Michele Serra, il reazionario soft – 1 Il Lamento dell’Amaca come servizio pubblico

Salone Internazionale del Libro 2013

Michele Serra

 

Michele Serra è un servizio pubblico. Dovremmo provare a vederla in questo modo, prima di rilasciare qualsiasi giudizio sugli scritti dell’ex direttore di Cuore. Materiali che nel migliore dei casi suscitano compassione verso il lamentoso intonatore di doglianze, ma che sempre più spesso provocano disappunto per quell’essere a prescindere contro ogni cosa in evoluzione. Un Lamento dell’Amaca che pezzo dopo pezzo s’allarga a colpire qualsiasi cosa procuri l’offesa di turbare il dondolio. E cosa di più molesto che turbare l’ozio di colui che sull’amaca s’annàca, specie dopo aver speso tanta fatica per guadagnarsi la postazione?

 

 

Pensiamo esattamente questo ogni volta che leggiamo quelle esibizioni di fastidio, e ne ricaviamo un fastidio di ritorno per esserci andati a comprare il lamento altrui quando nemmeno per un istante ci sogneremmo di vendere il nostro. Ma proprio qui sta il punto: non nella capacità di vendere le proprie ugge (il che è un indiscutibile talento), ma nel raffronto fra le nostre e quelle di Michele Serra. Se anziché prenderle con stizza provassimo a osservarle da vicino, capiremmo molte più cose di noi stessi e avremmo consapevolezza del perché quest’uomo sia un servizio pubblico.

Tutto sta nel guardare ai contenuti anziché soffermarsi sulla vocina stridula e il tono petulante dello scrivere. Turatevi per un attimo l’orecchio della mente, dimenticate per una pagina intera che a scrivere sia un signore chiamato Michele Serra. E affrontate lo scritto per ciò che dice. Ci troverete dentro una serie di suggestioni e dettagli che poco a poco vi suoneranno familiari in modo inquietante: il disappunto per tutte le cose che non capite, e per scoprire come il loro numero non smetta di crescere; il rifiuto altezzoso d’ogni nuova moda, talmente sistematico da seminarvi il dubbio che la detestiate non in quanto moda ma in quanto nuova; la sottile misantropia che vi fa ripugnare la folla e ogni suo respiro, ma sempre quell’ottava più in basso del livello da esplosione in stile “Un giorno di ordinaria follia”; e, in generale, quel borbottio a bassa intensità, da pentola di fagioli sul fuoco minimo o da frigorifero usurato nelle notti d’estate, che come la goccia cinese dà fastidio più del precipitare d’un set di pentole in acciaio Inox.

 

 

Vi specchierete in tutti i tic da reazionario soft che pochi istanti prima percepivate alieni, e a quel punto scatterà in voi l’istinto d’autodifesa che sarà innanzitutto necessità di distinzione. Perché dopo esservi riconosciuti in tutto ciò che avete letto in quelle pagine, esclamerete: “Cazzo, ma io non ci voglio mica diventare come Michele Serra!”. E da quel momento in poi vi sforzerete d’essere altro da lui, e anche un po’ altro da voi stessi.

Eccolo, il servizio pubblico prestato da Michele Serra e dai suoi scritti: una sorta di allarme che viene fatto scattare in voi quando rischiate d’implodere nel rancore muto verso qualsiasi cosa evolva. Dopo averlo riconosciuto vi sentirete quasi obbligati a rilasciare la tensione dell’elastico, a farvi molli e accondiscendenti. Ché anzi a quel punto si rischia l’eccesso opposto: farsi piacere tutto, e tutto tollerare per non voler essere come Michele Serra. E dunque, ascoltare Gigi D’Alessio, e girare per la strada con in mano un cartone di Queen’s Cheeps ciancicandole a bocca larga, o divorare libri marchiati Newton Compton Editore.

Probabile che adesso abbiate capito perché dobbiamo proteggere Michele Serra alla stregua di un panda. Ci è necessario, ci protegge dagli eccessi di conformismo e misantropia, fa da esempio vivente di ciò che mai vorremmo essere. Per questo dovremmo tenere i suoi libri sul comodino, e anzi spronare lui e il suo editore affinché ne vengano pubblicati con più frequenza. Ci servono, ne abbiamo bisogno per temperare l’istinto d’inabissarsi in un livore tenue, privo d’oggetto e di sfogo. E in special modo servono a quegli intellettuali che ancora hanno il vezzo di definirsi “di sinistra” senza più sapere cosa cazzo significhi, e che leggendo quanto conservatorismo e quanta somiglianza vi siano nei lamenti di un altro intellettuale etichettato “di sinistra” si vedono spalancare innanzi l’abisso della negazione di se stessi (se pensate che il riferimento sia personale ci avete preso in pieno, mortacci vostri).

 

 

E ora che siete avvertiti sul corretto uso degli scritti di Michele Serra potete cominciare a proiettare uno sguardo disincantato sul mondo e su alcuni dei suoi aspetti più controversi. Per esempio, quello del rapporto fra genitori e figli, o in generale fra adulti e adolescenti. Un fronte di eterno conflitto la cui differenza è soltanto il grado, e che vede invariabilmente i soggetti più anziani abbandonarsi al rito della lamentazione verso le giovani generazioni, viste come il marcatore di una degenerazione della specie. Pensate esattamente a questo schema mentale e a quanto spesso ci caschiate dentro. E un attimo dopo leggete un passaggio fra i tanti dedicati al rapporto tra padre e figlio, tema che sta al centro di Gli sdraiati (da qui in avanti GS), riportato alle pagine 13-4.

 

images

 

 

Vi si descrive la propensione del figlio al disordine, all’incuria verso le cose e dunque anche verso gli altri, e in ultima analisi verso se stesso. E a quel punto l’io narrante, il Serra che sull’amaca s’annàca, ma sublimato in un personaggio da romanzo che nemmeno si sforza d’essere distante un minimo dal suo creatore, srotola il primo papiro di doglianze:

 

Quasi radiosa, in questo quadro bisunto e tendente allo scuro, è l’aureola candida che sta sotto la macchina del caffè. È fatta di zucchero. Deve sembrarti lezioso centrare con il cucchiaino la circonferenza della tazzina, e dunque spargi virilmente il tuo zucchero con un gesto largo e brusco da seminatore. Levando poi la tazzina, rimane al centro un piccolo cerchio intonso, e intorno un anello di zucchero. Mi ci sono affezionato, quasi come le formiche che a volte, in disciplinata fila, vengono a pascolare sul tuo astro involontario.

 

Quanta pesantezza, quanta inutile ampollosità nel descrivere il disordine filiale. Quasi che quella struttura farraginosa del periodo fosse un anestetico contro la rabbia pura, quella che porterebbe a acchiappare il figliolo per un’orecchia e dirgli serenamente: “Ci hai scassato la minchia: ora pulisci!”. E invece no. Meglio attorcigliarsi un cilizio fatto di parole piombate, pura zavorra per il povero lettore cui tocca il medesimo supplizio che l’autore crede di riservare soltanto a se stesso: “quadro bisunto tendente allo scuro”, “lezioso centrare la circonferenza della tazzina”, “disciplinata fila”, “il tuo astro involontario”. E soprattutto quello “spargi virilmente il tuo zucchero” che non si troverebbe nemmeno in una pagina di Nicola Lagioia, il campione mondiale d’antiscrittura.

