Alessandro D’Avenia, il Sommo PoVeta – 1 Osso per osso, dente perdente

Alessandro D'Avenia

Alessandro D’Avenia

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Adesso ho una nuova certezza: ogni volta che uscirà un nuovo libro di Alessandro D’Avenia dovrò aggiornare il Pessimario. Cioè la lista dei libri e degli autori che toccano, per riprendere una frase di Diego Abatantuono in versione Diéco, “l’apice dell’apoteosi della schifezza”.

Una galleria ormai pigiatissima di cui fanno parte fenomeni da baraccone come Giorgio Faletti e Fabio Volo, poligrafi newtoncomptoneschi come Anna Premoli e Marcello Simoni, anime graforessiche come Chiara Gamberale, teoriche dell’eros tombale come Sara Bilotti, intrallattuali da Loggia del Leopardo come Antonio Scurati e Nicola Lagioia, cacatori di status smielati da social network come Massimo Bisotti e divulgatori del cazzonaggio letterario come Michele Dalai. E la lista sarebbe ancora lunga, ma risparmio d’infliggervela fino in fondo perché voglio risparmiarla innanzitutto a me stesso. Ma resta il fatto che fra tutti costoro rientri con pieno merito Alessandro D’Avenia. Autore sbucato dal nulla cinque anni fa e imposto chissà perché alle patrie lettere. Con effetti che soltanto fra qualche anno riusciremo a valutare, e sarà comunque troppo tardi.

Ricordo ch’era settembre, e da un giorno all’altro le librerie e i marciapiedi vennero invasi da cartonati che ci avvertivano della novità letteraria: il romanzo di un autore esordiente che Mondadori aveva deciso di diffondere con la leggerezza del napalm. Un’immagine di copertina caruccétta, come direbbero aRòma, un titolo da fotoromanzo in bianco e nero anni Settanta (“Bianca come il latte, rossa come il sangue”), e il nome fin lì sconosciuto dell’autore che veniva strillato come fosse al tempo stesso un’informazione e un avvertimento con tanto di indice puntato sull’ignaro passante: questo è un libro di ALESSANDRO D’AVENIA, e da oggi in poi ricordati di ricordare!

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È stato così, al pari di qualche altra milionata d’italiani, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Praticamente, un’azione di book squatting. E subito mi sono chiesto perché. Come mai la maggiore casa editrice italiana compiva uno sforzo così vasto per promuovere un esordiente? Sarà mica stato un nuovo fenomeno della narrativa italiana? E intanto m’informavo su questo squatter della nuova narrativa italiana. Scoprendone l’immagine pulitina, sistematina, con quella barbettina pettinatina e la chioma biondina e ricciolina vagamente bigodina, l’occhiettino azzurrino e il sorrisino mansuetino. Il maschietto cui ogni padre affiderebbe la figliola di cui presuppone ancora l’illibatezza, per fargli reggere il ruolo di cicisbeo alla feste in cui gli ormoni adolescenziali brulicano di vitalismo. La versione adattata ai giorni nostri del Principe Valium di Balle Spaziali, uno fatto apposta per piacere alle mamme pre-anni Novanta e alle nonne pre-Sora Lella di Bianco, Rosso e Verdone.

Il Principe Valium

Il Principe Valium

Inoltre ho scoperto che il ragazzo è vicino all’Opus Dei, come egli stesso ammetterà pubblicamente più avanti. Ma questo è soltanto un dettaglio, ci mancherebbe altro.

Non è invece un dettaglio il fatto che Bianca come il latte, rossa come il sangue sia una schifezza di libro. Sciatto, noioso, manierato, scontato dalla prima all’ultima pagina. Intriso d’un sentimentalismo trash da Gli occhi del cuore, l’immaginaria soap opera del serial Boris.

Soprattutto, un libro ossessionato dal tentativo di rivolgersi al pubblico degli adolescenti con uno stile alla Moccia, ma sacrestanamente corretto. Una pena infinita. Quel libro non mi ha lasciato traccia, perché era d’una bruttezza indegna di menzione. E quando una cosa è talmente brutta da non poter essere nemmeno schifata, la frustrazione è grande per chi l’ha appena consumata. Perché non lascia spazio nemmeno all’esperienza del disgusto, ch’è un segnalibro mentale indispensabile per mantenere una traccia delle cose peggiori. E invece no, il primo libro di D’Avenia era d’una bruttezza grigia, indistinta. Come un piatto di tempestine in brodo di dado da corsia d’ospedale, cui non sia stata nemmeno aggiunta una cucchiaiata di formaggio. In quel libro non c’era manco un frammento da stroncatura. Anzi no, dire il vero uno c’era. Piazzato a pagina 173:

“Si libera in un sorriso da far scongelare in un attimo un milione di Bastoncini Findus e il mio cuore raddoppia il numero di battiti.”

 

Sarebbe superfluo aggiungere un commento alla schifezza appena riportata. Mi limito a dire che se in prima media mi fossi azzardato a scrivere una cosa del genere in un compito in classe, la mia professoressa di Lettere mi avrebbe bacchettato le dita per una settimana. E ne avrebbe avuto ben donde. E tuttavia, fatta eccezione per il frammento citato, il libro di D’Avenia non si era dimostrato degno di una stroncatura. Per questo avevo messo da parte l’autore, evitando di leggere il suo secondo romanzo: Cose che nessuno sa, di cui mi è stato detto malissimo. Ma poi mi sono imbattuto in Ciò che inferno non è. Il romanzo che vorrebbe essere un omaggio a don Pino Puglisi. E la prospettiva sull’autore è completamente cambiata.

Da dove cominciare? Innanzitutto proprio dal povero don Pino, che avrebbe meritato di continuare a riposare in pace. Poi dallo stesso D’Avenia, che nei giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue si giovava dell’unico pregio esercitato dalla mediocrità narrativa: quello di tenere l’autore ben ancorato a mezzo metro da terra, come fissato a dei contrappesi. E invece in Ciò che inferno non è D’Avenia molla gli ormeggi e svolazza libero. Con risultati devastanti. Le pagine del suo libro sono talmente piene di segnature da toccare una misura che fin qui era stata osservabile soltanto nei libri dei quasi omonimi Bisotti & Bilotti, i due Pesi Pessimi per eccellenza della narrativa italiana contemporanea. E adesso in questo Pessimario ci entra di diritto D’Avenia. Per aver perso la virtù della mediocrità narrativa, e essersi lanciato verso l’hybris della poesia.

Ecco, proprio qui sta il punto, lo specifico che fa dell’opus homini di D’Avenia un genere da Pessimario: il fatto che, dai giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue, egli abbia maturato la convinzione di possedere la vena poetica. Una situazione imbarazzante, perché la vis poetica di D’Avenia è paragonabile a quella di un compianto ex vicepresidente dell’Inter, Giulio Abbiezzi. Quello che per qualche settimana, a metà anni Novanta, si guadagnò la notorietà grazie alla Gialappa’s Band. E purtroppo non esistono su You Tube filmati dedicati al personaggio, ma per chi ha memoria di quelle performance poetiche il paragone è eloquente.

Giulio Abbiezzi

Giulio Abbiezzi

Ecco, la poesia di D’Avenia se la batterebbe con quella di Abbiezzi, e i suoi versi potrebbero essere letti alle tre di notte nel pieno d’una tavolata d’avvinazzati, da vocini soavi come quelli di un Razzi o di uno Scilipoti. E sarebbe la morte sua. Della poesia di D’avenia o della poesia tout court, fate voi. Perché in quel contesto sentireste declamare frammenti del “poetare in prosa” che sono padellate alla nuca, come quello che apre il libro:

Nella luce prima, un ragazzo la spia. È immersa nell’agguato ventoso e salato dell’alba che si leva ancora vergine, per tuffarsi poi nelle strade avvolte dalla penombra.

 

Mi è bastato leggere quest’incipit per scoprire che il giovin D’Avenia era cresciuto, e che la crisalide della mediocrità narrativa aveva prodotto una fulgida farfalla da Pessimario Letterario. E casomai potesse sorgermi il dubbio istantaneo che si trattasse di un’impressione ancora acerba, fondata su poche righe, ecco che il seguito di quel frammento mi ha definitivamente rafforzato nel convincimento.

Lui abita in cima a un palazzo: da lì si vede il mare e si vede nelle case e nelle strade degli uomini. Lassù l’occhio spazia fino a perdersi, e dove si perde l’occhio anche il cuore resta invischiato. Troppo mare si spalanca davanti, specie la notte, quando il mare svanisce e si sente tutto il vuoto che c’è sotto le stelle.

Perché tutto quel nascere ogni mattina? Non ha risposta un ragazzo, a cui fanno più male i petali sfioriti della rosa che le spine e ogni mattina si guarda allo specchio come un naufrago.

 

Neanche mezza pagina e siamo già nell’eccellenza del Pessimario. Ci si sente completamente appiccicati da tanta melassa, da un così inutile sforzo di mettere le ali quando rimanere attaccati alla terra sarebbe stata una garanzia innanzitutto per l’autore. E invece D’Avenia svolazza, rendendoci coscienti che le patrie lettere hanno acquisito un nuovo poVeta. Etichetta che rubo a Giovanni Stoto, amico di Facebook, e che interpreto nel senso del “poeta con la V”. Dove quella “V” sta per “verboso”, quando invece la vera poesia sta nell’esprimere qualcosa di più con ogni parola in meno. E in questo senso D’Avenia è assolutamente, indiscutibilmente poVeta. Non posso riportarvi in questo post tutti i frammenti dell’ultimo libri che lo testimoniano, perché rischio di bruciarmi tutto lo spazio che WordPress mi mette a disposizione. Ve ne riporterò soltanto una parte, riservando altri frammenti per le prossime puntate dedicate al nostro poVeta. E cominciamo dai motivi ricorrenti, che D’Avenia da poVeta proVetto utilizza con stucchevole ripetitività. Fra questi c’è il contrasto fra luce e oscurità. Una di quelle contrapposizione topiche elementari che vi insegnerebbero pure alle scuole di scrittura per corrispondenza, o ai corsi Hold’em, ma che il nostro poVeta declina allo sfinimento, mettendoci dentro anche la variante del contrasto fra luce e lutto. E allora beccatevi questo pastone di luce e tenebre, e soffritene pure voi:

Le cose investite da troppa luce proiettano altrettanta ombra, ogni luce ha il suo lutto (…) (p. 9)

Permette a luce, vento e sale di modellargli la carne e i pensieri. Luce, vento, sale facciano di lui quello che vogliono, come da millenni trasformano persino la pietra infeconda degli scogli. Dio gli ha messo in petto il cuore, ma si è dimenticato la corazza. Lo fa con ogni ragazzo e per questo per ogni ragazzo Dio è crudele. (pp. 9-10)

Vento e luce al mattino frustano le strade di Brancaccio, quartiere fatto di case simili alle squame di un pesce in una città che sussulta al sole sempre più lentamente, mentre muore, spasimando acqua e vita. (p. 21)

Natura e potere. Sacro e profano. Pagano e cristiano. Luce e lutto (p. 42)

Dio è creatore e architetto del mondo e l’uomo è chiamato a fare altrettanto. Distinguere tenebre e luce e ordinare il caos. (p. 87)

Dall’alto, Palermo mi sembrava così bella, così piena di luce. Invece il suo ventre è ombra e lutto. (p. 108)

Il sole scema e cessa di schiaffeggiare le case. Sabbia. Polvere. Pietra, Poi, poco a poco, altri colori prevalgono. Vernice, vetro, vento. Dalla tenebra usciamo alla luce, passando per ogni gradazione dell’opaco. (p. 108)

La luce si oscura e viene sostituita dalla rabbia di chi distrugge e non sa il perché (…) (p. 117)

È una sorta di anestesia e non fa sentire la vita e la luce. (p. 118)

Quel mare così grande a pochi passi dall’angustia di una casa piccola e affollata le rende il passaggio ogni volta più doloroso. Troppo mare fa male. Non alla pelle, al cuore. Troppo futuro viene da lì, dall’orizzonte, e ti rimane col fiato sul collo, mentre tu cerchi di limitarlo a quelle vie e alle corrispondenti possibilità. Come si fa ad amare il mare se ti mette in petto tanti desideri? Come si fa ad amare quella luce se poi, girato l’angolo, devi rinunciarci? (p. 133)

Le ombre sembrano fuggite, esiliate dalla ferocia del sole nelle case, dove le persone le nascondono e custodiscono. (p. 153)

 

L’apoteosi viene toccata nel frammento di pagina 236, in cui il poVeta parte per la tangente e viene colpito da incontinenza verbale. Qui la luce viene menzionata due volte, ma c’è anche molto altro. Un delirio da eucaristia lisergica, modello Hair, che fa perdere al lettore l’ultima speranza d’intelligibilità di quelle pagine.

Quante clessidre servono per svuotare una spiaggia? Quanto tempo ci vuole perché una gemma diventi mela? Esiste un tempo medio o ognuna è un evento unico? A che velocità va la luce quando al mattino infuoca il mare? La distanza che permette la combustione tra due sguardi è precisa o casuale? Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio? Che peso ha un segreto? Che rapporto intercorre tra la felicità e la lunghezza di un sorriso? Come si calcola il volume del cuore?

 

Non saprei da dove cominciare per commentare, sono annichilito. Mi limito a rimarcare la totale incomprensibilità di quel passaggio che dice: “Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio?”. Ma che minchia vuol dire “l’assenza di luce o la sua pienezza al rovescio”? Qui siamo ai livelli geroglifici di Nicola Lagioia. E purtroppo il nostro poVeta persevera, nessuno lo ferma:

Ci vogliono occhi allenati per vedere le bancarelle del mercato, guardarle senza cercare il folklore, guardarle cercando il dolore. (p. 266)

Una rima che ricorda il peggior Faletti, quello di Pochi inutili nascondigli.

Giorgio Faletti

Giorgio Faletti

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Alle pagine 123-4, all’inizio dell’imbarazzante racconto L’ultimo venerdì della signora Kliemann, l’uomo che volle farsi Vito Catozzo scriveva:

Il paese ha il tempo spezzato in due parti.

Tutta l’isola, d’altronde, vive da sempre questa frattura estate-inverno, una specie di effimero tessuto double-face da rivoltare e indossare come un indumento adatto al mimetismo della stagione. (…)

Persone per strada in misura inversamente proporzionale alla pioggia. (…)

I traghetti in questa stagione sono navi battenti una bandiera senza gloria. (…)

Maggio è l’inizio di tutto.

Maggio è l’inizio del lutto

Sembrano figlioccio e padrino, il poVeta e il poVito. La luce e il lutto, con maggio che è l’inizio di tutto. E se ancora non v’è scappato il rutto, guardate un po’ cosa il poVeta scrive a proposito del mese di settembre (pagina 259):

Settembre, epitaffio dell’estate, si infila dappertutto, anche nei posti più refrattari. L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come un osso scorticato sulla spiaggia.

 

Ve lo dicevo che D’Avenia nel Pessimario ci sta a pieno diritto. E chi ne volesse una prova se la vede servita da quest’assonanza con Faletti, che del mio Pessimario Letterario è il Padre Fondatore. La luce e il lutto, con maggio ch’è l’inizio di tutto mentre settembre è l’epitaffio dell’estate. Sembrano due stornellatori da Sagra del Castagnaccio, botta e risposta con ricarico e avanti così.  Fra l’altro, il poVeta è fissato con questa storiella adolescenziale sul mese di settembre che è un momento luttuoso dell’anno. L’aveva già schiaffato all’inizio di Cose che nessuno sa (p. 17)

Margherita e Andrea erano rientrati a casa da poco. L’inizio della scuola incombeva e quella luminosa domenica di settembre sembrava non volersi rassegnare al fatto che le vacanze erano a ventiquattro ore dalla fine.

E peccato che, in piena trance da poVesia, D’Avenia scivoli in materia di buon uso della lingua. Perché quel frammento in cui si parla dell’osso in spiaggia contiene tre bei punti neri da adolescente mocciano.

Si comincia dall’imperfetta costruzione del periodo. Che come ogni periodo dovrebbe essere un meccanismo accuratamente congegnato, in modo tale da non lasciar dubbi quanto al significato. E invece D’Avenia cosa fa? Dice che la cattedrale “brilla come un osso scorticato sulla spiaggia”. E qui pare abbastanza chiaro come l’azione che avviene sulla spiaggia, e che il poVeta intende rimarcare, sia quella del “brillare dell’osso”: il concetto sarebbe dunque quello dell’osso che brilla sulla spiaggia. Purtroppo, e con somma maldestrezza, D’Avenia piazza lì anche l’aggettivo scorticato. E questo genera l’equivoco, perché si potrebbe individuare il centro d’attenzione della frase sia sul fatto che l’osso venga “scorticato sulla spiaggia”. Ciò che invece non ha nessuna importanza, e tuttavia l’equivoco di senso sussiste per via di una sciatta costruzione del periodo. Come avrebbero insegnato anche in una scuola di scrittura per corrispondenza, l’equivoco sarebbe stato eluso se la frase fosse stata formulata così: “L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come sulla spiaggia un osso scorticato”. In questa formulazione non c’è alcun equivoco sul fatto che l’azione cui l’osso è soggetto in spiaggia è quella di brillare, non il fatto che venga scorticato.

Mi si dirà che individuare un difetto del testo come quello di sopra sia pedanteria. E può darsi lo sia davvero, e che in fondo gli standard di lettura media siano ben a di sotto della capacità di cogliere queste sottigliezze. Ergo, questa imperfezione nel testo del poVeta sarebbe veniale. E però molto meno veniale è parlare di un osso scorticato. Ma da quando in qua un osso viene scorticato? Tuttalpiù viene spolpato, cioè ripulito di tutta la carne che gli si accumula intorno. È quest’ultima che viene scorticata, non certo l’osso. Il problema è che quando parla di carne il poVeta spara minchiate sesquipedali, come quella piazzata a pagina 18:

Il ragazzo lo ignora più degli altri. Ha poca carne intorno ai sogni.

 

E se il poVeta pretende di mettere la carne intorno ai sogni, figurarsi se poi non s’incasina i neuroni vedendo ossa scorticate.

