Gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli – 1 L’anti-Edipo mainstream: ammazzare la madre

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Per le novità in libreria bisognerebbe inventare un bollino PAD: Piace A D’Orrico. Semplificherebbe la vita a molti. Alla setta sempre più smilza di coloro che seguitano a prendere sul serio i consigli del Book Jockey del Corriere della Sera, e all’imponente platea degli apoti che da lui non se la bevono più nemmeno con l’imbuto.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Della necessità di un marchio PAD mi sono fatto convinto una volta di più leggendo il pompatissimo Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli. Un romanzo edito da Feltrinelli e condannato al successo prima ancora di approdare in libreria. Naturalmente si tratta di un PAD. E infatti Antonio D’Orrico l’ha subito celebrato con la sobrietà e la misura che gli sono proprie. E che l’hanno portato a gridare al genio o al capolavoro in casi desolanti come quelli di Giorgio Faletti, o di Paolo Doni alias Giuliano Zincone, o del polpettone La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, o di un modesto giornalista sportivo quale Roberto Perrone innalzato al rango di grande narratore, o persino del cinepanettonaro Enrico Vanzina celebrato come il nuovo Chandler per via di un paio di gialli-ittero pubblicati dall’ineffabile Newton Compton. E in mezzo a questa galleria di bellimbusti entra in pompa magna anche Marco Missiroli. E se qualcuno fra i più attenti ha già notato che per la seconda volta faccio riferimento al pompaggio, e magari già pensa ch’io vada perdendo colpi, si rassereni: qui nessuna pompa è a caso, e ve ne accorgerete.

Ma torniamo alla condanna al successo che impietosamente ha colpito il romanzo di Missiroli. E i cui motivi mi sfuggivano prima che ne iniziassi la lettura, risultandomi addirittura imperscrutabili dopo essermelo inflitto. Per carità, in giro c’è di molto peggio, specie se si guarda alla dozzina dello Strega. E se si fa un paragone con l’altro romanzo condannato al successo di questi ultimi mesi, La ferocia di Nicola Lagioia (leggi qui, qui e qui), si rischia di veder spiccare Missiroli alla stregua di un Dostojevki. Perché almeno quello di Missiroli, per quanto bruttozzo e paraculeggiante, è un romanzo; e invece le pagine di Lagioia costituiscono un’accozzaglia di geroglifici e cacofonie.

Ma non è certo sui confronti al ribasso che possiamo costruire la valutazione di un libro. Bisogna valutarlo a sé, per ciò che sono il suo stile, i suoi pregi e le sue pochezze. E preso così il romanzo di Missiroli spicca per quello che è: un malaggiustato romanzo di formazione sentimental-sessuale, pieno di ruffianeggianti furberie politically correct e di lacrimevolezze all’ingrosso. Una storia dove tutti sono buoni, ma talmente buoni, ma talmentissimamente buonissimi, che ti vien voglia d’impugnare un machete e fare una bella strage degli innocenti.

E che cazzo! Così, giusto per ristabilire un minimo di contatto con la realtà dei fatti quotidiani. Quella che vi mostra il ghigno imbelvito della vostra vicina di pianerottolo se soltanto scopre che vi siete puliti le scarpe sul suo zerbino. E invece nelle pagine di Missiroli succede che ci si veda portare via la donna dal proprio migliore amico e si reagisca con la flemma riservata a una mano di Bridge andata storta. In fondo poteva andare peggio, no? Poteva persino piovere.

In Atti osceni in luogo privato la situazione accade due volte. E il motivo di questo ricorrere risponde a una sorta di riscatto generazionale, che induce il figlio di un padre tradito da moglie e miglior amico a restaurare l’orgoglio maschile familiare portando via a sua volta la donna una caro amico. Ma dato conto di queste simmetrie asimmetriche delle corna (ché, in ultima analisi, il cervo resta cervo; e vaglielo a spiegare che da qualche parte suo figlio ha pareggiato il conto, o che un figlio futuro lo pareggerà), rimane l’irreale aplomb con cui le due teste coronate accolgono il fato. Come se nelle vene non avessero sangue ma Valfrutta Vellutata.

