La Bari nera. Quella vera, raccontata da Alessio Viola – 1 Il crimine mutante nella città che cambia

Con Alessio Viola mi trovo vergognosamente in debito.

Anni fa mi inviò il suo romanzo Dove comincia la notte, edito nel 2013 da Rizzoli. Non ricordo nemmeno più quanti anni fa e preferisco non far mente locale per non acuire il senso di colpa, che del resto chiama in causa numerosi altri autori dai quali ho ricevuto le opere e che in gran parte sono rimasti senza risposta. E poiché finalmente ho deciso di rendere questo blog qualcosa di utile – e la prima utilità è dargli un funzionamento minimamente regolare, anziché aggiornarlo una volta ogni luna zoppa – ho scelto di cominciare proprio da lui. Per due motivi.

Il primo è anche il più veloce da illustrare: a differenza di molti altri romanzi che gli autori mi hanno inviato, quello di Alessio Viola l’ho letto. E già con questo faccio auto-accusa, con impegno a rimediare che rivolgo a tutti gli altri.

Il secondo richiede qualche riga in più: comincio dal romanzo di Alessio Viola perché mi è piaciuto. Anche tanto. E magari questa notizia spiazzerà innanzitutto lui, forse convinto che il mio silenzio fosse dovuto a mancato apprezzamento. No caro amico, era solo cialtroneria. Dote che meno di molte altre mi difetta. Lessi a suo tempo e mi ripromisi di scriverne, ma poi la cosa rimase lì al pari di molte altre pesante e non realizzate. E tuttavia i bei romanzi sedimentano. E il tempo trascorso mi ha fatto capire che l’apprezzamento verso Dove comincia la notte fosse anche più alto di quanto percepito nell’immediato. Impressione confermata alla rilettura, che si è resa necessaria per il troppo tempo trascorso rispetto alla prima. Giusto fio da pagare all’eccesso di tentennamento.

Invero, vi sarebbe un terzo motivo. Biecamente strumentale. Come tutti i lettori di Cercando Oblivia sanno, qui vengono pubblicate soprattutto stroncature. La ragione di tale prevalenza è altrettanto nota: l’autore-proprietario del blog è molto esigente, è convinto assertore del fatto che un buon 80-85% della produzione libraria odierna non dovrebbe essere nemmeno concepita (altro che pubblicarla), sicché è inevitabile la schiacciante prevalenza delle stroncature sulle recensioni positive. Ma detto ciò, non mi andava di riprendere una regolare attività del blog con una stroncatura. Preferisco ricominciare parlando in positivo di un libro che lo meriti, dopo di che si ripartirà con le stroncature (il signor Scurati Antonio è pregato di accomodarsi in sala d’attesa, ma anche molti fra coloro che sono in odore di candidatura per lo Strega). Insomma, caro Alessio, tutta questa premessa per dirti che un po’ ti sto sfruttando. Non me ne volere.

1. La Bari criminale Anni Novanta

Quanto ampiamente ce l’hanno raccontata Bari, negli anni recenti. Nelle cronache del Berlusconismo (rovinosamente) decadente, ma soprattutto nella narrativa che piace alla gente che piace. Quella soporifera firmata da Gianrico Carofiglio, e quella devastante per la lingua italiana e i neuroni tratteggiata da Nicola Lagioia. E ogni volta, quell’impressione a farsi largo nella mente del lettore minimamente smaliziato: la rappresentazione di una caricatura di città, dominata dai narcisismi autoriali dell’uno e dalle influenze romanordiste e infimumfaxe dell’altro. Da quelle pagine, che parzialmente sono state stroncate in questo blog (leggere qui, qui e qui), ma in massima quota hanno ancora da ricevere il meritato trattamento, viene perennemente fuori una Bari invertebrata. Descritta senza l’attenzione che si deve alle sue specificità, deprivata della sua anima profonda, tirata dentro quasi per caso e pressoché indistinguibile (salvo per qualche riferimento topografico che chiunque tra voi potrebbe cavare, buttando via su Google Street View cinque minuti di un giorno qualunque) da ogni altra città.

E invece le pagine del romanzo di Alessio Viola descrivono una Bari profonda, vera. Fatta di angoli che altre opere di narrativa non raccontano e di una cintura metropolitana ricca di bellezze selvagge e bruttezze prodotte da una criminale antropizzazione. E di volta in volta si ha impressione di respirarli, quei luoghi menzionati. Soprattutto perché se ne respira l’originalità. Ciò che è il vero dono dal narratore di luoghi a chi non li conosce e magari non ne ha nemmeno mai sentito parlare. La Bari narrata da Alessio Viola è verace. Punteggiata di posti che non sono quelli noti a qualsiasi non barese, narrati con straordinaria capacità di narrarne la specificità. Non certo il quartiere-Japigia-supermarket-della-droga sciattamente tratteggiato da Nicolino Lagioia nel desolante Riportando tutto a casa. Piuttosto, l’autore di Dove comincia la notte ci porta in giro per una città piena di chiaroscuri, un vasto territorio metropolitano dove è impossibile segnare una cesura netta fra legalità e illegalità.

