Pallonate – Le galosce di Sinisa e un primogenito chiamato 6-1

I successi sportivi sono un galvanizzante naturale, specie in una piazza come Napoli abituata a vivere di passioni forti. E se a raccontarli è un giornalista come Antonio Giordano del Corriere dello Sport-Stadio, capace di trovare il lato epico pure in una gara di curling, immaginate un po’ cosa venga fuori. Roba da vertigini.

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Antonio Giordano

 

È stata così anche dopo la larga vittoria della squadra di Maurizio Sarri contro l’Empoli. Così celebrata da Giordano nell’edizione di lunedì 1 febbraio: “The show must go on: ed è uno spettacolo a cielo aperto, un calcio sublime, la ricerca d’un apparentamento con il passato remoto o recente (all’olandese? Il tiki-taka?), il divertimento allo stato puro d’una squadra che non si nega nulla e nelle cinquanta sfumature d’azzurro (le reti, i punti) si riscopre una città persa nel suo legittimo sogno”. Chi conosce lo stile di Giordano sa che periodi come questo sono la norma e non l’eccezione. Chi invece non aveva mai avuto l’onore farebbe bene a concedersi un respiro prima di proseguire: “La Grande Bellezza eccola qua, è in un Napoli alla sua sesta manita stagionale, un frullatore capace di disintegrare l’Empoli (che per un’ora è vivo), di dominare una partita divenuta perfida, di prendersela, arricchirla del rendimento straripante di chiunque, dei centrocampisti che pressano e degli attaccanti che la spaccano”.

Poesia pura, quella di Giordano. Una prosa talmente alata da richiedere un brusco ritorno alla realtà. Sicché, quale miglior antidoto che la prosa di Alessandra Bocci della Gazzetta dello Sport? Povera figliola, prova da una vita a fare la poetessa del pallone. I risultati sono desolanti, ma c’è da apprezzare la perseveranza dello sforzo.

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Alessandra Bocci in tutto il suo splendore

 

Il suo articolo su Sinisa Mihajlovic nell’edizione del primo febbraio contiene dei passaggi che per il lettore sono un invito al suicidio assistito. Per esempio, questo: “Mihajlovic sempre all’ultima spiaggia, e a un certo punto conviene comprarsi delle belle galosce per tenere i piedi asciutti”. Sì, lo so che avreste preferito mettere una guancia sulla piastra degli hot-dog piuttosto che leggere ‘sta roba qui. Ma questo è ciò che i lettori della Gazzetta si ritrovano quasi quotidianamente. E almeno voi non dovete pagare, per il frammento precedente come per quello che segue: “Non è più tempo di scherzi, probabilmente. Mihajlovic ha capito da un po’ che la sua strada nel Milan è piena di siepi, ponticelli, staccionate trabocchetto e cancelli malfermi quanto il suo posto in panchina”. O come la prosa della Boccina.

Del resto, di poetesse mancate la Gazzetta dello Sport pullula. Per esempio, Fabiana Della Valle, autrice di un esercizio di stile fra i più diffusi nel giornalismo sportivo italiano. Lo si ritrova a pagina 19 dell’edizione del primo febbraio, in un articolo sulla prova dello juventino Paul Pogba sul campo del Chievo: “Diceva Honoré De Balzac che ricchi si diventa, eleganti si nasce. Lo scrittore francese del diciannovesimo secolo non ha avuto la fortuna di veder Paul Pogba, altrimenti avrebbe pensato pure lui che il suo connazionale calciatore ha avuto in dono questa qualità”. Povero Balzac, che cosa si è perso: i palleggi di Paul Pogba e le vaccate di Fabiana Della Valle. Dimenticavo: l’esercizio di stile espresso dalla cronista gazzettara è sintetizzato dall’acronimo CLAM. Citazione Letteraria Ad Minchiam.

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Fabiana Della Valle

 

La limpida prosa di Tony Damascelli. Dal Giornale del primo febbraio: Domingos Alexandre Rodrigo Dias da Costa, mentre gli interisti provavano a leggere tutta quella roba lì, Alex, che così si fa sbrigativamente chiamare, ha piazzato la sua crapa pelata confezionando il tortello carnevalesco per i suoi fratelli rossoneri e ha svegliato il derby”. Svegliare il derby piazzando la crapa pelata e confezionando un tortello carnevalesco per i suoi fratelli. La logica è fuori di qui.

 

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Tony Damascelli

Ma se si tratta di logica, e soprattutto di pulizia del periodo, allora Gaia Piccardi del Corriere della Sera straccia tutti. Certi mappazzoni di parole potete leggerli soltanto nei suoi articoli. Roba che un giorno potrebbe sostituire i Test di Rorschach. Nell’edizione del primo febbraio un suo articolo commentava la vittoria di Novak Djokovic agli Australian Open. Riflettendo sull’apparente imbattibilità del serbo, Sua Gaiezza si è lasciata andare alla seguente considerazione: “Ha vinto quattro degli ultimi cinque Slam e ancora ci chiediamo come abbiano potuto i bermuda da surfista di Wawrinka spezzare l’incantesimo l’anno scorso sulla terra rossa di Parigi (…)”. E già, come avranno fatto i bermuda da surfista di Wawrinka? E cosa mai avrebbero potuto combinare i mutandoni in flanella di Nonna Papera? Manco la kriptonite. Ma il frammento migliore di quell’articolo è un altro: “Andy Murray si assenta subito, sfumata l’occasione break al primo game, zavorrato dalle fatiche con Ferrer e Raonic, distratto dall’imminente nascita, dall’altra parte del pianeta, del primo erede (6-1)”. Bel nome quello dell’erede di papà Andy: 6-1 Murray. E allora mi sentirei di ribattezzare Sua Gaiezza: 6-0 Piccardi.

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Nelio Lucas Story – 1 Com’è profondo il Beira-Mar

 

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Nelio Lucas, CEO di Doyen Sports Investments

Per sapere qualcosa di più su Nelio Lucas Freire e le sue doti manageriali non bisogna fare ricerche complicate o rivolgersi agli insider. Basterebbe chiedere ai tifosi del Beira-Mar, sfortunato club di Aveiro scomparso dal calcio professionistico la scorsa estate per debiti. Loro l’hanno conosciuto quand’era giovane, Nelio. E ne porterebbero ancora i segni addosso, se non fosse che dopo di lui sono arrivati personaggi capaci di fare peggio. È dicembre 2003 e il futuro CEO di Doyen Sports Investments, allora ventitreenne, esibisce già un talento manageriale di quelli che, visti all’opera, ti spingono a pronunciare una sola parola: why?

