Parole – Mela (Repubblica Firenze, 13 settembre 2015)

 Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è mela. Termine che per antonomasia indica il frutto della tentazione, e che a Firenze denomina una specifica forma del lasciarsi cadere nelle umane debolezze. Quella che è stata immortalata nel titolo d’un mediocre romanzo vincitore del Premio Strega 2014: la tentazione di essere come tutti. Da questa irresistibile spinta verso l’omologazione è attratta la nostra Culla del Rifacimento, che sta riempiendo il proprio centro storico di segni della colonizzazione globale. E in questo gigantesco flusso d’imitazione del format, ecco la mela di Apple che a breve campeggerà in piazza della Repubblica. La piazza che fu simbolo della Firenze Capitale e adesso sarà segno della Provincia Globale. Sit transit Gloria Gaynor, madama la marchesa, ché qui bisogna agganciare il grande flusso del mainstream e guai a rimanerne fuori. E allora si faccia spazio alla nuova Grande Mela e la si lasci visivamente impattare nella quotidianità dei fiorentini. Roba che qualunque internauta da Katmandu o da Maracaibo possa distinguere immediatamente facendosi un tour fiorentino virtuale su Google Street View. E se l’insegna è troppo appariscente rispetto ai parametri del regolamento edilizio, si fa presto a piegare la regola anziché rendere urbanisticamente compatibile il marchio. Ecco bell’e pronta una deroga. Perché non la battezzano Steve Jobs Act?

È troppo forte questa tentazione di essere come tutti, viene persino celebrata dai media locali come una sequela di eventi meritevoli della notizia. Come tale è rappresentata l’apertura in via Cavour di Queen’s Chips, la catena olandese specializzata in patatine “fritte due volte”. Notiziona. E peccato che non siano arrivati prima, ché avrebbero dato modo a quella pisquana di turista loro connazionale di farsi il selfie imboccando la statua di San Giovanni Battista con patatine pescate da un cono formato Jumbo. Il tutto con grave scorno per trippai, e per la loro cucina così trivialmente local. Ma cosa aspettano a inventarsi un marchio d’impatto globale, se davvero vogliono sopravvivere? Una cosa tipo The LampreDoctor, che permetta anche a loro di dare un contributo al grande progetto Firenze Provincia Globale. Progetto che raggiungerà il culmine con la ruota panoramica di Bellariva, un London Eye in sedicesimo che ridisegnerà lo skyline fiorentino. Del resto, che palle ‘sto Duomo, ovvìa! Meglio sforzarsi di somigliare all’imitazione di Firenze che trovereste a Las Vegas.

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“Per sette mesi ho fatto finta di non vedere” (Giancarlo Bordi, 54 anni, Pistoia) [Tratto da “Vite in bilico. Venti storie (più una)”, Firenze Leonardo, 2012]

Cari amici, oggi riporto un capitolo da “Vite in bilico. Venti storie (più una), il mio libro-inchiesta sul lavoro precario in Toscana. Buona lettura

Forse un giorno si parlerà di loro alla stregua d’una bizzarria della storia. A cominciare dal grottesco vocabolo coniato lì per lì, allo scopo di definire un nuovo profilo di individuo che si trova nella terra di nessuno tra lavoro e non lavoro: esodato. Giancarlo Bordi fa parte di questo gruppo di individui. Dei quali in futuro non si riuscirà nemmeno a dare una definzione. Quelli che credevano d’essere andati in pensione ritrovandosi per legge senza pensione e senza lavoro; quelli che nemmeno s’è capito quanti fossero; quelli che non potevano tornare a lavorare altrimenti perdevano quell’ipotesi di diritto acquisito. Un caso peculiare che si manifesta in un tempo limitato, perché sono l’effetto d’un cambiamento di regole in corsa. Ma quando quel tempo limitato è anche il tempo presente, allora il caso cessa d’essere una bizzarria per trasformarsi in dramma vero. Così è per la vicenda di Giancarlo, che al destino d’esodato somma una traiettoria nel mondo del lavoro che a un certo momento ha dovuto subire il trauma dell’interruzione.
«Mi chiamo Bordi Giancarlo, sono nato nel 1958 a Genga, in provincia di Ancona. Ma sono pistoiese a tutti gli effetti, perché i miei genitori vennero qui quando avevo soltanto un anno. Finite le scuole medie ho fatto un anno di Ragioneria, ma poi ho preferito andare a lavorare. Era il 1974. Ho iniziato subito, adattandomi a fare lavori artigianali. Prima ho fatto il tappezziere, poi il falegname, sempre a Quarrata. Nel 1975 venni assunto da una falegnameria e lì rimasi a lavorare fino

al 1988. Si faceva le imbottiture e le rifiniture dei divani, che poi è il 99% del lavoro che si fa a Quarrata, dove i mobilifici erano per la maggior parte casa sopra e laboratorio sotto. Dico erano perché purtroppo adesso ne sono rimasti pochi. Ho cominciato in quell’azienda quando c’erano solo i quattro soci e io ero il primo ragazzetto messo lì a lavorare, e quando me ne sono andato erano quindici o sedici. Lasciai il lavoro in tappezzeria perché mi si presentò un’occasione: il mio babbo lavorava in una ditta all’industria grossa».
Dice proprio così: l’industria grossa. Quasi una figura mitologica, tanto più nel pieno d’un territorio cresciuto dentro il modello della piccola e media impresa. Essere nell’industria grossa significa fare un salto, accedere a un livello superiore di difficoltà che non è alla portata di tutti.
«Il mio babbo lavorava nell’industria grossa, in un’azienda che aveva 300 dipendenti. E poiché andava in pensione, gli davano la possibilità d’inserire nel lavoro il figlio. E così andò che io presi il suo posto all’Isola Mas, un’azienda che aveva sede nella zona del Bottegone. Si produceva laminati per i circuiti elettronici».
Per Giancarlo arrivare nell’industria grossa è un approdo, ma già due anni dopo cominciano i problemi.
«Nel 1990 fu necessario fare una pesante ristrutturazione. Di 300 dipendenti che eravamo, ne furono mandati a casa 185. Questa ristrutturazione fu data dalla necessità di integrare l’Isola Mas con una sua azienda satellite che era allocata nella zona montagnosa del pesciatino. Quell’azienda era stata piazzata lì sfruttando le agevolazioni pubbliche ventennali per l’industrializzazione della zona. Ma poi quel ventennio scadde e le agevolazioni finirono. E per questo motivo fu necessario smobilitare l’azienda nel pesciatino e integrare le funzioni nella sede del Bottegone, portando lì i 50 dipendenti che stavano dall’altra parte».