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Ecco, se dovessi rintracciare il carattere davvero osceno del romanzo, quello che il titolo pretende di richiamare con uno scontatissimo gioco di parole, lo indicherei nello scarto emotivo e temperamentale fra i personaggi del libro e la realtà quotidiana. Perché può succedere che uno su due reagisca sportivamente allo scippo della donna da parte dell’amico – corna e gesso, please –, ma due su due no, nemmeno in un fumetto porno anni Settanta stile Il Tromba o Corna Vissute.

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È quest’irrealtà il dato davvero osceno. Soprattutto, è oscena la sciatteria emotivo-affettiva di tutti i personaggi del romanzo, colmi di una bontà apparente che a grattar bene la superficie è ovina remissività. Come si direbbe dalle mie parti, a Agrigento, ciascuno di questi personaggi risponde al profilo l’acqua ‘u vagna e ‘u ventu l’asciùca (la pioggia lo bagna e il vento l’asciuga): passano gran parte del loro tempo a essere vissuti dalla vita. E questa mollezza caratteriale generalizzata, questa rinuncia al conflitto, fanno di loro degli Sciatti Osceni. Una schiatta di desistenzialisti che fanno della rinuncia il loro credo ultimo.

Troppo buoni per essere veri. Soprattutto, troppi sentimenti smielati i loro per essere dentro il mondo reale. E proprio su questo terreno si scorge la vera cifra del libro di Missiroli, calato in una strategia di marketing emotivo-sentimentale che cerca di sfruttare la New Age del Lacrimario Nazionale, l’imperativo anti-edipico che nel tempo più recente s’è rivelato un formidabile volano commerciale: il tema dell’uccisione della madre. Ha aperto la strada Massimo Gramellini, dimostrando che se osi su questo tema ci fai bei soldi. E ci si è cimentato per ultimo, in ordine di tempo, Nanni Moretti. Nel mezzo abbiamo registrato anche le opere letterarie di due eccellenze intellettuali dell’Italia contemporanea come Barbara D’Urso e Alba Parietti: che rispettivamente con Tanto poi esce il sole e Da qui non se ne va nessuno hanno aggiunto i loro ingegni a ingrossare il filone sulla morte della madre.

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E nel Paese mammista per eccellenza, ecco che stimolare il sentimentalismo sulla perdita della mamma significa mirare al bersaglio grosso con la certezza di fare centro. E forse la prefica ch’è in noi ne sentiva il bisogno, e aveva un vuoto da colmare almeno dai tempi dei film Anni Settanta interpretati da Renato Cestié.

Renato Cestié, ai tempi in cui era un'Icona del Lacrimario Nazionale

Renato Cestié, ai tempi in cui era un’Icona del Lacrimario Nazionale

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Erano i tempi delle ultime nevi di primavera e altri manufatti lacrimogeni, quelli in cui si provava una straordinaria libidine nell’andare al cinema e pagare il biglietto per comprarsi un pianto a catinelle. Che a ripensarci sembra di sentir riecheggiare nella mente Lucio Battisti per l’aere:

Grosse lacrime sciocche
Sono uova alla coque
E dai e dai (o. . )
Fatti un Pianto
Lacrimoni che sono lenzuola (o.. )
Da strappare da calare giù
Fatti un pianto

Ma si sa com’è: i tempi cambiano, e la società pure. Negli anni Settanta i tassi demografici erano da paese fertile abbestia, e allora ci stava di far schiattare i figli nelle opere di finzione cinematografica o letteraria. Ma adesso che siamo a Crescita Zero Meno possiamo mica più permetterci di far crepare i rampolli? Ovvìa!. Piuttosto rovesciamo la catena del lutto familiare e facciamo crepare prima il padre e poi la madre. E lo so che sto facendo spoiler, ma in fondo fa parte del mestiere e non vi si svela nulla che non possa mortalmente annoiarvi se lo scopriste da voi. Fra l’altro, e questo va riconosciuto, Missiroli non si limita a far schiattare la madre. Quella è roba che arriva alla fine del libro, e in qualche misura in quella morte c’è un elemento di riscatto per il modo in cui essa avviene. Ne parlerò in una prossima puntata, quando ci sarà da passare in rassegna tutto il Paracooly Correct che circonda le vicende degli Sciatti Osceni.

