Michele Serra, il reazionario soft – 3 Dall’artigianato alla catena di montaggio: così muore un talento satirico

serra1

 

Le precedenti puntate sono state pubblicate qui e qui

Opinione raccolta su Facebook a margine delle precedenti puntate di questa stroncatura seriale: “Sì, sarà anche vero che i romanzi di Michele Serra sono scadenti, ma la qualità della sua scrittura resta altissima”. Dissento rispettosamente. È più dire che la qualità della scrittura di Michele Serra era alta, e mi si perdoni la licenza sul congiuntivo. Adesso non lo è più. La decadenza dell’autore va di pari passo con la decadenza del suo stile, e anzi la seconda precede la prima. Si tratta di uno schema che si applica a ogni autore, e Michele Serra non vi si sottrae. I suoi ultimi libri sono scadenti perché scadente è la prosa, e quella prosa si dimostra di cattiva qualità anche in ogni altro cimento pubblicistico. Sui motivi di questo precipitare si può dare diverse spiegazioni, ciascuna più o meno credibile. Provo a dare la mia, premettendo che sono stato fra coloro che hanno amato la scrittura di Michele Serra in altri tempi, e che perciò mi ritengo autorizzato a criticarne la miseria qualitativa di oggi.

La mia tesi è che, a partire dalla metà degli anni Novanta, Michele Serra sia rimasto vittima di un meccanismo infernale: la fordizzazione della satira. Una dinamica che ha fatto altre vittime, e che regolarmente si presenta come un bivio di carriera a ogni autore di testi e materiali comico-umoristici giunto a un livello di fama oltre il quale giunge l’obbligo di produrre per i grandi numeri. Quel bivio è quasi sempre mortale, perché determina il passaggio dalla logica della bottega artigiana a quella della catena di montaggio. Un passaggio che per chi fa satira non dovrebbe avvenire mai. La satira è infatti, per sua natura, un esercizio intellettuale che richiede la rarità. È esigente, si fonda su intuizioni folgoranti che però poi vanno messe a punto con attenzione estrema, ha un’estetica che per quanto possa sembrare paradossale richiede misura. Fra tutti i generi di scrittura, e assieme alla poesia quello che più di tutti richiede la distillazione del contenuto. Tutto ciò fa sì che il più grande sabotaggio alla satira e ai suoi autori sia quello di inflazionare entrambi. Un frammento di satira va cesellato e meditato, e poi quando esplode in tutto il suo clamore va lasciato sedimentare. Questo è il ciclo produttivo di chi elabora scritti satirici, e si tratta di un ciclo da bottega artigiana perché mette primaria attenzione sulla qualità del singolo oggetto. Che per definizione deve essere d’eccelso livello, tale da superare tutti quelli espressi fin lì ma condannato a essere visto come un’approssimazione rispetto alla perfezione. E per l’esteta (quale l’autore di satira è, checché se ne dica) la perfezione è una meta irraggiungibile per definizione, pena la morte dell’intenzione estetica.

 

biagioni-laboratorio-rostolena-01

Artigiano all’opera

Questa è la satira, questo è il ciclo produttivo di chi vi si cimenta. Purtroppo, presto o tardi, succede che il rinomato autore di satira si ritrovi sollecitato a oltrepassare il confine della fordizzazione. Oltre il quale la satira non può permettersi i tempi artigianali della qualità, ma piuttosto deve produrre a raffica e secondo i tempi industriali comandati dalla catena di montaggio della comunicazione di massa: la rubrica de newsmagazine settimanale, gli impegni autoriali per i due-tre programmi televisivi, la rubricuzza quotidiana che per 330-340 giorni all’anno deve essere assicurata come fosse la cacchina del mattino e senza possibilità di sottrarsi, la rubriconza della risposta alle lettere dei lettori da sbrigare per il newsmagazine settimanale allegato al quotidiano, e poi le articolesse che capita di scrivere con una certa frequenza perché si è pur sempre una delle firme di punta del giornale, e gli interventi una tantum da assicurare dove e quando succede. Chiamasi sfruttamento estensivo di risorsa fatto con una tempistica imperativa, laddove nel ciclo artigianale della produzione si procede per via intensiva e con una tempistica relativamente lasca.

