Fare shopping di club: ecco il vero calciomercato

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C’è un calciomercato in corso, sposterà pesantemente gli equilibri esistenti e inciderà sui campionati a venire. Ma contrariamente a ciò che state immaginando esso non riguarda i calciatori. A essere oggetto di transazioni sono club minori dei campionati europei, entrati nel mirino di investitori extraeuropei ben noti a chi segue le vicende dell’economia parallela del calcio globale nonché spinti da interessi esclusivamente finanziari e lobbistici. E la logica di questi investimenti è la stessa che vado illustrando con cadenza quasi quotidiana sin dal giorno in cui scrissi il post in cui spiegavo che la mossa della Fifa di mettere al bando terze parti e fondi d’investimento sarebbe stata inefficace. Annunciata a fine settembre 2014 e ufficializzata con la circolare 1464 dello scorso 22 dicembre, questa misura è già inefficace. E non soltanto perché la sua attuazione si presenta molto complicata, ma anche e soprattutto perché i gruppi d’investitori che nell’ultimo decennio hanno tirato su le varie formule di Third Party Ownership (TPO) si stanno riorganizzando per eludere il divieto. Lo fanno comprando club minori in giro per l’Europa. Soprattutto in Spagna e in Portogallo, ma non soltanto.

Le cronache delle ultime settimane ci raccontano di un intensificarsi delle manovre su questo versante, e rispetto ai casi che ho descritto nel post datato 1 ottobre 2014 se ne sono aggiunti altri. A metà dicembre i giornali portoghesi hanno riportato la notizia del cambio di proprietà al Leixoes, club della città di Matosinhos che milita in Segunda. A cedere la quota maggioritaria del pacchetto azionario (56%) è stato Carlos Oliveira.

Carlos Oliveira

Carlos Oliveira

Il Carlos Oliveira di Resident Evil

Il Carlos Oliveira di Resident Evil

Che è soltanto omonimo del protagonista della saga Resident Evil, e che da presidente della SAD (Sociedade Anonima Deportiva) è stato condannato nel luglio 2012 assieme a altri tre amministratori del club per abuso de confiança fiscal: nove mesi di prigione, pena sospesa, per non avere pagato l’IVA di agosto 2008 e dei mesi di maggio, giugno e luglio 2009. All’epoca dei fatti e della successiva condanna Oliveira era soltanto l’azionista di maggioranza del Leixoes. Ma a giugno del 2014 ne è stato eletto presidente dall’assemblea dei soci del club, cioè dall’entità democratica che va distinta dalla SAD. Ciò che è ulteriore dimostrazione di come non sempre la partecipazione democratica dei tifosi-associati è di per sé garanzia di una maggiore qualità nella scelta dei vertici e nel controllo sulla governance, e che a fare la differenza è una più alta consapevolezza dei tifosi stessi rispetto al ruolo che possono esercitare sulle sorti del loro club. Ma questo è un altro discorso. Più importante sottolineare che, al momento di insediarsi e riverstire il doppio ruolo di presidente della SAD e azionista di maggioranza, Oliveira prende l’impegno di ristrutturare il debito da 2,4 milioni di euro del club. Dopo nemmeno sei mesi Oliveira ristruttura il suo, di debito: e cede il suo pacchetto azionario, per una cifra che notizie ufficiose danno sui quattro milioni di euro, a un gruppo brasiliano, J Winners. Un soggetto “legato al mondo dello sport” di cui si sa poco o nulla. Le sole pagine web rintracciabili sono quelle collegate alla notizia del passaggio di proprietà al Leixoes. E da quelle notizie si ricava soltanto i nomi dei due personaggi che stanno mettendo la faccia sull’operazione. A gestire il progetto è Carlos Eduardo Rodella, esperto di investment management che si muove tra Portogallo e Brasile. E, soprattutto, a fare da front man è Jaime Marcelo Conceiçao, lottatore brasiliano di Mixed Martial Arts (MMA) nonché personaggio pubblico dai tratti forti e controversi.

Jaime Marcelo Conceiçao

Jaime Marcelo Conceiçao

Cosa c’entri uno così con un club di serie B portoghese non è dato sapere. Si sa per sicuro, invece, che dietro J Winners si celi un imprecisato gruppo d’investitori europei ansiosi di mantenere l’anonimato. Magari nei prossimi mesi scopriremo chi siano costoro. Intanto possiamo già registrare la facilità e l’opacità con cui un club calcistico può passare di mano nel mercato globale di oggi. Del resto, guardando a quanto successo a Bari e a Parma non siamo certo noi italiani a poterci formalizzare su questo fronte.

Con l’avvio dell’anno 2015 si stanno verificando altri due casi di shopping calcistico, con investitori extraeuropei pronti a mettere le mani su club del nostro continente costretti a cercare un acquirente purchessia. Dei due casi in questione, uno riguarda una trattativa conclusa mentre l’altro si riferisce a un negoziato in corso. Ma entrambi schiudono l’orizzonte su un sistema calcistico europeo ormai totalmente permeabile alle scorribande di affaristi e finanzieri, interessati a fare denaro attraverso il pallone e sovente già nel business nella gestione di diritti economici di calciatori.

Il primo dei casi in questione riguarda il Freamunde, altro club portoghese di Segunda che sta vivendo una stagione contraddittoria. Sul campo sta conducendo un campionato di vertice: terzo in classifica a un solo punto dalla coppia di vertice formata da Oliveirense e Tondela.

Immagine di una partita fra Benfica e Freamunde

Immagine di una partita fra Benfica e Freamunde

Fuori dal campo, invece, il club vive una pesante crisi finanziaria, coi calciatori che non percepiscono lo stipendio da cinque mesi e i tifosi che si mobilitano per realizzare una colletta. Fra l’altro, il Freamunde è stato protagonista (suo malgrado, va precisato) della stramba vicenda di un’amichevola-fantasma contro gli spagnoli del Ponferradina attorno alla quale si concentrò a agosto del 2014 un flusso anomalo di scommesse. Lo scorso weekend, al termine di un’assemblea iniziata nel pomeriggio di venerdì e andata avanti fino alle prime ore del mattino di sabato, i soci del club si sono dovuti rassegnare a compiere un passo che muta geneticamente il Freamunde. Hanno infatti votato per la costituzione di una SAD, e a seguire hanno dato parere favorevole alla cessione del 70% delle azioni a una compagine di investitori argentini il cui rappresentante portoghese è l’avvocato Miguel José Azevedo Brandao.

Miguel José Azevedo Brandao

Miguel José Azevedo Brandao

Costui è un personaggio molto addentro alle manovre che portano ai cambi di proprietà di club portoghesi, e soprattutto il loro passaggio sotto il controllo d’investitori esteri. Fu lui a favorire il passaggio del Beira-Mar di Aveiro sotto il controllo dell’avventuriero iraniano Majid Pishyar, presidente e CEO di una holding globale con sede a Dubai chiamata 32 Group, di cui è impossibile comprendere qualcosa.

Majid Pishyar

Majid Pishyar

Sul web ho trovato questa storia di una cittadina inglese, reduce da un tumore al seno, che aveva deciso di trasferirsi negli Emirati comprando un appartamento di nuova costruzione edificato da 32Group. A settembre 2012, dopo sette anni, aspettava ancora il rimborso della somma dato che dell’appartamento non si parlava più. Dal sito del 32Group si scopre che prima di arrivare al controllo del Beira-Mar la holding aveva gestito l’austriaco Admira Wacker e lo svizzero Servette Ginevra. Il primo fallito per debiti, il secondo quasi. Fra l’altro, Pishyar si lascia alle spalle in Svizzera anche degli strascichi extracalcistici. È questo il personaggio che Azevedo Brandao porta al Beira-Mar. E l’avvocato, da consigliere d’amministrazione del club aveirense, è in prima fila anche quando il club passa di mano a un altro personaggio tutto da raccontare: l’italiano Omar Scafuro.

Omar Scafuro

Omar Scafuro

Costui è già noto per un paio di vicende italiane. A fine anni Novanta prova a comprare l’Avellino raccontando di avere alle spalle il Milan di Berlusconi o, in alternativa, la Lazio di Cragnotti. Non era vero niente, e è Berlusconi in persona a smentire lasciandosi andare a una frase infelice (“Per me Avellino è come la Patagonia”). Poi nel 2006 Scafuro si ritrova al centro di una polemica sulla maxi-parcella assegnata alla sua società di consulenza Carrington and Cross dalla Regione Campania per stimare il debito della Soresa, la società regionale della sanità. Della vicenda finirà per occuparsi la Corte dei Conti. Nel frattempo Scafuro è in Brasile, dove compra un club delle categorie minori, il Leme. Da lì passa Willyan Barbosa, che per due stagioni transita dalle giovanili del Torino e viene successivamente acquistato dal Beira-Mar dopo che Scafuro acquisisce il controllo del club portoghese.E si tratta di uno degli affari più inspiegabili del club granata.

