Sara Bilotti, la Einaudi e l’ortaggio al pudore

Sara Bilotti

Sara Bilotti

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All’inizio mi era parsa soltanto l’ennesima trilogia erotica. La cinquantamillesima sfumatura di grigio tendenza marrone che ci veniva scaraventata addosso sin dallo stramaledetto giorno in cui il primo volume della signora Erika Leonard, aka E. L. James, è approdato il libreria. E invece il libro di Sara Bilotti, L’oltraggio, è qualcosa di peggio. E non solo perché attraverso questo manufatto ci s’ingegna a spostare il polpettone verso il territorio del “noir erotico”, ma soprattutto perché il repertorio di sciatterie e insensatezze assortite ospitato da quelle pagine supera il dicibile e il digeribile. E lo dico con imbarazzo, soprattutto se penso al (fu) prestigio della casa editrice che ha pubblicato questo volume e ha già messi in cantiere gli altri due: la Einaudi. Il mio imbarazzo è graficamente rappresentati dalla valanga di annotazioni che colora le pagine della copia in mio possesso. Sono abituato a passare tratti d’evidenziatore sui frammenti meritevoli di scudiscio, tracciando a penna commenti sui margini della pagina. Ebbene, le pagine de L’oltraggio sono un’orgia di colore, e in alcune i margini non sono bastati per segnare tutte le annotazioni.

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Mi è bastato invece leggerne 45 per scrivere questa stroncatura. Una lettura molto parziale, lo so. Ma sufficiente per dare un giudizio sul libro e sull’intera trilogia, oltreché sulle doti di scrittura dell’autrice. Mi era successo in un solo altro caso di “mascariàre” così sistematicamente le pagine di un libro, e di scriverne pur essendo ben lontano dalla conclusione della lettura. È accaduto con “La luna blu. Il percorso inverso dei sogni” di Massimo Bisotti (di cui ho scritto qui, qui, qui e qui). Che non per caso è quasi omonimo di Sara Bilotti.

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Massimo Bisotti

Massimo Bisotti

Il libro di Bisotti attende ancora d’essere terminato – sia nel senso che deve ancora essere letto fino in fondo, sia perché sa che un attimo dopo verrà bruciato foglio dopo foglio come usava fare il buon Pepe Carvalho – ma la parte letta mi ha dato materiale per quattro articoli-stroncature e per molti altri che non ho scritto perché non posso mica dedicare la mia vita a uno così. Idem per la quasi omonima. Di cui in questi giorni mi è stato detto che la sua precedente raccolta di racconti, “Nella carne”, è cosa notevole.

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Non saprei cosa rispondere a questa osservazione. Di sicuro, il titolo mi ricorda quello di “In the cut”, il film meno riuscito della regista australiana Jane Campion. E non è la migliore delle premesse. Mi procurerò il libro, come ho fatto nel caso di altri autori che ho stroncato leggendo soltanto una parte della loro produzione letteraria, e di cui subito dopo ho preso a leggere tutti i libri precedenti per scoprire se vi sia una linea di continuità nella mancanza di talento o se piuttosto si possa salvare qualcosa della loro opera. L’ho fatto con Chiara Gamberale, per dire. E dopo averlo fatto posso dire, pacatamente, che con quei libri anche un buon termovalorizzatore rischierebbe l’avaria. Lo farò con Sara Bilotti. E se ci sarà da correggere il giudizio, non avrò difficoltà a farlo. Senza che ciò muti il mio giudizio su L’oltraggio.

Chiara Gamberale

Chiara Gamberale

Quarantacinque pagine bastano, dicevo. E magari ci sarà tempo per ragionare sulle restanti 253 e sugli altri due volumi che verranno. E prima di andare a ritemprarmi con una sana rilettura degli Amori ridicoli di Milan Kundera, traccio un quadro di queste 45 pagine iniziali. Nella quarta di copertina si parla della “prima serie nera erotica italiana”. Sarà. Non so se sia davvero la prima, già questa mi pare una bella pretesa. Ma in fondo tale dettaglio è secondario. Di sicuro c’è che, nelle prime 45 pagine, di noir e di erotico non s’intravede nulla. E badate che si parla già di circa un sesto del volume. Cioè di un punto del libro e della lettura in cui la storia dovrebbe già essere nel vivo. E invece si continua a traccheggiare nel delineare ambiente, contesti e personaggi, trasmettendo nel lettore una potenza emotiva da film uzbeko in lingua originale e sottotitoli in braille. Quanto basta per dire che in quelle pagine non s’intravede proprio qualcosa di potente come un oltraggio. Piuttosto si ricava il senso di banalità di un ortaggio. Un bel broccolo, ma di quelli molesti la cui cottura andrebbe vietata dai regolamenti condominiali. “Ecco, anche oggi la signora Pina del terzo piano sta cuocendo i broccoli! Questo è un oltraggio al decoro della scala B!”.

L'ortaggio

L’ortaggio

La trilogia

La trilogia

Ecco, nelle pagine di Sara Bilotti si consuma un estenuante ortaggio al pudore, il lancio del broccolo lesso in luogo della giarrettiera. Lo si capisce già dall’incipit, quando viene usata un’immagine fra le più abusate nella storia del polpettone sentimentale:

La valigia era raddoppiata di peso, mentre Eleonora percorreva il lungo sentiero di pietre bianche che portava alla villa. Al volume dei vestiti, per la verità abbastanza ridotto, si era aggiunto un carico enorme, quello del fallimento.

E già, il peso di un fallimento messo in valigia. Bei tempi quelli in cui si diceva che “La valigia sul letto è quella di un lungo viaggio/ e tu senza dir niente ci hai infilato l’ortaggio”. Ma è solo l’inizio di una vicenda confusa, quella di Eleonora che rimasta senza casa e lavoro va a chiedere riparo presso l’amica Corinne. E lì conosce l’uomo di lei, Alessandro, e il fratello di lui, Emanuele, che a sua volta sta con una donna scorbutica di nome Denise. Non so a cosa porterà questo pentagono. Anche perché il pentagono no, non l’avevo considerato. Se proprio si deve trasgredire preferisco la gang bang. Leggerò più avanti, ma con la stessa ansia di sapere che avrei se volessi scoprire il nome dell’inventore del brodo di dado. Adesso non ho tempo da dedicare a questo, perché bisogna raccontare cosa fa Eleonora mentre medita sulla valigia che, gravata del fallimento personale, avrebbe rischiato di eccedere gli standard di peso della Ryanair. Dopo un attimo di esitazione la sventurata decide di varcare la soglia, in ogni senso. E cosa fa?

Si fermò sul viale acciottolato, prima di suonare al citofono adiacente al cancello bianco (…) (p. 3)

Il citofono adiacente al cancello. E dove avrebbe dovuto essere, dall’altra parte della strada? E soprattutto, ma è possibile che si usi ancora in un romanzo una formula da mattinale dei carabinieri come “il citofono adiacente al cancello bianco”? Performance che fra l’altro viene bissata a pagina 26:

Eleonora fumò una sigaretta, guardando in basso, verso il giardino antistante la villa.

E mentre digito sulla tastiera sottostante alle mie dita ritorno al quadretto iniziale, e a quanto succede dopo che Eleonora ha suonato “al citofono adiacente al cancello bianco”. Intanto dà una sbirciatina oltre quel cancello, e vede quanto segue:

Persino gli uliveti che circondavano il perimetro della villa sembravano dipinti, sagome di cartone attaccate alla collina. (pp. 3-4)

Vi inviterei a fare attenzione al dettaglio degli uliveti. Non si parla di “un uliveto”, inteso come colonia di alberi d’ulivo che per definizione deve avere una rilevante estensione e un ampio numero d’esemplari. Né si parla di “ulivi”, tanti e al plurale ma presi nella loro singolarità. Si parla proprio di “uliveti”, al plurale. Tanti uliveti. E avete idea di quanto ampia debba essere un’area per ospitare “tanti uliveti”? Serve il parco di una reggia, altro che un “giardino antistante la villa”!

