, pag.

595) [gocce di sangue uscite]

– Fuori c’era l’inverno e il freddo e le acque a senso unico dell’Hudson

(…) (NVTO, pag. 82) [fuori c’erano]

– Jordan sentì le mani sudate, come se l’umido della pioggia che cadeva

cieca sui vetri fosse riuscita a entrare nella stanza (NVTO, pag. 171) [l’umido

della pioggia fosse riuscito]

– (…) il concetto di casa e di amore era feroce e acuminato come il coltello

Bowie che aveva appeso alla cintura (FED, pag. 15) [i concetti di casa e di

amore erano feroci e acuminati; e lasciamo pure da parte ogni giudizio

sull’associazione dei due aggettivi ai concetti di casa e amore]

– C’era la camera da letto, la stanza guardaroba e lo studio dove il

signor Kliemann passava con il computer acceso tutto il tempo che non trascorreva

seduto in giardino (PIN, pag. 171) [c’erano la camera da letto,

la stanza e lo studio]

– [Egli] Si vide da fuori come in una ripresa cinematografica, la sua sagoma

seguita da una carrellata mentre sfilava sullo sfondo di quei disegni,

sovrapposto come in una vecchia tecnica di animazione nel quale in realtà

era il fondale che si muoveva mentre la figura in primo piano restava ferma

(PIN, pagg. 201-2) [una vecchia tecnica di animazione nella quale]

– C’era nello sguardo smarrito della donna seduta di fianco a lui, una

richiesta e una promessa d’aiuto (PIN, pag. 236) [c’erano una richiesta

e una promessa]

– Ogni persona con un minimo di autorità e di coinvolgimento in quella

storia, lei compresa, sarebbe stato investito da quella bufera (…) (ISD,

pag. 374) [ogni persona sarebbe stata investita]

– Ma ha un potere di comunicazione e di motivazione enormi, che sono

poi le qualità che gli hanno permesso di arrivare dove è arrivato (TADT,

pag. 92) [Ma ha un potere di comunicazione e di motivazione enorme,

che è poi la qualità che gli ha permesso di arrivare dove è arrivato].

Un altro punto dolente della prosa falettiana è dato dalle improprietà.

Ovvero, dall’uso di parole inadatte al contesto della frase e del

discorso. Anche su questo versante il nostro eroe è capace di piazzare

numeri memorabili. Comincia subito, sin dall’inizio del primo libro. A

pagina 13 di IU si legge questo passaggio:

Jean-Loup pensò che le priorità della vita, tutto sommato, sono abbastanza

semplici e ripetitive, e in pochi posti al mondo come quello era

possibile quantificarle. La caccia al denaro al primo posto.

In realtà Jean-Loup sta classificando, non quantificando le priorità.

Ma il suo creatore non lo sa, e del resto abbiamo già visto che quando si

tratti di stabilire l’ammontare di qualcosa o il suo importo egli va completamente

fuori schema. Per di più l’incredibile inciampa di nuovo sul motivo

della quantificazione a pagina 312 del romanzo successivo, NVTO:

Il detective non si diede pena di presentare le persone che erano con lui.

In parte perché non era necessario, ma soprattutto perché non sapeva bene

in che modo quantificare la loro presenza sul luogo del delitto.

Cosa c’entri in tale caso la quantificazione rimane un mistero. Probabile

che si trattasse di giustificazione, o più credibilmente di qualificazione

(«non seppe in che modo giustificare»; «non seppe in che

modo qualificare»). O che per l’ennesima volta abbia fatto capolino

l’americano presente in Faletti, colto da sindrome premestruale e dalla

voglia di godersi altri cinque minuti di celebrità. Tutte supposizioni,

ovviamente. A contare davvero è il fatto che a pagina 472 di ISD l’Incredibile

conceda il tris:

Aveva capito che qualcosa di poco bello era successo, qualcosa che poteva

quantificare ma alla quale non sapeva reagire.

Chiuso il dossier relativo alle quantificazioni, passiamo a altro. A

pagina 98 di FED ne salta fuori una nuova. Una troupe televisiva arriva

sul luogo per una ripresa e i suoi componenti scendono dal furgone

della regia mobile per occupare la postazione. Ecco il modo in cui l’Incredibile

descrive la scena:

Gli occupanti erano scesi e avevano scaricato tutte le loro mercanzie e

montato rapidamente le luci.

Mercanzie? Ma perché, dovevano forse vendere le cose scaricate dal

furgone? E per quale importo, allora? O piuttosto Faletti intendeva dire

che gli occupanti scaricarono le loro attrezzature? L’italiano di Faletti continua

a fare miracoli. Andiamo avanti. A pagina 275 di IU si parla di una

 

trasmissione radiofonica che non sta andando secondo le intenzioni.