Willyan Barbosa ai tempi delle giovanili del Torino

Willyan Barbosa ai tempi delle giovanili del Torino

Il passaggio di proprietà del club portoghese avviene nel dicembre 2013, e i giornali portoghesi raccontano di un’acquisizione del club da parte del Gruppo Pieralisi, multinazionale marchigiana delle macchine industriali per lo sfruttamento del ciclo dell’olio di cui Scafuro è rappresentante per Spagna e Portogallo. Su questo passaggio di proprietà scrissi a febbraio dell’anno scorso un articolo per Panorama.it. Le cui conseguenze furono immediate. Sul versante portoghese, l’ambiente aveirense aprì gli occhi sul personaggio che ha preso il controllo del club. Sul versante italiano, il Gruppo Pieralisi prese immediatamente le distanze dall’operazione. E pochi giorni prima che l’articolo (rimasto due settimane in attesa di pubblicazione) venisse caricato sul sito di Panorama, Scafuro era già fuori dal Gruppo Pieralisi. Rimane invece ben in sella al Beira-Mar, e gli tocca difendersi dall’accusa di non aver pagato a Pishyar l’acquisizione del club. Due galantuomini. A novembre scorso un’assemblea generale convocata dal 32 Group decreta la cacciata di Scafuro, che però fa ricorso al Tribunale di Aveiro e si vede dare ragione tornando così al vertice della SAD. Quanto alla situazione finanziaria del club, è un disastro.

Quando si catena il balletto fra Scafuro e Pishyar per il controllo del Beir-Mar, Azevedo Brandao si è già dimesso da consigliere del club e lavora per favorire l’accesso al calcio portoghese da parte di altri gruppo d’investitori. E porta a compimento la missione col Freamunde, il cui 70% viene acquisito dall’argentina Goldplayers. Che è una società di agenti di calciatori retta da Alejandro Bouza e Alberto Lavalle, ai quali per l’acquisizione del Freamunde si è associato il Nicolas Amato. Guardando alla lista dei calciatori assistiti si legge anche i nomi degli italiani Albano Bizzarri (Chievo) e Lucas Biglia (Lazio). Ma si tratta di una lista non aggiornata, dato che nelle schede personali Bizzarri viene dato ancora in forza alla Lazio e Biglia all’Anderlecht.

Albano Bizzarri

Albano Bizzarri

Lucas Biglia

Lucas Biglia

Che interesse può avere Goldplayers nell’acquistare un club della B portoghese? Indovinate un po’ voi. Un ultimo retroscena sulla vicenda: prima di prendere il Freamunde il gruppo argentino aveva provato a prendere l’Espinho. Pareva fatta, ma poi i soci del club preferirono consentire l’ascesa a un personaggio locale, Bernardo Gomes Almeida, leader di una coalizione denominta Movimento Centenario. Dunque per gli investitori argentini il Freamunde è addirittura una soluzione di ripiego.

L’altro caso di cui vi parlo riguarda la trattativa per l’acquisizione del Girona, club catalano che milita nella Segunda spagnola. Sommerso dai debiti, e col un proprietario Josep Delgado che in passato è stato oggetto d’una richiesta d’estradizione avanzata dallo stato polacco per reati fiscali e si rese pure irreperibile per 8 mesi, il club è in vendita. A trattarne l’acquisto è ancora una volta un gruppo argentino, e questo punto verrebbe da chiedersi se il peso non abbia preso quel ruolo di moneta globale del calcio che in altri settori appartiene al dollaro. A guidare il gruppo argentino ci sono due personaggi che per chi ha letto il mio Gol di rapina sono vecchie conoscenze.

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Uno è l’avvocato Ricardo Pini (affiancato in quest’avventura dal fratello Sebastian), che fino a luglio 2014 era presidente del club cileno Rangers Talca. Si tratta di uno dei club finiti nella lista dell’Afip (Administracion Federal de Ingresos Publicos, l’agenzia delle entrate argentina) perché accusati di effettuare triangolazioni di calciatori a scopo di elusione fiscale. Un caso parecchio sospetto, per esempio, ha riguardato Santiago Garcia, ex del Palermo attualmente al Werder Brema.

Santiago Garcia

Santiago Garcia

Adesso il club è nelle mani di Jorge Yunge, un acquirente scelto dallo stesso Pini. L’altro socio argentino interessato al Girona è Humberto Grondona, figlio dell’ex presidente satrapo della federcalcio argentina, Julio. Grondona senior è morto lo scorso settembre, e questo era davvero l’unico modo per vedergli lasciare la poltrona di presidente federale. Il figliolo Humberto è da anni presidente dell’Arsenal Sarandì, club della serie A argentina che gioca in uno stadio intitolato a Julio Grondona. La famiglia innanzitutto. Pini e Grondona stanno cercando di comprare il Girona, e stando a quanto affermato dal Diari de Girona avrebbero al loro fianco fianco un investitore svizzero che lavora a Malta. Certe intersezioni le ho viste all’opera nel caso di Doyen Sport Investments, ma come al solito sono coincidenze. È invece una certezza che il gruppo argentino sia interessato anche e soprattutto a una speculazione immobiliare. Vorrebbero costruire una cittadella dello sport. Gli affari sono affari. Ma per adesso quello per l’acquisto del club catalano non va in porto, anche perché c’è da trattare con un osso duro come Delgado. Il quale vorrebbe versare i 650 mila euro proposti dagli argentini come anticipo per scalare il debito del club senza decurtarli dai 2,4 milioni da lui pretesi per cederlo. Gli argentini non ci stanno, e almeno su questo punto hanno ragione. Né si lasciano impaurire dal fatto che ci sia un altro gruppo di investitori pronto a prendere il Girona, Viene da Singapore, e è costituito da connazionali del nuovo proprietario del Valencia, Peter LIm, vogliosi di emularlo. E non ci stanno a maggior ragione perché intanto guardano anche altrove per acquistare un club europeo. Hanno messo gli occhi sugli scozzesi del St. Mirren. Perché la logica è sempre quella: un club vale l’altro, e in qualsiasi paese. Ciò che conta sono gli affari. Ma a differenza dei tifosi portoghesi o spagnoli, quelli scozzesi non ci stanno. Si vedrà come andrà a finire.

Schermaglie sono in pieno corso, dunque. Ma non crediate che si stia parlando di vicende distanti dalla realtà italiana. Interrogatevi piuttosto sulla strana situazione di alcuni club nostrani di A e di B. Qualcuno fra questi pure in (apparente) buona salute sia sul piano economico che su quello dei risultati sportivi. Il vero calciomercato si svolge nell’ombra e riguarda la scalata ai club da parte di gruppi d’investitori. E sperate di non accorgervene quando ormai sarà troppo tardi.

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Marotta, ci spieghi – 2 Il giro del mondo intorno a Estigarribia

Marcelo Estigarribia con la maglia della nazionale paraguayana

Marcelo Estigarribia con la maglia della nazionale paraguayana

Beppe Marotta

Beppe Marotta

(La prima puntata è stata pubblicata qui)

C’è una storia che riguarda il mercato juventino degli anni recenti, quello guidato da Beppe Marotta. Il suo protagonista è Marcelo Estigarribia, classe 1987, eclettico giocatore di fascia paraguayano che cambia squadra a ogni stagione e ha avuto la Juventus come prima destinazione italiana. Un talento né migliore né peggiore rispetto a tanti altri giunti in Italia, nel tempo in cui pare che una scuola di calciatori italiani non esista più. La storia di Estigarribia merita d’essere raccontata per diversi motivi, e molti di essi hanno relativamente a che fare con le condotte di mercato dell’amministratore delegato nonché direttore generale bianconero. Ma il quadro che emerge dal racconto della vicenda è l’ennesimo spaccato di quel sistema da me etichettato in Gol di rapina come economia parallela del calcio globale. Un sistema in cui i calciatori vengono movimentati per ragioni non facilmente comprensibili, certo difficili da ricondurre a motivazioni tecnico-agonistiche. Dentro questo sistema la Juventus di Marotta si muove in modo disinvolto, e la vicenda di Estigarribia ne è una dimostrazione.