E poi c’è il terzo dettaglio: l’osso che, scorticato sulla spiaggia, brilla. Ma quando mai? Ipotizzate un osso di pollo che, dopo essere stato accuratamente spolpato e non scorticato, venga abbandonato sulla sabbia. Purtroppo succede di frequente. Fa parte dell’ordinaria inciviltà, specie nelle spiagge libere del Meridione. Ebbene, potete star certi che quell’osso abbandonato sulla spiaggia non brillerà nemmeno per un attimo. Perché nel momento stesso in cui toccherà la sabbia rimarrà impanato. E quando poi verrà ripulito, avrà già assunto una tonalità opaca che in nessun modo gli permetterà d’essere una superficie riflettente.

Dunque, perso nell’inseguimento della poVesia il nostro poVeta commette errori d’italiano nei quali un discreto furiere contabile non incapperebbe. E nelle prossime puntate di questa stroncatura ciò verrà ulteriormente dimostrato, nonché accompagnato da ulteriori sprazzi di poVesia. Ma per questa volta vado a chiudere con un altro tema caro a D’Avenia: i denti. Il modo in cui il poVeta li tira in ballo è quantomeno bizzarro. Un passaggio penoso è quello di pagina 279:

Entro in scena con una barba finta che mi fa sudare anche i denti.

Questa dei denti sudati è persino peggio del milione di Bastoncini Findus che si sciolgono. Ma non è tutto. A pagina 22 c’è una descrizione dei due killer che uccideranno don Pino Puglisi (p. 22):

[Il Cacciatore] Cammina a testa alta e lo sguardo non deflette mai dalla traiettoria: fissare è segno di forza, senza deflettere. Ha tre decadi ed è già rispettato, come un padre dai figli.. (…) Insieme a lui c’è Nuccio. Di anni ne avrà una ventina, il naso lungo come un becco, le labbra sottili, la notte appena trascorsa ancora incastrata fra i denti come la sigaretta sempre accesa.

Ora, lasciando perdere quell’orrendo “ha tre decadi” in luogo di “ha trent’anni”, ciò che fa sembrare uno sfigato quell’altro perché di anni ne ha semplicemente “una ventina”; ma come la mettiamo con “la notte incastrata fra i denti”? Si tratta di interrogativi gravosi, che diventano ancora più spiazzanti quando si va a leggere il frammento piazzato alle pagine 184-5. Il protagonista è ancora Nuccio, quello della notte incastrata fra i denti:

A Nuccio fremono le narici e la bocca si storce attorno ai denti troppo affollati.

 

Forse la sera prima Nuccio aveva mangiato cicoria, e poi era filato a letto senza darsi una passata di spazzolino.

(1. Continua)

(E come al solito, per consolarvi dopo tanta bruttura letteraria, vi regalo della buona musica per risollevarvi l’umore.)

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Gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli – 1 L’anti-Edipo mainstream: ammazzare la madre

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Per le novità in libreria bisognerebbe inventare un bollino PAD: Piace A D’Orrico. Semplificherebbe la vita a molti. Alla setta sempre più smilza di coloro che seguitano a prendere sul serio i consigli del Book Jockey del Corriere della Sera, e all’imponente platea degli apoti che da lui non se la bevono più nemmeno con l’imbuto.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Della necessità di un marchio PAD mi sono fatto convinto una volta di più leggendo il pompatissimo Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli. Un romanzo edito da Feltrinelli e condannato al successo prima ancora di approdare in libreria. Naturalmente si tratta di un PAD. E infatti Antonio D’Orrico l’ha subito celebrato con la sobrietà e la misura che gli sono proprie. E che l’hanno portato a gridare al genio o al capolavoro in casi desolanti come quelli di Giorgio Faletti, o di Paolo Doni alias Giuliano Zincone, o del polpettone La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, o di un modesto giornalista sportivo quale Roberto Perrone innalzato al rango di grande narratore, o persino del cinepanettonaro Enrico Vanzina celebrato come il nuovo Chandler per via di un paio di gialli-ittero pubblicati dall’ineffabile Newton Compton. E in mezzo a questa galleria di bellimbusti entra in pompa magna anche Marco Missiroli. E se qualcuno fra i più attenti ha già notato che per la seconda volta faccio riferimento al pompaggio, e magari già pensa ch’io vada perdendo colpi, si rassereni: qui nessuna pompa è a caso, e ve ne accorgerete.

Ma torniamo alla condanna al successo che impietosamente ha colpito il romanzo di Missiroli. E i cui motivi mi sfuggivano prima che ne iniziassi la lettura, risultandomi addirittura imperscrutabili dopo essermelo inflitto. Per carità, in giro c’è di molto peggio, specie se si guarda alla dozzina dello Strega. E se si fa un paragone con l’altro romanzo condannato al successo di questi ultimi mesi, La ferocia di Nicola Lagioia (leggi qui, qui e qui), si rischia di veder spiccare Missiroli alla stregua di un Dostojevki. Perché almeno quello di Missiroli, per quanto bruttozzo e paraculeggiante, è un romanzo; e invece le pagine di Lagioia costituiscono un’accozzaglia di geroglifici e cacofonie.

Ma non è certo sui confronti al ribasso che possiamo costruire la valutazione di un libro. Bisogna valutarlo a sé, per ciò che sono il suo stile, i suoi pregi e le sue pochezze. E preso così il romanzo di Missiroli spicca per quello che è: un malaggiustato romanzo di formazione sentimental-sessuale, pieno di ruffianeggianti furberie politically correct e di lacrimevolezze all’ingrosso. Una storia dove tutti sono buoni, ma talmente buoni, ma talmentissimamente buonissimi, che ti vien voglia d’impugnare un machete e fare una bella strage degli innocenti.

E che cazzo! Così, giusto per ristabilire un minimo di contatto con la realtà dei fatti quotidiani. Quella che vi mostra il ghigno imbelvito della vostra vicina di pianerottolo se soltanto scopre che vi siete puliti le scarpe sul suo zerbino. E invece nelle pagine di Missiroli succede che ci si veda portare via la donna dal proprio migliore amico e si reagisca con la flemma riservata a una mano di Bridge andata storta. In fondo poteva andare peggio, no? Poteva persino piovere.

In Atti osceni in luogo privato la situazione accade due volte. E il motivo di questo ricorrere risponde a una sorta di riscatto generazionale, che induce il figlio di un padre tradito da moglie e miglior amico a restaurare l’orgoglio maschile familiare portando via a sua volta la donna una caro amico. Ma dato conto di queste simmetrie asimmetriche delle corna (ché, in ultima analisi, il cervo resta cervo; e vaglielo a spiegare che da qualche parte suo figlio ha pareggiato il conto, o che un figlio futuro lo pareggerà), rimane l’irreale aplomb con cui le due teste coronate accolgono il fato. Come se nelle vene non avessero sangue ma Valfrutta Vellutata.

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Ecco, se dovessi rintracciare il carattere davvero osceno del romanzo, quello che il titolo pretende di richiamare con uno scontatissimo gioco di parole, lo indicherei nello scarto emotivo e temperamentale fra i personaggi del libro e la realtà quotidiana. Perché può succedere che uno su due reagisca sportivamente allo scippo della donna da parte dell’amico – corna e gesso, please –, ma due su due no, nemmeno in un fumetto porno anni Settanta stile Il Tromba o Corna Vissute.

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È quest’irrealtà il dato davvero osceno. Soprattutto, è oscena la sciatteria emotivo-affettiva di tutti i personaggi del romanzo, colmi di una bontà apparente che a grattar bene la superficie è ovina remissività. Come si direbbe dalle mie parti, a Agrigento, ciascuno di questi personaggi risponde al profilo l’acqua ‘u vagna e ‘u ventu l’asciùca (la pioggia lo bagna e il vento l’asciuga): passano gran parte del loro tempo a essere vissuti dalla vita. E questa mollezza caratteriale generalizzata, questa rinuncia al conflitto, fanno di loro degli Sciatti Osceni. Una schiatta di desistenzialisti che fanno della rinuncia il loro credo ultimo.

Troppo buoni per essere veri. Soprattutto, troppi sentimenti smielati i loro per essere dentro il mondo reale. E proprio su questo terreno si scorge la vera cifra del libro di Missiroli, calato in una strategia di marketing emotivo-sentimentale che cerca di sfruttare la New Age del Lacrimario Nazionale, l’imperativo anti-edipico che nel tempo più recente s’è rivelato un formidabile volano commerciale: il tema dell’uccisione della madre. Ha aperto la strada Massimo Gramellini, dimostrando che se osi su questo tema ci fai bei soldi. E ci si è cimentato per ultimo, in ordine di tempo, Nanni Moretti. Nel mezzo abbiamo registrato anche le opere letterarie di due eccellenze intellettuali dell’Italia contemporanea come Barbara D’Urso e Alba Parietti: che rispettivamente con Tanto poi esce il sole e Da qui non se ne va nessuno hanno aggiunto i loro ingegni a ingrossare il filone sulla morte della madre.

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E nel Paese mammista per eccellenza, ecco che stimolare il sentimentalismo sulla perdita della mamma significa mirare al bersaglio grosso con la certezza di fare centro. E forse la prefica ch’è in noi ne sentiva il bisogno, e aveva un vuoto da colmare almeno dai tempi dei film Anni Settanta interpretati da Renato Cestié.

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Renato Cestié, ai tempi in cui era un’Icona del Lacrimario Nazionale

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Erano i tempi delle ultime nevi di primavera e altri manufatti lacrimogeni, quelli in cui si provava una straordinaria libidine nell’andare al cinema e pagare il biglietto per comprarsi un pianto a catinelle. Che a ripensarci sembra di sentir riecheggiare nella mente Lucio Battisti per l’aere:

Grosse lacrime sciocche
Sono uova alla coque
E dai e dai (o. . )
Fatti un Pianto
Lacrimoni che sono lenzuola (o.. )
Da strappare da calare giù
Fatti un pianto

Ma si sa com’è: i tempi cambiano, e la società pure. Negli anni Settanta i tassi demografici erano da paese fertile abbestia, e allora ci stava di far schiattare i figli nelle opere di finzione cinematografica o letteraria. Ma adesso che siamo a Crescita Zero Meno possiamo mica più permetterci di far crepare i rampolli? Ovvìa!. Piuttosto rovesciamo la catena del lutto familiare e facciamo crepare prima il padre e poi la madre. E lo so che sto facendo spoiler, ma in fondo fa parte del mestiere e non vi si svela nulla che non possa mortalmente annoiarvi se lo scopriste da voi. Fra l’altro, e questo va riconosciuto, Missiroli non si limita a far schiattare la madre. Quella è roba che arriva alla fine del libro, e in qualche misura in quella morte c’è un elemento di riscatto per il modo in cui essa avviene. Ne parlerò in una prossima puntata, quando ci sarà da passare in rassegna tutto il Paracooly Correct che circonda le vicende degli Sciatti Osceni.

Il vero ammazzamento della madre avviene ben prima. Quando il giovane Libero, lo Sciatto Osceno che della storia è protagonista, scorge la maman impegnata in attività fellatoria con Emanuel, l’amico di famiglia che poi sostituirà il babbo in casa.

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E ve l’avevo detto che qui non si parlava di pompe a caso. Tanto più che già l’incipit del romanzo, bollato da alcuni come uno fra i più brutti nella storia del romanzo, mette dentro un concentrato di Freud con una puntina di Roberto Malone, poiché il babbo di Libero vi si pronuncia sulla potenza rivoluzionaria dei pompini per la storia dell’umanità mentre la mamma versa nel piatto i cappelletti.

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Roberto Malone

Roba da scatenare il trivio che c’è in ognuno di noi, ma lasciamo perdere. Perché il viaggio fra gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli è soltanto iniziato, e dalla prossima puntata procederò al confronto serrato col testo come è mio solito. Per adesso basta dire che l’anti-edipica uccisione della madre passa anche attraverso una serie di episodi che provocano nel giovane Libero turbamenti e strascichi per l’identità sessuale dalla difficilissima gestione. E alcuni di questi sembrano persino avere una natura preterintenzionale rispetto alle volontà dell’autore, talmente preso dallo zelo di ammazzare la madre da perdere misura e consapevolezza. Sicché gli scappa un passaggio del libro carico di significati anti-materni, col suo rappresentare un latente infierire sull’acerba virilità del figliolo. Succede quando Libero porta dalla mamma la giovane fidanzata nera parigina, Lunette. Le due donne s’intendono immediatamente, e a quel punto la mamma di Libero decide di donare un libro alla fidanzata di Libero (l’insistenza su libri e citazioni è uno degli elementi più stucchevoli e cicisbei dell’intera opera). Quale libro? Si tratta dell’edizione francese di un classico italiano del Novecento (pagina 89):

Lunette era stupefatta dalla varietà delle edizioni. Mamma le regalò La vie agre di Luciano Bianciardi.

 

E immaginate come vi sentireste voi, se al primo incontro con la vostra fidanzata la mamma le regalasse un oggetto il cui nome richiama il Viagra. Da non riprendersi mai più. Sciatti Osceni per imprinting materno.

  • (1. Continua)

Come sempre, per farvi riprendere dalle brutture che vi infliggo allego un brano musicale ristoratore. Arrivederci a presto.

Nicola Lagioia e la qualità dell’aria. Fritta… – 2

Cari amici, dopo aver pubblicato ieri la prima puntata, inserisco la seconda del mio scritto sui romanzi di Nicola Lagioia. Aggiungo che, rispetto al previsto, lo scritto sul nostro eroe verrà pubblicato in più di tre puntate. In coda allo scritto inserisco un brano musicale. Per dare un aiuto a risollevare dal trauma voi, ma anche lui che si sta rileggendo. Stay human.

Legenda: TSST = Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj; OPP = Occidente per principianti; RTC = Riportando tutto a casa.

3.  Scrivere un romanzo in stile Google Translate
Qual è la cosa che maggiormente rimane impressa dei libri di
Lagioia? Fuor da ogni dubbio lo stile agile e terso come una tettoia
in eternit. E vabbe’, ho rinunciato definitivamente a tenere sotto
controllo la vis critica scimpanzesca; né forse è esistita mai la probabilità
di addomesticarla. Sicché voi valutate queste note per ciò che
sono, ovvero un esercizio di stolida critica operato da una persona
incapace d’adeguarsi ai sublimi dettami del Super Fluo in letteratura.
Nella mia rozzezza culturale anti-Super Flua trovo, per esempio,
che l’incipit di un romanzo debba essere stringato. O comunque
che non debba eccedere una certa lunghezza. Ho sempre in mente
l’inizio di L’anno della morte di Ricardo Reis, di José Saramago:
Qui il mare finisce e la terra comincia.
Semplice ma fortemente evocativo. Soltanto otto parole che
schiudono un orizzonte. E certo non tutti sono Saramago, né possono
avere la capacità di dire così tanto in così poco. Fra l’altro va

precisato che un incipit stringato non è di per sé garanzia di qualità.
Per capirlo basta richiamare il già citato inizio di Appunti di un venditore
di donne, di Giorgio Faletti:
Mi chiamo Bravo e non ho il cazzo.

Otto parole anche qui, ma quanta differenza. Leggendo il frammento
di sopra si capisce che talvolta il problema non è se l’incipit
sia lungo o breve, quanto se sia o no di Giorgio Faletti. A ogni
modo aggiungo che un buon incipit – sempre secondo la mia opinione
– non deve per forza essere sintetico. Può anche avere una
sua lunghezza compatibile, ma cionondimeno prendere immediatamente
per mano il lettore e condurlo in un cammino che scivolerà
via morbido fino all’ultima pagina. In questi termini, l’incipit di
Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Márquez è esemplificativo
al massimo:
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello
Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in
cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
Quale meraviglia, a partire dal contrasto fra la condizione del
dramma definitivo (il trovarsi davanti al plotone d’esecuzione, a un
passo dalla morte violenta) e la dolcezza del ricordo d’infanzia. A
quel punto il lettore è già catturato, e non mollerà il libro nemmeno
trovandosi a deambulare nel traffico di città o seduto nel più chiassoso
dei locali; quell’incipit l’avrà rinchiuso dentro una bolla che
magicamente si dissolverà sul confine dell’ultima pagina, lasciandogli
dentro una nostalgia nuova per la finitezza di quell’esperienza
letteraria. E ancora possono esserci incipit lunghi e ricchi d’incidentali,
senza che ciò significhi cingere il lettore con un collare di piombo
o porlo sin dalle prime righe sotto un’Incudine di Damocle. Un
esempio meraviglioso è quello proveniente da uno dei libri più belli
che siano mai stati scritti: L’ordine naturale delle cose di Antonio
Lobo Antunes. E nel riportarlo dentro queste pagine, a così poca
distanza dagli stralci in cui Faletti tromboneggia sui ponti costruiti
a causa della latitanza di Dio o da quelli in cui il coattologo Moccia
cita se stesso nel disperato tentativo d’aumentare l’Impact Factor,
mi pare di compiere un gesto sacrilego: se lo faccio è perché provo
a rendere l’idea dei miei gusti letterari scimpanzeschi – troppo rozzi
per apprezzare il Super Fluo come si dovrebbe -, e perché penso che
molti fra voi necessitino d’una boccata d’aria pura dopo una così

lunga permanenza nel reparto cokerie:

Fino a sei anni, Iolanda, non conoscevo la famiglia di mia madre né
l’odore dei castagneti che il vento di settembre portava da Buraça, con
le pecore e gli agnelli che risalivano la Calçada diretti al cimitero abbandonato,
pungolati da un vecchio imberrettato e dalle voci dei morti.