 

nicola_lagioia_c_roberto_nistri_-7c1e0

Nicola Lagioia mentre medita di tagliarsi la gola dopo aver riletto alcune sue pagine

 

Ma ve l’immaginate? Un padre che metta la mano sulla spalla d’un figliolo già nel pieno delle tempeste ormonali, e gli dica: “Va’ per il mondo, e spargi virilmente il tuo zucchero”. Un trauma eterno, una ferita irrimediabile alla virilità.

 

 

E tra padri castranti e figli zozzoni è una dura battaglia per l’egemonia che in quelle pagine prosegue imperterrita, con grave disagio del lettore che a ogni pagina si chiede se non sia meglio darsi una martellata agli alluci anziché spingersi oltre nella lettura.

Invece lo sciagurato prosegue, e poiché ha deciso d’infliggersi il supplizio fino in fondo ecco che ritrova il tema del disordine filiale a pagina 87. Esposto con una prosa, se possibile, più involuta che quella del frammento precedente:

 

Lasciare pulito il cesso. Spegnere le luci. Chiudere i cassetti e le ante degli armadi. Per me sarebbe già molto. Anzi: moltissimo. Quasi mi commuoverebbe. Tanto da rendere lecito il sospetto che tu disattenda un così poco impegnativo ordine del giorno proprio perché è troppo poco… un fabbisogno etico così mediocre da non scalfire il tuo spirito, che custodisce, come è tipico dei giovani, il seme dell’eroismo, e certo non può accendersi nel nome del decoro domestico a me caro.

 

“Un fabbisogno etico così mediocre da non scalfire uno spirito che custodisce il seme dell’eroismo tipico dei giovani, che certo non può accendersi nel nome del decoro domestico a lui caro”. Ma che schifìo di prosa è?

 

 

Non bastava dire che il decoro domestico è cosa troppo banale per accendere la convinta adesione di un figlio? Nossignori, bisognava sparare una raffica di parole tonitruanti, tanto da far tornare alla mente il falso Aldo Biscardi (forse lo stesso Serra, ma di ben altri tempi) che teneva una rubrica su “Cuore Mundial” nel 1990. Lì dove era tutto un “eccipuo”, termine che mai prima e mai in seguito avrei incontrato in uno scritto. Il Lamento dell’Amaca, quest’annacàre molesto il proprio malanimo è tutto così: una lamentazione infinita nonché espressa in un italiano da Accademia dei Pedanti. Ne volete altri saggi? È inutile che rispondiate no, perché ora ve li sucate voi allo stesso modo in cui me li sono sucati io. Sicché leggete i due frammenti immediatamente successivi a quello di sopra. Il primo è piazzato nella stessa pagina 86:

 

Il non detto (il sogno?) era che dopo aver letto e sorriso, ammesso che ti abbia sorriso, dentro quel linguaggio morbido, lietamente ruffiano, avresti capito da te solo il giusto daffare. Dove per giusto daffare – attenzione! – non alludo a moniti minacciosi o definitive incombenze, a quei sistemoni castranti, quelle costrizioni annichilenti che furono le Religioni e le Morali, ma no, macché, ma ti pare che io abbia il physique du rôle del patriarca?

 

Io, una vaga idea sui motivi per cui il figlio dell’alter ego letterario di Michele Serra sia così strafottente, me la sarei fatta. È una questione di autorità, e l’autorità è fatta innanzitutto di parole. Queste possono contenere la secchezza del comando (“Tieni pulito il cesso e tutto il resto senza fare storie!”) o la morbidezza della persuasione (“Dovresti tenere pulito il cesso e tutto il resto, sarebbe cosa buona per tutti”), ma necessita comunque d’andare dritto al punto anziché intorcinare matasse di filo spinato.

 

 

E invece pensate un po’ quale autorità possa avvertire un figlio presso un padre che gli parli “di giusto daffare con un linguaggio morbido, lietamente ruffiano, senza alludere a moniti minacciosi o definitive incombenze, né a quei sistemoni castranti o a quelle costrizioni che furono le Religioni o le Morali, anche perché lui, il babbo, non ha il physique du rôle del patriarca”. E non è mica finita qui, signore e signori. Perché mentre quel povero figliolo deve ancora ripigliarsi, al pari d’ogni lettore che s’infligga i libri del Lamento dell’Amaca, ecco che Serra dà un’altra micidiale annacàta (pp. 86-7):

 

Io quando penso al giusto daffare penso solo all’onesto, parziale e non necessariamente compiuto tentativo di cercare un equilibrio decente tra la propria porca presenza al mondo e la porca presenza degli altri.

 

“L’onesto, parziale e non necessariamente compiuto tentativo di cercare un equilibrio decente tra la propria porca presenza al mondo e la porca presenza degli altri”. Ma questo qui non è un pensiero: è un Diagramma di Gantt.

diagrammadigantt

Esemplare di Diagramma di Gantt

 

Sicché provate a immedesimarvi in un rampollo di genitore così verboso, e poi ditemi come diamine possa venirvi mai di prenderlo sul serio. Che si tratti di tenere pulito il cesso o di ragionare dei “sistemoni castranti”, il figlio di cotanto genitore si è per certo liberato di Freud e Edipo. Ci sarà mica bisogno d’ammazzare un padre così, per emanciparsi verso il ruolo adulto? Tanto più che, in un lungo passaggio antecedente quelli appena riportati, Serra piazza uno sterminato delirio che si chiude piazzando parole definitive sull’estinzione della figura paterna (pagine 85-6):

 

In termini tecnici, sono il tipico relativista etico. La definizione circola da qualche anno, più o meno spregiativa a seconda che chi la adopera sia molto o poco convinto di detenere verità assolute. La trovo calzante. Sta a indicare quella larga fetta di adulti occidentali che, a parte una ridottissima serie di precetti senza tempo e senza copyright (tipo non ammazzare e non rubare), non riescono a trovare indiscutibile alcun assetto etico, specie nella vita privata. Di qui una diffusa incapacità a pronunciare certi No e certi Sì belli tonanti, belli secchi, con quel misto di credulità e di boria che aiuta, e tanto, a credere in quello che si dice.

Sono il tutore ondivago di un ordine empirico, composto e poi scompaginato giorno per giorno, scritto in nessun Libro, impresso in nessuna Tavola. (…)

(…)

Di una parodia di Comandamenti ho a volte disseminato la casa. Attaccando sul frigo o in bagno o sulla porta d’ingresso biglietti comicamente imperativi, perché l’imperativo è il modo che ho dismesso – che abbiamo dismesso, noi dopopadri di questa dopoepoca – e dunque riesco a usarlo solamente in parodia. (Avere un padre parodista equivale ad avere una parodia di padre?).