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Il logo del Beira-Mar

Ci si accinge a celebrare l’inaugurazione del nuovo stadio di Aveiro, il Municipal, edificato in vista dei Campionati Europei la cui fase finale si svolgerà in Portogallo di lì a pochi mesi. A dire il vero l’impianto è già stato inaugurato un mese prima, il 15 novembre, con un’amichevole fra le nazionali di Portogallo e Grecia. Una partita che si rivelerà di pessimo auspicio per due motivi: perché agli Europei la Grecia batterà due volte il Portogallo, nella partita d’apertura del torneo e nella finale; e perché, nell’immediato, quell’inaugurazione non lascia soddisfatta la comunità locale, che deve scontare problemi organizzativi relativamente alla messa in vendita dei biglietti. Anche il Beira-Mar non è contento di come sono andate le cose quel 15 novembre, e inoltre vuole una festa tutta propria per suggellare l’ingresso nello stadio che sostituisce quello vecchio intitolato a Mario Duarte, ex calciatore e diplomatico aveirense che fra l’altro è stato socio fondatore del Belenenses.

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L’Estadio Municipal Aveiro

 

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L’Estadio Mario Duarte

 

Per questo motivo si decide di organizzare un’amichevole in data 11 dicembre contro l’Osasuna Pamplona, che in quel momento è quarta in classifica nella Liga spagnola. Con la gara fissata per le 21, ai tifosi aveirensi viene dato appuntamento per le 20 poiché prima del calcio d’inizio è in programma uno spettacolo multimediale accompagnato da fuochi pirotecnici, per uno show che secondo le sobrie promesse della società organizzatrice sarà “il migliore che sia mai stato organizzato in Portogallo per l’inaugurazione di uno stadio”. La società in questione si chiama World Football Management, e come si può intendere dal nome si occupa non soltanto di organizzare spettacoli ma anche di gestire carriere di calciatori, alcuni dei quali sono in forza al club aveirense. E chi è il rappresentante dell’agenzia? Ovviamente il giovane Nelio Lucas. Che parlando con la stampa alla vigilia dello show si presta a alimentare il mistero sulla notizia annunciata dal presidente aveirense Mano Nunes, riguardante la presentazione di un rinforzo per la squadra. Notizia che desta perplessità, dato che siamo ancora nella prima metà di dicembre e il mercato riapre a gennaio. Ma comunque sia, la curiosità intorno al nuovo arrivo s’accende e il giovane Nelio ci mette il suo dichiarando ai giornali che il nuovo arrivo “è una bomba”, e aggiungendo alcuni dettagli sul soggetto: “È molto alto, biondo, parla portoghese e arriverà oggi in Portogallo. Estasierà i tifosi, è un elemento che manca alla squadra”.
L’amichevole fra Beira-Mar e Osasuna si concluderà 1-1, e per assegnare il primo (e unico) Trofeo Mario Duarte è necessario andare i rigori. Che com’è ovvio in casi del genere premiano la squadra di casa. Quanto allo show, che nelle intenzioni del ciarliero Nelio avrebbe dovuto essere “il migliore che sia mai stato organizzato in Portogallo per l’inaugurazione di uno stadio”, è un fiasco leggendario: a dispetto dello slittamento del calcio d’inizio dalle 21 alle 22.15, e nonostante i prezzi popolarissimi (tra i 5 e i 10 euro), gli spalti sono semivuoti. Ma soprattutto, viene svelata l’identità del rinforzo: si tratta dell’aquila Mană, la nuova mascotte del club aveirense. Un pupazzo molto alto, biondo, che forse parla anche portoghese e magari sarà davvero arrivato in Portogallo il giorno prima.

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La mascotte Mana, il “rinforzo” di cui parlava Nelio Lucas

Probabile che qualcuno trovi divertente quella trovata. Certamente non i tifosi del Beira-Mar, a giudicare dai commenti tuttora rintracciabili sui forum.
Purtroppo per loro, quella trovata da festicciola di compleanno per bambini sarà non soltanto una dimostrazione del talento manageriale e organizzativo del giovane Nelio. Da lì si pongono le premesse della parabola discendente che per tappe successive condurrà il Beira-Mar alla mestizia di adesso. E il primo stadio di questa discesa registra il ruolo attivo del futuro CEO di Doyen Sports Investments. Che pochi mesi dopo la sera dell’inaugurazione del nuovo stadio sarà di nuovo in prima linea, come rappresentante portoghese di un’operazione che nelle intenzioni dovrebbe “dare una dimensione internazionale al Beira-Mar e portarlo fra le grandi del calcio portoghese”. Siamo a fine aprile 2004, ma nel giro di soli quattro mesi Nelio Lucas ha già cambiato giacca: rappresenta non più la World Football management, ma il bel più potente Stellar Group, lo stesso che a giorni potrebbe portare Jonathan Calleri all’Inter.

 

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Jonathan Barnett

 

Il boss di Stellar, Jonathan Barnett, si presenta a Aveiro per decantare le magnifiche sorti e progressive del club giallonero. Si capisce da subito che il punto principale della partnership, la cui durata iniziale è fissata in due anni, consiste nell’arrivo a Aveiro di una serie di giovani calciatori sotto il controllo di Stellar. L’avvio dell’operazione è fissato con l’inizio della stagione 2004-05, e a quel punto Nelio Lucas gongola per avere gestito nel suo paese un’operazione per conto della potente agenzia inglese. Un’operazione che si rivelerà disastrosa da ogni punto di vista. Firmata dal futuro CEO di Doyen Sports Investmenst, che ovviamente adesso non inserisce cotanta performance nel CV.

 

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Mick Wadsworth

Si comincia con la nomina dell’allenatore. Si tratta dell’inglese Mick Wadsworth, ex secondo di Bobby Robson. Un tipo scorbutico che subito mette alla porta diversi giocatori. Il suo inizio di campionato non è male, ma dopo sole quattro partite (due vittorie e due sconfitte) chiede la rescissione del contratto e se ne va a fine settembre. Giustifica la decisione con ragioni familiari, ma non ci crede nessuno. In quell’occasione il giovane Nelio Lucas s’affretta a metterci la faccia, dicendo che la partnership fra il Beira-Mar e Stellar Group non sarà compromessa dall’episodio. Pochi mesi dopo quelle parole suoneranno comiche.

