Parole – Mela (Repubblica Firenze, 13 settembre 2015)

 Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è mela. Termine che per antonomasia indica il frutto della tentazione, e che a Firenze denomina una specifica forma del lasciarsi cadere nelle umane debolezze. Quella che è stata immortalata nel titolo d’un mediocre romanzo vincitore del Premio Strega 2014: la tentazione di essere come tutti. Da questa irresistibile spinta verso l’omologazione è attratta la nostra Culla del Rifacimento, che sta riempiendo il proprio centro storico di segni della colonizzazione globale. E in questo gigantesco flusso d’imitazione del format, ecco la mela di Apple che a breve campeggerà in piazza della Repubblica. La piazza che fu simbolo della Firenze Capitale e adesso sarà segno della Provincia Globale. Sit transit Gloria Gaynor, madama la marchesa, ché qui bisogna agganciare il grande flusso del mainstream e guai a rimanerne fuori. E allora si faccia spazio alla nuova Grande Mela e la si lasci visivamente impattare nella quotidianità dei fiorentini. Roba che qualunque internauta da Katmandu o da Maracaibo possa distinguere immediatamente facendosi un tour fiorentino virtuale su Google Street View. E se l’insegna è troppo appariscente rispetto ai parametri del regolamento edilizio, si fa presto a piegare la regola anziché rendere urbanisticamente compatibile il marchio. Ecco bell’e pronta una deroga. Perché non la battezzano Steve Jobs Act?

È troppo forte questa tentazione di essere come tutti, viene persino celebrata dai media locali come una sequela di eventi meritevoli della notizia. Come tale è rappresentata l’apertura in via Cavour di Queen’s Chips, la catena olandese specializzata in patatine “fritte due volte”. Notiziona. E peccato che non siano arrivati prima, ché avrebbero dato modo a quella pisquana di turista loro connazionale di farsi il selfie imboccando la statua di San Giovanni Battista con patatine pescate da un cono formato Jumbo. Il tutto con grave scorno per trippai, e per la loro cucina così trivialmente local. Ma cosa aspettano a inventarsi un marchio d’impatto globale, se davvero vogliono sopravvivere? Una cosa tipo The LampreDoctor, che permetta anche a loro di dare un contributo al grande progetto Firenze Provincia Globale. Progetto che raggiungerà il culmine con la ruota panoramica di Bellariva, un London Eye in sedicesimo che ridisegnerà lo skyline fiorentino. Del resto, che palle ‘sto Duomo, ovvìa! Meglio sforzarsi di somigliare all’imitazione di Firenze che trovereste a Las Vegas.

Frana su frana la Grande Bellezza prende la forma di territorio gruviera (Repubblica Firenze, 26 agosto 2014)

Bivigliano e quel cartello inopportuno

Bivigliano e quel cartello inopportuno

 

“Bivigliano vi dà il benvenuto”. Forse sarebbe il caso di rimuoverlo, quel cartello. Da un tempo di cui s’è persa memoria è piazzato di fronte allo Chalet La Pineta per accogliere chi s’arrampichi fin lassù. Ma da marzo 2013 s’è trasformato in una distonia, generando un effetto grottesco. Perché dopo l’ennesimo “evento meteorologico eccezionale” un pezzo di strada distante soltanto una decina di metri è franato dalla collina. Spingendo lo sguardo in giù oltre la rete arancione si vede i brani d’asfalto venuti via come croste di pane raffermo, con tanto di striscia di mezzeria a spiccare lucida. E guardandoli, dopo aver osservato il ventre aperto di ciò che era strada e adesso è tornata collina, si viene catturati da una paura irriducibile. Quella che viene dalle cose cui facciamo cieco affidamento, e rispetto alle quali non abbiamo difese.

