Gli sciatti osceni di Marco Missiroli – 3 Il Codice Manc’Uso e l’adagio dell’onanista perfetto: eccitazione è citazione

missiroli-kdAG-U10402118715361H8B-700x394@LaStampa.it 

(Potete leggere qui e qui le precedenti puntate)

Sentii parlare la prima volta di Marco Missiroli e dei suoi libri leggendo sul Foglio un articolo di Mariarosa Mancuso.

Mariarosa Mancuso

Mariarosa Mancuso

Una che quando si limitava a essere un critico cinematografico riusciva pure a scrivere cose dignitose. Ma poi di punto in bianco ha fatto la scelta della magniloquenza. E dunque ha preso a criticare tutto il criticabile, dal romanzo contemporaneo al Martini con Oliva taggiasca. E nel farlo s’affida a insipidezze strutturaliste quali il Test della pagina 69, che tanto ricordano la valutazione del testo letterario lungo ascisse e ordinate come veniva descritto all’inizio de L’attimo fuggente.

Il Test della pagina 69

Il Test della pagina 69

Per quanto mi riguarda, il giudizio critico di Mancuso ha perso definitivamente ogni credibilità dal giorno in cui, nel valutare quell’immondo polpettone che risponde al nome di La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, disse che “va mandato giù come uno shottino di vodka (e poi un altro, e un altro ancora)”. E per chi sa invece quale sholtone (pupù liquida, come soavemente viene detto di questi tempi in uno spot dei pannolini) sia quel libro, le parole di Mancuso richiamano istinti d’inconsolabile vendetta. Vieni qua che ti faccio fare uno shottino di Guttalax (e poi un altro, e un altro ancora), Mistress Mary. Ma ritorno a Missiroli e all’articolo di Mancuso cui ripensavo mentre leggevo gli sciatti osceni. In quel pezzo veniva magnificato il romanzo d’esordio, Bianco, con argomento strutturalista: la rinuncia quasi totale agli aggettivi.

cop

Dettaglio che secondo Mancuso sarebbe indice di scrittura essenziale, e dunque efficace. Come a dire: se voglio scriver bene manc’uso un aggettivo. Giusto per ricordare una volta di più che l’arte della scrittura sta nel levare. Da declinarsi in ogni dimensione: manc’uso la congiunzione che più di una volta ogni ventisette parole, manc’uso il punto-e-virgola perché è roba da scrittura a pene di segugio, manc’uso la protasi perché mi sta sul cazzo l’apodosi. And so on.

Ora, bisogna che io ripercorra l’esatta sequenza dei gesti compiuti dopo essermi imbattuto per la prima volta nel Codice Manc’Uso. Un codice che lasciò in me una traccia nel profondo.

Ricordo che dopo aver letto quelle righe piegai disciplinatamente il giornale, in modo talmente scrupoloso da farlo sembrare intonso. Lo riposi sulla scrivania e mi dedicai una pausa pensosa che dovette durare un bel pezzo. Riempii quel tempo di cose insignificanti. Come grattarmi le ascelle, sfogliare distrattamente i testi di trigonometria usati in terza liceo classico. Persino vedere tutto intero per l’unica volta in vita mia un episodio dei cartoon di Holly e Benji, rimanendo ipnotizzato da quelle partite che parevano giocarsi su campi da calcio lunghi quanto la Roma-L’Aquila-Teramo, e da quelle azioni che tra il momento in cui iniziavano e quello in cui si concludevano si poteva pure andare a fare la spesa in Coop con sosta al banco pescheria. E dopo questo lungo intervallo d’abbandono nell’insignificanza ripresi dalla scrivania la copia del Foglio, la aprii un’altra volta alla pagina in cui era ospitato l’articolo di Mancuso sul primo romanzo di Missiroli, e rilessi il passaggio sull’assenza di aggettivi come indice di qualità di un libro. E a quel punto cacciai fuori le parole che da ore tiravano cazzotti contro la cassa toracica reclamando d’uscire all’aria aperta: “Ma che minchia di motivo è questo?”.

Sarà stato per questo rigetto totale del Codice Manc’Uso che ho rifiutato di leggere Bianco, tuttora confinato nel limbo dei libri intonsi e persino irreperibili che compongono le disordinate cataste di casa mia. Però di Missiroli ho voluto infliggermi qualcos’altro di bianco: la sciatteria oscena dell’ultimo volume, dato alle stampe da Feltrinelli. Che fra i numerosi tratti mostra pure quello di allontanarsi con decisione dai precetti del Codice Manc’Uso. E chissà cosa ne penserebbe adesso la Mistress dello Strutturalismo Artistico, vedendo che il suo pupillo ha cambiato barricata passando al Manuale dell’Ab’Uso. Le andrebbe lo shottino di traverso se leggesse frasi come la seguente, piazzata a pagina 85 di Atti osceni in luogo privato:

Rimasi a ridosso delle Colonne d’Ercole per settimane, felice e felice, saziandomi di un nuovo alfabeto di attese che tamponò le falle della mia vita.

