In itinere – Riempiamo di Addio le panchine dei nostri parchi. Elogio di Angelo Ferracuti

 

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Addio

 

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Angelo Ferracuti

 

Per il mio compleanno ho deciso di fare un regalo. Non so a chi, né m’interessa. Spero solo che il dono sia finito alla persona giusta. Tenevo al gesto e soprattutto all’oggetto regalato. Un libro fra i più belli letti di recente. E se mi conoscete appena un po’ sapete che si parla di oggetti molto rari. E così ho deciso di comprarne un’altra copia e lasciarla su una panchina del parco vicino casa, quello di viale Fanti a Firenze. Ho scelto con cura l’orario e il punto: le otto di mattina, con tutta una giornata tersa innanzi, e una panchina appena defilata, di quelle che ospitano persone sole e in cerca di un attimo di meditazione. Lì ho lasciato una copia di Addio. Il romanzo della fine del lavoro, libro di Angelo Ferracuti (Chiarelettere, 2016, pagine 256, euro 16,60) che dovrebbe trovare posto nella biblioteca privata d’ogni lettore minimamente credibile.

 

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Un volume che è stato una rivelazione perché mi ha permesso di scoprire uno scrittore  vero. Di quelli che, nell’epoca dei maurizidegiovanni e delle sofieviscardi, dei marcellisimoni e delle chiaregamberale, se n’è quasi smarrita la foggia. Ne sopravvivono sparuti esemplari, talmente pochi e periferici rispetto alla grancassa del sistema editoriale da far pensare si siano estinti. E invece per fortuna ne esistono ancora. Pochi, e sempre di meno dopo l’insostituibile perdita di Ermanno Rea.

 

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Ermanno Rea

 

Ma ci sono. E Angelo Ferracuti, autore fermano classe 1960, è uno di questi. Capace d’interpretare la scrittura come missione e responsabilità sociale, e di spenderla andando a cercare frammenti di realtà che in questo paese malato d’Irreality nessuno va più a scandagliare. Penso che autori come lui, o come Franco Arminio, dovrebbero essere tutelati come un bene pubblico. E mandati presso le scuole a parlare coi ragazzi per insegnar loro la vera curiosità verso il mondo che li circonda.

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Franco Arminio

 

Ma so che la mia è una posizione velleitaria, sicché non posso far altro che prendermi la mia parte nel divulgare questi autori.

Ma perché inauguro proprio con Angelo Ferracuti la serie delle recensioni (o delle stroncature, a seconda dei casi), in itinere? Per un motivo semplice: perché davanti a un libro come Addio rischio di non finire mai la lettura. Troppo denso, troppe cose da delibare in quelle pagine, troppe micro-storie nel tessuto grande della narrazione, per far sì che l’esperienza di lettura sia quella che, ordinariamente, ti porta dall’inizio alla fine in un tempo dato. Coi libri che amo davvero mi capita così, è la stessa sensazione che provai per la prima volta leggendo Strade blu di William Heat Least-Moon.

 

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Come si fa a leggere “tutto in una tirata” un libro così, andando soltanto avanti anziché fermarsi, e tornare indietro per riassaporare tutto il bello che ti ha già regalato? E soprattutto – ciò che a molti sembrerà paradossale – perché finire di leggerlo? Provai questa sensazione con Strade blu, e sono tornato a provarla nel corso del tempo leggendo altri. Per esempio, molti  fra quelli scritti dall’amato António Lobo Antunes (il più grande scrittore vivente in assoluto, che si sappia), ma anche di recente con Le fragili attese di Mattia Signorini.

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Antonio Lobo Antunes

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Mattia Sigorini

 

L’ultimo libro di Angelo Ferracuti rientra in questa ristrettissimo catalogo. Confesso di averlo comprato con le peggiori intenzioni, come sempre mi succede con gli autori che non conosco (e qui, fra l’altro, ammetto la colpa di non aver conosciuto per lungo tempo i libri di Angelo Ferracuti). Sapete come la penso: per me, nove libri su dieci fra quelli che quotidianamente vengono immessi come carne di porco nel mercato editoriale sono da macero. E dunque, partendo da  questo assunto, ogni nuovo libro è un potenziale attentato all’ecologia culturale di questo paese. Ma questa posizione di partenza non m’impedisce di tenere un atteggiamento oggettivo nei confronti del libro che vado a leggere. Come da media, nove volte su dieci il pre-giudizio viene confermato. Però poi si presenta sempre un Caso Numero Dieci. E per Addio è bastata la lettura di poche righe iniziali per capire d’essere al cospetto di un Caso Numero Dieci. Per l’esattezza, è stato sufficiente il primo, lungo capoverso:

 