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Mick Wadsworth durante la conferenza stampa di addio al Beira-Mar. Alle sue spalle, il presidente del club giallonero Mano Nunes e il giovane Nelio Lucas

 

Per sostituire Wadsworth viene chiamato un esperto mestierante della panchina portoghese, Manuel Cajuda. Che in dieci partite fa smottare il Beira-Mar a un solo punto dalla zona retrocessione e rescinde pure lui.

 

 

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Manuel Cajuda

 

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Jozef Chovanec

Chiaro ormai che tutti i bei discorsi sull’internazionalizzazione del club e sulla sua ascesa al rango delle grandi squadre portoghesi sono da mettere da parte, e che c’è soltanto da salvare la pelle. Ma come se non fosse ancora abbastanza, ecco che arriva per Nelio Lucas e lo Stellar Group una figuraccia leggendaria. Dovendo sostituire Cajuda, la SAD aveirense compie una scelta per lo meno bizzarra: chiama Joseph Chovanec, ex CT della nazionale ceca, come allenatore principale e gli mette al fianco come secondo il bulgaro Stoycho Mladenov. A pressare per la scelta di Chovanec sarebbe stato proprio lo Stellar Group rappresentato dal giovane Nelio Lucas. L’annuncio viene dato forse un po’ troppo in fretta, perché pochi giorni dopo e nel pieno delle feste natalizie Chovanec fa sapere al club giallonero che rifiuta l’offerta. Dice che ha poco tempo a disposizione per conoscere la squadra prima della ripresa del campionato.

 

A quel punto, sia il club che lo Stellar Group col suo rampante emissario portoghese si sono già coperti di ridicolo. E il presidente Mano Nunes va pure oltre quando il 28 dicembre presenta il nuovo tecnico Luis Campos, futuro uomo di fiducia di Jorge Mendes al Monaco. In quell’occasione il presidente del Beira-Mar dice che Campos era già la sua prima scelta dopo la rescissione con Wadsworth, quando aveva affidato la panchina a Cajuda. A ogni modo, la stagione del Beira-Mar va sempre peggio, e a fine aprile pure Luis Campos passa la mano per lasciare a Augusto Inacio il tentativo di evitare la retrocessione.

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Luis Campos

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Augusto Inacio

Che invece arriva, assieme alla notizia che la partnership fra Stellar Group e il Beira-Mar si conclude con un anno di anticipo sui programmi. E i giocatori portati a Aveiro da Stellar Group tramite il giovane Nelio Lucas? Una vagonata di bidoni. Paul Murray e Stephen McPhee non lasciano traccia. Zeman e Pablo Rodrigues rescindono nei giorni della ridicola saga Chovanec-Campos. L’attaccante danese Andreas Mortensen e il difensore gambiano Abdoulie Corr erano stati cacciati già a agosto da Wadsworth. L’attaccante serbo Gluscevic, il cui arrivo viene annunciato a luglio, non trova l’accordo col club. Il portiere australiano Galeković si fa un’esaltante stagione di panchina. Arriva a Aveiro persino il mitico Santiago Silva El Tanque, una fra le innumerevoli scartine portate a Firenze dal genio Pantaleo Corvino. E fra le tante mezze figure che arrivano quell’estate a Aveiro è persino il meno peggio, il che dà un’efficace immagine della qualità del lavoro svolto dal giovane Nelio Lucas presso il club giallonero.

 

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Santiago Silva, el Tanque

Quella stagione iniziata tra le fanfare si chiude con un’atmosfera da funerale di terza classe. E l’impresario di spettacolo Nelio Lucas, anziché organizzare la cerimonia funebre come gli sarebbe spettato, se ne va insalutato ospite assieme allo Stellar Group. Purtroppo, come già detto, col passare degli anni le cose per il club aveirense andranno a peggiorare, e diverranno tragiche dopo l’arrivo da quelle parti di un avventuriero italiano chiamato Omar Scafuro.

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Omar Scafuro ai tempi del Beira-Mar

 

Un mio articolo pubblicato da Panorama.web a febbraio 2014 scatenò un putiferio presso il Pieralisi Group, multinazionale delle macchine per la produzione di olio che si scoprì proprietaria del Beira-Mar a sua insaputa.

La scorsa estate, dopo una lunga agonia, il club è stato retrocesso in terza divisione per debiti. Nel frattempo il giovane Nelio Lucas è diventato grande. Ha fatto carriera, e si cimenta da grande uomo d’affari come CEO di Doyen. Ma prima che ciò avvenisse, egli è stato protagoniste di altre avventure, non meno notevoli che quelle realizzate a Aveiro. Una, in particolare, lo ha visto protagonista in Olanda. Se ne parlerà la prossima volta.
(1. Continua)

 

Torres, Cerci e Doyen Sports Investments: di questo in Italia non si parla

Alessio Cerci

Alessio Cerci

 

Fernando Torres

Fernando Torres

Alessio Cerci va al Milan, Fernando Torres torna dopo otto anni all’Atletico Madrid. Questi i termini essenziali dell’affare che segna in Italia l’apertura della finestra invernale di calciomercato. O per meglio dire, questi i termini che vengono esposti dalla stampa italiana. Che purtroppo ancora una volta manca l’opportunità di specificare ogni dettaglio della questione, e di raccontare ciò che si muove appena sotto la superficie dell’ufficialità. E pensare che si tratta di cose visibili a chiunque le voglia vedere, a cominciare dallo strano balletto intorno alla proprietà del cartellino di Torres. Così come non meno degne di rilievo sono le posizioni di Cerci e del Chelsea, col club londinese che rispetto allo scambio fra Milan e Atletico Madrid se ne sta sullo sfondo ma non troppo.  E su tutti, il solito soggetto che ormai ha colonizzato l’economia e la finanza del calcio globale, e che a partire dal 2013 ha allungato le mani sul calcio italiano: Doyen Sport Investments. Tenuto conto di tutto ciò, è il caso di mettere in fila ogni dettaglio della vicenda e infine avanzare degli interrogativi. Che ovviamente non troveranno risposta, ma cionondimeno vanno posti per lanciare un messaggio a tutti quelli che contano sul silenzio complice o sulla mera disattenzione per fare finanza attraverso il calcio.