UN uliveto

UN uliveto

A ogni modo, proseguiamo. Una voce risponde in modo secco alla bussata di Eleonora, e la scena viene così descritta:

Ora quel <Sì?> lanciato come un proiettile dalla bocca lucida del citofono le toglieva l’ultimo briciolo di dignità. Il tono, troppo crudele per essere premeditato, era comunque colpevole (…). (p. 4)

E lasciando da parte il proiettile che esce dalla bocca lucida del citofono, mi soffermo sul “tono che era troppo crudele per essere premeditato ma era comunque colpevole”. Ma che cazzo vuol dire? E in che senso “colpevole”? La colpa era quella d’essere un tono brusco? O era una colpa pregressa a rendere brusco il tono? E poi, era colpa interiore (senso di colpa), o solo una colpa esterna perché feriva un altro soggetto (colpa da offesa inflitta)? Impossibile capirlo, dato che il periodo è scritto come peggio non si potrebbe. Ma proseguiamo. Eleonora s’inoltra dentro uno spazio così descritto:

(…) il cancello si aprì e le toccò riprendere in mano la valigia, percorrere il lungo sentiero fino alla villa, una lingua bianca che fendeva il verde, separando la piscina dal gazebo, le azalee dalle rose, la pompa arancione dal pozzo. E lei in mezzo, inopportuna e troppo sudata. (p. 5)

Ecco, al dettaglio del sentiero che separa la pompa arancione dal pozzo bianco si potrebbe già chiudere il libro. Il trash è servito. Ma sarebbe troppo comodo, e si rischierebbe di aver liquidato troppo presto l’autrice e il suo libro senza dar loro possibilità d’appello.

Dunque proseguo ma la faccio breve, perché davvero le 45 pagine lette contengono roba per scrivere una stroncatura lunga almeno altrettanto. Mentre sale il sentiero che la porta nella casa circondata “da uliveti”, Eleonora incontra per la prima volta Alessandro. Che fra i due “fratelli fatali” è quello più “ometto perfetto”, mentre Emanuele è il “màsculo ruvido”. Due stereotipi rifiniti col martello edile. Ecco come avviene l’impatto con l’ometto perfetto:

Era a metà strada quando un uomo uscì sul portone, annunciato da una cascata di pesche che rotolarono sui tre scalini dell’ingresso. Quel tappeto casuale segnò la sua entrata in scena e una pesca arrivò fino alla punta dei sandali blu, sfiorandola appena. (p. 5)

A quel punto la storia avrebbe potuto svoltare verso un canovaccio dal titolo Peach Girl, la Ragazza Pesca. Sarebbe stato un colpaccio, ma purtroppo esiste già una famosa serie di cartoni animati manga intitolata proprio così.

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Sicché a Sara Bilotti è toccato insistere sul sentiero del noir erotico, quello che separa nettamente la pompa arancione dal pozzo. E lungo quel sentiero Alessandro domina. Eccovi serviti una serie di frammenti che lo riguardano:

(…) un sorriso pieno di denti bianchi su una faccia regolare, sotto occhi neri senza pupille, accarezzato da ciocche selvatiche, troppo lunghe. Quante cose ballavano attorno a quel sorriso, piantato su un corpo solido ma elegante. (p. 5)

Aveva sempre immaginato che l’uomo di Corinne non potesse essere altro che un magnifico esemplare. [Manco si stesse parlando di un vitello, ndr] Ma non fino a quel punto. Una bellezza così sfacciata era uno schiaffo ai suoi tentativi di acquisire sicurezza, intrapresi con fatica da quando le loro strade si erano separate. (p. 5) [E qui sarebbe chiaro che le strade si sono separate fra Corinne e Eleonora, ma guardando alla struttura della frase pare che a essersi separate siano le strade di Eleonora e Alessandro]

Aveva una mano sul cuore, come a dimostrare la sincerità del sorriso disegnato, e l’altra all’orecchio, contro il quale spingeva un auricolare nero, quasi potesse sentire meglio sotto la cupola del palmo. (p. 9)

Posò con delicatezza l’auricolare sulla credenza e allargò il sorriso, investendo Eleonora di un ottimismo che lei non meritava. (p. 9) [Ma perché mai non lo meritava?]

Alessandro si staccò dal mobile, si diresse verso il divano a est della lunga tavola da pranzo [doveva essere talmente lunga che per muoversi intorno bisognava impostare il Tom Tom, ndr] e cominciò a sfogliare un manoscritto, forse il copione. C’erano uomini così, capaci di muoversi con grazia nello spazio, qualunque spazio, anche seguiti da due occhi indagatori e affamati. (pp. 9-10)

Le girò le spalle per uscire dalla stanza, in un movimento che addosso a qualsiasi altro essere umano sarebbe apparso brusco; ma non c’era scortesia in quell’illusionista, e guardarlo da dietro, nei suoi jeans grigi, era piacevole quasi quanto fissargli la bocca. (p. 16)

Perché Emanuele le si era seduto accanto, e Alessandro le era di fronte, e aveva iniziato a mangiare con la consueta grazia, come se non ne avesse bisogno. (pp. 29-30)

Notare quanto idealizzate siano la descrizione dell’ometto perfetto. Un bel Principe Grigio, un Mister Cera Grey i cui tratti toccano il massimo livello d’espressività a pagina 12:

Mangiava in modo affascinante, e sembrava non sporcarsi. Eleonora s’impose di non guardarlo. Cosa ci si poteva aspettare di più eccitante di un uomo che non si sporca? Nessuna sbavatura, una grazia e una bellezza assolute, nessun accento, nessun odore. Niente è più intrigante del sesso di un angelo.

Mi chiedo come possa ispirare erotismo un uomo totalmente asettico, che nemmeno si sporca e dunque non sporca. L’eros è odori e sapori, che devono essere forti senza arrivare a essere stomachevoli. E invece qual è l’ideale per Eleonora? Uno che richiama “il sesso di un angelo”. Ma allora dillo che ti piace Ken di Barbie, altro che nero erotico! Sono cresciuto nel tempo in cui c’era il bipolarismo Ken di Barbie vs Big Jim: uno piallato fra le gambe, l’altro che sotto gli slip aveva un pacco che lèvati! E era normale che Big Jim si portasse via Barbie e lasciasse Ken intento a “mangiare senza sporcarsi”.

Un esemplare di Ken, ritratto in tutta la sua virilità

Un esemplare di Ken, ritratto in tutta la sua virilità

Big Jim

Big Jim

La platonica vita sessuale di Barbie e Ken

La platonica vita sessuale di Barbie e Ken

Vi risparmio le descrizioni del fratello rozzo e pure un po’ zozzo, avrete capito che lui è l’esatto contrario di Ken. Verso quest’ultimo, l’ometto perfetto, Eleonora nutre fantasie sessuali lappatorie. È tutto un leccare immaginato:

Lui non rispose, si limitò a farsi leccare la faccia dal sole. Era splendido, anche sotto quella luce impietosa. (p. 15)

Eppure, in un mondo ideale, non sarebbe stato sbagliato entrare in macchina, chiudere la portiera, afferrargli il bavero della camicia e leccargli la bocca. (p. 23)

Lecca di qua e lecca di là, senza perdere di vista quel “bavero della camicia” che grida vendetta, ci si trova a interrogarsi su misteriose mimiche facciali. Sia a pagina 5 che a pagina 23 troviamo due frammenti in fotocopia:

Eleonora alzò un sopracciglio.