Era da un po’ di tempo che avevo intenzione di scrivere un lungo reportage narrativo sulla crisi che tutti stavamo vivendo, e all’inizio avevo pensato di fare un “Viaggio in Italia” nei luoghi del disagio e della desertificazione industriale. Il racconto dominante era allora quello retorico dei produttori, cioè raccontare chi ce l’aveva fatta o ce la stava facendo, e andava molto di moda questa parola, resilienza, cioè capacità di resistere e reinventarsi all’ineluttabilità delle dinamiche del neoliberismo, la formazione assistenziale, mentre io volevo raccontare, come nella migliore tradizione letteraria di impegno civile, proprio chi non ce l’aveva fatta e stava affondando, chi non arrivava alla fine del mese, lo stato di apnea sociale invisibile.

 

Poche righe per prendere una decisione: io a questo qui compro tutti i libri che ha scritto. A scatola chiusa, non voglio nemmeno sapere di cosa trattino. Perché soltanto uno scrittore del massimo livello può fare una tirata così magistrale contro l’orrendo termine resilienza. Parola che, non a caso, in un dato periodo è stato un mantra del penoso Beppe Severgnini.

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L’immagine della resilienza

 

Ma non è stato solo per questa sfumatura linguistica, né per la scelta di raccontare in profondità una realtà locale come quella del distretto minerario sardo di Carbonia, accuratamente rimossa dalla narrazione quotidiana del Paese che da oltre vent’anni viene governato a colpi di tv e social media. Ciò che più mi ha conquistato è stato quel mix di passione e metodo, di narrazione e analisi sociologica, che come in una dichiarazione programmatica viene esposto nei passi iniziali del libro:

 

In fondo le cose si possono mettere a fuoco anche in un luogo solo, in un bit antropologico, piccolo o grande non importa, al sud, al centro, al nord di un paese, c’è tutto ovunque, basta saperlo cercare, quindi dovevo scegliere un luogo solo e farlo diventare simbolico. Fu in quel momento, credo, che mi tornarono in mente Carbonia e il Sulcis-Iglesiente e cominciai a fare delle ricerche, e poi a partire. Questo è il mio modo, cioè tornare nei luoghi moltissime volte, una progressiva messa a fuoco. Cominciai come sempre a guardare i film e i documentari su quelle terre, dai libri, m’imbattei nella storia di questa città nata in un anno e del suo carbone povero, m’appassionarono subito le sue cicliche crisi, così come gli abitanti di una cittadina molto popolare, fatta di ceti bassi e priva di borghesia dove c’è ancora quello che una volta si chiamava “il popolo”. Per me tornare nei luoghi significa sempre colmare qualcosa che è a metà tra la curiosità antropologica e lo studio, cercare di capire perché un luogo si è sviluppato in un certo modo e quale significato assume nel presente, ma certo anche un rapporto profondamente corporale, raccontando ai modi del flâneur, non da esperto.

 

Questo non è solo l’inizio di un libro, ma un programma metodologico di ricerca. Da condursi mettendo al centro esclusivamente strumenti qualitativi, e fidandosi del proprio istinto come dote non estemporanea ma rodata sul campo attraverso altri esperimenti analoghi di narrazione. Da tutto ciò non poteva che venir fuori un libro straordinario, nel senso più profondo del termine: fuori dall’ordinario, capace di rompere gli schemi mainstream e le categorie narrative stereotipate. Continuerò a raccontarvelo per gradi, e con calma, intanto che procedo a stroncarne altri. Ma intanto fate anche voi la vostra parte. Correte in libreria a comprare una copia di Addio, e guardate schifati il libraio qualora dovesse dirvi che non se ne ritrovi una. E quando poi vi sarà piaciuto – perché è fuor di dubbio che vi sarà piaciuto – fate quello che ho fatto io. Prendetene un’altra copia, e poggiatela su una panchina del primo parco che vi capiti. Questo Paese è pieno di panchine isolate, e di menti da aprire.

 

Libri che ho amato – “Le fragili attese” di Mattia Signorini – 1 La scoperta della solitudine

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Mattia Sigorini

Mattia Sigorini

 

Iniziai questa serie di articoli con un post preliminare in cui spiegavo il senso di ciò che avrei scritto, e la prima fra tutte le spiegazioni fu dedicata a una formula che rischiava d’essere ingannevole. Spiegai perché la formula “Libri che ho amato”, e che l’utilizzo di una forma verbale al passato non significa l’aver smesso di amare i libri di cui parlo, Anzi, quella formula è da intendersi in termini anglofoni come il senso di una continuità storica. Aggiunsi che per capire se un libro diventi “un libro che ho amato” bisogni aspettare del tempo. E collocare l’opera in una prospettiva temporale che le consenta di avere un respiro.