Si parte dalla scorsa estate, quando i trasferimenti dei due calciatori avvengono senza che pare vi sia collegamento. Ma è solo un’impressione, perché la rete di attori che si muove dietro le due transazioni è sempre quella. Fra l’altro, entrambi gli affari vengono chiusi nelle ultime ore di calciomercato. Cerci viene ceduto ai Colchoneros per una cifra che stando a quanto riportato dagli organi d’informazione risulta di 16 milioni, più tre per imprecisati bonus. La cessione del giocatore mette fine a un tormentone che per i tifosi del Torino dura tutta l’estate e si conclude nel peggiore dei modi. Cerci viene infatti venduto quando non c’è più tempo per sostituirlo adeguatamente. E infatti il suo sostituto è Amauri, che come prevedibile si piazza in granata per godersi lo scivolo verso la pensione. Fra l’altro, il trasferimento all’Atletico dell’attaccante di Velletri fa giustizia di tutte le fanfaronate estive del presidente granata Urbano Cairo. Che a luglio, nel pieno delle dispute sulla destinazione del giocatore, ingaggia uno scontro verbale col Milan  i cui contenuti riletti adesso fanno sorridere. La sola cosa certa è che i due più importanti protagonisti della passata stagione granata, Alessio Cerci e Ciro Immobile, vengono ceduti senza essere ben rimpiazzati. Che poi i due, presunti talenti del calcio italiano, vadano a raccattare prove mediocri in campionati più competitivi è l’ennesima prova di quanto in basso sia caduta la nostra scuola. Ma questa è solo una divagazione.

Ciro Immobile

Ciro Immobile

Tornando al giorno in cui Cerci viene dato via, e seguendo anche l’efficace ricostruzione confezionata da Maurizio D’Angelo con un video postato su You Tube,  si viene a conoscenza del modo in cui l’acquisto è stato finanziato.

Si parla di un non meglio specificato fondo d’investimento inglese. Facile pensare si tratti di Doyen Sports Investments, che ha sede legale a Malta ma fa capo a Doyen Group il cui braccio finanziario fa base a Londra. Del resto, che nell’affare tra Toro e Atletico Madrid ci sia lo zampino di Doyen è testimoniato dall’arrivo in granata di Ruben Perez, calciatore di proprietà dei Colchoneros ma da un anno all’altro prestato a club della Liga accomunati da una caratteristica: essere legati più o meno strettamente a Doyen o al suo più importante alleato sul mercato globale dei calciatori, il potentissimo broker portoghese Jorge Mendes. I club in questione sono Deportivo La Coruňa, Betis Siviglia, Getafe e Elche.

Ruben Perez

Ruben Perez

Jorge Mendes

Jorge Mendes

Per di più, una visita al sito ufficiale di Doyen Sport Investments permette di scoprire che Ruben Perez è un calciatore che fa parte della scuderia del fondo. I dati di questo primo scorcio di stagione dicono che la sua presenza al Toro è pressoché irrilevante: soltanto sei presenze in campionato, nessuna dall’inizio, pur in una squadra mediocre e raccogliticcia. Tornando al rapporto fra Atletico Madrid e Doyen, trattasi di cosa abbondantemente nota, e persino pubblicizzata sul sito web del fondo. La cui pagina di presentazione mette sullo sfondo proprio i calciatori dell’Atletico mentre festeggiano una vittoria. Numerosi giocatori del club biancorosso sono sotto il controllo del fondo, e pure il tecnico Diego Simeone è stato messo sotto contratto nei mesi scorsi per la gestione dei diritti d’immagine.

Diego Simeone

Diego Simeone

C’è da aggiungere che, a dispetto di quanto molti disinformati di casa nostra decantassero soltanto sei mesi fa, il club madrileno è tutt’altro che un modello virtuoso di gestione. Si tratta invece di una fra le società calcistiche più indebitate al mondo. Che un club in condizioni finanziarie così disastrose venga lasciato libero di fare il mercato è già uno scandalo di per sé. Di sicuro, senza l’aiuto economico di attori esterni non potrebbe acquistare alcun giocatore.

Gli ultimi giorni di mercato sono anche quelli in cui Fernando Torres arriva al Milan. Proviene dal Chelsea come l’olandese Marco Van Ginkel.

Marco Van Ginkel

Marco Van Ginkel

E è davvero curiosa la gestione del parco giocatori presso il club di cui è proprietario Roman Abramovich. Da anni i Blues mandano in giro per l’Europa un esercito di calciatori. L’ultimo dato prima dell’apertura del mercato invernale parla di 27 giocatori, per un valore stimato di circa 100 milioni. Un inno allo spreco in un’epoca di crisi finanziaria, per il calcio e non soltanto per il calcio. Torres arriva in prestito biennale gratuito con opzione per il terzo anno. Formula bizzarra alquanto. Per lui un ingaggio da quattro milioni netti l’anno. E li chiamano parametri zero. Ringalluzzito dagli affari dell’ultim’ora, e al pari di Urbano Cairo un mese prima, il geometra Adriano Galliani conciona parlando dei “giorni del condor”.

Il geometra Adriano Galliani

Il geometra Adriano Galliani

Che sarebbero gli ultimi del calciomercato in cui egli è solito mettere a segno i colpi più importanti. Non sa che queste parole lo faranno coprire di ridicolo, svelando che quelli sono stati si e no i giorni dell’allocco. Torres si rivela un peso morto. Quanto a Van Ginkel, gioca pochissimo e se ne duole. Ha mica accettato il declassamento nella declinante serie A per fare panchina nel Milan più scassato dell’ultimo quarto di secolo? Il suo agente affida le lamentele del giocatore alla stampa, con minacce di partenza a gennaio. Ma a risolvere la situazione provvede Sulley Muntari, che in allenamento azzoppa l’olandese mettendolo fuori causa per tre mesi.

Durante questa prima fase di stagione i destini di Cerci e Fernando Torres prendono a incrociarsi. L’italiano gioca poco e male in Spagna, lo spagnolo gioca poco e male in Italia. Entrambi finiscono sul mercato. Il Milan vuole sbolognare Torres, ma il Chelsea di riprenderselo non vuol saperne. Nessun commento dal condor Galliani. Inoltre i rossoneri vorrebbero Cerci dall’Atletico, che invece preferirebbe andare all’Inter grazie ai buoni uffici di Roberto Mancini. E qui prendono a succedere cose strane.