In questo frammento si trova al tempo stesso il ripudio delle mancus’anze e la loro radicalizzazione. C’è addirittura l’aggettivo ripetuto (felice e felice), ma anche la parodia del radicalismo strutturalista col riferimento all’alfabeto delle attese. Che non può non fare il paio con le tabelline delle aspettative e con la tavola periodica delle supercazzole.

Ma di cosa sta parlando il nostro fabbricatore di sciatti osceni, mentre sproloquia “felice e felice” di alfabeti delle attese? Lo dice nella pagina precedente (84), dove piazza un’altra mancus’anza strutturalista:

Ero ancora illibato, ma già in prossimità del “moi-même” che Marie si era decisa a inseguire tardivamente. La grammatica della libido si appropriò del mio assetto neuronale, più della letteratura e dello studio del diritto.

E dunque, come avrete capito, dopo 85 pagine di turbe sessuali il protagonista della storia non ha ancora conosciuto i piaceri della carne al di fuori di quelli dati da soi-même, e già che c’è spara una ciollonata sulla grammatica della libido che s’incastra perfettamente con l’alfabeto delle attese. Altro che pagina 69, cara la mia manc’usa. Qui è tutto un cercare alfabeti e grammatiche. E non finisce mica qui. A pagina 91 si legge:

Imparammo l’alfabeto minuzioso che parlava di gesti piccoli e protezioni minute.

E poiché una sola menzione dell’alfabeto non poteva bastare, ecco il bis nel frammento piazzato alle pagine 239-40:

La gravidanza le aveva ridefinito la sensualità e il nuovo modo di viversi. Aveva sviluppato un nuovo alfabeto dell’attesa.

E non finisce mica qui coi formalismi e gli strutturalismi. Bisogna saltare dalle lettere ai numeri, e dagli alfabeti e le grammatiche alle geometrie piane, come si legge a pagina 94:

Negli ultimi mesi dormiva da me cinque volte a settimana, e ognuna di quelle notti erose le nostre baruffe passionali che diventarono nuove geometrie d’intesa.

Geometrie carnali

Geometrie carnali

Ricapitoliamo. Abbiamo una grammatica della libido, un alfabeto (minuzioso) di gesti (piccoli) e protezioni (minute) ma anche un altro (nuovo) dell’attesa, e delle geometrie (nuove) d’intesa. Un’apoteosi delle strutture formali mobilitate per disciplinare sentimenti e ormoni, con in più il reiterato ricorso agli aggettivi. Ab’uso. Così come si ab’usa dei territori figurati nei quali avventurarsi alla scoperta di rapporti nuovi e suggestioni diverse:

Io e Giorgio sconfinammo in un territorio prossimo all’amicizia. Lui evitò di essere il padre che avevo perso e io il figlio che non aveva mai avuto. Trovammo un purgatorio affettivo che mi portò a chiamarlo per consulenze culinarie o per lunghe chiacchierate consolatorie (…) (p. 135)

 

Mi addentravo nel territorio del diavolo quando le chiedevo se si sarebbe fatta sfiorare sotto la gonna. (p. 226)

E sì, proprio una scrittura essenziale, da Manuale del Manc’Uso. Se ne sbaglia di valutazioni, mia cara Mistress. Specie se si tromboneggia con la pretesa di scoprire talenti o di imbragare le mutande ai ramarri.

Il rischio è che poi ci si ritrovi a aver battezzato scritturri pretenziosi, capaci di scrivere frammenti da martellate edili sui mignoli come quello di pagina 24:

Avevo capito che l’eros è l’arte di immaginare situazioni realistiche con possibilità di fallimento.