Il vero ammazzamento della madre avviene ben prima. Quando il giovane Libero, lo Sciatto Osceno che della storia è protagonista, scorge la maman impegnata in attività fellatoria con Emanuel, l’amico di famiglia che poi sostituirà il babbo in casa.

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E ve l’avevo detto che qui non si parlava di pompe a caso. Tanto più che già l’incipit del romanzo, bollato da alcuni come uno fra i più brutti nella storia del romanzo, mette dentro un concentrato di Freud con una puntina di Roberto Malone, poiché il babbo di Libero vi si pronuncia sulla potenza rivoluzionaria dei pompini per la storia dell’umanità mentre la mamma versa nel piatto i cappelletti.

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Roberto Malone

Roba da scatenare il trivio che c’è in ognuno di noi, ma lasciamo perdere. Perché il viaggio fra gli Sciatti Osceni di Marco Missiroli è soltanto iniziato, e dalla prossima puntata procederò al confronto serrato col testo come è mio solito. Per adesso basta dire che l’anti-edipica uccisione della madre passa anche attraverso una serie di episodi che provocano nel giovane Libero turbamenti e strascichi per l’identità sessuale dalla difficilissima gestione. E alcuni di questi sembrano persino avere una natura preterintenzionale rispetto alle volontà dell’autore, talmente preso dallo zelo di ammazzare la madre da perdere misura e consapevolezza. Sicché gli scappa un passaggio del libro carico di significati anti-materni, col suo rappresentare un latente infierire sull’acerba virilità del figliolo. Succede quando Libero porta dalla mamma la giovane fidanzata nera parigina, Lunette. Le due donne s’intendono immediatamente, e a quel punto la mamma di Libero decide di donare un libro alla fidanzata di Libero (l’insistenza su libri e citazioni è uno degli elementi più stucchevoli e cicisbei dell’intera opera). Quale libro? Si tratta dell’edizione francese di un classico italiano del Novecento (pagina 89):

Lunette era stupefatta dalla varietà delle edizioni. Mamma le regalò La vie agre di Luciano Bianciardi.

 

E immaginate come vi sentireste voi, se al primo incontro con la vostra fidanzata la mamma le regalasse un oggetto il cui nome richiama il Viagra. Da non riprendersi mai più. Sciatti Osceni per imprinting materno.

  • (1. Continua)

Come sempre, per farvi riprendere dalle brutture che vi infliggo allego un brano musicale ristoratore. Arrivederci a presto.

La vera verità sul caso Harry Quebert

È un bellissimo libro, La verità sul caso Harry Quebert dello svizzero Joël Dicker. Ti cattura subito e non ti lascia più. Un po’ ti porta via lui, ma soprattutto sei tu a volerlo con te in ogni dove come fosse una coperta di Linus d’ultima generazione. Un’attrazione fatale, invincibile. Lo vedi in vetrina o su qualsiasi altro banco vendita e sai già di non poterne fare a meno. E non è soltanto una questione di prima impressione, che come tante altre è sempre a rischio di rivelarsi ingannevole. Tutt’altro. Perché quando si entra in possesso di La verità sul caso Harry Quebert – di norma, non più di 10 minuti d’orologio dopo il primo avvistamento, e se proprio si è talmente sfigati da beccare la coda in cassa – si scopre che esso mantiene ciò che promette: un’esperienza di completo rapimento.