Cerci viene “obbligato” a andare al Milan. Come e perché? Per un motivo che, manco a dirlo, sui media italiani non trapela mentre su quelli spagnoli viene esposto senza alcun problema: i diritti economici su di lui sono al 50% di un fondo d’investimento.  Quale? Non è difficile immaginare si tratti di Doyen, per quanto non vi sia ufficialità. E si sa quali siano i rapporti fra Doyen e Galliani, come ho illustrato anche in “Gol di rapina”.

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Ma per condurre in porto l’affare bisogna che si compia un altro passaggio: il Milan acquista a titolo definitivo Torres dal Chelsea per girarlo all’Atletico Madrid. Il “parametro zero”, che però è costato un ingaggio biennale da 8 milioni netti, è stato pure acquistato, Una vera aquila il condor. E a questo punto vengono su gli interrogativi che nessuno avanza:

  1. Quanto ha speso il Milan per “acquistare” Torres dal Chelsea?
  2. Qual è il valore di Cerci e il controvalore di Torres in questo scambio fra Milan e Atletico?
  3. Chi incassa i soldi versati dal Milan per l’acquisizione di Cerci? E in quali percentuali?
  4. Il Milan sta forse versando soldi a una terza parte?
  5. Chi paga lo stipendio ai due calciatori?
  6. Cerci è stato davvero “costretto”?
  7. Soprattutto: c’è reale circolazione di denaro o è tutto un  gioco delle tre carte?

Interrogativi che non troveranno risposta, soprattutto perché difficilmente verranno presentati a chi dovrebbe rispondere. E intanto le terze parti continueranno a fare e disfare nonostante i veti. E il geometra Galliani riprenderà a blaterare di giorni del condor. E grazie a Urbano Cairo i tifosi del Toro continueranno a godersi Ruben Perez.

Se Paco Casal tiene in scacco il Benfica e il Torino compra bidoni

Questo post è scritto a beneficio degli ingenui. Coloro che credono ancora al calciomercato come luogo in cui vengono svolte transazioni guidate da ragioni di opportunità tecnica, o per legittime esigenze di aggiustamento economico-finanziario dei club. Riguarda una vicenda portoghese. E a coloro che mi chiedano come mai io insista su fatti e episodi che si verificano in Portogallo, rispondo che quel paese è il centro motore dell’economia parallela del calcio globale. Lì l’operato delle terze parti e dei fondi d’investimento avviene alla luce del sole, e gli organi di comunicazione ne parlano come di una cosa che non suscita scandalo. Informarsi su ciò che accade nel calcio portoghese significa farsi un’idea precisa su ciò che sta accadendo nell’economia parallela del calcio globale e su quali siano le nuove frontiere per l’espansione del fenomeno.

Dell’episodio ha riferito il quotidiano O Jogo nell’edizione di ieri. Si parlava del contratto fra il Benfica e Maxi Pereira, esterno destro del club encarnado e della nazionale uruguayana.

Maxi Pereira

Maxi Pereira

L’accordo fra il club e il calciatore scade a giugno, e dunque a partire dal primo gennaio 2015 il calciatore entrerà in quella sorta di semestre bianco che gli permetterà di accordarsi già con un altro club. Grave che il Benfica sia giunto così tardi a discutere del rinnovo, ritrovandosi in una posizione estremamente indebolita sul piano negoziale. Ma non è questo il punto.

Il punto è che il rinnovo contrattuale si presenta molto complicato per il deteriorarsi dei rapporti fra il club e l’agente del calciatore. Che non è un personaggio qualsiasi. Si tratta infatti di Paco Casal, storico padrone del calciomercato uruguayano, da anni uno dei più potenti broker di calciatori al mondo.

Paco Casal

Paco Casal

Stando a ciò che O Jogo riferisce nell’edizione cartacea di ieri, il motivo del conflitto fra Benfica e Paco Casal risale giusto al precedente rinnovo contrattuale di Maxi Pereira firmato nel 2011, quando il giocatore aveva completato il primo quadriennio con le Aguias. In quell’occasione Casal fece entrare nell’accordo altri cinque giovani calciatori uruguayani. Perché così funziona quando si tratta coi broker sudamericani più potenti: se vuoi acquistare il calciatore forte o vuoi tenerlo con te, devi prenderti anche qualche brocco. Tanto per fare un esempio che dia l’idea: ricordate i mitici Antonio Pacheco e Gonzalo Sorondo, giunti all’Inter nell’estate del 2001 ai tempi in cui Alvaro Recoba vestiva la maglia nerazzurra? Ebbene, chi credete che fosse l’agente dei tre uruguayani?

Antonio Pacheco

Antonio Pacheco

Gonzalo Sorondo

Gonzalo Sorondo

Tornando ai rapporti tra Casal e il Benfica, il broker ottiene che il club compri 5 calciatori in cambio di 4,5 milioni di euro. Un accordo, fra l’altro, che stando a quanto riferisce una fonte dell’epoca è stipulato secondo un meccanismo che porta il Benfica a opzionare i calciatori e a dover sborsare una cifra tanto più elevata quanto più tardi eserciterà il diritto d’opzione. Il club encarnado paga, ma col trascorrere dei mesi fa i conti con una brutta sorpresa: dei 5 giocatori promessi ne arrivano solo tre. Si tratta di Gianni Rodriguez, proveniente dal Danubio, e di Jim Varela e Juan San Martín, entrambi dal Penarol.

Gianni Rodriguez

Gianni Rodriguez

Jim Varela

Jim Varela

Juan San Martin

Juan San Martin

Come volevasi dimostrare, si tratta di tre sòle. Tutti classe ’94, tutti arrivati a Lisbona nell’estate del 2013, non lasciano traccia. Rodriguez milita tuttora nel Benfica B in Segunda Liga portoghese, e dei tre è quello che mostra il curriculum di maggior pregio. Anche Jim Varela passa dal Benfica B, ma non ha nemmeno il tempo di riempire l’armadietto che viene spedito in prestito all’Espinho, anch’esso in Segunda Liga. Che per chi non lo sapesse ha un livello tecnico equiparabile alla serie D italiana. Lì ha messo insieme soltanto 10 partite nella scorsa stagione. Va via in prestito anche Juan San Martín. Pure a lui viene trovata una sistemazione in Segunda: la Farense, dove gioca 11 partite. E evidentemente si dimostra troppo scarso pure per la B portoghese, se è vero che all’inizio di questa stagione è stato rispedito in Uruguay. Gioca in prestito al Central Espaňol, serie B.