Non so a quanti di voi riesca farlo. A me no. E comunque a coloro che avessero coronato l’impresa suggerisco di cimentarsi nella performance di mimica facciale descritta a pagina 21:

Ma June non si sedette. Si limitò a incrociare le braccia e a sollevare l’angolo destro del labbro superiore, in un ghigno che nelle sue intenzioni doveva essere un sorriso.

Sollevare l’angolo destro del labbro superiore. Solo quello. Ma come cazzarola si fa? Stenterebbe pure The Mask, il personaggio del film interpretato da Jim Carrey.

E comunque va detto che non tutto di Alessandro sembra positivo a Eleonora. A un certo punto lei coglie in lui un che di artefatto nel modo in cui cercai di aiutarla a tirarsi fuori dalla cattiva situazione esistenziale. Lo si legge a pagina 40:

E poi c’era l’altro pensiero, quello più nascosto, che riguardava la solerzia con cui Alessandro si occupava di lei e del suo problema. Non c’era stato tempo di affezionarsi, doveva agire così per indole, o per fare un piacere a Corinne. Ma faceva del bene con distacco, senza dimostrare entusiasmo. Di solito i gesto generosi si fanno con calore.

Verrebbe da dire: bella scassacazzo sei, figliola! Questo qui t’ha presa in casa senza nemmeno sapere chi tu fossi e solo perché sei amica della sua donna, ti scarrozza in qua e in là, s’ingegna per risolverti i problemi senza che sia tenuto a farlo, e ti lamenti pure perché fa tutto ciò “senza entusiasmo”? Ma non è nemmeno questo il punto. Il fatto è che 21 pagine prima, alla 19, Eleonora diceva una cosa esattamente opposta:

Si sentiva un’ospite sgradita, nonostante la gentilezza di Alessandro, e tutto ciò che diceva non sembrava abbastanza rispetto ai doni che le stava facendo quell’uomo. Un tetto, del cibo, una conversazione alta.

L’autrice non si accorge della clamorosa contraddizione. Quanto all’editor, se c’era, dormiva. Un altro esempio di sonno della ragione e dell’editor si ha con due frammenti che dicono pressoché la stessa cosa, e per di più collocati nemmeno tanto distanti fra loro:

C’era una strana atmosfera e i fratelli e le loro donne avevano un atteggiamento poco chiaro nei suoi confronti. Era come se recitassero una parte a suo uso e consumo, solo che qualche volta la realtà si faceva spazio nei dialoghi, esplodeva in una risata, s’insinuava in uno sguardo affilato. (p. 21)

La finzione sembrava una costante, nella vita del gruppo. Era come se tutti recitassero una parte, pensando ad altro. Ogni tanto qualcuno si animava e diventava vero, per poi tornare a calarsi nel proprio ruolo, indossando un velo di tranquillità apparente. (pp. 26-7)

Continuo a accelerare tralasciando decine di frammenti che pure meriterebbero d’essere menzionati, per parlare di alcune strepitose insensatezze del testo. Strepitosa quella di pagina 22:

Il direttore della banda del borgo aveva un modo buffo di parlare. Ogni doppia che pronunciava una doppia alzava il braccio destro e annuiva, con un solo movimento del capo, il mento quasi sul petto, per sottolineare quanto perentorie potessero essere le sue affermazioni. E di doppie ne usava tante, sì, tantissime.

Ma cosa vuol dire “pronunciare le doppie”? Spero non si riferisca alle lettere dell’alfabeto. Perché altrimenti dovrei pensare che pronunciando “soprattutto” il direttore della banda dovesse alzare due volte il braccio e picchiarsi il mento sul petto per rimarcare la doppia coppia di “t”. Manco in un cartone animato. A pagina 19 c’è una frase degna del quasi omonimo di Sara Bilotti, Massimo Bisotti:

Lui non badò a quel tentativo di dimostrare ammirazione, così poco credibile proprio perché vero.

Leggendario il passaggio di pagina 22:

Eleonora da sempre aveva una capacità speciale di cogliere qualunque anomalia. In un fiume di gente, riconosceva il diverso, quello che camminava in direzione opposta, anche se era il più basso di tutti, lei lo vedeva.

Onorevole Brunetta stia tranquillo, Eleonora scorgerà sempre la sua presenza. E cosa dire della “poetica dei contrasti”? Eccovi una bella galleria, che si apre con l’incompatibilità fra il “profumo” (anziché “odore”) di rosticceria e l’arredamento d’alto livello:

Nel salone aleggiava un profumo che mal si addiceva all’arredamento austero, ma Alessandro compensava la caduta di stile spandendo manciate di polvere magica. (pp. 8-9)

Dietro Denise, una giovane magrissima, dai lineamenti delicati che stridevano con il modo di parlare e il portamento, apparve un uomo biondo, dal sorriso gentile. Somigliava ad Alessandro, ma non aveva il suo carisma: era solo circonfuso da quell’alone di irrealtà che tanto piace a certe donne, quelle che amano corrompere. (p. 11)

Alessandro stava parlando al telefono di argomenti che mal gli si addicevano: azioni, titoli, tassi. Non era però meno attraente, e non si fermava mai, parlava camminando dalla finestra alla porta d’ingresso, alla cucina, e di nuovo alla finestra. Quando la vide le fece cenno di uscire, e insieme salirono su un fuoristrada nero. Lì dentro la sua voce urtava contro i finestrini, le arrivava alle orecchie senza disperdersi, era difficile non sentirsi attratta dalla sirena che la modulava. (pp. 17-8)

Scendi da lì che ti spezzi la schiena! – gridò Alessandro, e quell’urlo la sorprese. Mai avrebbe immaginato che dalla sua bocca potesse uscire un ordine tanto acuto. (p. 19)

Era in quei luoghi solo da un giorno, e già si stava ritagliando il suo angolino, contro ogni previsione e a dispetto di ogni strano comportamento. (p. 21)

– Emanuele, non fare il coglione.

Elenora si trattenne: non le sembrava il caso di scoppiare a ridere in un momento come quello. Ma la parolaccia nella bocca dolce di Alessandro continuava a risuonarle in testa, incongrua. (p. 29)

E poi ci sono certe immagini che rischiano di stendervi per sempre. Come quella a pagina 30:

Era difficile riflettere su quella notizia, mentre rotolava fuori dalla bocca scura di Emanuela. Le pareva di vedere le parole che fluivano tra i denti dritti come soldati, e di comprendere qualcosa di quel discorso, ogni tanto.

Vorremmo avere tutti i denti dritti come soldati, o trovare qualcuno che provi a captare i nostri pensieri come fa Eleonora con Alessandro a pagina 41:

Era stanco, e due piccole rughe si formarono tra le sopracciglia, un indizio di pensieri faticosi. Eleonora si tolse la cintura di sicurezza e girò il corpo verso di lui, per raggiungerne la mente.

Manco il Bluetooth può essere così efficace. A pagina 33 viene esibita un’altra gigantesca insensatezza:

Eleonora guardò il soffitto: nel buio scorgeva i profili degli oggetti, le erano già familiari.

Cioè guarda il soffitto, e per di più al buio, e scorge “il profilo degli oggetti”? Ma erano appiccicati al soffitto, questi oggetti?