 

 

E non c’è autore che ne esca indenne, se accetta di lasciarsi inglobare dalla logica di fordizzazione della satira. Basta poco per vedergli perdere smalto, per avvertire la fatica e la scontatezza delle trovate, e la rarefazione dei momenti degni del periodo artigianale. Se nel periodo pre-fordista erano otto-nove su dieci i frammenti che strappavano la nostra ammirazione, in quello fordista troviamo decente un frammento ogni venti-venticinque. E soltanto uno su cinquanta davvero all’altezza dei momenti migliori dell’artigianato satirico.

In questo meccanismo è rimasto stritolato Michele Serra come altri autori di satira prima e dopo di lui. Chiamato a scrivere a ritmi da catena di montaggio, egli ha preso il solo profilo possibile in circostanze del genere, quello che Vincenzo Ostuni, editor di Ponte alle Grazie, individuò per l’insipido Gianrico Carofiglio: scribacchino mestierante. Un’etichetta in cui non bisogna ravvisare offesa alcuna (ma Carofiglio, dall’alto della sua venerazione per la libertà d’opinione, decise di querelare), e che anzi corrisponde alla realtà delle cose. Perché quanto più un autore è costretto a scrivere, tanto più si affiderà al mestiere, cioè al bagaglio d’esperienza fatto di trucchi, trovate e schemi ripetitivi che consentono di portare a termine la missione anche in momenti di scarsa vena. Il Michele Serra dell’ultimo quindicennio rispetta questo profilo. E ne è dimostrazione Satira preventiva, la rubrica che tiene ogni settimana sull’Espresso. In quello spazio si ha la costante ripetizione di uno schema: si prende un tema, lo si sottopone all’uso sfrenato di iperboli e paradossi con ricerca dell’assurdo a tutti i costi, e ci si sforza d’arrivare in fondo alle circa 3.000 battute necessarie per coprire la pagina. Il risultato? Imbarazzante. Basta fare una rapida rassegna di alcune puntate prese a caso, partendo dall’ultima pubblicata nel numero in edicola fino al 26 maggio. Si prende spunto dalla notizia su Alfio Marchini che per fare campagna elettorale parcheggia da qualche parte la Ferrari e va in giro con mezzi più modesti, e ecco come viene sviluppato:

 

La sua campagna elettorale è massacrante. Raggiunge in Ferrari un autogrill sul raccordo anulare, dove sale su una Panda. Da lì si spinge fino a Tor Bella Monaca dove lascia la Panda e sale su un Ape; abbandona l’Ape a poche centinaia di metri e inforca un Ciao degli anni Sessanta con il quale arriva fin sotto il palco. Due i problemi imprevisti: il primo è che nel corso dei vari passaggi Marchini dimentica di congedare l’autista, e dunque quando fende la folla seduto sul portapacchi del Ciao guidato da un uomo in livrea l’auspicato effetto pauperistico è vanificato; il secondo è che quando torna, a notte fonda, in autogrill, non trova più la Ferrari. Fioccano le polemiche sui social network: pare che il Ciao degli anni Sessanta di Alfio Marchini sia lo stesso usato da Liz Taylor quando era a Roma per girare “Cleopatra”. È stato battuto all’asta per 120mila euro.

 

 

Cosa di più imbarazzante che uno impegnato spasmodicamente a farvi ridere ricevendo i cambio smorfie perplesse e sguardi viaggianti altrove? È la reazione ordinaria davanti ai pezzi “satirici” di Michele Serra, specie quando a leggerli sono coloro che hanno amato la satira serriana dell’epoca artigianale. Altri esempi? Subito serviti. Dal numero in edicola il 19 maggio, sotto il titolo Garantisti e giustizialisti al Derby del Cuore, si legge:

 

Il “Foglio” e il “Fatto quotidiano” sono gli sponsor, rispettivamente, della squadra garantista e di quella giustizialista. Il “Fatto Quotidiano” ha chiesto il sequestro preventivo delle magliette garantiste, perché sono state realizzate in una maglieria la cui titolare, negli anni Settanta, era fidanzata con uno zio del ministro Boschi. Il “Foglio” ha chiesto l’analisi chimica delle maglie dei giustizialisti, che sono rosso sangue. “Una polemica pretestuosa – ha replicato il selezionatore della Nazionale Giustizialisti, Di Pietro – perché per tingere le nostre maglie non abbiamo usato sangue umano, ma sangue di tacchino”.