Questo taglio nel racconto della città è evidente fin dalle prime pagine della narrazione, laddove prendono a incrociarsi i due protagonisti della storia: Roberto de Angelis, il poliziotto che sta scivolando verso il proprio inferno e Giacinto Trentadue, il giovane killer della nuova mala barese. Il poliziotto pedina il killer perché la sua missione è capire come stia cambiando la mappa del potere criminale a Bari e ritiene di avere individuato il soggetto che possa fargli da chiave d’ingresso in quel mondo difficile da permeare. Il piano di De Angelis va a compimento senza che Trentadue sospetti d’essere stato avvicinato da un poliziotto sotto copertura. E da lì in poi fra il rappresentante dell’ordine e il rappresentante del crimine nasce un rapporto d’amicizia in cui il confine fra legalità e illegalità, fra bene e male, viene dissolto. Perché i demoni del poliziotto vengono fuori con tutta nettezza e lo portano a assumere comportamenti che sono l’opposto della legalità, mentre dal canto suo il criminale mostra una pur rudimentale e discutibile nettezza di principi morali che gli semplificano la vita e lo portano a agire con una scrupolosità invidiata dall’altro. Del resto la storia narrata da Alessio Viola è radicata nel territorio del noir: non esistono personaggi positivi, non c’è spazio per esempi di virtù. Soltanto soggetti dall’ego tossico, capaci di raggiungere la pace con se stessi soltanto laddove riducano l’etica a un’algebra morale: numeri positivi e negativi cui adeguarsi secondo ciò che il piano di vita mette alla loro portata.

Questi due personaggi prendono a entrare in contatto nella Bari da non-cartolina che prende a dipanarsi dalle prime pagine del testo. Siamo all’altezza delle pagine 15-16 quando De Angelis segue prudentemente in auto Trentadue, cercando di non farsi scorgere mentre attraversano il territorio lunare che ben conosce chi vive o ha vissuto le aree metropolitane del meridione d’Italia:

Si lasciarono alle spalle il panorama della periferia barese, capannoni industriali e costruzioni abusive di ogni sorta, impianti sportivi abbandonati a metà e teatri tenda muniti di permesso e copertura della malavita, officine dove si smontavano le macchine rubate e si depositavano i cartoni di sigarette sbarcati a San Giorgio, il porticciolo antico a sud della città, quello dove a maggio approda la statua del santo patrono, San Nicola, nei giorni di festa.

Arrivarono alle schiere di villette edificate negli antichi Settanta – una distesa ininterrotta di complessi e villaggi che si allungava per tutto il litorale sud – abitate da una piccola borghesia che un tempo pensava di trovare l’America e che invece si era risvegliata in una periferia isolata e grigia, con stradine che si immettevano in maniera suicida nel traffico assurdo della tangenziale.

È solo un saggio delle descrizioni che l’autore fa della Bari ambigua, ricca di territori indecifrabili. E su tutti spicca il quartiere di Poggiofelice, nome di comodo per designare Poggioallegro, un sobborgo di Noicattaro che negli Anni Novanta fu la base di una nuova criminalità straordinariamente sanguinaria. Essa viene descritta nelle pagine di Alessio Viola con un’abilità che mescola il talento narrativo con l’analisi sociologica. I passaggi degni di menzione sono innumerevoli, difficile selezionarne qualcuno senza avere l’impressione di trascurarne altri di eguale importanza. Ma bisogna provare e perciò si parte dal frammento di pagina 33, dove viene descritto il mutare della mappa criminale barese in coincidenza coi cicli dello sviluppo urbanistico. Il tutto è descritto nel dialogo fra De Angelis e il suo superiore, Nello Castiello:

(…) Ci mancava pure Poggiofelice, non bastavano Japigia, il CEP ed Enziteto… ma non ci stavano gli sfollati là dentro? Roba di zingari, senza casa… Avevo sentito di una questione di questo tipo”, aveva concluso Castiello (…). Aveva praticamente steso la mappa dei quartieri a più alta densità malavitosa della città. Japigia, a sud di Bari, il regno del capo dei capi, Mariuccio Danisi, in galera da sempre, che aveva trasformato quel quartiere nel fulcro dello spaccio e di tutte le attività che gravitavano intorno alla droga nella regione e oltre i confini; si diceva che nulla in città si facesse senza la sua approvazione; mediatore per convinzione economica, tesseva alleanze e guerre fra clan, personaggio anche mediatico, ogni volta che accadeva qualcosa i giornali parlavano di lui. Poi c’era il quartiere San Paolo, il CEP, nelle vicinanze dell’aeroporto, nato dalla prima migrazione da Bari Vecchia nei primi anni Sessanta: le famiglie che vivevano da sempre nei bassi senza luce e senz’acqua di colpo si ritrovarono nella modernità, compresa quella criminale, che non si esauriva nel contrabbando. E da ultimo c’era Enziteto, nuovissimo quartiere anche questo vicino all’aeroporto, pulito all’inizio, aveva una scuola e una chiesa, entrambe diventate rapidamente depositi di refurtiva della banda che si era stabilita lì attraverso il controllo delle assegnazioni delle case popolari”.