Chiusura in bellezza a pagina 44. Alessandro accompagna Eleonora a Firenze in cerca di lavoro, poi lui deve andare per altri impegni e le raccomanda di prendere il treno per tornare verso la dimora di campagna. Le fa questa raccomandazione:

(…) la fermata è proprio Borgo San Lorenzo, non ti puoi sbagliare, prendi il treno in Centrale (…)

Cara Bilotti, caro/a editor, la frase “prendi un treno in Centrale” può essere pronunciata da un milanese. Non certo da un fiorentino o da un toscano che si riferiscano alla stazione principale di Firenze. Che si chiama Santa Maria Novella, e lo sanno pure i tappi di sughero. Questo sì che è un oltraggio. Meritevole di un ortaggio, scagliato con perfetta mira.

Come sempre, chiudo la stroncatura inserendo un brano musicale che vi aiuti a smaltire le brutture accumulate. Stavolta tocca ai grandissimi Crosby e Nash.

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Massimo Bisotti e la deriva della donna italiana media – 4 A lui piacciono le donne che…

Le precedenti puntate sono state pubblicate qui, qui e qui.

Massimo Bisotti

Massimo Bisotti

Una decina di giorni fa ho visto una bisottina in libreria. In carne, ossa, e pochezza esistenziale.

Era alla cassa della libreria Feltrinelli di via de’ Cerretani a Firenze e s’apprestava a pagare l’ultimo manufatto cartaceo scritto dal Pink Bloc, Il quadro mai dipinto. Avrà avuto vent’anni e tutto ciò che serve per passare inosservata. E lo sarebbe passata anche ai miei occhi se non fosse stato proprio per il manufatto bisottesco tenuto sottobraccio. In effetti, come in un flash, ho avuto l’impressione che quel manufatto si muovesse da solo a mezz’aria per la libreria. Ma è stata solo l’impressione di un attimo, perché poi come fosse un ologramma ne ho percepito l’immagine tridimensionale della bisottina. E osservandola ho provato a immaginare cosa stesse pensando. “Mi prenderebbe mai qualcuno come modella per un quadro da NON dipingere mai? Sono evanescente e insignificante quanto basta per posare senza speranza d’essere ritratta, per essere la Monca Lisa del mio Divo?”. Dovevano essere questi gli interrogativi della bisottina, mentre di fronte a lei la cassiera sbrigava l’operazione di vendita. E magari quest’ultima in un altro tempo avrebbe guardato la fanciulla con la punta di disprezzo dovuto. Ma purtroppo l’epoca che attraversiamo è questa. Fatta di lettrici sporadiche e nutrite d’aforismi appiccicati sulle bacheche virtuali di Facebook come caccole sotto i banchi di scuola, e di cassiere di libreria cui ormai tocca vendere di tutto: dalle gomme da cancellare a quelle da masticare, dalle caffettiere ai servizi da tè, in attesa che tocchi pure imbustare la pizza a trancio appena scaldata in un microonde piazzato accanto al registratore di cassa e spiegare i pregi del Durex Massage 2 in 1 con Ylang Ylang. Cosa volete che gliene freghi di una cliente che legge schifezze e si chiede se qualcuno possa mai prenderla in considerazione come modella per un quadro da non dipingere? È già una dura vita quella che le tocca, figurarsi se le avanzi tempo per disprezzare una bisottina qualsiasi.

Alla mesta bisottina, milite ignota d’un esercito di vuote a perdere, è facile attribuire un’adorazione verso il divo fondata anche e soprattutto sull’attribuzione a quest’ultimo d’una capacità di comprendere lo specifico dell’animo femminile. Un’empatia guadagnata sul campo virtuale a colpi d’aforismi e supposte di saggezza. Soprattutto, l’ulteriore dimostrazione della penosa condizione in cui versa la donna italiana media, ciò che costituisce il vero oggetto di discussione in questo lungo e penoso viaggio fra le pagine bisottesche. Perché davvero io mi stupisco che nel 2014 ci si interroghi ancora su una cosa chiamata animo femminile. Come se fossimo ancora negli anni Settanta, e ci s’aspettasse che il massimo (ops!) della considerazione verso una donna sia una blandizie fatta di parole melense e petali di rosa. Per fortuna il mondo è andato avanti. E per quanto la strada verso una effettiva parificazione dei diritti fra uomini e donne sia ancora lunga da compiere è un dato di fatto che dei passi avanti siano stati fatti. Soprattutto in termini di mentalità, ciò che quantomeno ha portato a smettere di guardare alle donne come se fossero una specie antropologicamente aliena su cui fare valutazioni indistinte, e non un gigantesco insieme di persone singole esattamente come gli uomini. Poi però esplode il fenomeno del bisottismo, o quello del fabiovolismo. E lì si scopre l’esistenza di un’ampia fascia di donne ansiose di continuare a essere prese in considerazione come facenti parte d’una categoria da analizzare alla stregua d’un caso di studio generale. Ansiose di parole rivestite di caramello e di rose di carta. È nei vasti territori di questo disordine sentimentale, di questa mancata maturazione d’autoconsapevolezza, che s’inseriscono di i fabivolo e i massimibisotti. E ribadisco: nulla da dire contro di loro, hanno trovato una vena d’oro e la sfruttano finché funziona. Penso sempre che se qualcuno crede alle virtù taumaturgiche del sale di Wanna Marchi e del Mago do Nascimiento, allora si merita il raggiro.

Wanna Marchi e il Mago do Nascimiento

Wanna Marchi e il Mago do Nascimiento

Allo stesso modo, è un problema delle bisottine se si lasciano incantare dalle parole di Bisotti. E che colpa si può fare all’autore se le sue lettrici si lasciano incantare dalla sequenza di melensaggini come quella presente alle pagine 116-7 di La luna blu. Il percorso inverso dei sogni.

Prima di riportarvi il lungo frammento devo contestualizzarlo. Si tratta le parole trascritte in un’agenda da Demian Sinclair, uno scrittore che sarebbe un serio candidato al Premio Nobel per la Letteratura in Braille. E guardando a questo frammento si apprezza il vero tocco di genio di Massimo Bisotti: è riuscito a creare il personaggio di uno scrittore capace di scrivere peggio di lui. E vi posso garantire che l’impresa era titanica. A scoprire quell’agenda è Meg, protagonista femminile della storia e archetipo d’ogni bisottina in cerca d’un pittore che non la dipinga. E come qualunque bisottina va in scioglimento calcareo leggendo una raffica di pensierini sul tema “Mi piacciono le donne che…”. Ve la trascrivo, avvertendovi che proseguendo nella lettura vi assumete ogni responsabilità rispetto alle conseguenze per la salute dei vostri neuroni:

Mi piacciono le donne che sanno le cose e sanno quando non dirle, perché in quel momento è poco importante.

Mi piacciono le donne che sanno conoscersi e conoscerti senza sbatterti in faccia anche le presunzioni della verità.

Quelle che decidono che quello che sono è più importante di quel che tu vorresti fargli credere che siano, e invertono il senso di marcia alla tua corsa, abbassando lo sguardo con quell’umile sicurezza, e per questo ti ci siedi accanto.

Quelle che quando le guardi negli occhi ti fanno capire che sei ancora vivo. Quelle che sai che le devi proteggere e in un ossimoro ti fanno sentire sicuro.

Quelle che anche quando non ci sono ci sono, perché anche lo sbatter d’ali di una farfalla lontana ti si posa sulla schiena, alleggerendo la fatica di un attimo.

Mi piacciono le donne che quando ti ammali di silenzi ti curano le parole e ti fanno uscire le nuvole dall’alito, insieme alle bugie e ai sensi di colpa, t’insegnano una lingua nuova.

