Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 2: Ombra di salice, h. 15-16

Carissimi amici, con colpevole ritardo recupero la seconda delle tre puntate dedicate a stroncare l’orrendo “La ferocia” di Nicola Lagioia. I tre articoli vennero pubblicati da Satisfiction, ma adesso non sono più reperibili sul web. Il primo articolo è leggibile qui.

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Nicola Lagioia, pettinato col gel di “Tutti pazzi per Mary”.

 

Quando si vuol scrivere un Romanzo Mondo bisogna essere pronti a metterci dentro il mondo intero. Deve essere stato questo il principio ispiratore di Nicola Lagioia, nel momento in cui si è seduto nella sua cameretta e ha iniziato a scrivere “La ferocia”. E tale principio, pedissequamente, è stato applicato. Non saprei dire perché mai l’autore se lo sia messo in testa né credo sia determinante. In fondo ognuno è libero di fare come crede. C’è chi si mette in testa lo scolapasta e chi l’idea meravigliosa di restituire i capelli ai calvi d’una nazione intera. Dunque ci può stare pure che qualcuno decida di scrivere un Romanzo Mondo, menzionando di continuo la luna in cielo e gli scarafoni in terra mentre descrive le vicende dei bipedi umani.

Si tratta di una scelta narrativa come tante altre. Il problema è la stucchevolezza del reiterare. E si può anche comprendere l’ambizione di sfondare il tetto delle 400 pagine, non foss’altro che per appagare la libidine tattile di soppesare il proprio volumazzo e farne vibrare la pinguedine fra le mani. Trasformare un libro in una libbra è malattia infantile d’ogni autore, un peccato veniale. Che però diventa mortale quando la smania di produrre peso e pagine dà via libera a ripetizioni e stucchevolezze assortite, intanto che la storia non riesce a scrollarsi dal mero arrotolamento su se stessa. E fra tutte le stucchevoli ripetizioni la più micidiale è proprio questo passare in rassegna ciò che succede sopra la testa e sotto i piedi dei personaggi. Un insistere che con lo scorrere delle pagine si fa sempre più imbarazzante.

In molti passaggi pare d’essere scaraventati dentro Microcosmos. Già all’inizio (pagine 5-6) viene piazzata una lunga descrizione ch’è un preannuncio di tutto il superfluo cui il lettore non avrà modo di sottrarsi:

Gli allocchi tracciavano nell’aria lunghe linee oblique. Planavano fino a sbattere le ali a pochi palmi dal suolo, in modo che gli insetti, spaventati a morte, venissero allo scoperto decretando la propria stessa fine. Un grillo disallineava le antenne su una foglia di gelsomino. E impalpabile, tutt’intorno, simile a una grande marea sospesa nel vuoto, una flotta di falene si muoveva nella luce polarizzata della volta celeste.

Identiche a se stesse da milioni di anni, le piccole creature dalle ali pelose erano tutt’uno con la formula che garantiva la stabilità del loro volo. Attaccate al filo invisibile della luna, perlustravano il territorio a migliaia, ondeggiando da un lato all’altro per evitare gli attacchi dei rapaci.

Si è soltanto iniziato, ma già l’interrogativo affiora: perché mi ammannisci ‘ste descrizioni inutili, Nicolino? Ti hanno regalato la scatola del Piccolo Entomologo, o cos’altro? E me la vuoi raccontare una storia, o hai deciso d’intrattenermi sui riti riproduttivi del lepidottero del bosso? Purtroppo la risposta all’interrogativo arriva man mano che si procede nella lettura, infarcita di passaggi come quello appena riportato. Si parlerà tanto d’insetti. Anche perché c’è da stilare un syllabus entomologico il più esaustivo possibile. E il nostro Nicolino, armato di cappello con visiera e retina da farfalle, assolve la missione con mirabile costanza. A pagina 31 è il turno della coccinella. Cioè, in termini scientifici, Coccinellidae: ordine dei Coleotteri, sottordine Polyphaga, infraordine Cucujiformia, superfamiglia Cucujoidea. Ci si dovrà sintonizzare con l’autore, no? Dunque, a pagina 31 si legge:

Dalla finestra aperta entrò una coccinella. Un anonimo chicco nero si trasformò in un guscio vermiglio venendo fuori dal buio della notte. Il volo, lento e tremolante, si sarebbe potuto spegnere con un battito di mani. L’aspetto piacevole rendeva per gli uomini piuttosto rara l’evenienza. Gli uccelli venivano ingannati per il motivo opposto – associavano quel rosso punteggiato alla velenosità di funghi e bacche. In questo modo le piccole coccinelle potevano meglio interpretare il ruolo che la natura aveva affidato loro: arrivavano a divorare anche cento afidi al giorno, e lo facevano con una voracità, una rapidità, un freddo convulsivo movimento mascellare che in scala grande sarebbe risultato insostenibile per gli uomini.