Bivigliano

Bivigliano

 

Bivigliano

Bivigliano

 

Bivigliano

Bivigliano

 

Chi più chi meno saremo passati decine o centinaia di volte lungo quella striscia d’asfalto, allo stesso modo in cui siamo passati centinaia o migliaia di volte su altre strisce d’asfalto analoghe. E in ogni occasione l’abbiamo fatto usando la noncuranza delle cose quotidiane, e confidando nella forma tacita dell’assicurazione data da sistemi di edificazione e manuntenzione che diamo per scontati. Sicché quando vediamo spalancare quelle voragini siamo assaliti da un terrore che è al tempo stesso ancestrale e modernissimo. Vediamo incattivito il volto della natura per come era prima che provassimo a domesticarla, e assieme a quello scorgiamo il fallimento della nostra pretesa di domesticazione. Resta il fatto che in quel segmento di strada permane lo sbrego, e che chissà quanto tempo servirà per vederlo riparato. Lì è piazzato un rattoppo. Una di quelle barriere in cemento grigio chiaro che arginano il vuoto e tracciano una linea convessa. E appesi alle transenne, dei sacchi a sostegno con le insegne della Provincia di Firenze. Come a dire: e ora chi dovrebbe farsene carico? Avanza giusto lo spazio per far transitare un veicolo alla volta, e per fortuna lì il traffico è rado. Ma i mesi (gli anni) passano, e l’attesa anestetizza persino il senso dell’emergenza. Facendo sì che s’aggiunga l’ennesima bandierina nella mappa del territorio-gruviera intorno a Firenze. Un rosario di decadenza che s’allunga da un inverno all’altro. Perché il territorio frana e non si riesce più a rimetterlo in sesto. Dunque lo si transenna in attesa di tempi migliori, ma col timore che arrivino prima quelli peggiori. E un acciacco dopo l’altro si scopre che la Grande Bellezza di questo paesaggio è gravemente malata. Ci se ne accorge percorrendo la strada che oltrepassando Fiesole s’arrampica per andare a intersecare la Faentina, e che all’altezza della fermata Il Colombaio del bus 45 ospita un altro muretto d’emergenza  a arginare una frana. Sta lì da quanto? Due anni? Tre? Se n’è perso il conto. Sta lì e basta, come fosse ormai una soluzione permanente. Esattamente come lo è una cicatrice.

Sopra Fiesole, fermata Colombaiolo

Sopra Fiesole, fermata Colombaiolo

 

E chissà per quanto tempo starà lì il cartello provvisorio di pericolo generico piazzato lungo la strada che porta in cima a Monte Fanna. Fa da sentinella a un brano di radice eroso e adagiato sul bordo della salita. Raccomanda di passare oltre, così come fa la transenna che argina il ciglio della strada in prossimità di Monteloro. Situazioni in cui l’emergenza è stata superata non per soluzione ma per arrendimento, e che si sommano a altre e future emergenze di cui si vede preavviso. Per capire, si percorra la strada la salita che porta a Montepulico, sulla Faentina.

 

Montepulico: squarcio sotto le radici

Montepulico: squarcio sotto le radici

Lì le radici degli alberi sulle collinette sono ormai snudate, e minacciose incombono preannunciando uno dei prossimi fronti dell’emergenza. Osservando questa e altre situazioni sparse non solo per il territorio fiorentino, ma per la Toscana intera, ci si rende conto che uno dei più grandi patrimoni dell’identità toscana si sta dissipando. E che tutto l’amore e tutta la cura serviti per farne un’eccellenza non bastano più. Bisogna andare oltre, e farsene carico attraverso le forme di mobilitazione volontaria che si riuscirà a sperimentare. Con l’aiuto degli enti territoriali, certo, ma soprattutto con la volontà d’ogni cittadino di fare la propria parte. Una sfida complessa, certo. Ma anche ineludibile.