L’ennesima storia d’industrializzazione all’italiana, e di capitani coraggiosi che sprezzano il pericolo del rischio d’impresa finché lo stato fornisce un paracadute. Ma lasciamo perdere queste considerazioni e continuiamo a seguire il racconto di Giancarlo.
«Quello fu anche il periodo in cui la proprietà decise di vendere. A comprare l’azienda fu un gruppo tedesco, che era un gruppo concorrente. Dunque ne venne fuori un colosso europeo del settore. Però si rese necessaria una ristrutturazione, che fra l’altro venne fatta abbastanza bene. Cercarono di sistemare le cose nel modo migliore, e questo fu possibile per il fatto che si trattava di un’azienda con molti lavoratori anziani, che in qualche caso erano lì dall’anno della fondazione, il 1959. Rimasero i lavoratori più giovani, e io feci parte di quel gruppo. E da quel momento in poi si andò avanti abbastanza bene a lavorare. Poi nel 1995 ci fu un incidente grosso. Pensa che ne parlò pure il telegiornale, a Rai1, la mattina. Scoppiò un reattore. Si chiamava così perché dentro questo contenitore, una specie di enorme pentola a pressione, veniva lavorata la resina. Lì dentro avveniva una reazione per cui dalla resina base si otteneva una sua trasformazione che rendeva possibile lavorarla per fare il vetroresina per i circuiti stampati. In quel reattore avvenne uno scoppio, e l’azienda ne ebbe dei danni enormi. Per fortuna non ci furono vittime, e per questo motivo dico che quell’incidente al tempo stesso fu una sventura e una fortuna».
In che senso?
«Fu una sventura perché, come ho detto, l’azienda dovette fare i conti coi danni, e ripristinare la produzione a pieno regime richiese tempo e costi. Ma fu anche una grande fortuna perché da quel momento l’azienda finì sotto la lente d’ingrandimento di tutte le istituzioni locali: gli enti locali, l’Usl, i Vigili del Fuoco. E questo ha significato che da

quel 1995 fino al 2009, quando l’azienda ha chiuso, noi siamo stati quelli che più di tutti nel pistoiese e forse in tutta la Toscana ci siamo adeguati agli standard della Legge 626. Dopo l’incidente, in quell’azienda si lavorava nelle condizioni che dovrebbero essere garantite in qualsiasi altra azienda, di qualsiasi dimensione. Infatti non avvennero più incidenti gravi, e il reattore venne ricostruito in modo sicuro. Intanto però l’azienda continuò a passare di mano. Nel 2000 ci fu un’altra vendita. Stavolta l’acquirente fu un fondo pensioni americano, che se non ricordo male faceva capo alla società postale del Texas, che oltre alla nostra azienda comprò la British Airlines e la Ducati».
Quella dell’industria grossa in cui Giancarlo lavora per 21 anni è una parabola tipica dell’epoca in cui l’economia affronta la svolta della finanziarizzazione. Un’epoca in cui un’azienda con una storia consolidata, una posizione stabile sul mercato e una precisa identità territoriale si ritrova nelle mani di proprietari anonimi, interessati esclusivamente a far fruttare capitali in cerca d’occasioni.
«Quello fu anche il periodo del boom dei telefonini – continua Giancarlo -; dal 2000 al 2004-2005 lavorammo tantissimo in quel segmento di mercato. In fabbrica avevamo una pressa che faceva dei laminati talmente sottili da riuscire a piegarli e piazzarli nei posti più impensati. Nei telefonini, appunto, o anche nelle macchine dell’aria condizionata. E questo prodotto eravamo capaci di farlo soltanto noi al Bottegone e poi in un altro posto in America. Ma durò quel che durò. Poi nel 2005 è iniziata la crisi pesante. Innanzitutto si cominciò a risentire del cattivo andamento dell’economia mondiale. Poi ci fu la concorrenza di colossi dell’elettronica come le aziende cinesi e giapponesi, e lì la proprietà dovette fare delle scelte. Tieni conto che il fondo d’investimento aveva molto diversificato le proprie attività a livello globale. Oltre alla