Confesso che se provo a declamare questo frammento a alta voce
non riesco a giungere al termine senza sentire la voce spezzarsi. Mi
tocca profondamente fino alla commozione. Colpa dello scimpanzé
letterario che mi possiede come un demone, corrompendo i miei
gusti e impendendo loro di sintonizzarsi sul canone Super Fluo. A
ogni modo, avendo illustrato i miei scimpanzeschi gusti a proposito
del modo in cui un romanzo dovrebbe iniziare, vi lascio interpretare
quali possano essere state le mie reazioni al cospetto degli incipit
di Nicola Lagioia. Quello di TSST non ve lo cito nemmeno. Perché
a mio giudizio TSST non è nemmeno un romanzo, a dispetto
del fatto che autore e editore lo etichettino così fin dalla copertina.
Piuttosto ve ne riporterò il secondo capoverso, ma non subito.
Dunque parto da OPP. Leggete un po’ con che scorrevolezza inizi
il romanzo, dopo che nella pagina precedente erano state vergate
poche righe di prologo:
Qualche anno fa, in un imprecisato pomeriggio di luglio, stavo chiudendo
un articolo destinato a gettare nuove ombre sulla vita politica del
nostro paese e seminare il panico tra gli studiosi di una branca emergente
dello show-biz, la quale, per una sfortunata omonimia con una disciplina
messa in soffitta con il XX secolo, prendeva il nome di Storia.

Sì, lo so che l’emicrania vi ha già trafitto. Che l’esile filo cui
era sospesa l’Incudine di Damocle ha già fatto default, con devastanti
conseguenze. Però armatevi un attimo di pazienza e sezionate
questo guazzabuglio di parole sparate a casaccio, ma cionondimeno
meritevoli del Premio Scanno (stìca!). Dunque, l’autore parte collocando
la scena in termini temporali: qualche anno fa, a luglio. Tutto
molto vago, il che può essere una scelta degna come tante altre. Ma
allora perché rimarcare che il giorno di luglio fosse pure imprecisato?
Un tocco d’ulteriore vaghezza dentro un contesto vago di suo.
Giusto per piazzarci una bella ridondanza e iniziare a zavorrare un
frammento già naturalmente destinato a essere vergato col cemento
a presa rapida. Ma andiamo avanti. L’Io narrante racconta d’essere
impegnato a scrivere un articolo; va bene. Aggiunge che si tratta di

un articolo «destinato a gettare nuove ombre sulla vita politica del
nostro paese»; ok, il lettore valuterà leggendo. E spererebbe che a
quel punto l’incipit sia esaurito. Anche perché, escluso quel riferimento
del tutto Super Fluo all’imprecisato pomeriggio di luglio, gli
elementi disseminati in quelle poche righe sono sufficienti a suscitare
curiosità. E invece? Invece succede che l’esile filo dichiari immediatamente
default, e che l’Incudine di Damocle si schianti sulla
capoccia del malcapitato leggente (ché definirlo lettore sarebbe un
abuso, a quel punto). Perché il Vate della narrativa Super Flua aggiunge
che il panico andrà a seminarsi anche «tra gli studiosi di una
branca emergente dello show-biz». E già questo è un colpo esiziale
per il leggente, che dopo appena cinque righe di libro si ritrova abbattuto.
Ma non basta, perché a quel punto Lagioia maramaldeggia
sul cadavere ancora caldo. E certo lo fa inconsapevolmente, convinto
invece d’essere impegnato in un esercizio di raffinata scrittura. Ci
piazza un «la quale», formula da pratica catastale che tanto ricorda
le locuzioni relative usate a capocchia dal mitico Mago Gabriel («di
cui a sua volta»), e che in un romanzo non dovrebbe essere usata
MAI. Poi parla di una «sfortunata omonimia con una disciplina
messa in soffitta dal XX secolo». Questa disciplina sarebbe la Storia.
Forse il riferimento alla «messa in soffitta» richiama la teoria sulla
Fine della Storia elaborata da Francis Fukuyama, ma se così fosse il
nesso è perlomeno esoterico. E comunque impiomba ulteriormente
l’incipit. Quanto al fatto che l’Io narrante stesse scrivendo di Storia
senza fare della Storia, non è il caso di soffermarsi oltre. Incidentalmente
dico che il ghost writer di articoli scriveva pezzi in cui fatti
storici venivano rivisitati in chiave gossip. Ciò intendeva dire Lagioia,
ma l’ha espresso con una formula agghiacciante. Credeva d’essere
raffinato, gli è riuscito soltanto d’essere illeggibile. E se un romanzo
parte così, come volete che sia tutto il resto? Eppure, per quanto
possa sembrarvi impossibile, con l’incipit del romanzo successivo il
Vate della letteratura Super Flua è riuscito a fare peggio. Dopo aver
trascritto in corsivo il testo dello spot che dominò la campagna per
la rielezione presidenziale di Ronald Reagan, in cui si parlava di un
orso bianco che circolava liberamente e minacciosamente, Lagioia
parte così:
Nella pioggia di messaggi che raggiunse la città l’ultima estate in
cui avrei potuto battermi per dimostrare che la famosa mappa di Billy

Bones aveva un fondo di verità, il rompicapo contenuto nel precedente
articolo di giornale è testo del più importante spot televisivo mandato
in onda in quel periodo, lo stesso in cui Amadeus fece faville alla notte
degli Oscar e il mio paese cessò di avere formalmente una religione di
Stato.
Capito? C’è tutto il senso del romanzo che seguirà: l’ossessione
per la citazione dell’episodio storico, il burbanzoso vezzo da lettore
di libri ansioso d’ostentare quanti ne abbia letti, lo stile criptico
segnato dal costante rimando a qualcos’altro, e soprattutto la traccia
d’un cammino che per il leggente è come una sequenza d’Incudini
di Damocle lungo un Corridoio della Paura di cui non s’intravede
l’uscita. Anche a scansarne una, sai quante altre t’aspettano? Di questa
ininterrotta insidia parla il secondo capoverso di TSST, quello
successivo all’incipit che vi avevo promesso di menzionare. L’attacco
del libro era stato speso in una stracca analisi filologica del termine
barbaro. Ricollegandosi a quel tema arrivano le seguenti considerazioni,
spalmate fra le pagine 5 e 6:
Duemilacinquecento anni dopo. Riflettete sul fatto. Un’altra parola
fonosimbolica, un suono rapido, pulito, si pone parimenti ai margini
della civiltà. Una parola che pure sta a indicare un balbettio, un
farfuglio, un contrattempo della lingua. Solo che, questa volta, non si
tratta di esitare davanti al monumento del progresso. Ma digerirlo con
il minimo sforzo. Evacuarlo. Tra flatulenze divine. Sospiri di sollievo.
Alleggerirsi. Il nuotatore che, dopo un lunghissimo inabissamento, riemerge
dall’altro capo della vasca. Questa parola è Dada.
Se fonosimbolicamente v’è riuscito evacuare questo frammento,
e magari avete compiuto la missione accompagnandovi pure a un
concerto di flatulenze divine, siete davvero pronti a proseguire nella
lettura di questo capitolo. Dunque, consapevoli di ciò che v’attende,
inoltratevi pure assieme a me lungo il Corridoio della Paura.
A pagina 12 di OPP il ghost writer si lascia andare a delle limpide
considerazioni sullo spirito del tempo:

Quando l’orrore eccedeva i limiti che in un determinato periodo gli
venivano assegnati per incontrare i coefficienti che lo portavano verso
una crescita abnorme – lo stesso guasto che conduce le centrali nucleari a
momenti di crisi irreversibile – dovevamo trasformarci in persone molto
accorte.

Non avete capito? E chi l’ha detto che dovevate? Questa è Scrittura

per la Scrittura, espressione quintessenziale della narrativa Super

Flua. Il senso di ciò che viene scritto è cosa secondaria. E io
davanti a una tale sarabanda verbale, che somiglia a un frammento
sfornato dai grotteschi meccanismi di Google Translate, scopro sempre
più come la formulazione di un testo possa seguire i capricci
ordinali d’un algoritmo sprofondato nel coma etilico. Avete presente
tutti quanti le esilaranti traduzioni automatiche di Google? Ebbene,
provate un po’ voi a distinguere una qualsiasi di queste traduzioni
da alcuni dei frammenti più algoritmici di Lagioia. Vogliamo fare
alcuni test?
Partiamo dalla prima coppia di frammenti. Uno è tratto dal sito
della Süddeutsche Zeitung, l’altro da pagina 146 di OPP. Secondo voi
quale dei due appartiene al vate del romanzo Super Fluo?
 Fino a quando, adesso, un vento casuale ci presentava l’occasione
di sfilare la memoria privata dalle mucose del suo custode originario
per introdurla nell’organo cavo di una macchina di precisione che si
sarebbe presa cura di smembrare il corpo dell’oralità.
– Ma «contro il rip-off» è il nome di una iniziativa popolare federale,
che l’imprenditore e uomo politico Minder Thomas è stato avviato.
Minder, 52 anni, presidente della società di cosmetici Trybol
a Neuhausen am Rheinfall è «iniziatore di varie accuse penali contro
l’abuso di marchio Svizzera», come scrive sul suo sito web. Inoltre,
seduta piccoli come un non-festa per il Partito popolare svizzero
nazional-conservatore al Senato – ed è pertanto già lasciato intrighi
piuttosto sospetto.
Ok, questa era facile. Ma adesso provate a indovinare quale sia il
frammento tratto dal sito del Guardian e quello che si trova a pagina
30 di RTC:
– La discussione stava perdendo appigli con la realtà – si confrontavano
sull’Opus Dei senza sapere neanche cosa fosse, sproloquiavano di
collegi svizzeri ritenendo che la nostra disponibilità di denaro potesse
rendere tangibili certe immagini a cui durante gli anni delle giacche di
seconda mano avevano guardato come dal foro del caleidoscopio evitando
però di farsi toccare, mio padre e mia madre, dal sospetto che se
l’essenza del denaro è un dialogo tra specchi, ogni sogno messo nel mezzo
serve solo a generare cento miraggi di tipo nuovo. Per questo forse adesso
non sembravano difendere le proprie posizioni né tantomeno le mie,
ma quelle di un discorso che ci sovrastava, una fragorosa onnipresente

entità camaleontica che per nascondere le proprie scaglie da rettile aveva
bisogno di viaggiare sui continui qui pro quo degli esseri umani, sfruttava
rancori e incomprensioni personali perché il proprio fine ultimo

– la semplice, totale scomparsa nel suo stomaco per chi vi si accostava
– fosse confuso con un grandioso approdo proveniente dal futuro. E nel
passaggio dal fuori al dentro (dalle fauci spalancate del Grande Rettile
Contemporaneo alla profonda debolezza di carni e nervi e iridi venuti
alla luce negli anni Ottanta) qualcosa di determinante nelle menti di
mio padre e di mia madre si oscurava, realizzando al contrario l’intelligenza
– luminosa coerente, spietata – di qualcos’altro.
– Per alcuni di Cina uomini più ricchi ‘s, e anche alcune donne,
un paio di settimane può portare un cambiamento indesiderato. Negli
anni passati la sessione parlamentare annuale è stata una sorta di beanfeast
per i quasi 3.000 deputati, la possibilità di schmooze e mostrare.
L’apertura dell’evento il Martedì e una riunione politica di consulenza
che ha avuto inizio la Domenica guardare chiave piuttosto basso
questa volta. Non ci saranno ricevimenti VIP negli aeroporti o stazioni
ferroviarie, senza mazzi di attesa in camere d’albergo, e non stravaganti
serate di gala o doni, secondo l’agenzia di stampa Xinhua stato. Sontuosi
banchetti sarà sostituito da alcool-free buffet.
Come nuovi leader del Paese assumono i loro ruoli governativi – Xi
Jinping, il partito comunista segretario generale, diventerà presidente,
Li Keqiang diventerà premier – il tono sobrio nuovo riflette il tema
duplice Xi di affrontare in eccesso ufficiale e abusi e ardentemente perseguire
il «cinese sogno «. Nelle osservazioni pubblicate in questo fine
settimana, ha avvertito che il futuro del partito era sulla linea.
Fornito in no-nonsense lingua piuttosto che il gergo parte favorito
dal suo predecessore, Hu Jintao, Xi il messaggio sembra essere in contatto
con la gente comune preoccupati per la corruzione, l’arroganza dei
funzionari e crescente disuguaglianza.
La sessione annuale normalmente sottolinea i legami profondi tra
potere e ricchezza. Il patrimonio netto dei 70 più ricchi membri del
Congresso nazionale del popolo è salito a 565.8bn yuan (£ 60 miliardi)
nel 2011. Anche se il legislatore stesso è in gran parte una gomma-timbro
corpo, i membri sono fortemente collegati.
Gli osservatori hanno deliziato nel sottolineare la marcia costoso
progettista dei deputati. Ai partecipanti di quest’anno sono suscettibili
di evitare orologi appariscenti e cinture sgargianti.

Certo che sta avendo un effetto Molti funzionari sono ora in esecuzione

sul ghiaccio sottile,. Sono molto attenti», ha detto Ji Xiguang, un
giornalista ex giornale che ha diffuso la notizia di un recente scandalo
sessuale-e-estorsione a Chongqing.

Quale che sia la vostra risposta, mi limito a dire che uno di questi
due frammenti fa parte del libro che ha vinto l’edizione 2010 del
prestigioso Premio Viareggio. Altro confronto: un frammento tratto
dal sito della testata ungherese Délmagyarország e uno pescato a pagina
15 di OPP:
– Nello stesso momento i lampioni si stavano accendendo sul Foro
Italico e su via Giulia, sulle aquile pietrificate di Ponte Flaminio e su
quelle che facevano capolino dalle chiese medioevali senza che i vecchi
simboli del potere – pensai, mentre mi convincevo che sì, Luisa Ferida
aveva danzato nuda a Villa Triste – avessero un significato diverso da
quello che ogni sera mi entrava dalla finestra con le sue lampadine accese,
dal momento che la famosa aquila di Enea, sbarcato dalla Troade sulle
foci del Tevere, di qui a Costantinopoli, e poi di nuovo a Roma, quindi in
Spagna Olanda Inghilterra prima di compiere il volo transoceanico che
l’avrebbe vista fieramente appollaiata sull’antenna televisiva dell’Empire
State Building, aveva abbandonato adesso anche gli Stati Uniti per rifugiarsi
nel cuore di un Occidente fantastico – ubiquo, platonico, e rigorosamente
immateriale.
– Più di duemila citato in giudizio lo scorso anno da parte di individui
e aziende, l’ufficio delle imposte contro i casi per un totale di
cinquanta miliardi di fiorini ha detto – la riporta sulla Nazione Sabato
ungherese. Linczmayer Sylvia, la National Tax and Customs Administration
(NAV), portavoce del giornale ha detto, durante lo scorso
anno 2000 di prova circa la metà delle persone private contro i casi di
altre società ha iniziato.ügykörben catturato due dei cittadini in generale
contenzioso. Dopo l’acquisizione della proprietà, o prelievo imposto
sokallták o della ricchezza in discussione i risultati del test. Le aziende
di solito il contesto IVA trasformato i forum condanna, in primo luogo
lamentando che il NAV ha rifiutato la deduzione dell’imposta a monte.
L’anno scorso completato i processi di 68 per cento di successo dell’agenzia,
l’hanno detto. Materia fiscale al Mediatore osservazioni hanno
ricevuto, che durano per più di Tasse incontrato 200 denunce. La Corte
costituzionale prima della fine degli ultimi venticinque anni di risoluzione
delle imposte è stato. La Corte di giustizia europea nel 2012, un

processo può essere completato, uno dei quali ha colpito áfakérdést casa
– descrive la pagina.
So bene che non è facile distinguere, e che la limpidezza dei due
testi è più o meno pari. Mi rendo conto pure del fatto che insistere
col raffronto fra i testi del Vate Super Fluo e quelli processati (e
condannati alla pena capitale) da Google Translate rischi di diventare
stucchevole. Sicché ve ne offro un ultimo saggio, dopodiché passiamo
avanti. I due frammenti che sottopongo alla vostra attenzione
sono ricavati dal quotidiano sudcoreano Yeong-Nam Ilbo e dalle pagine
56-7 di OPP. Provate a indovinare quale dei due appartenga a
Nicola Lagioia:
– E così, mentre la milonga di Jarrett prendeva il volo, e dalla Berklee
School of Music veniva riconsegnata alle sue origini sudamericane
fin quasi a preparare, fraseggio dopo fraseggio, un attraversamento
atlantico alla volta della Guinea, mi vidi insieme a lei in un presente
parallelo, lanciati lungo la costa adriatica, o risalendo il Tirreno, oltrepassando
gallerie, stazioni di servizio, distese verdi o gialle o immerse in
un candore indefinibile a seconda dell’ora e della stagione, sequenza che
probabilmente non avrei dovuto partorire perché la ragazza in carne e
ossa era lì, a pochi passi da me, quando un impercettibile spostamento
delle sue mani, in perfetta sincronia con lo stacco delle dita dai tasti del
pianoforte, ravvivò il tema di un’improvvisazione che ci vedeva lontano
da lì, pensai con un trasporto così violento da farmi tralasciare
la circostanza di due persone che ancora non si decidevano a scopare
– e contemplando la sua immobilità nel letto, dimenticando la condizione
pratica di lei come studentessa e frequentatrice di brutte feste, e
seguitando a sottrarre, a cancellare, a mescolare, a risvegliare, credevo
di riuscire a farle assumere le proporzioni di una figura originaria.
Accogliente. Profonda. Misteriosa. Vitale. E da qui, pensavo, proprio
da questo trampolino inesistente è necessario rimettersi a sudare, e a
estenuarsi, pestando, pestando, su quei tasti – con un salire e scendere
lungo scale impazzite, con una smorfia di dolore strappata a ogni accordo,
con la figura di Zelda che a un certo punto inizia a sciogliersi, e
ruota su se stessa, si tira su, dice: «Buongiorno», e mi sorride – ed è qui,
ma soprattutto lontano da qui, sul punto estremo delle forze, quando la
vista comincia ad appannarsi, a pochi passi dal profilo di una partitura
perfetta. E allora. Mendichi al cielo un altro po’ di fiato. (Mentre le
dita si dannano). Ti dici: «Avanti!» Porti l’assolo sul più spericolato, il

più ineffabile, il più scriteriato e rovinoso dei percorsi concepibili. Oltre
l’inferno delle note. Verso una verde frontiera. Un’eleganza di zebra. I
laghi bianchi del silenzio. Sfiorando il sublime, certo, ma soprattutto
rischiando il ridicolo.
Finché Atahualpa (o qualche altro dio) non ti dica: «Descansate
niňo, che continuo io».
– 전입신고 등 주민등록 관련 민원 대부
분을 서류작성 없이 신청할 수 있게 됐다.
행정안전부는 4일 서류를 작성하지 않고 구술로만 신청할 수 있
는 민원사무에 주민등록 전입신고, 전입세대 열람신청, 주민등록 정
정신고, 주민등록신고 지연사유신고 등 4종을 추가했다고 밝혔다.
이에 따라 민원인은 읍·면·동 주민센터를 방문해 종이신청서
를 작성하는 대신말로 신청하고 신분증을 제시한 뒤 전자서명
을 하면 대부분의 주민등록 관련 민원서류를 발급받을 수 있다.
신청서류 작성이 필요없는 주민등록 관련 민원은 기존 주민
등록 등·초본 교부와 발급통보서비스 신청, 주민등록증 분실
신고·발급확인·재발급신청 등 5종에 더해 9종으로 늘어났다.
행안부 류순현 자치제도기획관은 «주민등록 관련 민원 대부분을 신청
서류 없이 발급받을 수 있게 되면서 서류작성이 어려운 노년층 등의 편
의가 증대될 것»이라며 «처리시간이 단축되는 이점도 있다»고 말했다.
연합뉴스
Ehm… scusate per l’increscioso incidente ma purtroppo sul più
bello Google Translate si è inceppato, sicché non è possibile procedere
alla traduzione in italiano. Di entrambi i frammenti. Dunque è il
caso di riprendere con l’analisi della prosa lagioiana senza ulteriori
comparazioni, anche perché essa è semplicemente incomparabile.
Di tale incomparabilità testimoniano scelte linguistiche all’apparenza
partorite dall’impazzimento del Google Translate, dal suo scatenamento
antiumanista sulla falsariga dello Hal 9000 di 2001 Odissea
nello spazio e dei suoi succedanei rappresentati nella cinematografia
degli anni Ottanta. Trovate il tema della macchina che si ribella
all’uomo e lo soggioga rappresentato nel computer Joshua di Wargames.
Giochi di guerra, negli androidi della saga di Terminator, e nei
programmi di videoscrittura usati da Vate Super Fluo. Gli esempi
sono innumerevoli. Uno di questi è reperibile alle pagine 291-2 di