Mi piacciono le donne che fanno uso di stupefacenti emotivi senza mai aver assunto sostanze tossiche.

Quelle che ti scippano il tempo senza che te ne accorgi e se te ne accorgi ti prendono in giro dolcemente da farsi regalare un giro sulla luna.

Quelle che non sono nobili o snob, ma che hanno l’eccellenza blu della modestia nel sangue, arrivano nei bassifondi a prendersi la tua vita.

Quelle che non vanno controcorrente perché fa moda, ma hanno la moda nel respiro e l’anima vintage.

Quelle che hanno gli occhi come un caleidoscopio e in tutta quella confusione riesci a guardarci dentro e a scorgerci la coccinella del futuro.

Quelle che ti sfiniscono perché gli piace fare l’amore e senti che il momento del loro orgasmo mentale è quando vieni tu, e poi ti chiedono di restare. E ti fanno sentire come un animale libero, tu e la tua liquida indecenza sul loro corpo, rinato dalle tue spasmodiche emozioni.

Quelle che non sanno cucinare, ma ti montano l’anima e fanno dolce il tuo sorriso dopo uno scuro pomeriggio.

Quelle imperfette che sanno rendere perfetto il volo delle tue imperfezioni.

Quelle che lasciano che a parlare sia il tuo respiro.

Quelle che non ti prestano il loro corpo e ti regalano e ti scopano l’anima.

Quelle che gli tocchi il punto che non ha mai toccato nessuno, con la punta estrema dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, dei tuoi sbagli arrugginiti con il tetano fra la polvere e tu gli piaci così, non ti vogliono cambiare.

Quelle che giocano la tua partita pur continuando a giocare anche la loro.

Quelle che quando gli sposti i capelli dal viso ti si apre il sipario sul mondo e spalancano i tuoi limiti come finestre sull’infinito.

Quelle che sono così belle che non ti vergogni a tenergli la mano mentre cammini per strada, perché ti camminano già nude nei labirinti dell’anima.

Quelle che giocano con i tuoi battiti, ma non con il tuo cuore.

Quelle che ti sembrano comete, come te.

La trascrizione di tutte queste suppostine sentimentali mi ha annichilito. Non sono ancora in grado di verificare se ho contratto danni permanenti. Di sicuro l’attività di rilettura e trascrizione di questo frammento mi ha fatto tornare in mente il finale di Mars Attacks!, la geniale parodia di Independence Day diretta da Tim Burton.

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Mi riferiscono al passaggio in cui gli alieni, apparentemente invincibili e ormai pronti a annientare gli umani, vengono annichiliti dalle note di Indian Love Call di Slim Whitman.

Basta loro ascoltarne poche note per impazzire fino a vedersi scoppiare la testa. Ciò permette alle forze terrestri di organizzare la reazione e sterminare le forze aliene con un’arma infallibile: una serie di grandi impianti stereo che vengono fatti girare per le strade sparando con volume “a palla” il brano di Whitman.

E riguardando quelle scene mi sono lasciato prendere da una suggestione: e se provassimo a sconfiggere l’Isis esponendo i suoi militanti alla messa in onda in stereo degli aforismi di Massimo Bisotti? Sono sicuro che funzionerebbe. Provate a passare in prossimità di un covo Isis con un furgone munito d’altoparlante che irradia frasi come: “È inutile annaffiare il cemento, dar fuoco a una miccia sperando in una stella”. O come: “Ci sono due parole che insieme hanno le ali, arrivano a posarsi su una spalla, scendono e sverginano gli angeli con l’incredulo stupore della verità”. O ancora: “Non lasciar morire i miei domani di anoressici respiri, falli mangiare attraverso muscoli di avidità, incidili di buoni umori, lasciami ricordare com’è il tuo odore quando non ci sei”. Sentirete i cervelli scoppiare come popcorn, garantito.

Slim Whitman

Slim Whitman

Ma perdonatemi la divagazione, ché non siamo qui per trovare soluzioni alla minaccia islamica. Più modestamente ci si occupa di analizzare testi. E l’analisi appena attenta del testo bisottiano sul tema “Mi piacciono le donne che…” svela significati che sono l’esatto contrario dell’attenzione al “mondo femminile”. Anzi, se passati al filtro della tecnica volgarmente denominata “Parla come mangi” svelano punte d’inusitato maschilismo. Ve li ripropongo uno per uno con commento annesso in neretto.

Mi piacciono le donne che sanno le cose e sanno quando non dirle, perché in quel momento è poco importante.

Mi piacciono le donne che anche se hanno qualcosa da dire e sanno di poterlo dire stanno zitte, perché tanto qualunque cosa dicano fregasega.

Mi piacciono le donne che sanno conoscersi e conoscerti senza sbatterti in faccia anche le presunzioni della verità.

Mi piacciono le donne che pure quando capiscono che sei un cialtrone se lo tengono per sé, perché tanto questa è la minestra o si buttano dalla finestra.

Quelle che decidono che quello che sono è più importante di quel che tu vorresti fargli credere che siano, e invertono il senso di marcia alla tua corsa, abbassando lo sguardo con quell’umile sicurezza, e per questo ti ci siedi accanto.

A parte l’inestricabilità del senso, quella raffica di “che”, e quel “fargli” anziché “far loro”, (un orrore comunque diffuso e abusato pure da “scrittori quotati” come Nicola Lagioia), la frase significa: quelle che anche quando sanno bene che le stai adulando spudoratamente se ne restano lì umilmente sedute accanto a te perché tanto chi altri se le piglia in carico?

Quelle che quando le guardi negli occhi ti fanno capire che sei ancora vivo. Quelle che sai che le devi proteggere e in un ossimoro ti fanno sentire sicuro.

Quelle che, comunque ti ponga verso loro, alla fine conta solo come ti realizzi tu attraverso loro: le guardi negli occhi e ti senti vivo tu, le proteggi e ti senti magnanimo tu. E se anche non ci fossero ci saresti sempre tu.

Quelle che anche quando non ci sono ci sono, perché anche lo sbatter d’ali di una farfalla lontana ti si posa sulla schiena, alleggerendo la fatica di un attimo.

Quelle che se ci sono o non ci sono fa lo stesso, perché tanto uno sbattere d’ali d’una farfalla a Bangkok vale quanto uno sbattimento di testicoli dentro un bar del Quadraro

Mi piacciono le donne che quando ti ammali di silenzi ti curano le parole e ti fanno uscire le nuvole dall’alito, insieme alle bugie e ai sensi di colpa, t’insegnano una lingua nuova.

Mi piacciono le donne che quando hai paura di aprire bocca perché il tuo alito ammazza le zanzare tigre non ti fanno sentire una fetenzia, e magari ti passano una caramella alla liquirizia.

Mi piacciono le donne che fanno uso di stupefacenti emotivi senza mai aver assunto sostanze tossiche.

Mi piacciono le donne che pur di stare con te si fanno di anfetamine (ché altrimenti còrca che ci starebbero), nonostante che fino a quel momento non abbiano preso nemmeno un Confetto Falqui.

Quelle che ti scippano il tempo senza che te ne accorgi e se te ne accorgi ti prendono in giro dolcemente da farsi regalare un giro sulla luna.

Quelle che ora non so cosa cazzo ho scritto però mi pare che suoni bene.

Quelle che non sono nobili o snob, ma che hanno l’eccellenza blu della modestia nel sangue, arrivano nei bassifondi a prendersi la tua vita.

Quelle che non sono nobili o snob (anche perché donne di quel genere a me non mi cacherebbero manco di striscio), e sono modeste abbastanza per accontentarsi dei miei bassifondi.