O anche di fissarsi sul tema della catarsi, incapace di accorgersi delle reiterazioni:

La mia compagna di classe rappresentava il viatico per la catarsi e la ripartenza. (p. 52)

Ci guardammo I 400 colpi. Truffaut per Marie aveva qualcosa di catartico. (p. 61)

(…) questi giardini privati, sontuosi, catartici. (p. 119)

O persino di fabbricare frasuncole che nemmeno il peggior Giorgio Faletti avrebbe piazzato nei suoi orrendi libri:

Spesso il divorzio è un capriccio contro la vecchiaia. (p. 70)

  • Le tombe sono un’invenzione del dolore. (p. 76)

(…) perché la moralità futura dell’uomo è nei suoi segreti presenti. (p. 79)

Tutto questo può capitare sbagliando valutazioni. Si può credere d’avere intuito un raro talento letterario e ci si ritrova qualche anno dopo con nulla più che l’ennesimo PAD: Piace A D’Orrico.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Ma soprattutto si può generare in un autore appena passabile la sensazione d’essere un grande della letteratura contemporanea. Il rischio che l’ego si gonfi all’eccesso è immediato, con altrettanto immediato scattare di una malattia adolescenziale dell’intellettuale in formazione, sublimazione letteraria dello Spirito di Onan: il citazionismo. Ecco, dovendo citare la più stucchevole delle stucchevolezze missiroliane, il più osceno degli sciatti fabbricati in quelle pagine, menziono proprio questo burbanzoso menzionare libri a tutta forza. I titoli giusti, quelli che non possono mancare negli scaffali dei redattori di Terze Pagine o sui tavoli bassi dei salotti milanesiani. Paracooltura. Come se citare fosse eccitare e eccitarsi.

Salotti

Salotti

Ve ne riporto soltanto un breve campionario, ché altrimenti si farebbe notte:

 

Il discorso finì di nuovo su Miller: era davvero misogino, o gli piaceva soltanto scopare? Se fosse stata la seconda, be’, avrebbe fatto meglio a mettersi in fila perché non era l’unico. (p. 56)

Un bastardino affaticato ci venne incontro: si chiamava Somerset, come Maugham, lo scrittore che Marie non aveva mai smesso di rileggere. (p. 60)

Gli lasciai un sasso sulla lapide. Non so da dove mi venisse questa suggestione ebraica, credo da alcuni scrittori che ammiravo, primo fra tutti Malamud, l’autore preferito di papà assieme a Camus. Mi aveva fulminato con Il commesso, una storia sul sacrificio e sulla dignità. Era insopportabile che la rettitudine del protagonista Morris lo facesse crepare sotto la neve, come era stata intollerabile la sua esistenza dimessa. (p. 80)

Nei giorni successivi venne alla luce la parte di me che era me stesso. L’amante mi apparve come un romanzo strabiliante per la grazia con cui una donna osava. La ragazzina e l’amante ricco eludevano i cliché lolitiani e si concedevano la verità dell’eros: il godimento. E l’approdo all’autenticità. L’aveva scritto una donna che era riuscita a mettere al tappeto Henry Miller e il suo intellettualismo sessuale. (p. 84)

Fu allora che le consigliai Il filo del rasoio. (p. 126)

Si compì la magia che Marie aveva previsto: attraevo per una purezza ritrovata che feci di tutto per preservare. C’era riuscito l’Holden di Salinger a New York, poteva riuscirci il Libero di Monsieur Marsell a Milano. (p. 190)

E si capisce che certi beveroni di libraglia classica possano risultare graditi ai D’Orrico di turno. Un po’ meno si comprende come possano incontrare il gusto di stimabilissimi lettori delle arabescate supercazzole come quelle che seguono:

Dormivo cinque ore a notte, mangiavo una miseria, detestavo perdere il controllo, mancavo di erezioni: rimanevano le lacrime e il conatus sese conservandi spinoziano su cui il professor Balois mi aveva interrogato nell’ultimo esame sostenuto alla Sorbonne. (pp.114-5)

 E lì realizzai un dettaglio che avevo cercato di rimuovere: sopra la bocca, quasi impercettibile, aveva un neo che le dava qualcosa di materno e subdolo. Anna era accogliente, ma sfuggiva. Incastonava l’idea della complicità maschile in un corpo malizioso, In quel neo c’era la sua insospettabilità. (p. 170)

 

Sì, questo è proprio Ab’uso. E degli Ab’usi più pesanti sono stati fatti a danno della lingua italiana. Un oggetto del quale Missiroli, impegnato com’è a fabbricare ampolle, proprio non si cura. E allora eccolo scivolare in modo penoso sul terreno (potrò dirlo pure io, no?) della semantica. Come succede a pagina 223. Succede che Libero, il protagonista, porta la sua nuova donna, Anna, a conoscere la madre. Sì, quella che antifreudianamente viene uccisa perché protagonista, davanti agli innocenti occhi del figliolo, di una fellatio extraconiugale nella cucina di casa.

149_arredamento_bocchini

Succede che la mamma legga il futuro della nuova coppia attraverso le carte. E ricordando la cosa a distanza di tempo, Libero/Missiroli dice quanto segue:

La traiettoria dell’esistenza andò così, e fu solo un’esile parte delle rabdomanzie di mamma in quella cena parigina che io e Anna avremmo chiamato la notte delle costellazioni.