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Ma torniamo a lui, il protagonista della vicenda. Attualmente in forza all’Atalanta, ma fermo per un grave infortunio subìto lo scorso 10 ottobre in occasione della gara amichevole giocata e persa 2-0 dalla sua nazionale contro la Corea del Sud a Cheonan. Lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, sei mesi di stop. Un infortunio shock. I cui effetti vengono appena attenuati dagli attestati di stima provenienti dal mondo del calcio, fra i quali spicca il sorprendente messaggio inviato dal Real Madrid. Soprattutto, si tratta di un evento traumatico che s’abbatte sul calciatore giusto nel momento in cui pareva egli fosse sul punto di dare una svolta alla propria carriera. Marcelo, affettuosamente chiamato Chelo da amici e compagni di squadra, aveva giocato le sei le partite di campionato fin lì disputate dall’Atalanta. Tutte da titolare, e arricchite da un gol segnato alla seconda giornata sul campo del Cagliari che è stato anche il primo in campionato della squadra nerazzurra. L’infortunio al ginocchio giunge dunque a mandare in aria tutte le speranze che il buon momento di carriera stava alimentando nel calciatore paraguayano. Speranze che erano state espresse nel corso di un’intervista rilasciata a Fabrizio Salvio di Sportiweek, il magazine settimanale della Gazzetta dello Sport. Un’intervista che per contenuti dovrebbe provocare clamore, e che invece scivola via quasi inosservata.

Succede infatti che durante la chiacchierata con Salvio il calciatore dell’Atalanta faccia una specie di coming out e sveli il motivo per cui durante i primi tre anni dall’arrivo in Italia abbia cambiato quattro squadre (oltre a Juventus e Atalanta, anche Sampdoria e Chievo). Il giornalista chiede a Estigarribia se sappia darsi una spiegazione su quella girandola di club, e se questa sia dovuta a un suo insoddisfacente rendimento o a altri motivi. E a quel punto Marcelo libera lo sfogo:

“La verità è che il mio cartellino era di proprietà di un fondo di investimento, la Gsm, General Soccer Management, che già mi aveva spedito in Francia e che per il mio riscatto da parte dei bianconeri pretendeva 5 milioni. La Juventus mi avrebbe tenuto ma non aveva intenzione di spendere quei soldi. Così alla Samp: ho giocato 34 partite su 38, eppure non sono rimasto, per lo stesso motivo. E anche a Genova: Marcelo, noi ti terremmo, ma…”

Seguono altri due scambi di domanda e risposta che vale la pena riportare:

Oggi rifarebbe la scelta di affidare il suo destino a privati che fanno soprattutto i loro interessi?

“No. Ero giovane e senza esperienza, non avevo famiglia e pensavo: se oggi gioco qua e domani là, cosa importa? Adesso preferisco mille volte che il mio cartellino sia proprietà di un club.”

E invece?

“È ancora di proprietà della Gsm. Ma spero di convincere l’Atalanta ad acquistarmi”.

Duole dire che dopo l’infortunio avvenuto di lì a due settimane questo sforzo di convincere la società bergamasca si sia complicato parecchio. Ma non è questa la cosa che m’interessa rimarcare. Altri sono i punti della vicenda che fanno riflettere. In primis c’è che nell’ambiente del calcio italiano le pesanti dichiarazioni rilasciate da Estigarribia a Salvio passano quasi sotto silenzio. Se provate a digitare su Google i parametri “Estigarribia +  intervista + Sportweek” trovate soltanto 4 pagine web. Eppure nei mesi successivi la storia viene ripresa da alcuni organi di stampa esteri. Ai primi di dicembre essa è ospitata dalle pagine dell’Irish Examiner. E all’inizio di questo 2015 è addirittura El Paìs, il più importante quotidiano spagnolo, a raccontarla. Ma in Italia nulla più, quelle parole di Estigarribia sono già dimenticata.

Ma c’è soprattutto un altro aspetto della vicenda: sotto la guida di Marotta la Juventus ha realizzato un affare con una third party. Ciò che in Inghilterra, Francia e Polonia è esplicitamente vietato, e che da maggio 2015 la Fifa metterà al bando dopo aver tentato invano di farlo riformando nel 2007 l’articolo 18 del Regolamento sullo status e i trasferimenti dei calciatori. Sull’inefficacia di questo veto mi sono già espresso nel momento stesso in cui venne preannunciato tre mesi fa, e anche analisi effettuate in punto di diritto come quella di Guido Del Re per il Sole 24 Ore rafforzano la mia impressione che si tratti di mossa propagandistica e nulla più. In altri paesi, come Portogallo e Spagna, le terze parti sono tollerate o addirittura benedette. In Italia, semplicemente, impera l’atteggiamento di girarsi dall’altra parte ogni volta che seguendo gli affari del calciomercato ci s’imbatte in un soggetto del genere. Lasciar correre, e non solo da parte della stampa. E invece sui dettagli di questa vicenda bisogna fermarsi.

Dunque, Marcelo Estigarribia compie un errore di gioventù dal quale non viene più fuori. Dichiara di appartenere a un fondo d’investimento del quale fa anche il nome. Sarebbe curioso sapere che tipo di accordo abbia firmato, e quali siano i contenuti di un pezzo di carta che di fatto vincola una persona a un ente finanziario come se il secondo fosse proprietario della prima. E forse un giorno il calciatore deciderà di raccontare anche questa parte della verità. Ma intanto bisogna soffermarsi sugli altri dati della vicenda. Il calciatore paraguayano afferma di essere vincolato a un fondo d’investimento denominato General Soccer Management, ma dimentica di aggiungere che da agosto 2011 la sua carriera ruota intorno a un club della serie B uruguayana chiamato Deportivo Maldonado. Dopo la prima esperienza europea a Le Mans il giocatore rimbalza regolarmente da lì prima di ogni nuova destinazione. Come mai? E soprattutto, che tipo di club è il Deportivo Maldonado? Alla seconda domanda rispondo dicendo che è un club noto soprattutto per ragioni extrasportive. Di esso si è occupata più di una volta anche Bloomberg. Che a aprile 2014 sottolinea il paradosso di un club che registra una presenza media di 200 tifosi sugli spalti e che però dal 2010 ha guadagnato 14 milioni di dollari (10,1 milioni di euro) dai trasferimenti di calciatori. Acquistato nel 2010 da un imprenditore ippico inglese Malcolm Caine e da un avvocato suo connazionale, Graham Shear il Deportivo Maldonado, fin allora di proprietà dei soci, diventa un club specializzato in brokeraggio di calciatori. I giocatori transitano da lì senza mai passarci e in attesa di essere rispediti altrove. È il caso di Alex Sandro, esterno sinistro brasiliano che il Maldonado acquista a febbraio 2010 dall’Atletico Paranaense per 2,20 milioni di euro per poi cederlo al Porto per 9,6 milioni nell’estate 2011 dopo averlo concesso per un anno in prestito al Santos. E almeno in questo caso si sta parlando di un calciatore che giunto in Europa dimostra d’essere valido. Non altrettanto può dirsi di Willian José, attaccante brasiliano classe ’91 acquistato dal club uruguayano nell’estate 2011 e parcheggiato al Real Madrid a partire da gennaio 2014. Il club blanco lo fa giocare quasi esclusivamente, e nemmeno per tante partite, nella sua squadra B, il Castilla. Dall’inizio della stagione attuale Willian José gioca nel Real Saragozza, serie B spagnola.

Alex Sandro

Alex Sandro

Willian José

Willian José

Alla lista vanno aggiunti i tre trasferimenti riguardanti calciatori paraguayani. Il primo è quello dell’attaccante paraguayano Brian Montenegro, ceduto nell’estate 2011 al West Ham dove non gioca nemmeno una partita di campionato. Già a gennaio viene rispedito al mittente. Dopo aver girato per club minori sudamericani si trova adesso al Leeds United di Massimo Cellino, dove in questa stagione ha messo assieme soltanto tre partite.

Brian Montenegro

Brian Montenegro

Il secondo trasferimento riguarda il difensore Ivan Piris, acquisito dalla Roma nell’estate 2012 per 700 mila euro e poi rimandato via a fine stagione. Adesso è all’Udinese dopo aver speso una stagione insignificante allo Sporting Lisbona.