 

Ecco, se volevate la summa del Lamento dell’Amaca, lo spottone dell’annacamento reazionario a bassa intensità, la dimostrazione inattaccabile del perché l’ex direttore di Cuore vada tutelato come il panda perché servizio pubblico, l’estenuante frammento che vi ho inflitto come fosse una supposta d’aglio serve a spazzare via i residui interrogativi sulla funzione sociale degli scritti di Michele Serra. Lui può salvarci ogni giorno dal rischio d’implosione nella rabbia inerte, nell’intolleranza muta che non trovando catartica via d’uscita corrode il nostro equilibrio psichico. Nell’estratto appena riportato c’è tutto. C’è la pretesa di filosofare a ogni costo che ritrovereste nel mediocre dottorando senza borsa, che si sforza di dimostrare di non essere un abusivo ai seminari di teoretica.

 

 

C’è lo stesso azzardo nello speculare  sugli “adulti occidentali” cui ormai anche il vostro autolavaggista di fiducia si cimenterebbe, senza tema di sparare cazzate perché ormai l’arsenale di cazzate sparabili sul tema è stato svuotato da mò. Ci sono quegli annichilenti passaggi in cui l’alter ego narrante dell’annacante Michele dice “Sono il tutore ondivago di un ordine empirico” e “Avere un padre parodista equivale ad avere una parodia di padre?” che fanno venir voglia di mettere gli zebedei su un piano di marmo e schiacciarli con pietra lavica come si trattasse di sgusciare mandorle. E c’è infine quel discettare di dopopadri e dopoepoche al quale arrivate ormai decisi a tutelare Michele Serra perché è un contatore Geiger sulle vostre nevrosi in via di degenerazione.

E a questo punto non vorrei che quanto detto vi traesse in inganno su alcuni aspetti. Per esempio, che il reazionarismo soft dell’annacante si concentri esclusivamente sul rapporto padri-figli, o che si esaurisca entro le pagine del solo Gli sdraiati. Nulla di più fuorviante. Il Lamento dell’Amaca investe numerosi altri temi, e si esprime anche attraverso altri scritti come il più recente romanzo di Serra, Ognuno potrebbe (da qui in avanti OP).

9788807031618_quarta

 

Se mi sono concentrato su un tema e su un romanzo è perché mi è parso utile analizzare in modo intensivo singoli elementi cruciali, fra quelli presenti nelle pagine del reazionario soft. Altri aspetti verranno analizzati nelle puntate che seguiranno. Piuttosto, per concludere, resta da capire quale possa essere il profilo di figlio modello per un padre affetto in modo quasi terminale da Lamento dell’Amaca. La risposta viene data indirettamente nelle pagine di OP. Dove l’alter ego narrante è un figlio di famiglia piccolo borghese, con un padre falegname dai modi essenziali e dall’affettività ossificata. Il giovane cresce in un clima da educazione calvinista (eufemismo usato per evitare di dire “Sindrome da Ditinculo Perenne”), e ciò viene descritto in modo molto preciso nell’incipit di OP (pagina 13):

 

Nelle fotografie mi si riconosce perché sono l’unico che non fa niente. Non saluto, non rido, non faccio smorfie, non sventolo le braccia, non mostro pollici o indici secondo la mimica manuale in uso, non mi protendo verso l’obiettivo, non abbraccio il vicino, non ammicco. Niente. Non mi viene da fare proprio niente. Sono nient’altro che me stresso in tutta la mia inerte normalità, in un istante casuale tra i tanti che compongono la mia vita.

 

Ecco l’ideale di figlio che il reazionario soft, il dopopadre da dopoepoca, proietta sulla pagina del romanzo come fosse uno schermo dei desideri. E voi, che siate dopopadri o dopofigli, vorreste essere o essere stati così da ragazzi? E vorreste diventare genitori portandovi appresso una tara da Ditinculo così paralizzante? La risposta è contenuta nel video che inserisco, il cui protagonista è un uomo che non ogni evidenza non è occidentale, e da come si comporta non pare nemmeno tanto adulto, ma piutosto un simil-Salvatore de Il nome della rosa capace di un virtuosismo da Oscar.

 

(1. Continua)

@pippoevai

 

E come sempre, per risarcirvi delle brutture cui vi ho esposto, ecco della buona musica per ristorarvi l’animo.

 

Annunci

Gli sciatti osceni di Marco Missiroli – 3 Il Codice Manc’Uso e l’adagio dell’onanista perfetto: eccitazione è citazione

missiroli-kdAG-U10402118715361H8B-700x394@LaStampa.it 

(Potete leggere qui e qui le precedenti puntate)

Sentii parlare la prima volta di Marco Missiroli e dei suoi libri leggendo sul Foglio un articolo di Mariarosa Mancuso.

Mariarosa Mancuso

Mariarosa Mancuso

Una che quando si limitava a essere un critico cinematografico riusciva pure a scrivere cose dignitose. Ma poi di punto in bianco ha fatto la scelta della magniloquenza. E dunque ha preso a criticare tutto il criticabile, dal romanzo contemporaneo al Martini con Oliva taggiasca. E nel farlo s’affida a insipidezze strutturaliste quali il Test della pagina 69, che tanto ricordano la valutazione del testo letterario lungo ascisse e ordinate come veniva descritto all’inizio de L’attimo fuggente.

Il Test della pagina 69

Il Test della pagina 69

Per quanto mi riguarda, il giudizio critico di Mancuso ha perso definitivamente ogni credibilità dal giorno in cui, nel valutare quell’immondo polpettone che risponde al nome di La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, disse che “va mandato giù come uno shottino di vodka (e poi un altro, e un altro ancora)”. E per chi sa invece quale sholtone (pupù liquida, come soavemente viene detto di questi tempi in uno spot dei pannolini) sia quel libro, le parole di Mancuso richiamano istinti d’inconsolabile vendetta. Vieni qua che ti faccio fare uno shottino di Guttalax (e poi un altro, e un altro ancora), Mistress Mary. Ma ritorno a Missiroli e all’articolo di Mancuso cui ripensavo mentre leggevo gli sciatti osceni. In quel pezzo veniva magnificato il romanzo d’esordio, Bianco, con argomento strutturalista: la rinuncia quasi totale agli aggettivi.

cop

Dettaglio che secondo Mancuso sarebbe indice di scrittura essenziale, e dunque efficace. Come a dire: se voglio scriver bene manc’uso un aggettivo. Giusto per ricordare una volta di più che l’arte della scrittura sta nel levare. Da declinarsi in ogni dimensione: manc’uso la congiunzione che più di una volta ogni ventisette parole, manc’uso il punto-e-virgola perché è roba da scrittura a pene di segugio, manc’uso la protasi perché mi sta sul cazzo l’apodosi. And so on.

Ora, bisogna che io ripercorra l’esatta sequenza dei gesti compiuti dopo essermi imbattuto per la prima volta nel Codice Manc’Uso. Un codice che lasciò in me una traccia nel profondo.