OPP:
Oppure, se si vuole credere fino in fondo alle teorie sull’Occidente
fantastico, era possibile che la macchina celibe dei media, a furia di
stringersi intorno al vuoto di una semplice ipotesi, fosse riuscita a generare
una vecchia signora convinta di essere stata la prima amante di
Rodolfo Valentino.
Cosa sarà mai questa macchina celibe? E perché proprio celibe
e non nubile? Davvero la scelta di questa bizzarra aggettivazione è
frutto d’una volontà dell’autore, o è piuttosto una ribellione della
macchina all’autore agita attraverso il testo? Vi invito a valutare
seriamente e attentamente l’ipotesi, e sollecito a fare altrettanto lo
stesso Lagioia. Più leggo i suoi frammenti e più mi faccio convinto
del fatto che il suo computer sia oggetto di possessione. Un demone
difficile da stanare, temo. E per carità, non si tratta certo di un essere
inferno da film dell’orrore. Più probabile che somigli a Giuditta,
il piccolo diavolo interpretato da Benigni che al massimo della malefatta
si metteva a macinare doppi sensi erotici in un consesso di
preti e cardinali. Ma quale che sia la portata del maligno resta il caso
di possessione, assieme alle sue conseguenze sulla stesura dei testi
lagioiani. In che altro modo interpretare il passaggio che si trova a
pagina 11 di RTC? Leggete un po’:
Come la maggior parte dei ragazzi, soffrivo di una certa ipersensibilità
a basso costo per le situazioni dispari.

«Esci da questo software!» verrebbe da urlare rivolti al laptop di
Lagioia. Perché quello che avete appena scorso è puro Google Translate,
entrato in funzione senza che ci fosse alcunché da tradurre. E
badate che il problema è serio, né si può pretendere di liquidarlo
come fosse soltanto un affare privato di Nicola Lagioia; di una ribellione
del genere potremmo essere vittime tutti quanti, vedendoci
attribuire testi che per niente sono legati alle nostre intenzioni di
scrittura. Rischia di diventare un problema sociale di nuova generazione
e d’amplissima portata, al pari delle ludopatie e delle web-dipendenze.
Chiamiamola pure Sindrome da Testo Preterintenzionale,
o in qualunque altro modo vi piaccia. Ma comunque la si voglia etichettare
essa ci pone una sfida che dobbiamo risolvere tutti insieme,
e in questo senso i libri di Nicola Lagioia sono preziosissimi perché
ci consentono di rilevare la presenza del problema. A voler istruire
un dossier si ricava una quantità imponente di materiali. Ecco un

altro frammento, prelevato da pagina 14 di RTC:
Ma il suo silenzio era talmente chiuso da far pensare che nascesse da
una solitudine invincibile, un misterioso stato d’animo legato al segno
zodiacale di un paese che proprio in quell’anno brillava sulla cuspide
della quinta potenza industrializzata del pianeta – un vento gelido proveniente
dallo spazio, entrato da molto tempo negli studi dei notai dei
farmacisti dei medici di base, che ricadeva dopo una breve stagnazione
su quelli come noi soltanto adesso.

Per di più, quel congegno macchinistico d’inquinamento agisce
secondo delle regolarità precise. Esso finisce infatti per avere
gli stessi tic di scrittura degli umani, a cominciare da quello per la
reiterazione delle categorie usate in modo ricorrente e più o meno
inconscio dagli autori in carne e ossa. Si può cogliere questa peculiarità
guardando al grottesco ripetersi della categoria di Occidente
fantastico. In questo paragrafo la si è già trovata due volte: nel frammento
cavato da pagina 15 di OPP (e con questo mi tocca svelare il
mistero d’attribuzione che era stato creato mettendo il frammento a
paragone con un articolo di Délmagyarország), e in quello leggibile
alle pagine 291-2 dello stesso libro. Ebbene, esso ricorre una terza
volta in quel volume. Per l’esattezza a pagina 84:
Mi dispiace, devo andare.  Non importava che ci fossimo conosciuti
la sera prima, che non avessimo condiviso altro che un sonno pesante e
totalmente muto, che non ci fosse niente che potesse naufragare oltre la
porta di casa. Gli oggetti erano collegati l’uno all’altro e noi eravamo
l’ultimo bullone di un macchinario che ci sovrastava. Ci avrebbero pensato
loro a fabbricarci un’intera vita alle spalle: non solo gli oggetti che
ci stavano davanti ma eliche, turbine, autocisterne, missili sepolti sotto
i campi da golf, treni in ritardo, carri armati – e autoradio, satelliti,
cartelloni pubblicitari: ogni cosa collegata a ogni altra cosa. Eravamo
stritolati dalle ruote dentate di questa divinità. Scomparivamo da una
parte. Riapparivamo dall’altra. Eccoci catapultati nell’Occidente fantastico.

Vi sarà evidente che, così agendo, la macchina attribuisca all’autore

lo stigma di un’assoluta mancanza di originalità. E purtroppo
nei libri del Vate Super Fluo le ripetizioni si accatastano. Per esempio
c’è un riferimento ossessivo alle nuvole, per di più confezionato
dentro un canone pseudo-lirico che certamente l’autore rinnegherebbe:

– (…) una flotta di nuvole [e uno, NdA] a forma di disco volante
sembrava richiamarci verso sé (OPP, p. 150)
– E tuttavia in certi pomeriggi, una coltre di nuvole sospesa a pochi
metri dalla linea d’orizzonte consentiva a una sera per così dire artificiale
di giungere ancora più in anticipo rispetto alle previsioni, ma solo
perché poi – quando gli occhi si erano abituati al freddo delle lampadine
– un tardivo sussulto dorato tornasse a squarciare il cielo per ricadere
sulle cose come un angelo pestato a sangue (RTC, p. 129)
– Tornai alla finestra. Premetti la pancia nuda contro il vento gelido
oltre il quale una flotta di nuvole [e due, NdA] listava a lutto il cielo
di fine gennaio (RTC, p. 146)
Un’altra reiterazione che il piccolo diavolo produce nei romanzi
del Vate Super Fluo è quella che riguarda l’ossessione dei genitori
meridionali per i successi dei figli nel campo degli studi. A pagina
69 di OPP si legge:
E ancora: i tuoi sono rimasti romanticamente fermi al 1950 e ti
hanno trasmesso – con un ardore, un entusiasmo davvero commoventi
se non fosse che sconterai questo abbaglio sulla tua pelle – l’assurdo convincimento
che una laurea con il massimo dei voti valga un futuro in
cassaforte.

Due pagine dopo il motivo viene ribadito. L’autore s’immedesima
nel padre che si sbatte a lavorare allo scopo di pagare i migliori
studi al figlio per poi registrarne la stenta riuscita nel mondo del
lavoro, e scrive quanto segue:
(…) come è possibile, si chiede guidando da Frosinone a Battipaglia
la sua Fiat Duna col campionario sbattuto dentro il bagagliaio, come è
possibile che una perfetta macchina da guerra benedetta dalle istituzioni
riesca a malapena a macinare i soldi per l’affitto?

Da notare che qui si materializza una ripetizione nella ripetizione:
la figura del padre, che in un cammeo di OPP viene rappresentata
a girare in auto col campionario della merce da piazzare qua e là
per l’Italia, è la stessa che viene sviluppata in RTC. In quest’ultimo
romanzo si tratta del padre del personaggio principale, del Maschio
Omega lagioiano le cui penose vicende affliggono il lettore per quasi
300 pagine. Di questo padre, alle pagine 6-7 di RTC, l’autore descrive
l’enfasi alimentata nei confronti dello studio come proiezione
sul figlio dei propri mancati traguardi:

Per lui, la scuola che non aveva frequentato oltre il primo semestre

di un istituto tecnico era come l’ermo colle di Leopardi. Gli sfuggiva il
fatto che i nuovi sistemi pedagogici usavano la parafrasi come strumento
suicida – «quella collina mi è sempre piaciuta», si sforzava di tradurre il
nostro professore di italiano -, di conseguenza l’istruzione pubblica era
Leopardi senza l’ausilio della poesia, quindi nient’altro che le Marche
come massima intuizione cosmopolita. Anzi, la Puglia. Peggio: Bari,
nel 1984.
E poiché al ghost in the machine non doveva essere parso sufficiente
quell’intorbidamento della prosa, ecco che poche righe dopo
giunge un’altra mano di catrame a rendere quel frammento di narrazione
sempre più simile a un codice QR:
Papà si era tirato fuori dall’indigenza contando solo sugli errori a
proprio nome: dunque poteva sorvolare i monotoni bassopiani della parificazione
scolastica senza licenza di volo.
A proposito di «sorvolamento dei monotoni bassopiani della parificazione
scolastica senza licenza di volo» non saprei proprio cosa
dirvi. So solo che lo scimpanzé inside sta berciando indecorosamente
reggendosi con una mano al lampadario mentre con l’altra si gratta
lubricamente le pudenda. E ancor più si scalmana nel constatare la
reiterata metafora dell’unguento che la macchina ribelle sovrimpone
al periodare del Vate Super Fluo:
– Ma prima di poter capire se tutte le informazioni dovessero ritenersi
un fedele resoconto sullo stato della razza umana, ecco che la retroguardia,
la leggerissima e letale artiglieria delle ultime pagine, era pronta a
rovesciarsi su ogni cosa rileggendola secondo i propri codici, coprendo gli
eventi marginali con un unguento impermeabile (OPP, pp. 130-1).
– Avevo iniziato le elementari in un periodo – probabilmente l’ultimo
in Italia – durante il quale la brama di successo veniva ancora
coraggiosamente rivestita da un unguento di grossolana ipocrisia. Ma
nel frattempo era accaduto qualcosa. Superato un confine invisibile,
un’atmosfera di competizione sfrenata era discesa sul terzo scaglione delle
dichiarazioni Irpef, persuadendoci che la scelta del liceo poteva avere
conseguenze determinanti per chi imboccava la strada del diploma nel
1985 (RTC, p. 28).
Una variante dell’unguento si ha col balsamo inerziale (!), menzionato
a pagina 230 di RTC:
Mio padre si trovò a stringere decine di mani, sorvegliato dallo
sguardo sornione dell’avvocato: a cena al ristorante o nelle hall delle sale

congressi, seduto davanti a un cognac nel fumoir del Circolo del mare,
provando per la prima volta il piacere ineguagliabile di transitare – da
un territorio su cui ogni minima conquista portava su di sé i segni della
lotta – verso un empireo i cui eletti condividevano la sensazione di
librarsi senza sforzo, spinti dal balsamo inerziale del mutuo soccorso.
E tuttavia i frammenti fin qui riportati sono adulterazioni di
poco conto, manipolazioni tutto sommato innocue effettuate dal
demone computerino ai danni del Vate Super Fluo. Se la questione
si fermasse a ciò, non sarebbe il caso d’allarmarsi più di tanto.
Ma purtroppo le malignità del demone possono essere ben più
pesanti che quelle illustrate fin adesso. Se ne ha increscioso esempio
quando nelle prime 25 pagine di RTC (romanzo insignito nel
2010 del prestigioso Premio Viareggio, ciò che non mi stancherò
mai di rimarcare) si vede ricorrere per ben 4 volte una parola tanto
squallida quanto odiosa, al punto da essere stata tacitamente
bandita dal linguaggio corrente: mongoloide. Il proditorio agguato
teso a Lagioia dal piccolo diavolo produce l’imbarazzante sequenza
che potete leggere qui sotto, e successivamente verificare consultando
il libro:
– Ogni casa poteva vantare una vedova, un orfano, e almeno un
figlio mongoloide (p. 9)
– Quando ne uscii avevo gli occhi traboccanti di lacrime, e loro
– Annina, le figlie mongoloidi, le altre ricamatrici – iniziarono a sommergermi
di risate (p. 10)
– Fatta eccezione per quella che avevo ribattezzato «la quinta figlia
mongoloide di Annina» (…) (p. 11)
– E la prima figlia mongoloide di Annina rideva, la seconda figlia
mongoloide di Annina rideva (…) (p. 25)
Mi pare che questo esempio dimostri quali rischi possano essere
corsi se si continua a sottovalutare il problema. Quanti fra voi sarebbero
lieti di vedersi attribuire l’utilizzo di certe parole, e le conseguenze
in termini di reputazione? Prendendo coscienza di questo
aspetto, tutti gli altri frammenti di scrittura preterintenzionale, sia
quelli già esaminati che quelli a venire, mutano luce per presentarsi
molto più minacciosi. Certo adesso troverete meno da ridere nel
frammento tratto da pagina 76 di TSST:
Nessuno crederebbe che Tolstoj sia capace di spacciare tanto bene il
Destino per il Caso, una chiara vena autodistruttiva per semplice smarrimento,

un altrimenti indigeribile polpettone melodrammatico per il

trionfo dell’epica. Nessuno oserebbe crederlo e neanch’io se non l’avessi
letto. Ma tant’è. E in più sono convinto che in tutto questo ci sia qualcosa
di preordinato, languidamente sottaciuto, se non addirittura di
luciferino. Di conseguenza, al cospetto di cotanta mistificazione, come
potrei misurarmi io con il kitsch di un’agnizione, sia pure nel più modesto
quadro della stazione Termini alla fine del Novecento?
Più si passa in rassegna i frammenti selezionati dai libri del
Vate Super Fluo, più prende forza l’idea che il demone abbia annichilito
ogni filtro di protezione del pc usato dall’ignaro autore.
E allora è probabile che possano essere spiegate così quelle prime
sessanta pagine di RTC che appaiono tanto disomogenee rispetto
alla parte restante del libro. Di quelle pagine è efficace rappresentazione
il personaggio di Pasquale Di Liso. Costui è un direttore di
banca che il padre del Maschio Omega lagioiano cerca d’ingraziarsi.
E poiché la speranza del padre è che quel rapporto si rinsaldi oltre
la sfera degli affari, ecco che il figlioletto Omega si vede costretto a
fare amicizia col suo omologo Daniele Di Liso. Omega anch’egli,
va da sé. Per descrivere questa stracca situazione vengono partoriti i
frammenti raggelanti che vi riporto a seguire:

– Guardava me, ma era rivolto a tutto l’uditorio perché anche per
Di Liso e per Daniele fosse inequivocabile il mio desiderio di passare
la notte a casa loro. Per liberarmi della trappola avrei dovuto spiegare
a Daniele che non avevo niente contro di lui ma preferivo dormire a
casa mia, alla mamma che preferivo per una volta i libri alle fatiche
del gioco, e soprattutto mi sarebbe servito un letto in pelle nera dentro
uno studio con affaccio sul Prater per far capire a mio padre che i suoi
comportamenti erano la traduzione di brame inconfessabili eseguita su
un vocabolario in cui ogni lemma proveniente dal subconscio era disastrosamente
rovesciato – mi bastava seguire la danza delle sue zampe di
gallina agli occhi per capire che adesso era davvero convinto che volessi
rimanere a dormire lì; qualcosa in lui aveva scrupolosamente lavorato
sin dal tardo pomeriggio per trasformare la malafede in autoinganno
(che cos’erano state, quelle gimcane automobilistiche, se non il pendolino
oscillante davanti alle sue palpebre sempre più pesanti?) (pp. 34-5)
– (…) frequentavo i Di Liso, trascorrevo pomeriggi notti domeniche
mattina in casa loro, e nessuno aveva mai sprecato una sillaba per
sottolineare il gigantesco labiale con cui anche i muri testimoniavano

l’assenza della mamma di Daniele. (p. 38)
– (…) una di quelle persone, Di Liso, convinte di essere sempre la
prima scelta sul mercato, quindi capaci di augurare il peggio a chi rischia
di mandare per aria il delicato origami del mondo che si sono
fabbricati pur di darsi un’importanza. Non potendo condividere coi
suoi pari questi disturbi della personalità, scendeva pure lui nel Kindergarten.
(p. 41)
– Ma le blandizie di Di Liso seguivano la strategia di chi è disposto
a farti grandi concessioni solo per spostare il baricentro del discorso fino
a vederlo coincidere con l’arbitrio del coincidente. (p. 42)
Il demone non risparmia nulla all’autore. Nemmeno l’esercizio
di uno humour catacombale che verrebbe schifato pure da un Beppo
Severgnignaro. Leggete un po’ questi due frammenti cavati da
OPP, nei quali si fa riferimento a tal Francesco Giustiniani:

– Questo Francesco Giustiniani, per esempio, è un tipo scaltro. Se
fosse stato il comandante del Titanic, tanto per dire, avrebbe fatto gli
occhi dolci all’iceberg fino a vederlo sciogliersi in mare (p. 71).
– Se avessi chiesto al minus habens di lasciar detto a Francesco che
io, il suo amico di infanzia, prendesse nota per favore, Eichmann, colonnello
Adolf Eichmann, proprio lui, lo stava cercando per sistemare
una questione delicata, continuasse a scrivere per favore, «un imprevisto
smottamento di terreno sulla tratta ferroviaria Varsavia-Treblinka», il
povero meningofitico all’altro capo del telefono non avrebbe battuto ciglio
(p. 87).
A questo punto mi sento di attribuire al piccolo diavolo anche la
responsabilità del frammento finale di OPP (pagina 296) a cui ho
fatto cenno in precedenza. In quel passaggio l’Io narrante racconta
di trovarsi dentro la giornata storica dell’Undici Settembre, ma senza
dirlo esplicitamente. L’effetto è quello di non far cogliere il riferimento.
Per quanto mi riguarda, ci sono arrivato soltanto perché a
poche righe di distanza si fa riferimento a una partita della Roma in
Champions League che si disputò poche ore dopo l’immane evento.
E la ricordo bene: era un Roma-Real Madrid che venne giocato in
un’atmosfera surreale. Ma se non fosse stato per quell’aggancio alla
realtà non avrei mai capito di cosa si stesse parlando. Certamente è
colpa mia e dello scimpanzé inside che mi mura gli orizzonti; e però
– cazzo! – ditemi voi se un frammento così pesantemente intorbidato
dal piccolo diavolo vi risulti intelligibile:

Un mese dopo la mia promozione, all’inizio della seconda settimana
di settembre, nel giorno in cui la storia dello spettacolo si dimostrò un
bozzolo meno perfetto di quanto avevamo temuto, quando insomma la
ruota della Storia tornò a girare sospinta proprio da un evento spettacolare,
dopo avere passato come tutti la giornata incollato al televisore,
facendo zapping e ricevendo da parenti e amici telefonate isteriche, mi
ritrovai la sera senza niente da fare.