Trovatosi con solo tre dei cinque giocatori promessi, e per di più scarsi, il Benfica si sente danneggiato e pretende di rientrare della spesa per i due calciatori di cui mai ha beneficiato. E a partire da questa pendenza fra le due parti hanno origine i contrasti sul rinnovo fra Maxi Pereira e il Benfica. Morale della favola: il calciatore recalcitra non perché non abbia voglia di continuare al Benfica o perché ritiene l’offerta del club encarnado non all’altezza, ma perché così comanda il suo padre-padrone calcistico.

Avrete notato che non ho ancora menzionato gli altri due calciatori che facevano parte dell’accordo, i due delle cui prestazioni il Benfica non si è mai avvalso. Il primo è Elbio Álvarez, cresciuto nel Penarol. A dire il vero Álvarez sbarca a Lisbona. Peccato che sia rotto. Dalle scarne notizie reperibili sul web non risulta che abbia giocato una partita dall’estate del 2013.

Elbio Alvarez

Elbio Alvarez

Il secondo calciatore mai giunto a Lisbona è Gaston Silva.

Che non va al Benfica perché nel frattempo ha litigato con Paco Casal e ha cambiato agente. Adesso risulta in scuderia alla ProSoccer 24: la stessa di Iturbe, Paletta, del veronese (proprietà Udinese) Nico Lopez, e del decorativo romanista Paredes, e del fantasma Diego Laxalt: quello che ha girato fra Inter, Bologna e Empoli senza fin qui lasciare tracce. La cordata di Gustavo Mascardi.

Gustavo Mascardi

Gustavo Mascardi

Fino alla scorsa estate Gaston Silva ha giocato 25 partite nel Defensor. Da quest’anno è in forza al Torino, dove nelle prime sei gare di campionato non ha mai messo piede in campo. Lo si è visto all’opera soltanto a Bruges nella gara di Europa League, e per giudizio unanime degli inviati è stato il peggiore in campo fra i granata. Come mai il Toro ha ingaggiato questo bel soggetto? Saperlo…

Gaston Silva nel giorno della sua presentazione al Torino

Gaston Silva nel giorno della sua presentazione al Torino

Pallonate reloaded 4 – Il viziaccio di sentirsi scrittore e il ritroso De Laurentiis

Di Roberto Perrone ho già detto. Fino a qualche anno fa era soltanto un giornalista sportivo, e nemmeno di quelli brillanti. Poi è accaduto che si sia convinto d’essere un fine romanziere, in ciò traviato dalla pessima influenza di Antonio D’Orrico. E da quel momento in poi ha deciso che deve fare sempre il fenomeno, di qualunque cosa si occupi. Le conseguenze, per i lettori del Corriere della Sera, sono devastanti. Anche perché nel frattempo la qualità della sua scrittura giornalistica è andata in picchiata. Per darvi l’idea, ecco l’incipit dell’articolo pubblicato nell’edizione del 13 settembre: “In attesa (e nella speranza) di espugnare San Siro (come le succede da due anni) Madama ha espugnato la Continassa, nei pressi dello Juventus Stadium, dove sorgerà la nuova cittadella bianconera, sede e campi d’allenamento compresi”. La vostra professoressa di lettere alle scuole medie vi avrebbe massacrato, se aveste scritto un periodo che comprende due parentesi nel primo rigo e poi va avanti come se avesse perso la bussola. Ahilui, Perrone fa anche peggio quando prova a essere brillante parafrasando il brano musicale classico. Parlando dell’Inter e della prospettiva dell’incontro con la Juventus, egli scrive infatti: “Più facile per l’Inter di Walter Mazzarri. Meglio partire a fari spenti nella notte per vedere se è tanto difficile vincere”. Tu chiamali, se vuoi, tromboni.

A proposito di Mazzarri, ecco le sue perle di saggezza alla vigilia della gara con la Juventus. Ce le riporta Andrea Elefante, uno dei miei bersagli preferiti, sulla Gazzetta dello Sport di oggi: (…) una squadra non si può valutare da una partita, una rondine non fa primavera ma neanche tre rondini, e dunque è meglio andarci coi piedi di piombo”. Per la serie: un uomo, un luogo comune.

Chi invece è nettamente fuori dagli schemi è il presidente-sultano del Napoli, Aurelio De Laurentiis. Che durante l’assemblea di Lega del 13 settembre ha piazzato il solito one-man-cinepànetton. Dopo aver litigato con un paio di colleghi a caso, si è rivolto al presidente di lega, Maurizio Beretta, dicendogli (come cita la Gazzetta dello Sport di oggi): “Preparami i documenti per uscire da questa lega di m…”. Ma magari anche quelli per il TSO. Poi, uscendo, ha risposto alle domande dei cronisti. Notare, come mostra il filmato della Gazzetta, quanta fatica debbano fare costoro per convincerlo a rispondere…

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Pallonate Reloaded 2 – Andare allo stadio guidando la Bentley come un tifoso qualsiasi

L’Inter fa sempre notizia. Anche in un periodo gramo come questo il club nerazzurro offre materiale da racconto ai cronisti che se ne occupano. I quali, dal canto loro, troverebbero comunque di che scrivere. Per esempio prendete Matteo Dalla Vite, bolognese che per la Gazzetta dello Sport è stato arruolato nella squadra degli embedded interisti. Volete che uno così non cavi uno spunto anche nel giorno più insipido? Gli basta piazzare un incipit dei suoi per schienare il lettore. È stato così nell’edizione del 25 agosto, quando parlando dell’allenatore nerazzurro alla vigilia dell’esordio in campionato contro il Genoa ha scritto:

 

Full Metal Walter non prende mai la tangenziale. Taglia verso il centro del sistema.

 

E non state a chiedervi cosa diamine volesse dire, né a cercare nella parte restante dell’articolo il senso di quell’inizio che ha lo stesso effetto di un trompe-l’œil. Ciò che conta è lo spiazzamento del lettore. E in questo Dalla Vite è un maestro come dimostra un altro incipit, quello del 27 agosto, in cui vengono illustrate le mosse che hanno portato alla vittoria i nerazzurri contro i rossoblù:

Se tre innesti che sanno di Plasmon sbriciolano la partita.