 

E a questo punto Missiroli dovrebbe anche spiegare cosa diamine c’entri ciò che ha descritto con la rabdomanzia. Che secondo il dizionario della lingua italiana è una tecnica divinatoria mediante la quale sarebbe possibile scoprire sorgenti d’acqua o giacimenti minerari interpretando le vibrazioni di una bacchetta biforcuta tenuta con le mani”. Nulla a che vedere, dunque, con la chiromanzia, o con la cartomanzia, o con qualunque altra forma di minchiomanzia fattucchieristica.

Viaggiando a ritroso, fino a pagina 64, c’è il passaggio in cui Libero rivela al padre il problema prepuziale di cui ho dato conto nella seconda puntata di questa serie. E a quel punto il protagonista scopre che anche il babbo sconta l’inconveniente del passamontagna. Il frammento recita così:

– Il mio pene è incappucciato male.

Gli spiegai la questione e lui mi disse che aveva affrontato lo stesso dilemma in adolescenza.

Ancora una volta Missiroli dovrebbe spiegare: che cazzzarola c’entra il dilemma? Che, vocabolario alla mano, è:

  • 1Tipo di ragionamento con cui da due premesse opposte (dette corni del d.) si giunge a un’unica conclusione
  • 2 Scelta tra due opposte soluzioni SIN alternativad. insolubile; estens.caso problematico: è un bel dilemma! || sciogliere un d., fare una scelta

Per farlo capire a Missiroli, affinché da genio delle patrie lettere non abbia a ricascarci, il dilemma classico è quello amletico: “Essere o non essere”. E invece, nel caso da lui illustrato, il dilemma dove sarebbe? È forse “Pre-puzio o Post-puzio”? O forse sarebbe stato il caso di usare il termine “problema”?

E infine, continuando a andare a ritroso, ecco l’errore semantico che svela il lapsus freudiano, il pilastro della poetica missiroliana. Lo sciatto osceno fondativo. È registrato a pagina 17, quando il protagonista rimembra il tempo in cui era nel pieno della fase onanistico-esistenziale

Ricordo alla perfezione tre elementi di quei miei primi autoerotismi: le guance paonazze, la fioritura del cuore e un inaspettato ribollire cerebrale. Amplessi di cinque secondi mi provocavano tremori e l’assoluta convinzione che fosse solo la punta dell’iceberg.

 

Per l’ennesima volta: ma cosa c’entra l’amplesso? Che etimologicamente significa abbraccio, e nella versione estesa è accoppiamento sessuale. Come può esserci amplesso in un atto di sesso fai-da-te? Non può esserci, tranne che…

Tranne che non si sia in presenza dell’onanismo perfetto, del sesso con la sola persona che stimi. Con quella che non ti direbbe mai di no, e non starebbe a inventarsi un’emicrania o le sue cose. L’unica persona capace di farti sentire un seduttore irresistibile: il moi même di cui s’è detto sopra. E forse Missiroli non riuscirà mai a superare Piperno (altro prediletto di D’Orrico) quale cantore principe dell’Arte di tenere il Mondo in palmo di mano. Ma certo l’autostima non gli manca. Sprizza da tutti i pori. E da un solo orifizio.

(3. fine)

(Come ogni volta, vi alleggerisco delle brutture che avete letto fin qui proponendovi un brano musicale di qualità)

Nicola Lagioia e la qualità dell’aria. Fritta… – 1

Cari amici, come promesso qualche giorno fa inizio oggi la pubblicazione di un lungo scritto sui libri di Nicola Lagioia, rimasto nel cassetto. Lo stile analitico è lo stesso che ho usato in “L’importo della ferita e altre storie”. Questa è la prima di tre puntate. Buona lettura a tutti.