C’è tutto un feroce brulicar d’insetti che si muove in parallelo al movimento degli umani, in quel libro. Come si legge a pagina 131:

Ruggero si guardava intorno. La città gli passava davanti come da un’altra dimensione. Una grande casa silenziosa immersa nel verde. Una tavola di legno tra le erbacce. Sotto si muoveva un mondo oscuro e senza forma, radici contorte, piccoli insetti ciechi, la presenza fosforescente di sua sorella Clara.

La vita degli insetti continua a intrecciarsi con le vicende degli umani. E quale sia il nesso fra le due cose rimane un mistero che Nicolino non chiarisce. Troppo preso dall’intreccio fra Natura e Cultura si scorda di dire perché mai sia necessario dilungarsi in modo così maniacale su quell’intreccio. Meglio star lì a piazzare i colpi a effetto, come per esempio lo scarafone che sbuca e attraversa la scena. Succede a pagina 156:

Passeggiarono fra i cespugli, al centro degli eucalipti, vicino alla fontana di pietra con le verdi strisce percorse dai rigagnoli d’acqua. Si inoltrarono oltre il gazebo e l’altalena, verso le siepi che trasformavano il giardino in una vasta zona d’ombra. La vite canadese emanava la sua forza rossastra. Scesero gli scalini di pietra viva. Una piccola blatta fuggì prima che potessero calpestarla.

La magia della blatta che appare e scampa al calpestamento da parte d’un piede femminile è un tocco d’assoluto. Non state a chiedervi perché mai abbia menzionato quel dettaglio, e perché giusto quello fra i tanti che punteggiano la scena immaginaria: il passamano della scala in pietra, il mix di colori delle carrozzerie d’auto parcheggiate intorno, le cartacce per terra e i bidoni della spazzatura divisi per categoria di riciclo, e qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente. Tutti oggetti che avrebbero avuto diritto e dignità in egual misura della blatta, per esser citati in quel passaggio, perché al pari della blatta possiedono un connotato: sono del tutto superflui ai fini della narrazione e dello specifico di quella scena che viene descritta. Cosa cambia col passaggio di quella blatta che rischia d’essere spiaccicata? E cosa sarebbe cambiato se non ne fosse stata fatta menzione? Nada de nada. Però magari tutto questo superfluo illustrato una funzione narrativa ce l’ha. Perché la storia continua a latitare, ma almeno il lettore crede di percepire la voce rassicurante di Piero Angela durante una puntata di Superquark. Intanto la lotta per la sopravvivenza fra insetti si svolge in parallelo alle tristi vicende umane:

Nel vaso dei ciclamini, ai loro piedi, due insetti lottavano selvaggiamente. (p. 302)

– Hai sentito per caso il geometra Ranieri? – disse l’uomo più anziano a quello giovane sulla veranda.

Ma per il minuscolo acaro attaccato all’addome della vespa si trattava di ombre che la distanza non trasformava ancora in pericoli reali. Nonostante la vespa fosse grossa dieci volte tanto – la sua puntura in grado di provocare uno shock anafilattico in un cane di piccola taglia – la forza impersonale che governava l’acaro lo spinse ad aggredirla non appena ne individuò la presenza nel vaso di ciclamini. La vespa provò a reagire, ma era lenta. L’acaro poté artigliarle l’addome coi suoi dentini aguzzi, fino a infilarci dentro le potenti appendici saldate a tubo. Non poteva sapere che la vespa era vecchia e malandata, e che questa era l’unica ragione per la quale avrebbe avuto la meglio. Lo sapeva la sa forza, e tanto bastava. (p. 304)

Bei tempi quelli in cui negli intrecci narrativi il geometra Ranieri avrebbe potuto trasformarsi in uno scarafone, e nella schifidezza della sua mutata condizione assumersi le colpe di tutto ciò che non andava in famiglia e nel mondo intero. Ma Kafka è già passato, e rimangono solo acari senz’arte né parte al di là della mera lotta per la sopravvivenza, forse rimasti impigliati nelle pagine d’un libro come fossero carta moschicida.

E badate che non ci sono mica soltanto gli insetti a punteggiare la vena naturalistica di Nicolino. Ci sono anche gli elementi celesti, a cominciare dalla luna che viene scaraventata addosso al lettore a ogni minima occasione. Eccone soltanto alcuni esempi, perché a citarli tutti si rischierebbe di stilare un articolo da 411 pagine, tante quante quelle de “La ferocia”:

La carreggiata saliva in modo che i vitigni si mostrassero a perdita d’occhio. La luna sarebbe stata piena da lì a un paio di giorni e adesso dava l’illusione di poter crescere a oltranza. (p. 15)

Più avanti, oltre la porta spalancata del bagno, lo specchio ingranditore fissato alla parete era invaso dalla luna. Ridotta alla metà su in cielo, nella concavità della superficie riflettente risultava ancora piena – un’argentea pozza proveniente dal passato (…). (p. 20)