 

Risate da infarto, eh? Roba che non avrebbe scritto nemmeno Beppe Severgnini. Invece per il Michele Serra della satira fordizzata è la norma. Leggiamo cosa scrive nella puntata di Satira preventiva pubblicata il 21 aprile col titolo Presentate da Vespa le ricette Provenzano. Si prende spunto dalle polemiche seguite alla presentazione del libro di Salvo Riina durante una puntata di Porta a porta, e da lì parte la solita sarabanda di ulteriori sviluppi immaginati:

 

Cominceranno, sempre da Vespa, le sorelle Idda e Chidda Provenzano con il loro libro di ricette fresco di stampa. Sono quasi tutte immangiabili perché le sorelle Provenzano non hanno mai amato cucinare, e mangiano da sempre alla tavola calda sotto casa. Si tratta di poche pagine sciatte, una decina in tutto, scritte in modo approssimativo. Si distingue solo una interessante pasta con le sarde nella quale le sarde vanno messe ancora vive nel piatto: ogni commensale deve strangolarle lentamente con una tagliatella. Vero scopo del libro è introdurre un lungo elenco (duecento pagine) dei negozi di alimentari in regola con il pagamento del pizzo, dove le sorelle intimano di fare la spesa. Ogni acquirente del volume, uscendo dalla libreria, viene pedinato da uno sconosciuto che lo minaccia nel caso non si rifornisca nei negozi autorizzati.

 

 

Potrei andare avanti a lungo, ma preferisco chiudere la rassegna su Satira preventiva citando un ultimo estratto che risale alla scorsa estate, esattamente al 30 luglio 2015. Il titolo della puntata è Ultima moda ultrà scontri senza partita, e prende spunto dagli scontri di cui è stato protagonista qualche giorno prima un gruppo di tifosi laziali alla vigilia di una partita amichevole a Bruxelles. Ecco come il nostro reazionario soft ha svolto il compitino:

 

Perché picchiarsi solo prima, durante e dopo la partita? Perché piegarsi all’inaccettabile interferenza del gioco del calcio sul corretto svolgimento della violenza sugli spalti? Si sta valutando l’ipotesi di organizzare scontri in assenza di partita, con gli stadi pieni di tifosi e il campo vuoto: solo con un enorme gong al centro. Al suono del gong, dato da un funzionario della Lega Calcio, gli ultrà cominciano a lanciarsi petardi e bastonarsi urlando sconcezze con gli occhi fuori dalle orbite. “Il grande vantaggio – spiegano i capi ultrà – è che non si viene più disturbati da quanto avviene in campo, ci si può concentrare molto meglio sulle violenze”.

 

E se l’autore si limitasse a scrivere ciò, si tratterebbe di un frammento intelligente e gradevole. Ma ragionare a questo modo attorno a un frammento di satira significa insistere nell’applicare una logica artigianale alla satira stessa. Che invece, nel caso di Michele Serra, deve piegarsi alla logica industriale del compimento della misura. E l’esigenza di compiere la misura comporta un allungamento di brodo il cui effetto è inflazionare e banalizzare quel poco di gradevole che è stato prodotto. Lo dimostra il frammento immediatamente successivo:

 

Per contenere i costi si stanno studiando anche disordini take-away, ordinabili con una semplice telefonata a un numero verde: si possono ordinare fino a sei ultrà che verranno consegnati a domicilio in un apposito contenitore termico, che li mantiene caldi. Si va dalla tariffa Comfort, un semplice scambio di sberle in faccia e parolacce sul portone di casa, alla Executive, con devastazione accurata dell’appartamento, fino alla De Luxe, con devastazione anche dell’appartamento del vicino e incendio finale della tromba delle scale.