2. L’appropriazione criminale del territorio e la sua rappresentazione narrativa

Ecco la verità scomoda per come è stata enunciata in un passaggio del frammento precedente: in determinati contesti l’appartenenza a un’organizzazione criminale, o la mera prossimità, può permettere di prendere l’ascensore sociale e emanciparsi da condizioni di miseria. Si tratta di una forma malata, amorale di modernizzazione. Ma quasi sempre, per chi ne beneficia, poco importa dei costi morali e legali connessi alla propria mobilità sociale.

Questa predisposizione socioculturale viene mirabilmente descritta in numerosi scorci del romanzo di Alessio Viola, che così assume una rilevanza sociologica importante tanto quanto quella letteraria. E questo zigzagare lungo la linea tra sociologia e letteratura tocca il punto più alto con la descrizione di quel processo che si può etichettare come “appropriazione del territorio”. Laddove il termine “appropriazione” va inteso nella duplice accezione di “acquisire, rendere un oggetto dote propria” e di “rendere proprio a misura di sé, plasmare secondo esigenze di parte”.

L’appropriazione del territorio, che si verifica nei confronti dell’immaginario quartiere di Poggiofelice per l’azione del boss della nuova mala barese, che nel romanzo prende il nome di Felice Episcopio. La descrizione di come mutamento criminale e mutamento territoriale producano un circolo si snoda fra le pagine 24 e 26. Tre pagine che dovrebbero essere allegate come dispense in qualsiasi corso di Sociologia della criminalità organizzata e di Sociologia della devianza:

Felice Episcopio era uno che veniva da Bari Vecchia, uno forte davvero, vecchia scuola. Non guardava in faccia a nessuno, cattivo e feroce, ci prendeva gusto se doveva sparare a qualcuno o inscenare un imbonimento,cioè rompere la testa e le gambe a chi aveva sgarrato. Si era fatto le ossa nei clan storici della città vecchia, fino ad acquisire un’autonomia che voleva mettere a frutto. Il giro di affari si era molto ampliato, si aprivano nuovi spazi all’imprenditoria mafiosa. Si era stabilito a Poggiofelice quasi un anno prima, appropriandosi di una villetta senza che nessuno trovasse niente da ridire, né il comune né i vigili né tantomeno la polizia – peraltro, intervenire su quelle occupazioni non era proprio semplice, visto che nessuno si sognava di denunciare niente. Era stata la sua migliore intuizione imprenditoriale. Aveva chiamato a raccolta la sua numerosa famiglia, amici e conoscenti e anche sbandati e cani sciolti della malavita di periferia.

Eccola qui, la dinamica sociale ascendente che promuove a un più alto rango criminale il boss emergente ma anche il “suo” popolo, fatto di soggetti a loro volta promossi al superiore rango criminale, o soltanto a una condizione di vita meno ingrata, grazie all’appropriazione di un altro territorio e una sorta di “nuova bollinatura”. Ma c’è soprattutto che in quel territorio l’organizzazione criminale si trasforma nell’ente unico della regolazione sociale, con le proprie regole nell’erogazione di pezzi di welfare. Una dinamica la cui descrizione si fa man mano più precisa nelle parole di Viola:

Un po’ alla spicciolata erano arrivate altre famiglie, il villaggio si era andato via via svuotando dei suoi residenti iniziali, l’occupazione progressiva, quasi militare, lo aveva completamente trasformato nel giro di pochi mesi. Sfrattati, nullatenenti, habitué delle graduatorie IACP, ladri, contrabbandieri, spacciatori, prostitute. Era diventato a tutti gli effetti un possedimento della malavita, con gli alloggi popolari che erano gestiti da Episcopio in persona e Cardascio, il suo braccio destro, che decidevano le assegnazioni senza controlli di sorta. Chi ci abitava da tempo veniva convinto, prima con le buone, con le cattive subito dopo, ad andarsene fuori dai piedi. Pressioni, minacce, sfregi alle abitazioni e alle macchine, e mai nessuno che avvertisse le autorità. Andavano via senza protestare, lasciando le case libere ai nuovi padroni. Era diventata una cupa come non ne avevano mai avute, i mafiosi baresi. Ci si poteva tenere di tutto, lì dentro: armi, droga, refurtiva, puttane da smistare nei casini o per strada, tossici che ci andavano a farsi tranquilli e che per questo preferivano comprare là piuttosto che a Japigia o a Bari Vecchia. Un girone infernale, un incubo abitato da fantasmi di una vita nata male e schizzata sulle onde della città come una pietra sul mare calmo.