Chi possiede una copia di La verità sul caso Harry Quebert lo sa bene e ve lo potrà testimoniare. Trattasi di amore al primo tatto come esperienza vicaria dell’amore a prima vista, e poco a poco l’esperienza s’allargherà al resto dello spettro pentasensoriale. Andando a toccare persino il gusto, quantomeno per coloro che vorranno provare l’azzardo della palatabilità senza limitarsi al mero e figurato “divorare” il libro. Nessun altro volume aveva mai avuto una così potente forza carnale nel coinvolgere il lettore. E in questo senso La verità sul caso Harry Quebert pronuncia una verità definitiva sul complesso passaggio che si sta consumando dall’editoria cartacea a quella elettronica, e in ultima analisi dalla Civiltà del Materiale a quella dell’Immateriale. Non c’è ebook che tenga, se si tratta di fare concorrenza a libri cartacei come quello di Joël Dicker. Non adesso, quantomeno. E è una straordinaria maieutica indotta, quella attraverso cui La verità sul caso Harry Quebert ci rende coscienti di non essere ancor pronti per un completo passaggio dagli atomi ai bit, e che siamo ancora troppo analogico-tattili per compiere il salto definitivo verso l’essere digitali. E chissà se pure Nicholas Negroponte, maneggiando questo libro così bello e magnetico, si troverà a fare autocritica e a sentirsi un po’ meno guru dell’immateriale. Certo rivaluterebbe quell’elemento che in italiano non riusciamo nemmeno a dire perché ci manca la parola. Si tratta dell’anglofona thingness, la cosità: quell’attributo che hanno le cose d’essere cose, e di trasmettersi a noi solo e esclusivamente attraverso ciò. E noi amiamo le cose perché sono un’oggettivazione del nostro essere faber, trasformatori dell’ambiente attraverso gli oggetti che produciamo e poi maneggiamo. Ecco, la cosità di La verità sul caso Harry Quebert è paradigmatica. Spiega chi siamo e da dove veniamo, e soprattutto perché desideriamo possedere oggetti materiali da maneggiare con voluttà carnale. Stando così la situazione, come potete mai pretendere che un Kobo, o un Kindle, o ogni altra diavoleria elettronica che dovrebbe educare noi poveri bipedi materialisti a rinunciare per quanto possibile alla materia, possano condurre alla vittoria degli atomi contro i bit? Impossibile. Piuttosto, a coloro che stanno orchestrando questa campagna per il mutamento delle umane abitudini rispetto alla cosità – del libro, o di qualunque altro oggetto maneggiabile – non rimane che sperimentare strategie di mediazione. Del tipo: per soltanto un euro in più allegare a La verità sul caso Harry Quebert un e-reader il cui design replichi in scala di poco ridotta quello del volume. Una sorta di Operazione-Smart Book, o come si direbbe alla sicula di Libru Spértu, capace con una mossa un po’ ruffiana da Larghe Intese di convertire in alleato l’invincibile nemico. Il messaggio così confezionato sarebbe il seguente: viva il libro elettronico, che con la sua immaterialità ci ricorda quanta libidine vi sia nella cosità di La verità sul caso Harry Quebert. Si tratterebbe insomma di fare un’operazione simile a quella che porta a arruolare gli hacker per rafforzare le barriere contro la pirateria telematica. E quando infine i bit avranno trionfato, potrà essere edificato il Mausoleo all’Ultimo Libro Cartaceo. E lì, al centro d’un immenso open space e in cima a un obelisco con calotta in cristallo, la prima copia della prima edizione di La verità sul caso Harry Quebert, a spiccare sotto una luce perpetua e alternata fra naturale e artificiale.

Ve lo possiamo testimoniare, e facendolo sentiamo in anticipo l’inadeguatezza del non riuscire a trasformare in parole e trasmettere con pienezza le sensazioni di cosità regalate dal libro di Joël Dicker. Non ci è mai capitata un’esperienza paragonabile di libro da quasi 800 pagine che però al tempo stesso fosse di così lieve maneggevolezza. E a motivare questo aspetto non basta il fatto che si tratti d’un volume in brossura. Ché sai quanti altri volumi in brossura sono rigidi come la laccatura di Alfio Marchini, capaci di spezzarsi alla prima forzatura manuale? E invece La verità sul caso Harry Quebert è così smooth a dispetto del suo essere un tomo da bancali di grande distribuzione. E ve lo dimostra ogni volta che vi cimentate nella prova-ventaglio. Tenendo delicatamente il libro dalla parte del bordo potrete farvi vento senza alcun rischio per l’integrità del polso, e soprattutto grazie a una scorrevolezza delle pagine il cui frrrr è docile come fusa gattesche.