 

 

Avvilente. L’articolo in sé, ma soprattutto il confronto fra gli scritti serriani del periodo artigianale e quelli di adesso. L’impoverimento di stile è evidente, e va messo agli atti come un dato ormai irreversibile. Ma davanti a ciò i difensori di Michele Serra e del suo stile potrebbero insorgere e sostenere che questa critica si basi esclusivamente su un giudizio di qualità, e che dunque si tratti di un argomento non abbastanza forte per sostenere la tesi sul declino della scrittura serriana. A questa obiezione rispondo che c’è molto altro, nella scrittura di Michele Serra, a segnalare il suo scadimento. E non si tratta soltanto d’inflazione dello stile e del testo. Anche la forma denuncia una grave perdita di qualità. Ma di questo si parlerà nella quarta e ultima puntata.

(3. continua)

 

Come sempre, per risarcirvi parzialmente delle brutture che avete letto vi regalo un brano musicale d’alta qualità.

 

Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 1 Accettate questo libro

curategrande

Eccellenze italiane. Parlo di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale, e della ditta tirata su dai due per realizzare qualcosa che eccelle per davvero: il peggior libro dell’anno 2014.

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini


Chiara Gamberale

Chiara Gamberale

S’intitola Avrò cura di te, e è stato pubblicato da Longanesi con lo scopo di colonizzare il Natale degli italiani al pari dei cinepanettoni e dei Minipimer da riciclare a feste finite. Un primato fortemente voluto, quello di peggior libro dell’anno. Pianificato e conquistato sul campo con pieno merito. E badate che non era mica facile. La concorrenza era spietata, e per capire quanto lo fosse basta farsi un giro in questi giorni per librerie, ipermercati, pompe di benzina e pizzicagnoli che riservino uno spazio all’esposizione dei volumi più venduti. Lì troverete regolarmente Avrò cura di te, oscillante fra la prima e la seconda posizione, circondato da una batteria di titoli che meglio d’ogni analisi racconta quale sia lo stato culturale della nazione. Perché fra i primi dieci troverete l’ultima fatica di Luciana Littizzetto, L’incredibile Urka. E il fumettone storico di Alberto Angela, I tre giorni di Pompei. E La guerra dei nostri nonni, ultima opera del principe dei tuttologi italiani Aldo Cazzullo. E l’Oroscopo 2015 di Paolo Fox. E Molto bene di Benedetta Parodi. E soprattutto La regola dell’equilibrio di Gianrico Carofiglio, che non soltanto è un libro scadente ma ha pure la particolarità d’essere un esercizio d’autoplagio, come ha illustrato il bravo Alberto Pezzini su Libero: lunghi frammenti sono identici o quasi a brani presenti in un altro romanzo dell’autore, L’arte del dubbio, edito da Sellerio nel 2007.

Gianrico Carofiglio, ma anche no

Gianrico Carofiglio, ma anche no

Il Libro del Non

Nel bel mezzo di questa offerta culturale il libro della ditta Gramellini & Gamberale spicca e trionfa. Legittimamente. Perché a scrivere un libro brutto son capaci tutti, ma per realizzare un’eccellenza in negativo necessita un talento speciale. E i due l’hanno mostrato realizzando il Libro del Non. Non un romanzo perché non c’è ritmo né narrazione di fatti che si sviluppano sotto gli occhi del lettore. Non è un saggio perché i due pretendono d’aver scritto un romanzo e lo dichiarano fin dalla copertina, con tanto di fascetta che strilla di un “romanzo a due voci”. Non un racconto nel senso ampio del termine, perché non v’è la minima traccia d’affabulazione. Non è nemmeno un libro sperimentale, perché ogni chiave e ogni intreccio risultano scontati. Di più: già letti e uditi. Dove? Negli scritti precedenti degli stessi autori, ovviamente. Che avendo nulla da dire, e avendolo già detto altrove, riescono a imbastire un analfabeto sentimentale mettendo in scena per l’ennesima volta le sole figure che riesce loro esprimere. Lei mette un’altra volta sul mercato il personaggio della donna quasi quarantenne in crisi sentimental-matrimoniale nonché inguaribilmente narcisista. Lui continua a cavalcare il ruolo autoconferito di “esperto di cose sentimentali”, il Natalio Asperso delle residue amiche di penna che ancora affidano alle lettere al giornale le frustrazioni sentimentali, anziché sfogarle con un post su Facebook. Partendo da queste maschere i due organizzano i contenuti del prodotto editoriale natalizio da banco. E già guardando alla trovata apparecchiata dai due si capisce come non sia necessario leggerlo per sapere che Avrò cura di te è il peggior libro del 2014.