Spalancò le ante della finestra. Ricevette la fresca carezza della notte primaverile. Il cielo rischiarato dalla luna gli diede la sensazione di poter leggere per paradosso le lontananze terrene, come se al posto del nulla siderale ci fossero il Brasile, gli Stati Uniti, la Cina… (pp. 30-1)

Videro la luna che si specchiava nel palazzo a vetri della Banca di Credito Pugliese. (p. 80)

La luna era piena e pallida. Sciami di moscerini vorticavano intorno ai far dell’ingresso. (p. 265)

Come non rimanere ammirati davanti a un autore così vario e pieno d’inventiva? Pare quasi che gli abbiano messo a disposizione un kit di immagini con non più di tre-quattro oggetti, e con ordine tassativo di non derogare da quelli. Altra immagine del kit: la luce di sfondo. Eccovene una breve rassegna:

L’alba accendeva la zona tutt’intorno. Il sole tingeva di rosa le gru e le scavatrici, arroventava in lontananza vetrerie e stabilimenti tipografici. (p. 51)

La luce di fine agosto crollava sulla vite americana. Il patio allora si riaccese di un rosso più vivo. (p. 103)

La luce del tramonto faceva vibrare il mirto e l’erba alta, trasformava gli intrichi dell’alloro in un vortice di luci e ombre che le veniva incontro mentre le palpebre diventavano pesanti. (pp. 167-8)

Quattro macchie di luce. Scorrevano sul bordo della fontana, salirono sulle foglie. Scomparse. Le cinque di pomeriggio. (p. 219)

A forza di insistere con le immagini poetiche sul tema, Lagioia non s’accorge d’essere vicinissimo a ripetersi:

Alle otto meno un quarto, visto dalla finestra, il crepuscolo si presentava come un bicchiere d’acqua in cui venga versata qualche goccia di vino. (p. 238)

Gli ultimi bagliori del cielo, sottili strisce insanguinate. (p. 278)

E già, il rosso del vino e del sangue. Memorie da chierichetti che sfuggono incontrollabili al pari di altre immagini per lo meno discutibili.

Dalle fessure della serranda il caldo entrava come i cristalli di un caleidoscopio che si tuffino nell’acqua (p. 160)

I piatti disposti a tavola come un fiore che metta i petali dal nulla (p. 239)

Nicolino ci prova, e va detto che lo sforzo è lodevole. Azzarda anche l’istinto poetico a pagina 239. Ma purtroppo il risultato è quello che è:

Le nuvole correvano sul lungomare e mio fratello aveva il sorriso indecifrabile del piombo su carta di giornale.

D’indecifrabile come il sorriso di un fratello c’è molto altro, in quelle pagine. Ma soprattutto ci sono passaggi d’eccezionale carica comica involontaria. Come quello a pagina 82:

Il giorno prima Clara lo aveva raggiunto sotto il salice che, sporgendo dall’inferriata, formava una chiazza d’ombra tra le tre e le quattro del pomeriggio.

L’ombra del salice tra le tre e le quattro del pomeriggio! Ma questo è Furio, il personaggio di Carlo Verdone! Quello che chiama l’Aci e, essendo meteropatico, chiede se “partendo tra circa 3 minuti e procedendo alla velocità di crociera di 80-85 chilometri orari, faccio in tempo a lasciarmi la perturbazione alle spalle, diciamo, nei pressi di Parma?”.

 

 

E così abbiamo l’ombra del salice tra le tre e le quattro del pomeriggio. Del resto, a ciascuno la sua ombra: chi si becca quella del fico d’india fra le 11 e le 12,42 ma con l’ora legale, e chi quella sotto la pensilina del bus 49 dalle 8 alle 10,33.

Così si scrive un Romanzo Mondo. Descrivendo anche le cose che vengono pensate e poi fatte, perché descriverle soltanto fatte mica basta:

Il sostituto procuratore pensò che avrebbe messo una mano sulla spalla del signor Salvemini, e poi lo fece. (p. 120)

È leggendo frammenti del genere che finalmente ho capito chi sia la vera fonte d’ispirazione stilistica per Nicola Lagioia. Si tratta di Germano Bovolenta, inviato della Gazzetta dello Sport che era ospite fisso della mia rubrica Pallonate. Uno che se gli davano briglia sciolta era capace di scrivere anche un’intera edizione da 40 pagine della rosea, sciorinando ogni minuscolo dettaglio di ciò che vedeva. Di Bovolenta il nostro Nicolino è il più riuscito epigono, e infatti “La ferocia” trabocca di frammenti bovolentiani. Una sequela di spunti minuscoli, di minimi fax. Per la serie: cosa non si fa per sfondare il tetto delle 400 pagine:

L’uomo accanto al guidatore scoppiò a ridere. Il guidatore rise. L’uomo accanto al medico rise. Il guidatore rise. L’uomo accanto al guidatore grugnì. Il guidatore rise. (p. 123)