Quanti di voi riuscirebbero a connettere immediatamente l’Undici
Settembre con «[i]l giorno in cui la storia dello spettacolo si
dimostrò un bozzolo meno perfetto di quanto avevamo temuto,
quando insomma la ruota della Storia tornò a girare sospinta proprio
da un evento spettacolare»? E quanti di voi scriverebbero periodi
di lunghezza estenuante come quelli che vado a riportarvi, senza
poi entrare in apnea rileggendoli a alta voce?

– Solo che poi, non si sa come, mentre lei confrontava le sue idee
con l’emergente scrittore di turno e lui se ne stava a rigirarsi i pollici
tra le caraffe del succo di pompelmo (intrattenuto, al massimo, dal memoriale
in progress di un’eccellente vedova d’artista), mentre il dj-set
declinava sulle dilatazioni di un trip-hop da commiato, le chiacchiere
scemavano, la supervedova pre-Swinging London, sollecitata da segretarie-
accompagnatrici sempre più asiatiche e snervate, era costretta a
chiudere la conversazione, mentre accadeva tutto questo e nel momento
in cui Federico realizzava con sollievo che pochi minuti, pochi minuti
ancora lo avrebbero separato dal suo cinque vani a San Giovanni invaso
dalla voce di Luciano Ligabue, giunto il momento di recuperare
la fidanzata, San Sebastiano dalle Fraschette realizzava anche – dal
modo in cui lei salutava frettolosamente (e già dolorosamente) qualche
nuova conoscenza – che quelle poche ore di trambusto le erano state sufficienti
a porre le traballanti fondamenta di una relazione adulterina
che, traballando lungo un viale lastricato di «espressionismi tedeschi» e
«correlativi oggettivi», si sarebbe protratta per almeno una settimana
(OPP, pp. 50-1).
– Palmieri gli rispose che tutti i grossisti fino all’ultimo straccivendolo
erano stati passati al setaccio, e ognuno aveva fatto un ordine che
a mio padre avrebbe dovuto fare l’effetto di un oceano di camomilla
sparato dritto in vena, e per trovare un essere umano disposto («il diciotto
dicembre!») a visionare quegli articoli i cui prezzi e numeri di
protocollo Palmieri stava cercando di dimenticare «facendo su e giù

come un coglione» per tutti i circuiti innevati del Trentino, sarebbe
stato necessario che Gesù-Bambino-in-persona, al momento di nascere
per la millenovecentottantacinquesima volta, portasse sulla Terra, insieme
al miracolo dei supermercati assaltati all’arma bianca, quello di
trasformare tutti gli operai della Fiat in grossisti di biancheria e le maestrine
elementari ancora nubili in virago col sangue alla testa disposte
a raccattare il primo novantenne con pensione d’invalidità al solo scopo
di acquistare un corredo e dispensare lui, Palmieri, da incomprensibili
rotture di coglioni durante le vacanze di Natale (RTC, pp. 109-10).
Altri terribili sabotaggi sono ravvisabili attraverso frasi che presto
s’avvitano per prendere la forma di una travolgente sfida a Ruzzle
ingaggiata col mitico Minchius Maximus, il personaggio partorito
dalla fantasia dei Monty Python in Brian di Nazareth.

– Entri all’università ispirato da un confuso moto ribellistico ereditato
dal liceo, dalle tempeste ormonali in un tragico riflusso, da un
Sessantotto inesistente ridisegnato ad arte dagli ingegneri di una qualunque
Warner Bros travestita da indie label (OPP; p. 69).
– (…) uno sguardo che era la spenta testimonianza di ciò che resta
degli scatti d’orgoglio quando si infrangono contro uno stock di merce
di seconda mano lasciando a terra polvere, vestiti rattoppati e tristi
paralumi da privè sotto sequestro (RTC, p. 40).

– E anche in questo caso, pensai con rabbia, mi ero ridotto a riconoscere
l’evidenza delle cose con un ritardo clamoroso: troppo prudente
per affrontare il peggio quando faceva capolino nella coltre delle buone
intenzioni, e troppo pieno di amor proprio per accettare la piena connivenza
quando i tradimenti si mostravano per quel che erano senza
possibilità di errore (RTC, p. 51).
– Eppure, nel maneggiare tutta quella carta filigranata, brillava in
lui anche qualcosa che i nostri genitori non sarebbero riusciti a comprendere.
Qualcosa di violento e di (sì, la definizione era esatta) purgatoriale
(RTC, p. 83).
– (…) la faccia lunga e ossuta e soprattutto questi occhi che avevano
l’ammutolita forza inerziale di due bacini prosciugati (RTC, p. 88).
– [Parla di Donatella, un’amica del periodo di adolescenza] Non
arrivava al metro e cinquantotto, ma la sua frangetta color petrolio e il
viso tondo da furbastra, e un seno semplicemente prodigioso, facevano
di lei una festa di tornanti che attraversava il chiaroscuro di un Helmut
Newton di fortuna per deragliare negli assolati parchi-giochi delle

bambine grassottelle (RTC, p. 195).
– La luce sotto cui mi era apparso la prima volta tra i banchi di scuola
adesso risplendeva in una gradazione ideale, convertendo le sue imprese
precedenti in un lungo esercizio preparatorio rispetto a un’esperienza che
consentiva di provare sollievo dall’intero processo vitale (RTC, p. 235).
– Lo Sghigno aveva appena finito di pisciare dietro la piccola costruzione
di tufo e ora stava tornando verso la station wagon. Un intenso
profumo di polline invadeva lo spiazzo nudo e circolare, ma non
sembrava venire dai mandorli incrociati nel tragitto né dai fili d’erba,
perché quell’anno la primavera era un unico corpo femminile che affiorava
da un sonno lungo e piatto per tornare subito dopo a inabissarsi – e
fino a quando il risveglio non fosse stato completo, sembrava che l’intera
pellicola atmosferica venisse pervasa a capriccio da questi odori; i quali,
in modo altrettanto imprevedibile, svanivano sulla durezza metallica
di una stagione ancora non del tutto consumata (RTC, p. 238).
Soggette al malefico effetto del piccolo diavolo, anche le parti di
pregevole analisi sociale finiscono in vacca. Ne è terrificante esempio
il passaggio in cui si parla di Drive In, che come ho già detto
contiene anche degli spunti acuti e interessanti. Ma poi, purtroppo,
tutto viene rovinato dal passaggio in cui si parla di Antonio Ricci.
Che fu l’inventore del programma, e che secondo l’autore (o più
probabilmente secondo il malefico demone) ha il torto di tradire la
propria origine sessantottina per farsi strumento di un’operazione
culturalmente neo-conservatrice. Leggete un po’ in che modo viene
reso il concetto alle pagine 24-5 di RTC:

(…) così come ci si era avvolti nel vento caldo della contestazione,
adesso si tendevano le vele per sfruttare il vento gelido, che di quel vento
caldo era stato il mandante, il vero soffio d’alimento.

La sagra del nonsense è inarrestabile. Eccone un altro saggio a
pagina 101 di RTC:

È allora che sente la cosa. Grazie a questo paesaggio impossibile,
forse grazie anche a un’umiliazione così rapida e in fin dei conti così
onesta e circolare (…).

Un’umiliazione rapida ma in fin dei conti onesta e circolare.
Come dire, un’aggettivazione a casaccio, probabilmente determinata
per estrazione a sorte. Ma il culmine si raggiunge a pagina 200
dello stesso libro:

Dopo il tramonto – stanchi, scottati dal sole – ci eravamo trasferiti

nella stanza di Giuseppe, e osservavamo le striature violacee con cui la
sera si sforzava di imprimere un minimo slancio narrativo a un cielo
che fino a quel momento era stato una tabula rasa di splendore estivo.

Da lasciare annichiliti. Se il frammento appena riportato fosse
tradotto in stile «parla come mangi», anziché in Google Translate,
verrebbe fuori quanto segue: «Dopo il tramonto, stanchi e scottati
dal sole, ci eravamo trasferiti nella stanza di Giuseppe e osservavamo
lo splendido tramonto estivo». Invece l’intervento del demone ha
aggiunto l’agghiacciante figura della «sera che si sforzava di imprimere
un minimo slancio narrativo [!!!!!] a un cielo che fino a quel
momento era stato una tabula rasa». E davvero soltanto un programma
di videoscrittura imbizzarrito potrebbe partorire una pacchianata
del genere. Perché questa è scrittura trimalcionica, l’eccesso
cafonesco equiparabile al riempire i chicchi d’uva con lo zafferano.
Non basta scrivere, bisogna proprio fabbricare ampolle soffiando
nel vetro con l’impeto d’una rana gracidante. E poi colorare quelle
ampolle con tonalità catarifrangenti, e illuminarle con luci stroboscopiche.
Vi pare letteratura anche questa? Se sì, allora guardate la
sera che s’approssima, e chiedetevi se essa si sforzi di imprimere un
minimo di slancio narrativo al cielo. Ma dopo sparatevi un pornazzo
del mio amico Silvio Bandinelli, per evitare che l’esperienza appena
affrontata faccia tabula rasa dei vostri neuroni. (Stai a cuccia,
scimpanzé!).

E adesso rilassatevi con uno splendido Julien Lourau:

http://www.youtube.com/watch?v=NZZTpPn8eU8

Il gigante sfregiato e il libro massacrato

Cari amici, questa è la versione integrale della stroncatura di “Il gigante sfregiato” di Enrico Vanzina, della quale è uscita una versione abbreviata sull’Unità di oggi. Buona lettura

Prima il nome, poi il libro. È una regola ormai consolidata per l’editoria di questi tempi italiani, ridotta alla caccia all’autore-banner. E tale regola trova ennesima conferma nel cosiddetto romanzo giallo di Enrico Vanzina, Il gigante sfregiato, pubblicato a luglio da Newton Compton. Un libro che fra l’altro è piaciuto a Antonio D’Orrico, book jockey del Corriere della Sera. Ci avrebbe stupito il contrario. Del manufatto D’Orrico ha scritto: “(…) questo è un gran bel romanzo scritto da un vero scrittore con un tocco neochandleriano di freschissima malinconia”. Stiamo parlando dello stesso D’Orrico che nel 2002 ebbe a definire Giorgio Faletti “il più grande scrittore italiano”. E adesso quella frase campeggia nelle nuove edizioni dei libri falettiani marchiati dalla new company Baldini-&-Castoldi-non-più-Dalai. Memento per il BJ e per chiunque altro che certe figure scatologiche ce le si porta addosso a vita come fossero pochette nel taschino.

 

Enrico Vanzina, lo scrittore-banner

Enrico Vanzina, lo scrittore-banner

 

 

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Ma com’è il romanzo con tocco neochandleriano di freschissima malinconia? Presto detto, con una premessa: non ci si sofferma sulla trama, che è un guazzabuglio assurdo d’improbabilissime trovate di cui si perde presto il filo. Ricostruirla significherebbe dissipare tutto lo spazio. Meglio dedicarsi al testo, cominciando dai soliti richiami di copertina da banco dei detersivi che rendono famoso il packaging di Newton Compton. Si legge fra l’altro che “il giallo incontra la commedia all’italiana” (ai giardinetti?), e che il testo ricorda “un po’ Chandler un po’ Simenon”. Er Monnezza, inconsolabilmente offeso, ha tolto il saluto all’autore-banner. Si parla anche di “Le indagini del detective Mariani”; e ciò significa che incombe su di noi la minaccia di una serie. Siete avvisati, barricatevi in casa.

L’incipit è già esauriente. Uno ce la mette tutta a scacciare i pregiudizi sul libro di Enrico Vanzina, ma poi basta leggere le prime righe e ecco che ogni sforzo è vanificato: “La prima volta che incontrai Sandrone era un pomeriggio come tanti, uno di quelli in cui sarebbe potuto accadere di tutto. O invece niente” (p. 9). Leggendo questa avrete letto tutto il libro. Cioè niente. Ma noi quel niente, per deformazione professionale e anche psicologica, ce lo siamo voluto sorbire fino in fondo. Il che ci ha permesso di trovare, nel finale (pagina 241), un frammento praticamente identico all’incipit: “Ci fissiamo per una frazione di secondo. Un secondo nel quale c’era tutto quello che c’era stato tra noi. Molto. Ma anche nulla” (p. 241). Chissà se anche l’editor sarà stato ipnotizzato dal tocco neochandleriano di freschissima malinconia, al punto da lasciarsi sfuggire la ripetizione. Ci s’inoltra nelle pagine vergate neochandlerianamente e si va a scoprire strepitosi nonsense. Per esempio, a pagina 10: “Malgrado i capelli incolti e lunghi, aveva comunque un viso pulito, somaticamente leale”. E che diamine sarà mai ‘sta lealtà somatica? Quesito da girare a Raffaele Morelli, che magari ci campa su per 5-6 puntate di psico-pop. Il tizio che mostra tale soma è il rugbista Sandrone, che di se stesso dice (p. 14): “Ho amici che si contano sulle dita di una mano mozza”. E il detective Mariani, di rimando, commenta a questo modo la piatta esistenza del rugbista: “’Non è proprio la biografia di Marco Polo’, commentai ironicamente”. Due umoristi da infarto. Inoltre, c’è un passaggio che fa il paio con quello sulla lealtà somatica. È piazzato a pagina 33: “Era un vecchio poliziotto disilluso, ma ancora in grado di distinguere i bersagli del suo cinismo stanziale”. Cinismo stanziale? Misteri della neolingua newtoncomptoniana. Un idioma al quale Vanzina fornisce sostanziosi apporti, come quello riportato a pagina 121: “A me mi stavano pagando in due”. Perla d’assoluto valore a pagina 39: “Lo vidi arrivare in via Gioberti con aria dinoccolata”. Che aria triste e dinoccolata hai, mia cara: hai forse contratto la scoliosi sentimentale? Ancora, a pagina 57:“C’era stato, infatti, un tempo nella mia giovinezza in cui mi ero intestardito con le prospettive, i colori, la tempera. Una breve illusione artistica stroncata dal pragmatismo di mio padre, che mi obbligò a sterzare verso la carriera di avvocato. Acqua passata. Ormai quasi una vertigine”. Cosa c’entrerà mai la vertigine? La vetta del sublime si tocca pagina 135: “Giuliani mi fissò con l’essenza etimologica della sorpresa stampata in faccia (…)”. L’Essenza Etimologica della Sorpresa. Possibile che l’Accademia della Crusca non ci abbia ancora dedicato un’intera sessione di lavori?