Ricordo che dopo aver letto quelle righe piegai disciplinatamente il giornale, in modo talmente scrupoloso da farlo sembrare intonso. Lo riposi sulla scrivania e mi dedicai una pausa pensosa che dovette durare un bel pezzo. Riempii quel tempo di cose insignificanti. Come grattarmi le ascelle, sfogliare distrattamente i testi di trigonometria usati in terza liceo classico. Persino vedere tutto intero per l’unica volta in vita mia un episodio dei cartoon di Holly e Benji, rimanendo ipnotizzato da quelle partite che parevano giocarsi su campi da calcio lunghi quanto la Roma-L’Aquila-Teramo, e da quelle azioni che tra il momento in cui iniziavano e quello in cui si concludevano si poteva pure andare a fare la spesa in Coop con sosta al banco pescheria. E dopo questo lungo intervallo d’abbandono nell’insignificanza ripresi dalla scrivania la copia del Foglio, la aprii un’altra volta alla pagina in cui era ospitato l’articolo di Mancuso sul primo romanzo di Missiroli, e rilessi il passaggio sull’assenza di aggettivi come indice di qualità di un libro. E a quel punto cacciai fuori le parole che da ore tiravano cazzotti contro la cassa toracica reclamando d’uscire all’aria aperta: “Ma che minchia di motivo è questo?”.

Sarà stato per questo rigetto totale del Codice Manc’Uso che ho rifiutato di leggere Bianco, tuttora confinato nel limbo dei libri intonsi e persino irreperibili che compongono le disordinate cataste di casa mia. Però di Missiroli ho voluto infliggermi qualcos’altro di bianco: la sciatteria oscena dell’ultimo volume, dato alle stampe da Feltrinelli. Che fra i numerosi tratti mostra pure quello di allontanarsi con decisione dai precetti del Codice Manc’Uso. E chissà cosa ne penserebbe adesso la Mistress dello Strutturalismo Artistico, vedendo che il suo pupillo ha cambiato barricata passando al Manuale dell’Ab’Uso. Le andrebbe lo shottino di traverso se leggesse frasi come la seguente, piazzata a pagina 85 di Atti osceni in luogo privato:

Rimasi a ridosso delle Colonne d’Ercole per settimane, felice e felice, saziandomi di un nuovo alfabeto di attese che tamponò le falle della mia vita.

In questo frammento si trova al tempo stesso il ripudio delle mancus’anze e la loro radicalizzazione. C’è addirittura l’aggettivo ripetuto (felice e felice), ma anche la parodia del radicalismo strutturalista col riferimento all’alfabeto delle attese. Che non può non fare il paio con le tabelline delle aspettative e con la tavola periodica delle supercazzole.

Ma di cosa sta parlando il nostro fabbricatore di sciatti osceni, mentre sproloquia “felice e felice” di alfabeti delle attese? Lo dice nella pagina precedente (84), dove piazza un’altra mancus’anza strutturalista:

Ero ancora illibato, ma già in prossimità del “moi-même” che Marie si era decisa a inseguire tardivamente. La grammatica della libido si appropriò del mio assetto neuronale, più della letteratura e dello studio del diritto.

E dunque, come avrete capito, dopo 85 pagine di turbe sessuali il protagonista della storia non ha ancora conosciuto i piaceri della carne al di fuori di quelli dati da soi-même, e già che c’è spara una ciollonata sulla grammatica della libido che s’incastra perfettamente con l’alfabeto delle attese. Altro che pagina 69, cara la mia manc’usa. Qui è tutto un cercare alfabeti e grammatiche. E non finisce mica qui. A pagina 91 si legge:

Imparammo l’alfabeto minuzioso che parlava di gesti piccoli e protezioni minute.

E poiché una sola menzione dell’alfabeto non poteva bastare, ecco il bis nel frammento piazzato alle pagine 239-40:

La gravidanza le aveva ridefinito la sensualità e il nuovo modo di viversi. Aveva sviluppato un nuovo alfabeto dell’attesa.

E non finisce mica qui coi formalismi e gli strutturalismi. Bisogna saltare dalle lettere ai numeri, e dagli alfabeti e le grammatiche alle geometrie piane, come si legge a pagina 94:

Negli ultimi mesi dormiva da me cinque volte a settimana, e ognuna di quelle notti erose le nostre baruffe passionali che diventarono nuove geometrie d’intesa.

Geometrie carnali

Geometrie carnali

Ricapitoliamo. Abbiamo una grammatica della libido, un alfabeto (minuzioso) di gesti (piccoli) e protezioni (minute) ma anche un altro (nuovo) dell’attesa, e delle geometrie (nuove) d’intesa. Un’apoteosi delle strutture formali mobilitate per disciplinare sentimenti e ormoni, con in più il reiterato ricorso agli aggettivi. Ab’uso. Così come si ab’usa dei territori figurati nei quali avventurarsi alla scoperta di rapporti nuovi e suggestioni diverse:

Io e Giorgio sconfinammo in un territorio prossimo all’amicizia. Lui evitò di essere il padre che avevo perso e io il figlio che non aveva mai avuto. Trovammo un purgatorio affettivo che mi portò a chiamarlo per consulenze culinarie o per lunghe chiacchierate consolatorie (…) (p. 135)

 

Mi addentravo nel territorio del diavolo quando le chiedevo se si sarebbe fatta sfiorare sotto la gonna. (p. 226)

E sì, proprio una scrittura essenziale, da Manuale del Manc’Uso. Se ne sbaglia di valutazioni, mia cara Mistress. Specie se si tromboneggia con la pretesa di scoprire talenti o di imbragare le mutande ai ramarri.

Il rischio è che poi ci si ritrovi a aver battezzato scritturri pretenziosi, capaci di scrivere frammenti da martellate edili sui mignoli come quello di pagina 24:

Avevo capito che l’eros è l’arte di immaginare situazioni realistiche con possibilità di fallimento.

O anche di fissarsi sul tema della catarsi, incapace di accorgersi delle reiterazioni:

La mia compagna di classe rappresentava il viatico per la catarsi e la ripartenza. (p. 52)

Ci guardammo I 400 colpi. Truffaut per Marie aveva qualcosa di catartico. (p. 61)

(…) questi giardini privati, sontuosi, catartici. (p. 119)

O persino di fabbricare frasuncole che nemmeno il peggior Giorgio Faletti avrebbe piazzato nei suoi orrendi libri:

Spesso il divorzio è un capriccio contro la vecchiaia. (p. 70)

  • Le tombe sono un’invenzione del dolore. (p. 76)

(…) perché la moralità futura dell’uomo è nei suoi segreti presenti. (p. 79)

Tutto questo può capitare sbagliando valutazioni. Si può credere d’avere intuito un raro talento letterario e ci si ritrova qualche anno dopo con nulla più che l’ennesimo PAD: Piace A D’Orrico.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Ma soprattutto si può generare in un autore appena passabile la sensazione d’essere un grande della letteratura contemporanea. Il rischio che l’ego si gonfi all’eccesso è immediato, con altrettanto immediato scattare di una malattia adolescenziale dell’intellettuale in formazione, sublimazione letteraria dello Spirito di Onan: il citazionismo. Ecco, dovendo citare la più stucchevole delle stucchevolezze missiroliane, il più osceno degli sciatti fabbricati in quelle pagine, menziono proprio questo burbanzoso menzionare libri a tutta forza. I titoli giusti, quelli che non possono mancare negli scaffali dei redattori di Terze Pagine o sui tavoli bassi dei salotti milanesiani. Paracooltura. Come se citare fosse eccitare e eccitarsi.