Al medico legale sembrò di sentire dei rumori tra i cespugli. Leccò la sigaretta. Infilò la mano destra nella tasca interna della giacca. Allargò il cellophane tra pollice e medio. Vi affondò l’indice, poi lo premette contro i bordi della sigaretta. L’accese. (p. 124)

Uscì dalla sala da pranzo. Attraversò il corridoio. Gli sembrava possibile persino pensare a Clara, come se la conversazione avesse costruito tutt’intorno un guscio piombato attraverso il quale i fantasmi non potevano passare. Superò la libreria a muro, il tavolino col telefono. Entrò in bagno. Chiuse la porta a chiave. Aprì il rubinetto. Andò a mettersi davanti al water. Sollevò coperchio a tavoletta. Si inginocchiò. Chiuse gli occhi e vomitò. Si rimise in piedi. Tornò a sedere sul water. Vomitò ancora. Tirò lo scarico, pulì con cura usando la carta igienica. Andò a sciacquarsi la faccia e chiuse i rubinetti. Uscì dal bagno. (p. 264)

Si arrotolò un asciugamano sulla testa. Infilò l’accappatoio. Chiuse il coperchio del water, ci si sedette sopra, allungò le gambe in avanti intrecciando le caviglie sul bidet. Accese una bella [sic!] sigaretta e compose il numero di Michele. (p. 313)

Allontanò l’iPhone dalla punta del naso, lo poggiò sul comodino. Finì di bere il succo di pompelmo. Poggiò sul comodino anche quello. Si alzò dal letto. Andò in bagno. Si chiuse a chiave. Fece pipì. Si tirò su i pantaloni del pigiama. Guardò lo specchio. Si trovò bella. Tornò in camera. Raccolse l’iPhone dal comodino. Contò i retweet. Erano tantissimi. (p. 335)

Bisogna essere animati da feroce voglia d’affermare un nuovo stile per scrivere ogni due per tre di scarafoni, di lune e luci che colorano il cielo, e di micro-pratiche descritte fino allo sfinimento. Del lettore. E poi ci sono sempre i frammenti scritti in una lingua tutta lagioiana, comprensibile solo a se stessa. Alcuni estratti ve li ho anticipati nella precedente puntata, altri troveranno spazio nella prossima, e se dovessi riportarli tutti potremmo andare avanti per una decina di articoli. Qui mi limito a riportarvene tre particolarmente significativi. A pagina 226 si legge:

I mesi senza Clara sono una sorta di falso incubo. Come se l’incubo lo sognasse una fotocopiatrice.

Nemmeno Federico Moccia avrebbe osato tanto. Poco oltre, pagine 226-7:

Ma tutto accade nel silenzio di una vibrazione senza la quale non resta intorno che il nudo mondo materiale.

Come al solito: cosa voleva dire? Inutile perdere tempo nel tentativo di decodificare, anche perché il frammento di sopra è addirittura acqua fresca rispetto a tanti altri. Per esempio, quello ospitato a pagina 148 grazie al quale si raggiunge l’apice dell’insensatezza:

Benché appena adolescente, nonostante nessun ragazzo ancora (ma su questo il geometra avrebbe scommesso non più di tre biglietti da cento), avesse incrinato un imene il cui valore a sedici anni Clara doveva essere abbastanza sveglia da sapere moltiplicato dal giorno in cui non ci sarebbe stato più, se la sentiva cuocere nello spazio tra il sedile e se stessa.

Non ricordo d’aver mai letto qualcosa scritta peggio di questo frammento. E purtroppo non è finita qui.

(2. continua)

E come sempre, per ristorarvi un minimo dopo cotanto orrore, vi regalo un brano musicale.

 

 

 

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In itinere – Sofia Viscardi, una finestra sulla Tundra Culturale Italiana – 1 La pedanteria cronometrica di Miss Refuso

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Sofia Viscardi

 

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Il dramma di Sofia Viscardi è che rischia d’essere soltanto un refuso. Un cognome dall’iniziale sbagliata, come fosse trash ma con la prima lettera diversa dalla “t”. E chi volete mai che si lasci impressionare dal brash, o dal vrash? Che infatti sono parole segnate in rosso dal mio programma di videoscrittura, al contrario di trash che viene riconosciuta e autorizzata. E lo stesso succede se digito uno accanto all’altra “Biscardi” e “Viscardi”. Diffidate delle imitazioni, sempre. Perché anche il peggio ha il suo marchio doc. E purtroppo la youtuber milanese fresca maggiorenne non può aspirare nemmeno all’eccellenza del peggio. Può soltanto sforzarsi d’approssimarlo asintoticamente senza riuscire a trovare mai il punto di contatto.