nostra azienda, c’erano anche aziende in Germania e in Belgio, oltre a una centrale commerciale in Inghilterra poi tre in America, una fu portata in Cina, una in Messico. Quindi il gruppo aveva assunto una dimensione enorme e ampiamente ramificata. E una struttura così grande non ha retto l’arrivo della crisi. Fino al 2009 il fondo d’investimento provò a andare avanti mantenendo tutte le sue proprietà, e riducendo il personale in ciascuna azienda. Ma non bastò, e allora nel 2009 decisero di chiudere una serie di aziende usando un criterio geografico: quello di lasciarne una sola per ogni continente. Purtroppo per noi, l’azienda che possedevano in Germania dava loro più garanzie, e questo lo posso confermare personalmente perché andai a vederla. Era il doppio della nostra e anche dal punto di vista tecnologico, eccezion fatta per la pressa computerizzata, era più avanti. Un ulteriore problema venne perché colui che era a capo dell’azienda del Bottegone, un pistoiese che per lungo tempo era stato anche a capo dell’area europea del fondo d’investimento, giusto in quel 2009 andò in pensione. E forse se lui fosse rimasto avremmo avuto qualche possibilità di sopravvivere. Ma andato via lui, i tedeschi ebbero gioco facile a imporre che l’azienda da tenere in vita fosse la loro, a scapito di noi e dei belgi. E la cosa fu evidente in termini di forza-lavoro persa al Bottegone e guadagnata in Germania. Io in quei giorni ero rappresentante sindacale per la Cgil presso la RSU, e dunque seguii tutti i passaggi della vicenda. A aprile 2009 venne chiusa la fabbrica del Bottegone, dove eravamo 126 addetti, di cui 100 operai e 26 impiegati; e a ottobre dello stesso anno vennero assunti 100 operai nella fabbrica tedesca. Cioè, lo stesso numero che c’era da noi, esclusi gli impiegati».
Così si conclude la vicenda del Bottegone, e dell’industria grossa. Ma prima di chiudere la lunga cronistoria della fabbrica in cui ha trascorso ventuno anni della sua vita, Giancarlo

spende ancora alcune parole per il manager il cui pensionamento ha reso ancora più fragile la posizione della Isola Mas. Lo fa ripercorrendone rapidamente il curriculum, e lasciando trasparire un’ammirazione nei confronti della persona che dice molte cose. Soprattutto, riferisce di un fortissimo rapporto di concordia e fiducia fra le maestranze e la leadership dell’azienda. Una fattore di non frequente realizzazione, e certo un capitale sociale la cui perdita è grave almeno tanto quanto quella data dalla chiusura della fabbrica.
«La cosa più brutta è che gran parte degli operai, quando la fabbrica chiuse, erano ragazzi. La giovane età non fu d’aiuto, come era successo a me nel 1990 in occasione della prima ristrutturazione. Io intanto avevo fatto in tempo a diventare anziano, ma non abbastanza. Quando al Bottegone si chiuse avevo maturato trentacinque anni di contributi, e me ne mancavano cinque per la pensione. E lì è stato veramente un dramma. Sì, i contatti coi miei ex colleghi della fabbrica li ho mantenuti. Ci si vede spesso per questioni sindacali. Dal 2009 a oggi abbiamo cercato di mantenere il gruppo. Ci s’incontra, s’è fatta qualche cena, e così si prova a tenere il legame fra noi. Fra l’altro, nello stesso periodo in cui entrava in crisi la nostra azienda c’è stata un’altra grossa crisi a nemmeno due chilometri di distanza. A essere colpita fu la Radici di Ponte alla Pergola. Anche lì erano tanti addetti, 140. E dall’oggi al domani si ritrovarono tutti a casa. Questo per dirti che il nostro territorio è stato devastato dalla crisi. E non parliamo dell’indotto. Nel caso della nostra azienda c’erano almeno altre cinquanta-sessanta persone che lavoravano grazie a noi. Ovviamente la crisi ha colpito anche loro».
Ma in quanti hanno ritrovato lavoro, fra i tuoi colleghi?
«Non più di una quindicina hanno trovato lavoro a tempo indeterminato alle piante, cioè nel settore della floricoltura. Uno è riuscito a sistemarsi come vigile urbano, ma questo è un

caso a sé. Per quanto riguarda tutti gli altri, hanno fatto come me: lavoretti a tempo determinato da tre, quattro, sei mesi. E dopo che scadono i contratti vengono rimandati a casa per evitare che maturino una continuità lavorativa. Con l’andare del tempo la situazione si farà sempre più difficile, purtroppo, perché qui intorno di aziende ne chiudono in continuazione. Per quanto riguarda me, nella condizione in cui mi ritrovo per età, mi sono dovuto adattare a fare qualsiasi cosa. Ho fatto lavori di giardinaggio e cose simili. E man mano ho accumulato altro tempo lavorativo per avvicinarmi alla pensione. Nel 2011, facendo dei calcoli, scoprii che mi mancavano 31 settimane per far maturare il diritto agli ammortizzatori sociali. E per far maturare quelle 31 settimane mi sono adattato a lavorare in un settore completamente diverso. Si trattava di una ditta che vendeva pesce all’ingrosso. Io per loro facevo il corriere».
Lavorando per questa ditta Giancarlo coglie tutta intera la misura di quanto la sua vita sia cambiata. E non si tratta soltanto della perdita del lavoro stabile, della disgregazione del gruppo di fabbrica, della cancellazione di certezze sul futuro, o della crisi generalizzata. La parte più scioccante di tutto quanto è scoprire che fuori dalla fabbrica in cui aveva operato per ventuno anni esistono condizioni di lavoro indicibilmente al ribasso in termini di tutele.
«La ditta che vendeva pesce all’ingrosso era a Prato. Lì eravamo in tre, e il mestiere mi era completamente sconosciuto. Tieni conto che, per quello che riguarda il pesce, per me quello che sta nell’acqua è tutto uguale, sicché figurati. In quel periodo di 31 settimane ho assolto molte mansioni. Andavo a comprare il pesce ai mercati generali a Firenze, facevo da corriere, andavo a consegnarlo, lo smistavo. E insomma, mi adattavo a fare tutto ciò che serviva fare. Purtroppo poi anche quest’azienda chiuse».
Il suo è un percorso con delle precise caratteristiche.