L’intuizione imprenditorial-criminale come fattore di mutamento sociale e territoriale. Un aspetto ben conosciuto da chi studia le organizzazioni criminali e sa bene quanto esse siano in grado di convertire le crisi di sistema in opportunità proprie:

Avevano messo su una specie di Banda del Muro Sfondato, un villaggio-fortezza impenetrabile per chiunque non ne accettasse regole e scopi, una zona franca dentro la società civile. Che, peraltro, taceva e voltava la testa altrove. Il giro di affari era diventato consistente, il fatturato non aveva più nulla da invidiare a quello dei gruppi mafiosi cittadini, che continuavano ostinati a spartirsi il mercato urbano quando c’era un’immensa periferia, spalmata su decine di paesi, che non chiedeva altro se non essere rifornita di tutto quel ben di dio. Era stata un’altra delle idee vincenti del duo Episcopio-Cardascio, quella dell’espansione nell’hinterland cittadino: nuovi mercati da penetrare, una clientela ancora da fidelizzare e abituare ai nuovi prodotti. Un business della madonna, e loro ne avevano le chiavi.

Chapeau. C’è questo e tanto altro in Dove comincia la notte. Talmente tante cose da richiedere almeno un’altra puntata di questa recensione. A presto.

(1. continua)

E come sempre vi do l’arrivederci con un brano musicale.

Michele Serra, il reazionario soft – 3 Dall’artigianato alla catena di montaggio: così muore un talento satirico

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Le precedenti puntate sono state pubblicate qui e qui

Opinione raccolta su Facebook a margine delle precedenti puntate di questa stroncatura seriale: “Sì, sarà anche vero che i romanzi di Michele Serra sono scadenti, ma la qualità della sua scrittura resta altissima”. Dissento rispettosamente. È più dire che la qualità della scrittura di Michele Serra era alta, e mi si perdoni la licenza sul congiuntivo. Adesso non lo è più. La decadenza dell’autore va di pari passo con la decadenza del suo stile, e anzi la seconda precede la prima. Si tratta di uno schema che si applica a ogni autore, e Michele Serra non vi si sottrae. I suoi ultimi libri sono scadenti perché scadente è la prosa, e quella prosa si dimostra di cattiva qualità anche in ogni altro cimento pubblicistico. Sui motivi di questo precipitare si può dare diverse spiegazioni, ciascuna più o meno credibile. Provo a dare la mia, premettendo che sono stato fra coloro che hanno amato la scrittura di Michele Serra in altri tempi, e che perciò mi ritengo autorizzato a criticarne la miseria qualitativa di oggi.

La mia tesi è che, a partire dalla metà degli anni Novanta, Michele Serra sia rimasto vittima di un meccanismo infernale: la fordizzazione della satira. Una dinamica che ha fatto altre vittime, e che regolarmente si presenta come un bivio di carriera a ogni autore di testi e materiali comico-umoristici giunto a un livello di fama oltre il quale giunge l’obbligo di produrre per i grandi numeri. Quel bivio è quasi sempre mortale, perché determina il passaggio dalla logica della bottega artigiana a quella della catena di montaggio. Un passaggio che per chi fa satira non dovrebbe avvenire mai. La satira è infatti, per sua natura, un esercizio intellettuale che richiede la rarità. È esigente, si fonda su intuizioni folgoranti che però poi vanno messe a punto con attenzione estrema, ha un’estetica che per quanto possa sembrare paradossale richiede misura. Fra tutti i generi di scrittura, e assieme alla poesia quello che più di tutti richiede la distillazione del contenuto. Tutto ciò fa sì che il più grande sabotaggio alla satira e ai suoi autori sia quello di inflazionare entrambi. Un frammento di satira va cesellato e meditato, e poi quando esplode in tutto il suo clamore va lasciato sedimentare. Questo è il ciclo produttivo di chi elabora scritti satirici, e si tratta di un ciclo da bottega artigiana perché mette primaria attenzione sulla qualità del singolo oggetto. Che per definizione deve essere d’eccelso livello, tale da superare tutti quelli espressi fin lì ma condannato a essere visto come un’approssimazione rispetto alla perfezione. E per l’esteta (quale l’autore di satira è, checché se ne dica) la perfezione è una meta irraggiungibile per definizione, pena la morte dell’intenzione estetica.

 

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Artigiano all’opera

Questa è la satira, questo è il ciclo produttivo di chi vi si cimenta. Purtroppo, presto o tardi, succede che il rinomato autore di satira si ritrovi sollecitato a oltrepassare il confine della fordizzazione. Oltre il quale la satira non può permettersi i tempi artigianali della qualità, ma piuttosto deve produrre a raffica e secondo i tempi industriali comandati dalla catena di montaggio della comunicazione di massa: la rubrica de newsmagazine settimanale, gli impegni autoriali per i due-tre programmi televisivi, la rubricuzza quotidiana che per 330-340 giorni all’anno deve essere assicurata come fosse la cacchina del mattino e senza possibilità di sottrarsi, la rubriconza della risposta alle lettere dei lettori da sbrigare per il newsmagazine settimanale allegato al quotidiano, e poi le articolesse che capita di scrivere con una certa frequenza perché si è pur sempre una delle firme di punta del giornale, e gli interventi una tantum da assicurare dove e quando succede. Chiamasi sfruttamento estensivo di risorsa fatto con una tempistica imperativa, laddove nel ciclo artigianale della produzione si procede per via intensiva e con una tempistica relativamente lasca.