Un bel gattone tutto pelo e niente unghie, di quelli pronti a mettersi ogni istante panza all’aria a lasciarsi sgrattonare. Anche questo è La verità sul caso Harry Quebert, e molto altro ancora. È uno straordinario oggetto da passeggio, con quella sua misura perfetta da ascella o da sottobraccio. È un elemento da negligé balneare, che fa la sua porca figura se squadernato a cavallo della trecentesima pagina e spiaccicato sulla sabbia a pagine in giù; in quel caso la macchia nera della copertina, squarciata da quell’immagine dai colori smerigliati che sembra un dipinto Edward Hopper, è un richiamo irresistibile. “Oh, un altro Harry Quebert” è l’immancabile commento dei bagnanti, e in quelle parole c’è il segno della definitiva ammissione a una comunità d’eletti, di coloro che hanno colto lo Spirito del Tempo Nuovo. Ma è soprattutto nella sua qualità di oggetto d’arredamento d’interni che il libro di Joël Dicker esprime il suo massimo potenziale. Immaginate quale impatto possa avere una bella “Parete Harry Quebert”. Uno scaffale ampio di colore chiaro, diviso in mensole orizzontali ma anche in scansie quadrate, colmo di copie de La verità sul caso Harry Quebert. Una goduria impareggiabile per l’occhio, e soprattutto una scenografia d’irripetibile effetto per tutti coloro che mirano a far colpo sul visitatore occasionale. Per non dire di coloro che hanno il vezzo di farsi intervistare in casa mettendo la biblioteca privata in bella mostra alle loro spalle. Fin qui il massimo della pomata consisteva nel farsi ritrarre porgendo le terga a una libreria guarnita di volumi Adelphi, con quei colori pastello che danno idea d’una casa trasudante cultura alta e di pensose letture sul canapè calzando ciabatte Burberry. E invece la nuova tendenza sarà lo Scaffale Harry Quebert, che da oggi in poi non potrà mancare nelle case dell’intellettuale moderatamente engagé, che non ha paura d’essere enraciné, e sa qual è il modo per non rimanere demodé tutte le volte che va a caccia delle offerte “due x tre”. E anzi vi diciamo che questo concept della Parete Harry Quebert è talmente rivoluzionario da spingerci a correre per registrarlo all’Ufficio Brevetti, e perciò scusateci per la fretta con cui chiudiamo questo articolo ma non dobbiamo perder tempo se vogliamo tirarlo in tasca all’autore, ai suoi editori sparsi per il pianeta al book jockey Antonio D’Orrico che si sbatte in modo così zelante per elogiare il libro ma non ha ancora fiutato l’affare. Business is business, e qui c’è in ballo il principale oggetto di feticismo della stagione Primavera-Estate 2013. Ad maiora.

 

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Il caso (clinico) Harry Quebert

Sto impiegando troppo tempo a leggere La verità sul caso Harry Quebert, ma ne vale la pena. Non perché sia un gran romanzo, ma perché è il paradigma dell’impazzimento d’un sistema editoriale d’orrichizzato. Un libro esageratamente lungo (più di Io uccido di Giorgio Faletti, il che è quanto dire), pieno di personaggi da film di serie Z alla Ed Wood, con dialoghi da terza media e, soprattutto, colpi di scena da cartoni animati. Tipo la madre della vittima che era morta da anni ai tempi del fatto indagato, e però quelli che indagano se ne accorgono a indagini concluse. Ops!, la madre che avevamo creduto picchiasse la figlia in realtà era morta al tempo in cui la figlia veniva picchiata: come avremo fatto a non accorgercene mentre indagavamo pure il pelo del deretano del gatto dei vicini di casa?