Libri che ho amato – 1: Quella strada nascosta che porta a Villa Ventosa

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Per capire quanto sia difficile trovare la strada che porta a Villa Ventosa bisogna dapprima rendersi conto di quanto siano fuori mano i percorsi di lettura che conducono alla sua creatrice. Una splendida signora inglese sessantaseienne di nome Anne Fine, scarsamente nota in Italia. Provate a chiedere in giro, anche fra i più voraci lettori di libri che conoscete. Difficilmente sapranno darvi indicazioni. E magari qualcuno s’illuminerà quando gli chiederete con una punta d’indulgenza: “Ma come, non sai che è l’autrice di Mrs. Doubtfire?”. Le labbra disegneranno una “o” di stupore, e da lì seguirà una considerazione che suonerà più o meno: “Non l’avrei mai immaginato”. E a quel punto resterà il dubbio a voi su cosa la persona con cui avete interloquito non avrebbe mai immaginato: che l’autrice di Mrs. Doubtfire si chiami Anne Fine, o che il film sia stato tratto da un romanzo? Di sicuro, incassata quell’informazione la persona da voi illuminata tornerà a ignorare Anne Fine. E con animo lieve riprenderà a leggere Massimo Gramellini.

 

Anne Fine

Anne Fine

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Eppure ce ne sarebbero di motivi per conoscere Anne Fine. Non soltanto perché si tratta d’una scrittrice eccellente sia per qualità che per quantità di produzione editoriale, ma anche perché si tratta di un personaggio a tutto tondo. Nata a Leicester nel 1947, Fine è autrice di una vasta serie di romanzi rivolta a diverse categorie di lettori raggruppate per fasce anagrafiche: bambini, adolescenti, persone adulte. Libri che in Gran Bretagna le sono valsi onorificenze e riconoscimenti d’alto prestigio. Ma c’è altro nella biografia di Anne Fine che merita d’essere citato. L’autrice ha lavorato due anni presso l’ufficio stampa di Oxfam, la ONG che si batte contro la povertà nel mondo. E è stata sposata per lungo tempo con un filosofo e matematico della New York University e della Birmingham University che porta il suo stesso cognome, Kit Fine.

 

Kit Fine

Kit Fine

 

Quest’ultimo è un accademico di fama internazionale, autore di libri su temi d’epistemologia e di filosofia del linguaggio. Chi volesse può ristorare la mente leggendo alcuni suoi paper disponibili sul web.

 

 

Dal matrimonio fra Kit e Anne Fine sono nate due figlie, Cordelia e Ione.

 

Cordelia Fine ha passaporto canadese e insegna presso la Melbourne University e la Melbourne Business School; è una psicologa specializzata negli studi di genere, e alcuni suoi libri come Delusions of gender. The real science behind sex difference e A mind of its own. How your brain distorts and deceive hanno suscitato dibattito e polemiche presso la comunità accademica.

 

Cordelia Fine

Cordelia Fine

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Dal canto suo, Ione Fine è assistant professor di psicologia presso la Washington University.

 

Ione Fine

Ione Fine

Una famiglia intellettuale a tutto tondo, dunque. Forse un po’ troppo per la mentalità italiana, abituata a “coppie intellettuali” che vanno da Trevi-Gamberale a Sofri-Bignardi passando attraverso Caressa-Parodi. Ogni paese ha ciò che merita, effettivamente.

Il matrimonio fra Anne e Kit finisce perché lei, come racconta al Daily Telegraph, si stanca di girare il mondo dietro al marito. Nel 1981 se ne torna a Edimburgo portando con sé le figlie ancora bambine. Lì comincia una nuova vita, che trova una svolta quando Anne conosce Dick Warren viaggiando in treno fra Edimburgo e Londra. Di lì a poco Dick diventa il suo secondo marito, e con lui vive tuttora nella Contea di Durham.

Ciò che fin qui vi ho raccontato di Anne Fine sarebbe sufficiente a stimolare curiosità sul personaggio e le sue opere. Ma in realtà, al momento del mio primo incrocio con l’autrice conoscevo di lei esattamente ciò che quasi tutti voi conoscevate prima d’iniziare a leggere questo post: nulla. E per fortuna esistono gli incontri causali, che nelle esperienze di lettura sono quelli che portano alle scoperte più feconde. La scoperta casuale è avvenuta durante una delle mie frequenti puntate presso il banchino di libri usati che si trova all’incrocio tra via de’ Martelli e via de’ Pucci. Chi vive a Firenze lo conosce bene, e sa che quello è uno dei punti di riferimento privilegiati per gli amanti del libro fiorentini. A pensarci bene, proprio lì ho scoperto quello che sarebbe diventato il libro più importante della mia vita. Ma ci sarà tempo per parlarne. Al momento basta dire che al proprietario di quel banchino devo una certa gratitudine, senza che lui lo sappia.