Quelle che non vanno controcorrente perché fa moda, ma hanno la moda nel respiro e l’anima vintage.

Quelle che se la bevono se dici loro quanto sia alla moda andare controcorrente, e che il vero anticonformismo è essere conformiste e pure un po’ all’antica, e soprattutto disciplinate nel proprio cantuccio.

Quelle che hanno gli occhi come un caleidoscopio e in tutta quella confusione riesci a guardarci dentro e a scorgerci la coccinella del futuro.

Quelle che sono talmente cecate da farti vedere nei loro occhi solo quello che vuoi tu, comprese le coccinelle del futuro (sic!)

Quelle che ti sfiniscono perché gli piace fare l’amore e senti che il momento del loro orgasmo mentale è quando vieni tu, e poi ti chiedono di restare. E ti fanno sentire come un animale libero, tu e la tua liquida indecenza sul loro corpo, rinato dalle tue spasmodiche emozioni.

Quelle che quando ci trombi non fanno storie se tu arrivi regolarmente prima, e in 30 secondi netti quando ancora loro hanno fatto appena in tempo a materassarsi, né perché ci hai rotto le scatole con ‘sta marcia indietro.

Quelle che non sanno cucinare, ma ti montano l’anima e fanno dolce il tuo sorriso dopo uno scuro pomeriggio.

Quelle che per farsi perdonare di non sapere cucinare (perché FEMMINA DEVE CUCINARE SENNO’ FUORI DI CASA) ti zompano sopra e lì si tromba come testuggini per un pomeriggio intero.

Quelle imperfette che sanno rendere perfetto il volo delle tue imperfezioni.

Quelle che sono talmente di risulta da far sentire un po’ meno di risulta te.

Quelle che lasciano che a parlare sia il tuo respiro.

Quelle che non devono nemmeno fiatare, perché persino il fiatare deve essere quello del masculo.

Quelle che non ti prestano il loro corpo e ti regalano e ti scopano l’anima.

Quelle che ogni tanto ti fanno lo sconto di fine turno all’alba.

Quelle che gli tocchi il punto che non ha mai toccato nessuno, con la punta estrema dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, dei tuoi sbagli arrugginiti con il tetano fra la polvere e tu gli piaci così, non ti vogliono cambiare.

Quelle che quando t’affanni a cercare il Punto G ti compatiscono perché ancora ci credi, e quanto agli sbagli arrugginiti con il tetano fra la polvere è una questione di antani sbirigusa delle cuppulazze.

Quelle che giocano la tua partita pur continuando a giocare anche la loro.

Quelle che quando giochi alla Playstation capiscono che si devono levare d’àrca e se ne vanno in cucina a Whatsappare.

Quelle che quando gli sposti i capelli dal viso ti si apre il sipario sul mondo e spalancano i tuoi limiti come finestre sull’infinito.

Quelle che quando sposti loro (non “gli sposti”) i capelli vedi te stesso, sempre te stesso, solo te stesso.

Quelle che sono così belle che non ti vergogni a tenergli la mano mentre cammini per strada, perché ti camminano già nude nei labirinti dell’anima.

Quelle che le vedi nude ovunque, anche quando sei per strada a tener loro (non “tenergli”) la mano.

Quelle che giocano coi tuoi battiti, ma non con il tuo cuore.

Quelle che vabbe’, m’è venuta così.

Quelle che ti sembrano comete, come te.

Quelle che se scrivi della cacate, ti fanno capire che sono caca te.

Questo è la summa del Bisotti attento alle donne. A tutte le bisottine che finiranno immortalate nei quadri dipinti mai. 

Massimo Bisotti e la deriva della donna italiana media – 3 La Critica della Ragion Purga

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

 

Le precedenti puntate sono leggibili qui e qui.

 

“Ma a che punto sei con Massimo Bisotti?”. Nei giorni che sono trascorsi dalla pubblicazione dell’ultimo post sull’idolo delle Desperate Webwives mi sono sentito rivolgere quest’interrogativo. E ogni volta ho risposto che proprio non lo so. Non se nemmeno se possa esserci un punto, nella lettura degli scritti di Massimo Bisotti. Qualcuno fra voi sarebbe capace di individuare delle coordinate dentro un buco nero? Impossibile, perché la sola cosa che vi possa capitare entrando in contatto con un buco nero è venirne inghiottiti e nullificati. Proprio quello che temo mi stia succedendo leggendo i manufatti cartacei di Massimo Bisotti, il Pink Bloc capace di nullificarvi con un solo aforisma. Qualcosa di molto simile allo sguardo di Medusa, che al solo incrociarlo vi trasforma in pietra; così è per le supposte di saggezza dispensate da Bisotti, che al solo leggerne una provate immediato il senso della smaterializzazione. Come se la vostra dimensione fisica venisse attaccata dal virus dell’evanescenza.

È con sincera preoccupazione per la mia sorte che vivo queste righe. Perché se tanto mi dà tanto, e se basta una suppostina di Bisotti (una Bisupposta) per far scattare il processo di nullificazione, allora è molto probabile che io sia già svanito. Forse non esisto più, e quello che state leggendo è soltanto un file autogenerato dal mio pc afflitto da inconsolabile vedovanza. Magari vergo queste righe da un limbo d’esistenza illusoria. Sono già trapassato o pre-trapassato ma non mi rassegno. O forse è che il processo di nullificazione non è così immediato, e che dunque non subito si passi all’immaterialità. Probabile che bisogni attraversare gradi diversi della dematerializzazione, dall’hard al soft, affinché il passaggio non sia traumatico. Sicché mentre vergo queste righe potrei essere allo stato liquido, come direbbe il Fabio Volo delle scienze sociali Zygmunt Bauman.

Zygmunt Bauman

Zygmunt Bauman

 

E in attesa di passare allo stato gassoso e poi dissolvermi, definitivamente bisottizzato come fosse essere terminato alla Schwarzenegger, alimento questo barlume di vita intellettuale ch’è illusione d’esistenza. Lo confesso: sono atterrito dall’ipotesi d’essere come Bruce Willis in Il sesto senso, o Nicole Kidman e figlioli in The Others. Già trapassato, ma illuso d’esser vivo e terrorizzato da vivi che scambio per fantasmi.

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Ok, lo so, ogni volta che c’è da parlare di Bisotti la prendo un po’ troppo alla lontana. Ma vi giuro che è solo autodifesa, non lo faccio certo per eludere il discorso. La missione che mi sono intestato è impossibile. Provateci voi a prendere le misure al Nulla, a mapparlo, a persino a disegnare lì dentro dei tracciati. Dopo cinque minuti comincerete anche voi a prenderla alla lontana. E ve le inventereste tutte pur di non dare una risposta precisa. Ci tenete proprio a averne una? Bene, ve la do ricorrendo a un’immagine. Ipotizzate che io sia su una duna qualsiasi in pieno Sahara. E che arrivato lassù pianti un picchetto. Vedendo dov’è, sapreste dirmelo voi in quale cazzo di punto del Sahara io mi trovo?

Ecco, magari adesso avete un po’ più chiari sia i termini della questione che la rozzezza della domanda. Quando si viaggia attraverso i manufatti cartacei di Bisotti non si può essere “a un dato punto”. Non ci sono punti, ma soltanto delle immensità da scandagliare. Per esempio, un’abissale assenza di talento per la scrittura. O una galattica distesa d’insensatezze. O un’eterna negazione della correttezza linguistica formale. Non si finisce mai di apprenderlo e riapprenderlo. Per intenderci: da oltre un mese sto leggendo il primo dei tre manufatti stampati bisottiani, La luna blu. Il percorso inverso dei sogni.