Un solo commento possibile:

http://www.youtube.com/watch?v=6bjQOwXMoPk

Quando avrò finito la lettura mi occuperò di questo romanzo, che in questi giorni nelle manchette di prima pagina viene etichettato come “il libro dell’anno”. Me ne occuperò molto a fondo.

 

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Ancora sulle somiglianze fra Harry Quebert e Fabio Volo

Ribadisco il concetto: la sola “verità sul caso Harry Quebert” che si possa rilevare consiste nella somiglianza fra il presunto libro dell’estate e quelli firmati “Fabio Volo”. L’avevo rimarcato in un post di qualche giorno fa, lo ribadisco man mano che la lettura procede stancamente con gran rammarico per lo sperpero di tempo. Certi passaggi del polpettone firmato da Joël Dicker riecheggiano frammenti scritti a ripetizione dal Buddha di Calcinate – uno che, dal canto suo, le sue sconcertanti banalità le fotocopia da un libro all’altro come se temesse di non essersi spiegato abbastanza.

Ieri sera ho avuto l’ennesima conferma leggendo il frammento alle pagine 319-20. A parlare è il personaggio principale, lo scrittore Marcus Goldman:

Mi era stata appena offerta una cifra colossale per la pubblicazione di un libro che mi avrebbe indubbiamente riportato alla ribalta, il mio stile di vita era il sogno di milioni di americani, eppure mi mancava qualcosa: una vita autentica. Avevo passato la prima parte della mia esistenza cercando di soddisfare le mie ambizioni, mi accingevo ad affrontare la seconda provando a essere ancora all’altezza di quelle stesse ambizioni, ma a conti fatti mi chiedevo quando avrei deciso di vivere e basta. Andai al mio PC e passai in rassegna le migliaia di amici virtuali  che avevo sul mio profilo Facebook: non ce n’era nemmeno uno cui potessi telefonare per andare a bere una birra. Volevo degli amici veri, con i quali seguire il campionato di hockey e andare in campeggio nei week-end: volevo una fidanzata, dolce e carina, che facesse ridere e sognare un po’. Non volevo più essere io.

 

Eccolo qui, il tema del personaggio che giunge a un certo punto della vita adulta scoprendo di condurre un’esistenza di cui non è più soddisfatto. Soprattutto perché ritiene di non fare una vita vera, e che per approdarvi deve riscoprire le cose semplici. Sapete quanti frammenti del genere trovate nei libri firmati “Fabio Volo”? Ve ne faccio una breve rassegna citando soltanto alcuni esempi:

–          Infatti, per la prima volta, stavo rendendomi conto della distanza che gli altri avevano creato tra me stesso e il mio vero me (E’ una vita che ti aspetto,  p. 111)

–          Forse la libertà non è nemmeno fare ciò che si vuole senza limiti, ma piuttosto saperseli dare. Non essere schiavi delle passioni, dei desideri. Essere padroni di se stessi (E’ una vita che ti aspetto, p. 76)

 

–          Non avevo nulla, nemmeno i mobili, ma mi sentivo pieno. Arre­dato dentro (UPNM, p. 136)

–          Dentro di me viveva un’altra persona capace di stare bene con poco, di ascoltarsi. Ero attento. Si dice che l’attenzione sia la preghiera spontanea dell’anima. La mia anima pregava, quindi. Ero stato totalmente egoista in quell’ultimo periodo e sono contento di esserlo stato. (…)

La creatività è il respiro della personalità e ti rivela il tuo mondo.