Un giorno di diversi anni fa, passando da quel banchino, m’imbattei in un libro di Anne Fine. Non ricordo quanti anni fa, perché quella copia del libro giace adesso in cantina assieme a qualche altro centinaio di volumi disordinatamente accatastati. Posso invece dirvi con certezza la data in cui, presso lo stesso banchino, quel libro l’ho ricomprato: 10 gennaio 2014, come annotato sulla prima pagina bianca. Ho rivisto quella copertina verde pastello di Adelphi, il dipinto raffigurante un paesaggio bucolico visto dalla finestra, e il titolo che al tempo in cui comprai il libro suscitò in me una curiosità tutta da testare: Villa Ventosa (edizione originale In cold domain, 1994).

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Il prezzo richiesto dal proprietario del banchino era basso abbastanza da indurre a soddisfare senza pentimenti lo sfizio di ricomprare il volume, magari per regalarlo dopo averlo riletto: 5 euro. E così è stato.

La seconda copia di Villa Ventosa è rimasta dormiente fino alla scorsa settimana, in attesa di una sorte qualsiasi. La rilettura, o il dono, o un viaggio in cantina per consentire un minimo di turnover negli scaffali sempre più assediati delle librerie di casa. Ma nel momento in cui ho deciso di inaugurare questa serie di post dedicati ai libri che ho amato mi è parso naturale partire dal libro di Anne Fine. Che racconta una storia minimal eppure profonda, di cui è protagonista una famiglia radunata attorno alla madre dispotica e alla dimora intorno a cui ruota la storia di questo gruppo: Villa Ventosa, appunto.

Riprendendo in mano quel volume avevo ancora in mente la sensazione di spiazzamento che mi venne trasmessa dal rovesciamento di prospettiva giunto a pagina 45, lì dove inizia il capitolo 9 dal titolo “C’era mai stata una volta…”. Fino a quel momento ogni pagina aveva trasudato sensazioni profondamente negative nei confronti di Lilith Collett, la madre e padrona di casa. Una donna dispotica, egocentrica, manipolatrice. Francamente odiosa in ogni sua espressione, e proprio per questo temuta e riverita dai quattro figli. Un personaggio di cui credevo d’aver capito tutto. E invece, a pagina 45, ecco il rovesciamento. Per la prima volta viene rappresentata la visione delle cose di Lilith. E d’incanto ogni cosa cambia tono e prospettiva. Proprio in quel momento ho avuto la certezza di trovarmi al cospetto di un libro fuori dall’ordinario, e di un’autrice di spessore superiore. E riprendendo il libro fra le mani ho aspettato di ripassare attraverso quello snodo per vedere se si ripetessero le sensazioni provate allora.

Confesso che alla rilettura quel passaggio non mi è parso così dirimente. Il che non ne sminuisce il valore. Piuttosto, conferma che ogni rilettura del medesimo testo ci suscita e svela qualcosa di diverso. Infatti il mio nuovo viaggio fra le pagine di Villa Ventosa mi svela dettagli cui alla prima lettura non avevo dato importanza. Ma di questo parlerò la prossima volta. Per il momento preferisco riportarvi le parole dell’autrice a proposito del personaggio di Lilith, pronunciate nel corso di un’intervista rilasciata a Radio 3 Rai:

La madre rappresenta un caso interessante: l’ho immaginata come un’esponente dell’ultima generazione la cui vita e’ stata condizionata dall’imperativo di fare figli al di la’ dei desideri individuali.
La contraccezione non era disponibile e cosi’ anche donne che ora non farebbero figli o ne farebbero uno solo erano obbligate a vivere ripetute maternita’ e questo condizionava loro la vita. Nel caso della signora Collett questo condizionamento e’ stato devastante.