Ciò che più spicca, nel libro dal tocco neochandleriano d’altissima malinconia, sono le imbarazzanti similitudini. La lista è sterminata: “Sandrone, al contrario, sembrava avermela raccontata giusta. Dritta come la piega di un pantalone uscito da una tintoria” (p. 16); “Lo fissai con un sorriso freddo come un ghiacciolo (…)” (p. 21); “La bionda mi lanciò uno sguardo gelido come avrebbe dovuto essere quella vodka (…)” (p. 28); “(…) entrò Giuliani, tarchiato come un boccale di birra” (p. 33); “La lista di quelli che ha spedito al pronto soccorso è fitta come due pagine di versetti del Corano” (p. 35); “Era visibilmente moscio, come una pianta da interni abbandonata in salone durante le vacanze” (p. 40); “Li feci ingabbiare come scimpanzé allo zoo” (p. 44); “Gli lanciai uno sguardo affilato come una lama” (p. 48); “La città pareva caduta già in catalessi, vuota come una bottiglia di Veuve Cliquot sul banco di un night all’ora di chiusura” (p. 72); “(…) ronfava tranquillo, un rombo simile al motore di un vecchio battello fluviale dell’Amazzonia” (p. 81); “Combaciavano come le valve di una stessa cozza” (p. 86); “Trovare il 439 non fu facile come mandare giù una pillola per il mal di testa” (p. 87); “Era spaventata come una bambina al Luna Park, nella casa delle streghe” (p. 91); “Quel nome mi rimbombò nelle tempie come un tuono” (p. 92); “Nel furgone calò un gelo da inverno finlandese” (p. 123); “Lugubre come un quadro espressionista tedesco” (p. 131); “Uscii dalla Questura di via Genova leggero come un petalo di mandorlo” (p. 136);”Vivevo dannatamente solo, in una casa lercia e solitaria come un calzino spaiato” (p. 149); “Mi preparai un caffè nero come la pece” (p. 175); “E mi concentrai di nuovo sul caso nudo e crudo. Era come una forma di groviera: piena di buchi” (pp. 176-7); “Mi stampò un bacio sulle labbra. Leggero come un fraseggio di Mozart” (p. 191); “Lei mi lanciò uno sguardo affilato come una rasoiata. Ma era solo un’occhiata, non mi fece sanguinare” (p. 216). In particolare, ecco una doppietta dedicata alla escort Fatma: “Fatma Sorrise. Un sorriso malinconico come un giorno di nebbia” (p. 74); “Sfoderò un altro sorriso triste come un fado” (p. 76). A pagina 31 ecco un frammento da oscar della ridondanza: “(…) mi gridò con un gracchiante rantolo asmatico”. Cioè, aveva l’asma e perciò rantolò gracchiando. Vabbe’.

Strepitose le descrizioni d’ambiente. A pagina 130: “Dopo la lunga estate torrida che aveva avvolto per mesi la città, l’arrivo di quelle folate di vento freddo ti facevano già rimpiangere l’umidità afosa di agosto. Siamo strani animali: non ci adattiamo mai allo svolgersi ciclico delle stagioni”. Notare l’errore di grammatica: “(…) l’arrivo di quelle folate (…) ti facevano rimpiangere (…)”. Meglio ancora a pagina 81:“Nuvoloni carichi di brutti presagi scorrevano come ombre cinesi sotto al coperchio del cielo”. Non sembra una telepromozione di pentole a pressione? E i luoghi comuni? Presenti. Si va dal “palpabile imbarazzo” (p. 131), alla porta che si chiude “con un colpo sordo” (p. 171), per giungere al “passo felpato” (p. 214).

Alla fine l’autore-banner sente di dover esprimere gratitudine a una persona (p. 245): “Ringrazio Olimpia Ellero, la quale, con la sua intelligenza e la sua tenace competenza, mi ha suggerito semplificazioni narrative ed efficaci soluzioni di sintassi”. E meno male che la signora “La Quale” l’ha ben consigliato! Altrimenti sai cosa ci avremmo trovato in quelle pagine.

Certo, per quanto attenta le è sfuggito il passaggio da antologia a pagina 146: “Per il momento la mia era solo una sensazione. Una sensazione sensata, però”. Magari anche un po’ sensitiva. Sicuramente neochandleriana e di freschissima malinconia.

 

978-88-541-5170-3

Il caso (clinico) Harry Quebert

Sto impiegando troppo tempo a leggere La verità sul caso Harry Quebert, ma ne vale la pena. Non perché sia un gran romanzo, ma perché è il paradigma dell’impazzimento d’un sistema editoriale d’orrichizzato. Un libro esageratamente lungo (più di Io uccido di Giorgio Faletti, il che è quanto dire), pieno di personaggi da film di serie Z alla Ed Wood, con dialoghi da terza media e, soprattutto, colpi di scena da cartoni animati. Tipo la madre della vittima che era morta da anni ai tempi del fatto indagato, e però quelli che indagano se ne accorgono a indagini concluse. Ops!, la madre che avevamo creduto picchiasse la figlia in realtà era morta al tempo in cui la figlia veniva picchiata: come avremo fatto a non accorgercene mentre indagavamo pure il pelo del deretano del gatto dei vicini di casa?

Un solo commento possibile:

http://www.youtube.com/watch?v=6bjQOwXMoPk

Quando avrò finito la lettura mi occuperò di questo romanzo, che in questi giorni nelle manchette di prima pagina viene etichettato come “il libro dell’anno”. Me ne occuperò molto a fondo.

 

cop (4)

Giorgio Faletti e quel sofferto rapporto con la lingua italiana (Da “L’importo della ferita e altre storie”)

Cara amici, nell’edizione odierna de “Il Mattino” c’è una pagina dedicata al mio “L’importo della ferita e altre storie. Frasi veramente scritte dagli autori italiani. Faletti, Moccia, Volo, Pupo e altri casi della narrativa di oggi” (Edizioni Clichy). L’autore del lungo articolo, Angelo Petrella, ne parla come di “un libro di cui c’era bisogno”. Nei prossimi giorni pubblicherò la recensione in pdf. Per adesso riporto qui un paragrafo del lungo capitolo dedicato a Giorgio Faletti. Buona lettura.

Legenda: IU = Io Uccido; NVTO = Niente di Vero Tranne gli Occhi; FED = Fuori da un Evidente Destino; PIN = Pochi Inutili Nascondigli; ISD = Io Sono Dio; AVD = Appunti di un Venditore di Donne; TADT = Tre Atti e Due Tempi

 

 

La spinta a scrivere questo libro nasce dalla lettura di NVTO, qualche

anno fa. Un thriller che da subito mi parve stanco, pretenzioso,

scontato e (soprattutto) scritto in modo molto discutibile. Qua e là

per le pagine erano già stati passati numerosi tratti d’evidenziatore. Più

che sufficienti a far catalogare NVTO fra i peggiori libri mai letti, ma

senza che la sua bruttezza meritasse un posto speciale. Poi, invece, ecco

lo scarto decisivo. Potete trovare quanto segue a pagina 298 di qualsiasi

edizione:

Alla luce della torcia che aveva appoggiato sul tetto della macchina per

avere le mani libere, l’uomo, con un gesto istintivo, sollevò la manica della

tuta per controllare l’importo della ferita.

Leggendolo, il lettore che dedichi una reale attenzione al testo non

può non essere spinto a chiedersi: ma da quando in qua le ferite hanno

un importo? E ne esisterà mica un prezziario? E ancora, su esse l’Iva

andrà calcolata al 10% o al 21%? È evidente che, esprimendo il concetto

con parole appropriate, ciò che della ferita andrebbe constatata

è l’entità. E allora, perché mai Faletti ha parlato di importo? Messo

 

così, sembrerebbe trattarsi d’un frammento tradotto male. Parecchio

male. Però nessuno potrebbe ipotizzare che quello finito a pagina 298

di NVTO non sia un frammento dell’autore. Faletti firma, Faletti l’ha

scritto nell’italiano che gli riesce, Faletti se ne assume le responsabilità.

Così come avviene per tanti altri frammenti che lasciano perplessi, e

sembrano proprio essere stati pensati in un’altra lingua.

Del resto, il tema delle americanate linguistiche di Faletti è stato

dibattuto a più riprese su giornali e siti web. Matteo Sacchi, bravo e

attento giornalista della redazione Cultura del Giornale (è colui che per

primo denunciò le strane affinità fra i testi di Umberto Galimberti e

altri che erano stati pubblicati antecedentemente), ha scritto una serie

di articoli sul tema. Il primo di questi rimarca alcuni passaggi di ISD

che al lettore italiano suonano quantomeno bizzarri:

Non giriamo attorno al cespuglio. In fondo il giornale per cui lavoriamo

ci dà dei bei grandi. E noi siamo adulti e senzienti abbastanza per

porci qualche dubbio e non limitarci a mettere in pagina diamanti a poco

prezzo o comportarci come falene davanti alla candela. E quindi parliamo

di Faletti. Non avete capito un accidente?

Può succedere. La lingua non è fatta solo di parole e di forme sintattiche.

È fatta di modi di dire, di forme idiomatiche. Quelle che avete

letto sarebbero chiarissime ad un americano, per esempio. Ad un italiano

risultano più semplici così: «Non meniamo il can per l’aia. In fondo il

giornale per cui lavoriamo ci dà dei bei bigliettoni. E noi siamo grandi

e vaccinati abbastanza per porci qualche dubbio, invece di mettere in

pagina «bigiotteria» o farci attirare da apparenze pericolose». E quindi

parliamo di Faletti. (…)Tanto per dire: due detective, a pagina 136, hanno

un dialogo serrato e anche abbastanza ben scritto, sino a che uno dei due

dice all’altro: «Non girare attorno al cespuglio, Peter. Che succede?». Ma

attorno al cespuglio ci gira il lettore italiano per il quale «don’t beat about

the bush» non significa niente (è l’equivalente di «non menare il can per

l’aia»). E dal passo in questione l’attacco alla comprensione e alla lingua

diventa sempre più serrato, sino a culminare con «Te ne devo non una, ma

mille» che deriva dall’americanissimo «I owe you one» e che in italiano si

renderebbe con «Ti devo un favore grosso come una casa».

E, senza infierire, si potrebbe anche chiedersi cosa Faletti sperava che

i lettori capissero dalla frase (pagg. 363): «Pensavo che una ventina di

grandi vi avrebbero fatto comodo». I grandi della terra? Sì, grazie, avere

degli adulti attorno a noi bambini piace? No, più banalmente, per i neri

d’America i «grand» sono dei bei bigliettoni da mille dollari. Ecco come

mai qualche traduttore, come l’interprete Eleonora Andretta, che è stata tra

le prime a segnalare alcune di queste stranezze, si è posto una domanda:

«Ma Faletti pensa in americano?».2

Roba non molto edificante, per l’incredibile più grande scrittore. Che

infatti la prende male e reagisce anche peggio. Rispondendo alle eccezioni

che gli provengono non soltanto da Sacchi, egli scrive una lettera

indirizzata al quotidiano «La Stampa»3 della quale meritano di essere

citati alcuni passi. Il primo è quello in cui viene minimizzata la portata

delle eccezioni:

Con un briciolo di orgoglio premetto che, se a un romanzo giallo con

una trama, dei personaggi, un necessario coinvolgimento del lettore, l’unico

appunto che può essere mosso è l’uso di cinque frasi, giudico il risultato

estremamente positivo.

Due osservazioni sull’autodifesa dell’Incredibile. La prima: sostenendo

che in quel mattone le magagne siano contenute in «soltanto

cinque frasi», Faletti è ottimista. Parecchio. Come vedremo, altro che

cinque! Ciascuno dei suoi libri ne contiene almeno una ventina, a essere

generosi. La seconda: affermando la propria soddisfazione per il fatto

che «soltanto cinque frasi» (mica poche, oltretutto) del suo libro risultino

discutibili, l’incredibile più grande scrittore dà quasi l’impressione di

tirare un sospiro di sollievo. Come se ben di peggio s’aspettasse. «Che

culo, soltanto cinque strafalcioni!». Non una gran linea di difesa, francamente.

Né il tenore della replica migliora, andando avanti. Prima di

fornire improbabili spiegazioni su quegli americanismi, l’Incredible si

dedica al dileggio di due esperte che hanno osato criticarlo:

Le persone che mi accusano sono due signore che hanno un blasone di

tutto rispetto. Si tratta di Franca Cavagnoli, traduttrice di ben tre premi

Nobel, laureata in Questo e Quello e insegnante di Quell’altro e Altro ancora

e Eleonora Andretta che può vantare lo stesso tipo di retroterra culturale con

il ruolo di esaminatrice per l’ammissione a Cambridge come ciliegina sulla

torta. Devo dire che ho inizialmente osservato con un certo divertimento il

nascere di questa polemica balneare e non ho ritenuto opportuno disturbare

queste due signore mentre si godevano i loro cinque minuti di popolarità.

In un passaggio successivo Faletti scade addirittura nel pessimo gusto,

sfoggiando una predisposizione per l’insulto machista certo alimentata

dal Vito Catozzo che è in lui:

Confesso di non riuscire a trattenere un sorriso e di sentirmi anche

un poco stupido nell’aver avuto la necessità di rispondere a qualcosa che,

onestamente, ha un leggero tocco di ridicolo. Quello che mi ha spinto a

farlo, come ho detto all’inizio, è che da questa risibile querelle estiva e premestruale

si sia arrivati come sempre a ipotizzare un fantomatico scrittore

fantasma che è il vero autore dei libri che pubblico a mio nome.

E dopo aver sistemato «le due signore»4 tirando in ballo le umoralità

da ciclo mestruale incombente e la brama di vivere «cinque minuti

di popolarità», l’Incredibile dedica la chiusura a Matteo Sacchi, senza

nominarlo come si fa quando si vuol mostrare il massimo disprezzo

verso qualcuno:

Il cronista del quotidiano che ha sollevato il vespaio conclude il suo pezzo

con un inquietante interrogativo, con un afflato molto più cabarettistico

che letterario. Prendendo a prestito una canzone di Carosone, dopo avermi

rivolto l’appunto «tu vuo’ fa l’americano» mi chiede «sient’a me chi t’o fa fà»?

Mi sia concesso terra terra di rispondere con un’altra domanda: 12 milioni di

copie vendute solo in Italia possono essere considerate un motivo esauriente?

E credo che questo sia in definitiva il mio vero crimine. In questo paese dove

il successo è considerato una colpa è estremamente facile trovarsi di fronte a

dei censori animati da uno spirito che gli inglesi indicano con la parola envy

che, come possono testimoniare le mie amiche traduttrici, ha un significato

inequivocabile. Si traduce in italiano con una semplice parola: invidia.

Tutto molto scontato. L’appellarsi alle copie vendute, e l’accusa

d’invidia rivolta a chi critica. Riguardo a quest’ultima, l’ho sempre trovata

molto triste e squallida, degna di commiserazione per chi la avanza.

Accusare qualcun altro d’essere invidioso di noi è il riflesso di un

superiority complex, che poi è sempre un inferiority complex sublimato.

Ma non è questa la sede per ragionare di ciò. Anche perché si tratta

d’un problema di Faletti, non mio né dei lettori. Sicché, meglio tornare

ai frammenti falettiani che al lettore italiano suonano per lo meno

bizzarri. Sul tema Sacchi ha scritto altri due articoli, trovando nuove

espressioni sospette5 in ISD. Anch’io ne ho scovate un po’, seminate

in giro per gli altri libri falettiani. E per cercare di capire se per caso

non fossero provenienti dall’inglese o dall’americano ho chiesto consulenza

a Annalisa Sandrelli, ricercatrice dell’Università LUSPIO (Libera

Università degli Studi Per l’Innovazione e le Organizzazioni) di Roma,

nonché interprete professionista sovente impegnata nelle conferenze

stampa organizzate dall’Uefa a margine delle manifestazioni calcistiche.

Il primo frammento a lei sottoposto è proprio quello riguardante

l’importo della ferita. Ecco l’interpretazione:

In inglese import significa importanza o rilevanza. Si trova ad esempio

nella frase fatta «the import of what I’m saying» (l’importanza di ciò

che sto dicendo, per dire anche le implicazioni, le conseguenze di ciò che

sto dicendo). La locuzione «the import of his/her incurie» può significare

la severità e le conseguenze delle ferite subite da una persona. Non molto

usato, registro formale, di solito ambito giuridico o cronaca giudiziaria.

Di sicuro, una cosa improponibile in lingua italiana. Andiamo

avanti. Sempre in NVTO, a pagina 189, si trova il seguente passaggio:

Jordan era a qualche passo di distanza e non sentì altro che una scarica

e poche parole gracchiate attraverso il microfono poco attendibile dell’apparecchio.

Ma come farà un microfono a essere «poco attendibile»? Gli è forse

richiesta «credibilità»? Deve forse offrire una testimonianza da passare

al vaglio? Ancora una volta Annalisa, paziente, cerca una spiegazione:

L’unica cosa che mi viene in mente è che di un microfono si può dire

che è reliable (letteralmente attendibile o affidabile se riferito a una fonte,

a una persona, ecc.) per dire che è sensibile, rileva e amplifica molto bene i

suoni. Quindi qui potrebbe dire che è un microfono poco sensibile.

Ancora un passaggio di NVTO. A pagina 244 si legge:

La voce organizzata di Mary Ann Levallier le sorprese a mezza strada.

«Voce organizzata»? Mai sentito in italiano. E in anglo-americano?

Qui Annalisa deve proprio mettercela tutta per dare un’interpretazione:

Questa è difficile. Ho cercato l’equivalente di voce impostata, e si dice

Pitched voice o Trained voice, che si usa per indicare qualcuno che ha

seguito un corso sull’uso della voce o per essere intonato (la prima versione è

relativa ai cantanti) o per recitare o parlare in pubblico (trained vuol dire

letteralmente addestrata o allenata).

I misteri della lingua falettiana s’infittiscono se si mette da parte

NVTO e ci si dedica al suo primo romanzo, IU. Qui a un certo punto,

in uno dei capitoli nei quali il Faletti allungatore di brodi dà il meglio di

sé, si parla di Hudson McCormack. Costui è un personaggio che piace

alle donne, che però vengono da lui ricambiate con minor trasporto. E

a quel punto (pagina 511) Faletti sente l’urgenza di dissolvere gli eventuali

dubbi sui gusti sessuali di McCormack:

Oddio, non che non gli piacessero le donne. Era un fior di regolare, e

una bella ragazza rappresentava sempre un bel modo di passare il tempo

(…)

«Un fior di regolare». In quale lingua transgenica avete mai sentito

pronunciare una formula come questa? Di sicuro non in quella italiana.

Su questo frammento Annalisa non ha dubbi:

In inglese americano a regular guy vuol dire uno normale, a posto,

come tutti gli altri, con gli appetiti e le doti che hanno più o meno tutti,

in contrapposizione con i nerd che sono gli sfigati fissati col computer e lo

studio. Però non è positivissimo, perché i più fichi invece sono i popular.

Quindi secondo me mettere quella specificazione accrescitiva (un fior di)

non c’entra un piffero.

