In itinere – L’arte del romanzo come impegno sociale. Elogio di Angelo Ferracuti, parte seconda.

(La prima parte può essere letta qui)

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Angelo Ferracuti

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Addio

 

“Ma questo non è un romanzo!”.

Posso immaginare che qualcuno, pur apprezzando Addio di Angelo Ferracuti, eccepisca sull’etichetta di genere da dare al libro. Un’etichetta che in questo caso viene rivendicata dal sottotitolo di copertina: “Il romanzo della fine del lavoro”. E dunque trattasi di romanzo anziché di saggio, è il pensiero di chi vede il libro sugli scaffali delle librerie e magari decide di comprarlo. Per poi giungere all’obiezione con cui ho aperto il post. Ma si tratta di un’obiezione condivisibile?

È una domanda semplice che richiede una risposta complessa. E iniziando a articolarla, segnalo la strano insieme di coincidenze che in queste ore si verifica. Nella giornata di ieri è stato assegnato il Premio Nobel per la Letteratura a uno dei più grandi cantautori della storia, e ciò è avvenuto proprio nelle ore in cui ci ha lasciato un altro Premio Nobel della Letteratura che di mestiere faceva il teatrante. E le perplessità dell’opinione pubblica verso l’assegnazione del riconoscimento a Bob Dylan sono le medesime che accompagnarono l’assegnazione a Dario Fo. Perplessità racchiuse in un interrogativo: ma questi due hanno fatto letteratura? Un interrogativo che trovo desolante, e che marchia in modo definitivo quanti lo esprimono. A cominciare dal baraccone Baricco, quello che pretende d’insegnare a altri come si scrive. Sarebbe, quest’omuncolo, capace di creare due frammenti sublimi come i seguenti?

 

 

 

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Scuola Hold’em

 

Tutti questi bariccanti coltivano un’idea di “letteratura a una dimensione”. Qualcosa che viene fatto coincidere esclusivamente con la forma del romanzo, o comunque dell’allegoria in forma scritta e incorporata nello strumento del libro. Rispetto a un’accezione così limitata (rinunciataria, direi), ritengo si debba coltivare ben altra visione di cosa sia letteratura. Che è forma d’arte totale, basata sulle diverse declinazioni dell’allegoria. Attraverso queste forme realizziamo distinte rappresentazioni e astrazioni della realtà, sia quella presente che quelle passate. E vi pare che si possa sminuire una cosa tanto gigantesca incassandola nella forma esclusiva del romanzo? Tanto più che, se dovessimo accettare questa definizione minimale di letteratura, daremmo luogo a situazioni paradossali: per esempio, negare dignità letteraria a due giganti della cultura mondiale come Dario Fo e Bob Dylan, e al tempo stesso riconoscerla a due instancabili produttori di percolato editoriale come Fabio Volo e Anna Premoli (leggi qui e qui). Davvero si vuol intendere questo?

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Fabio Volo

 

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Anna Premoli

 

L’approfondimento sul tema di cosa sia letteratura torna utile al nostro discorso a proposito di cosa si debba o no intendere per romanzo. Anche a proposito di questa forma espressiva esiste una visione monodimensionale, che fa coincidere il romanzo con “l’opera di fiction”. Ossia, un componimento nato da un atto di astrazione dalla realtà. Composto da una trama, una lista di personaggi che occupino la vicenda, uno svolgimento che vada da un inizio a una fine, e una temporalità più o meno delimitata. E dunque, se questa è l’accezione di romanzo, allora è corretto dire che Addio di Angelo Ferracuti non è un romanzo. Perché non è un’opera di fiction, perché i soggetti (non “i personaggi”) che attraversano quelle pagine si limitano a fare capolino in parti specifiche del libro, perché anziché sviluppare una trama racconta la realtà, e perché la temporalità non è delimitata ma aperta per via della sua connessione col presente. Ma davvero possiamo permetterci, soprattutto in questo tempo di esplosioni comunicative e ibridazione dei registri espressivi, un’accezione così miope di romanzo?

A mio giudizio, no. Se mai c’è stato un tempo in cui limitare la forma-romanzo all’opera di fiction ha avuto un senso, quel tempo va messo in archivio. Bisogna avere del romanzo un’idea più ampia, e collegarla alle diverse forme di racconto della realtà. Ciò che comunque non ha alcunché a che fare con l’abusato storytelling, una formula che non per nulla Ferracuti respinge sin dalle prime battute di Addio (il frammento è stato menzionato nel post precedente). Lo storytelling è infatti racconto di parte, la propaganda proseguita con altri mezzi. Per di più, fatta simulando un approccio obiettivo alla realtà. Come se si trattasse di pura tecnica, e non dell’ennesima forma di manipolazione. A questa forma di rappresentazione della realtà bisogna contrapporre il racconto militante. Quello condotto da un autore che non ha paura di dire da che parte sia schierato, e che così facendo compie il primario gesto di onestà intellettuale. Bisogna sempre fidarsi di chi dichiara da che parte sta, anche qualora non ci piacesse la parte con cui si schiera. Almeno sappiamo che non sta cercando d’ingannarci spacciandoci per verità di fatto quelli che sono convincimenti e passioni personali. In questo senso Angelo Ferracuti è esemplare. Certamente lo è nelle pagine di Addio, dove non si tira mai indietro quando ha occasione di esprimere il punto di vista personale. Come succede quando racconta lo scempio che dell’Alcoa di Portovesme continua a essere fatto dalla classe politica di questo paese. Alle pagine 64-5 dell’edizione elettronica, Ferracuti rievoca uno dei tanti numeri da Bagaglino piazzati da Silvio Berlusconi. Riferendosi agli operai della fabbrica, racconta che:

 

Si sentono perseguitati dalla famosa telefonata di Berlusconi a Putin. Il Cavaliere nero in campagna elettorale era venuto nel Sulcis per sostenere il suo medico personale, Ugo Cappellacci, e mentre parlava sul palco, con il telefono in mano e davanti a centinaia di operai, con la bocca sul ricevitore chiese al suo amico fraterno di risolvere la questione di EurAllumina con Rusal. Poi, alla fine della chiamata, questo Mago di Oz da tre soldi disse: “Tutto risolto”, come un prestigiatore che tira fuori il coniglio dal cilindro.

 

Un racconto di parte, schietto e onesto proprio per il suo essere di parte. Ma soprattutto, un racconto. Ossia, la messa in forma narrativa di un episodio di cronaca dimenticato già all’indomani del suo accadere, e tornato a vivere grazie al lavoro di un’anima appassionata alle vicende che narra.

Certo, non è fiction. Purtroppo.

Ma il fatto che non sia fiction non fa disperdere a questo frammento, e a tutto il resto del libro, una forza di “racconto della realtà” che va oltre il mero reportage. È o no, questa, una declinazione del romanzo? Per me sì. Per altri no.

In fondo, il mondo è bello perché vario. E perché microbi come Alessandro Baricco possono eccepire su giganti come Bob Dylan (e, indirettamente, Dario Fo). Ma per me un frammento come il seguente è puro romanzo:

 

Dice Graziella che la crisi non si vede, ma c’è. Poi mi parla di una signora anziana che ha incontrato in comune, era in attesa davanti al gabinetto del sindaco.  “Il marito ha perso il lavoro,  e a un certo punto non sono più riusciti a pagare l’affitto – racconta impressionata, – poi sono stati sfrattati, e adesso vivono per strada, dormono nell’automobile.” La mattina si alzano all’alba  storditi e con il male alle ossa. “È una donna anziana – continua. – come si fa? D’inverno vanno a Portovesme, dove stanno le fabbriche, parcheggiano vicino ai silos caldi degli stabilimenti , d’estate cercano il fresco nelle spiagge. “ Non si dà pace, sostiene che non è un caso isolato.  Quelli che non riescono più a farcela vanno in comune e gli viene detto di fare domanda ai servizi sociali, ma gli uffici si trovano da un’altra parte di Carbonia. Allora quando ha visto la signora che s’incamminava lentamente verso l’uscita, Graziella si è offerta di accompagnarla dicendole: “Oggi lei ha un taxi a disposizione tutto il giorno” e quella non voleva crederci, era contenta come una pasqua, incredula che qualcuno si prendesse finalmente cura di lei. E mentre tornavano, le ha chiesto: “Dov’è suo marito?”. “L’ho lasciato vicino al comune, seduto su una panchina.”

 

Questo è un romanzo, senza bisogno d’essere fiction. E se qualcuno la pensa diversamente, problema suo.

(2. continua)

 

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In itinere – Sofia Viscardi, una finestra sulla Tundra Culturale Italiana – 1 La pedanteria cronometrica di Miss Refuso

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Sofia Viscardi

 

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Il dramma di Sofia Viscardi è che rischia d’essere soltanto un refuso. Un cognome dall’iniziale sbagliata, come fosse trash ma con la prima lettera diversa dalla “t”. E chi volete mai che si lasci impressionare dal brash, o dal vrash? Che infatti sono parole segnate in rosso dal mio programma di videoscrittura, al contrario di trash che viene riconosciuta e autorizzata. E lo stesso succede se digito uno accanto all’altra “Biscardi” e “Viscardi”. Diffidate delle imitazioni, sempre. Perché anche il peggio ha il suo marchio doc. E purtroppo la youtuber milanese fresca maggiorenne non può aspirare nemmeno all’eccellenza del peggio. Può soltanto sforzarsi d’approssimarlo asintoticamente senza riuscire a trovare mai il punto di contatto.

Non altro mi viene da pensare, mentre soppeso il penoso dossier di questa ragazzina priva di qualsiasi talento e perciò baciata dal successo, secondo il mortale sillogismo che nell’epoca presente sta riducendo l’industria culturale italiana alle condizioni d’una sterminata tundra. Viviamo il tempo in cui Fabio Volo assurge al ruolo d’artista totale pur non rivendicando arte e parte alcuna, vero Sommo Wate della Contemporaneità.

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Il Sommo Wate della Contemporaneità

Sicché diventa normale che una Viscardi, Miss Refuso, raccolga fama e notorietà E che persino si veda regalare una rubrica in Quante storie di Rai 3. Invero, pare che quello spazio sia immediatamente sparito. Ma su questo non saprei essere più preciso. Non seguo i format televisivi in cui si parla di libri perché li trovo mediamente scadenti, figurarsi quello apparecchiato  dalla peggior direttrice di rete nella storia di Rai 3, Daria Bignardi.

Ma al di là delle sue fortune televisive, resta intatto il Fenomeno Viscardi. Di cui nulla sapevo fino a poco meno di due mesi fa, e nel quale mi sono imbattuto quando ho visto gli scaffali dei supermercati e degli autogrill invasi dal suo primo romanzo. Ciò che per me è indice infallibile di percolato editoriale. In quali altri luoghi trovate una presenza così sistematica dei libri Newton Compton, tanto per dirne una? Fra tutta quella carta strappata alle sapienti mani del pescivendolo svettava il nome a me fin lì ignoto: Sofia Viscardi. Con quel titolo che diceva già tutto: Succede. E già, shit happens come diceva anche Forrest Gump.

 

Ma il fatto è che in questo caso l’editore non è Newton Compton, ma Mondadori. Che già da tempo ha abdicato alla propria responsabilità sociale verso il sistema culturale di questo paese e promuove il peggio che il web proponga. Hanno arruolato il desolante Massimo Bisotti  (leggi qui, qui, qui e qui) facendone un autore di punta, sicché volevate che non elevassero Miss Refuso al ruolo di romanziera? Ormai, in questo paese, un romanzo lo scrive chiunque. E a me che per il percolato editoriale ho una vocazione tocca leggere di questo e di peggio.