Sì, bisognerà parlare un bel po’ del personaggio di Lilith Collett.

 

Parole – Civicità (La Repubblica Firenze, 29 dicembre 2013)

Cari amici, questo è l’articolo che oggi  mi è stato pubblicato da Repubblica Firenze. Buona lettura.

 

Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è civicità. Termine coniato da Denis Verdini in una fase particolarmente estrosa della sua vita, e che prima ancora d’essere un’innovazione del lessico politico somiglia a uno scioglilingua, o a un microtesto perfettamente in linea con l’epoca della comunicazione smart via sms. Alla stregua di “tvtb”, di “c 6 x 1 axitivo?”, e di “vfnk strnz”, la formula “cvct” è una di quelle che “spaccano”. L’invenzione linguistica si riferiva alla necessità di trovare per Firenze un candidato sindaco del centrodestra che fosse il più possibile distante dalla politica tradizionale e espressione della cosiddetta società civile. Cercava un personaggio “a alto tasso di civicità”, il tenero Denis. E non gli riuscì trovare altro che un portiere di calcio, ma non è questo il punto. Il punto è che già in quel momento appellarsi a una presunta dimensione civica della politica era come inseguire la poesia nei versi di Sandro Bondi. Figurarsi adesso che è passata quasi una legislatura intera, e nel rivolgimento che l’ha accompagnata torme di gattopardi dal pelo infeltrito e di sciacalli con la dentiera s’agitano per ricollocarsi. E davvero non vi sarebbe alcunché di notevole, se non fosse che costoro trovano proprio nella formula della lista civica il modo per riciclarsi. Una schiera di post-rottamati, ansiosi di mettere su listerelle da zero-virgola-tanticchia pur di contribuire alla vittoria annunciata. Per poi vantarsi di “stare a fare un casino!” come la zanzara al seguito del branco d’elefanti in corsa. Un circo variegato di ex oppositori e ex transfughi pentiti, pronti a agganciare il carro del vincitore e a trainarlo come buoi ché a saltarci sopra non c’è più posto. Tutti cvc, oh yes! Nonché capaci d’animare esercizi politicamente e linguisticamente estremi, come quello che dovrebbe portare alla formazione di una lista civica di Scelta Civica. Praticamente, cvc al quadrato, per di più saltata fuori da un partito che per dimensioni necessiterebbe d’essere ribattezzato Scelta Cimice. Il nanismo politico come risorsa strategica. E a far da sfondo a cotanto outlet della cvct rimane una considerazione: che per definizione una lista civica dovrebbe essere formata da cittadini che s’affacciano per la prima volta alla politica, e invece a Firenze è diventata lo strumento di sopravvivenza per arnesi vecchi e invecchiati. Gente dura a morire, e ancor più refrattaria a vivere con un grano di senso del ridicolo in saccoccia.

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La stanchezza del Natale (La Repubblica Firenze, 24 dicembre 2013)