L’angelo de li mortacci sua

Di cosa tratta il libro? Presto detto. Esso si sviluppa tramite un dialogo epistolare fra una donna in crisi e il suo angelo custode. E lo so che quanti fra voi non l’hanno ancora letto stanno tirando un sospiro di sollievo per non aver buttato nel cesso tempo e denaro. Però adesso costoro mi usino la cortesia di leggermi fino in fondo, quantomeno per ripagarmi d’aver evitato loro la sòla.

Dicevo dei due personaggi. Lei si chiama Gioconda, e è un’insegnate di scuola superiore appena mollata dal marito. Che insegna nella stessa scuola di lei, e come da copione abusato ha immediatamente trovato consolazione in una donna più giovane di una decina di anni. L’angelo si chiama Filemone, e ha il compito di accudire Gioconda intossicandola con le più cicisbee fra le insensatezze sentimentali. Roba che al confronto Liala sembra Kierkegaard. E non penso di compiere un crimine se faccio dello spoiler e svelo un paio di cose. La prima riguarda l’esito della crisi coniugale di Gioconda, che infine torna assieme al marito come pretende un canovaccio natalizio confezionato per le famigliole italiane. La seconda è legata all’angelo Filemone: che in una vita precedente aveva alimentato un amore platonico per la nonna di Gioconda. Quest’ultima, seguendo ancora una volta lo schema della sana tradizione familista italiana, porta lo stesso nome della nipote e mantiene segreto quell’amore platonico d’una vita intera per rimanere devota al marito. Vista da chi suole nutrirsi di melodrammoni, la figura di Filemone è l’ennesima variazione sul tema dell’Amore che non muore mai. Valutata invece da chi lascia certe cose ai gonzi, il Custode di Gioconda non può che essere un ADLMS: che non è una nuova formula di internet  iperveloce, ma sta per Angelo de li mortacci sua. Nel senso che è legato all’amata e defunta nonna, va da sé.

E proprio dalla figura dell’ADLMS prende avvio la storia, con un incipit (pagina 9) che per il lettore è a rischio di morte cerebrale istantanea:

Da qualche parte nell’Universo esiste un mondo non visibile agli occhi in cui si aggirano sagome vibranti di luce. Sono le anime degli Innamorati Eterni e palpitano a coppie, trovando l’una nell’altra le ragioni del proprio splendore.

Se siete sopravvissuti al frammento di sopra significa che potete proseguire nella lettura. Ma prima di andare avanti devo fare una precisazione per rendere più fruibile questo post e la gestione dei vostri neuroni. L’estratto appena citato appartiene a uno dei capitoli in cui prende voce Filemone-Gramellini, alias l’ADLMS, e viene qui riportato in corsivo come nel libro. I capitoli in cui prende voce Gioconda-Gamberale sono invece resi nel libro in carattere normale. Li riporto in grassetto per distinguerli dal testo del post, ma anche perché il senso d’inutile pesantezza che emanano merita d’avere un corrispettivo grafico. E il primo segmento di testo gamberalesco che v’infliggo fa perfetto pendant con quello gramelloso di poco sopra. A pagina 11 si legge:

Scusa. Mi rendo conto: non si chiede aiuto così. Ma io non l’ho mai saputo chiedere, aiuto. Eppure ora lo chiedo a te, anche se probabilmente non esisti: proprio perché probabilmente non esisti.

 

Anche se probabilmente non, proprio perché probabilmente non. Giusto perché è il Libro del Non. E allora si parte subito coi labirinti dentro cui il lettore viene proditoriamente scaraventato, costretto a sobbarcarsi le altrui seghe mentali. Oggetto di psico-falegnameria di cui il prodotto editoriale natalizio da banco abbonda. A pagina 18 se ne ha un altro esempio. Succede che l’ADLMS si manifesti a Gioconda tramite lettera, e allora lei accolga così la notizia:

Ma allora esisti sul serio (sempre che esistenza e serietà abbiano qualche relazione tra loro)?