Ho pensato che il mio destino fosse quello di confermare me stesso attraverso il mio sentire per scoprire il grande mistero della vita, anche se credo che non ci riusciremo mai. Ma sebbene non sia in grado di scoprire il senso della vita, posso per lo meno dare un significato alla mia esistenza (Un posto nel mondo, p. 166)

–          Diciamo che i nove mesi che sono rimasto qui sono stati una nuova gestazione per me. Mi sono partorito. Mi sono dato alla luce. In parte. (…)

 Ognuno di noi è fatto da tanti se stesso e non solamente da uno. Diciamo che siamo come un’assemblea condominiale composta da tante persone diverse (Un posto nel mondo, pp. 182-3)

– Ho molti sospetti su di me. Ho paura che la mia vita sia un lungo malinteso. Forse non sono la donna che credo di essere (Le prime luci del mattino, p. 10)

Di somiglianze ce ne sono molte altre. Ma per oggi mi fermo qui.

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Elenco delle prossime stroncature

Cari amici, scrivo questo post domenicale per aggiornarvi sulle prossime stroncature. Eccole a seguire.


La prima riguarderà Il gigante sfregiato, esordio da giallista di Stefano Vanzina. Ne avremmo fatto a meno tutti quanti, e invece lui ci teneva proprio a accreditarsi come narratore. Troverò modo di ricambiare adeguatamente la sua ambizione. Un ultimo dettaglio: il romanzo di Vanzina è stato elogiato dal book jockey Antonio D’Orrico. Serve altro?

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Un altro appuntamento sarà con il libro più pompato dell’estate: La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker. In realtà, più che di una stroncatura si tratterà di un pezzo satirico su questo volume come oggetto di feticismo della stagione Primavera-Estate 2013. Resta il fatto che si tratti di un libro tanto sopravvalutato quanto sovradimensionato.

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Andando avanti, mi occuperò di Cate, io, romanzo d’esordio di Matteo Cellini che è valso all’autore il Premio Campiello Opera Prima. A ulteriore dimostrazione di cosa siano oggi i premi letterari, vi riporto una frase del romanzo vergata già nella prima pagina del libro:

In  cucina è appena più caldo, papà già da un pezzo è ai fornelli e il caffè macchia di un odore forte l’aria come un cane dalmata.

Mi limito a ricordare la mia dedica in L’importo della ferita e altre storie: A tutti i cani del mondo. Che non scrivono perché è cosa poco commendevole scrivere da cani. Amen

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Sarà quindi il turno di La luna blu. Il percorso inverso dei sogni. L’autore di cotanta opera si chiama Massimo Bisotti, e per chi non lo conoscesse si tratta del Fabio Volo dei poveri. L’idolo delle desperate webwives. Riceverà adeguato trattamento.

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Infine toccherà a Anna Premoli, già fatta oggetto delle mie attenzioni. Ha scritto il secondo “romanzo”, e già il titolo vale una stroncatura a sé: Come inciampare nel principe azzurro. La stavo aspettando.

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Ovviamente l’elenco potrebbe essere ampliato strada facendo.

Qualcuno chiederà: ma sai soltanto stroncare? Nossignori. Sono di gusti difficilissimi, e lo ammetto. Ma talvolta succede che un libro mi sorprenda in positivo. Uno di quelli rispetto ai quali parto con ogni pregiudizio, e che invece andando avanti con la lettura mi fanno ricredere. Non anticipo il titolo perché prima devo finire di leggerlo. Lo saprete quando ne parlerò.

Il libro dell’estate e le sue strane affinità

Dicono che sia il libro dell’estate, forse dell’anno. Ok, vado a vedere.

Senza entusiasmarmi arrivo a pagina 116, e lì trovo il seguente dialogo:

“Tu vuoi farmi parlare d’amore, Marcus, ma l’amore è complicato. L’amore è molto complicato. E’ la cosa più straordinaria ma al tempo stesso peggiore che possa capitare. Un giorno lo scoprirai. L’amore può fare molto male. Questo non significa che si debba avere paura di cadere, e soprattutto di precipitare nella voragine dell’amore, perché l’amore è anche bellissimo ma, come tutto ciò che è bello, abbaglia e fa male agli occhi. E’ per questo che spesso, dopo, si finisce per piangere”.

Chiudo il libro un attimo, stranito. Lascio sedimentare un istante la sensazione, e poi mi chiedo: ma sto leggendo La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, o un estratto dal prossimo romanzo di Fabio Volo?

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