Tuttavia, la puntata non aveva nervo quella sera (…).

Evidentemente per Faletti il nervo e il nerbo sono la stessa cosa. Il

colpo da maestro viene piazzato a pagina 101 di TADT:

I portieri si allenano con i reciproci allenatori negli esercizi studiati

apposta per il ruolo.

Qui la spiegazione dell’errore è un po’ più complessa. Ma cionondimeno

quello che viene definito l’incredibile più grande scrittore italiano,

l’uomo che vendendo 12 milioni di copie è responsabile anche di un

modo in cui la lingua italiana e il suo corretto uso vengono divulgati,

dovrebbe comprendere la sfumatura e applicarla diligentemente nelle

cose che scrive come qualsiasi mediocre studente di istituto tecnico. La

formula i reciproci allenatori è un non senso, non significa nulla. Reciproche

sono le azioni e gli atteggiamenti, ciò che due o più individui

si scambiano: io do/faccio/dico una cosa a te, tu dai/fai/dici una cosa a

me, e dunque ci comportiamo reciprocamente. Ma se si parla di connotazioni

e/o attribuzioni dei soggetti, esse sono rispettive. Quando si dice

che due persone sono ciascuna dentro la propria auto, si dice che esse

si trovano nei rispettivi automezzi. Dire invece che sono nelle reciproche

auto non ha senso, è un errore logico colossale. Così come dire che «i

portieri si allenano coi reciproci allenatori».

Altri esempi di improprietà sono quelli che portano Faletti a attribuire

caratteristiche e modi di dire italiani a personaggi stranieri. Per

esempio a pagina 118 di ISD, dove si parla di uno spacciatore newyorchese

che per prudenza comunica soltanto attraverso i posti telefonici

pubblici a gettoni. Motivo: il rifiuto di usare i telefoni cellulari, a causa

dell’alto rischio d’essere intercettati. Il ragionamento viene spiegato

così dall’autore:

Un sacco di gente non aveva capito che non a caso il cellulare si chiamava

in quel modo. Era nello stesso tempo un telefono e il veicolo che ti

portava in galera.

Che un personaggio americano pensi una cosa del genere è semplicemente

impossibile. Vero è che in angloamericano il telefono cellulare

si chiama anche cellular phone. Ma non altrettanto si può dire dell’automezzo

blindato nel quale si viene caricati per essere condotti agli arresti;

che ha diversi nomi (prison van, o police van, o patrol vagon) tranne

cellular e simili. Dunque, di cosa sta parlando l’Incredibile? Ancora, a

pagina 32 di PIN, nel racconto Una gomma e una matita, il protagonista

in vacanza a Mikonos incontra una donna del posto. Lei si presenta:

«Io sono Yoanna, Yoanna Xidakis. So che a lei il mio cognome suona

come un codice fiscale, però in Grecia c’è di peggio…»..

Per la cronaca, in Grecia i codici fiscali sono costituiti da stringhe

numeriche. Nulla a che vedere con quelli italiani, che iniziano con

sequenze di consonanti. Un cittadino greco non capirebbe proprio il

senso di questa battuta, figurarsi pronunciarla. A pagina 74 di NVTO,

Jordan Marsalis incontra il detective della polizia di New York, Burroni.

Ecco la descrizione:

Quando lo individuò, si diresse verso il tavolo con quella strana camminata

con il baricentro un po’ basso, da giocatore di soccer. Aveva in

mano un quotidiano sportivo (…).

Per chi non lo sapesse, Faletti compreso, negli Usa non esistono

quotidiani sportivi. Soltanto uno, nella storia, fece una breve apparizione.

Si chiamava The National 7, e andò in edicola fra gennaio 1990

e giugno 1991. La vicenda di NVTO è ambientata in un anno imprecisato,

ma certamente dopo l’Undici Settembre del 2001, visti i

riferimenti fatti qua e là al crollo delle Torri Gemelle. Altro problema

col quale Faletti non riesce a raccapezzarsi: quello delle monete nazionali.

A pagina 231 di NVTO Jordan Marsalis racconta la propria storia

familiare a Lysa Guerrero. Ecco uno stralcio particolarmente sapido di

ciò che le riferisce:

«Oh, è una storia molto semplice. Mio padre era un bel ragazzo senza

una lira e giocava bene a tennis. (…) Mio padre uscì da quella casa come

c’era entrato. Senza una lira in tasca e con difficoltà sempre maggiori di

vedere suo figlio. (…)».