 

Non so se cogliete l’assurdità, perciò ve la rendo esplicita. Gioconda, nel pieno della depressione, scrive una lettera a un angelo di cui può solo ipotizzare l’esistenza, e gliela scrive “anche se probabilmente non esisti: proprio perché probabilmente non esisti. Invece quello (‘O miracolo! ‘O miracolo!) le risponde. E lei d’acchito, invece di svenire per l’emozione, o fare le capriole, o piangere di gioia, cosa fa? Prende a interrogarsi sul fatto che esistenza e serietà abbiano una relazione fra loro.

Il fatto è che lei, Gioconda-Gamberale, ci tiene a rimarcare d’essere una diversamente emotiva. Mica basta un ADLMS a sconvolgerle la percezione del mondo. Sicché, quando il marito la scarica via mail scrivendole una frase che a una persona mediamente dotata di sangue nelle vene scatenerebbe istinti uxoricidi (“Certamente allo zoo gli animali esotici come te incantano, ma forse a casa è meglio portarsi un gattino”, pagina 34), lei reagisce con un gioco di parole dall’effetto lassativo:

E allora forza, su: tenetevi le vostre anime lineari e i vostri gattini. Capaci di accettare nel senso che date voi al termine, mentre io accetto nel senso che mi viene da spaccare tutto.

 

E voi lo vorreste accettare un libro così?

Ecomostri

Quale che sia la vostra risposta, io la mia ce l’ho. Ma devo centellinarvela, tanto più che andando avanti con questa stroncatura mi rendo conto che il compito è più gravoso di quanto credessi. Ero partito per liquidare il tutto con un solo post, e invece scopro che ne servono almeno tre. Del resto, siamo o no in presenza del peggior libro del 2014, un’eccellenza in negativo della cultura italiana? E allora, che diamine!, bisogna impiegare la quantità di risorse che serve. Così come non basta un petardo per abbattere un ecomostro, non può essere sufficiente un post per stroncare tutto ciò che in Avrò cura di te c’è da stroncare.

Il compito è vasto e richiede impegno minuzioso. Sicché, preso atto di ciò, vado a chiudere questa prima puntata con altre perle d’insensatezza disseminate qua e là dall’eccellente ditta. Quelle di Gioconda-Gamberale sono addirittura abbacinanti. A pagina 138 è piazzato un nonsense di quelli che lasciano il segno nel lettore come una mattonata in fronte. Succede che Gioconda ricordi quale sia stato il primo pensiero balenato in mente dopo essere stata lasciata dal marito. Fra tutte le cose possibili, pensa che non andrà mai a Rapa Nui, meta di vacanza sognata insieme a lui quando la loro storia d’amore iniziava. E ripensandoci fa la seguente considerazione:

 

È stato un pensiero a forma di airbag, di quelli cretini che quando un evento davvero brutto ci travolge vengono fuori per proteggerci dall’urto con la realtà…

 

Ecco, col “pensiero a forma di airbag” siamo ufficialmente entrati nel territorio del trash. E poiché si tratta diu una ditta, e le incombenze vanno ripartite fifty-fifty, ecco che Filemone-Gramellini, alias l’Angelo de li mortacci sua, offre il proprio contributo riuscendo nell’impresa di superare la socia. Succede a pagina 37, quando l’ADLMS affida a un post scriptum una grande rivelazione sulla propria missione:

S. Noi Custodi siamo i vostri antennisti di fiducia: aggiustiamo i cavi e le parabole guaste. La tariamo di continuo, affinché il segnale vi arrivi nitido nonostante i fulmini e gli uragani della vita.

 

L’evoluzione dell’angelo custode: dalle parabole evangeliche a quelle satellitari. E in caso di disagio spirituale, nessun problema. C’è il digitale terrestre.

(1. Continua)

(E adesso, a compensazione dell’orrore che vi è stato inflitto, vi regalo un consiglio musicale ristoratore)