 

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Massimo Bisotti

Dunque, com’è il “romanzo” di Miss Refuso? Letti i primi sei capitoli, mi vien da dire che Federico Moccia sembri Schopenhauer, al confronto. Ci si trova faccia a faccia con la Tundra Culturale, e se almeno c’è un pregio in questo libro eccolo servito.

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Si tratta di una finestra sul futuro plasmato dalla logica del capitalismo irresponsabile applicata all’industria culturale. Se volete davvero avere un’idea di quale sarà la linea di tendenza, e di cosa fra mezzo secolo avrà prodotto un sistema culturale in cui il talento viene sostituito dai talent e i guru intellettuali sono quelli che macinano numeri sui social, aprite pure a caso quelle pagine mentre tenete sottobraccio i rotoloni della carta da culo al supermercato. Ci troverete cose che voi umani non avreste mai immaginato. A partire dalla somma sciatteria dell’incipit, che descrive la scena del risveglio di un’ordinaria liceale bimbaminkia in un giorno di scuola.

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Bimbaminkia in action

 

La ragazzina è in ritardo. E questo è il solo concetto del capitolo, riproposto fino allo sfinimento. Si parte così:

 

Rimando la sveglia finché posso. Senza nemmeno aprire gli occhi.

Solo quando ormai è troppo tardi, e so che non avrò neanche più il tempo per rimediare  al mio aspetto disordinato e assonnato,  sollevo la testa dal cuscino.

 

Bene, andiamo avanti. Qualche riga sotto si legge:

Barcollando abbandono il letto  per dirigermi in bagno, mi guardo nello specchio e mi pento di non essermi alzata dieci minuti prima per mettermi almeno un po’ di fondotinta e mascara  e per sistemare questa informe massa di capelli ricci.

Sofia, ce l’avevi appena detto: la tua bimbaminkia è in ritardo e non ha tempo di rendersi decente. Dicci qualcosa di diverso, please.

Si va al capoverso successivo:

Goffa, ecco, mi sento goffa  e non ho tempo di migliorarmi.

E daje! Ma non hai proprio altro da raccontarci? Non si può che sperare nel capoverso successivo:

Maledetto cronico ritardo. Dopo tutte le ore passate stanotte a leggere,  adesso devo correre.

A quel punto, dopo aver letto soltanto 21 righe di libro (versione elettronica), il lettore è già bell’e rassegnato: questa qui non ha un cazzo da raccontare, ma sta disperatamente provando a farlo. Perciò allunga il brodo ribadendo il solo concetto che guizza nelle fitte nebbie narrative in cui sta brancolando, indossando il cappellino con visiera all’indietro e facendo “yeah!” ogni tre passi: la sua creatura bimbaminkia è in ritardo. E così persevera:

Piove. Non ho l’ombrello. Troppo in ritardo anche per pensare di arrabbiarmi,  corro alla fermata  e cento metri prima di arrivare mi vedo l’autobus passare davanti.

Decido  che è troppo tardi per aspettare quello dopo e inizio a correre sgraziatamente verso la mia scuola, sperando di non cadere  o di non incontrare persone che conosco.

 

La fortuna del lettore è che finalmente la bimbaminkia arrivi a scuola. Ovviamente in ritardo, sulla campanella della prima ora. Sì, ma quanto in ritardo? La risposta all’interrogativo dà modo d’ammirare un’altra perla di scrittura esibita da Miss Refuso:

Puntualmente arrivo cinquantanove secondi dopo l’orario consentito,  fradicia, e la professoressa non mi ammette a lezione.

Cinquantanove secondi! E badate che non si tratta di una cosa scritta a mo’ di battuta, come a voler creare un contrasto fra la propensione cronica al ritardo e la precisione maniacale. È proprio che Miss Refuso mostra qua e là una mania della precisione cronometrica che sembra rubata a Furio, il personaggio di Carlo Verdone diventato il Pedante per antonomasia nell’immaginario popolare.

 

Per esempio, ecco un altro saggio cavato sempre dal primo capitolo:

Una delle cose che amo di più, d’inverno, è la mia 60.

L’autobus – con il riscaldamento – che mi porta ovunque senza farmi prendere freddo. La fermata dista un minuto e trentasette secondi a piedi da casa mia (…).

 

Un minuto e trentasette secondi! E ancora, all’inizio del capitolo 6, laddove si descrive l’arrivo a scuola il giorno successivo, ecco un’altra variazione sul tema:

Varco la porta della classe esattamente sette secondi prima del suono della campanella.

Se poi capita che la bimbaminkia torni a casa tardi per cena, non dice mica che arriva “alle nove passate”, nossignori. Come si legge al capitolo 3:

Arrivo a casa alle 21.07 (…).

 

Sembra il tabellone con l’orario dei treni, ma fosse solo questo. Il fatto è che la mamma l’accoglie sulla porta simulando severità ma senza dismettere un atteggiamento bonario. O almeno questo è il modo che io uso per esprimervi il concetto, usando un italiano minimamente decente. Perché Miss Refuso, invece, lo dice così:

 

“Fila in cucina che è pronto” risponde lei, fiscale, anche se con un sottofondo scherzoso.

 

 

Fiscale anche se con un sottofondo scherzoso? Ma come cazzo scrive questa qui? E com’è che in Mondadori non ha trovato un editor che le bacchettasse falangi, falangine e falangette fino a farle capire che un libro non è un SMS?

Qui sta il problema. Non è tanto l’assenza della storia (che pure…), né la bimbominkieria dello stile (che pure bis…). È proprio che la youtuber ha uno stile di scrittura primitivo. Non c’è la minima ricercatezza in quelle righe, e nemmeno uno sforzo di ripulitura. In Succede le parole sono usate come fossero pietre che servono a spaccare le noci. E quello che resta ve lo sorbite così com’è. Alcuni passaggi sono davvero la finestra spalancata sulla Tundra Culturale Italiana. Per esempio, ecco come l’autrice descrive il ciclo mestruale:

 

E sono pure in quel periodo del mese.

Il periodo fastidioso e tragicomico che le donne sono costrette ad affrontare dodici volte l’anno per la maggior parte della loro vita. Quando tutto va male, tutto è sbagliato, la faccia si riempie di brufoli, la pancia si gonfia, i capelli diventano ingestibili e orrendi e, qualsiasi capo d’abbigliamento una donna si provi, le sembrerà sempre di essere un sacco di patate che cammina.

 

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Una finestra sulla Tundra Culturale Italiana

Ma quanta grazia, quanta raffinatezza, pur di non dire “mestruazioni”. Pura carpenteria. E badate che questo è solo un saggio della raffinata scrittura di Sofia Viscardi. Di frammenti come questo, il libro di Viscardi trabocca. E la mia fortuna è che in parallelo a questo volume osceno, a questo saggio sulla tundrificazione italiana, sto leggendo l’opera di Angelo Ferracuti. Che almeno mi permette di prendere un po’ d’ossigeno prima di tornare a immergermi nel percolato. Materia informe e insalubre, arricchita anche da errori di grammatica come quello che si trova in principio del capitolo 2, dove si parla dell’amica Olimpia:

 

È la mia migliore amica da tanti anni ormai. Ed è una di quelle persone che ha sempre la soluzione giusta al momento giusto.

 

Casomai, sarà “una di quelle persone che hanno sempre la soluzione giusta”. Ma vabbe’, come si suol dire, “succede”. Shit happens. E ne succederanno ancora parecchie, durante questa stroncatura in itinere di Miss Refuso.

  1. Continua

 

E dopo esservi abbrutiti con la lettura di questi orrori editoriali, ristorate l’anima con questo splendido brano musicale.

 

Alessandro D’Avenia, il Sommo PoVeta – 1 Osso per osso, dente perdente

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Alessandro D’Avenia

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Adesso ho una nuova certezza: ogni volta che uscirà un nuovo libro di Alessandro D’Avenia dovrò aggiornare il Pessimario. Cioè la lista dei libri e degli autori che toccano, per riprendere una frase di Diego Abatantuono in versione Diéco, “l’apice dell’apoteosi della schifezza”.

Una galleria ormai pigiatissima di cui fanno parte fenomeni da baraccone come Giorgio Faletti e Fabio Volo, poligrafi newtoncomptoneschi come Anna Premoli e Marcello Simoni, anime graforessiche come Chiara Gamberale, teoriche dell’eros tombale come Sara Bilotti, intrallattuali da Loggia del Leopardo come Antonio Scurati e Nicola Lagioia, cacatori di status smielati da social network come Massimo Bisotti e divulgatori del cazzonaggio letterario come Michele Dalai. E la lista sarebbe ancora lunga, ma risparmio d’infliggervela fino in fondo perché voglio risparmiarla innanzitutto a me stesso. Ma resta il fatto che fra tutti costoro rientri con pieno merito Alessandro D’Avenia. Autore sbucato dal nulla cinque anni fa e imposto chissà perché alle patrie lettere. Con effetti che soltanto fra qualche anno riusciremo a valutare, e sarà comunque troppo tardi.

Ricordo ch’era settembre, e da un giorno all’altro le librerie e i marciapiedi vennero invasi da cartonati che ci avvertivano della novità letteraria: il romanzo di un autore esordiente che Mondadori aveva deciso di diffondere con la leggerezza del napalm. Un’immagine di copertina caruccétta, come direbbero aRòma, un titolo da fotoromanzo in bianco e nero anni Settanta (“Bianca come il latte, rossa come il sangue”), e il nome fin lì sconosciuto dell’autore che veniva strillato come fosse al tempo stesso un’informazione e un avvertimento con tanto di indice puntato sull’ignaro passante: questo è un libro di ALESSANDRO D’AVENIA, e da oggi in poi ricordati di ricordare!

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È stato così, al pari di qualche altra milionata d’italiani, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Praticamente, un’azione di book squatting. E subito mi sono chiesto perché. Come mai la maggiore casa editrice italiana compiva uno sforzo così vasto per promuovere un esordiente? Sarà mica stato un nuovo fenomeno della narrativa italiana? E intanto m’informavo su questo squatter della nuova narrativa italiana. Scoprendone l’immagine pulitina, sistematina, con quella barbettina pettinatina e la chioma biondina e ricciolina vagamente bigodina, l’occhiettino azzurrino e il sorrisino mansuetino. Il maschietto cui ogni padre affiderebbe la figliola di cui presuppone ancora l’illibatezza, per fargli reggere il ruolo di cicisbeo alla feste in cui gli ormoni adolescenziali brulicano di vitalismo. La versione adattata ai giorni nostri del Principe Valium di Balle Spaziali, uno fatto apposta per piacere alle mamme pre-anni Novanta e alle nonne pre-Sora Lella di Bianco, Rosso e Verdone.

Il Principe Valium

Il Principe Valium

Inoltre ho scoperto che il ragazzo è vicino all’Opus Dei, come egli stesso ammetterà pubblicamente più avanti. Ma questo è soltanto un dettaglio, ci mancherebbe altro.

Non è invece un dettaglio il fatto che Bianca come il latte, rossa come il sangue sia una schifezza di libro. Sciatto, noioso, manierato, scontato dalla prima all’ultima pagina. Intriso d’un sentimentalismo trash da Gli occhi del cuore, l’immaginaria soap opera del serial Boris.

Soprattutto, un libro ossessionato dal tentativo di rivolgersi al pubblico degli adolescenti con uno stile alla Moccia, ma sacrestanamente corretto. Una pena infinita. Quel libro non mi ha lasciato traccia, perché era d’una bruttezza indegna di menzione. E quando una cosa è talmente brutta da non poter essere nemmeno schifata, la frustrazione è grande per chi l’ha appena consumata. Perché non lascia spazio nemmeno all’esperienza del disgusto, ch’è un segnalibro mentale indispensabile per mantenere una traccia delle cose peggiori. E invece no, il primo libro di D’Avenia era d’una bruttezza grigia, indistinta. Come un piatto di tempestine in brodo di dado da corsia d’ospedale, cui non sia stata nemmeno aggiunta una cucchiaiata di formaggio. In quel libro non c’era manco un frammento da stroncatura. Anzi no, dire il vero uno c’era. Piazzato a pagina 173:

“Si libera in un sorriso da far scongelare in un attimo un milione di Bastoncini Findus e il mio cuore raddoppia il numero di battiti.”