Cari amici, questo è l’articolo che oggi mi è stato pubblicato da Repubblica Firenze. Buon natale a tutti.
Costretti a entrare dentro il recinto del Natale. S’avverte un pressante senso d’eterodirezione sul confine fra via Cavour e via de’ Martelli. Come se lungo quel confine sorvegliato dai pilomat fosse stata tracciata la linea di separazione fra la quotidianità e un rito pagano della dissipazione. Laggiù le decorazioni dell’ingombrante albero di Natale determinano lo stesso effetto della calura estiva di primo pomeriggio, quando l’aria si fa gelatinosa e vibra come smossa da un vento interiore. E davanti a quelle sensazioni estranee si ha la tentazione di resistere, di mantenersi distanti e al di qua del meccanismo che si perpetua. Ma poi passando oltre i dissuasori – che se così sono stati etichettati un motivo ci sarà – si scopre che proprio di un’illusione si tratta. Che, fatta salva la dimensione religiosa della festa per chi ci crede, la giostra si stia inceppando per usura; e che  intanto essa sferragli sempre più rumorosamente senza potersi fermare un attimo per essere sottoposta a revisione. Con questa formula ha funzionato, e con questa formula andrà incontro alla consunzione. Non c’è rito che non si faccia trito.
È questa sensazione di parabola quasi esaurita a dominare l’atmosfera natalizia a Firenze. E magari si dirà che ogni impressione è personale, e che inoltre sarebbe un abuso pretendere di elaborare come tendenza generale quanto avviene in un contesto locale. Ma se c’è del vero in ciò che si percepisce, allora non è errato dire che il Natale non è più quello. Che come minimo sta cambiando, e lo si nota dal passo svuotato di frenesia nel penultimo giorno della chiamata alle armi lanciata dai POS. Nessuno si affanna, e molti hanno l’espressione di chi sente che faceva meglio a disertare. L’allestimento dell’atmosfera è tutto lì, come ogni anno. Ma è la percezione che difetta. E questo basta per giustificare chi avverte nell’aria un senso di stanchezza. Che non è dovuto solo alla crisi, quest’entità onnivora con la quale infine tutti si trova un modus vivendi. C’è soprattutto che il Natale ci ha stancato, e ce ne stiamo allontanando gradualmente solo perché la pigrizia c’impedisce di staccare la spina in modo brutale. Lasciamolo agonizzare ancora un po’, giusto il tempo che serve per colmare il vuoto con un’abitudine sostitutiva. E intanto facciamo del rito un Temporary Christmas come se si trattasse di un Temporary Shop, una bottega just in time da tenere aperta soltanto il tempo che serve. Il giorno in cui non dovesse essere mai più riaperta ce ne faremo una ragione. Perché magari ricorderemo quella sterminata éra geologica in cui per le strade udivamo la vocina pronta a rammentarci ossessivamente che last Christmas I gave you my heart, e ci chiederemo come mai non andassimo a distruggere gli impianti stereo invece di lasciarci vellicare le nostalgie. Qualcuno rimpiangerà le catene di sms d’auguri preconfezionati, o le whatsappate con le foto del cenone in cui il vostro numero di telefono viene dato in pasto a dogs and pigs senza alcun riguardo per la privacy? Certamente no. E allora sopportate almeno quelle della notte che s’approssima. Sono temporarities. Ve ne ricorderete quando ci sarà da spiegarle ai vostri nipoti.
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Parole – Quattrocento (Repubblica Firenze, 27 ottobre 2013)