Non altro mi viene da pensare, mentre soppeso il penoso dossier di questa ragazzina priva di qualsiasi talento e perciò baciata dal successo, secondo il mortale sillogismo che nell’epoca presente sta riducendo l’industria culturale italiana alle condizioni d’una sterminata tundra. Viviamo il tempo in cui Fabio Volo assurge al ruolo d’artista totale pur non rivendicando arte e parte alcuna, vero Sommo Wate della Contemporaneità.

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Il Sommo Wate della Contemporaneità

Sicché diventa normale che una Viscardi, Miss Refuso, raccolga fama e notorietà E che persino si veda regalare una rubrica in Quante storie di Rai 3. Invero, pare che quello spazio sia immediatamente sparito. Ma su questo non saprei essere più preciso. Non seguo i format televisivi in cui si parla di libri perché li trovo mediamente scadenti, figurarsi quello apparecchiato  dalla peggior direttrice di rete nella storia di Rai 3, Daria Bignardi.

Ma al di là delle sue fortune televisive, resta intatto il Fenomeno Viscardi. Di cui nulla sapevo fino a poco meno di due mesi fa, e nel quale mi sono imbattuto quando ho visto gli scaffali dei supermercati e degli autogrill invasi dal suo primo romanzo. Ciò che per me è indice infallibile di percolato editoriale. In quali altri luoghi trovate una presenza così sistematica dei libri Newton Compton, tanto per dirne una? Fra tutta quella carta strappata alle sapienti mani del pescivendolo svettava il nome a me fin lì ignoto: Sofia Viscardi. Con quel titolo che diceva già tutto: Succede. E già, shit happens come diceva anche Forrest Gump.

 

Ma il fatto è che in questo caso l’editore non è Newton Compton, ma Mondadori. Che già da tempo ha abdicato alla propria responsabilità sociale verso il sistema culturale di questo paese e promuove il peggio che il web proponga. Hanno arruolato il desolante Massimo Bisotti  (leggi qui, qui, qui e qui) facendone un autore di punta, sicché volevate che non elevassero Miss Refuso al ruolo di romanziera? Ormai, in questo paese, un romanzo lo scrive chiunque. E a me che per il percolato editoriale ho una vocazione tocca leggere di questo e di peggio.

 

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Massimo Bisotti

Dunque, com’è il “romanzo” di Miss Refuso? Letti i primi sei capitoli, mi vien da dire che Federico Moccia sembri Schopenhauer, al confronto. Ci si trova faccia a faccia con la Tundra Culturale, e se almeno c’è un pregio in questo libro eccolo servito.

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Si tratta di una finestra sul futuro plasmato dalla logica del capitalismo irresponsabile applicata all’industria culturale. Se volete davvero avere un’idea di quale sarà la linea di tendenza, e di cosa fra mezzo secolo avrà prodotto un sistema culturale in cui il talento viene sostituito dai talent e i guru intellettuali sono quelli che macinano numeri sui social, aprite pure a caso quelle pagine mentre tenete sottobraccio i rotoloni della carta da culo al supermercato. Ci troverete cose che voi umani non avreste mai immaginato. A partire dalla somma sciatteria dell’incipit, che descrive la scena del risveglio di un’ordinaria liceale bimbaminkia in un giorno di scuola.

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Bimbaminkia in action

 

La ragazzina è in ritardo. E questo è il solo concetto del capitolo, riproposto fino allo sfinimento. Si parte così:

 

Rimando la sveglia finché posso. Senza nemmeno aprire gli occhi.

Solo quando ormai è troppo tardi, e so che non avrò neanche più il tempo per rimediare  al mio aspetto disordinato e assonnato,  sollevo la testa dal cuscino.

 

Bene, andiamo avanti. Qualche riga sotto si legge:

Barcollando abbandono il letto  per dirigermi in bagno, mi guardo nello specchio e mi pento di non essermi alzata dieci minuti prima per mettermi almeno un po’ di fondotinta e mascara  e per sistemare questa informe massa di capelli ricci.

Sofia, ce l’avevi appena detto: la tua bimbaminkia è in ritardo e non ha tempo di rendersi decente. Dicci qualcosa di diverso, please.

Si va al capoverso successivo:

Goffa, ecco, mi sento goffa  e non ho tempo di migliorarmi.

E daje! Ma non hai proprio altro da raccontarci? Non si può che sperare nel capoverso successivo:

Maledetto cronico ritardo. Dopo tutte le ore passate stanotte a leggere,  adesso devo correre.

A quel punto, dopo aver letto soltanto 21 righe di libro (versione elettronica), il lettore è già bell’e rassegnato: questa qui non ha un cazzo da raccontare, ma sta disperatamente provando a farlo. Perciò allunga il brodo ribadendo il solo concetto che guizza nelle fitte nebbie narrative in cui sta brancolando, indossando il cappellino con visiera all’indietro e facendo “yeah!” ogni tre passi: la sua creatura bimbaminkia è in ritardo. E così persevera:

Piove. Non ho l’ombrello. Troppo in ritardo anche per pensare di arrabbiarmi,  corro alla fermata  e cento metri prima di arrivare mi vedo l’autobus passare davanti.