Salotti

Salotti

Ve ne riporto soltanto un breve campionario, ché altrimenti si farebbe notte:

 

Il discorso finì di nuovo su Miller: era davvero misogino, o gli piaceva soltanto scopare? Se fosse stata la seconda, be’, avrebbe fatto meglio a mettersi in fila perché non era l’unico. (p. 56)

Un bastardino affaticato ci venne incontro: si chiamava Somerset, come Maugham, lo scrittore che Marie non aveva mai smesso di rileggere. (p. 60)

Gli lasciai un sasso sulla lapide. Non so da dove mi venisse questa suggestione ebraica, credo da alcuni scrittori che ammiravo, primo fra tutti Malamud, l’autore preferito di papà assieme a Camus. Mi aveva fulminato con Il commesso, una storia sul sacrificio e sulla dignità. Era insopportabile che la rettitudine del protagonista Morris lo facesse crepare sotto la neve, come era stata intollerabile la sua esistenza dimessa. (p. 80)

Nei giorni successivi venne alla luce la parte di me che era me stesso. L’amante mi apparve come un romanzo strabiliante per la grazia con cui una donna osava. La ragazzina e l’amante ricco eludevano i cliché lolitiani e si concedevano la verità dell’eros: il godimento. E l’approdo all’autenticità. L’aveva scritto una donna che era riuscita a mettere al tappeto Henry Miller e il suo intellettualismo sessuale. (p. 84)

Fu allora che le consigliai Il filo del rasoio. (p. 126)

Si compì la magia che Marie aveva previsto: attraevo per una purezza ritrovata che feci di tutto per preservare. C’era riuscito l’Holden di Salinger a New York, poteva riuscirci il Libero di Monsieur Marsell a Milano. (p. 190)

E si capisce che certi beveroni di libraglia classica possano risultare graditi ai D’Orrico di turno. Un po’ meno si comprende come possano incontrare il gusto di stimabilissimi lettori delle arabescate supercazzole come quelle che seguono:

Dormivo cinque ore a notte, mangiavo una miseria, detestavo perdere il controllo, mancavo di erezioni: rimanevano le lacrime e il conatus sese conservandi spinoziano su cui il professor Balois mi aveva interrogato nell’ultimo esame sostenuto alla Sorbonne. (pp.114-5)

 E lì realizzai un dettaglio che avevo cercato di rimuovere: sopra la bocca, quasi impercettibile, aveva un neo che le dava qualcosa di materno e subdolo. Anna era accogliente, ma sfuggiva. Incastonava l’idea della complicità maschile in un corpo malizioso, In quel neo c’era la sua insospettabilità. (p. 170)

 

Sì, questo è proprio Ab’uso. E degli Ab’usi più pesanti sono stati fatti a danno della lingua italiana. Un oggetto del quale Missiroli, impegnato com’è a fabbricare ampolle, proprio non si cura. E allora eccolo scivolare in modo penoso sul terreno (potrò dirlo pure io, no?) della semantica. Come succede a pagina 223. Succede che Libero, il protagonista, porta la sua nuova donna, Anna, a conoscere la madre. Sì, quella che antifreudianamente viene uccisa perché protagonista, davanti agli innocenti occhi del figliolo, di una fellatio extraconiugale nella cucina di casa.

149_arredamento_bocchini

Succede che la mamma legga il futuro della nuova coppia attraverso le carte. E ricordando la cosa a distanza di tempo, Libero/Missiroli dice quanto segue:

La traiettoria dell’esistenza andò così, e fu solo un’esile parte delle rabdomanzie di mamma in quella cena parigina che io e Anna avremmo chiamato la notte delle costellazioni.

 

E a questo punto Missiroli dovrebbe anche spiegare cosa diamine c’entri ciò che ha descritto con la rabdomanzia. Che secondo il dizionario della lingua italiana è una tecnica divinatoria mediante la quale sarebbe possibile scoprire sorgenti d’acqua o giacimenti minerari interpretando le vibrazioni di una bacchetta biforcuta tenuta con le mani”. Nulla a che vedere, dunque, con la chiromanzia, o con la cartomanzia, o con qualunque altra forma di minchiomanzia fattucchieristica.

Viaggiando a ritroso, fino a pagina 64, c’è il passaggio in cui Libero rivela al padre il problema prepuziale di cui ho dato conto nella seconda puntata di questa serie. E a quel punto il protagonista scopre che anche il babbo sconta l’inconveniente del passamontagna. Il frammento recita così:

– Il mio pene è incappucciato male.

Gli spiegai la questione e lui mi disse che aveva affrontato lo stesso dilemma in adolescenza.

Ancora una volta Missiroli dovrebbe spiegare: che cazzzarola c’entra il dilemma? Che, vocabolario alla mano, è:

  • 1Tipo di ragionamento con cui da due premesse opposte (dette corni del d.) si giunge a un’unica conclusione
  • 2 Scelta tra due opposte soluzioni SIN alternativad. insolubile; estens.caso problematico: è un bel dilemma! || sciogliere un d., fare una scelta

Per farlo capire a Missiroli, affinché da genio delle patrie lettere non abbia a ricascarci, il dilemma classico è quello amletico: “Essere o non essere”. E invece, nel caso da lui illustrato, il dilemma dove sarebbe? È forse “Pre-puzio o Post-puzio”? O forse sarebbe stato il caso di usare il termine “problema”?

E infine, continuando a andare a ritroso, ecco l’errore semantico che svela il lapsus freudiano, il pilastro della poetica missiroliana. Lo sciatto osceno fondativo. È registrato a pagina 17, quando il protagonista rimembra il tempo in cui era nel pieno della fase onanistico-esistenziale

Ricordo alla perfezione tre elementi di quei miei primi autoerotismi: le guance paonazze, la fioritura del cuore e un inaspettato ribollire cerebrale. Amplessi di cinque secondi mi provocavano tremori e l’assoluta convinzione che fosse solo la punta dell’iceberg.

 

Per l’ennesima volta: ma cosa c’entra l’amplesso? Che etimologicamente significa abbraccio, e nella versione estesa è accoppiamento sessuale. Come può esserci amplesso in un atto di sesso fai-da-te? Non può esserci, tranne che…

Tranne che non si sia in presenza dell’onanismo perfetto, del sesso con la sola persona che stimi. Con quella che non ti direbbe mai di no, e non starebbe a inventarsi un’emicrania o le sue cose. L’unica persona capace di farti sentire un seduttore irresistibile: il moi même di cui s’è detto sopra. E forse Missiroli non riuscirà mai a superare Piperno (altro prediletto di D’Orrico) quale cantore principe dell’Arte di tenere il Mondo in palmo di mano. Ma certo l’autostima non gli manca. Sprizza da tutti i pori. E da un solo orifizio.