 

Ciò che lo fotte è la voglia di strafare. Purtroppo Dalla Vite non è ancora riuscito a darsi una disciplina. Praticamente, è il Cassano del giornalismo sportivo italiano. È successo per l’ennesima volta nell’articolo appena citato, quello degli innesti al Plasmon. Insistendo sul tema del maestro che insegna da capo i fondamenti del pallone ai suoi allievi, il fenomeno di Strada Maggiore Vecchia s’è lasciato prendere la mano:

 (…) Perché Walter Mazzarri è come se avesse resettato tutto portando l’abbecedario in classe.

Ecco bell’e confezionato un periodo stile “Io speriamo che me la cavo”. Se a Mazzarri avanza una copia dell’abbecedario, la giri immediatamente all’embedded.

Con Dalla Vite che cicca miseramente la prova sul più bello, a spiccare questa settimana nella squadra dei gazzettari nerazzurri è Luca Taidelli. Che non si limita a un gesto da vittoria di tappa, ma addirittura piazza un’impresa da leggenda. Nell’edizione del 26 agosto egli ha raccontato il modo in cui Massimo Moratti ha vissuto una partita particolare:

La potenziale ultima a San Siro da presidente dell’Inter per Massimo Moratti inizia in modo anomalo. Andando allo stadio alla guida di una Bentley. Senza il consueto autista. Tutto solo ed esibendo alla solerte vigilessa il pass per varcare il filtro di piazzale Lotto. Come un tifoso qualsiasi.

 

E già, perché le domeniche calcistiche italiane pullulano di tifosi che vanno allo stadio a bordo d’una Bentley.

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Il ritorno della Pallonate significa soprattutto il ritorno di Antonio Giordano, il mio vate pallonaro. E lui non mi ha deluso. Fra domenica e martedì ha piazzato dei numeri strepitosi, perciò tenetevi forte. Si comincia con l’edizione del 25 agosto, in cui si raccontava la vigilia dell’esordio in campionato del Napoli contro il Bologna:

Vamos: e in quell’ora e mezza che trascina (immediatamente) nel vivo d’una stagione da attraversare a petto in fuori, il futuro è un’incognita da accarezzare con leggerezza e però con autorevolezza, la miscela esplosiva da nascondere sotto la panca per prendersi il San Paolo (…).

Nell’edizione del giorno dopo, a commento della vittoria napoletana contro l’ex bestia nera, Giordano ha espresso in questo modo la letizia del popolo napolista:

C’era una volta il <fatal> Bologna: ma quel che resta – per il Napoli – d’un tabù da perderci la testa (due sconfitte in tre giorni, appena otto mesi fa), d’un <nemico> (quasi) invincibile, è la statistica presa a pallate e poi strapazzata in un’ora e mezza densa di emozioni, attorcigliate intorno a un Hamsik prepotente, a un Callejon straripante e a una squadra che butta via i pregiudizi (?) sulla difesa a quattro e tracima.

L’edizione del 27 agosto, poi, è stata da fuochi d’artificio. Prima l’incipit dell’articolo su Hamsik:

 

Il Marek che bagna Napoli è quell’onda anomala che a cresta altissima avanza imperiosamente verso l’Olimpo degli Dei (…).

 

Quindi, lo spumeggiante pezzo sul rinnovo contrattuale di Lorenzo “il Magnifico” Insigne:

 

Magnifico, perché il sogno è in quell’universo tinteggiato d’azzurro, il cielo in una stanza che ha il poster per l’eternità (…). (…)È nata una stella e per lasciarla brillare, per non farsela scappare, per evitare lecite tentazioni altrui, per frenare i bollenti spiriti di mezz’Europa, le convergenze parallele partenopee hanno aiutato a rimuovere qualsiasi possibile incrostazione, a tacitare l’eventuale malumore per un trattamento economico ritenuto adeguato, a sistemare il progetto infilandoci dentro Lorenzino Insigne da qui al 2018, con un ritocchino all’ingaggio ed una rinfrescata all’umore che non ammette divagazione (…).

Ci sono giorni in cui Antonio Giordano è l’unico motivo per leggere il Corriere dello Sport-Stadio. Nei restanti giorni il giornale non esce.

Ovvio che i colleghi di testata destinati a coadiuvarlo nel seguire le vicende napoliste vengano sovrastati da una vis poetica così debordante, e perciò finiscano per fallire la prova per mancanza di serenità. È successo a Fabio Mandarini, che nell’edizione del 26 agosto si è occupato del dopo-partita vissuto dai giocatori del Bologna. Con particolare riferimento a uno fra loro:

 

Alessandro Diamanti parla poco, lo sanno anche i bambini, però quando lo fa notizie e spunti vengono fuori in fila. D’elite.

Quando ha tempo, ci scriva una mail per spiegare cosa cazzarola c’entrasse quel “D’elite”.

La verità è che in questi giorni la Napoli calcistica è una città in amore. E il principale quotidiano cittadino, Il Mattino, non può che esserne contagiato. Nell’edizione di martedì 27 agosto la prima pagina ospitava due commenti d’eccezione con rimando alle pagine interne, dedicati all’incidente di cui è stato vittima Higuain nel mare di Capri. Il primo era firmato da Massimo Corcione, ex direttore di Sky Sport 24. Che così ha iniziato il suo elzeviro:

Se l’ìnterpretazione dei segni a Napoli ha ancora l’antico valore, allora anche i punti cuciti sulla faccia di Higuain possono essere letti come l’anticipo di quelli che presto arriveranno in classifica.

Può fare di meglio, e lo sa.

Accanto al commento di Corcione campeggiava quello dello scrittore e tifoso azzurro Maurizio de Giovanni. Che ha da poco perso la corsa alla vittoria del Premio Bancarella a favore dell’orrendo Ti prego lasciati odiare di Anna Premoli. E a giudicare da ciò che scrive non si è ancora ripreso dallo shock. Già l’incipit lo testimonia:

Chissà se se lo immaginava, il Pipita, che quando gli hanno detto che in Italia avrebbe dovuto confrontarsi con avversari rocciosi l’avvertimento era da interpretare in senso così letterale. (…)

 

Sarebbe già sufficiente, e invece lo scrittore insiste:

(…) ma è ancora vivo il ricordo della doppia batosta in salsa bolognese subita in casa che in una sola settimana, la scorsa stagione, sottrasse a Mazzarri sia la coppa Italia che le speranze di agganciare la Juve lanciata verso lo scudetto.