1. Premessa

Quanto vale un premio letterario? E quale valore, quale significato
dovremmo assegnare al libro e all’autore che ricevono il riconoscimento?
Interrogativi con cui da tempo mi confronto, e che le
edizioni più recenti dei principali concorsi letterari italiani hanno
acuito. L’opinione personale è che bisognerebbe tenersene alla larga,
come autori ma soprattutto come lettori. Sia che si tratti dei premi
assegnati al termine di una competizione fra opere e autori diversi,
sia che si tratti di riconoscimenti al singolo autore conferiti al di
fuori di ogni gara. La ragione è che ormai un premio non si nega a
nessuno. Si tratta di una bella medaglia di latta che chiunque può
appuntarsi al petto. Roba da inserire nel curriculum, e da esibire
ogni volta che ci sia da lustrare pubblicamente l’ego.
È soltanto un caso che io parli di questo argomento mentre
m’appresto a scrivere di Nicola Lagioia. Che ha ricevuto un premio
per ciascuno dei tre romanzi pubblicati, ma che c’entra? Sono
soltanto coincidenze. Le considerazioni sul valore
dei premi letterari restano cose espresse a titolo personale, senza
che vadano ritenute giudizi indiretti sulla qualità dell’autore e della
sua opera. Mi limito a dire che ognuno si vede attribuire ciò che
merita, e a ribadire che per quanto mi riguarda i premi significano
zero. E ciò vale anche per l’autore di cui si parla in questo capitolo.
Che ha vinto un premio per ciascuno dei tre romanzi fin qui
pubblicati. Fra questi premi spicca l’edizione 2010 del Viareggio
Répaci, un concorso che soltanto tre anni prima aveva fatto parlare
di sé a causa dei contrasti e degli strepiti da vaiasse scambiati fra un
gruppo di giurati e la presidente Rosanna Bettarini. Per la cronaca,
in quell’anno 2007 venne selezionato come vincitore nella Sezione
Opera Prima uno dei romanzi più brutti che abbia letto in vita mia:
Fideg di Paolo Colagrande. Il libro che porta Lagioia a vincere un
premio tanto qualificato s’intitola Riportando tutto a casa e di esso

parlerò fra poco.

Per il momento mi limito a tratteggiare la figura dell’autore. Che
è un prodotto della factory di Minimum Fax, casa editrice specializzata
in teiere. Se volete sorbirvi un tè di buona fattura, alle cinque
del pomeriggio d’ogni dì, lì potrete trovarne di ogni qualità e fattura.
Servito alla temperatura ideale per il vostro palato. Ve lo favoriranno
con squisito savoir faire. E se capitate in un giorno nel quale i
minimifaxi sono di luna acconcia, magari va a finire che vi faranno
compagnia sdraiati sul canapè accanto a voi, a sorseggiare pensosamente
poggiando appena le labbruzze al bordo arabescato della tazza,
retta tenendo rigorosamente il mignolo in su. Se invece dovesse
capitarvi la malaventura di non trovare disponibile per la cerimonia
del tè il menomo fax, allora potrete sempre rimediare pescando fra
quei volumetti che come bustine da infuso se ne stanno disciplinatamente
impilati negli scaffali della factory. E fra quei volumi troverete
la raccolta di racconti intitolata La qualità dell’aria, mandata
in libreria nel 2004. Un volume curato dallo stesso Nicola Lagioia e
da Christian Raimo, un duo di specialisti nella sublime arte di dare
anima e vigore al superfluo. Convertendolo però in Super Fluo. E
non è mica una cosa alla portata di chiunque, credetemi. Bisogna
possedere un eccezionale talento da masturbatori di formiche rosse
(scopo: ridurne l’aggressività), o da spallinatori di fichi d’india (scopo:
ricavarne pura polpa), o da tracciatori del percorso dei granchi
albini (scopo: trarne vaticini su eventi futuri) per riuscire nell’intento.
Perché il nostro vivere quotidiano in società post-materialiste
si regge esattamente sul Super Fluo, sull’effimero elevato a matrice
suprema. E a qualcuno le pratiche appena menzionate – la masturbazione
delle formiche rosse, lo spallinamento dei fichi d’india, la
tracciatura del percorso dei granchi albini, e la curatela di antologie
come La qualità dell’aria – potrebbero apparire LSI (Lavori Socialmente
Inutili). E invece costui s’inganna, perché soltanto la scomparsa
delle pratiche apparentemente inutili ne fa spiccare l’utilità. E
vorrete mica che un giorno ci si ritrovi privi d’un Super Fluo come
La qualità dell’aria? Siete proprio sicuri che non vi mancherà qualcuno
capace di friggerla con sì superba perizia, quell’aria?
Probabile che nemmeno Camillo Langone, critico letterario del
Foglio, avesse compreso a suo tempo il senso della cosa. Nei giorni
in cui l’antologia curata dal Duo Super Fluo bivaccava in libreria,
Langone scrisse una stroncatura memorabile. Già il titolo valeva il