(3. fine)

(Come ogni volta, vi alleggerisco delle brutture che avete letto fin qui proponendovi un brano musicale di qualità)

Gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli – 2 La mistica del Post-Puzio

(La prima puntata è leggibile qui)

missiroli-kdAG-U10402118715361H8B-700x394@LaStampa.it

Ragionare intorno al proprio obelisco. Si tratta della forma più compiuta di narcisismo, un sentir fluire il mondo intorno come se i suoi ritmi fossero scanditi dallo schema binario che separa la fase dell’erezione da quella della detumescenza. Avrete già capito che questa puntata non è da fascia protetta, e che se avete meno di 18 anni o fate i volontari alla Festa dell’Amicizia è meglio giriate alla larga. Perché oggi si parla di turbe sessuali, di esperienze erotiche di formazione del corpo e dello spirito, e soprattutto di masturbazione come forma maieutica del sé. Conosci te stesso, ma poi ricordati dei kleenex.

n_1019123_foto_1158049424_MasturbationKit

Ma non è ancora tutto. Perché i passaggi del romanzo di Missiroli in cui si avverte il maggiore trasporto sono quelli in cui il protagonista si rimira il picirla, e ne rimane abbagliato come se da lì dovesse scaturire la rivelazione.

Succede quando Libero decide di risolvere un problema di natura anatomico-sessuale che fin lì ha frenato la sua autostima. C’è che il suo gingillo si sveste poco e male, per dirla nel modo meno fetente che mi riesca. E si sa com’è: questioni di’igiene, e di sensibilità, e soprattutto di complessi. Specie quando si va sotto la doccia dopo la partita di calcetto, e allora si rischia di passare da implumi mentre intorno svettano le aquile reali. E non è mica bello, eh? Roba da rimanere segnati una vita intera, salvo darsi al curling. E poiché Libero alla sessualità ci tiene eccome, ecco trovata la soluzione: circoncidiamo, va’. Che io al solo pensarci sento un’onda glaciale alle pudenda, ma questo vuol dir poco. Bisogna trovarsi in certe condizioni, per capire. Mai come in casi del genere è opportuno dire che ognuno debba farsi i cazzi propri.

E Libero si fa il suo, anzi se lo rifà dandosi una bella sprepuziata.

A quel punto è ovvio che si apra per lui una nuova fase della vita. Viene eliminata l’origine dei complessi sessuali, e dunque per il giovane maschio fresco di tonsura dovrebbero schiudersi orizzonti incogniti, meno caratterizzati dalla presenza dei complessi. Il problema è che Missiroli conferisce a un uccello sprepuziato un significato da Rinascimento Interiore dagli accenti vagamente millenaristi. Come se fosse non soltanto una questione di pochi centimetri di pelle, ma piuttosto il passaggio fra due ére che cambiano la storia del mondo: l’Era Pre-puzio e l’Era Post-Puzio. E lì si celebra la fondazione della forma ultima di narcisismo: il narcirconcisismo. E se credete che io stia esagerando, beh, allora leggete il delirio auto-fallico riportato a pagina 80. Qui si descrive lo stato d’ipnosi che Libero prova guardandosi fra le gambe il gioiello di famiglia entrato ufficialmente nell’Era del Post-Puzio:

Arrivai ai Deux Magots e prima di iniziare il turno mi chiusi in bagno per contemplare la mia circoncisione. Cercavo l’oracolo di una futura rivoluzione: la pelle rosea, la corona di punti rimarginati intorno al glande, l’orlo perfetto sotto il fusto. C’era la storia del mondo in quell’opera di sartoria, la migliore letteratura e il destino dei prescelti. Aveva una semplicità che commuoveva. In più giravano voci sulla rivoluzione percettiva dei circoncisi: durante il rapporto sessuale il piacere cambiava connotati. Più lento, inesorabile, sconvolgente.

Mancava solo che impugnadoselo prendesse a cantare: “Sei glande, glande, glande”. Vi invito a tirare un bel sospirone, e poi a rileggere alcuni passaggi di questo delirio narcirconcisista:

  • Cercavo l’oracolo di una futura rivoluzione
  • C’era la storia del mondo in quell’opera di sartoria, la migliore letteratura e il destino dei prescelti
  • Aveva una semplicità che commuoveva

 

La prima cosa che vien da fare, d’istinto, è rispondere a tono, così:

Poi, per quanto mi riguarda, è naturale tornare con la memoria ai giorni della visita militare a Taranto, caserma Maricentro. Una scena da leggenda, con una fila di maschi diciottenni, in mutande per l’ispezione intima. Il medico militare, piazzato su una seggiola, invitava a tirare giù lo slip e poi a svestire l’ignudo, cosa che al Libero di Missiroli non sarebbe stata possibile nell’Era Pre-Puzio. Il dottore torcicava un po’ il gingillo di ciascuno, per imperscrutabili motivi (magari cercava l’oracolo di una futura rivoluzione), e poi passava al successivo. E fu lì che, pochi metri davanti a me, un giovanotto della provincia agrigentina profonda, mani ai fianchi e tutto compiaciuto, chiese al dottore che gli torcicava l’ignudo:

“Dduttu’, chi cci nni pari?”

 

E immagino che il compiaciuto Libero, con l’oracolo di una futura rivoluzione innestato al pube, con quell’opera di sartoria che contiene in sé la storia del mondo e persino il destino dei prescelti (ci sarà mica un messaggio politico, Missiroli?), sarebbe capace di girare per le vie della movida a asta dritta, o persin di sfilare in passerella, mostrando la via di un nuovo Umanesimo Narcirconcisionista. Non dimenticando mai che da una costola dell’uomo nacquero Eva e l’autoerotismo dannunziano. Basta levarsi qualcosa e si può far benissimo da sé.

E infatti il talento da self made man è la prima delle cose che il giovane Libero mostra. C’è tutto un primo terzo del libro dedicato all’onanismo, nel quale Missiroli ci dà dentro che è un piacere. Si ha persino l’impressione che per scrivere certe pagine particolarmente ispirate abbia usato una mano sola. E sarà per questo che il libro è piaciuto così tanto a Antonio D’Orrico, il Book Jockey del Corriere della Sera, perdutamente innamorato dei libri scritti dal Principe di Onan della narrativa italiana contemporanea: Alessandro Piperno.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Alessandro Piperno, impegnato in esercizi di riscaldamento

Alessandro Piperno, impegnato in esercizi di riscaldamento

E quando penso alle fortune letterarie che ci si può tirare addosso sublimando in fiction l’arte di “biella e manovella”, compiango quei due o tre miei compagni di liceo che, modestamente, potevano centrare i piccioni in volo dalle finestre dei cessi del Liceo Classico Empedocle. Se solo si fossero cimentati con la narrativa, una mezza dozzina di passaggi su Sette non glieli avrebbe levati nessuno.