Cari amici, questa è la nuova puntata della rubrica domenicale. Buona lettura.
Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è quattrocento. Che in linea di principio sarebbe un numero, ma a seconda delle circostanze diventa parola con significato ben preciso. Nell’atletica leggera, per esempio. Dove la gara dei 400 metri viene denominata il giro di pista perché porta i concorrenti a compiere per intero l’anello di gara. E ancora una volta abbiamo la dimostrazione che nelle parole c’è una segreta saggezza, se è vero che altri e isterici giri di pista vengono innescati con la sola aggiunta di quattrocento metri. Così avviene nel caso dell’aeroporto di Peretola e della nuova pista. Che col passare degli anni ha cessato d’essere una questione logistica e di sviluppo economico per convertirsi in una piéce situazionista. Perché se è vero che soltanto le persone serie sono capaci di ridere, a rileggere con atteggiamento sobrio la cronistoria tecnica e linguistica della pista nuova del Vespucci si rischia di rotolarsi dalle risate lungo tutto il percorso della vecchia. La sola lista delle soluzioni di tracciato è da cartone animato manga: pista parallela, pista perpendicolare, pista obliqua, pista parallela-convergente. Roba che, a saperlo, Euclide ci si sarebbe dedicato lui alle droghe pesanti. E poi, d’improvviso, la proposta ormai penultima: quella che dagli specialisti è stata etichettata ” pista 12/30″. Che detta così sembra il titolo di un serial televisivo, tipo Peretola 90210, o un paragrafo del Deuteronomio. E è un peccato che non ci si sia sbizzarriti oltre a ipotizzare soluzioni d’ingegno: come per esempio avrebbero potuto essere la pista cosen-beta quadro secante, o la pista a ovonda, o la suggestiva pista a macchie di leopardo.
A ogni modo, per chi temeva che il Grande Circo Pista di Peretola avesse esaurito le esibizioni, hanno provveduto i buontemponi dell’Enac a riaprire i giochi. É bastato loro dire che bisogni allungare di quattrocento metri la nuova pista per far saltare un equilibrio tenuto assieme con lo sputo. E infatti guardate cosa è successo nel giro di poche ore: il Rossi imbufalito come tutte le volte che si descamìsa, gli industriali fiorentini che parlano di mobbing ai danni di Firenze (sic!), i pisani che ne approfottano per sfilarsi come non aspettassero altro, e sul versante opposto dell’autostrada bande di campigiani, sestesi e pratesi pronte a sparare colpi di obice contro gli aeromobili. Certo, è soltanto una pista d’aeroporto che sta cercando il suo giro. Ma date un altro paio di lustri a questo Circo, e vedrete che la trasformerà nella nuova Salerno-Reggio Calabria.
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Parole – “Bravo!”; “Grazie!” (Repubblica Firenze, 6 ottobre 2013)

Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è bravo. Un aggettivo la cui trascrizione è monca del tono che l’accompagna, con grave perdita del senso che la parola comunica attraverso l’uso. Perché un conto è il bravo che si direbbe a chi porta a termine un compito di routine, e altro è dire “bravo!”. E la differenza non sta tanto nel segno di punteggiatura, quanto nell’enfasi che il discorso prende a seconda di come la nuda parola venga pronunciata. Un ragionamento del genere ci è stato stimolato soppesando le prime dichiarazioni del nuovo questore di Firenze, Raffaele Micillo. Che non appena messo piede in città ha trovato modo di elogiare il sindaco ad interim, segnalandone i talenti che ancora qualcuno da queste parti recalcitra a riconoscere. “Bravo!”, e a motivare siffatto giudizio Micillo ha sottolineao come il Renzi a Roma sia di casa. Che se voleva essere un tocco di perfidia è persin geniale, certo un prefigurare ciò che per il questore sarà il rapporto col primo cittadino. Ma non è questo il senso di quel “Bravo!”, ché anzi le parole di Micillo sembrano sincere. Piuttosto, leggendole su carta di giornale e avendo libertà d’associare a esse il tono che più aggrada, pare d’udire attraverso l’orecchio interno un remake del più famoso sketch di Ettore Petrolini.
Al Nerone dello sketch bastava essere lì sul piedistallo e declamare parole narcise per sentir partire il “Bravo!”. E da lì in poi nemmeno gli riusciva a arrivare a pronunciare il “prìa” che immediatamente scattava il “Bravo!” a prescindere. Al sindaco che era in corsa per tutto, e dopo tanto spomparsi si ritrova alla casella di partenza senza aver capito come e perché, non resta che nutrirsi di tutti i “Bravo!” che continueranno a dispensargli. Perché “Bravo!” lo è davvero, e se si capisse pure in cosa sarebbe festa grande. Adesso che ha vinto tutte le battaglie simulate, logorandosi per prepararsi a una guerra che forse non arriverà più, il“Bravo!” a prescindere è la sola moneta che tutti quanti si possa usare per ripagare cotanta, generosa dissipazione d’energia. Unitamente alle altre dissipazioni che verranno, quelle necessarie a rintuzzare la malavoglia di correre per incarichi che dovevano essere di passaggio e invece minacciano d’essere capolinea: tipo segretario del PD (“Bravo!!!!”), o ri-sindaco di Firenze con annesso scorno di dover passare un’altra volta attraverso le primarie (“Bravo!!!!!”). Bravo! Grazie! Fine dello sketch.
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