Giancarlo ha fatto la trafila che porta dai lavori artigianali al lavoro da operaio nel settore della chimica. Ha conosciuto per 21 anni la dimensione della grande fabbrica con tutto ciò che l’esperienza comporta in termini di socializzazione operaia: la fabbrica stessa come arena del conflitto sociale regolato e dell’erogazione dei diritti, il gruppo di lavoro come generatore di autocoscienza individuale e coscienza collettiva, l’acquisizione di conoscenze tecniche altamente specialistiche il cui valore è più elevato di quanto lascino pensare le condizioni ripetitive di lavoro, e una visione complessiva dei processi economici che consegna a ogni operaio degli strumenti intellettuali utili a leggere le trasformazioni del mercato. Tutto ciò sono stati i 21 anni di fabbrica, che uniti ai precedenti 14 anni di lavoro nell’artigianato hanno generato non soltanto un curriculum occupazionale ben caratterizzato, ma anche una mentalità radicata nel sistema della stratificazione sociale tipico del XX secolo almeno fino al suo ultimo decennio. Messo in tali termini, quello di Giancarlo è un profilo da operaio classico. Che da un giorno all’altro si è trovato a fare i conti con un precariato lavorativo di tipo nuovo. Non quello che gli si sarebbe potuto proporre una quindicina di anni fa, cioè una fragilità dovuta alla perdita del lavoro ma relativamente assorbibile da un mercato che offriva possibilità più elevate di reintegro. La precarietà di adesso è una condizione che colonizza quote sempre più ampie di mercato del lavoro e di traiettorie occupazionali individuali. Per Giancarlo, che è stato operaio chimico all’industria grossa, trovarsi nel mercato del lavoro precarizzato di oggi significa sentirsi reduce di un’altra epoca, quasi postumo. È lui stesso a sottolinearlo:
«Io ho avuto la fortuna o la sfortuna di nascere prima» dice. E quel prima comunica molto più di quanto egli voglia dire. Come se ci si riferisse a un’altra èra, finita prima del

tempo lasciandolo in mezzo al guado. Così Giancarlo descrive quel prima:
«Quando nel 1974 entrai nel mondo del lavoro c’erano un sacco di aziende, tantissimi artigiani. Venivano a cercarti a casa per chiederti se volevi andare a lavorare. E se dimostravi di saperci fare, l’azienda ti teneva. Quando prendevano un operaio era difficile che lo mandassero via, a meno che non ci fosse qualcosa di particolare. E il mio caso, a suo modo, è indicativo. Entrai in fabbrica che venivo dall’artigianato, e quando iniziai non sapevo nemmeno cosa fossero i laminati. Ma ho potuto fare tutta la trafila in fabbrica. Poco a poco diventai capomacchina, e quando la fabbrica chiuse ero passato a essere capoturno. Feci molti corsi di formazione che hanno arricchito il mio bagaglio. Un corso presso i Vigili del Fuoco in materia di sicurezza, e poi un corso di computer per imparare il programma Sat/Sap per la gestione del magazzino, e quello per diventare responsabile in fabbrica per l’applicazione della Legge 626. E parlando di tutte queste cose con operai che lavoravano in altre fabbriche mi sentivo fortunato perché avevo trovato un posto di lavoro dove mi veniva data la possibilità di migliorare costantemente le mie conoscenze. Quando invece mi sono ritrovato a lavorare per quell’azienda che commercializzava il pesce ho scoperto un mondo che nemmeno credevo esistesse. Ho visto delle cose che per me erano allucinanti. Lì era tutto un’improvvisazione. Per esempio, si lavorava nelle celle frigorifere senza seguire nessuna regola sanitaria o di sicurezza. C’era chi entrava in quelle celle indossando il cappotto e i guanti, chi invece entrava indossando la maglietta, chi calzava le ciabatte e chi le scarpe che usava normalmente per andare in giro. Tutte cose che per quelli come me, abituati a standard elevatissimi di sicurezza sul luogo di lavoro, sono inconcepibili. Ai tempi della fabbrica, quando ero responsabile delle condizioni

di sicurezza sul lavoro, se uno mi si presentava sprovvisto di scarpe anti-infortunistiche lo rimandavo a casa. Invece in quell’azienda tutto quanto veniva fatto a casaccio. E non è nemmeno corretto dire che si agiva violando le regole: piuttosto, si agiva come se delle regole non fossero mai esistite, e senza curarsi che ce ne potessero essere. Mi sentii sbalzato in un altro mondo. E durante quei sette mesi, ogni volta che tornavo a casa la sera dovevo farmi coraggio. Pensavo che avrei fatto quel lavoro soltanto per un periodo limitato, perché mi serviva a raggiungere quel limite di tempo che serviva a garantirmi dei diritti, e allora m’imponevo di far finta di non vedere. Mi son dovuto far piacere quella situazione, per necessità. Ma al tempo stesso pensavo che se in una realtà come quella avessi dovuto lavorarci dieci anni, e non lo so mica se ce l’avrei fatta!».
Col suo parlare schietto e torrenziale, che spesso va rigovernato perché il pensiero corre più veloce e le parole s’affannano a metterlo in sequenza, Giancarlo strappa un velo su alcune dolorose verità. La prima riguarda un paese che distrugge capitale umano, e infine sociale. E poiché distrugge un capitale che esso stesso ha faticosamente costruito, significa che lo distrugge due volte. Giancarlo Bordi è uno degli esempi più brucianti, in questo senso. Un ex ragazzo in possesso della sola licenza media che durante la carriera lavorativa, e in special modo nel corso dei suoi 21 anni di fabbrica, accumula un ricchissimo bagaglio di competenze. Ne viene fuori un operaio colto, in un senso molto specifico del termine: cioè, in possesso di un set ricco di conoscenze, capace di agire in piena autonomia e con responsabilità, assolutamente dedito al miglior funzionamento dei processi produttivi di fabbrica, e portatore d’una cultura dei diritti e della rappresentanza che contribuisce a migliorare l’ambiente della fabbrica stessa. Un capitale umano individuale accumulato partendo da zero,che diventa capitale sociale nel momento in cui viene messo a disposizione delle varie collettività con le quali un individuo così formato entri in relazione: quella costituita dalla fabbrica, quella che s’allarga attraverso l’agire nel sindacato, quella delle relazioni sociali complessive, all’interno delle quali un attore così formato porta un senso civico d’elevata qualità. E alla formazione di questo capitale umano che da individuale diventa sociale contribuisce in qualche misura un paese intero, attraverso le istituzioni e le regole che riesce a darsi. A cominciare da quelle che disciplinano la sicurezza sui luoghi di lavoro, o la formazione continua dei lavoratori. Riguardo a quest’ultimo aspetto, la fabbrica nella quale Giancarlo lavora per 21 anni costituisce un’eccellenza. E già definire eccellenza una fabbrica in cui vengano rispettate alla lettera le condizioni di sicurezza e sanità sul luogo di lavoro è un assunto che ha la sua gravità. Così come si può sempre rimarcare il fatto che per raggiungere queste condizioni d’eccellenza sia stato necessario un incidente, per fortuna senza vittime. Ma si dirà che le considerazioni appena avanzate siano pedanti; a contare è il fatto che quelle condizioni siano state affermate, e abbiano generato un’avanguardia del rispetto di quelle regole che il Sistema Italia ha affinato nel corso del tempo in materia di qualità nelle condizioni di lavoro. A proposito di questo tipo d’eccellenza, possiamo avere due certezze. La prima è che ce ne siano state tante sparse in giro per il paese, e che magari molte fra queste resistano ancora. La seconda è che queste eccellenze siano state sempre nulla più che isole in un mare di laissez faire (eccellenze, appunto), e che a partire dagli anni Novanta quel mare ne abbia inghiottite sempre di più. Esposti i termini generali del ragionamento, si torna a Giancarlo col suo capitale individuale che è capitale sociale. Quel capitale, da un giorno all’altro, viene neutralizzato e reso inutilizzabile. E non già perché sia diventato obsoleto, o