Certamente D’Orrico sarà scivolato nell’estasi leggendo quel passaggio in cui Libero, solo in camera d’albergo durante le vacanze estive e coi genitori nella stanza accanto, prova a non far rumore mentre si sollazza prendendo a esempio uno dei suoi idoli:

Feci attenzione al cigolio, tutto stava nel tenere sollevato il gomito ed essere il John McEnroe dell’onanismo: usare l’impugnatura Continental.

 

Ecco, l’idea dell’impugnatura Continental per farsi una pippa mi mancava. E in effetti la racchetta ha un che di freudiano. E pensare che ero ancora fermo all’impugnatura “stacca la testa al pesce”. Bisogna che mi aggiorni, e intanto dissemino (ehm) altri frammenti di onanismi missiroliani, riservandomene uno per la prossima puntata.

 

 

Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria. (p. 62)

 

Libertà e malinconia andavano di pari passo, sfogavo il mio nuovo esistenzialismo con masturbazioni che mi facevano riappropriare del corpo. (p. 161)

 

L’apice del narcisismo masturbatorio si tocca a pagina 39:

Per qualche tempo mi concentrai sul mio sperma e su Dio. Contemplavo le mie evoluzioni organiche e andavo con mamma in chiesa la domenica mattina.

 

Il suo sperma e Dio! Ma cosa volete di più? Quale altra prova d’irriducibile autostima? Ognuno è Dio nella sua cameretta, e ogni volta secerne una potenziale creazione. Divinità in nuce e in semen.

1979491_10203662387988109_984332681_n

Ma per fortuna sua – un po ‘ meno per quella delle donne che hanno la sventura d’incrociarlo – Libero evolve poi dall’onanismo. E incontra il sesso inteso come pratica di scambio con altre persone. I risultati? Insomma… C’è una lunga scena che racconta le fantasie cuckold ,e le ossessioni che si scatenano nel momento in cui vengono realizzate. Succede quando Libero va in vacanza a New York con Lunette, la fidanzata nera parigina. E quelle pagine sono le sole dell’intero libro che meritino un plauso. Peccato che questo guizzo pelvico venga mortificato da altri frammenti di fureria sessuale degni di una pratica del catasto. Come il passaggio a pagina 143:

Desiderai che se ne andasse mentre venivo sulla sua natica destra.

La natica destra! Ma come ci si può lasciare andare a queste pedanterie da Furio?

Ancora peggio quello che si legge a pagina 160:

Marika mi accarezzò, piano, poi si sfilò da me. E io lo vidi, bianco e sottovuoto, nella sua seconda vita di plastica.

 

Che tristezza, che tono funerario. Soltanto nelle pagine di Antonio Scurati si può leggere di peggio. E tuttavia qualcosa di buono da questo frammento si può ricavare. Pensate a tutte le volte che comprate i preservativi al distributore automatico,  e vi tocca scansare le occhiate dei passanti intanto che aspettate l’erogazione. D’ora innanzi, anziché insaccarvi nelle spalle per l’imbarazzo, potrete rimpettirvi e dir loro: “Sto comprando il sottovuoto per la sua seconda vita di plastica”. Farete un figurone.

(2. continua)

E per risollevarvi dalle brutture letterarie che vi ho inflitto, ecco un brano musicale che possa aiutarvi a risollevare l’umore.

Gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli – 1 L’anti-Edipo mainstream: ammazzare la madre

missiroli-kdAG-U10402118715361H8B-700x394@LaStampa.it

Per le novità in libreria bisognerebbe inventare un bollino PAD: Piace A D’Orrico. Semplificherebbe la vita a molti. Alla setta sempre più smilza di coloro che seguitano a prendere sul serio i consigli del Book Jockey del Corriere della Sera, e all’imponente platea degli apoti che da lui non se la bevono più nemmeno con l’imbuto.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Della necessità di un marchio PAD mi sono fatto convinto una volta di più leggendo il pompatissimo Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli. Un romanzo edito da Feltrinelli e condannato al successo prima ancora di approdare in libreria. Naturalmente si tratta di un PAD. E infatti Antonio D’Orrico l’ha subito celebrato con la sobrietà e la misura che gli sono proprie. E che l’hanno portato a gridare al genio o al capolavoro in casi desolanti come quelli di Giorgio Faletti, o di Paolo Doni alias Giuliano Zincone, o del polpettone La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, o di un modesto giornalista sportivo quale Roberto Perrone innalzato al rango di grande narratore, o persino del cinepanettonaro Enrico Vanzina celebrato come il nuovo Chandler per via di un paio di gialli-ittero pubblicati dall’ineffabile Newton Compton. E in mezzo a questa galleria di bellimbusti entra in pompa magna anche Marco Missiroli. E se qualcuno fra i più attenti ha già notato che per la seconda volta faccio riferimento al pompaggio, e magari già pensa ch’io vada perdendo colpi, si rassereni: qui nessuna pompa è a caso, e ve ne accorgerete.

Ma torniamo alla condanna al successo che impietosamente ha colpito il romanzo di Missiroli. E i cui motivi mi sfuggivano prima che ne iniziassi la lettura, risultandomi addirittura imperscrutabili dopo essermelo inflitto. Per carità, in giro c’è di molto peggio, specie se si guarda alla dozzina dello Strega. E se si fa un paragone con l’altro romanzo condannato al successo di questi ultimi mesi, La ferocia di Nicola Lagioia (leggi qui, qui e qui), si rischia di veder spiccare Missiroli alla stregua di un Dostojevki. Perché almeno quello di Missiroli, per quanto bruttozzo e paraculeggiante, è un romanzo; e invece le pagine di Lagioia costituiscono un’accozzaglia di geroglifici e cacofonie.

Ma non è certo sui confronti al ribasso che possiamo costruire la valutazione di un libro. Bisogna valutarlo a sé, per ciò che sono il suo stile, i suoi pregi e le sue pochezze. E preso così il romanzo di Missiroli spicca per quello che è: un malaggiustato romanzo di formazione sentimental-sessuale, pieno di ruffianeggianti furberie politically correct e di lacrimevolezze all’ingrosso. Una storia dove tutti sono buoni, ma talmente buoni, ma talmentissimamente buonissimi, che ti vien voglia d’impugnare un machete e fare una bella strage degli innocenti.

E che cazzo! Così, giusto per ristabilire un minimo di contatto con la realtà dei fatti quotidiani. Quella che vi mostra il ghigno imbelvito della vostra vicina di pianerottolo se soltanto scopre che vi siete puliti le scarpe sul suo zerbino. E invece nelle pagine di Missiroli succede che ci si veda portare via la donna dal proprio migliore amico e si reagisca con la flemma riservata a una mano di Bridge andata storta. In fondo poteva andare peggio, no? Poteva persino piovere.

In Atti osceni in luogo privato la situazione accade due volte. E il motivo di questo ricorrere risponde a una sorta di riscatto generazionale, che induce il figlio di un padre tradito da moglie e miglior amico a restaurare l’orgoglio maschile familiare portando via a sua volta la donna una caro amico. Ma dato conto di queste simmetrie asimmetriche delle corna (ché, in ultima analisi, il cervo resta cervo; e vaglielo a spiegare che da qualche parte suo figlio ha pareggiato il conto, o che un figlio futuro lo pareggerà), rimane l’irreale aplomb con cui le due teste coronate accolgono il fato. Come se nelle vene non avessero sangue ma Valfrutta Vellutata.