Ivan Piris

Ivan Piris

E infine, appunto, Marcelo Estigarribia. Arrivato in prestito alla Juventus nell’estate 2011 per 500 mila euro, con diritto di riscatto fissato a 5 milioni pagabili in tre rate. Praticamente è un affitto, come era stato per il contestatissimo caso del trasferimento di Carlos Tevez e Javier Mascherano al West Ham nell’estate del 2006. Marotta conduce esattamente quel tipo di transazione, nelle stesse settimane in cui realizza un affare memorabile: l’acquisto di Prince-Désire Gouano, pagato 1,5 milioni ai francesi del Le Havre. Mai visto in campo nella nostra serie A. Nemmeno con la maglia dell’Atalanta, club a cui la Juventus lo passa per poche ore e per il quale Marotta lavorò all’inizio degli anni Duemila mettendo fra l’altro a segno il colpo più costoso nella storia del club bergamasco: l’acquisto dal Milan di Gianni Comandini per 30 miliardi di lire. Cifra record, flop record, perché in due anni e mezzo Comandini gioca soltanto 47 partite e mette a segno 7 gol.

Gianni Comandini

Gianni Comandini

Resta il fatto che l’Atalanta smista Gouano agli olandesi dello Rkc Walwijk. Adesso Gouano è in Portogallo al Rio Ave, club controllato da Jorge Mendes. La sua unica partita da professionista in Italia è stata disputata con la maglia del Lanciano in B.

Ma torniamo a Estigarribia, che arriva alla Juventus da un club specializzato in triangolazioni. Nella stagione 2011-12 non gioca molto, ma quando gioca dimostra di essersi meritato l’opportunità. In 14 partite di campionato segna anche un gol, fra l’altro molto importante per la corsa della Juventus alla conquista del primo scudetto dell’Era Conte e in una gara bellissima: Napoli-Juventus del 29 novembre 2011, finita 3-3 dopo che il Napoli era sul 3-1 a meno di 20 minuti dalla fine.

È proprio Estigarribia a segnare il gol del 3-2 che riapre la partita. Non gli basta. A fine anno il paraguayano viene rispedito al Deportivo Maldonado. E da lì continua a tornare in Italia con la formula del prestito. Prima alla Sampdoria, il club per cui Marotta lavorava prima di passare alla Juventus: ma è solo una coincidenza, ci mancherebbe altro. Poi la tappa al Chievo, e da gennaio 2014 all’Atalanta. Ennesima coincidenza, questa nuova presenza del club bergamasco. Che fra l’altro nel giorno in cui tessera Estigarribia annuncia un’altra acquisizione: quella dell’uruguayano Ruben Bentancourt, l’attaccante che somiglia a Edinson Cavani. Nel senso che gli somiglia davvero in termini somatici, perché quanto al resto meglio sorvolare. Betancourt arriva dal PSV Eindhoven, cioè il club che ha appena scippato il giovane Gianluca Scamacca</a.
Diventa presto a Bergamo un
oggetto misterioso. Per lui in maglia nerazzurra soltanto 3 spezzoni di partita per complessivi 48 minuti. Adesso è in prestito in B al Bologna, dove ha messo insieme 74 minuti in 5 spezzoni di partita. Perché sia arrivato nessuno lo sa. Così come nessuno sa perché mai Marotta abbia voluto portare Estigarribia alla Juventus in affitto per 500 mila euro. Meno ancora si sa dei due “gioielli del Granada”. Si tratta di interrogativi che circolano pure sulle pagine di Tuttosport, che certo non può essere indicato come un organo d’informazione anti-juventino e giusto nell’edizione di ieri ha radiografato le cinque campagne trasferimenti di Marotta. Senza alcuna indulgenza. Se ne riparlerà.

(2. continua)

Campaňa, lo showman Ferrero e i misteri del calciomercato doriano

José Campaña

José Campaña

Massimo Ferrero

Massimo Ferrero

Per i tifosi del Porto è stata un’apparizione. Venerdì 19 dicembre, in occasione dell’ultima gara di campionato prima della sosta di fine anno, sono finalmente riusciti a vedere in campo José Campaňa, centrocampista spagnolo classe 1993 giunto al club dei Dragoes all’ultimo giorno della scorsa sessione estiva di calciomercato. Arrivato in Portogallo con l’etichetta di pupillo del basco Julen Lopetegui, l’allenatore portista che da CT dell’Under 21 spagnola lo ha avuto alle proprie dipendenze, Campaňa fino a quel momento non aveva mai messo piede in campo.

Julen Lopetegui

Julen Lopetegui

Di più: in tre mesi e mezzo di permanenza al Porto gli era stata riservata soltanto una convocazione. Era accaduto il 5 dicembre in occasione della trasferta a Coimbra contro l’Academica, quando il centrocampista sivigliano aveva assistito alla vittoria 3-0 dei suoi compagni. Per riuscire a vederlo in campo è stato necessario che fossero indisponibili i due giocatori scelti a inizio stagione da Lopetegui per il ruolo di trinco, che nello slang calcistico portoghese indica il mediano di regia che si piazza davanti alla difesa a distribuire il gioco: il brasiliano Casemiro, in prestito dal Real Madrid nonché controllato da Doyen Sport Investments, assente per squalifica; e il giovanissimo Ruben Neves (classe 1997), messo fuori causa fino al termine di gennaio da una distorsione al ginocchio destro rimediata il 10 dicembre durante la gara di Champions sul campo dello Shakhtar Donetsk.

Casemiro

Casemiro

Ruben Neves

Ruben Neves

Ma nemmeno le assenze del titolare e della riserva nel ruolo di trinco sarebbero sufficienti per garantire il posto in campo a Campaňa, come dimostrano alcune scelte fatte nel corso di questo primo scorcio di stagione da Lopetegui. Che in altre occasioni aveva preferito adattare al ruolo i difensori centrali (a turno: lo spagnolo Ivan Marcano, l’olandese Bruno Martins Indi, e il quasi desaparecido messicano Diego Antonio Reyes) piuttosto che ricorrere al giovane sivigliano. Dunque, per riuscire a vedere in campo l’ex Under 21 è stato necessario che l’avversario del Porto fosse una squadra in caduta libera nel campionato portoghese: il Vitoria Setubal, reduce da cinque sconfitte nelle ultime sei gare. Sulla panchina dei sadinos siede Domingos Paciencia, che con l’allenatore portista Julen Lopetegui condivide una caratteristica: entrambi sono molto amici di Jorge Mendes, il più potente broker del calcio globale. Ma questo è soltanto un dettaglio.

Domingos Paciencia

Domingos Paciencia

Jorge Mendes

Jorge Mendes

Come era prevedibile, il Porto stravince (4-0) senza nemmeno forzare. Campaňa gioca discretamente 74 minuti di una partita dai ritmi blandi, poi a causa di un affaticamento muscolare lascia il posto all’ex pescarese Juan Fernando Quintero, la cui metà è stata riscattata dal Porto giusto il giorno prima per 4,5 milioni.

Juan Fernando Quintero

Juan Fernando Quintero

Dunque, finalmente il centrocampista spagnolo mette nel curriculum la prima presenza in campo nel corso di questa stagione 2014-15. E registrato il dato è lecito porsi alcune domande. La più banale riguarda il se e il quando sarà possibile rivederlo in campo. Ma soprattutto c’è da chiedersi perché mai la Sampdoria abbia investito soldi in questo giocatore di dubbio valore, che viene sballottato da un club all’altro senza lasciare traccia. Perché in ciò consiste il dettaglio di maggior interesse: questo fantasma dei campi e dei campionati europei è dallo scorso luglio un calciatore di proprietà del club presieduto da Massimo Ferrero, e si trova al Porto in prestito. Ma a questo punto è necessario tornare indietro e mettere in fila un po’ di dettagli.

Massimo Ferrero

Massimo Ferrero

José Ángel Gómez Campaňa cresce nel Siviglia, facendo la trafila tra la squadra B e quella principale. Con quest’ultima mette insieme 20 presenze fra il 2011 e il 2013, giusto il periodo in cui il club andaluso entra nell’orbita di Doyen Sport Investments. L’agenzia che lo rappresenta e ne cura gli interessi è la Promoesport, fondata e presieduta da un ex calciatore: José Rodriguez Baster, meglio noto come Rodri.

José Rodriguez Baster "Rodri"

José Rodriguez Baster “Rodri”

Promoesport è non soltanto una potente agenzia che cura gli interessi di un centinaio di calciatori, fra cui l’ex viola e juventino Felipe Melo attualmente al Galatasaray, quattro calciatori del Siviglia (Denis Suarez, Iago Aspas, Aleix Vidal e José Antonio Reyes), il portiere Diogo Alves del Valencia, e così via fino a arrivare a Antonio Luna Rodriguez meglio noto come Luna, giunto la scorsa estate al Verona dall’Aston Villa e mai sceso in campo (nemmeno in caso di epidemie nello spogliatoio gialloblu) durante le prime sedici giornate di campionato.