 

Sarebbe superfluo aggiungere un commento alla schifezza appena riportata. Mi limito a dire che se in prima media mi fossi azzardato a scrivere una cosa del genere in un compito in classe, la mia professoressa di Lettere mi avrebbe bacchettato le dita per una settimana. E ne avrebbe avuto ben donde. E tuttavia, fatta eccezione per il frammento citato, il libro di D’Avenia non si era dimostrato degno di una stroncatura. Per questo avevo messo da parte l’autore, evitando di leggere il suo secondo romanzo: Cose che nessuno sa, di cui mi è stato detto malissimo. Ma poi mi sono imbattuto in Ciò che inferno non è. Il romanzo che vorrebbe essere un omaggio a don Pino Puglisi. E la prospettiva sull’autore è completamente cambiata.

Da dove cominciare? Innanzitutto proprio dal povero don Pino, che avrebbe meritato di continuare a riposare in pace. Poi dallo stesso D’Avenia, che nei giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue si giovava dell’unico pregio esercitato dalla mediocrità narrativa: quello di tenere l’autore ben ancorato a mezzo metro da terra, come fissato a dei contrappesi. E invece in Ciò che inferno non è D’Avenia molla gli ormeggi e svolazza libero. Con risultati devastanti. Le pagine del suo libro sono talmente piene di segnature da toccare una misura che fin qui era stata osservabile soltanto nei libri dei quasi omonimi Bisotti & Bilotti, i due Pesi Pessimi per eccellenza della narrativa italiana contemporanea. E adesso in questo Pessimario ci entra di diritto D’Avenia. Per aver perso la virtù della mediocrità narrativa, e essersi lanciato verso l’hybris della poesia.

Ecco, proprio qui sta il punto, lo specifico che fa dell’opus homini di D’Avenia un genere da Pessimario: il fatto che, dai giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue, egli abbia maturato la convinzione di possedere la vena poetica. Una situazione imbarazzante, perché la vis poetica di D’Avenia è paragonabile a quella di un compianto ex vicepresidente dell’Inter, Giulio Abbiezzi. Quello che per qualche settimana, a metà anni Novanta, si guadagnò la notorietà grazie alla Gialappa’s Band. E purtroppo non esistono su You Tube filmati dedicati al personaggio, ma per chi ha memoria di quelle performance poetiche il paragone è eloquente.

Giulio Abbiezzi

Giulio Abbiezzi

Ecco, la poesia di D’Avenia se la batterebbe con quella di Abbiezzi, e i suoi versi potrebbero essere letti alle tre di notte nel pieno d’una tavolata d’avvinazzati, da vocini soavi come quelli di un Razzi o di uno Scilipoti. E sarebbe la morte sua. Della poesia di D’avenia o della poesia tout court, fate voi. Perché in quel contesto sentireste declamare frammenti del “poetare in prosa” che sono padellate alla nuca, come quello che apre il libro:

Nella luce prima, un ragazzo la spia. È immersa nell’agguato ventoso e salato dell’alba che si leva ancora vergine, per tuffarsi poi nelle strade avvolte dalla penombra.

 

Mi è bastato leggere quest’incipit per scoprire che il giovin D’Avenia era cresciuto, e che la crisalide della mediocrità narrativa aveva prodotto una fulgida farfalla da Pessimario Letterario. E casomai potesse sorgermi il dubbio istantaneo che si trattasse di un’impressione ancora acerba, fondata su poche righe, ecco che il seguito di quel frammento mi ha definitivamente rafforzato nel convincimento.

Lui abita in cima a un palazzo: da lì si vede il mare e si vede nelle case e nelle strade degli uomini. Lassù l’occhio spazia fino a perdersi, e dove si perde l’occhio anche il cuore resta invischiato. Troppo mare si spalanca davanti, specie la notte, quando il mare svanisce e si sente tutto il vuoto che c’è sotto le stelle.

Perché tutto quel nascere ogni mattina? Non ha risposta un ragazzo, a cui fanno più male i petali sfioriti della rosa che le spine e ogni mattina si guarda allo specchio come un naufrago.

 

Neanche mezza pagina e siamo già nell’eccellenza del Pessimario. Ci si sente completamente appiccicati da tanta melassa, da un così inutile sforzo di mettere le ali quando rimanere attaccati alla terra sarebbe stata una garanzia innanzitutto per l’autore. E invece D’Avenia svolazza, rendendoci coscienti che le patrie lettere hanno acquisito un nuovo poVeta. Etichetta che rubo a Giovanni Stoto, amico di Facebook, e che interpreto nel senso del “poeta con la V”. Dove quella “V” sta per “verboso”, quando invece la vera poesia sta nell’esprimere qualcosa di più con ogni parola in meno. E in questo senso D’Avenia è assolutamente, indiscutibilmente poVeta. Non posso riportarvi in questo post tutti i frammenti dell’ultimo libri che lo testimoniano, perché rischio di bruciarmi tutto lo spazio che WordPress mi mette a disposizione. Ve ne riporterò soltanto una parte, riservando altri frammenti per le prossime puntate dedicate al nostro poVeta. E cominciamo dai motivi ricorrenti, che D’Avenia da poVeta proVetto utilizza con stucchevole ripetitività. Fra questi c’è il contrasto fra luce e oscurità. Una di quelle contrapposizione topiche elementari che vi insegnerebbero pure alle scuole di scrittura per corrispondenza, o ai corsi Hold’em, ma che il nostro poVeta declina allo sfinimento, mettendoci dentro anche la variante del contrasto fra luce e lutto. E allora beccatevi questo pastone di luce e tenebre, e soffritene pure voi:

Le cose investite da troppa luce proiettano altrettanta ombra, ogni luce ha il suo lutto (…) (p. 9)

Permette a luce, vento e sale di modellargli la carne e i pensieri. Luce, vento, sale facciano di lui quello che vogliono, come da millenni trasformano persino la pietra infeconda degli scogli. Dio gli ha messo in petto il cuore, ma si è dimenticato la corazza. Lo fa con ogni ragazzo e per questo per ogni ragazzo Dio è crudele. (pp. 9-10)

Vento e luce al mattino frustano le strade di Brancaccio, quartiere fatto di case simili alle squame di un pesce in una città che sussulta al sole sempre più lentamente, mentre muore, spasimando acqua e vita. (p. 21)

Natura e potere. Sacro e profano. Pagano e cristiano. Luce e lutto (p. 42)

Dio è creatore e architetto del mondo e l’uomo è chiamato a fare altrettanto. Distinguere tenebre e luce e ordinare il caos. (p. 87)

Dall’alto, Palermo mi sembrava così bella, così piena di luce. Invece il suo ventre è ombra e lutto. (p. 108)

Il sole scema e cessa di schiaffeggiare le case. Sabbia. Polvere. Pietra, Poi, poco a poco, altri colori prevalgono. Vernice, vetro, vento. Dalla tenebra usciamo alla luce, passando per ogni gradazione dell’opaco. (p. 108)

La luce si oscura e viene sostituita dalla rabbia di chi distrugge e non sa il perché (…) (p. 117)

È una sorta di anestesia e non fa sentire la vita e la luce. (p. 118)

Quel mare così grande a pochi passi dall’angustia di una casa piccola e affollata le rende il passaggio ogni volta più doloroso. Troppo mare fa male. Non alla pelle, al cuore. Troppo futuro viene da lì, dall’orizzonte, e ti rimane col fiato sul collo, mentre tu cerchi di limitarlo a quelle vie e alle corrispondenti possibilità. Come si fa ad amare il mare se ti mette in petto tanti desideri? Come si fa ad amare quella luce se poi, girato l’angolo, devi rinunciarci? (p. 133)

Le ombre sembrano fuggite, esiliate dalla ferocia del sole nelle case, dove le persone le nascondono e custodiscono. (p. 153)

 

L’apoteosi viene toccata nel frammento di pagina 236, in cui il poVeta parte per la tangente e viene colpito da incontinenza verbale. Qui la luce viene menzionata due volte, ma c’è anche molto altro. Un delirio da eucaristia lisergica, modello Hair, che fa perdere al lettore l’ultima speranza d’intelligibilità di quelle pagine.

Quante clessidre servono per svuotare una spiaggia? Quanto tempo ci vuole perché una gemma diventi mela? Esiste un tempo medio o ognuna è un evento unico? A che velocità va la luce quando al mattino infuoca il mare? La distanza che permette la combustione tra due sguardi è precisa o casuale? Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio? Che peso ha un segreto? Che rapporto intercorre tra la felicità e la lunghezza di un sorriso? Come si calcola il volume del cuore?

 

Non saprei da dove cominciare per commentare, sono annichilito. Mi limito a rimarcare la totale incomprensibilità di quel passaggio che dice: “Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio?”. Ma che minchia vuol dire “l’assenza di luce o la sua pienezza al rovescio”? Qui siamo ai livelli geroglifici di Nicola Lagioia. E purtroppo il nostro poVeta persevera, nessuno lo ferma:

Ci vogliono occhi allenati per vedere le bancarelle del mercato, guardarle senza cercare il folklore, guardarle cercando il dolore. (p. 266)

Una rima che ricorda il peggior Faletti, quello di Pochi inutili nascondigli.

Giorgio Faletti

Giorgio Faletti

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Alle pagine 123-4, all’inizio dell’imbarazzante racconto L’ultimo venerdì della signora Kliemann, l’uomo che volle farsi Vito Catozzo scriveva:

Il paese ha il tempo spezzato in due parti.

Tutta l’isola, d’altronde, vive da sempre questa frattura estate-inverno, una specie di effimero tessuto double-face da rivoltare e indossare come un indumento adatto al mimetismo della stagione. (…)

Persone per strada in misura inversamente proporzionale alla pioggia. (…)

I traghetti in questa stagione sono navi battenti una bandiera senza gloria. (…)

Maggio è l’inizio di tutto.

Maggio è l’inizio del lutto

Sembrano figlioccio e padrino, il poVeta e il poVito. La luce e il lutto, con maggio che è l’inizio di tutto. E se ancora non v’è scappato il rutto, guardate un po’ cosa il poVeta scrive a proposito del mese di settembre (pagina 259):

Settembre, epitaffio dell’estate, si infila dappertutto, anche nei posti più refrattari. L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come un osso scorticato sulla spiaggia.

 

Ve lo dicevo che D’Avenia nel Pessimario ci sta a pieno diritto. E chi ne volesse una prova se la vede servita da quest’assonanza con Faletti, che del mio Pessimario Letterario è il Padre Fondatore. La luce e il lutto, con maggio ch’è l’inizio di tutto mentre settembre è l’epitaffio dell’estate. Sembrano due stornellatori da Sagra del Castagnaccio, botta e risposta con ricarico e avanti così.  Fra l’altro, il poVeta è fissato con questa storiella adolescenziale sul mese di settembre che è un momento luttuoso dell’anno. L’aveva già schiaffato all’inizio di Cose che nessuno sa (p. 17)

Margherita e Andrea erano rientrati a casa da poco. L’inizio della scuola incombeva e quella luminosa domenica di settembre sembrava non volersi rassegnare al fatto che le vacanze erano a ventiquattro ore dalla fine.

E peccato che, in piena trance da poVesia, D’Avenia scivoli in materia di buon uso della lingua. Perché quel frammento in cui si parla dell’osso in spiaggia contiene tre bei punti neri da adolescente mocciano.