Naturalmente il ragionamento della nostra interprete fa riferimento

ai calchi linguistici angloamericani. Perché se ci si riferisse alle formule

della lingua italiana, allora l’incoerenza andrebbe riferita non soltanto

al passaggio «un fior di». Il mistero più grande si manifesta alla lettura

del passaggio di IU (pagina 438) in cui si descrive l’accalcarsi di un

gruppo di giornalisti presso il cimitero di Eze Village, dove vengono

celebrati i funerali del commissario della polizia di Montecarlo, Nicolas

Hulot. A quel punto Faletti piazza una formula mai scritta o detta al

mondo:

L’avidità livellatrice dei pochi giornalisti presenti era stata trattenuta

all’esterno (…)

Con «l’avidità livellatrice» siamo ormai oltre. Nel pieno dominio

dell’italiano postmoderno, quello in cui la coppia «sostantivo-aggettivo

» non deve avere alcun senso, e può ben essere formata col metodo

dell’estrazione a sorte. E a questo punto Annalisa deve mettercela tutta

per dare una spiegazione:

Qui è ancora più strano. Allora, ai giornalisti viene spesso riferito questo

aggettivo, greedy, che significa avido, relativamente al rapporto che la

stampa scandalistica ha con le notizie, soprattutto di gossip e cronaca nera.

I greedy journalists sono gli sciacalli che non esitano a rovinare la gente

mettendo in piazza i cavoli loro. Il vero mistero è quel livellatrice, sul quale

mi scervello da giorni. Non ho la minima idea di che cavolo volesse dire.

L’unica accezione che mi viene in mente in inglese è to level e il suo participio

o gerundio levelling (a volte con la preposizione out aggiunta), che si

usa facendo riferimento a qualcosa (tipicamente la morte) che azzera tutte

le differenze. Ma insieme a avidità… immagino significhi che i giornalisti

erano tutti ugualmente ansiosi di accedere al luogo del delitto (o quello

che è) per poi raccontare in poche parole più o meno uguali una vicenda

magari complessa.

La rassegna delle formule misteriose all’americana avrà una coda

al paragrafo 1.6, e si tratta d’un passaggio talmente clamoroso da meritare

un trattamento a parte. Per il momento mi limito a constatare

che Faletti usa spesso frasi la cui costruzione ha poco d’italiano, e il cui

significato può essere sfuggente. E tuttavia, non tutte queste frasi corrispondono

a dei calchi linguistici anglo-americani, come gli articoli di

Sacchi e le eccezioni sollevate da Franca Cavagnoli e Eleonora Andretta

farebbero pensare. Il che significa una sola cosa: il vero problema linguistico

di Faletti riguarda non tanto l’angloamericano, quanto l’italiano.

Un problema serio. Non legato soltanto a frasi il cui senso sfugge,

ché quello sarebbe il meno. C’è ben altro, ahilui.

Nelle pagine dei romanzi falettiani potete trovare agghiaccianti errori

di grammatica, in qualche caso reiterati con un’assiduità degna di

miglior causa. Qualcosa che non ci si aspetterebbe mai dall’incredibile

più grande scrittore italiano. Il caso più clamoroso si ha col sostantivo

pneumatico, e col suo plurale pneumatici. A ogni ragazzino delle

elementari viene insegnato che l’articolo determinativo singolare appropriato

per pneumatico è lo, e che per il plurale pneumatici è gli6. E

così è per tutte le preposizioni articolate che vanno a concordarsi col

sostantivo: dello/degli, allo/agli, sullo/sugli pneumatico/i. A nessuno,

scrivendo un libro, verrebbe mai in mente di scrivere il pneumatico

o dei pneumatici, allo stesso modo in cui mai scriverebbe il psicologo

o dei psicologi. Proprio nessuno? Beh, non esattamente. Leggendo

NVTO, il primo dei libri falettiani con cui mi sono confrontato, notai

a pagina 122 questo passaggio:

Lo stridio dei pneumatici del Voyager (…).

E leggendolo starete già pensando: «Sì, vabbe’, sarà grave: ma una

volta può anche scappare». Una volta? Direi proprio di no. Sempre in

NVTO, a pagina 301, potete leggere quanto segue:

La Ford Corona bianca e blu della polizia scese lentamente la rampa

di Williamsburg Bridge e piegò a destra, lasciandosi alle spalle un piazzale

pieno di autobus addormentati sui pneumatici.

Notare, fra l’altro, come lo sforzo di dare un tocco poetico (i bus addormentati)

sia mortificato da uno sfondone di grammatica (sui pneumatici).

Ancora una volta mi pare di udire l’obiezione: «Ok, è vero,

due volte in un libro è molto grave. Ma non facciamone un dramma

e chiudiamola qui». Per carità, sarei dispostissimo a chiuderla qui anch’io.

Il problema è che è Faletti a non chiuderla. Andando alle pagine

346-7 dello stesso volume si trova quanto segue:

Poi il rombo di un motore in violenta accelerazione e lo stridere dei

pneumatici sull’asfalto (…)

E adesso, registrato il tris, come la mettiamo? Avverto l’imbarazzo

degli oltranzisti falettiani, che a questo punto con flebile voce mobiliterebbero

la sola argomentazione residua: «Va bene, è indiscutibile che tre

coincidenze facciano un indizio. E che si tratti di errori gravissimi. Ma

in fondo è avvenuto tutto quanto in un solo libro, è soltanto un caso

sfortunato». Ancora una volta: nossignori. Il caso non riguarda soltanto

NVTO. A pagina 155 del primo romanzo falettiano, IU, potete leggere:

(…) sentendo a tratti i pneumatici cigolare (…)

Penso che a questo punto le obiezioni degli oltranzisti falettiani si

esauriscano. Ma purtroppo per Faletti non si esaurisce qui il Dossier

Pneumatici. L’autore è seriamente convinto che l’articolo determinativo

plurale appropriato sia i, e così tutte le preposizioni collegate. Leggendo

il terzo romanzo, FED, eccone un altro saggio alle pagine 153-4:

Non appena l’aveva visto, Silent Joe l’aveva subito dichiarato di suo

gradimento con una vivace innaffiata dei pneumatici posteriori.

In quel romanzo, i bisogni fisiologici del cane Silent Joe sono una

fissa dell’autore, e dunque ecco arrivare il bis a proposito di pneumatici

(pagina 177):

Annusò un poco in giro e decise di fare il suo pit stop sui pneumatici

di una Honda.

Non possono esservi più dubbi sul fatto che per l’incredibile più

grande scrittore italiano l’articolo determinativo correlato a pneumatici

sia i. Eppure nel quarto libro, ISD, accade il miracolo. A pagina 59

potete trovare il seguente passaggio:

Mentre si avvicinava all’edificio sentendo il pietrisco sotto gli pneumatici

rollare (…)

Catturato dallo stupore, mi ritrovai a annotare nel bordo alto della

pagina: «Non ci posso credere: l’ha scritto giusto!». E per un po’ mi

convinsi che l’incredibile più grande scrittore italiano avesse imparato

(meglio tardi che mai) il corretto articolo determinativo di pneumatici,

o che quantomeno qualcuno l’avesse avvertito degli sfondoni fin lì

compiuti. Dunque immaginai che da lì in poi, appresa la lezione alla

bella età di anni 59 (nel 2009), egli non ripetesse più l’errore. Ma si

trattò di breve illusione. Perché arrancando nella lettura fino a pagina

485 dello stesso libro scoprii che tutto tornava normale:

Mise il lampeggiante sul tetto e si staccò dal marciapiede, facendo lamentare

i pneumatici sull’asfalto.

Sicché, riguardo al corretto uso del determinativo nel frammento

di pagina 59, se ne può dare una sola spiegazione: che Faletti l’abbia

scritto giusto per errore. E immagino che, rileggendolo e accorgendosi

di aver scritto gli pneumatici, si sia dato una gran manata sulla fronte

esclamando: «Porca puttana, che errore ho fatto!».

Ma a questo punto gli oltranzisti falettiani potrebbero riprendere

fiato e tornare alla carica con le obiezioni. Potrebbero appellarsi al

fatto che un cumulo d’errori su un solo sostantivo, per quanto gravi

quegli errori siano, non può inficiare il giudizio sull’opera intera di un

autore. Chiunque egli sia. E in fondo si tratterebbe della stessa linea di

giustificazione adottata da Faletti (prima che blaterasse di polemiche

premestruali) contro chi faceva notare gli americanismi contenuti in

ISD: in fondo si trattava «di soltanto cinque frasi in un libro intero».

Anche stavolta mi tocca respingere al mittente l’obiezione. Perché Faletti

non ha problemi soltanto con gli (i) pneumatici. Leggendo con un

minimo d’attenzione ciò che scrive, vi si ritrova dentro l’impensabile.

Di davvero incredibile non è lo scrittore, ma la sua scrittura. La lista è

lunghissima. Per cui, stappate una bibita e mettetevi comodi.

Cose straordinarie è capace di fare l’Incredibile quando si tratta di costruire

la frase. Che come tutti sanno, specie nella forma scritta e in particolar

modo quando si scrive un libro, deve avere un rigore formale inflessibile.

Su questo versante Faletti mostra una passione per l’abbattimento degli

steccati e l’effervescenza grammaticale e sintattica che meriterebbe d’essere

passata al setaccio nei dipartimenti d’Italianistica. Per esempio, leggete un

po’ questo frammento pubblicato a pagina 100 di NVTO:

Finalmente la testa ricciuta di Connor emerse e sbadigliò e si stropicciò

gli occhi esasperando volutamente un movimento che lo fece assomigliare

a un gatto.

Qualcosa non torna, sicché bisogna scomporre il periodo e analizzarlo

pezzo a pezzo. L’inizio dice che la testa emerse: e fin qui, tutto

regolare. È la testa di Connor Slave, e emerge da sotto le coperte. Ma

poi, continuando la lettura del periodo, il meccanismo logico s’inceppa.

Perché si scopre che la testa sbadigliò. E infine che la testa si stropicciò

gli occhi. Fantastico! Chissà se questa è una delle cinque frasi di bonus

che l’Incredibile concede a sé medesimo di sbagliare in ciascun libro.

Di sicuro questa, da sola, vale per dieci. Per di più, riguardo alla testa

e alle sue azioni Faletti mostra una passione. Lo si scopre leggendo un

frammento del romanzo successivo, FED. A pagina 256 potete trovare

di nuovo una testa che riemerge e fa cose fuori schema:

La testa di April riemerse in un movimento di capelli vivi e iniziò a

infilarsi la camicia.

È dunque la testa che s’infila la camicia? Sarebbe bello che l’incredibile

più grande scrittore italiano spiegasse cose come questa, senza

appellarsi a invidie, sindromi premestruali e ansie di vivere i cinque

minuti di celebrità. Così come non sarebbe male che spiegasse la sfilza

di periodi costruiti in stile io speriamo che me la cavo. A pagina 393 di

NVTO viene fatta pronunciare a Maureen Martini una frase tipica del

Faletti solenne:

«Qualcuno ha posto gli esseri umani davanti al dubbio fra essere e non

essere, qualcun altro davanti alla scelta fra essere e avere. Io, in questo momento,

l’unica cosa che desidero è soltanto capire».

Dentro quell’io l’unica cosa che desidero è soltanto capire c’è un mondo

intero, una lingua selvaggia che chiede di scorrazzare brada. Idem si

dica per il frammento collocato alle pagine 32-33 di AVD:

L’autoironia credo che sia un altro degli schermi che pone fra sé e un

mondo per lui invisibile.

In qualche caso la costruzione del periodo prende una forma sbrigativa,

finendo per dar luogo a dei non sequitur, cioè a delle frasi il cui

inizio non si concorda con la conclusione. Eccone un esempio, tratto

da IU a pagina 492:

Anche se la sua vittima avesse chiesto aiuto, cosa di cui dubitava, di

solito nessuno si immischia in certe faccende.

Questo è italiano parlato. Una frase che se pronunciata al bar potrebbe 

anche essere lasciata passare, ma che in un libro costituisce errore

grave. La forma corretta sarebbe più o meno così: «Anche se la sua

vittima avesse chiesto aiuto, cosa di cui dubitava, le cose non sarebbero

cambiate. Di solito nessuno si immischia in certe faccende». Notevole

anche il seguente stralcio (NVTO, p.337), nel quale si parla di un telefono

cellulare che squilla provvidenziale in un momento d’imbarazzo,

permettendo d’interrompere la conversazione:

Sincronizzato dal caso per risolvere quello spigoloso istante di imbarazzo,

Jordan sentì il telefono portatile vibrare nella tasca dei pantaloni.

Per quello che è l’ordine dato alla frase da Faletti, a essere sincronizzato

è Jordan, non certo il telefono. Ancora, a pagina 444 dello stesso

libro:

Se da una parte quella notizia aveva fugato ogni possibile incertezza

residua da parte di Jordan, era rimasto gelato quando aveva sentito che

Maureen aveva intenzione di andare da sola a casa sua.

Poiché manca un «egli» dopo «Jordan» e la virgola, il periodo crolla

come un tavolo al quale venga segata una gamba. Una cosa analoga

succede a pagina 385 di FED. Si racconta di come Jim McKenzie e

April Thompson s’inoltrino nel bosco. A quel punto Faletti scrive:

Il sentiero si faceva più agevole a mano a mano che si avvicinavano.

Poco prima di affacciarsi nella radura in cui erano parcheggiate le macchine,

sul tronco di un pioppo qualcuno aveva inciso un cuore e all’interno

la scritta «Cliff ama Jane». April le passò di fianco con il pensiero amaro

che quella scritta sarebbe sopravvissuta alle persone che l’avevano tracciata.

E anche al loro amore.

Anche qui la costruzione non regge. Coloro che «si avvicinavano»

sono Jim e April. E ancora a loro si fa riferimento quando si dice «prima

di affacciarsi nella radura». Ma dopo la virgola il periodo diventa

un Frankenstein, perché dal punto di vista formale il soggetto è quel

«qualcuno» che «aveva inciso un cuore». Dunque il senso della frase

costruita da Faletti dice che qualcuno, prima di affacciarsi nella radura,

aveva tracciato quel cuore con relativa scritta. La costruzione corretta

della frase avrebbe dovuto essere: «Poco prima di affacciarsi nella radura

in cui erano parcheggiate le macchine, notarono che sul tronco di un

pioppo qualcuno aveva inciso un cuore e all’interno la scritta «Cliff ama

Jane». (…)».

Ma l’apice viene toccato a pagina 134 di PIN, nel racconto L’ultimo

venerdì della signora Kliemann:

Carlo Anselmi si trovò a riflettere a come, a tutti i livelli, la vita sull’isola

aveva dei risvolti comuni. Una grande maggioranza di quelli della

loro età erano proprietari di un’attività che avevano trasmesso ai figlioli:

Maurizio la farmacia, Piero Parodi il ristorante…

Chi non l’aveva fatto era per un motivo molto semplice. O non aveva

figli o non aveva una vera attività da trasmettere.

Un guazzabuglio mai visto. Cominciamo dalla costruzione della

frase che ha al centro il verbo riflettere. Esso richiede la preposizione

su, non a. Si riflette su una cosa, non si riflette a una cosa; e questo è

un errore da tre tratti di matita blu. Si prosegue con quel passaggio

in cui si dice che «una grande maggioranza (…) erano proprietari (…)».

Se proprio voleva evitare l’effetto sgradevole che viene dal dire «una

grande maggioranza (…) era proprietaria» (formula corretta dal punto

di vista grammaticale, ma poco pratica se la si proietta nella dimensione

della lingua quotidiana) avrebbe dovuto costruire la frase con la

formula: «Una grande maggioranza di quelli della loro età era formata

da proprietari di un’attività (…)». In questo modo la costruzione della

frase avrebbe retto. Il meglio arriva in coda. Prima c’è un periodo in

stile io speriamo che me la cavo («Chi non l’aveva fatto era per un motivo

molto semplice»). E a seguire si scopre che in realtà di motivi ce ne sono

due, non uno («O non aveva un figlio, o non aveva una vera attività da

trasmettere»).

Per di più, l’Incredibile mostra una predilezione per l’uso della preposizione

«a» in luogo di quelle che sarebbero corrette all’interno della

frase. Poco sopra ci siamo imbattuti in un «riflettere a». In AVD, pagina

364, ecco il bis:

Nessuno riesce a esimersi, in determinate situazioni, a fare a gara a chi

ce l’ha più grosso.

Il verbo esimersi richiede la preposizione «da» e le sue articolate,

non «a» («Nessuno riesce a esimersi, in determinate situazioni, dal fare a

gara a chi ce l’ha più grosso»). E coi congiuntivi, come se la cava l’Incredibile?

Direi che si mantiene in linea col resto della sue performance

linguistiche. Ecco un frammento a pagina 218 di NVTO:

Forse, se Gerald avesse avuto qualcuno che gli diceva una frase del genere

in quel modo, non sarebbe mai diventato Jerry Kho.

Gli riusciva troppo arduo scrivere «se Gerald avesse avuto qualcuno

che gli dicesse (…)».

 

Lui però non demorde, e si esercita pure col tedesco. La performance 

si registra a pagina 133 di PIN, nel racconto L’ultimo venerdì della signora

Kliemann. Succede che la bella signora tedesca dia appuntamento

a Carlo Anselmi per l’indomani, augurandosi che faccia bel tempo. E

lui risponde:

«Dovrebbe esserlo. A domani. Auf Wiedersehen».

La salutò con una delle poche parole che sapeva in tedesco (…).

Ma Auf Wiedersehen non è una parola; è un’espressione, composta

da due parole.

Non meno brillanti le prove sulla consecutio temporum. All’interno

di una sequenza di IU (pagine 45-46) essa viene sfregiata due volte.

Siamo sulla scena del primo delitto, che avviene al largo della baia di

Montecarlo. L’assassino sceglie di ammazzare una coppia che passa le

vacanze su uno yacht. L’azione viene descritta usando l’indicativo presente.

Si narra di come l’assassino scorga la lei della coppia che decide

di fare un bagno in piena notte, ciò che gli facilita l’esecuzione del

piano. Ecco la descrizione:

Emerge a poppa dell’imbarcazione e si appende alla scaletta che è rimasta

abbassata.