Felipe Melo

Felipe Melo

Antonio Luna Rodriguez

Antonio Luna Rodriguez

L’agenzia capitanata da Rodri opera anche da fondo d’investimento, e dal 2013 è entrata nella proprietà di un club calcistico. Come fondo d’investimento ha piazzato un proprio calciatore all’Elche, club della Liga spagnola pesante crisi economica. Il calciatore in questione è l’olandese Garry Mendes Rodrigues, un’ala che nel 2013 ha accettato l’offerta di vestire la maglia della nazionale di Capo Verde. Un carneade che prima di arrivare in Spagna era partito dagli olandesi del Den Haag (dove non ha mai sommato una presenza) per poi passare dal Dordrecht e dal Levski Sofia. L’Elche aveva bisogno di un centravanti, Mendes Rodrigues è un attaccante esterno che porta in dote una buona media gol registrata in Bulgaria: 14 in 36 gare. Ma la Liga è altra cosa, e infatti lì l’olandese-capoverdiano mette a segno un solo gol in 10 partite giocate.

Garry Mendes Rodriguez

Garry Mendes Rodriguez

Quanto al club entrato nell’orbita di Promoesport, si tratta del Gimnastic Tarragona, meglio noto anche come Nastic, di cui l’agenzia ha acquistato il 10% nel 2013. Da notare che proprio dal Nastic passa Garry Mendes Rodriguez prima di andare all’Elche, attraverso un’operazione che a tutti gli effetti è una triangolazione. Il che conferma una volta di più la tesi da me esposta in un post pubblicato a ottobre: la messa al bando delle terze parti voluta dalla Fifa è una farsa, perché gli attori dell’economia calcistica parallela globale si sono già attrezzati comprando club minori da usare come sponde per triangolare calciatori.

Dalle sommarie informazioni che ho riportato su Promoesport emerge un legame privilegiato col Siviglia, club che ha fitti rapporti (sebbene a fasi alterne) anche con Doyen Sport Investments. Ma nel caso dell’agenzia guidata da Rodri siamo oltre l’alleanza d’affari. Sbirciando nel sito di Promoesport si scopre infatti che fra gli agenti figura Adrián Del Nido. Cioè il figlio terzogenito dell’ex presidente del club andaluso, José Maria Del Nido.

José Maria Del Nido

José Maria Del Nido

Adrian Del Nido

Adrian Del Nido

Costui si è dimesso dalla presidenza del Siviglia nel dicembre del 2013. Motivo? Una condanna a 7 anni di carcere, sentenza definitiva emessa dal Tribunal Supremo, giunta al termine del processo sul cosiddetto Caso Minutas. Succedeva che Del Nido senior, da avvocato del comune di Marbella (lo stesso di cui fu sindaco per decenni l’ex presidente dell’Atletico Madrid, Jesus Gil y Gil, altro galantuomo), fatturasse parcelle spropositate. Per un totale di 2,7 milioni di euro, a pagamento di servizi che la corte ha giudicato innecessarios. Dal 7 marzo 2014 Del Nido senior è ospite delle regie galere. Una sua domanda d’indulto è stata rigettata lo scorso novembre. E poiché buon sangue non mente, anche il figliolo Adrián ha avuto qualche noia con la giustizia. A aprile 2010 a Siviglia, la sera del Sabato Santo, un’auto nella quale Del Nido junior viaggiava investì e uccise due donne, Patricia Alfaro e Almudena González, a un semaforo del Paseo de Colon. Il veicolo sfrecciò alla velocità di 128 chilometri orari, e dopo aver centrato le due donne proseguì imperterrito. Si fermò soltanto perché speronato da un taxi. Alla guida si trovava un giovane di nome Fernando Vargas. Che al controllo di polizia risultò in stato d’ebbrezza, nonché sprovvisto di patente.

I vani soccorsi a una vittima dell'incidente del Paseo de Colon a Siviglia

I vani soccorsi a una vittima dell’incidente del Paseo de Colon a Siviglia

Fernando Vargas

Fernando Vargas

Del Nido junior scansò l’accusa di omissione di soccorso, mentre Vargas è stato condannato nel 2011 a sei anni e mezzo di carcere e 4.320 euro di multa. Il mancato pagamento di quest’ultima è costato a Vargas, nel 2013, un ulteriore anno di detenzione.

Ovvio che Del Nido junior, una volta diventato agente di calciatori, prenda immediatamente a realizzare affari col Siviglia di Del Nido senior. In particolare suscita perplessità il caso dell’anglo-kosovaro Alban Banjaku. Che passa dalle giovanili dell’Arsenal e approda a Siviglia grazie all’intermediazione di Del Nido junior. E da lì se ne perde le tracce. Secondo la pagina di Wikipedia, la sua ultima destinazione sconosciuta è lo Slavia Praga. Ciò che invece non risulta dalla pagina di Transfermarkt, secondo cui il calciatore si trova attualmente al Derby County. Di sicuro c’è che nessuno lo ha mai visto scendere in campo nelle file di questi club.

Alban Banjaku con la maglia delle giovanili dell'Arsenal

Alban Banjaku con la maglia delle giovanili dell’Arsenal

Avendo alle spalle l’agenzia di Rodri e Del Nido junior, José Campaňa giunge a luglio 2013 alla Sampdoria. Il suo curriculum è per niente entusiasmante. Due stagioni al Siviglia in cui mette insieme 20 partite, quasi sempre da subentrato. Poi, nel 2013-14, per 2 milioni di euro giunge il passaggio agli inglesi del Crystal Palace, dove il centrocampista gioca 6 delle prime 8 gare di Premier League per poi finire ai margini. A gennaio 2014 viene ceduto in prestito in Bundesliga, per contribuire alla salvezza del Norimberga. Che infatti retrocede. A giugno Campaňa torna al Crystal Palace, e è dal club inglese che la Sampdoria lo preleva a luglio. Si tratta del primo acquisto della gestione di Massimo Ferrero. Un’acquisizione a titolo definitivo per una cifra che in un primo momento viene indicata dal sito della BBC come undisclosed, riservata. In seguito l’ammontare della transazione viene reso noto: 1,8 milioni di euro (confermato da Transfermarkt), e contratto quadriennale con ingaggio da 400 mila euro annui al calciatore. Il Crystal Palace realizza una minusvalenza di 200 mila euro, mentre 60 mila vanno al Siviglia per non meglio specificati diritti. Il centrocampista spagnolo compie tutto il precampionato con la squadra di Sinisa Mihajlovic, e siede in panchina nella prima gara di campionato che i blucerchiati pareggiano 1-1 a Palermo il 31 agosto. Ma poi due giorni dopo, all’improvviso, il centrocampista spagnolo viene ceduto in prestito al Porto.

Si tratta di una mossa di mercato parecchio strana, e per almeno due motivi. In primo luogo, il Porto è un club dell’élite europea, regolare frequentatore della Champions League e parecchio rinforzato durante l’estate (con massiccio uso di calciatori provenienti da fondi d’investimento): cosa se ne fa, un club di questo rango, di un calciatore che non riesce a guadagnarsi il posto da titolare nella Sampdoria? Ma è soprattutto l’altro aspetto a destare perplessità: la Sampdoria a luglio investe su un calciatore 1,8 milioni, assicurandogli un quadriennale da 400 mila euro a stagione (cioè 1 milione e 600 mila), e ai primi di settembre lo dà via in prestito. Come mai? Mistero. Un cronista del Secolo XIX, commentando la transazione, ha l’ardire di sostenere che, comunque vada a finire l’esperienza portoghese di Campaňa, per la Sampdoria sarà comunque un affare. Motivo? Se il Porto deciderà di riscattare il calciatore, la cifra prefissata sarà di 3 milioni con plusvalenza da 1,2 milioni per il club blucerchiato; se invece deciderà di non riscattarlo, il valore di Campaňa sarà comunque accresciuto dalla stagione coi Dragoes. Argomentazione molto debole. Perché il Porto, come lo stesso cronista rimarca, non è obbligato a riscattare il centrocampista spagnolo, e perché un Campaňa così poco utilizzato tornerà a Genova svalutatissimo. E dunque?

Gli interrogativi aumentano leggendo la notizia di calciomercato contenuta nello stesso articolo del Secolo XIX, nel passaggio in cui si dice che il dirigente doriano Riccardo Pecini “ha strappato alla concorrenza di tanti club europei” il ventenne montenegrino Luka Djordjevic.