Si comincia dall’imperfetta costruzione del periodo. Che come ogni periodo dovrebbe essere un meccanismo accuratamente congegnato, in modo tale da non lasciar dubbi quanto al significato. E invece D’Avenia cosa fa? Dice che la cattedrale “brilla come un osso scorticato sulla spiaggia”. E qui pare abbastanza chiaro come l’azione che avviene sulla spiaggia, e che il poVeta intende rimarcare, sia quella del “brillare dell’osso”: il concetto sarebbe dunque quello dell’osso che brilla sulla spiaggia. Purtroppo, e con somma maldestrezza, D’Avenia piazza lì anche l’aggettivo scorticato. E questo genera l’equivoco, perché si potrebbe individuare il centro d’attenzione della frase sia sul fatto che l’osso venga “scorticato sulla spiaggia”. Ciò che invece non ha nessuna importanza, e tuttavia l’equivoco di senso sussiste per via di una sciatta costruzione del periodo. Come avrebbero insegnato anche in una scuola di scrittura per corrispondenza, l’equivoco sarebbe stato eluso se la frase fosse stata formulata così: “L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come sulla spiaggia un osso scorticato”. In questa formulazione non c’è alcun equivoco sul fatto che l’azione cui l’osso è soggetto in spiaggia è quella di brillare, non il fatto che venga scorticato.

Mi si dirà che individuare un difetto del testo come quello di sopra sia pedanteria. E può darsi lo sia davvero, e che in fondo gli standard di lettura media siano ben a di sotto della capacità di cogliere queste sottigliezze. Ergo, questa imperfezione nel testo del poVeta sarebbe veniale. E però molto meno veniale è parlare di un osso scorticato. Ma da quando in qua un osso viene scorticato? Tuttalpiù viene spolpato, cioè ripulito di tutta la carne che gli si accumula intorno. È quest’ultima che viene scorticata, non certo l’osso. Il problema è che quando parla di carne il poVeta spara minchiate sesquipedali, come quella piazzata a pagina 18:

Il ragazzo lo ignora più degli altri. Ha poca carne intorno ai sogni.

 

E se il poVeta pretende di mettere la carne intorno ai sogni, figurarsi se poi non s’incasina i neuroni vedendo ossa scorticate.

E poi c’è il terzo dettaglio: l’osso che, scorticato sulla spiaggia, brilla. Ma quando mai? Ipotizzate un osso di pollo che, dopo essere stato accuratamente spolpato e non scorticato, venga abbandonato sulla sabbia. Purtroppo succede di frequente. Fa parte dell’ordinaria inciviltà, specie nelle spiagge libere del Meridione. Ebbene, potete star certi che quell’osso abbandonato sulla spiaggia non brillerà nemmeno per un attimo. Perché nel momento stesso in cui toccherà la sabbia rimarrà impanato. E quando poi verrà ripulito, avrà già assunto una tonalità opaca che in nessun modo gli permetterà d’essere una superficie riflettente.

Dunque, perso nell’inseguimento della poVesia il nostro poVeta commette errori d’italiano nei quali un discreto furiere contabile non incapperebbe. E nelle prossime puntate di questa stroncatura ciò verrà ulteriormente dimostrato, nonché accompagnato da ulteriori sprazzi di poVesia. Ma per questa volta vado a chiudere con un altro tema caro a D’Avenia: i denti. Il modo in cui il poVeta li tira in ballo è quantomeno bizzarro. Un passaggio penoso è quello di pagina 279:

Entro in scena con una barba finta che mi fa sudare anche i denti.

Questa dei denti sudati è persino peggio del milione di Bastoncini Findus che si sciolgono. Ma non è tutto. A pagina 22 c’è una descrizione dei due killer che uccideranno don Pino Puglisi (p. 22):

[Il Cacciatore] Cammina a testa alta e lo sguardo non deflette mai dalla traiettoria: fissare è segno di forza, senza deflettere. Ha tre decadi ed è già rispettato, come un padre dai figli.. (…) Insieme a lui c’è Nuccio. Di anni ne avrà una ventina, il naso lungo come un becco, le labbra sottili, la notte appena trascorsa ancora incastrata fra i denti come la sigaretta sempre accesa.

Ora, lasciando perdere quell’orrendo “ha tre decadi” in luogo di “ha trent’anni”, ciò che fa sembrare uno sfigato quell’altro perché di anni ne ha semplicemente “una ventina”; ma come la mettiamo con “la notte incastrata fra i denti”? Si tratta di interrogativi gravosi, che diventano ancora più spiazzanti quando si va a leggere il frammento piazzato alle pagine 184-5. Il protagonista è ancora Nuccio, quello della notte incastrata fra i denti:

A Nuccio fremono le narici e la bocca si storce attorno ai denti troppo affollati.

 

Forse la sera prima Nuccio aveva mangiato cicoria, e poi era filato a letto senza darsi una passata di spazzolino.

(1. Continua)

(E come al solito, per consolarvi dopo tanta bruttura letteraria, vi regalo della buona musica per risollevarvi l’umore.)

Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 2 Vi presento Joe Maya

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini

Chiara Gamberale cura gli attrezzi di lavoro

Chiara Gamberale cura gli attrezzi di lavoro

(La prima puntata è leggibile qui)

Parola d’ordine: ricicciare. Un termine che per i non toscani è incomprensibile e dunque va spiegato. Esso sta per riutilizzare rimaneggiando, rimescolare cose esistenti per far venire fuori una cosa non esistente, riciclare ma facendo come se si stesse innovando. Dunque “fare ciccia”, cioè sostanza, ma con cose non fabbricate ex novo. A suo modo è un’arte, e bisogna saperla esercitare. Chi ci riesce merita comunque un applauso, perché riuscire a far sembrare altro le cose medesime è da fuoriclasse. Per esempio, prendete Leonardo Pieraccioni. E immaginate che un giorno metta sul mercato, spacciandolo per nuovo, un film fatto montando pezzi di tutti i precedenti in una trama coerente. Pensate che qualcuno se ne accorgerebbe? Certamente no.

Leonardo Pieraccioni

Leonardo Pieraccioni

Ecco, questo è un esempio dell’arte di ricicciare. E Pieraccioni vi si è specializzato in modo sopraffino: fa sempre lo stesso film e ve lo vende per diverso. Nell’industria editoriale c’è un corrispettivo di Pieraccioni: Fabio Volo. Ha scritto otto volte lo stesso (desolante) libro, e continua a venderlo come si trattasse di novità a una platea fatta prevalentemente di lettrici incapaci d’accorgersi delle clamorose ripetizioni. Anche lui un fuoriclasse della ricicciata, e non riconoscerlo sarebbe intellettualmente disonesto.

Fabio Volo

Fabio Volo

Vorrebbero esserlo anche i nostri due eroi, Massimo Gramellini e Chiara Gamberale.  In Avrò cura di te, peggior libro 2014, cercano di farlo con discrezione. Ma, ahiloro, non riescono in nessuna delle due cose: sia nel riciccio che nella discrezione.

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E ciò vale innanzitutto per Chiara Gamberale, che a ogni libro in più sottoposto a analisi mostra un’impressionante pochezza di argomenti e espressioni. Nei mesi scorsi mi sono dedicato a lei, scrivendo tre articoli per Satisfiction (leggibili qui, qui, e qui) dedicati a quelli che al momento erano i suoi due ultimi libri: Quattro etti d’amore, grazie (QEAG) e Per dieci minuti PDM). Nel frattempo sono giunti in libreria il libro di cui qui si fa analisi, e la nuova edizione di Arrivano i pagliacci, con tanto di prefazione vergata dallo scrittore italiano più noioso del nostro tempo: Paolo Di Paolo. E purtroppo mi toccherà leggerli tutti, pure quelli non menzionati, in vista del prossimo Importo della Ferita.

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Non è una bella prospettiva, ma pazienza. Rimanendo alle cose lette, si nota il ricicciamento gamberalesco sia quanto a temi che a trovate retoriche. Ci sono sempre una protagonista in crisi sentimentale e un marito emotivamente immaturo e sentimentalmente insensibile. C’è la figura della mamma che in età matura e dopo il divorzio gioca a fare la fricchettona e s’innamora di uomini più giovani di lei. La si trova in QAEG come in Avrò cura di te. Chissà come mai, invece, le figure dei padri non vengono tratteggiate in modo negativo. Ma questo è ancora nulla. Il problema è il ripetersi stucchevole di riferimenti e motivi. Se ne trova quanti se ne vuole, e il problema è non abbondare con le citazioni ché altrimenti si scrive un’enciclopedia.

Partiamo dalla questione di distinguere fra la dimensione del qui e la dimensione del lì. A  pagina 81 di QAEG si legge:

In realtà, ero semplicemente una ragazzina disturbata, a un passo dalla diagnosi clinica di psicosi da cleptomania, che, innamorata pazza del suo professore, l’avrebbe seguito ovunque, purché la portasse lontano da se stessa, con la speranza, segreta e non del tutto consapevole, che la distanza si rivelasse l’unico mezzo per arrivare al centro di quella se stessa, dove poter disinnescare il bisogno dei portafogli degli altri, dei loro scarti, degli scalpi dei cuori di ogni uomo che incontrava, dove poter disinnescare la colpa, la tentazione di fuggire da ogni qui, l’incondizionata fiducia nel lì.

Bella roba, eh? Simile a quella che nel peggior libro dell’anno 2014 si trova a pagina 21:

 

Ma che ci fa lui, con i miei libri, se ormai ha deciso e se ne sta, per sempre lontanissimo, in quel lì che un tempo era il nostro qui?

 

Ricorre anche la misteriosa passione per una data: il 29 febbraio. Un giorno intorno al quale imbastire stracche considerazioni esistenziali come quelle che si trovano a pagina 38 di Avrò cura di te:

Leonardo mi ha chiesto di sposarlo il 29 febbraio di cinque anni fa.

Adesso è quasi mezzanotte e fra pochissimo questo ventotto febbraio scivolerà nel primo marzo che lo sta aspettando. Chissà dove va a finire, il ventinove, quando non tocca a lui.

 

A pagina 44 di QAEG una delle due protagoniste femminili ricorda il primo convegno amoroso con l’uomo che sarebbe diventato suo marito. Indovinate un po’ in che data avviene il tutto? Ma il 29 febbraio, che discorsi! Il giorno viene citato con una parafrasi mortalmente allusiva:

Ma nessuno era come me, nessuno era come noi, quel giorno a cui l’anno di solito rinuncia per un primo marzo, in quel parco per cui la città rinunciava per un garage.

 

Il giorno a cui l’anno rinuncia per un primo marzo, cioè quello che non si sa dove va a finire quando tocca a lui mentre il ventotto febbraio scivola nel primo marzo. Vale la pena investire quote del vostro tempo e del vostro denaro per leggere siffatte amenità, vero? E poi addirittura rileggerle, se proprio non potete farne a meno.

C’è poi il tema degli occhi, un classico della letteratura rosa. Esso viene declinato da Chiara Gamberale attraverso le più ardite similitudini. A pagina 132 di Avrò cura di te Gioconda fa riferimento al marito Leonardo (sì, proprio così) usando la seguente frase:

 

Lui mi guardava, zitto, con quegli occhi da sanbernardo ferito (…).

 

La passione per gli “occhi da sanbernardo” era già balenata a pagina 88 di QAEG:

 

“(…) quegli occhi da sanbernardo abbandonato”.

 

E a questo punto ci sarebbe da chiedersi se nei libri di Chiara Gamberale sarà mai possibile vedere un Sanbernardo felice, o quantomeno lasciato in pace dalla sfiga.

"Ho appena incrociato Chiara Gamberale"

“Ho appena incrociato Chiara Gamberale”

Comunque sia, nei due libri gamberalici sui quali ho condotto l’analisi per Satisfiction si trova un’ampia varietà sul tema “Cinquanta sfumature di occhio”. Ecco una veloce rassegna.