prezzo del quotidiano: «E Roma Nord inventa l’antologia dell’incularella
letteraria». Il riferimento geografico era alla zona della capitale
in cui i minimifaxi hanno sede, nei paraggi di Ponte Milvio. E
quanto all’incularella, nell’accezione data da Langone si tratta di un
sollazzamento omoerotico di gruppo attraverso il quale una cerchia
di maschi d’indole ellenizzante realizza la propria visione estetica
della vita. Naturalmente, in questo caso, la pratica incularellistica
trova espressione nell’ascesi letteraria e persegue questa via attraverso
un rigore anti-carnale dal quale non è possibile derogare. Di
ciò testimoniano abbondantemente tutti i frammenti dei romanzi
di Lagioia che s’avventurano nelle lande ostili dell’erotismo, e che
come vi mostrerò possono comporre un bel dossier su Turbe Sessuali
& Affini. La stroncatura firmata da Camillo Langone si soffermava
non solo sui contenuti dell’antologia, ma anche e soprattutto sulle
abitudini d’un gruppo di persone che a Roma Nord «vivono, scrivono,
e incularellano». E tuttavia, detto dell’indubbia pregevolezza
denotata dalla stroncatura di Langone, rimane il fatto che egli abbia
dato un giudizio distorto su La qualità dell’aria. Perché certamente
sul momento non ne seppe cogliere quel carattere Super Fluo che
era il vero senso dell’operazione editoriale. Sono certo che a distanza
di anni il critico del Foglio sarebbe pronto a fare ammenda e rivedere
il giudizio. Del resto, la stessa pattuglia dei minimifaxi assorbì il colpo
dopo che nell’immediato – narrano i ben informati – uno sbocco
di bile fosforescente risultò visibile persino attraverso Google Earth.
Bastava digitare «Roma Ponte Milvio» nella maschera di ricerca, e la
scia verde spiccava come un fiume acido.
Ma forse mi sono dilungato troppo sull’argomento del Super
Fluo e sui corollari incularellistici. Il fatto è che non sarebbe possibile
capire Nicola Lagioia e la sua letteratura senza menzionare la
sua appartenenza alla cerchia letteraria dei minimifaxi. E adesso che
questa premessa è stata effettuata si può procedere nell’analisi della
narrativa lagioiana.

2.  Razzolando male nel Super Fluo

Prima di valutare da lettore i libri di Lagioia devo fare due premesse.

La prima è che la valutazione riguarda soltanto i libri che l’autore
ha etichettato come romanzi. Così lui li definisce, e io mi attengo a
quella definizione anche se – specie nel caso del primo libro – stento
parecchio a riscontrare una connessione fra l’etichetta stessa e
il manufatto. Quanto ai suoi altri libri, che non sono romanzi né
provano a spacciarsi per tali, non mi è minimamentefax passato per
la testa di leggerli.
La seconda premessa riguarda il mio razzolar male. Perché nel
paragrafo appena concluso ho fatto l‘apologia del Super Fluo ma
adesso vado a contraddirmi esprimendo giudizi e voti molto negativi
sui libri di Lagioia. Finendo così per mostrare un atteggiamento
persino più chiuso di quello che ho criticato in Camillo Langone.
Ma purtroppo così va il mondo, e riconoscere l’insensatezza d’una
cosa non significa mica evitare di farla. Quale fumatore non è consapevole
d’avvelenarsi mentre si concede il vizio? Eppure lo fa. Così
avviene in me a proposito della narrativa Super Flua lagioiana e
delle sue inclinazioni incularelle. Ne riconosco la grandezza ma non
mi riesce proprio d’apprezzarle. E la colpa è solo mia, che non sono
in possesso della sensibilità letteraria sufficiente a giovarmi d’un così
immenso messaggio artistico. Forse un giorno riuscirò a grattar via
la crosta di grettezza che m’obnubila. Per adesso mi limito a riconoscere
la ristrettezza delle mie facoltà di giudizio, e la medesima limitatezza
d’atteggiamento che porterebbe uno scimpanzé a strepitare
e grattarsi il culo mentre ode le Quattro Stagioni di Vivaldi. Questa
consapevolezza mi aiuterà nel prosieguo del capitolo, consentendomi
di temperare la rozzezza dei miei pregiudizi con un contro-pregiudizio
favorevole al Super Fluo incularello.
Il primo libro è tutto un programma già dal titolo: Tre sistemi
per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi), da qui in poi
TSST. Lo scimpanzé si gratta vigorosamente le natiche e poi s’annusa
le dita per stordirsi di realtà. L’editore del libro è minimum fax,
l’anno d’edizione il 2001. Il libro è stato insignito del Premio Lo
Straniero. Dicasi. In terza di copertina c’è una foto dell’autore, con
un’espressione simile a quella che mostrerebbe Maurizio Gasparri
guardandosi allo specchio e chiedendosi chi cazzo abbia messo lì
quella riproduzione di Guernica.