Rispetto a allora ho dovuto rivedere alcuni convincimenti. A partire da quello sulla relazione fra i libri letti e il tempo. Ho scoperto che non è indispensabile farne passare tanto per trasformare un libro in “libro che ho amato”. E forse è solo che con l’esperienza ho imparato a riconoscerli più rapidamente. Ma è successo anche qualcosa di più. E di più strano. Ho scoperto di riconoscere i “libri che ho amato” mentre ancora li sto leggendo. E il segnale che mi permette di scoprirlo è quasi paradossale: non riesco a finire di leggerli. Che sarebbe esattamente l’intoppo di quando un libro non piace, e allora la tentazione di mollarlo lì si fa forte.

Non è il mio caso. Quando un libro mi fa schifo, allora lo finisco di sicuro. E anzi il fatto che sia una schifezza, scatenando lo stroncatore che è in me, mi dà di che divertirmi. Invece nel caso dei libri immediatamente riconosciuti come “libri che ho amato”, lo stentare a finirli esprime una volontà di centellinare l’esperienza delle vera letteratura. Nel senso che quando leggo questi libri mi fermo spesso, torno indietro, poi li metto da parte per un po’ e quando li riprendo vado a riguardare una decina di pagine prima e vado avanti con parsimonia. Quasi che mi sembrasse cosa volgare procedere verso la conclusione. E prima o poi giunge il momento in cui decido che alla conclusione bisogni arrivare, non fosse altro che per non perdermi tutto il bello ancora da scoprire. Ma quel momento viene rimandato finché possibile. Questo è ciò che ho scoperto nel tempo più recente: non esistono soltanto i “libri che ho amato”, ma anche i “libri che sto amando”.

Da qui in poi vi parlerò anche di questa categoria. Non sono molti i libri che vi rientrano  – non sono molti i libri che amo, in assoluto –, ma ce ne sono alcuni che vi sorprenderanno. E soprattutto ci sono i due libri che ho amato di più negli ultimi due anni: Breve trattato sulle coincidenze di Domenico Dara (edizioni Nutrimenti), miglior libro del 2014; e Le fragili attese di Mattia Signorini (edizioni Marsilio), miglior libro del 2015. Del romanzo di Domenico Dara vi parlerò prossimamente, e per adesso mi limito a dirvi che ho dovuto farmi violenza per terminarlo perché avrei voluto non si concludesse mai.

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Domenico Dara

 

Del romanzo di Mattia Signorini mi occupo subito dandone giudizi che vi sembreranno precoci. Perché l’ho battezzato miglior romanzo del 2015 già da almeno un mese, cioè quando ancora metà dell’anno solare aveva da trascorrere, e avendone letto soltanto 70 delle 249 pagine. E mi sembra pure d’essere andato troppo veloce.

“Ma allora come fa a dare dei giudizi così impegnativi? – vi starete chiedendo – E come fa a essere così sicuro che da qui in avanti il libro non gli farà cambiare idea? Interrogativi legittimi. Cui rispondo dicendo che qualcosa avrò imparato, leggendo libri d’ogni tipo e qualità. Non mi sono fatto mancare il peggio, che riconosco fin dall’incipit. Ma ho saputo scoprire anche il meglio scorrendone poche pagine e riconoscendo la letteratura vera. Quella che dice cose profonde usando parole semplici, e che ti lascia attonito schiudendoti davanti agli occhi della mente immagini capaci di rimanerti dentro per sempre, facendoti vibrare ancora quella corda dell’anima tutte le volte che ci torni con l’immaginazione o riprendi il libro fra le mani. Perché è lì che riconosci l’amore per le cose narrate, il rispetto dovuto alle parole, la volontà di rappresentare mondi che non ci sono più dopo avere compiuto un grande sforzo per cercarli e farli rivivere. Certe cose le trovi soltanto nei grandi libri. E quello di Mattia Signorini è un libro straordinario.

L’ho capito subito. Per l’esattezza, quando sono arrivato in fondo a pagina 13, che poi è soltanto la terza pagina del testo. Non sto a dirvi molto, non stavolta. Né mi dilungo a spiegarvi di cosa si parli in quelle pagine, quale la vicenda e quali i temi. Ci sarà tempo per farlo. Per adesso basta dire che il protagonista si chiama Italo e spende la gran parte della propria vita da proprietario di una pensione milanese chiamata Palomar; e qui l’omaggio a Calvino è evidente. Anticipo pure che all’inizio della storia il tema dello sradicamento dell’individuo dalla campagna, avvenuto per inseguire il miraggio del boom economico, è descritto in modo tanto delicato quanto preciso. Ma è a quelle prime tre pagine che voglio andare, e fermarmi lì. Perché lì ho rischiato di fermarmi davvero, e riporre definitivamente Le fragili attese nello scaffale perché ne avevo già visto il meglio. Poteva bastare quel poco che avevo letto per stabilire si trattasse di un libro fuori dal comune, di quelli che andranno riletti più volte e donati solo alle persone speciali.