Luka Djordjevic

Luka Djordjevic

Non so quale concorrenza abbia dovuto battere Pecini per convincere lo Zenit San Pietroburgo a dare il calciatore alla Samp. Di sicuro c’è che Djordjevic in Russia aveva giocato una sola partita, e che da quando si trova alla Samp non è mai stato nemmeno convocato in campionato. Per lui soltanto 24 minuti contro il Brescia in Coppa Italia. Cosa è venuto a fare a Genova?

È un mercato davvero misterioso quello condotto in estate da Massimo Ferrero. Che dal canto suo, come racconta Gianfrancesco Turano dell’Espresso, non ha tirato fuori un centesimo per prendere la Sampdoria. I Garrone gli hanno consegnato una società senza debiti, e un’ossatura di squadra che per sette-otto undicesimi sta tirando la carretta egregiamente in questa stagione assieme a Sinisa Mihajlovic, anch’egli blucerchiato già prima dell’arrivo di Ferrero. Dovevano essere proprio stufi di calcio, i Garrone. Anche se a dire il vero non se n’era avuto sentore, fino al giorno in cui il passaggio di consegne è avvenuto. Chissà se adesso hanno smesso d’interessarsi di calcio, e se si siano improvvisamente appassionati al curling o al lancio del formaggio. Ma quali sono stati gli altri acquisiti estivi di Ferrero? Presto detto. Tre milioni per Gonzalo Bergessio dal Catania, rivelatosi fin qui un bidone. Scambio di comproprietà con la Juventus, con Stefano Beltrame in blucerchiato e Vincenzo Fiorillo in bianconero: 2 milioni ciascuno, per un’operazione di ginnastica contabile che si è risolta nello smistamento di Beltrame al Modena e di Fiorillo al Pescara. C’è poi il ritorno da Verona di Cacciatore. Il prestito dal Palermo di Emiliano Viviano, portiere sopravvalutato che infortunandosi ha restituito il posto da titolare a Sergio Romero, vicecampione del mondo con l’Argentina finito in panchina perché il club doriano non era riuscito a cederlo in estate. E il prestito oneroso di Alessio Romagnoli, giunto dalla Roma per 500 mila euro, con opzione di riscatto fissata a 2 milioni per la Sampdoria e controriscatto a favore dei giallorossi per 750 mila euro. Denaro che gira e rigira.

Alessio Romagnoli

Alessio Romagnoli

Infine, quando si parla dello scambio realizzato col Parma, ecco che salta fuori un nome che per chi ha letto il mio Gol di rapina è una vecchia conoscenza: a Genova arriva Djamel Mesbah, mentre a Parma viene mandato l’argentino Juan Antonio, a sua volta immediatamente smistato al Feralpi Salò. Juan Antonio è uno dei cinque calciatori del River Plate acquistati nel 2006 dalla HAZ di Pini Zahavi tramite il Locarno. Gli altri quattro rispondono ai nomi di Gonzalo Higuain, Fernando Belluschi, Augusto Fernandez, e Mateo Musacchio. Dal Parma arriva anche Marco Marchionni, che alla si sta godendo un sereno pre-pensionamento. Per lui soltanto 77′ minuti in campo contro il Chievo, poi panchina fissa. Non è dato sapere se e quanto sia costato.

Questo il mercato estivo condotto da Ferrero. E adesso che ci si approssima a quello invernale, ecco il botto al di sotto di ogni sospetto. Dall’Estudiantes arriva il promettente ventenne Joaquin Correa.

Joaquin Correa

Joaquin Correa

Sulle sue piste era dalla scorsa estate il Benfica, altro club compromesso con terze parti e fondi d’investimento. Ma poi sbuca la Sampdoria e lo acquista per 10 milioni. Soldi suoi? Si direbbe proprio di no. Non è un mistero che l’acquisto avvenga tramite un fondo d’investimento, dietro il quale si muoverebbe il Manchester City. Si tratterebbe di una pratica vietata, ma la Samp e il suo esuberante presidente si prestano. Correa transiterà da Genova e poi andrà altrove. Più o meno come Campaňa. E intanto Manolo Gabbiadini, che della Samp attuale è un valore sicuro, si appresta a partire. Sarebbe bello sapere quale sia la logica di tutte queste strampalate mosse di mercato. E ancor più bello sarebbe che fosse proprio Ferrero a spiegarle. Magari nel modo che piace a lui: frizzante. Ci racconti pure, presidente. E se vuole lo faccia anche coprendosi il capo usando a mo’ di kefiah col vessillo doriano, o indossando soltanto un perizoma tempestato di strass. Ma lo faccia, dando ancora una volta corso al suo talento da showman. Perché se dovesse tacere giusto stavolta, sarebbe davvero una pessima cosa. Significherebbe che il suo senso dello spettacolo funziona soltanto quando non nuoce a lei. E che la sua Samp è pronta a fare un bel gemellaggio col Football Club Locarno.

Massimo Ferrero

Massimo Ferrero

Il colpo a vuoto di Blatter su Terze Parti e fondi d’investimento

Joseph Blatter

Joseph Blatter

Una mossa inutile. È quella annunciata dalla Fifa a proposito della progressiva messa al bando delle terze parti nella proprietà di calciatori. Arriva tardi, si imporrà seguendo tempi da moviola, e quando infine avrà completato il proprio varo si troverà a intervenire su una realtà che nel frattempo sarà talmente mutata da renderla superflua. Da mesi gli attori dell’economia parallela del calcio globale stanno infatti lavorando a un’evoluzione degli strumenti attraverso cui sfruttare il calcio a fini puramente finanziari, e i bellicosi annunci lanciati dal colonnello Blatter hanno il solo effetto d’imprimere un’accelerazione alle grandi manovre. Del resto, per le forze del turbocapitalismo calcistico la sola cosa che importi è continuare a esercitare il dominio economico e a espandere la colonizzazione del calcio. A partire dalla seconda metà degli anni Zero questa strategia ha trovato nel fondo d’investimento che acquisisce quote di calciatori lo strumento privilegiato. Ma come tutti gli strumenti anche i fondi d’investimento hanno, nella loro declinazione d’uso, un ciclo d’utilità che culmina nell’obsolescenza. E il momento dell’obsolescenza per le TPO sta arrivando adesso. Se ne parla troppo e con frequenza crescente. Persino la sonnolenta stampa italiana s’è accorta di un fenomeno che giornalisti come David Conn del Guardian e Gabriele Marcotti del Times denunciavano già nel 2006, nei giorni in cui il West Ham prendeva Tevez e Mascherano in affitto dalla Media Sports Investments di Kia Joorabchian.

Kia Joorabchian

Kia Joorabchian

Inoltre, due vicende avvenute in Portogallo durante l’estate appena trascorsa hanno fatto salire il livello dell’allarme sull’invasione dei fondi d’investimento nel calcio. E è sintomatico che ciò avvenga giusto nel paese in cui, come spiego nel mio “Gol di rapina”, la declinazione calcistica del fondo d’investimento ha trovato un appoggio negli attori istituzionali della finanza e del credito.

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Qui il primo tentativo di messa al bando delle TPO effettuato dalla Fifa nel 2007, tramite l’aggiunta di un’estensione bis all’articolo 18 (manco a farlo apposta…) del Regolamento sullo Status e i Trasferimenti del Calciatore, è stato aggirato con facilità irrisoria grazie alla creazione di fondi d’investimento da parte degli stessi club. E questo passaggio, oltre a fornire un eloquente esempio a proposito dell’inutilità dei divieti posti dalla Fifa, ha posto le condizioni affinché un grande club europeo come il Benfica venisse a trovarsi in difficoltà patrimoniali e finanziarie. La difficoltà è sorta in conseguenza del fallimento di Banco Espirito Santo (BES), il principale gruppo bancario privato portoghese il cui crack ha messo di nuovo a rischio la convalescente economia lusitana.

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È stato proprio BES, attraverso la sua agenzia Espirito Santo Financial Group (ESFG) con sede legale a Lussemburgo, a strutturare nel 2009 il Benfica Stars Fund (BSF), il fondo a cui il Benfica ha ceduto durante questi anni quote di diversi suoi giocatori ottenendo fra l’altro di gonfiarne le valutazioni iscritte a bilancio. Il fallimento dell’istituto e la sua divisione fra una good bank e una bad bank ha costretto il Benfica a un’affannosa operazione di riacquisizione delle quote di suoi calciatori in possesso del BSF. Perché, nel caso in cui il club encarnado non avesse ripreso quelle quote entro il 30 settembre, esse sarebbero finite sul mercato a disposizione del migliore offerente. Sicché ci si è trovati davanti a una situazione grottesca, col Benfica che ha dovuto sborsare 29 milioni per ricomprare quote dei suoi calciatori dal suo fondo d’investimento.