 

 

E non c’è autore che ne esca indenne, se accetta di lasciarsi inglobare dalla logica di fordizzazione della satira. Basta poco per vedergli perdere smalto, per avvertire la fatica e la scontatezza delle trovate, e la rarefazione dei momenti degni del periodo artigianale. Se nel periodo pre-fordista erano otto-nove su dieci i frammenti che strappavano la nostra ammirazione, in quello fordista troviamo decente un frammento ogni venti-venticinque. E soltanto uno su cinquanta davvero all’altezza dei momenti migliori dell’artigianato satirico.

In questo meccanismo è rimasto stritolato Michele Serra come altri autori di satira prima e dopo di lui. Chiamato a scrivere a ritmi da catena di montaggio, egli ha preso il solo profilo possibile in circostanze del genere, quello che Vincenzo Ostuni, editor di Ponte alle Grazie, individuò per l’insipido Gianrico Carofiglio: scribacchino mestierante. Un’etichetta in cui non bisogna ravvisare offesa alcuna (ma Carofiglio, dall’alto della sua venerazione per la libertà d’opinione, decise di querelare), e che anzi corrisponde alla realtà delle cose. Perché quanto più un autore è costretto a scrivere, tanto più si affiderà al mestiere, cioè al bagaglio d’esperienza fatto di trucchi, trovate e schemi ripetitivi che consentono di portare a termine la missione anche in momenti di scarsa vena. Il Michele Serra dell’ultimo quindicennio rispetta questo profilo. E ne è dimostrazione Satira preventiva, la rubrica che tiene ogni settimana sull’Espresso. In quello spazio si ha la costante ripetizione di uno schema: si prende un tema, lo si sottopone all’uso sfrenato di iperboli e paradossi con ricerca dell’assurdo a tutti i costi, e ci si sforza d’arrivare in fondo alle circa 3.000 battute necessarie per coprire la pagina. Il risultato? Imbarazzante. Basta fare una rapida rassegna di alcune puntate prese a caso, partendo dall’ultima pubblicata nel numero in edicola fino al 26 maggio. Si prende spunto dalla notizia su Alfio Marchini che per fare campagna elettorale parcheggia da qualche parte la Ferrari e va in giro con mezzi più modesti, e ecco come viene sviluppato:

 

La sua campagna elettorale è massacrante. Raggiunge in Ferrari un autogrill sul raccordo anulare, dove sale su una Panda. Da lì si spinge fino a Tor Bella Monaca dove lascia la Panda e sale su un Ape; abbandona l’Ape a poche centinaia di metri e inforca un Ciao degli anni Sessanta con il quale arriva fin sotto il palco. Due i problemi imprevisti: il primo è che nel corso dei vari passaggi Marchini dimentica di congedare l’autista, e dunque quando fende la folla seduto sul portapacchi del Ciao guidato da un uomo in livrea l’auspicato effetto pauperistico è vanificato; il secondo è che quando torna, a notte fonda, in autogrill, non trova più la Ferrari. Fioccano le polemiche sui social network: pare che il Ciao degli anni Sessanta di Alfio Marchini sia lo stesso usato da Liz Taylor quando era a Roma per girare “Cleopatra”. È stato battuto all’asta per 120mila euro.

 

 

Cosa di più imbarazzante che uno impegnato spasmodicamente a farvi ridere ricevendo i cambio smorfie perplesse e sguardi viaggianti altrove? È la reazione ordinaria davanti ai pezzi “satirici” di Michele Serra, specie quando a leggerli sono coloro che hanno amato la satira serriana dell’epoca artigianale. Altri esempi? Subito serviti. Dal numero in edicola il 19 maggio, sotto il titolo Garantisti e giustizialisti al Derby del Cuore, si legge:

 

Il “Foglio” e il “Fatto quotidiano” sono gli sponsor, rispettivamente, della squadra garantista e di quella giustizialista. Il “Fatto Quotidiano” ha chiesto il sequestro preventivo delle magliette garantiste, perché sono state realizzate in una maglieria la cui titolare, negli anni Settanta, era fidanzata con uno zio del ministro Boschi. Il “Foglio” ha chiesto l’analisi chimica delle maglie dei giustizialisti, che sono rosso sangue. “Una polemica pretestuosa – ha replicato il selezionatore della Nazionale Giustizialisti, Di Pietro – perché per tingere le nostre maglie non abbiamo usato sangue umano, ma sangue di tacchino”.

 

Risate da infarto, eh? Roba che non avrebbe scritto nemmeno Beppe Severgnini. Invece per il Michele Serra della satira fordizzata è la norma. Leggiamo cosa scrive nella puntata di Satira preventiva pubblicata il 21 aprile col titolo Presentate da Vespa le ricette Provenzano. Si prende spunto dalle polemiche seguite alla presentazione del libro di Salvo Riina durante una puntata di Porta a porta, e da lì parte la solita sarabanda di ulteriori sviluppi immaginati:

 

Cominceranno, sempre da Vespa, le sorelle Idda e Chidda Provenzano con il loro libro di ricette fresco di stampa. Sono quasi tutte immangiabili perché le sorelle Provenzano non hanno mai amato cucinare, e mangiano da sempre alla tavola calda sotto casa. Si tratta di poche pagine sciatte, una decina in tutto, scritte in modo approssimativo. Si distingue solo una interessante pasta con le sarde nella quale le sarde vanno messe ancora vive nel piatto: ogni commensale deve strangolarle lentamente con una tagliatella. Vero scopo del libro è introdurre un lungo elenco (duecento pagine) dei negozi di alimentari in regola con il pagamento del pizzo, dove le sorelle intimano di fare la spesa. Ogni acquirente del volume, uscendo dalla libreria, viene pedinato da uno sconosciuto che lo minaccia nel caso non si rifornisca nei negozi autorizzati.