Quelle prime tre pagine partono dalle prime settimane della vita milanese di Italo. È l’anno 1952, e il contadino appena inurbato si lascia alle spalle il suo piccolo mondo per andare a cercare lavoro nella Fabbrica. Che è un’entità aliena, quasi metafisica, cui infatti il protagonista non approderà mai perché sceglierà di fare un altro mestiere: quello di dare rifugio a vite solitarie e disperse come la sua. Milano, la metropoli, sono dimensioni nuove per Italo. E inquietanti. Ma il vero disagio per il contadino che abbandona la campagna, per diventare un infinitesimale ingranaggio del decollo industriale italiano, sta non in ciò che ha perso nel volgere di poco tempo:

Quando i suoi genitori erano morti, cinquantotto anni suo padre, qualcuno in più sua madre, era rimasto solo con Ezra, il fratello maggiore e ritardato, che portava con lui in campagna e usava come aiutante quando era di luna buona. La luna nella mente di Ezra era imperscrutabile. Alcuni giorni sembrava capire più del solito, altri si rintanava in un mondo che non aveva niente a che fare con questo, e che conosceva solo lui.

Italo non si era mai sentito veramente un fratello minore per Ezra. Per lui era sempre stato un ragazzo che biascicava poche parole, e che quando lo faceva sbavava da un angolo della bocca. Aveva dovuto accudirlo per pochi anni, fino a un giorno d’estate, quando lo aveva trovato arrampicato su un albero di prugne con la bocca e le mani appiccicose di frutta, e gli aveva intimato di scendere.

Suo fratello aveva mugugnato qualcosa a metà tra un sorriso e una smorfia. Sapeva bene che Italo non sarebbe andato fin lassù a prenderlo. La sua testa gli diceva che le prugne migliori erano quelle più in alto, dove l’albero finiva e iniziava il cielo.

 

Poche righe per descrivere un universo. La quotidianità della campagna, il mesto dolore della perdita, l’inesorabile scorrere della vita che come la natura ignora di concedere una tregua al cospetto del lutto, la solidarietà tra fratelli. E una tragedia che incombe:

Ezra aveva continuato a combattere la sua battaglia personale contro l’albero, salendo di ramo in ramo e fermandosi di tanto in tanto per infilarsi una prugna in bocca. Molto tempo prima il prete del paese, durante il catechismo, gli aveva raccontato che all’epoca della creazione del mondo Dio aveva inventato gli alberi per far parlare la terra col cielo. Ezra, che non si ricordava nemmeno quello che gli avevano detto un attimo prima, certe cose che per molti non avevano significato se le teneva a mente anche a distanza di anni. (…) Tirò il fiato. L’aria, lassù, era fresca e dolce. Respirò a fondo, socchiudendo gli occhi e piegando le ginocchia. Aveva messo tutto il peso su un ramo, che si era prima incrinato, senza che lui se ne fosse accorto, infine spezzato, interrompendo per un istante la quiete del cortile. (…) Quando Italo era tornato dal lavoro, poco prima del tramonto, e aveva visto il corpo immobile del fratello per terra, sapeva già che l’avrebbe trovato morto.

 

E fin qui l’autore ha già dato una grande prova di scrittura, delineando con pochi e semplici passaggi una dinamica del fatalismo. Ma è nel capoverso successivo che tocca una vetta difficile da superare. Confesso di aver riletto decine di volte questo passaggio, emozionandomi sempre come fosse la prima:

Era rimasto in piedi davanti a lui per un quarto d’ora buono, senza dire niente. Si era vergognato del suo dolore. Non era il dolore che si prova per la morte di una persona cara, niente di simile al sentimento che lo aveva riempito per settimane quando era morto suo padre, prima, e poi sua madre. Il dolore che stava provando non era rivolto al fratello, ma a se stesso: si era reso conto che lui era l’ultimo della sua famiglia a essere rimasto in vita.

 

Non avevo mai letto un frammento così perfetto nel descrivere una delle più irriducibili esperienze umane: la scoperta della solitudine. Quella che ti scava dentro un vuoto definitivo, impossibile da colmare quali che siano gli eventi della vita da lì in poi. Un capoverso solo, ma di una spaventosa bellezza. Vi parlerò ancora di questo libro. Ma vogliate scusarmi, per adesso basta così.

  • (1. Continua)