 

“(…) quegli occhi liquidi un giorno grigi un giorno acquamarina” (QEAG, p. 36)

 

“Aveva gli occhi marrone triste” (p. 42)

 

“L’occhio di bue pazzo dell’impossibile attenzione di Riccardo per un attimo si ferma lì” (QEAG, p. 47)

 

“(…) mi fa ficcato negli occhi gli occhi sporchi di sonno” (QEAG, p. 48)

 

“(…) gli occhi all’insù, da gattina vanitosa” (QEAG, p. 49)

“Dalla poltroncina davanti a noi si gira un signore, forse infastidito. Ha due occhi di un azzurro incredibile, sembrano pescare proprio nel fondo dell’azzurità, per restituirla così com’è” (QEAG, p. 93)

 

“Con quello sguardo umido, bovino” (QEAG, p. 198)

Gli occhi bovini (QEAG, p. 210)

 

Gli occhi liquidi della vecchina frugavano nei miei, da dietro le lenti spesse. (PDM, p. 68)

 

 

Ma il motivo che davvero Chiara Gamberale ripete allo sfinimento è quello della casa condivisa col partner, che nel momento in cui il rapporto di coppia s’incrina diventa il principale elemento di crisi d’identità. Su questo motivo sono presenti due passaggi nel peggior libro del 2014:

 

Kiki stasera è qui, e a me sembra già un po’ più mia questa casa che mia dovrei cominciare a considerare. (p. 39)

Mi ha preso per mano e abbiamo camminato, in silenzio, fino a casa. Casa sua, casa nostra. (p. 180)

 

Un tema abusato nei due libri da me analizzati, e chissà in quanti altri. Ecco una lista di esempi, col primo che rientra perfettamente nel filone “psico-falegnameria” di cui si disse nel precedente post:

Salgo al piano di sopra, mi chiudo a chiave in camera nostra. Cioè da quasi un anno mia. Però comunque nostra. Comunque nel senso che non l’ho mai sentita nostra, anche quando ci capitava di dormire insieme. O forse è da sempre e solo sua, di Riccardo: che non sa di esserci e nemmeno di non esserci, e che dunque, quando non c’è, quando non occupa realmente uno spazio, c’è più di quando lo occupa. (QAEG, p. 40)

 

Letto un periodo del genere, penso che allo stesso modo in cui esistono preti che si spretano esisterebbero psicanalisti che si spsicanalistano, pronti a farsi pizzaioli o tassisti, se mai dovessero trovarsi sul lettino una paziente che si mettesse a snocciolare un ragionamento del genere.  A ogni modo, vado a chiudere la lista sul tema della casa-mia-o-forse-non-mia riportando gli altri estratti:

Comunque stavolta se l’è presa con la porta della nostra camera da letto. Cioè, la mia: quanto sarà che non dormiamo insieme? Non che sia stata mai la più cara delle nostre abitudini dormire insieme, anzi, all’inizio ne facevamo quasi un vanto: è un modo per difenderci dal due, dicevamo, dall’orrendo, viscido, insidioso, impossibile due, è un modo per preservare l’uno più uno (…) (QAEG, p. 26)

 

Non avevo mai pensato che potesse esistere e resistere un posto così, nel mondo.

In questo quartiere, poi. A tre isolati da casa nostra. Mia. (PDM, p. 67)

 

A tre isolati da casa nostra. Mia. (PDM, p. 69)

 

(…) a pochi passi da casa nostra. Da casa mia, insomma. (PDM, p. 91)

 

 

Ribadisco: ricicciare è un’arte che bisogna essere capaci d’esercitare. Altrimenti il solo effetto è quello di produrre la solita minestra.

Detto del ricicciar gamberalesco, va specificato che c’è anche un ricicciar gramellinico. Un po’ meno grossolano del precedente, e persino con qualche pretesa d’alto livello. Ma niente che possa meritare l’etichetta dell’Ars Ricicciatoria. Certo non la ripubblicazione del meglio (?) della rubrica Buongiorno, vergata quotidianamente per prima pagina de La Stampa e da cui è stato prodotto il volume La magia di un buongiorno a cui nei mesi scorsi ho dedicato attenzione. Ma nemmeno i frammenti che in Avrò cura di te provano a essere Ars Ricicciatoria riescono nell’intento. Per esempio, prendete il frammento di pagina 117  in cui Filemone, alias l’Angelo de li mortacci sua (ADLMS) scrive:

Durante la mia ultima avventura terrena, una donna mi sottopose una questione delicata. Suo marito si era arreso al disagio che gli procurava la condizione di omosessuale represso, lasciandosi cadere da un ponte. La coppia aveva un figlio che ignorava le inclinazioni del padre e le modalità della sua fine. Ma il ragazzo stava per compiere diciotto anni e la madre riteneva che fosse giunto il momento di fargli incontrare la verità.

Le suggerii che sarebbe stato più saggio cominciare a rivelargliene soltanto una parte e mi incaricai personalmente della missione. (…)

 

Mi sbaglierò, ma questo frammento mi sa tanto di Cuori allo specchio, la rubrica tenuta per il magazine Specchio e da cui (manco a dirlo) è stata tratta un’antologia. Ma è in un altro passaggio che il ricicciar gramellinico fallisce miseramente l’obiettivo.  Si tratta di quello alle pagine 59-60 in cui l’ADLMS si mette a filosofare sull’attitudine di noi umani a voltarci indietro per guardare alle cose che ci danno sofferenza nell’oggi. E lì s’inventa una definizione da Museo del Trash:

 

Cerca di sdrammatizzare l’accaduto perché vorrei farti sollevare lo sguardo dalle apparenze. La vita è un ritorno a casa e certi amore che sembrano crepacci diventano ponti  per attraversare il vuoto e avvicinarsi al traguardo. Non voltarti indietro a giudicarli. Il torcicollo emotivo è una malattia dei vecchi. E vecchi si può non esserlo a novant’anni oppure diventarlo già a trentasei, se si perde la voglia di coniugare i verbi al futuro.

 

Penso che il torcicollo emotivo faccia il paio col pensiero a forma di airbag di cui parla la socia Chiara, citato nella precedente puntata. Ma non è questo il punto. Piuttosto, si tratta di capire da dove scaturisca siffatta trovata. Una rapida ricerca sul web offre la risposta, contenuta nella puntata di Buongiorno pubblicata il 24 dicembre 2011.

Il mio amico Joe Maya, esperto in profezie terrorizzanti, si è licenziato ieri da Wall Street per aprire un’agenzia di sopravvivenza, «Occupy Yourself». Occupa te stesso. A volte è più difficile che occupare una piazza. Mi ha mandato l’opuscolo pubblicitario.
«Caro compagno d’avventura, sono orgoglioso di anticiparti che il 2012 ti romperà le scatole. Non potrai più fare quello che hai sempre fatto. Se vorrai sopravvivere, sarai costretto a cambiare. Ho preparato una griglia di incroci che la vita ti getterà fra i piedi nei prossimi mesi. Gli incroci non li hai decisi tu, e questo si chiama destino. Ma quale strada prendere a ogni svolta dipende solo da te. E questa si chiama libertà. Protesta o subisci. Non credo sia più tempo di scrollare le spalle. Se ti tirano uno schiaffo, passati pure una parola di perdono sulla ferita. Ma non avere paura di urlare il tuo dolore.
Accetta o rifiuta. Il mondo è cambiato. Se non sei un cinese o un indiano, probabilmente in peggio. Per provare a cambiarlo daccapo, prima devi prenderlo com’è. Conosci la favola dei due topolini che un giorno non trovarono la fetta di formaggio al solito posto? Uno solo morì di fame: quello che restò ad aspettarla. Scappa o rimani. Puoi cercare altrove (ti suggerisco l’Australia per il clima e il Brasile per la compagnia) oppure cercarti dentro di te. A volte le scoperte più importanti si trovano a chilometro zero. Però ogni tanto alza le chiappe dal computer e azzarda una passeggiata fra gli umani. I sentimenti sono fatti di odori che neppure Jobs era riuscito a mettere in scatola. Delega o agisci. I politici non ti odiano e non ti vogliono bene: semplicemente se ne infischiano di te. Puoi provare a cambiarli, ma ricorda che non c’è limite al peggio, come disse un mio amico prima di conoscere Scilipoti. Oppure puoi provare a ricambiarli. Infischiandotene di loro. La nuova politica è il progetto che farai tu, associandoti con i tuoi simili per un obiettivo comune.
Diffida o credi. Puoi credere che tutto sia un complotto contro di te. Oppure credere in te. (Berlusconi riesce a fare entrambe le cose, ma è un caso unico). La prima strada è più sicura: troverai sempre qualcuno disposto a fornirti le prove della congiura. La seconda è piena di spifferi. Una via per eletti. Ti piacerebbe essere eletto, per una volta? Arretra o evolvi. Arretrare ha i suoi vantaggi, specie se ti trovi a un passo dal baratro. Evolvere ha il suo fascino: la perdita delle sicurezze può farti vincere un rischio, oltre il quale ci sei tu in un modo che adesso non puoi neanche immaginare. Scegli: avanti o indietro. Basta che ti muovi.
Rimpiangi o ricostruisci. Il torcicollo emotivo ha un effetto calmante sui pessimisti. Altri preferiscono guardare oltre le macerie. Il trucco è ripartire da un sogno piccolo. Aiuta a combattere la sensazione di non contare nulla e di non poter cambiare mai nulla, neanche se stessi». Sui deliri di Joe Maya non mi pronuncio. Ma l’ultima frase la sottoscrivo: non sono gli schiaffi a svegliarci, ma i sogni. E poiché il prossimo anno di schiaffi ne arriveranno parecchi, auguro a tutti un risveglio pieno di sogni. 

Emotivo?

Emotivo?

Eccolo qui il torcicollo emotivo. La cui paternità viene attribuita a tal Joe Maya. Che in realtà non esiste, come una seconda ricerca via web dimostra. È un’invenzione dello stesso Gramellini, che gioca con le parole sulla Profezia dei Maya il cui verificarsi era allora pronosticato per meno di un anno dopo. Ma non è un simpaticone quest’uomo? Arguto e spiritoso quasi quanto Beppe Severgnini. A ogni modo, Gramellini s’innamora di questa storia del torcicollo emotivo, e la ribadisce nel corso di un’intervista rilasciata a un sito web. Nel cui testo si può leggere il seguente frammento:

Quindi non bisogna mai voltarsi indierto? [il refuso è nel testo, ndr]

«Io non sopporto la nostalgia, la chiamo ‘torcicollo emotivo’. Non dobbiamo avere rimpianti e penso che la rapidità sia ‘il valore di oggi’. Ma bisogna andare oltre, non dobbiamo sottometterci ed essere ancora più rapidi, bisogna cambiare modo di pensare. Siamo ad un passaggio dell’umanità che non ha precedenti nella storia. Oggi la vita è ricca di stimoli come mai in precedenza. Era meglio prima? No, non era meglio né peggio, era quel tempo, e adesso noi viviamo il nostro tempo!».

Credevate di avere a che fare soltanto con un giornalista. E invece vi ritrovate un vero Maestro di Vita. Peccato che non abbia talento per l’Ars Ricicciatoria. E, per quanto mi riguarda, come Maestro di Vita io preferisca mille volte il mio concittadino giurgintàno Giovanni Bivona. Altra classe.

(Anche stavolta, per risarcirvi delle brutture che vi sono state inflitte, vi regalo un brano musicale che vi ritonifichi)

Massimo Bisotti e la deriva della donna italiana media – 3 La Critica della Ragion Purga

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

 

Le precedenti puntate sono leggibili qui e qui.