 

 

Potrei andare avanti a lungo, ma preferisco chiudere la rassegna su Satira preventiva citando un ultimo estratto che risale alla scorsa estate, esattamente al 30 luglio 2015. Il titolo della puntata è Ultima moda ultrà scontri senza partita, e prende spunto dagli scontri di cui è stato protagonista qualche giorno prima un gruppo di tifosi laziali alla vigilia di una partita amichevole a Bruxelles. Ecco come il nostro reazionario soft ha svolto il compitino:

 

Perché picchiarsi solo prima, durante e dopo la partita? Perché piegarsi all’inaccettabile interferenza del gioco del calcio sul corretto svolgimento della violenza sugli spalti? Si sta valutando l’ipotesi di organizzare scontri in assenza di partita, con gli stadi pieni di tifosi e il campo vuoto: solo con un enorme gong al centro. Al suono del gong, dato da un funzionario della Lega Calcio, gli ultrà cominciano a lanciarsi petardi e bastonarsi urlando sconcezze con gli occhi fuori dalle orbite. “Il grande vantaggio – spiegano i capi ultrà – è che non si viene più disturbati da quanto avviene in campo, ci si può concentrare molto meglio sulle violenze”.

 

E se l’autore si limitasse a scrivere ciò, si tratterebbe di un frammento intelligente e gradevole. Ma ragionare a questo modo attorno a un frammento di satira significa insistere nell’applicare una logica artigianale alla satira stessa. Che invece, nel caso di Michele Serra, deve piegarsi alla logica industriale del compimento della misura. E l’esigenza di compiere la misura comporta un allungamento di brodo il cui effetto è inflazionare e banalizzare quel poco di gradevole che è stato prodotto. Lo dimostra il frammento immediatamente successivo:

 

Per contenere i costi si stanno studiando anche disordini take-away, ordinabili con una semplice telefonata a un numero verde: si possono ordinare fino a sei ultrà che verranno consegnati a domicilio in un apposito contenitore termico, che li mantiene caldi. Si va dalla tariffa Comfort, un semplice scambio di sberle in faccia e parolacce sul portone di casa, alla Executive, con devastazione accurata dell’appartamento, fino alla De Luxe, con devastazione anche dell’appartamento del vicino e incendio finale della tromba delle scale.

 

 

Avvilente. L’articolo in sé, ma soprattutto il confronto fra gli scritti serriani del periodo artigianale e quelli di adesso. L’impoverimento di stile è evidente, e va messo agli atti come un dato ormai irreversibile. Ma davanti a ciò i difensori di Michele Serra e del suo stile potrebbero insorgere e sostenere che questa critica si basi esclusivamente su un giudizio di qualità, e che dunque si tratti di un argomento non abbastanza forte per sostenere la tesi sul declino della scrittura serriana. A questa obiezione rispondo che c’è molto altro, nella scrittura di Michele Serra, a segnalare il suo scadimento. E non si tratta soltanto d’inflazione dello stile e del testo. Anche la forma denuncia una grave perdita di qualità. Ma di questo si parlerà nella quarta e ultima puntata.

(3. continua)

 

Come sempre, per risarcirvi parzialmente delle brutture che avete letto vi regalo un brano musicale d’alta qualità.

 

Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 1 Accettate questo libro

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Eccellenze italiane. Parlo di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale, e della ditta tirata su dai due per realizzare qualcosa che eccelle per davvero: il peggior libro dell’anno 2014.

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini

Chiara Gamberale

Chiara Gamberale

S’intitola Avrò cura di te e è stato pubblicato da Longanesi con lo scopo di colonizzare il Natale degli italiani al pari dei cinepanettoni e dei Minipimer da riciclare a feste finite. Un primato fortemente voluto, quello di peggior libro dell’anno. Pianificato e conquistato sul campo con pieno merito. E badate che non era mica facile. La concorrenza era spietata e per capire quanto lo fosse basta farsi un giro in questi giorni per librerie, ipermercati, pompe di benzina e pizzicagnoli che riservino uno spazio all’esposizione dei volumi più venduti. Lì troverete regolarmente Avrò cura di te, oscillante fra la prima e la seconda posizione, circondato da una batteria di titoli che meglio d’ogni analisi racconta quale sia lo stato culturale della nazione. Perché fra i primi dieci troverete l’ultima fatica di Luciana Littizzetto, L’incredibile Urka. E il fumettone storico di Alberto Angela, I tre giorni di Pompei. E La guerra dei nostri nonni, ultima opera del principe dei tuttologi italiani Aldo Cazzullo. E l’Oroscopo 2015 di Paolo Fox. E Molto bene di Benedetta Parodi. E soprattutto La regola dell’equilibrio di Gianrico Carofiglio, che non soltanto è un libro scadente ma ha pure la particolarità d’essere un esercizio d’autoplagio, come ha illustrato il bravo Alberto Pezzini su Libero: lunghi frammenti sono identici o quasi a brani presenti in un altro romanzo dell’autore, L’arte del dubbio, edito da Sellerio nel 2007.