95362

Ecco, se dovessi rintracciare il carattere davvero osceno del romanzo, quello che il titolo pretende di richiamare con uno scontatissimo gioco di parole, lo indicherei nello scarto emotivo e temperamentale fra i personaggi del libro e la realtà quotidiana. Perché può succedere che uno su due reagisca sportivamente allo scippo della donna da parte dell’amico – corna e gesso, please –, ma due su due no, nemmeno in un fumetto porno anni Settanta stile Il Tromba o Corna Vissute.

tromba1na21

ec9af07a97cd68b6a4f99871cf5e9c4f

È quest’irrealtà il dato davvero osceno. Soprattutto, è oscena la sciatteria emotivo-affettiva di tutti i personaggi del romanzo, colmi di una bontà apparente che a grattar bene la superficie è ovina remissività. Come si direbbe dalle mie parti, a Agrigento, ciascuno di questi personaggi risponde al profilo l’acqua ‘u vagna e ‘u ventu l’asciùca (la pioggia lo bagna e il vento l’asciuga): passano gran parte del loro tempo a essere vissuti dalla vita. E questa mollezza caratteriale generalizzata, questa rinuncia al conflitto, fanno di loro degli Sciatti Osceni. Una schiatta di desistenzialisti che fanno della rinuncia il loro credo ultimo.

Troppo buoni per essere veri. Soprattutto, troppi sentimenti smielati i loro per essere dentro il mondo reale. E proprio su questo terreno si scorge la vera cifra del libro di Missiroli, calato in una strategia di marketing emotivo-sentimentale che cerca di sfruttare la New Age del Lacrimario Nazionale, l’imperativo anti-edipico che nel tempo più recente s’è rivelato un formidabile volano commerciale: il tema dell’uccisione della madre. Ha aperto la strada Massimo Gramellini, dimostrando che se osi su questo tema ci fai bei soldi. E ci si è cimentato per ultimo, in ordine di tempo, Nanni Moretti. Nel mezzo abbiamo registrato anche le opere letterarie di due eccellenze intellettuali dell’Italia contemporanea come Barbara D’Urso e Alba Parietti: che rispettivamente con Tanto poi esce il sole e Da qui non se ne va nessuno hanno aggiunto i loro ingegni a ingrossare il filone sulla morte della madre.

cop

content (1)

E nel Paese mammista per eccellenza, ecco che stimolare il sentimentalismo sulla perdita della mamma significa mirare al bersaglio grosso con la certezza di fare centro. E forse la prefica ch’è in noi ne sentiva il bisogno, e aveva un vuoto da colmare almeno dai tempi dei film Anni Settanta interpretati da Renato Cestié.

Renato Cestié, ai tempi in cui era un'Icona del Lacrimario Nazionale

Renato Cestié, ai tempi in cui era un’Icona del Lacrimario Nazionale

download

Erano i tempi delle ultime nevi di primavera e altri manufatti lacrimogeni, quelli in cui si provava una straordinaria libidine nell’andare al cinema e pagare il biglietto per comprarsi un pianto a catinelle. Che a ripensarci sembra di sentir riecheggiare nella mente Lucio Battisti per l’aere:

Grosse lacrime sciocche
Sono uova alla coque
E dai e dai (o. . )
Fatti un Pianto
Lacrimoni che sono lenzuola (o.. )
Da strappare da calare giù
Fatti un pianto

Ma si sa com’è: i tempi cambiano, e la società pure. Negli anni Settanta i tassi demografici erano da paese fertile abbestia, e allora ci stava di far schiattare i figli nelle opere di finzione cinematografica o letteraria. Ma adesso che siamo a Crescita Zero Meno possiamo mica più permetterci di far crepare i rampolli? Ovvìa!. Piuttosto rovesciamo la catena del lutto familiare e facciamo crepare prima il padre e poi la madre. E lo so che sto facendo spoiler, ma in fondo fa parte del mestiere e non vi si svela nulla che non possa mortalmente annoiarvi se lo scopriste da voi. Fra l’altro, e questo va riconosciuto, Missiroli non si limita a far schiattare la madre. Quella è roba che arriva alla fine del libro, e in qualche misura in quella morte c’è un elemento di riscatto per il modo in cui essa avviene. Ne parlerò in una prossima puntata, quando ci sarà da passare in rassegna tutto il Paracooly Correct che circonda le vicende degli Sciatti Osceni.

Il vero ammazzamento della madre avviene ben prima. Quando il giovane Libero, lo Sciatto Osceno che della storia è protagonista, scorge la maman impegnata in attività fellatoria con Emanuel, l’amico di famiglia che poi sostituirà il babbo in casa.

demotivational-poster-55854

E ve l’avevo detto che qui non si parlava di pompe a caso. Tanto più che già l’incipit del romanzo, bollato da alcuni come uno fra i più brutti nella storia del romanzo, mette dentro un concentrato di Freud con una puntina di Roberto Malone, poiché il babbo di Libero vi si pronuncia sulla potenza rivoluzionaria dei pompini per la storia dell’umanità mentre la mamma versa nel piatto i cappelletti.

Roberto Malone

Roberto Malone

Roba da scatenare il trivio che c’è in ognuno di noi, ma lasciamo perdere. Perché il viaggio fra gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli è soltanto iniziato, e dalla prossima puntata procederò al confronto serrato col testo come è mio solito. Per adesso basta dire che l’anti-edipica uccisione della madre passa anche attraverso una serie di episodi che provocano nel giovane Libero turbamenti e strascichi per l’identità sessuale dalla difficilissima gestione. E alcuni di questi sembrano persino avere una natura preterintenzionale rispetto alle volontà dell’autore, talmente preso dallo zelo di ammazzare la madre da perdere misura e consapevolezza. Sicché gli scappa un passaggio del libro carico di significati anti-materni, col suo rappresentare un latente infierire sull’acerba virilità del figliolo. Succede quando Libero porta dalla mamma la giovane fidanzata nera parigina, Lunette. Le due donne s’intendono immediatamente, e a quel punto la mamma di Libero decide di donare un libro alla fidanzata di Libero (l’insistenza su libri e citazioni è uno degli elementi più stucchevoli e cicisbei dell’intera opera). Quale libro? Si tratta dell’edizione francese di un classico italiano del Novecento (pagina 89):

Lunette era stupefatta dalla varietà delle edizioni. Mamma le regalò La vie agre di Luciano Bianciardi.

 

E immaginate come vi sentireste voi, se al primo incontro con la vostra fidanzata la mamma le regalasse un oggetto il cui nome richiama il Viagra. Da non riprendersi mai più. Sciatti Osceni per imprinting materno.

  • (1. Continua)

Come sempre, per farvi riprendere dalle brutture che vi infliggo allego un brano musicale ristoratore. Arrivederci a presto.