perché il suo possessore abbia perso la capacità di utilizzarlo; ma soltanto perché le regole di un mercato sempre più irrazionale hanno stabilito così. In conseguenza di ciò, Giancarlo si ritrova a misurarsi con un mondo del lavoro fuori dalla fabbrica che non conosce né riconosce. Perché si tratta di lavori completamente nuovi per lui, ma soprattutto perché le condizioni di lavoro in quei contesti sono inferiori d’una decina di spanne rispetto all’eccellenza. E a quel punto Giancarlo e tutti gli operai che hanno vissuto quel tipo di shock si trovano davanti a un dilemma sanguinoso: siamo capitati in un mondo di alieni, o forse gli alieni eravamo noi che ce ne stavamo chiusi nelle nostre fabbriche?
«Quei tre che eravamo lì dentro facevamo tutto, come se ciascuno sapesse fare ogni cosa. C’era chi s’improvvisava elettricista perché si sciupava un cavo. O se si rompeva un muletto, lo si apriva e ognuno diceva la sua. “Io farei così”, “No, io invece penso che bisogna fare quest’altra cosa”. C’era gente che al piano superiore maneggiava casse enormi e pesanti di pesce con altra gente che passava al piano di sotto come se nulla fosse. E per andare al piano di sopra si usava uno scaleo appoggiato al muro, che c’era da prendersi paura a montarci sopra. I primi tempi che lavoravo lì dovetti spostare un pianale e inavvertitamente colpii quello scaleo che mi cadde addosso. Per fortuna non mi feci nulla di che, ma comunque era una delle tante cose da rabbrividire, se penso a come queste cose erano regolate nella fabbrica. Io non sapevo nemmeno che questo mondo esisteva. Ero abituato ad avere tutto quanto regolato perfettamente a orologio. E non soltanto per quello che riguardava l’organizzazione del lavoro. Anche cose molto più banali, come lo stipendio. Io in fabbrica lo stipendio, nel senso materiale, non l’ho mai preso. Nel senso che avveniva tutto in automatico, m’accreditavano il salario sul conto corrente e io non dovevo nemmeno preoccuparmene. Tant’è che qualche volta mi dovevano pure chiamare dall’amministrazione perché non avevo ritirato la busta paga. Invece in quella ditta di pesce dovevi andare a chiedere volta per volta, anche per affrontare una singola spesa. Per esempio, se avevi da pagare una bolletta dopo 40 giorni che non riscuotevi, o l’assicurazione dell’auto. E loro volta per volta ti davano i soldi. Oppure capitava che chiedevi la paga, e loro ti rispondevano ch’erano in attesa del pagamento da parte del ristorante X, e dopo quel pagamento ti avrebbero saldato. Tutto quanto appeso a condizioni sporadiche. E per loro era normale: si riscuoteva quando c’erano i soldi, altrimenti bisognava aspettare. Così come sono normali certi livelli di retribuzione, che a me quand’ero in fabbrica sarebbero parsi irreali. Da noi un operaio guadagnava di base 1.300 euro, e per me quella era la condizione normale. Tant’è che quando sentivo parlare di retribuzioni da 800 euro al mese mi pareva che si parlasse di cose irreali. Invece quando mi sono trovato a lavorare fuori dalla fabbrica ho scoperto che condizioni del genere sono diffuse. Non solo per quello che riguarda il livello della retribuzione, ma anche relativamente alle condizioni di lavoro. Me ne accorgevo quando facevo il giro dei ristoranti per consegnare il pesce. Scoprii che nelle cucine c’è gente che lavora 12-13 ore al giorno in locali che non hanno nemmeno una finestra. Roba da pazzi».