 

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E non so nemmeno quando lo completerò, figurarsi immaginare quando inizierò i due successivi e terminerò di leggerli. Al momento sono a pagina 129 di 188, e nemmeno questa informazione vi può dire qualcosa. Perché se si ragionasse su un libro qualsiasi, si potrebbe dire: “Bene, sarai anche lento come Davide Checco Faraone quando prova a mettere in fila due parole in italiano, ma almeno hai la certezza d’essere a cinquantanove pagine dalla fine”. Nossignori! Il problema non sono le cinquantanove pagine alla fine, ma le centoventinove lette in modo mai definitivo. Perché questo è il punto. Ogni frammento di Bisotti presenta alla rilettura dei vuoti che alla prima lettura non erano stati colti. Laddove ne avevi scovati due o tre, poi ne ritrovi almeno un altro paio. E se azzardi la terza lettura del frammento ne individui ancora uno o due, e così via. È come tenere i fermenti lattici in frigo. Il contenitore è sempre quello, e in parte li avete già consumati, ma niente: ce n’è sempre di  più e non smettono mai di fermentare. E dunque, come potete pretendere da me che vi parli con precisione dei manufatti cartacei bisottiani? Posso limitarmi a farlo come viene, isolando volta per volta degli elementi e sapendo che su quegli stessi elementi avrei necessità di tornare dopo aver letto le cose non lette e riletto quelle già lette. Sempre che in questo momento mi stiate leggendo, s’intende, e nella speranza che io non sia trapassato.

Dopo una così lunga premessa, vengo a illustrare la chiave di lettura che oggi ho scelto per l’analisi dei manufatti cartacei bisottiani. Essa ha a che fare con la logica di quegli scritti. Che è il vero Mistero fra i tanti misteri della scrittura bisottiana. Nel senso che non la si trova manco per sbaglio. E che più la si cerca, più si scopre quanto essa sia incompatibile con la scrittura bisottiana. Perché Bisotti lascia scorrere le parole come vengono, e nel momento in cui vengono. In questo esatto momento è colla, ma un istante fa era culo e fra un istante sarebbe stato callo. La differenza è data dal momento, non dall’appropriatezza semantica o dal corretto combinarsi dei concetti cui le parole danno costrutto. Sicché fare un’analisi razionale dei testi bisottiani significa avventurarsi in una Critica della Ragion Purga. E vi diffido immediatamente dall’interpretare la cosa in modo volgare, perché l’accezione che io do all’atto di purgare è fedele all’etimologia. Quest’ultima dice che purgare viene dalla fusione del termine latino purus, cioè “puro”, e della desinenza –igare, che indica frequenza di atti. Questo fa Bisotti: riempie il mondo di purezze, con lodevole assiduità. E rispetto a ciò cosa volete che siano mai l’appropriatezza delle parole usate e la coerenza dei periodi costruiti? Dettagli per fissati, roba da cinici controcuore che non pensano d’aver bisogno d’una sana purga. Purtroppo io rispondo a quest’ultimo profilo, né mi rassegno alla purificazione. Forse per questo sto andando in evanescenza, ma finché manterrò un barlume di presenza intellettuale non smetterò di portare avanti questa Critica della Ragion Purga. Passando allo scanner periodi come quello che si trova a pagina 13 di La luna blu:

 

Tuttavia, sapeva della passione quasi viscerale di Meli per la fotografia, tanto da darle i nervi a volte.

 

Ora, a parte che non si capisce chi fra Meli o “colei che sa della passione” diventi nervosa davanti a questo dettaglio, resta l’improprio modo di riportare il modo di dire. Si dà “sui nervi”, o “ai nervi”. Non so se invece “dare i nervi” sia una cosa simile a donare il sangue o il midollo osseo. O più probabilmente è una di quelle situazioni da banco del trippaio. “Signora, oggi ho un’insalata di nervetti che modestamente la concorrenza mi fa una trippa. Gradisce?”. “No Tanino, lo sai che per il mio lignaggio m’impone di mangiare soltanto stigghiòla, o al massimo pani c’a meusa con ricotta e tumàzzu grattàtu”.

 

Un piatto di stigghiòla

Un piatto di stigghiòla

 

Pani c'a meusa con "tumazzo grattato"

Pani c’a meusa con “tumazzo grattato”

 

Sono pedante? Probabile. È che non mi adeguo, come fanno le schiere di bisottine che sono tutte quante di bocca buona.

Massimo Bisotti con una delle sue fan più affascinanti

Massimo Bisotti con una delle sue fan più affascinanti

 

Sono un po’ più esigente, pretendo ancora di fare la Critica della Ragion Purga. Perciò noto le illogicità del testo. E l’uso a dog’s cock di parole del cui significato evidentemente l’autore non si cura. A pagina 72 Demian, il personaggio di uno scrittore che ha la peculiarità di scrivere peggio del suo inventore, parla del modo in cui cerca di neutralizzare “i suoi dolori”. Che messi al plurale anziché al singolare sembrano i reumatismi, ma vabbe’:

 

Chiudevo scatole bucate sotto, loro come un druido diabolico, una specie di fumo ipnotizzante, uscivano e indisturbati nuotavano nell’aria.

 

Ma Bisotti ha idea di cosa sia un druido? Lo scambia mica per il Genio della Lampada? O forse, vista l’assonanza, voleva scrivere fluido? In quest’ultimo caso, e tenendo conto della giusta estemporaneità delle parole, anche lurido avrebbe avuto un suo senso.

 

Ma il problema non è soltanto di appropriatezza delle parole. C’è anche quello dei frammenti che, messi uno dopo l’altro, si contraddicono. Per esempio, quelli che si trovano a pagina 8:

 

Noi cambiamo e tutto resta uguale, persino il tempo, mentre scorre senza farci scorrere davvero.

Resta uguale perché noi siamo uguali, negli stessi meccanismi che usiamo per difenderci dall’esperienza.

 

Magari le bisottine non lo notano, perché loro andrebbero in sollucchero anche sentendosi rivolgere formule sconosciute tipo Ifix Chen-Chen.

Quando non esistevano le bisottine ma i fotoromanzi sì...

Quando non esistevano le bisottine ma i fotoromanzi sì…

Gabriel Pontello e la sua formula magica

Gabriel Pontello e la sua formula magica

 

 

Mai controcuore

Mai controcuore

Io invece riscontro come nel primo capoverso si sostenga che “noi cambiamo mentre tutto resta uguale”, mentre nel secondo si dice che “tutto resta uguale perché noi siamo uguali”. Ma sarà mica bipolare, questo qui? E badate bene che questo non è l’unico esempio. I manufatti cartacei bisottiani sono pieni di periodi che si contraddicono. Per esempio, eccone un altro a pagina 10:

 

Viviamo nell’inferno degli imprevisti. Tentare di dare a tutti i costi un significato a quel che accade può farci sprofondare  all’inferno, ai confini della follia.

 

Dunque, si parte dall’assunto che “viviamo all’inferno”. Ma poi si dice che a secondo di quello che facciamo c’è il rischio di sprofondare all’inferno. Tutto quadra, no?

Il vero problema è intestardirsi, provare a capire. Io lo faccio, e perciò continuo a non fare tesoro della lezione tramandata dalla banda di Amici Miei: che il mondo è dei candidi.

https://it-it.facebook.com/pages/Beato-te-che-un-tu-capisci-una-sega/107251842630405

 

Ma cosa ci posso fare se davanti a certi frammenti bisottiani m’inceppo? Prendete questo a pagina 20:

 

Priva di complementi e oggetti ma con dentro il tuo corpo, il cielo e un giardino di fiori le mie carezze e petali di labbra le mie parole a fermare il tempo, tanto che se il mondo finisse in quell’istante non ce ne accorgeremmo e ogni nuovo istante sarebbe il prolungarsi naturale dei sensi, dalle montagne all’increspatura delle ciglia del vento dischiuse all’infinito.