 

“Ma a che punto sei con Massimo Bisotti?”. Nei giorni che sono trascorsi dalla pubblicazione dell’ultimo post sull’idolo delle Desperate Webwives mi sono sentito rivolgere quest’interrogativo. E ogni volta ho risposto che proprio non lo so. Non se nemmeno se possa esserci un punto, nella lettura degli scritti di Massimo Bisotti. Qualcuno fra voi sarebbe capace di individuare delle coordinate dentro un buco nero? Impossibile, perché la sola cosa che vi possa capitare entrando in contatto con un buco nero è venirne inghiottiti e nullificati. Proprio quello che temo mi stia succedendo leggendo i manufatti cartacei di Massimo Bisotti, il Pink Bloc capace di nullificarvi con un solo aforisma. Qualcosa di molto simile allo sguardo di Medusa, che al solo incrociarlo vi trasforma in pietra; così è per le supposte di saggezza dispensate da Bisotti, che al solo leggerne una provate immediato il senso della smaterializzazione. Come se la vostra dimensione fisica venisse attaccata dal virus dell’evanescenza.

È con sincera preoccupazione per la mia sorte che vivo queste righe. Perché se tanto mi dà tanto, e se basta una suppostina di Bisotti (una Bisupposta) per far scattare il processo di nullificazione, allora è molto probabile che io sia già svanito. Forse non esisto più, e quello che state leggendo è soltanto un file autogenerato dal mio pc afflitto da inconsolabile vedovanza. Magari vergo queste righe da un limbo d’esistenza illusoria. Sono già trapassato o pre-trapassato ma non mi rassegno. O forse è che il processo di nullificazione non è così immediato, e che dunque non subito si passi all’immaterialità. Probabile che bisogni attraversare gradi diversi della dematerializzazione, dall’hard al soft, affinché il passaggio non sia traumatico. Sicché mentre vergo queste righe potrei essere allo stato liquido, come direbbe il Fabio Volo delle scienze sociali Zygmunt Bauman.

Zygmunt Bauman

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E in attesa di passare allo stato gassoso e poi dissolvermi, definitivamente bisottizzato come fosse essere terminato alla Schwarzenegger, alimento questo barlume di vita intellettuale ch’è illusione d’esistenza. Lo confesso: sono atterrito dall’ipotesi d’essere come Bruce Willis in Il sesto senso, o Nicole Kidman e figlioli in The Others. Già trapassato, ma illuso d’esser vivo e terrorizzato da vivi che scambio per fantasmi.

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Ok, lo so, ogni volta che c’è da parlare di Bisotti la prendo un po’ troppo alla lontana. Ma vi giuro che è solo autodifesa, non lo faccio certo per eludere il discorso. La missione che mi sono intestato è impossibile. Provateci voi a prendere le misure al Nulla, a mapparlo, a persino a disegnare lì dentro dei tracciati. Dopo cinque minuti comincerete anche voi a prenderla alla lontana. E ve le inventereste tutte pur di non dare una risposta precisa. Ci tenete proprio a averne una? Bene, ve la do ricorrendo a un’immagine. Ipotizzate che io sia su una duna qualsiasi in pieno Sahara. E che arrivato lassù pianti un picchetto. Vedendo dov’è, sapreste dirmelo voi in quale cazzo di punto del Sahara io mi trovo?

Ecco, magari adesso avete un po’ più chiari sia i termini della questione che la rozzezza della domanda. Quando si viaggia attraverso i manufatti cartacei di Bisotti non si può essere “a un dato punto”. Non ci sono punti, ma soltanto delle immensità da scandagliare. Per esempio, un’abissale assenza di talento per la scrittura. O una galattica distesa d’insensatezze. O un’eterna negazione della correttezza linguistica formale. Non si finisce mai di apprenderlo e riapprenderlo. Per intenderci: da oltre un mese sto leggendo il primo dei tre manufatti stampati bisottiani, La luna blu. Il percorso inverso dei sogni.

 

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E non so nemmeno quando lo completerò, figurarsi immaginare quando inizierò i due successivi e terminerò di leggerli. Al momento sono a pagina 129 di 188, e nemmeno questa informazione vi può dire qualcosa. Perché se si ragionasse su un libro qualsiasi, si potrebbe dire: “Bene, sarai anche lento come Davide Checco Faraone quando prova a mettere in fila due parole in italiano, ma almeno hai la certezza d’essere a cinquantanove pagine dalla fine”. Nossignori! Il problema non sono le cinquantanove pagine alla fine, ma le centoventinove lette in modo mai definitivo. Perché questo è il punto. Ogni frammento di Bisotti presenta alla rilettura dei vuoti che alla prima lettura non erano stati colti. Laddove ne avevi scovati due o tre, poi ne ritrovi almeno un altro paio. E se azzardi la terza lettura del frammento ne individui ancora uno o due, e così via. È come tenere i fermenti lattici in frigo. Il contenitore è sempre quello, e in parte li avete già consumati, ma niente: ce n’è sempre di  più e non smettono mai di fermentare. E dunque, come potete pretendere da me che vi parli con precisione dei manufatti cartacei bisottiani? Posso limitarmi a farlo come viene, isolando volta per volta degli elementi e sapendo che su quegli stessi elementi avrei necessità di tornare dopo aver letto le cose non lette e riletto quelle già lette. Sempre che in questo momento mi stiate leggendo, s’intende, e nella speranza che io non sia trapassato.

Dopo una così lunga premessa, vengo a illustrare la chiave di lettura che oggi ho scelto per l’analisi dei manufatti cartacei bisottiani. Essa ha a che fare con la logica di quegli scritti. Che è il vero Mistero fra i tanti misteri della scrittura bisottiana. Nel senso che non la si trova manco per sbaglio. E che più la si cerca, più si scopre quanto essa sia incompatibile con la scrittura bisottiana. Perché Bisotti lascia scorrere le parole come vengono, e nel momento in cui vengono. In questo esatto momento è colla, ma un istante fa era culo e fra un istante sarebbe stato callo. La differenza è data dal momento, non dall’appropriatezza semantica o dal corretto combinarsi dei concetti cui le parole danno costrutto. Sicché fare un’analisi razionale dei testi bisottiani significa avventurarsi in una Critica della Ragion Purga. E vi diffido immediatamente dall’interpretare la cosa in modo volgare, perché l’accezione che io do all’atto di purgare è fedele all’etimologia. Quest’ultima dice che purgare viene dalla fusione del termine latino purus, cioè “puro”, e della desinenza –igare, che indica frequenza di atti. Questo fa Bisotti: riempie il mondo di purezze, con lodevole assiduità. E rispetto a ciò cosa volete che siano mai l’appropriatezza delle parole usate e la coerenza dei periodi costruiti? Dettagli per fissati, roba da cinici controcuore che non pensano d’aver bisogno d’una sana purga. Purtroppo io rispondo a quest’ultimo profilo, né mi rassegno alla purificazione. Forse per questo sto andando in evanescenza, ma finché manterrò un barlume di presenza intellettuale non smetterò di portare avanti questa Critica della Ragion Purga. Passando allo scanner periodi come quello che si trova a pagina 13 di La luna blu:

 

Tuttavia, sapeva della passione quasi viscerale di Meli per la fotografia, tanto da darle i nervi a volte.

 

Ora, a parte che non si capisce chi fra Meli o “colei che sa della passione” diventi nervosa davanti a questo dettaglio, resta l’improprio modo di riportare il modo di dire. Si dà “sui nervi”, o “ai nervi”. Non so se invece “dare i nervi” sia una cosa simile a donare il sangue o il midollo osseo. O più probabilmente è una di quelle situazioni da banco del trippaio. “Signora, oggi ho un’insalata di nervetti che modestamente la concorrenza mi fa una trippa. Gradisce?”. “No Tanino, lo sai che per il mio lignaggio m’impone di mangiare soltanto stigghiòla, o al massimo pani c’a meusa con ricotta e tumàzzu grattàtu”.

 

Un piatto di stigghiòla

Un piatto di stigghiòla

 

Pani c'a meusa con "tumazzo grattato"

Pani c’a meusa con “tumazzo grattato”

 

Sono pedante? Probabile. È che non mi adeguo, come fanno le schiere di bisottine che sono tutte quante di bocca buona.

Massimo Bisotti con una delle sue fan più affascinanti

Massimo Bisotti con una delle sue fan più affascinanti

 

Sono un po’ più esigente, pretendo ancora di fare la Critica della Ragion Purga. Perciò noto le illogicità del testo. E l’uso a dog’s cock di parole del cui significato evidentemente l’autore non si cura. A pagina 72 Demian, il personaggio di uno scrittore che ha la peculiarità di scrivere peggio del suo inventore, parla del modo in cui cerca di neutralizzare “i suoi dolori”. Che messi al plurale anziché al singolare sembrano i reumatismi, ma vabbe’:

 

Chiudevo scatole bucate sotto, loro come un druido diabolico, una specie di fumo ipnotizzante, uscivano e indisturbati nuotavano nell’aria.

 

Ma Bisotti ha idea di cosa sia un druido? Lo scambia mica per il Genio della Lampada? O forse, vista l’assonanza, voleva scrivere fluido? In quest’ultimo caso, e tenendo conto della giusta estemporaneità delle parole, anche lurido avrebbe avuto un suo senso.

 

Ma il problema non è soltanto di appropriatezza delle parole. C’è anche quello dei frammenti che, messi uno dopo l’altro, si contraddicono. Per esempio, quelli che si trovano a pagina 8:

 

Noi cambiamo e tutto resta uguale, persino il tempo, mentre scorre senza farci scorrere davvero.

Resta uguale perché noi siamo uguali, negli stessi meccanismi che usiamo per difenderci dall’esperienza.

 

Magari le bisottine non lo notano, perché loro andrebbero in sollucchero anche sentendosi rivolgere formule sconosciute tipo Ifix Chen-Chen.

Quando non esistevano le bisottine ma i fotoromanzi sì...

Quando non esistevano le bisottine ma i fotoromanzi sì…

Gabriel Pontello e la sua formula magica

Gabriel Pontello e la sua formula magica

 

 

Mai controcuore

Mai controcuore

Io invece riscontro come nel primo capoverso si sostenga che “noi cambiamo mentre tutto resta uguale”, mentre nel secondo si dice che “tutto resta uguale perché noi siamo uguali”. Ma sarà mica bipolare, questo qui? E badate bene che questo non è l’unico esempio. I manufatti cartacei bisottiani sono pieni di periodi che si contraddicono. Per esempio, eccone un altro a pagina 10:

 

Viviamo nell’inferno degli imprevisti. Tentare di dare a tutti i costi un significato a quel che accade può farci sprofondare  all’inferno, ai confini della follia.

 

Dunque, si parte dall’assunto che “viviamo all’inferno”. Ma poi si dice che a secondo di quello che facciamo c’è il rischio di sprofondare all’inferno. Tutto quadra, no?

Il vero problema è intestardirsi, provare a capire. Io lo faccio, e perciò continuo a non fare tesoro della lezione tramandata dalla banda di Amici Miei: che il mondo è dei candidi.

https://it-it.facebook.com/pages/Beato-te-che-un-tu-capisci-una-sega/107251842630405

 

Ma cosa ci posso fare se davanti a certi frammenti bisottiani m’inceppo? Prendete questo a pagina 20:

 

Priva di complementi e oggetti ma con dentro il tuo corpo, il cielo e un giardino di fiori le mie carezze e petali di labbra le mie parole a fermare il tempo, tanto che se il mondo finisse in quell’istante non ce ne accorgeremmo e ogni nuovo istante sarebbe il prolungarsi naturale dei sensi, dalle montagne all’increspatura delle ciglia del vento dischiuse all’infinito.