Decido  che è troppo tardi per aspettare quello dopo e inizio a correre sgraziatamente verso la mia scuola, sperando di non cadere  o di non incontrare persone che conosco.

 

La fortuna del lettore è che finalmente la bimbaminkia arrivi a scuola. Ovviamente in ritardo, sulla campanella della prima ora. Sì, ma quanto in ritardo? La risposta all’interrogativo dà modo d’ammirare un’altra perla di scrittura esibita da Miss Refuso:

Puntualmente arrivo cinquantanove secondi dopo l’orario consentito,  fradicia, e la professoressa non mi ammette a lezione.

Cinquantanove secondi! E badate che non si tratta di una cosa scritta a mo’ di battuta, come a voler creare un contrasto fra la propensione cronica al ritardo e la precisione maniacale. È proprio che Miss Refuso mostra qua e là una mania della precisione cronometrica che sembra rubata a Furio, il personaggio di Carlo Verdone diventato il Pedante per antonomasia nell’immaginario popolare.

 

Per esempio, ecco un altro saggio cavato sempre dal primo capitolo:

Una delle cose che amo di più, d’inverno, è la mia 60.

L’autobus – con il riscaldamento – che mi porta ovunque senza farmi prendere freddo. La fermata dista un minuto e trentasette secondi a piedi da casa mia (…).

 

Un minuto e trentasette secondi! E ancora, all’inizio del capitolo 6, laddove si descrive l’arrivo a scuola il giorno successivo, ecco un’altra variazione sul tema:

Varco la porta della classe esattamente sette secondi prima del suono della campanella.

Se poi capita che la bimbaminkia torni a casa tardi per cena, non dice mica che arriva “alle nove passate”, nossignori. Come si legge al capitolo 3:

Arrivo a casa alle 21.07 (…).

 

Sembra il tabellone con l’orario dei treni, ma fosse solo questo. Il fatto è che la mamma l’accoglie sulla porta simulando severità ma senza dismettere un atteggiamento bonario. O almeno questo è il modo che io uso per esprimervi il concetto, usando un italiano minimamente decente. Perché Miss Refuso, invece, lo dice così:

 

“Fila in cucina che è pronto” risponde lei, fiscale, anche se con un sottofondo scherzoso.

 

 

Fiscale anche se con un sottofondo scherzoso? Ma come cazzo scrive questa qui? E com’è che in Mondadori non ha trovato un editor che le bacchettasse falangi, falangine e falangette fino a farle capire che un libro non è un SMS?

Qui sta il problema. Non è tanto l’assenza della storia (che pure…), né la bimbominkieria dello stile (che pure bis…). È proprio che la youtuber ha uno stile di scrittura primitivo. Non c’è la minima ricercatezza in quelle righe, e nemmeno uno sforzo di ripulitura. In Succede le parole sono usate come fossero pietre che servono a spaccare le noci. E quello che resta ve lo sorbite così com’è. Alcuni passaggi sono davvero la finestra spalancata sulla Tundra Culturale Italiana. Per esempio, ecco come l’autrice descrive il ciclo mestruale:

 

E sono pure in quel periodo del mese.

Il periodo fastidioso e tragicomico che le donne sono costrette ad affrontare dodici volte l’anno per la maggior parte della loro vita. Quando tutto va male, tutto è sbagliato, la faccia si riempie di brufoli, la pancia si gonfia, i capelli diventano ingestibili e orrendi e, qualsiasi capo d’abbigliamento una donna si provi, le sembrerà sempre di essere un sacco di patate che cammina.

 

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Una finestra sulla Tundra Culturale Italiana

Ma quanta grazia, quanta raffinatezza, pur di non dire “mestruazioni”. Pura carpenteria. E badate che questo è solo un saggio della raffinata scrittura di Sofia Viscardi. Di frammenti come questo, il libro di Viscardi trabocca. E la mia fortuna è che in parallelo a questo volume osceno, a questo saggio sulla tundrificazione italiana, sto leggendo l’opera di Angelo Ferracuti. Che almeno mi permette di prendere un po’ d’ossigeno prima di tornare a immergermi nel percolato. Materia informe e insalubre, arricchita anche da errori di grammatica come quello che si trova in principio del capitolo 2, dove si parla dell’amica Olimpia:

 

È la mia migliore amica da tanti anni ormai. Ed è una di quelle persone che ha sempre la soluzione giusta al momento giusto.

 

Casomai, sarà “una di quelle persone che hanno sempre la soluzione giusta”. Ma vabbe’, come si suol dire, “succede”. Shit happens. E ne succederanno ancora parecchie, durante questa stroncatura in itinere di Miss Refuso.

  1. Continua

 

E dopo esservi abbrutiti con la lettura di questi orrori editoriali, ristorate l’anima con questo splendido brano musicale.