 

La foto di Nicola Lagioia in terza di copertina

La foto di Nicola Lagioia in terza di copertina

 

Quanto alla storia, non c’è nessuna
storia. Dunque lo scimpanzé che mi porto dentro, istigato da
Camillo Langone, mi indurrebbe a mettere in dubbio che si tratti

d’un romanzo. Ma ancora una volta si tratta di un limite mio. Sforzandomi
di individuare quei pochi elementi narrativi che attraverso
la nebbia delle mie deboli capacità cognitive mi riesce distinguere,
ne catturo tre.
Il primo riguarda gli incroci fra l’Io narrante e Tolstoj nella
Roma dei giorni nostri; i due giocano a scacchi e intrecciano dialoghi
surreali. Roba palpitante quanto osservare una tartaruga che
mangia una scorza d’anguria.
Il secondo riguarda il sofferto rapporto fra il protagonista e la sua
donna, che in questo romanzo si chiama Giulia. Naturalmente Giulia
lo molla, ma poi a un certo punto decide di tornare mostrando
d’essere donna capace di tenere il suo uomo (o almeno l’omuncolo
paracelsiano che fa da Io narrante nel libro) per le fragili palline. Le
sfighe sentimentali e sessuali dei protagonisti sono nei romanzi di
Lagioia una costante, al pari dell’omuncolezza dei protagonisti stessi.
E qui va fissato un primo punto: il campionario di svirilimento e invertebratezza
denotato dagli Io narranti maschili dei romanzi di Lagioia
è il migliore spot per un femminismo radicale post-genetico,
propugnatore della svolta verso la riproduzione senza accoppiamento.
In fondo, cosa farsene del maschio se il maschio è questo qui?
Dunque meglio bypassare la Super Flua fase dell’accoppiamento,
che per di più se praticato con esemplari maschili del genere risulta
piacevole quanto un paio di orette di Supplizio della Ruota. Quelli
delineati dalla penna di Lagioia sono tragici esemplari di Maschio
Omega, la deriva disfattistica di un’identità di genere che evidentemente
portava dentro sé come un germe, fin dalle origini, questa
malattia senile. Studiando quei profili di Maschio Omega lagioiano
i sociobiologi e i genetisti radicali esulterebbero, prendendosi la rivincita
contro decenni di critiche fondate sull’accusa di eccesso di
determinismo. «Visto che avevamo ragione? E che tecniche quali
l’inseminazione artificiale o la fecondazione assistita non sono meri
strumenti, ma piuttosto una risposta adattiva della specie?» Soltanto
nelle pagine di Scurati si registrerà una disfatta peggiore, ma è presto
per parlarne. E tuttavia ancora una volta mi faccio consapevole
del fatto che quanto appena detto sia solo una valutazione scimpanzesca,
frutto della mia insufficiente capacità di cogliere il Super Fluo
(maschile, in questo caso). Fra vent’anni, rileggendo queste righe,
mi vergognerò come un primate.

Il terzo elemento ha a che fare col tema della tossicomania. L’eroina
ricorre anche nel terzo romanzo dell’autore, e pure nel secondo
qualche sballo emerge qua e là. Un’altra costante narrativa,
dunque. E tuttavia, osservando la citata foto dell’autore in terza di
copertina, va detto che mica si può sempre dare ogni colpa alle droghe.
Suvvia!
Voto: 0.

Il secondo romanzo s’intitola Occidente per principianti (da qui in
poi OPP, Einaudi, 2004). Il libro risulta essere vincitore del Premio
Scanno (stìca!), e si fonda su una storia che in ogni modo si sforza
d’essere grottesca. Per come l’ho somatizzata è stata, più che altro,
grattesca. L’orchite è stata infatti il segno più tangibile di quest’esperienza
di lettura, dopo averla conclusa. Ma anche in tal caso la mia
è una reazione scimpanzesca, dovuta all’incapacità di acquisire il
mood post-materialista necessario a apprezzare il Super Fluo. Quanto
alla storia, provo a sgrovigliarne le coordinate dal sudoku che il
lettore s’infligge scegliendo ostinatamente d’andare fino in fondo al
libro. Il protagonista è un ghost writer d’articoli giornalistici, a cui
la committente assegna il compito di ritrovare le tracce d’una donna
italiana amata da Rodolfo Valentino. Per riuscire nell’intento il
protagonista s’imbarca in un viaggio per la penisola narrato in tono
grattesco; cioè si vorrebbe stupire il lettore con provocazioni a getto
continuo, e invece la sola reazione davvero provocata è la narcosi. A
fare compagnia al protagonista sono la solita donna fatale candidata
alla riproduzione senza accoppiamento, e un regista cinematografico
paranoico talmente caricaturale da sembrare uscito da un cartone
animato. Quanto al colpo di scena finale, provoca lo stesso pathos di
quando in stazione il tabellone elettronico dà finalmente il binario
del vostro treno. E, che ci crediate o no, il romanzo vincitore del
Premio Scanno (stìca!) e tutto qui. Ultima notazione: il romanzo si
conclude in una data storicamente cruciale: martedì 11 settembre
2001. Il lettore, annichilito dai fumi lisergici della prosa Super Flua,
quasi non coglie il dettaglio. Il frammento di libro da cui la circostanza
temporale si dovrebbe evincere verrà illustrato più avanti,
a ennesima dimostrazione di quanto sia capace Nicola Lagioia di
comunicare i propri labirintici paesaggi mentali.
Voto: 2