Bene.

Questo gli avrebbe evitato evoluzioni per salire a bordo.

Perché se costruisce il periodo al presente indicativo usa quel condizionale

passato? L’uso di quest’ultima forma temporale sarebbe stata

corretta se la narrazione fosse stata costruita usando una forma verbale

al passato, per esempio il passato remoto: «Emerse a poppa dell’imbarcazione

e si appese alla scaletta che era rimasta abbassata. Bene. Questo

gli avrebbe evitato evoluzioni per salire a bordo» Ma se sceglie di narrare

al presente, allora l’ultimo periodo andrebbe reso al condizionale presente

(«Questo gli eviterebbe (…)») se non addirittura al futuro semplice

(«Questo gli eviterà (…)»). Poco dopo, ecco il bis:

Non può permettersi di essere limitato nei movimenti, anche se la sorpresa

nei confronti di due persone colte nel sonno avrebbe agito a suo

favore e facilitato il suo compito.

Un altro esempio di consecutio temporum presa a sassate si ha in

NVTO, pagina 233:

Il carattere deriva dalla sofferenza, e una persona bella di solito non ha

mai dovuto faticare per conquistare niente, perché trovava sempre un sacco

di altre persone disposte a farsi in quattro pur di regalarglielo.

La frase è giustamente costruita all’indicativo presente, perché

enuncia un principio generale sganciato dal tempo della narrazione.

Nello specifico, il fatto che il carattere derivi dalla sofferenza con tutto

quanto segue è un principio generale, valido per ogni tempo cronologico;

e per questo motivo il suo tempo narrativo deve essere l’indicativo

presente. Perché se, viceversa, si scrivesse che «il carattere derivava dalla

sofferenza (…)» ne sortirebbe un significato ben diverso: passerebbe l’idea

che si sta parlando di una mentalità e di un costume superati dai

tempi, e dunque non più attuali. E dunque, ribadisco, l’Incredibile usa

opportunamente il presente indicativo quando parla del rapporto fra

carattere e sofferenza. Ma allora perché quel «trovava» anziché «trova»?

Proprio non gli riesce di fare le cose per bene fino in fondo. A pagina

185 di PIN viene commesso lo stesso errore:

Forse era umano avere timore quando si sente che si sta per morire (…)

Il principio detta che è (sempre!) umano avere timore quando si

sente che si sta per morire, e non lo era certo soltanto nel momento di

cui viene data descrizione in quel frammento. Un passaggio strepitoso

si ha a pagina 219 di FED. Lì viene descritta Charyl, una prostituita

della quale s’innamora la prima vittima del misterioso spirito navajo.

Ecco la pennellata decisiva:

I capelli biondi erano legati dietro la nuca da una coda di cavallo.

Qui l’Incredibile avrebbe dovuto scrivere «legati dietro la nuca in

una coda di cavallo». Perché messa nei termini da lui usati significa che

Charyl, per legarsi i capelli dietro la nuca, ha dovuto tagliare la coda a

un cavallo e usarla come fosse un elastico.

Cinque frasi controverse per ogni libro, si diceva. Ribadisco: magari!

Perché se mi mettessi a dar conto di tutti i refusi (concordanze sbagliate

di plurali o singolari, di maschili o femminili, et similia), rischierei di

dedicare a Faletti tutto lo spazio di questo libro. È dunque per ragioni di

economia che faccio una selezione. Inoltre, uso una certa indulgenza perché

so che nessuno è immune dal refuso. Ne ho trovati anche nei miei libri,

ricavandone l’ennesima dimostrazione d’un principio di cui mi sono

fatto convinto: che ciascuno di noi è il peggior correttore di se stesso. Ma

nel caso di Faletti il problema è la quantità. Industriale. Ve ne riporto

una selezione, tenendo gli altri di scorta per chiunque volesse visionarli:

– (…) un linguaggio a parte, in cui il candore degli errori e l’assoluta innocenza

con cui venivano pronunciati diventava a volte fonte di battute

fulminanti. (IU, pag, 17) [il candore degli errori e l’assoluta innocenza

diventavano]- Roncaille e Durand sono scesi ufficialmente sul sentiero di guerra.

Deve aver avuto alle spalle pressioni spaventose (…) (IU, pag. 207) [Roncaille

e Durand devono avere avuto]

– Il porco aveva il naso e un labbro spaccato (IU, pag. 264) [spaccati]

– Ci sarebbe voluta molta luce e molto sole (IU, pag. 273) [ci sarebbero

voluti molta luce e molto sole]

– Un accenno di ansia sembra dipinta (…) (IU, pag. 578) [un accenno

dipinto]

– (…) alcune gocce di sangue raggrumato erano usciti (…) (IU, pag.

595) [gocce di sangue uscite]

– Fuori c’era l’inverno e il freddo e le acque a senso unico dell’Hudson

(…) (NVTO, pag. 82) [fuori c’erano]

– Jordan sentì le mani sudate, come se l’umido della pioggia che cadeva

cieca sui vetri fosse riuscita a entrare nella stanza (NVTO, pag. 171) [l’umido

della pioggia fosse riuscito]

– (…) il concetto di casa e di amore era feroce e acuminato come il coltello

Bowie che aveva appeso alla cintura (FED, pag. 15) [i concetti di casa e di

amore erano feroci e acuminati; e lasciamo pure da parte ogni giudizio

sull’associazione dei due aggettivi ai concetti di casa e amore]

– C’era la camera da letto, la stanza guardaroba e lo studio dove il

signor Kliemann passava con il computer acceso tutto il tempo che non trascorreva

seduto in giardino (PIN, pag. 171) [c’erano la camera da letto,

la stanza e lo studio]

– [Egli] Si vide da fuori come in una ripresa cinematografica, la sua sagoma

seguita da una carrellata mentre sfilava sullo sfondo di quei disegni,

sovrapposto come in una vecchia tecnica di animazione nel quale in realtà

era il fondale che si muoveva mentre la figura in primo piano restava ferma

(PIN, pagg. 201-2) [una vecchia tecnica di animazione nella quale]

– C’era nello sguardo smarrito della donna seduta di fianco a lui, una

richiesta e una promessa d’aiuto (PIN, pag. 236) [c’erano una richiesta

e una promessa]

– Ogni persona con un minimo di autorità e di coinvolgimento in quella

storia, lei compresa, sarebbe stato investito da quella bufera (…) (ISD,

pag. 374) [ogni persona sarebbe stata investita]

– Ma ha un potere di comunicazione e di motivazione enormi, che sono

poi le qualità che gli hanno permesso di arrivare dove è arrivato (TADT,

pag. 92) [Ma ha un potere di comunicazione e di motivazione enorme,

che è poi la qualità che gli ha permesso di arrivare dove è arrivato].

Un altro punto dolente della prosa falettiana è dato dalle improprietà.

Ovvero, dall’uso di parole inadatte al contesto della frase e del

discorso. Anche su questo versante il nostro eroe è capace di piazzare

numeri memorabili. Comincia subito, sin dall’inizio del primo libro. A

pagina 13 di IU si legge questo passaggio:

Jean-Loup pensò che le priorità della vita, tutto sommato, sono abbastanza

semplici e ripetitive, e in pochi posti al mondo come quello era

possibile quantificarle. La caccia al denaro al primo posto.

In realtà Jean-Loup sta classificando, non quantificando le priorità.

Ma il suo creatore non lo sa, e del resto abbiamo già visto che quando si

tratti di stabilire l’ammontare di qualcosa o il suo importo egli va completamente

fuori schema. Per di più l’incredibile inciampa di nuovo sul motivo

della quantificazione a pagina 312 del romanzo successivo, NVTO:

Il detective non si diede pena di presentare le persone che erano con lui.

In parte perché non era necessario, ma soprattutto perché non sapeva bene

in che modo quantificare la loro presenza sul luogo del delitto.

Cosa c’entri in tale caso la quantificazione rimane un mistero. Probabile

che si trattasse di giustificazione, o più credibilmente di qualificazione

(«non seppe in che modo giustificare»; «non seppe in che

modo qualificare»). O che per l’ennesima volta abbia fatto capolino

l’americano presente in Faletti, colto da sindrome premestruale e dalla

voglia di godersi altri cinque minuti di celebrità. Tutte supposizioni,

ovviamente. A contare davvero è il fatto che a pagina 472 di ISD l’Incredibile

conceda il tris:

Aveva capito che qualcosa di poco bello era successo, qualcosa che poteva

quantificare ma alla quale non sapeva reagire.

Chiuso il dossier relativo alle quantificazioni, passiamo a altro. A

pagina 98 di FED ne salta fuori una nuova. Una troupe televisiva arriva

sul luogo per una ripresa e i suoi componenti scendono dal furgone

della regia mobile per occupare la postazione. Ecco il modo in cui l’Incredibile

descrive la scena:

Gli occupanti erano scesi e avevano scaricato tutte le loro mercanzie e

montato rapidamente le luci.

Mercanzie? Ma perché, dovevano forse vendere le cose scaricate dal

furgone? E per quale importo, allora? O piuttosto Faletti intendeva dire

che gli occupanti scaricarono le loro attrezzature? L’italiano di Faletti continua

a fare miracoli. Andiamo avanti. A pagina 275 di IU si parla di una

 

trasmissione radiofonica che non sta andando secondo le intenzioni.

Tuttavia, la puntata non aveva nervo quella sera (…).

Evidentemente per Faletti il nervo e il nerbo sono la stessa cosa. Il

colpo da maestro viene piazzato a pagina 101 di TADT:

I portieri si allenano con i reciproci allenatori negli esercizi studiati

apposta per il ruolo.

Qui la spiegazione dell’errore è un po’ più complessa. Ma cionondimeno

quello che viene definito l’incredibile più grande scrittore italiano,

l’uomo che vendendo 12 milioni di copie è responsabile anche di un

modo in cui la lingua italiana e il suo corretto uso vengono divulgati,

dovrebbe comprendere la sfumatura e applicarla diligentemente nelle

cose che scrive come qualsiasi mediocre studente di istituto tecnico. La

formula i reciproci allenatori è un non senso, non significa nulla. Reciproche

sono le azioni e gli atteggiamenti, ciò che due o più individui

si scambiano: io do/faccio/dico una cosa a te, tu dai/fai/dici una cosa a

me, e dunque ci comportiamo reciprocamente. Ma se si parla di connotazioni

e/o attribuzioni dei soggetti, esse sono rispettive. Quando si dice

che due persone sono ciascuna dentro la propria auto, si dice che esse

si trovano nei rispettivi automezzi. Dire invece che sono nelle reciproche

auto non ha senso, è un errore logico colossale. Così come dire che «i

portieri si allenano coi reciproci allenatori».

Altri esempi di improprietà sono quelli che portano Faletti a attribuire

caratteristiche e modi di dire italiani a personaggi stranieri. Per

esempio a pagina 118 di ISD, dove si parla di uno spacciatore newyorchese

che per prudenza comunica soltanto attraverso i posti telefonici

pubblici a gettoni. Motivo: il rifiuto di usare i telefoni cellulari, a causa

dell’alto rischio d’essere intercettati. Il ragionamento viene spiegato

così dall’autore:

Un sacco di gente non aveva capito che non a caso il cellulare si chiamava

in quel modo. Era nello stesso tempo un telefono e il veicolo che ti

portava in galera.

Che un personaggio americano pensi una cosa del genere è semplicemente

impossibile. Vero è che in angloamericano il telefono cellulare

si chiama anche cellular phone. Ma non altrettanto si può dire dell’automezzo

blindato nel quale si viene caricati per essere condotti agli arresti;

che ha diversi nomi (prison van, o police van, o patrol vagon) tranne

cellular e simili. Dunque, di cosa sta parlando l’Incredibile? Ancora, a

pagina 32 di PIN, nel racconto Una gomma e una matita, il protagonista

in vacanza a Mikonos incontra una donna del posto. Lei si presenta:

«Io sono Yoanna, Yoanna Xidakis. So che a lei il mio cognome suona

come un codice fiscale, però in Grecia c’è di peggio…»..

Per la cronaca, in Grecia i codici fiscali sono costituiti da stringhe

numeriche. Nulla a che vedere con quelli italiani, che iniziano con

sequenze di consonanti. Un cittadino greco non capirebbe proprio il

senso di questa battuta, figurarsi pronunciarla. A pagina 74 di NVTO,

Jordan Marsalis incontra il detective della polizia di New York, Burroni.

Ecco la descrizione:

Quando lo individuò, si diresse verso il tavolo con quella strana camminata

con il baricentro un po’ basso, da giocatore di soccer. Aveva in

mano un quotidiano sportivo (…).

Per chi non lo sapesse, Faletti compreso, negli Usa non esistono

quotidiani sportivi. Soltanto uno, nella storia, fece una breve apparizione.

Si chiamava The National 7, e andò in edicola fra gennaio 1990

e giugno 1991. La vicenda di NVTO è ambientata in un anno imprecisato,

ma certamente dopo l’Undici Settembre del 2001, visti i

riferimenti fatti qua e là al crollo delle Torri Gemelle. Altro problema

col quale Faletti non riesce a raccapezzarsi: quello delle monete nazionali.

A pagina 231 di NVTO Jordan Marsalis racconta la propria storia

familiare a Lysa Guerrero. Ecco uno stralcio particolarmente sapido di

ciò che le riferisce:

«Oh, è una storia molto semplice. Mio padre era un bel ragazzo senza

una lira e giocava bene a tennis. (…) Mio padre uscì da quella casa come

c’era entrato. Senza una lira in tasca e con difficoltà sempre maggiori di

vedere suo figlio. (…)».

Qualcuno è in grado di spiegare perché mai un personaggio americano

dovrebbe usare la formula «senza una lira»? Non è dato sapere,

e comunque Faletti persevera su questo motivo. A pagina 159 di FED

si legge infatti:

«Lui non sopporta il fatto che Alan abbia deciso di sposarti. Glielo ha

detto proprio stamattina. Hanno litigato. Wells dice che se lo fa, da lui non

avrà più una lira».

Nelle edizioni più recenti di NVTO i volenterosi editor di Dalai

hanno messo una pietosa pezza su questi sfondoni, convertendo le lire

in dollari. E l’operazione di rimaneggiamento fa tenerezza, vista la mole

di strafalcioni contenuta in quei libri. L’effetto è quello che si avrebbe

 

riappiccicando una piastrella al muro di una casa bombardata. Notevole 

anche la forma in cui alcuni modi di dire vengono storpiati nelle

pagine falettiane. Per esempio, a pagina 170 di FED si legge:

Quando se l’era trovata di fronte, a casa di Caleb, aveva sentito una

vampata percorrerla da cima a piedi (…).

Qui l’Incredibile è rimasto indeciso fra i due modi di dire «da cima

a fondo» e «da capo a piedi», finendo col farne un bizzarro mix. Ma

questo è nulla rispetto al frammento che si trova a pagina 255 di IU:

Aveva chiesto un nuovo anticipo a Bikjalo, che aveva rognato un bel

po’ e finalmente si era deciso a scucire i cordoni della borsa firmando a

malincuore un assegno.

Confusione assoluta per il povero Faletti: indeciso fra allargare i

cordoni della borsa e scucire del denaro, egli non ha trovato di meglio

che presentare un improponibile mix: scucire i cordoni della borsa. Cioè,

letteralmente, Bikjalo prese la borsa e in un impeto di rabbia ne strappò

via i cordoni. E c’è dell’altro. A pagina 38 di AVD si legge un «Per forza

di causa maggiore», anziché «Per causa di forza maggiore». Certi passaggi

sono da antologia. In NVTO, a pagina 424, si legge:

Dopo essere entrato, l’uomo non accese subito gli interruttori.

Delle due l’una: o si accende la luce, o si pigia l’interruttore. Pensare

che si possa accendere l’interruttore è come parlare degli allenatori reciproci.

Ancora, a pagina 492 potete trovare il seguente frammento:

Maureen si ritrovò con gli occhi rigati di lacrime (…).

Anche in questa circostanza, delle due l’una: o Maureen si ritrovò

con le guance rigate di lacrime, o piuttosto si ritrovò con gli occhi gonfi di

lacrime. Parlare di occhi rigati di lacrime è un altro nonsense.

Dunque, questo lungo percorso attorno alla prosa falettiana ci ha

dato la prova provata del sofferto rapporto intrattenuto dall’autore con

la lingua italiana. Un rapporto rispetto al quale i sospetti d’influenza

linguistica anglo-americana sono elemento men che secondario. Ma

sarebbe errato pensare che l’analisi delle peculiarità contenute nei testi

di Giorgio Faletti si chiuda qui. Il viaggio fra quelle pagine non è finito.

Anzi, è appena iniziato.

 

NOTE:

2 M. Sacchi, Mister Giorgio Faletti, tu vuo’ fa’ l’americano, Il Giornale, 3 agosto 2009
3 G. Faletti, «Scusate se prendo fate per topolini», La Stampa, 22 agosto 2009

4 Fra l’altro, va specificato che la professoressa Franca Cavagnoli non è mai entrata nel merito del testo falettiano. Si è limitata a rispondere a delle precise domande poste da un giornalista del Giornale. L’intervista è disponibile al link http://www.ilgiornale.it/news/l-esperta-franca-cavagnoli.html.

5 Si veda Faletti, l’uomo che traduceva se stesso, Il Giornale, 23 agosto 2009, e Faletti l’americano si autoassolve in tv. Gli altri? Meglio tacciano per sempre, Il Giornale, 24 settembre 2009.

6 So già che, a proposito di pneumatici, molti eccepiranno sostenendo che ormai nell’uso comune sia diffusa l’abitudine di utilizzare “i” o “sui” eccetera, anziché “gli” o “sugli” eccetera. Replico che con l’alibi del cosiddetto “uso comune” si rischia di assolvere le peggiori nefandezze linguistiche, a partire dall’utilizzo errato o dall’errato non utilizzo degli apostrofi da associare a “un” o “una”. Un massacro quotidiano e sistematico, che prima o poi qualcuno legittimerà appellandosi all’argomento dell’uso comune.

7 Si veda http://en.wikipedia.org/wiki/The_National_(sports_newspaper)Immagine