Finite quelle 31 settimane in cui s’impone di far finta di non vedere, Giancarlo si ritrova esodato. Quello sforzo di farsi piacere condizioni di lavoro a lui aliene non è servito, e questa non è nemmeno la peggiore delle beffe.
«Se davvero mi allungano pure di altri due anni il termine per percepire la pensione, sono nei guai. In questo momento mi ritrovo a casa senza far niente. Ho provato a lavorare in una cartiera di Pescia, e avevo trovato un contratto per 3-4 mesi. Niente di straordinario, ma almeno guadagnavo

qualcosa. Però prima di accettare quest’opportunità mi sono informato col sindacato. E mi hanno consigliato di lasciar perdere, perché accettando quella proposta di lavoro avrei rischiato di perdere il mio diritto alla pensione nel momento in cui finalmente regolarizzeranno la posizione di noi esodati. Perché se quando arriverà quel momento io risulterò occupato, allora uscirò fuori dalla graduatoria. Va a finire che posso accettare soltanto dei lavoretti in nero, altrimenti sono fregato».
Questo è ciò che è bene si sappia a futura memoria. Un esodato era un ex-lavoratore-non-ancora-pensionato costretto a stare in un limbo e a rimanerci pure, pena la perdita del diritto eventuale acquisito. Una condizione agghiacciante, fatta di benefici scritti sulla sabbia con l’inchiostro simpatico. Il singolo lavoratore si trovava – scrivo usando una prospettiva al passato, quella con cui si confronteranno i lettori che un giorno cercheranno di comprendere questa mostruosità sociale – nelle condizioni di non avere un lavoro né una pensione; e di non potere accettare un lavoro perché ciò avrebbe significato annullare il suo diritto alla pensione nei tempi stabiliti. Sicché, se proprio voleva lavorare, doveva farlo in nero. Paradosso dei paradossi: per stare nelle regole bisognava violare le regole. Comunque la pensiate, chi ha architettato tutto ciò è un Genio del Male.
«Ho imparato che ci sono due categorie di lavoratori, addirittura due mondi diversi. E io ho fatto parte di entrambi i mondi. Ci sono i lavoratori che hanno tutti i diritti in materia di sicurezza, di infortunistica, di previdenza. E ci sono i lavoratori di un altro mondo. Quelli ai quali il datore di lavoro dice: “Oggi vieni e poi domani si vede”. Che non hanno alcun tipo di orario di lavoro stabilito. Quelli che hanno paghe basse e stentano a riscuoterle».

Con l’esperienza che hai di questi “due mondi”, ti sarai fatto un’idea del perché il sindacato abbia così difficoltà a penetrare nel mondo del lavoro informale.

«Purtroppo non è facile entrarci. Perché ancora oggi molti lavoratori sono portati per mentalità a non capire che a accettare certe condizioni di lavoro si fanno del male da sé. Cioè, se io col mio datore di lavoro faccio un accordo sottobanco in base al quale mi fermo due ore in più a lavorare e prendo 50 euro a nero, sto soltanto facendo del male a me. Perché magari sul momento mi metto in tasca 50 euro che mi fanno comodo, però ho contribuito a rovinare un sistema. E poi c’è che i lavoratori precari hanno paura. Già se parli di sindacato all’interno della bottega di un artigiano rischi d’essere bollato. Non credo sia colpa del sindacato».

Cosa hai provato quando hai sentito dire all’attuale Presidente del Consiglio che il posto fisso è monotono?

«Ho provato rabbia. Perché non si può dire una cosa così. Qui nessuno chiede il posto fisso garantito a prescindere. Ma almeno garanzie d’altro tipo dovrebbero essere date, e soprattutto bisognerebbe assicurare un minimo di continuità lavorativa. Perché il lavoratore non può essere un mese da una parte e venti giorni da un’altra, e così via. Questo non è vivere. Così si toglie a una persona tutta la voglia di vivere. Gli si tolgono tutti i sogni, le speranze. Una persona in queste condizioni non potrà mai fare niente. E questo fa rabbia, perché il lavoro dovrebbe essere alla base di tutto. E se uno perde il lavoro, perde la dignità. E io l’ho provato. Si perde la dignità nei confronti della famiglia, degli amici, dei conoscenti. Solo chi c’è stato dentro può capire cosa porti un disoccupato a fare il gesto estremo di togliersi la vita. E questo non significa che sto a giustificare quel gesto. Ma so quanto sono cupi quei momenti, ci si sente privati di ogni speranza. Sai, questa esperienza nel precariato mi ha fatto scoprire che andare in giro a chiedere lavoro è umiliante. E se alla fine trovi qualcuno che un lavoro te lo dà, pare quasi che ti faccia un favore. Provi il Presidente del Consiglio a andare a dire, a una persona che si trova in condizioni del genere, che il lavoro fisso è monotono».

Se dovessi definire la precarietà con parole tue, come la definiresti?

«Per come l’ho vissuta io, la precarietà è una situazione nella quale una persona s’alza la mattina e non sa cosa gli succederà durante la giornata. Il tuo datore di lavoro può benissimo dirti che non gli servi più, o che gli servi due ore anziché otto. Io non pretendo che si debba avere la garanzia del posto di lavoro per tutta la vita; ma almeno di avere delle certezze di medio periodo, anziché essere schiacciati sul giorno per giorno, quello sì. Invece ti ritrovi in una situazione che ti impedisce di fare qualsiasi tipo di progetto».

C’è un sogno che non hai perso la speranza di realizzare?