Al BES e alla sua emanazione ESFG è stato legato anche l’altro club portoghese che durante l’estate appena trascorsa è stato coinvolto in un’altra vicenda legata all’azione dei fondi d’investimento. Si tratta dello Sporting Lisbona, che al pari del Benfica ha istituito nel 2011 un proprio fondo (Sporting Portugal Fund, SPF) sotto l’egida di ESFG. Nelle scorse settimane lo Sporting è andato allo scontro con il più potente fondo d’investimento attualmente in campo nell’economia parallela del calcio globale: il Doyen Sports Investiments. Il conflitto è esploso a proposito del nazionale argentino Marcos Rojo e del suo trasferimento al Manchester United.

Marcos Rojo

Marcos Rojo

Alla vicenda ho dedicato un post di questo blog, e da essa è nato un contenzioso fra il club e Doyen con quest’ultimo che ha annunciato ricorso presso il Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) di Losanna.

I due episodi ricordati, uniti allo strapotere dei grandi broker calcistici globali come Jorge Mendes (ai cui tentacolari affari è stato dedicato nei giorni scorsi un lungo e dettagliato articolo

Jorge Mendes accanto a uno dei suoi principali assistiti

Jorge Mendes accanto a uno dei suoi principali assistiti

da David Conn), hanno proiettato sugli attori dell’economia parallela del calcio globale una pubblicità negativa. Con l’effetto di far schierare anche la Fifa in una battaglia che fin qui era stata affrontata soltanto dall’Uefa di Michel Platini, e in controtendenza rispetto alle voci che nelle settimane precedenti il mondiale brasiliano avevano dato Blatter in procinto di varare un riconoscimento dei fondi d’investimento.

Ma come detto all’inizio questa presa di posizione da parte della Fifa è tardiva. Dunque doppiamente sospetta. Davvero il colonnello Blatter, nell’anno che porterà all’ennesima rielezione, rischierà d’alienarsi i voti di Africa e Sud America, cioè dei continenti in cui le terze parti pascolano beate? Soprattutto, c’è che i finanzieri e i broker dell’economia calcistica parallela globale stanno già manovrando per scrollarsi di dosso l’etichetta ingombrante di “terze parti”. E per farlo scelgono la via più ovvia: acquistano club calcistici.

Si tratta di club di piccola taglia, e il loro valore storico e sportivo è pressoché nullo. Dunque, perché i protagonisti dell’economia calcistica parallela globale li comprano? Un’idea ce l’avrei: per farne tanti Locarno. Cioè utilizzarli alla stregua del club ticinese che nella seconda metà degli anni Zero venne utilizzato dalla HAZ (l’agenzia di Fernando Hidalgo, Gustavo

Pini Zahavi

Pini Zahavi

Arribas e Pini Zahavi) per sdoganare e smerciare calciatori d’elite provenienti dall’Argentina. I quali, naturalmente, del Locarno non hanno vestito la maglia nemmeno per un minuto, venendo immediatamente ridestinati a club dei campionati più ricchi d’Europa. In quel caso il controllo era indiretto, perché da un punto di vista formale la proprietà e la dirigenza erano locali. Nella formula odierna, invece, i protagonisti dell’economia parallela entrano direttamente in campo. Da proprietari e gestori, di club, chi potrebbe eccepire sulla legittimità del loro operare nel mondo del calcio? Soltanto applicando questa lettura è possibile spiegare compravendite di club realizzate, o in corso di realizzazione, durante il mese di settembre appena concluso.

È del 28 settembre una notizia molto istruttiva pubblicata da A Folha de Sao Paulo, quotidiano molto attento al tema delle terze parti sin dai giorni in cui Kia Joorabchian e la sua Media Sports Investments prendono il controllo del Corinthians.

La notizia che un club minore dello stato di Minas Gerais, l’Uberlandia Esporte Clube, sta per passare sotto il controllo di un terzetto formato dal padre di Neymar, dal potente agente brasiliano di calciatori Wagner Ribeiro (agente dello stesso Neymar, di Robinho, e dell’allenatore ex del Real Madrid e della nazionale brasiliana Vanderlei Luxemburgo), e dal popolare cantante Alexandre Pires, il Gigi D’Alessio di Minas Gerais.

Neymar senior

Neymar senior

Wagner Ribeiro

Wagner Ribeiro

Alexandre Pires

Alexandre Pires

E dato che i giornalisti di Folha hanno maturato una certa competenza nell’interpretare le manovre interne all’economia calcistica parallela, ecco data la lettura di questo episodio: per aggirare il bando prossimo venturo posto dalla Fifa bisogna acquistare dei club. Come già da tempo ha fatto la Traffic Sport, che mantiene nel proprio portafoglio il Desportivo Brasil, i portoghesi dell’Estoril Praia, e due franchigie della risorta NASL nordamericana (Fort Lauderdale Strikers e Carolina Railhawkes). E facendo un giro d’orizzonte si scopre che le manovre d’acquisto dei club si moltiplicano. In un articolo dedicato alla cessione di Abel Hernandez da parte del Palermo segnalai il fatto che Pablo Bentacur, il mediatore peruviano di calciatori che gestisce la carriera dell’ex rosanero, aveva da poco comprato la quota del Lugano (40%) in possesso di Enrico Preziosi.

Pablo Bentancur

Pablo Bentancur

Sta manovrando anche Peter Lim, il magnate singaporiano amico e socio di Jorge Mendes che da mesi è in procinto di acquistare il Valencia ma ancora non ne viene a capo perché Bankia (creditrice nei confronti del club per 305 milioni) non si fida delle garanzie finanziarie.

Peter Lim

Peter Lim

Dunque Lim vira altrove e prova a acquistare il Salford City, una società dilettantistica controllata da un gruppo di ex calciatori del Manchester United denominatosi Class 92. Si tratta di Ryan Giggs, Paul Scholes, Phil Neville e Nicky Butt. Assieme a altri due ex Red Devils (Phil Neville e David Beckham) sono stati protagonisti di un documentario intitolato The class of 92, dedicato alla generazione di talenti del Man U che segnò gli anni fra il 1992 e il 1999.

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Manco a farlo apposta, fra i produttori del documentario c’è anche Doyen Sports Investments. Ovviamente Lim nega che l’acquisizione del Salford sia dovuta alla necessità di sopperire al bando delle TPO. Avrebbe mai potuto dire il contrario?

E infine, ecco l’ultima novità. Gustavo Mascardi, l’argentino ex agente di borsa nonché mediatore di calciatori che ha ricavato una mega-commissione dal trasferimento di Iturbe alla Roma, e che s’è da poco visto riconoscere dal Tas un indennizzo da 8 milioni per il trasferimento di Paulo Dybala dall’Instituto Cordoba al Palermo (e l’acuto Zamparini paga).

Gustavo Mascardi

Gustavo Mascardi

Paulo Dybala

Paulo Dybala

Dieci giorni fa Mascardi ha comprato l’Alcobendas Sport, club sito nella comunità autonoma di Madrid che milita in terza serie. Lo fa per amore del club, o perché si stava annoiando? Direi nulla di tutto ciò. Staremo poiuttosto a vedere quanti calciatori passeranno formalmente dall’Alcobendas, allo stesso modo in cui Gonzalo Higuain passò dal Locarno.

Nel frattempo il colonnello Blatter avrà già celebrato il trionfo in una battaglia vinta per abbandono del campo da parte dell’avversario. Di vittorie del genere è costellata la sua storia di presidente della Fifa.

P.S. Leggendo questo post sarete indotti a credere che le manovre di acquisto o controllo di club da parte di attori dell’economia calcistica parallela siano faccende non riguardanti la realtà italiana. Sbagliato. Guardate cosa succede da due anni al Catania, club in cui l’ex agente di calciatori (ha ceduto l’agenzia al fratello…) Pablo Cosentino agisce da plenipotenziario.

Pablo Cosentino

Pablo Cosentino

Con risultati catastrofici dal punto di vista sportivo, peraltro. Ma magari quest’ultimo è un aspetto secondario della gestione. L’importante è far sbarcare a Catania calciatori argentini come Gonzalo Escalante e Gonzalo Piermateri. Il primo mai visto in campo, il secondo nemmeno in panchina.