Gianrico Carofiglio, ma anche no

Gianrico Carofiglio, ma anche no

Il Libro del Non

Nel bel mezzo di questa offerta culturale il libro della ditta Gramellini & Gamberale spicca e trionfa. Legittimamente. Perché a scrivere un libro brutto son capaci tutti, ma per realizzare un’eccellenza in negativo necessita un talento speciale. E i due l’hanno mostrato realizzando il Libro del Non. Non un romanzo perché non c’è ritmo né narrazione di fatti che si sviluppano sotto gli occhi del lettore. Non è un saggio perché i due pretendono d’aver scritto un romanzo e lo dichiarano fin dalla copertina, con tanto di fascetta che strilla di un “romanzo a due voci”. Non un racconto nel senso ampio del termine, perché non v’è la minima traccia d’affabulazione. Non è nemmeno un libro sperimentale, perché ogni chiave e ogni intreccio risultano scontati. Di più: già letti e uditi. Dove? Negli scritti precedenti degli stessi autori, ovviamente. Che avendo nulla da dire, e avendolo già detto altrove, riescono a imbastire un analfabeto sentimentale mettendo in scena per l’ennesima volta le sole figure che riesce loro esprimere. Lei mette un’altra volta sul mercato il personaggio della donna quasi quarantenne in crisi sentimental-matrimoniale nonché inguaribilmente narcisista. Lui continua a cavalcare il ruolo autoconferito di “esperto di cose sentimentali”, il Natalio Asperso delle residue amiche di penna che ancora affidano alle lettere al giornale le frustrazioni sentimentali, anziché sfogarle con un post su Facebook. Partendo da queste maschere i due organizzano i contenuti del prodotto editoriale natalizio da banco. E già guardando alla trovata apparecchiata dai due si capisce come non sia necessario leggerlo per sapere che Avrò cura di te è il peggior libro del 2014.

L’angelo de li mortacci sua

Di cosa tratta il libro? Presto detto. Esso si sviluppa tramite un dialogo epistolare fra una donna in crisi e il suo angelo custode. E lo so che quanti fra voi non l’hanno ancora letto stanno tirando un sospiro di sollievo per non aver buttato nel cesso tempo e denaro. Però adesso costoro mi usino la cortesia di leggermi fino in fondo, quantomeno per ripagarmi d’aver evitato loro la sòla.

Dicevo dei due personaggi. Lei si chiama Gioconda, e è un’insegnate di scuola superiore appena mollata dal marito. Che insegna nella stessa scuola di lei, e come da copione abusato ha immediatamente trovato consolazione in una donna più giovane di una decina di anni. L’angelo si chiama Filemone, e ha il compito di accudire Gioconda intossicandola con le più cicisbee fra le insensatezze sentimentali. Roba che al confronto Liala sembra Kierkegaard. E non penso di compiere un crimine se faccio dello spoiler e svelo un paio di cose. La prima riguarda l’esito della crisi coniugale di Gioconda, che infine torna assieme al marito come pretende un canovaccio natalizio confezionato per le famigliole italiane. La seconda è legata all’angelo Filemone: che in una vita precedente aveva alimentato un amore platonico per la nonna di Gioconda. Quest’ultima, seguendo ancora una volta lo schema della sana tradizione familista italiana, porta lo stesso nome della nipote e mantiene segreto quell’amore platonico d’una vita intera per rimanere devota al marito. Vista da chi suole nutrirsi di melodrammoni, la figura di Filemone è l’ennesima variazione sul tema dell’Amore che non muore mai. Valutata invece da chi lascia certe cose ai gonzi, il Custode di Gioconda non può che essere un ADLMS: che non è una nuova formula di internet  iperveloce, ma sta per Angelo de li mortacci sua. Nel senso che è legato all’amata e defunta nonna, va da sé.

E proprio dalla figura dell’ADLMS prende avvio la storia, con un incipit (pagina 9) che per il lettore è a rischio di morte cerebrale istantanea:

Da qualche parte nell’Universo esiste un mondo non visibile agli occhi in cui si aggirano sagome vibranti di luce. Sono le anime degli Innamorati Eterni e palpitano a coppie, trovando l’una nell’altra le ragioni del proprio splendore.