 

E così, dopo la salsa sabaudo-sforzesca menzionata da Antonino Milone di Tuttosport nella scorsa puntata, ecco quella bolognese. Tenete aggiornato il menu, ché poi a fine campionato mettiamo su un bel catering e si fa festa. Per concludere, ecco la citazione andata a male:

 

Tanto, nella luminosa settimana del dopopartita, nemmeno la pietra caprese appanna il sorriso dei tifosi, che sono fiduciosi e pronti a cantare col poeta: come può uno scoglio arginare il Marek?

 

Scusa De Giovanni, ma di quale poeta parli?

La stessa edizione de Il Mattino ospitava un commento di Adriano Bacconi, l’uomo che sembra fatto apposta per dimostrare quanto la scienza esatta possa mostrarsi esattamente superflua. Un cosenbeta quadro d’onanismi. Fin qui l’avevo visto cimentarsi in esercizi di scarabocchio elettronico durante le puntate della Domenica Sportiva, chiedendomi se una cosa del genere sia giustificazione sufficiente per evadere il canone. Ma non m’era mai capitato di leggere qualcosa di suo. E adesso che l’ho fatto, ho scoperto che la sua dimestichezza con l’italiano scritto richiama gli scarabocchi che si diletta a tracciare in tv. Leggere per credere. Si comincia con una considerazione:

Ci sono due aspetti della prestazione del Napoli che mi hanno particolarmente colpito. La prima è la capacità di liberare e occupare spazi di gioco senza soluzione di continuità, la seconda quella di cercare il recupero immediato una volta persa palla.

 

Alt, Bacconi. Hai scritto che “ci sono due aspetti”. Cioè due termini maschili. E allora questi due aspetti non possono essere “la prima” e “la seconda”, ma “il primo” e “il secondo”. E non conta che ci si riferisca a termini declinati al femminile come “la capacità” e “quella di cercare”. Parlavi di aspetti, e potevi tranquillamente scrivere “il primo è la capacità (…)”. E spiace doverlo spiegare come si farebbe con ragazzino delle elementari, ma purtroppo c’è che poco dopo ti mostri recidivo:

 Lo stesso pre-requisito, la disponibilità di corsa, è necessaria, nella fase di transizione.

 

Ancora una volta, il “pre-requisito” è “necessario”, non “necessaria”. E poiché tre è il numero perfetto, ecco servito il terzo sfondone. Parlando del pressing esibito dal Napoli in gara, Bacconi ha scritto:

 

È una delle qualità che negli ultimi due anni ha permesso alla Juve di segnare un solco con le inseguitrici.

Il pressing è una “delle” qualità che “hanno” permesso, non che “ha” permesso. Viene da chiedere a Mazzarri se si ritrovi un altro abbecedario, ché qui i problemi non li ha soltanto Dalla Vite.

Un altro fenomeno del giornalismo sportivo si trova a Bologna. Si chiama Furio Zara, e per il Corriere dello Sport-Stadio segue il Bologna. Nell’edizione del 25 agosto, presentando la vigilia dell’esordio in campionato dell’allenatore rossoblù, egli ha scritto:

Si è stancato di parlare di salvezza. <Mi sono stancato di parlare di salvezza>. Che solfa, che noia. <Voglio giocare per vincere>. Stefano Pioli accelera. Brum, brum.

Penoso. Due giorni dopo Zara si è sbattuto a scrivere quasi due pagine di articoli, per far fronte a carichi di lavoro che in un giornale dall’organico ridotto ai minimi termini (ne parleremo, oh se ne parleremo…) si fanno sempre più massacranti. E scorrendo quella massa di pezzi mi dicevo che se anche avessi trovato uno sfondone, avrei soprasseduto per solidarietà. Ma c’è un limite a tutto. E quel limite è stato oltrepassato nel frammento che segue:

Il Bologna che domenica sera con un charter privato è tornato a casa, ha portato con sé un bagaglio pieno di dubbi (persino troppi perché alla fine bisogna pur considerare la differenza reale dei valori in campo), roba che comunque nelle compagnie low cost ti fanno svuotare la valigia, perché è troppo piena.

 

No, i carichi di lavoro non possono essere il salvacondotto per scrivere fesserie.

Gaia Piccardi, la regina del giornalismo sportivo frou frou, continua a fornirci preziose lezioni pratiche su come NON si scrive un articolo. E tutti quanti la ringraziamo per questi saggi d’anti-scrittura. Nell’edizione del Corriere della Sera del 27 agosto, in un articolo sui piani futuri di Luna Rossa, era compreso il seguente periodo:

Lo yacht club non cambia (Circolo della vela Sicilia) e la campagna acquisti investirà in ogni settore – velisti (il timoniere Draper, oggetto di molte critiche esterne, per ora non rischia e il tattico Bruni, un talento doc, va preservato in ogni caso), ma soprattutto progettisti (<Voglio un impegno progettuale molto diverso>) –, Bertelli immagina <una generazione di barche plananti e veloci, tipo i monoscafi del giro del mondo ma riadattati alla Coppa America>, perché l’evento andava svecchiato però <i catamarani Ac72 sono stati un passo troppo lungo e l’incidente mortale di Artemis ha creato un’instabilità psicologica che ha bloccato un po’ tutti>.

 

In un solo periodo c’era materiale per scriverne 7-8. Il tutto condito da: 3 parentesi, 3 virgolettati, e il prodigio di un frammento chiuso fra i due trattini nel quale trovavano spazio due micro-frammenti fra parentesi, uno dei quali virgolettato. Un guazzabuglio che varrebbe a uno studente delle medie l’invito a scegliere, dopo gli esami di licenza, una scuola tecnica con indirizzo edile. E assolutamente dobbiamo essere tutti quanti grati a questa gaia scrittura, per mostrarci come si debba evitare un uso della penna che s’approssimi a quello della cazzuola.

Ultim’ora: il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ha visto un film di merda al cinema e ha chiesto 100 milioni di danni a se stesso per averlo prodotto.

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