«Il sogno che riguarda me è quello di potermi finalmente dedicare agli hobby, a me stesso, dopo 40 anni di lavoro. Quando ero impiegato nella fabbrica lavoravo a ciclo continuo, e a parte Natale e Pasqua non c’erano pause. Per 21 anni ho fatto anche i turni di notte. Penso d’avere diritto di potermi dedicare finalmente alla famiglia con più tempo e più presenza. Ma poi il sogno più grande è quello che riguarda la mia figliola. Sogno di poter dare a lei, per se stessa e per la generazione che rappresenta, una stabilità che per ora non ha. Lavora tre mesi da una parte, due mesi da un’altra. E vogliono farci credere che adesso questa cosa sia di moda. Ma non è una moda non dare un minimo di certezza e di speranza a una persona. Al giorno d’oggi i giovani che stanno un pochino meglio di altri lo devono al fatto che hanno in famiglia un nonno o una nonna pensionati. Altrimenti è un dramma. E se siamo in una situazione in cui il futuro sono i pensionati, vuol dire che siamo ridotti non male: peggio!».
Ancora una volta, i diritti sono sogni. E se a dirlo è un operaio che ha vissuto quasi una vita intera sotto l’ala forte del lavoro garantito e delle sue tutele, ciò significa che il virus della destrutturazione ha corroso pure le ultime riserve.

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Le lingue perdute dell’India (l’Unità, 20 agosto 2013)

Cari amici, pubblico con qualche giorno di ritardo questo mio articolo uscito sulle pagine dell’Unità. Buona lettura.

 

La lingua è potere. Lo sa chi governando impone il proprio codice omologante del discorso e dell’espressione, ma soprattutto lo sconta chi si vede imbrigliare la facoltà di dire attraverso l’inibizione delle proprie “parole per dirlo”. E certo ha a che fare con le asimmetrie nei rapporti di potere fra caste e gruppi etnici la moria di lingue registrata in India nell’ultimo mezzo secolo. In uno dei paesi al mondo che come pochi altri si è approssimato al mito di Babele, si è registrata la scomparsa di 220 fra lingue e dialetti locali nel giro di cinquant’anni. È quanto emerge da uno studio pubblicato dal “Bhasha Research and Publication Center”, un istituto di ricerca con sede a Vadodara nello stato del Gujarat. Secondo i ricercatori del Bhasha (termine che in molte delle lingue interne all’India comunica una varietà di significati, fra loro semanticamente collegati, quali “lingua”, “discorso”, “definizione” e “voce”), il paese ha già perso il 20% delle sue lingue locali. Tale è lo scarto che emerge dal raffronto fra il censimento linguistico del 1961 e quello avviato nel 2011 e concluso nei mesi scorsi. Il People’s Linguistic Survey of India informa che delle 1.100 lingue censite nel 1961, 780 sono state rintracciate e un altro centinaio risulta a rischio. Ne mancano all’appello 220, date per estinte. Un patrimonio culturale, ma anche di biodiversità, sperperato con grave danno identitario.

È su quest’ultimo aspetto che si appunta la denuncia di Ganesh Devy, co-coordinatore della survey condotta dal Bhasha e autore del rapporto attraverso cui è stata resa nota la moria di lingue locali. Devy, che è un 63enne accademico ex docente d’inglese convertitosi alla causa delle lingue e narrative subalterne, ha registrato con sconforto la moria, illustrandone poi le principali cause a un cronista di The Times of India. A suo giudizio, la maggior parte delle lingue condannate a morte appartiene alle comunità nomadi (3-4% della popolazione indiana), sparpagliate in piccoli gruppi lungo il vasto territorio del paese. E a risultare determinanti per l’espulsione darwiniana di tali idiomi sono le condizioni di vita quotidiana e le posizioni marginali vissute dalle comunità in questione. È lo stesso Devy a specificarlo: “Le principali ragioni per la scomparsa di queste lingue sono una mancanza di riconoscimento da parte delle autorità, il continuo spostamento da un territorio all’altro cui sono costrette le comunità che le parlano, la mancanza della possibilità di parlarle nella vita quotidiana, e l’effetto-stigma che porta i parlanti di queste lingue comunitarie a essere etichettati come sottosviluppati riguardo alle competenze linguistiche nell’uso della lingua ufficiale”.

Ciò che di maggiormente interessante emerge dalle tesi di Devy è la peculiarità del campo linguistico indiano e dei meccanismi di selezione attraverso cui è regolato. In condizioni ordinarie, un sistema culturale circoscritto dai confini di uno stato-nazione provvede a disciplinare – e, al limite, sterilizzare – le diversità interne attraverso operazioni d’ingegneria simbolica il cui obiettivo è l’omogeneizzazione. Nel contesto di queste operazioni è proprio la lingua il volano principale. Le operazioni di omogeneizzazione linguistica sono l’elemento propulsore dei processi di nation-building, e il loro successo dipende dalla capacità di circoscrivere e stigmatizzare dialetti e parlate locali. Il che vale anche per i paesi in cui vige il plurilinguismo: in essi esiste un numero limitato di lingue ufficiali oltre il quale ogni altro codice linguistico si riduce a fenomeno più o meno periferico. Ma il caso indiano dice altro. Nello stesso articolo di The Times of India si dà notizia di come il Censimento Ufficiale del 1971 (dunque, dieci anni dopo quello in cui venivano conteggiati nel paese 1.100 idiomi) riconoscesse ufficialmente soltanto 108 lingue. Il criterio utilizzato in quell’occasione per stabilire quali idiomi potessero aspirare allo status ufficiale di lingua consisteva nel fatto che essi risultassero parlati da almeno 10.000 persone. Un criterio rozzamente numerico, che ha fatto mancare alle lingue escluse il primo dei requisiti di sopravvivenza indicati da Devy: quello del riconoscimento. E certo per il governo indiano d’allora, alla guida d’uno stato e d’un popolo d’ancora recente indipendenza (1947, dunque meno d’un quarto di secolo), si trattava di sperimentare un’ardua mediazione fra la nazionalizzazione linguistica e la necessità di preservare un’ineliminabile complessità interna. Dunque, la scelta di penalizzare le minoranze linguistiche più marginali dovette sembrare una buona soluzione di compromesso. Ma poi, come spesso succede, lo scarto fra gli esiti pianificati e quelli reali ha inciso nel profondo, minando alcune identità interne alla complessa società indiana.