 

Sì, lo ammetto: ‘un c’ho capito ‘na sega. Ma al contrario delle Desperate Webwives non mi sento beato. Perciò m’interrogo sull’ardita costruzione del periodo, che sembra fatta con scarti di Lego e pezzi di Cera Pongo tenuti insieme con una Big Babol. E allo stesso modo mi chiedo che minchia significhi “il prolungarsi naturale dei sensi dalle montagne all’increspatura delle ciglia del vento dischiuse all’infinito”. Qualcuno ha una spiegazione?

Il fatto è che leggendo i manufatti cartacei di Bisotti si aprono sconosciute frontiere all’analisi del periodo. Che tutti quanti ricordiamo con terrore dai tempi del liceo, ma almeno ci è servita a distinguere in uno scritto le preposizioni principali da quelle subordinate e incidentali. Invece leggendo il Pink Bloc scopriamo che le possibilità si moltiplicano in modo caleidoscopico. Ci sono certamente delle preposizioni principali, ma sono soltanto pre-testi. Perché da lì in poi c’è lo scatenamento totale. E potrete trovare le preposizioni preterintenzionali. Le preposizioni abusive. Le preposizioni a origami. Le preposizioni “passavo di qui per caso e mi sono infilata”. E infine, quelle di maggior pregio, le preposizioni che il compianto professor Franco Scoglio avrebbe definito ad minchiam.

 

Ecco un esempio di quest’ultima categoria fra le pagine 8 (cioè la stessa in cui c’erano i passaggi in cui non ci si decideva se si stesse cambiando o se si fosse sempre uguali) e 9:

 

E comunque voglio un angelo che abbia posato per sempre le sue ali per fare finalmente una colazione normale, spalmandosi la bocca di sostanze naturali. Che sia bianco sporco come il pavimento su cui cadono granelli di presenza, disseminando molecole di energie interne. Un angelo a cui arrossiscano i globuli bianchi davanti a un piccolo cuore imperfetto. Perché stupirsi o farne a meno non è una scelta, è disintossicarsi dalle scorie di paura che involontariamente aggiungiamo alla vita, mandando all’aria i nostri piani di solitudine e le nostre cascate di malinconie.

 

Ora, a parte che l’immagine dell’angelo che fa colazione è una maldestra e non dichiarata citazione dal film Michael interpretato da John Travolta.

 

E a parte la supercazzola sui granelli di presenza che cadono e sulla disseminazione delle molecole di energie interne (!!!). A parte tutto ciò, resta il mistero dell’ultima parte del frammento, quello che parte oltre il punto dopo il “cuore imperfetto”. Si dice che “stupirsi o farne a meno non è una scelta”. Ma “stupirsi o farne a meno” di cosa? Quale sarebbe l’oggetto dello “stupirsi o farne a meno”? Non c’è alcun nesso, alcun riferimento, nelle parti precedenti. Soltanto parole che si arrotolano. Appartengo alla vecchia scuola secondo cui un testo deve essere una costruzione coerente in ogni sua parte, e che ogni parte del testo deve essere coerente col tutto. E ciò passa per l’indispensabile coerenza interna delle singole frasi. Per esempio, se inizio una frase dicendo “C’è un piatto di pasta sul tavolo”, devo continuarla e chiuderla con una formula coerente come “dunque è ora di pranzo”; o anche, dopo una virgola, “evidentemente chi si trovava in casa è scappato di fretta”; o ancora, dopo un punto e virgola, “per fortuna qualcuno si prende cura di me”. Ma non esiste che io scriva un periodo come il seguente: “C’è un piatto di pasta sul tavolo, ma se il calzino è spaiato sarà mica martedì?”. Perché potrebbe anche esserci una logica dietro questa frase, ma tale logica va sviluppata attraverso il testo e costruita utilizzando un congruo numero di periodi. E invece Bisotti compie i suoi atti di purificazione così, all’impronta, come urgenza comanda. E pazienza se le forme non vengono rispettate, e perciò vengono fuori un po’ scquacquere. Quando l’ispirazione scappa, scappa. Sicché non resta che mettersi le mani nei capelli davanti a frammenti come quello di pagina 9:

 

C’è una scala che separa due vite, le posizioni si alternano, non sono mai le stesse. C’è chi sta su e chi sta giù, quel che conta è che sono innumerevoli scalini a unire quei piedi in corsa per arrivare a casa. Oppure c’è la direzione opposta. Non c’è bisogno di aprire la porta per sapere che l’altro sia dentro quando scegli di ritornare a casa davvero.

 

Dopo aver letto una roba del genere, i casi sono due: o insistere con la Critica della Ragion Purga bisottiana; o purgarsi a propria volta reagendo nella modalità indicata qui sotto.

 

 

 

(3. continua)

Fabio Volo e le sinossi del nulla

Non ho ancora letto il nuovo libro di Fabio Volo, ma su esso ho già due certezze: che sarà una schifezza come i precedenti sei; e che la sinossi nella quarta di copertina è l’unico pezzo di vera letteratura contenuto dal volume.

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Su quest’ultimo elemento mi sono espresso in L’importo della ferita e altre storie, segnatamente nel passo di pagina 81:

Riguardandole dopo aver completato la lettura di ciascun libro si rimane ammirati, e quell’ammirazione si condensa in un interrogativo: ma quanto ta­lento ci vuole per riuscire a fare una sinossi del Nulla? Voglio dire: scrivere il nulla può essere anche la cosa più facile del mondo, basta mettersi davanti a una tastiera e lasciar volare i polpastrelli secondo l’istinto. Ma sintetizzare il Nulla! Quella è cosa sublime. E in que­sto senso le sinossi dei libri di Fabio Volo sono un genere a sé, per quanto alla lunga accusino la medesima ripetitività delle pagine che tentano di compendiare. Che poi esse abbiano qualche attinenza col contenuto delle pagine è altra storia. In qualche caso si tratta di libere interpretazioni, o addirittura dell’applicazione di un cliché.

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Così avviene anche nel caso della sinossi del nuovo libro, La strada verso casa. Dalla cui lettura si ricava che la trama è sempre la stessa, in un inesauribile rimescolamento di minestra. Per capire, ve le riporto una dopo l’altra.

La prima è quella di Esco a fare due passi, pubblicato nel 2001:

Cosa succede quando un ragazzo di ventotto anni, irrimediabil­mente vittima della sindrome di Peter Pan, si mette di fronte ai temi importanti della vita, quelli con la T maiuscola? È il caso di Nico, il protagonista di questo libro: un lavoro da deejay radiofonico, un di­screto successo con le donne, Nico vive una vita spensierata e apparen­temente felice. Ma si sente profondamente immaturo, un adolescente intrappolato nel corpo di un uomo e senza alcuna voglia di crescere. Con l’innocenza e la spudoratezza di un bambino, del tutto privo di inibizioni, Fabio Volo ci accompagna in un esilarante viaggio attraver­so l’universo giovanile alle soglie del Terzo Millennio. Seguendo il pro­prio corpo come unica bussola, parla di sesso, canne, musica e amicizia. E riesce a mettere a nudo quella parte di noi che teniamo nascosta, con la polvere, sotto il tappeto.

 

Devo precisare che Esco a fare due passi è il libro peggiore letto in vita mia, ma questo conta poco. Meglio cominciare a fare il confronto con le altre sinossi, partendo da quella di È una vita che ti aspetto, pubblicato nel 2003:

Questo libro parla di Francesco che non era felice e invece poi sì. Finito. Un ragazzo di oggi, un trentenne qualunque, con un lavoro stressante, storie di sesso con ragazze diverse, la paura di restare fuori dal branco, la difficoltà di comunicare con i genitori, il rimpianto e il ricor­do dell’infanzia, il rito delle canne e il mito dell’amicizia, quella vera. Un ragazzo che un giorno si accorge di esistere senza vivere davvero, e decide che così non va. Con una buona dose di coraggio e tanta autoiro­nia affronta la depressione, l’ipocondria, il torpore esistenziale. Come? Chiedetelo a Francesco. E a Ilaria. Perché non vorremmo anticiparvelo, ma in questa storia c’è anche un lieto fine… Fabio Volo esplora con un linguaggio semplice il complesso mondo interiore di tutti e di ognuno. E racconta come nessun altro l’umorismo, le folgorazioni e le malinconie struggenti di un ragazzo normale.

 

Dunque, ancora una volta si parla di un cazzoncello non ancora cresciuto ma ansioso di maturare: “Ma si sente profondamente immaturo, un adolescente intrappolato nel corpo di un uomo e senza alcuna voglia di crescere” (Esco a fare due passi), “Un ragazzo che un giorno si accorge di esistere senza vivere davvero, e decide che così non va”( È una vita che ti aspetto).

Dite che due volte non bastano per fare testo? Bene, allora andiamo avanti col terzo romanzo: si tratta di Un posto nel mondo, pubblicato nel 2005. La sinossi recita:

Michele ha un amico, Federico. Uno di quegli amici coi quali si  divide tutto, l’appartamento, la pizza e la birra, ma anche i sogni e le frustrazioni, le gioie e i dolori, e qualche volta le donne.

Un giorno Federico decide di mollare tutto e partire. Stanco della vita monotona di provincia, se ne va alla ricerca dell’altra metà di sé. Michele invece resta.

Quando torna, dopo cinque anni, Federico è cambiato. Ora è sere­no, innamorato di una donna (Sophie) e della vita.

Sembra una storia a lieto fine, ma non è così. Federico all’improvvi­so riparte, stavolta per un viaggio molto più lungo. Ritornerà (a sorpre­sa) nascosto dietro gli occhi di una bambina, Angelica.

Le vicende di Michele, Federico, Francesca e Sophie sono quelle di un gruppo di giovani alla ricerca del loro posto nel mondo.

In questo libro Fabio Volo mette insieme le vite dei protagonisti come i pezzi di un puzzle, scegliendo ancora una volta l’universo fem­minile come codice d’accesso.

 

In questo caso a cercare il cambiamento e la maturazione sono addirittura in due: prima l’amico del personaggio principale, poi il personaggio stesso. L’accenno alla spensieratezza della vita da immaturi è uguale in tutte e tre le sinossi: È il caso di Nico, il protagonista di questo libro: un lavoro da deejay radiofonico, un di­screto successo con le donne, Nico vive una vita spensierata e apparen­temente felice” (Esco a fare due passi); “Un ragazzo di oggi, un trentenne qualunque, con un lavoro stressante, storie di sesso con ragazze diverse, la paura di restare fuori dal branco, la difficoltà di comunicare con i genitori, il rimpianto e il ricor­do dell’infanzia, il rito delle canne e il mito dell’amicizia, quella vera” (È una vita che ti aspetto); Michele ha un amico, Federico. Uno di quegli amici coi quali si  divide tutto, l’appartamento, la pizza e la birra, ma anche i sogni e le frustrazioni, le gioie e i dolori, e qualche volta le donne” (Un posto nel mondo).

Una fantasia inesauribile, vero?

Ma andiamo avanti e leggiamo la sinossi di Il giorno in più, pubblicato nel 2007:

Sveglia, caffè, tram, ufficio, palestra, pizza-cine-sesso… giornate sempre uguali, scandite da appuntamenti che, alla fine, si assomigliano tutti, persi nel cielo grigio di una metropoli che non sa più sorridere. È la vita di Giacomo, uno che non si è mai fatto troppo domande, che è andato incontro agli avvenimenti rimanendo sempre in superficie. Un giorno, però, Giacomo incontra sul tram una sconosciuta, e se la ritrova davanti il giorno dopo, e quello dopo ancora. Per mesi. E così, quelle tre fermate lungo il tragitto per andare in ufficio diventano un appuntamento importante della giornata. O meglio, diventano «l’ap­puntamento». Ma la sconosciuta ha un destino che la porta lontano, in un’altra città. E Giacomo? Per la prima volta decide di non rimanere in superficie, di prendersi anche il rischio di diventare ridicolo, e parte all’inseguimento di un sogno.