 

Gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli – 2 La mistica del Post-Puzio

(La prima puntata è leggibile qui)

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Ragionare intorno al proprio obelisco. Si tratta della forma più compiuta di narcisismo, un sentir fluire il mondo intorno come se i suoi ritmi fossero scanditi dallo schema binario che separa la fase dell’erezione da quella della detumescenza. Avrete già capito che questa puntata non è da fascia protetta, e che se avete meno di 18 anni o fate i volontari alla Festa dell’Amicizia è meglio giriate alla larga. Perché oggi si parla di turbe sessuali, di esperienze erotiche di formazione del corpo e dello spirito, e soprattutto di masturbazione come forma maieutica del sé. Conosci te stesso, ma poi ricordati dei kleenex.

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Ma non è ancora tutto. Perché i passaggi del romanzo di Missiroli in cui si avverte il maggiore trasporto sono quelli in cui il protagonista si rimira il picirla, e ne rimane abbagliato come se da lì dovesse scaturire la rivelazione.

Succede quando Libero decide di risolvere un problema di natura anatomico-sessuale che fin lì ha frenato la sua autostima. C’è che il suo gingillo si sveste poco e male, per dirla nel modo meno fetente che mi riesca. E si sa com’è: questioni di’igiene, e di sensibilità, e soprattutto di complessi. Specie quando si va sotto la doccia dopo la partita di calcetto, e allora si rischia di passare da implumi mentre intorno svettano le aquile reali. E non è mica bello, eh? Roba da rimanere segnati una vita intera, salvo darsi al curling. E poiché Libero alla sessualità ci tiene eccome, ecco trovata la soluzione: circoncidiamo, va’. Che io al solo pensarci sento un’onda glaciale alle pudenda, ma questo vuol dir poco. Bisogna trovarsi in certe condizioni, per capire. Mai come in casi del genere è opportuno dire che ognuno debba farsi i cazzi propri.

E Libero si fa il suo, anzi se lo rifà dandosi una bella sprepuziata.

A quel punto è ovvio che si apra per lui una nuova fase della vita. Viene eliminata l’origine dei complessi sessuali, e dunque per il giovane maschio fresco di tonsura dovrebbero schiudersi orizzonti incogniti, meno caratterizzati dalla presenza dei complessi. Il problema è che Missiroli conferisce a un uccello sprepuziato un significato da Rinascimento Interiore dagli accenti vagamente millenaristi. Come se fosse non soltanto una questione di pochi centimetri di pelle, ma piuttosto il passaggio fra due ére che cambiano la storia del mondo: l’Era Pre-puzio e l’Era Post-Puzio. E lì si celebra la fondazione della forma ultima di narcisismo: il narcirconcisismo. E se credete che io stia esagerando, beh, allora leggete il delirio auto-fallico riportato a pagina 80. Qui si descrive lo stato d’ipnosi che Libero prova guardandosi fra le gambe il gioiello di famiglia entrato ufficialmente nell’Era del Post-Puzio:

Arrivai ai Deux Magots e prima di iniziare il turno mi chiusi in bagno per contemplare la mia circoncisione. Cercavo l’oracolo di una futura rivoluzione: la pelle rosea, la corona di punti rimarginati intorno al glande, l’orlo perfetto sotto il fusto. C’era la storia del mondo in quell’opera di sartoria, la migliore letteratura e il destino dei prescelti. Aveva una semplicità che commuoveva. In più giravano voci sulla rivoluzione percettiva dei circoncisi: durante il rapporto sessuale il piacere cambiava connotati. Più lento, inesorabile, sconvolgente.

Mancava solo che impugnadoselo prendesse a cantare: “Sei glande, glande, glande”. Vi invito a tirare un bel sospirone, e poi a rileggere alcuni passaggi di questo delirio narcirconcisista:

  • Cercavo l’oracolo di una futura rivoluzione
  • C’era la storia del mondo in quell’opera di sartoria, la migliore letteratura e il destino dei prescelti
  • Aveva una semplicità che commuoveva

 

La prima cosa che vien da fare, d’istinto, è rispondere a tono, così:

Poi, per quanto mi riguarda, è naturale tornare con la memoria ai giorni della visita militare a Taranto, caserma Maricentro. Una scena da leggenda, con una fila di maschi diciottenni, in mutande per l’ispezione intima. Il medico militare, piazzato su una seggiola, invitava a tirare giù lo slip e poi a svestire l’ignudo, cosa che al Libero di Missiroli non sarebbe stata possibile nell’Era Pre-Puzio. Il dottore torcicava un po’ il gingillo di ciascuno, per imperscrutabili motivi (magari cercava l’oracolo di una futura rivoluzione), e poi passava al successivo. E fu lì che, pochi metri davanti a me, un giovanotto della provincia agrigentina profonda, mani ai fianchi e tutto compiaciuto, chiese al dottore che gli torcicava l’ignudo:

“Dduttu’, chi cci nni pari?”