Per una lingua la mancanza di riconoscimento significa dover affrontare una repressione soft, costituita da una serie di ostacoli non coercitivi ma comunque insuperabili. E una condizione del genere si rivela tanto più drammatica se si presenta in un paese vasto e attraversato da fratture interne consolidate qual è l’India. Allo stigma stratificato socialmente s’aggiunge quello istituzionalizzato attraverso gli “oggettivi” meccanismi dello stato moderno.

La scomparsa di una lingua è a tutti gli effetti un culturicidio. Perché assieme a essa svanisce un patrimonio fatto d’identità e memorie orali non più tramandabili né traducibili. È ciò che l’India registra con sconforto a 66 anni dall’indipendenza. Lo fa nei giorni in cui scopre d’essere una potenza economica e culturale globale. E adesso che i numeri si sono fatti rilevanti l’opinione pubblica comincia a preoccuparsi. Troppo tardi, forse. Anche per scoprire che già nel 2010 un rapporto dell’Unesco inseriva nella lista delle lingue a rischio nel mondo ben quindici idiomi tribali dell’India:  Bodo, Dimasa, Hmar, Karbi, Mizo, Angami, Baitei, Deuri, Khasi, Kabui, Koch, Ao, Konyak, Metei and Mech. Tutti dati in via d’estinzione, mentre Bollywood proietta in giro per il mondo l’immagine di un’India al passo col tempo nuovo della globalizzazione.

Le egemonie linguistiche

Ecco un tema che qui in Italia non teniamo abbastanza in considerazione: quello dell’egemonia linguistica, ovvero della capacità di penetrazione che una lingua nazionale ha nel resto del mondo. Elemento quanto mai cruciale nell’epoca della globalizzazione.

A margine di questo interessante articolo pubblicato da El Paìs si scopre una volta di più come uno scacchiere cruciale sia quello della produzione culturale, rispetto al quale l’espansione delle comunità linguistiche nazionali è elemento cardine.  Per alcuni paesi europei si tratta dell’ultimo retaggio d’un passato da impero coloniale. Per quei paesi che questo passato non l’hanno avuto – e senza per ciò giustificare i colonialismi messi in archivio – si tratta di un indubbio svantaggio competitivo.

A breve me ne occuperò più approfonditamente. Vi terrò aggiornati.

http://www.elpais.com/articulo/cultura/espanol/mundo/goles/Roja/elpepucul/20100619elpepucul_2/Tes

Proibire le vuvuzela ai mondiali?

Avevamo imparato a riconoscerle lo scorso anno durante la Confederations Cup, allorché quel costante e fastidioso suono da battaglione di zanzare in agguato faceva da sottofondo. Adesso che la celebrazione dei mondiali ne ha moltiplicato la diffusione e l’impatto sonoro, la lamentazione nei confronti dell’utilizzo delle vuvuzela (le tradizionali trombette sudafricane) si è fatta pressante. Addirittura queste lamentazioni vengono da parte dei telespettatori. Che non sono presenti lì ma provano fastidio ugualmente. A ciò non è rimasta insensibile la Fifa, che avrebbe chiesto ai responsabili dell’organizzazione di metterne al bando l’utilizzo negli stadi in  cui vengono giocate le gare dei mondiali (si veda il link in fondo al post, tratto dal sito del Guardian). Ma sarebbe una decisione corretta?

Sono perplesso. E non c’entra il fatto di trovare piacevole o meno l’uso delle vuvuzela; inizialmente davano fastidio anche a me, ma adesso comincio a abituarmi. Ciò che non capisco sono i tic etnocentrici della Fifa. Che a dispetto dei proclami africanisti del colonnello Blatter  (https://cercandoblivia.wordpress.com/2010/06/12/blatter-lafricanista-3/) rimane un’organizzazione governata dal Western Code.

Un mondiale di calcio è una manifestazione di ispirazione globale, dunque portatrice d’una matrice culturalmente ecumenica. Al tempo stesso, però, essa si svolge in un contesto locale. Con esso deve negoziare codici e significati, e trovare un modus vivendi. Chiedere il bando delle vuvuzela significa imporre un senso dell’ordine simbolico e estetico di matrice occidentale, e farlo contro una popolazione locale e le sue usanze. Sarebbe questa l’apertura all’Africa di cui Blatter mena vanto?

Come accennavo, non è la prima volta che nell’éra Blatter la Fifa cede al tic dell’etnocentrismo. Un caso clamoroso si ebbe nei mesi che precedettero l’organizzazione dei Mondiali 2002 in Corea del Sud e Giappone. In quel caso la Fifa fece pervenire al governo sudcoreano una bizzarra richiesta: che, durante la celebrazione della manifestazione, nei ristoranti locali non venissero servite pietanze a base di carne di cane. Che da quelle parti è animale commestibile come per noi lo sono le lumache. Ma per la mentalità occidentale è intollerabile che l’animale domestico per eccellenza finisca in tavola. E’ qualcosa che turba il nostro senso di purezza, e a protezione di esso provò a schierarsi Blatter. Con una richiesta che più ipocrita non si poteva, poiché il divieto avrebbe dovuto riguardare solo il mese dei Mondiali. Prima e dopo i coreani avrebbero potuto continuare a mangiare i loro cani, ché tanto tutto ciò si sarebbe svolto lontano dalla copertura dei mass media occidentali.

Ovviamente le autorità sudcoreane mandarono a quel paese Blatter. E mi auguro facciano altrettanto quelle sudafricane.

http://www.guardian.co.uk/football/2010/jun/13/world-cup-vuvuzela-ban-tv-complaints