 

Sì, lo ammetto: ‘un c’ho capito ‘na sega. Ma al contrario delle Desperate Webwives non mi sento beato. Perciò m’interrogo sull’ardita costruzione del periodo, che sembra fatta con scarti di Lego e pezzi di Cera Pongo tenuti insieme con una Big Babol. E allo stesso modo mi chiedo che minchia significhi “il prolungarsi naturale dei sensi dalle montagne all’increspatura delle ciglia del vento dischiuse all’infinito”. Qualcuno ha una spiegazione?

Il fatto è che leggendo i manufatti cartacei di Bisotti si aprono sconosciute frontiere all’analisi del periodo. Che tutti quanti ricordiamo con terrore dai tempi del liceo, ma almeno ci è servita a distinguere in uno scritto le preposizioni principali da quelle subordinate e incidentali. Invece leggendo il Pink Bloc scopriamo che le possibilità si moltiplicano in modo caleidoscopico. Ci sono certamente delle preposizioni principali, ma sono soltanto pre-testi. Perché da lì in poi c’è lo scatenamento totale. E potrete trovare le preposizioni preterintenzionali. Le preposizioni abusive. Le preposizioni a origami. Le preposizioni “passavo di qui per caso e mi sono infilata”. E infine, quelle di maggior pregio, le preposizioni che il compianto professor Franco Scoglio avrebbe definito ad minchiam.

 

Ecco un esempio di quest’ultima categoria fra le pagine 8 (cioè la stessa in cui c’erano i passaggi in cui non ci si decideva se si stesse cambiando o se si fosse sempre uguali) e 9:

 

E comunque voglio un angelo che abbia posato per sempre le sue ali per fare finalmente una colazione normale, spalmandosi la bocca di sostanze naturali. Che sia bianco sporco come il pavimento su cui cadono granelli di presenza, disseminando molecole di energie interne. Un angelo a cui arrossiscano i globuli bianchi davanti a un piccolo cuore imperfetto. Perché stupirsi o farne a meno non è una scelta, è disintossicarsi dalle scorie di paura che involontariamente aggiungiamo alla vita, mandando all’aria i nostri piani di solitudine e le nostre cascate di malinconie.

 

Ora, a parte che l’immagine dell’angelo che fa colazione è una maldestra e non dichiarata citazione dal film Michael interpretato da John Travolta.

 

E a parte la supercazzola sui granelli di presenza che cadono e sulla disseminazione delle molecole di energie interne (!!!). A parte tutto ciò, resta il mistero dell’ultima parte del frammento, quello che parte oltre il punto dopo il “cuore imperfetto”. Si dice che “stupirsi o farne a meno non è una scelta”. Ma “stupirsi o farne a meno” di cosa? Quale sarebbe l’oggetto dello “stupirsi o farne a meno”? Non c’è alcun nesso, alcun riferimento, nelle parti precedenti. Soltanto parole che si arrotolano. Appartengo alla vecchia scuola secondo cui un testo deve essere una costruzione coerente in ogni sua parte, e che ogni parte del testo deve essere coerente col tutto. E ciò passa per l’indispensabile coerenza interna delle singole frasi. Per esempio, se inizio una frase dicendo “C’è un piatto di pasta sul tavolo”, devo continuarla e chiuderla con una formula coerente come “dunque è ora di pranzo”; o anche, dopo una virgola, “evidentemente chi si trovava in casa è scappato di fretta”; o ancora, dopo un punto e virgola, “per fortuna qualcuno si prende cura di me”. Ma non esiste che io scriva un periodo come il seguente: “C’è un piatto di pasta sul tavolo, ma se il calzino è spaiato sarà mica martedì?”. Perché potrebbe anche esserci una logica dietro questa frase, ma tale logica va sviluppata attraverso il testo e costruita utilizzando un congruo numero di periodi. E invece Bisotti compie i suoi atti di purificazione così, all’impronta, come urgenza comanda. E pazienza se le forme non vengono rispettate, e perciò vengono fuori un po’ scquacquere. Quando l’ispirazione scappa, scappa. Sicché non resta che mettersi le mani nei capelli davanti a frammenti come quello di pagina 9:

 

C’è una scala che separa due vite, le posizioni si alternano, non sono mai le stesse. C’è chi sta su e chi sta giù, quel che conta è che sono innumerevoli scalini a unire quei piedi in corsa per arrivare a casa. Oppure c’è la direzione opposta. Non c’è bisogno di aprire la porta per sapere che l’altro sia dentro quando scegli di ritornare a casa davvero.

 

Dopo aver letto una roba del genere, i casi sono due: o insistere con la Critica della Ragion Purga bisottiana; o purgarsi a propria volta reagendo nella modalità indicata qui sotto.

 

 

 

(3. continua)

Elenco delle prossime stroncature

Cari amici, scrivo questo post domenicale per aggiornarvi sulle prossime stroncature. Eccole a seguire.


La prima riguarderà Il gigante sfregiato, esordio da giallista di Stefano Vanzina. Ne avremmo fatto a meno tutti quanti, e invece lui ci teneva proprio a accreditarsi come narratore. Troverò modo di ricambiare adeguatamente la sua ambizione. Un ultimo dettaglio: il romanzo di Vanzina è stato elogiato dal book jockey Antonio D’Orrico. Serve altro?

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Un altro appuntamento sarà con il libro più pompato dell’estate: La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker. In realtà, più che di una stroncatura si tratterà di un pezzo satirico su questo volume come oggetto di feticismo della stagione Primavera-Estate 2013. Resta il fatto che si tratti di un libro tanto sopravvalutato quanto sovradimensionato.

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Andando avanti, mi occuperò di Cate, io, romanzo d’esordio di Matteo Cellini che è valso all’autore il Premio Campiello Opera Prima. A ulteriore dimostrazione di cosa siano oggi i premi letterari, vi riporto una frase del romanzo vergata già nella prima pagina del libro:

In  cucina è appena più caldo, papà già da un pezzo è ai fornelli e il caffè macchia di un odore forte l’aria come un cane dalmata.

Mi limito a ricordare la mia dedica in L’importo della ferita e altre storie: A tutti i cani del mondo. Che non scrivono perché è cosa poco commendevole scrivere da cani. Amen

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Sarà quindi il turno di La luna blu. Il percorso inverso dei sogni. L’autore di cotanta opera si chiama Massimo Bisotti, e per chi non lo conoscesse si tratta del Fabio Volo dei poveri. L’idolo delle desperate webwives. Riceverà adeguato trattamento.

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Infine toccherà a Anna Premoli, già fatta oggetto delle mie attenzioni. Ha scritto il secondo “romanzo”, e già il titolo vale una stroncatura a sé: Come inciampare nel principe azzurro. La stavo aspettando.

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Ovviamente l’elenco potrebbe essere ampliato strada facendo.

Qualcuno chiederà: ma sai soltanto stroncare? Nossignori. Sono di gusti difficilissimi, e lo ammetto. Ma talvolta succede che un libro mi sorprenda in positivo. Uno di quelli rispetto ai quali parto con ogni pregiudizio, e che invece andando avanti con la lettura mi fanno ricredere. Non anticipo il titolo perché prima devo finire di leggerlo. Lo saprete quando ne parlerò.