 

E immagino che il compiaciuto Libero, con l’oracolo di una futura rivoluzione innestato al pube, con quell’opera di sartoria che contiene in sé la storia del mondo e persino il destino dei prescelti (ci sarà mica un messaggio politico, Missiroli?), sarebbe capace di girare per le vie della movida a asta dritta, o persin di sfilare in passerella, mostrando la via di un nuovo Umanesimo Narcirconcisionista. Non dimenticando mai che da una costola dell’uomo nacquero Eva e l’autoerotismo dannunziano. Basta levarsi qualcosa e si può far benissimo da sé.

E infatti il talento da self made man è la prima delle cose che il giovane Libero mostra. C’è tutto un primo terzo del libro dedicato all’onanismo, nel quale Missiroli ci dà dentro che è un piacere. Si ha persino l’impressione che per scrivere certe pagine particolarmente ispirate abbia usato una mano sola. E sarà per questo che il libro è piaciuto così tanto a Antonio D’Orrico, il Book Jockey del Corriere della Sera, perdutamente innamorato dei libri scritti dal Principe di Onan della narrativa italiana contemporanea: Alessandro Piperno.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Alessandro Piperno, impegnato in esercizi di riscaldamento

Alessandro Piperno, impegnato in esercizi di riscaldamento

E quando penso alle fortune letterarie che ci si può tirare addosso sublimando in fiction l’arte di “biella e manovella”, compiango quei due o tre miei compagni di liceo che, modestamente, potevano centrare i piccioni in volo dalle finestre dei cessi del Liceo Classico Empedocle. Se solo si fossero cimentati con la narrativa, una mezza dozzina di passaggi su Sette non glieli avrebbe levati nessuno.

Certamente D’Orrico sarà scivolato nell’estasi leggendo quel passaggio in cui Libero, solo in camera d’albergo durante le vacanze estive e coi genitori nella stanza accanto, prova a non far rumore mentre si sollazza prendendo a esempio uno dei suoi idoli:

Feci attenzione al cigolio, tutto stava nel tenere sollevato il gomito ed essere il John McEnroe dell’onanismo: usare l’impugnatura Continental.

 

Ecco, l’idea dell’impugnatura Continental per farsi una pippa mi mancava. E in effetti la racchetta ha un che di freudiano. E pensare che ero ancora fermo all’impugnatura “stacca la testa al pesce”. Bisogna che mi aggiorni, e intanto dissemino (ehm) altri frammenti di onanismi missiroliani, riservandomene uno per la prossima puntata.

 

 

Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria. (p. 62)

 

Libertà e malinconia andavano di pari passo, sfogavo il mio nuovo esistenzialismo con masturbazioni che mi facevano riappropriare del corpo. (p. 161)

 

L’apice del narcisismo masturbatorio si tocca a pagina 39:

Per qualche tempo mi concentrai sul mio sperma e su Dio. Contemplavo le mie evoluzioni organiche e andavo con mamma in chiesa la domenica mattina.

 

Il suo sperma e Dio! Ma cosa volete di più? Quale altra prova d’irriducibile autostima? Ognuno è Dio nella sua cameretta, e ogni volta secerne una potenziale creazione. Divinità in nuce e in semen.

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Ma per fortuna sua – un po ‘ meno per quella delle donne che hanno la sventura d’incrociarlo – Libero evolve poi dall’onanismo. E incontra il sesso inteso come pratica di scambio con altre persone. I risultati? Insomma… C’è una lunga scena che racconta le fantasie cuckold ,e le ossessioni che si scatenano nel momento in cui vengono realizzate. Succede quando Libero va in vacanza a New York con Lunette, la fidanzata nera parigina. E quelle pagine sono le sole dell’intero libro che meritino un plauso. Peccato che questo guizzo pelvico venga mortificato da altri frammenti di fureria sessuale degni di una pratica del catasto. Come il passaggio a pagina 143:

Desiderai che se ne andasse mentre venivo sulla sua natica destra.

La natica destra! Ma come ci si può lasciare andare a queste pedanterie da Furio?

Ancora peggio quello che si legge a pagina 160:

Marika mi accarezzò, piano, poi si sfilò da me. E io lo vidi, bianco e sottovuoto, nella sua seconda vita di plastica.

 

Che tristezza, che tono funerario. Soltanto nelle pagine di Antonio Scurati si può leggere di peggio. E tuttavia qualcosa di buono da questo frammento si può ricavare. Pensate a tutte le volte che comprate i preservativi al distributore automatico,  e vi tocca scansare le occhiate dei passanti intanto che aspettate l’erogazione. D’ora innanzi, anziché insaccarvi nelle spalle per l’imbarazzo, potrete rimpettirvi e dir loro: “Sto comprando il sottovuoto per la sua seconda vita di plastica”. Farete un figurone.

(2. continua)

E per risollevarvi dalle brutture letterarie che vi ho inflitto, ecco un brano musicale che possa aiutarvi a risollevare l’umore.