L’amore, l’amicizia, il viaggio, i dubbi, le scelte, più una dose di gio­co e sana incoscienza: questo libro ha gli ingredienti e il gusto delle pagi­ne più riuscite di Fabio Volo. La prova esaltante di un talento narrativo che ha raggiunto la maturità senza perdere un briciolo di freschezza.

 

Ancora una volta c’è il tema della spensieratezza da immaturo: “Sveglia, caffè, tram, ufficio, palestra, pizza-cine-sesso… giornate sempre uguali, scandite da appuntamenti che, alla fine, si assomigliano tutti, persi nel cielo grigio di una metropoli che non sa più sorridere”. A esso si aggiunge quello, trito e ritrito, dell’amore che ti cambia : “Un ragazzo che un giorno si accorge di esistere senza vivere davvero, e decide che così non va. Con una buona dose di coraggio e tanta autoiro­nia affronta la depressione, l’ipocondria, il torpore esistenziale. Come? Chiedetelo a Francesco. E a Ilaria. Perché non vorremmo anticiparvelo, ma in questa storia c’è anche un lieto fine…” (È una vita che ti aspetto); Quando torna, dopo cinque anni, Federico è cambiato. Ora è sere­no, innamorato di una donna (Sophie) e della vita” (Un posto nel mondo); Ma la sconosciuta ha un destino che la porta lontano, in un’altra città. E Giacomo? Per la prima volta decide di non rimanere in superficie, di prendersi anche il rischio di diventare ridicolo, e parte all’inseguimento di un sogno(Il giorno in più).

E inoltre, c’è l’ennesimo sforzo di propagandare la presunte qualità di Fabio Volo come scrittore: Con l’innocenza e la spudoratezza di un bambino, del tutto privo di inibizioni, Fabio Volo ci accompagna in un esilarante viaggio attraver­so l’universo giovanile alle soglie del Terzo Millennio(Esco a fare due passi); Fabio Volo esplora con un linguaggio semplice il complesso mondo interiore di tutti e di ognuno. “Fabio Volo esplora con un linguaggio semplice il complesso mondo interiore di tutti e di ognuno. E racconta come nessun altro l’umorismo, le folgorazioni e le malinconie struggenti di un ragazzo normale” (È una vita che ti aspetto); “In questo libro Fabio Volo mette insieme le vite dei protagonisti come i pezzi di un puzzle, scegliendo ancora una volta l’universo fem­minile come codice d’accesso” (Un posto nel mondo); “L’amore, l’amicizia, il viaggio, i dubbi, le scelte, più una dose di gio­co e sana incoscienza: questo libro ha gli ingredienti e il gusto delle pagi­ne più riuscite di Fabio Volo. La prova esaltante di un talento narrativo che ha raggiunto la maturità senza perdere un briciolo di freschezza”.

Il vero romanzo non è quello di Fabio Volo, ma quello su Fabio Volo.

Passiamo alla sinossi del quinto libro, Il tempo che vorrei, pubblicato nel 2009:

Lorenzo non sa amare, o semplicemente non sa dimostrarlo. Per questo motivo si trova di fronte a due amori difficili da riconquistare, da ricostruire: con un padre che forse non c’è mai stato e con una lei che se n’è andata. Forse diventare grandi significa imparare ad amare e a perdonare, fare un lungo viaggio alla ricerca del tempo che abbiamo perso e che non abbiamo più. È il percorso che compie Lorenzo, un viaggio alla ricerca di se stesso e dei suoi sentimenti, quelli più autentici, quelli più profondi.

Questo libro di Fabio Volo è forse il più sentito, il più vero, e la forza di questa sincerità viene fuori in ogni pagina. Ci si ritrova spesso a ridere in momenti di travolgente ironia. Ma soprattutto ci si ritrova emozionati, magari commossi, e stupiti di quanto la vita di Lorenzo assomigli a quella di ciascuno di noi.

 

Aridaje col personaggio che deve maturare e cerca la maturazione attraverso l’amore (primo capoverso della sinossi), e con le presunte qualità del Volo scrittore (secondo capoverso della sinossi).

La sinossi del sesto libro, Le prime luci del mattino pubblicato nel 2011, ci avvisa di questo:

Elena non è soddisfatta della sua vita.

Il suo matrimonio si trascina stancamente, senza passione né curio­sità. Suo marito è diventato ormai come un fratello; «Non viviamo in­sieme, insieme ammazziamo il tempo. Abbiamo stupidamente pensato che due infelicità potessero dar vita a una felicità». Ha sempre deciso in anticipo come doveva essere la sua vita: la scuola da fare, l’università, l’uomo da sposare… persino il colore del divano. È diventata moglie prima di diventare donna.

Finché un giorno sente che qualcosa inizia a scricchiolare. La pas­sione e il desiderio si affacciano nella sua quotidianità, costringendola a mettersi in discussione.

Elena si rende conto che un altro modo di vivere è possibile. Forse lei si merita di più, forse anche lei si merita la felicità. Basta solo trovare il coraggio di provare, di buttarsi, magari di sbagliare. «Per anni ho aspettato che la mia vita cambiasse, invece ora so che era lei a aspettare che cambiassi io».

Con questo nuovo romanzo Fabio Volo conferma ed esalta le doti che lo hanno fatto amare da milioni di lettori. Le prime luci del mat­tino è un libro sincero e intenso, capace di affrontare i sentimenti senza trucchi o giri di parole, e di portarci faccia a faccia con le nostre emo­zioni più vere.

Stavolta la protagonista è una donna, e il desiderio di cambiamento non sta nella maturazione ma nella ricerca di una vita diversa. E ovviamente non manca la celebrazione delle presunte doti da scrittore: “Con questo nuovo romanzo Fabio Volo conferma ed esalta le doti che lo hanno fatto amare da milioni di lettori. Le prime luci del mat­tino è un libro sincero e intenso, capace di affrontare i sentimenti senza trucchi o giri di parole, e di portarci faccia a faccia con le nostre emo­zioni più vere”.

E eccoci alla sinossi dell’ultima fatica, La strada verso casa, giunta in libreria in questi giorni:

Marco non ha mai scelto, perché ha paura che una scelta escluda tutte le altre. Non ha mai dato retta a nessuno, solo a se stesso. Sembra dire a tutti: amatemi pure, ma tenetevi lontani. Andrea, suo fratello maggiore, ha deciso da subito come doveva essere la sua vita, ha sempre fatto le cose come andavano fatte. È sposato con Daniela, una donna sobria ed elegante. Insieme avrebbero potuto essere perfetti.

Marco invece ha molte donne, e Isabella. Lei è stata la sua prima fidanzata. Con lei ha passato quelle notti di magia in cui la bellezza dilata il tempo e la felicità strappa le promesse. Ma neanche con lei è mai riuscito a decidersi, a capire che la libertà non è per forza mancanza di responsabilità. E così continua a vivere in folle, senza mai mettere una marcia, fare una scelta.

Se non che a volte la vita che hai sempre tenuto sotto controllo inizia a cadere a pezzi.

Il nuovo romanzo di Fabio Volo racconta la storia di due fratelli che gli eventi costringono ad avvicinarsi, a capirsi di nuovo. E di un inconfessabile segreto di famiglia che li segue come un fantasma. Racconta una grande e tormentata storia d’amore che attraversa gli anni, e come tutte le grandi storie d’amore ha a che fare con le cose splendide e con quelle terribili della vita. Racconta il dolore che piega in due e la felicità che fa cantare inventandosi le parole. Ci fa ridere, commuovere, emozionare.

 

Ogni commento, e ogni richiamo alle analogie con le precedenti sinossi, sarebbero tempo sprecato. Mi limito a proporvi un indovinello. Domanda: cosa c’è di peggio che scrivere sette puttanate? Risposta: scrivere sette volte la stessa puttanata.

9788804633570

Ancora sulle somiglianze fra Harry Quebert e Fabio Volo

Ribadisco il concetto: la sola “verità sul caso Harry Quebert” che si possa rilevare consiste nella somiglianza fra il presunto libro dell’estate e quelli firmati “Fabio Volo”. L’avevo rimarcato in un post di qualche giorno fa, lo ribadisco man mano che la lettura procede stancamente con gran rammarico per lo sperpero di tempo. Certi passaggi del polpettone firmato da Joël Dicker riecheggiano frammenti scritti a ripetizione dal Buddha di Calcinate – uno che, dal canto suo, le sue sconcertanti banalità le fotocopia da un libro all’altro come se temesse di non essersi spiegato abbastanza.

Ieri sera ho avuto l’ennesima conferma leggendo il frammento alle pagine 319-20. A parlare è il personaggio principale, lo scrittore Marcus Goldman:

Mi era stata appena offerta una cifra colossale per la pubblicazione di un libro che mi avrebbe indubbiamente riportato alla ribalta, il mio stile di vita era il sogno di milioni di americani, eppure mi mancava qualcosa: una vita autentica. Avevo passato la prima parte della mia esistenza cercando di soddisfare le mie ambizioni, mi accingevo ad affrontare la seconda provando a essere ancora all’altezza di quelle stesse ambizioni, ma a conti fatti mi chiedevo quando avrei deciso di vivere e basta. Andai al mio PC e passai in rassegna le migliaia di amici virtuali  che avevo sul mio profilo Facebook: non ce n’era nemmeno uno cui potessi telefonare per andare a bere una birra. Volevo degli amici veri, con i quali seguire il campionato di hockey e andare in campeggio nei week-end: volevo una fidanzata, dolce e carina, che facesse ridere e sognare un po’. Non volevo più essere io.

 

Eccolo qui, il tema del personaggio che giunge a un certo punto della vita adulta scoprendo di condurre un’esistenza di cui non è più soddisfatto. Soprattutto perché ritiene di non fare una vita vera, e che per approdarvi deve riscoprire le cose semplici. Sapete quanti frammenti del genere trovate nei libri firmati “Fabio Volo”? Ve ne faccio una breve rassegna citando soltanto alcuni esempi:

–          Infatti, per la prima volta, stavo rendendomi conto della distanza che gli altri avevano creato tra me stesso e il mio vero me (E’ una vita che ti aspetto,  p. 111)

–          Forse la libertà non è nemmeno fare ciò che si vuole senza limiti, ma piuttosto saperseli dare. Non essere schiavi delle passioni, dei desideri. Essere padroni di se stessi (E’ una vita che ti aspetto, p. 76)

 

–          Non avevo nulla, nemmeno i mobili, ma mi sentivo pieno. Arre­dato dentro (UPNM, p. 136)

–          Dentro di me viveva un’altra persona capace di stare bene con poco, di ascoltarsi. Ero attento. Si dice che l’attenzione sia la preghiera spontanea dell’anima. La mia anima pregava, quindi. Ero stato totalmente egoista in quell’ultimo periodo e sono contento di esserlo stato. (…)

La creatività è il respiro della personalità e ti rivela il tuo mondo.

Ho pensato che il mio destino fosse quello di confermare me stesso attraverso il mio sentire per scoprire il grande mistero della vita, anche se credo che non ci riusciremo mai. Ma sebbene non sia in grado di scoprire il senso della vita, posso per lo meno dare un significato alla mia esistenza (Un posto nel mondo, p. 166)

–          Diciamo che i nove mesi che sono rimasto qui sono stati una nuova gestazione per me. Mi sono partorito. Mi sono dato alla luce. In parte. (…)

 Ognuno di noi è fatto da tanti se stesso e non solamente da uno. Diciamo che siamo come un’assemblea condominiale composta da tante persone diverse (Un posto nel mondo, pp. 182-3)

– Ho molti sospetti su di me. Ho paura che la mia vita sia un lungo malinteso. Forse non sono la donna che credo di essere (Le prime luci del mattino, p. 10)

Di somiglianze ce ne sono molte altre. Ma per oggi mi fermo qui.

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