Doyen Group, il fondo che commercia uranio e calciatori

Cari amici, in questi giorni e per i prossimi mesi sono impegnato nella stesura del libro sul lato oscuro del calcio globale. Per farvi capire di cosa si tratti, ripubblico un articolo della mia inchiesta in 8 puntate andata su Pubblico tra ottobre e dicembre 2012. Buona lettura.

Se chiedete in giro cosa abbiano in comune l’uranio e i piedi pregiati, chiunque vi risponderà raccomandandovi di farvi vedere da uno bravo. Chiunque tranne i manager del Doyen Group, un fondo d’investimento dalle attività quantomeno diversificate.  Sede centrale a Istanbul, braccio finanziario a Londra, esso si muove a caccia di affari ovunque essi si presentino e in qualsiasi settore merceologico. Dal sito web si apprende che il gruppo opera in cinque aree di mercato: metalli e minerali, carburanti e gas, energia e infrastrutture, edilizia e hospitality, e infine sport e intrattenimento. In particolare, grazie alla joint venture con la NuCap Ltd. il Doyen Group inserisce nel proprio portafoglio di attività la commercializzazione di materie prime come carbone, gas, energia, carburanti, metalli preziosi e industriali, fertilizzanti e, appunto, uranio.

Lo stesso gruppo ha fondato di recente una divisione sportiva con sede legale a Malta: si chiama Doyen Sport Investment Ltd. (DSI) e la sua missione è principalmente quella di acquistare in quota o in toto i cartellini di calciatori. Dunque, se rivolgete a qualsiasi dirigente del Doyen Group l’interrogativo con cui abbiamo aperto questo articolo, egli vi risponderà che l’uranio e i piedi pregiati hanno in comune l’essere materie prime dall’alto potenziale di redditività. Schietta logica economica.

E proprio tale schiettezza porta la holding a dichiarare la propria visione delle cose riguardo allo sport. O per meglio dire al calcio. Non un fenomeno sociale, ma piuttosto un asset da sfruttare in ogni potenzialità. È ciò che viene dichiarato nella pagina web del Doyen Group dedicata a DSI: “Doyen Sport Investment è un gruppo privato il cui scopo è garantire una fonte alternativa per il finanziamento dei club calcistici”. Chiarissimo l’intento, resta da capire quali siano i modi privilegiati da DSI per finanziare club travolti da una crisi sempre più profonda. Le formule sono diverse. Innanzitutto le sponsorizzazioni, effettuate in modo particolare. Mai da main sponsor. Meglio acquistare pochi centimetri quadrati di stoffa in segmenti periferici della muta di gioco – la parte bassa della schiena, i calzoncini, la porzione alta della manica lì dove in genere viene piazzato il logo della lega calcistica nazionale –, quanto basta per garantirsi una visibilità e far parlare di sé.

Accadde così poco più di un anno fa, ottobre 2011: quando d’improvviso alcune squadre della Liga spagnola (Sporting Gijon, Atletico Madrid, Getafe) esibirono il marchio “Doyen Group” fin lì sconosciuto ai più generando curiosità e inquietudine. Atteggiamento quest’ultimo – e qui c’è il secondo modo scelto da DSI per finanziare i club in crisi –  dovuto al diffondersi della voce secondo cui il fondo d’investimento starebbe acquistando i diritti sui migliori giovani calciatori dei club spagnoli. La notizia viene esagerata giornalisticamente, poiché la versione rappresentata parla di un acquisto in blocco dei vivai spagnoli. E come al solito – ancora una volta, giornalisticamente – passato il clamore di un giorno ci si dimentica di quella misteriosa holding e del suo braccio calcistico DSI. Che infatti agiscono indisturbati realizzando la parte più redditizia del proprio business: intermediare acquisti di calciatori e acquisirne quote rilevanti.

In questi termini la legislazione di alcuni paesi è più favorevole che in altri. E in Europa occidentale la Spagna e il Portogallo sono zone franche.  Nel 2011 DSI acquista dal Porto un terzo dei cartellini di Eliaquim Mangala e Steven Defour per 5 milioni di euro; un meccanismo frequente presso i club portoghesi, che permette di far cassa e al tempo stesso di gonfiare il valore a bilancio del cartellino intero d’un giocatore sopravvalutandone una quota parte, con tanti saluti al fair play finanziario. Nell’estate del 2012 il fondo d’investimento si spinge oltre: finanzia l’acquisto di calciatori da parte di club in difficoltà mantenendo per sé quote dei cartellini. Il sito ufficiale DSI ne dà informazione con nonchalance. La notizia pubblicata il 27 agosto informa che “Doyen ha collaborato con lo Sporting Lisbona per l’ingaggio di Labyad e Rojo”; in cambio, il fondo trattiene per sé il 35% dei “diritti economici” sul cartellino del primo e addirittura il 75% su quello del secondo. Il giorno, altro annuncio: “Doyen ha collaborato col Benfica per l’ingaggio di Ola John”. Del promettente calciatore olandese nativo della Liberia la quota di cartellino detenuta da DSI è addirittura 80%:.

La lista dei calciatori controllati da DSI (che ha nella propria scuderia anche Xavi Hernandez del Barcellona e il campione di motociclismo Jorge Lorenzo) è vasta. Fra gli altri, gli ex madridisti José Antonio Reyes e Alvaro Negredo, che assieme ai meno famosi Botía, Kondogbia, Baba Diawara e Manu Del Moral giocano nel Siviglia, squadra che porta il marchio Doyen sulla manica come fosse la fascia di capitano.  Altri calciatori sono sparsi nei club sponsorizzati da Doyen nella stagione passata o in quella corrente: Getafe (Barrada, Pedro León, Rubén Perez) e Sporting Gijon (Serrano, Bustos, Mendy, Roberto). Anche José Angel, portato la scorsa stagione alla Roma da Luis Enrique e attualmente in prestito alla Real Sociedad, è parzialmente controllato dal fondo. Tutti nomi presenti sul sito DSI, nel quale (stando a quanto riportato su Wikipedia) sono stati oscurati i nominativi di David De Gea (Manchester United), Borja Valero (Fiorentina) e Sergio Álvarez (Sporting Gijon B).

Ma il nome di punta è quello di Radamel Falcao, il colombiano dell’Atletico Madrid il cui cartellino è al 50% di Jorge Mendes. Ovvero, il rampante portoghese che è diventato l’agente di calciatori più potente al mondo e di cui bisognerà parlare in una puntata a parte. Mendes lavora col gruppo Doyen. Così come è stato associato al Quality Sport Investment, fondo con sede legale in Irlanda finito nel mirino della Fifa. Come scatole cinesi, i fondi d’investimento che operano nel calcio sono centinaia. Ma gira i rigira i nomi di chi li controlla sono sempre quelli.

 

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Adunata pubblicitariamente sediziosa

Cosa avranno fatto di male queste figliole? Non sono hooligans, hanno regolarmente pagato il biglietto, non si sono nemmeno spogliate sugli spalti. Però sono state cacciate dal Soccer City di Johannesburg per aver commesso quello che dal punto di vista della Fifa costituisce peccato mortale: hanno esibito sulle maglie la marca di una birra concorrente di quella che sponsorizza la manifestazione.

E’ successo ieri durante Olanda-Danimarca. Di fatto, le 36 donne in maglia arancione sono state accusate di indossare un abbigliamento pubblicitariamente difforme. Una circostanza mai vista né sentita. I giornali che hanno ripreso la notizia ne hanno sottolineato l’aspetto comico e anche vagamente pecoreccio. A me sembra che non ci sia molto da ridere. Tutti quanti siamo (dovremmo) essere liberi d’indossare capi d’abbigliamento, salvo che questi contengano messaggi particolarmente offensivi per la sensibilità di altri o esplicitamente illegali. Di sicuro non è proibito portare in giro marchi sui capi d’abbigliamento. Altrimenti buona parte dei nostri guardaroba andrebbe al macero. E dunque, è il numero a fare la differenza?

Di fatto, le ragazze espulse dallo stadio sono state allontanate per adunata pubblicitariamente sediziosa. Una circostanza ridicola, e in quanto tale anche pericolosa. Da quando in qua un marchio diventa il badge per partecipare a qualcosa o esserne esclusi?

http://www.corriere.it/sport/speciali/2010/mondiali-calcio-sudafrica/notizie/15-giugno-sexy-tifose-olandesi_aa76dbc2-7864-11df-9d05-00144f02aabe.shtml