Qualcuno è in grado di spiegare perché mai un personaggio americano

dovrebbe usare la formula «senza una lira»? Non è dato sapere,

e comunque Faletti persevera su questo motivo. A pagina 159 di FED

si legge infatti:

«Lui non sopporta il fatto che Alan abbia deciso di sposarti. Glielo ha

detto proprio stamattina. Hanno litigato. Wells dice che se lo fa, da lui non

avrà più una lira».

Nelle edizioni più recenti di NVTO i volenterosi editor di Dalai

hanno messo una pietosa pezza su questi sfondoni, convertendo le lire

in dollari. E l’operazione di rimaneggiamento fa tenerezza, vista la mole

di strafalcioni contenuta in quei libri. L’effetto è quello che si avrebbe

 

riappiccicando una piastrella al muro di una casa bombardata. Notevole 

anche la forma in cui alcuni modi di dire vengono storpiati nelle

pagine falettiane. Per esempio, a pagina 170 di FED si legge:

Quando se l’era trovata di fronte, a casa di Caleb, aveva sentito una

vampata percorrerla da cima a piedi (…).

Qui l’Incredibile è rimasto indeciso fra i due modi di dire «da cima

a fondo» e «da capo a piedi», finendo col farne un bizzarro mix. Ma

questo è nulla rispetto al frammento che si trova a pagina 255 di IU:

Aveva chiesto un nuovo anticipo a Bikjalo, che aveva rognato un bel

po’ e finalmente si era deciso a scucire i cordoni della borsa firmando a

malincuore un assegno.

Confusione assoluta per il povero Faletti: indeciso fra allargare i

cordoni della borsa e scucire del denaro, egli non ha trovato di meglio

che presentare un improponibile mix: scucire i cordoni della borsa. Cioè,

letteralmente, Bikjalo prese la borsa e in un impeto di rabbia ne strappò

via i cordoni. E c’è dell’altro. A pagina 38 di AVD si legge un «Per forza

di causa maggiore», anziché «Per causa di forza maggiore». Certi passaggi

sono da antologia. In NVTO, a pagina 424, si legge:

Dopo essere entrato, l’uomo non accese subito gli interruttori.

Delle due l’una: o si accende la luce, o si pigia l’interruttore. Pensare

che si possa accendere l’interruttore è come parlare degli allenatori reciproci.

Ancora, a pagina 492 potete trovare il seguente frammento:

Maureen si ritrovò con gli occhi rigati di lacrime (…).

Anche in questa circostanza, delle due l’una: o Maureen si ritrovò

con le guance rigate di lacrime, o piuttosto si ritrovò con gli occhi gonfi di

lacrime. Parlare di occhi rigati di lacrime è un altro nonsense.

Dunque, questo lungo percorso attorno alla prosa falettiana ci ha

dato la prova provata del sofferto rapporto intrattenuto dall’autore con

la lingua italiana. Un rapporto rispetto al quale i sospetti d’influenza

linguistica anglo-americana sono elemento men che secondario. Ma

sarebbe errato pensare che l’analisi delle peculiarità contenute nei testi

di Giorgio Faletti si chiuda qui. Il viaggio fra quelle pagine non è finito.

Anzi, è appena iniziato.

 

NOTE:

2 M. Sacchi, Mister Giorgio Faletti, tu vuo’ fa’ l’americano, Il Giornale, 3 agosto 2009
3 G. Faletti, «Scusate se prendo fate per topolini», La Stampa, 22 agosto 2009

4 Fra l’altro, va specificato che la professoressa Franca Cavagnoli non è mai entrata nel merito del testo falettiano. Si è limitata a rispondere a delle precise domande poste da un giornalista del Giornale. L’intervista è disponibile al link http://www.ilgiornale.it/news/l-esperta-franca-cavagnoli.html.

5 Si veda Faletti, l’uomo che traduceva se stesso, Il Giornale, 23 agosto 2009, e Faletti l’americano si autoassolve in tv. Gli altri? Meglio tacciano per sempre, Il Giornale, 24 settembre 2009.

6 So già che, a proposito di pneumatici, molti eccepiranno sostenendo che ormai nell’uso comune sia diffusa l’abitudine di utilizzare “i” o “sui” eccetera, anziché “gli” o “sugli” eccetera. Replico che con l’alibi del cosiddetto “uso comune” si rischia di assolvere le peggiori nefandezze linguistiche, a partire dall’utilizzo errato o dall’errato non utilizzo degli apostrofi da associare a “un” o “una”. Un massacro quotidiano e sistematico, che prima o poi qualcuno legittimerà appellandosi all’argomento dell’uso comune.

7 Si veda http://en.wikipedia.org/wiki/The_National_(sports_newspaper)Immagine