Il terzo e ultimo romanzo della serie è quello più famoso. Si tratta

di Riportando tutto a casa (da qui in poi RTC, Einaudi, 2010), e

dei tre è quello che presenta un qualche pregio. Per esempio ci sono
alcune interessanti analisi di taglio sociologico, anche ben argomentate.
Molto interessante quella sull’effetto e sul significato sociale di
Drive In, il programma d’intrattenimento che impresse una svolta
rilevante alla berlusconizzazione culturale del paese. Si tratta di
frammenti che, presi a sé, sarebbero stati apprezzabili. Ma che scaraventati
dentro a un romanzo e al suo registro risultano omogenei
quanto lo sarebbe sentir intonare «Vitti ‘na crozza» nel bel mezzo
d’un concerto degli Iron Maiden. In condizioni del genere anche
un’analisi ben argomentata diventa puro Super Fluo. E sì, ok, ancora
una volta lo scimpanzé ha preso il sopravvento sull’avveduta capacità
di critica. Ma almeno fino a che non avrò educato i miei rozzi
gusti letterari al più raffinato canone Super Fluo continuerò a pensare
che se si scrive un romanzo si scrive un romanzo, e se si scrive
un saggio si scrive un saggio. E che qualche incursione saggistica nel
romanzo si può anche fare, ma a patto di non creare l’Effetto Box;
ovvero, fare in modo che alcune pagine di un romanzo sembrino
gli spazi che in un manuale vengono dedicati agli approfondimenti.
Per leggerli questi ultimi bisogna aprire una sorta di parentesi
rispetto alla continuità dei capitoli e dei paragrafi che compongono
il libro. Lo scopo è sviluppare con dovizia di dettagli un tema specifico
senza correre il rischio d’appesantire la struttura complessiva
del manuale e la sua scansione in capitoli e paragrafi. Chi vuole
continuare la lettura secondo la sequenza ordinaria guarderà i box
in un altro momento (o, al limite, eviterà di leggerli), o altrimenti li
leggerà subito attrezzandosi mentalmente all’apertura di una parentesi.
Nella forma-romanzo un artificio del genere è assolutamente
da evitare, sia che si tratti di box appositamente disegnati, sia che si
tratti di scarti della scrittura che abbandonano le sponde della narrazione
per approdare sulle rive del cosiddetto pippone sociologico. E
essendo io parte in causa (come sociologo, non certo come pippo)
mi sento accreditato a parlare di ciò. Per dire che brandelli d’analisi
sociologica possono anche essere coerenti negli schemi della forma
narrativa, ma a patto di mantenere una misura. Se invece si sconfina
nel saggio, rompendo la continuità del registro narrativo, allora il
risultato è quello di ammazzare la narrazione. Questo è l’Effetto Box,
e consiste nell’interrompere bruscamente la narrazione per piazzare

un pippone sociologico. L’effetto, sgradevolissimo, è lo stesso che si
prova quando un film trasmesso in tv viene interrotto per far passare
una telepromozione di materassi a acqua.
Quanto alla storia, si compone di una sessantina di pagine (le
prime) che messe assieme alla parte restante del libro compongono
un Frankenstein. Il resto procede in modo più o meno accidentato
verso una fine che arriva troppo tardi. Nelle pagine di RTC vengono
narrate le vicende di una coorte di giovani nella Bari che attraversava
il boom economico degli anni Ottanta. Droga, dissipazione, e
tanto sesso avariato. Vi si trova qualche buona descrizione del clima
socio-culturale del tempo, che alza il voto rispetto a OPP. Quanto
all’intreccio, è palpitante come le estrazioni del Lotto.
Voto: 2,5.
E adesso che lo scimpanzé inside ha fatto il suo lavoro e esternato
le sue impressioni, posso passare all’analisi più dettagliata. Senza
però riuscire a darvi delle assicurazioni sulla capacità di tenere definitivamente
a freno il primate che è in me e la sua ansia distruttiva
verso il mood Super Fluo.