Se siete sopravvissuti al frammento di sopra significa che potete proseguire nella lettura. Ma prima di andare avanti devo fare una precisazione per rendere più fruibile questo post e la gestione dei vostri neuroni. L’estratto appena citato appartiene a uno dei capitoli in cui prende voce Filemone-Gramellini, alias l’ADLMS, e viene qui riportato in corsivo come nel libro. I capitoli in cui prende voce Gioconda-Gamberale sono invece resi nel libro in carattere normale. Li riporto in grassetto per distinguerli dal testo del post, ma anche perché il senso d’inutile pesantezza che emanano merita d’avere un corrispettivo grafico. E il primo segmento di testo gamberalesco che v’infliggo fa perfetto pendant con quello gramelloso di poco sopra. A pagina 11 si legge:

Scusa. Mi rendo conto: non si chiede aiuto così. Ma io non l’ho mai saputo chiedere, aiuto. Eppure ora lo chiedo a te, anche se probabilmente non esisti: proprio perché probabilmente non esisti.

 

Anche se probabilmente non, proprio perché probabilmente non. Giusto perché è il Libro del Non. E allora si parte subito coi labirinti dentro cui il lettore viene proditoriamente scaraventato, costretto a sobbarcarsi le altrui seghe mentali. Oggetto di psico-falegnameria di cui il prodotto editoriale natalizio da banco abbonda. A pagina 18 se ne ha un altro esempio. Succede che l’ADLMS si manifesti a Gioconda tramite lettera, e allora lei accolga così la notizia:

Ma allora esisti sul serio (sempre che esistenza e serietà abbiano qualche relazione tra loro)?

 

Non so se cogliete l’assurdità, perciò ve la rendo esplicita. Gioconda, nel pieno della depressione, scrive una lettera a un angelo di cui può solo ipotizzare l’esistenza, e gliela scrive “anche se probabilmente non esisti: proprio perché probabilmente non esisti. Invece quello (‘O miracolo! ‘O miracolo!) le risponde. E lei d’acchito, invece di svenire per l’emozione, o fare le capriole, o piangere di gioia, cosa fa? Prende a interrogarsi sul fatto che esistenza e serietà abbiano una relazione fra loro.

Il fatto è che lei, Gioconda-Gamberale, ci tiene a rimarcare d’essere una diversamente emotiva. Mica basta un ADLMS a sconvolgerle la percezione del mondo. Sicché, quando il marito la scarica via mail scrivendole una frase che a una persona mediamente dotata di sangue nelle vene scatenerebbe istinti uxoricidi (“Certamente allo zoo gli animali esotici come te incantano, ma forse a casa è meglio portarsi un gattino”, pagina 34), lei reagisce con un gioco di parole dall’effetto lassativo:

E allora forza, su: tenetevi le vostre anime lineari e i vostri gattini. Capaci di accettare nel senso che date voi al termine, mentre io accetto nel senso che mi viene da spaccare tutto.

 

E voi lo vorreste accettare un libro così?

Ecomostri

Quale che sia la vostra risposta, io la mia ce l’ho. Ma devo centellinarvela, tanto più che andando avanti con questa stroncatura mi rendo conto che il compito è più gravoso di quanto credessi. Ero partito per liquidare il tutto con un solo post, e invece scopro che ne servono almeno tre. Del resto, siamo o no in presenza del peggior libro del 2014, un’eccellenza in negativo della cultura italiana? E allora, che diamine!, bisogna impiegare la quantità di risorse che serve. Così come non basta un petardo per abbattere un ecomostro, non può essere sufficiente un post per stroncare tutto ciò che in Avrò cura di te c’è da stroncare.

Il compito è vasto e richiede impegno minuzioso. Sicché, preso atto di ciò, vado a chiudere questa prima puntata con altre perle d’insensatezza disseminate qua e là dall’eccellente ditta. Quelle di Gioconda-Gamberale sono addirittura abbacinanti. A pagina 138 è piazzato un nonsense di quelli che lasciano il segno nel lettore come una mattonata in fronte. Succede che Gioconda ricordi quale sia stato il primo pensiero balenato in mente dopo essere stata lasciata dal marito. Fra tutte le cose possibili, pensa che non andrà mai a Rapa Nui, meta di vacanza sognata insieme a lui quando la loro storia d’amore iniziava. E ripensandoci fa la seguente considerazione:

 

È stato un pensiero a forma di airbag, di quelli cretini che quando un evento davvero brutto ci travolge vengono fuori per proteggerci dall’urto con la realtà…

 

Ecco, col “pensiero a forma di airbag” siamo ufficialmente entrati nel territorio del trash. E poiché si tratta diu una ditta, e le incombenze vanno ripartite fifty-fifty, ecco che Filemone-Gramellini, alias l’Angelo de li mortacci sua, offre il proprio contributo riuscendo nell’impresa di superare la socia. Succede a pagina 37, quando l’ADLMS affida a un post scriptum una grande rivelazione sulla propria missione:

S. Noi Custodi siamo i vostri antennisti di fiducia: aggiustiamo i cavi e le parabole guaste. La tariamo di continuo, affinché il segnale vi arrivi nitido nonostante i fulmini e gli uragani della vita.

 

L’evoluzione dell’angelo custode: dalle parabole evangeliche a quelle satellitari. E in caso di disagio spirituale, nessun problema. C’è il digitale terrestre.

(1. Continua)

(E adesso, a compensazione dell’orrore che vi è stato inflitto, vi regalo un consiglio musicale ristoratore)