Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 3 Le cose che cosano

curategrande

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini

Chiara Gamberale e il suo ghostwriter

Chiara Gamberale e il suo ghostwriter

(Potete leggere qui e qui le due precedenti puntate)

Ci sono le cose che pensano. E ci sono le cose che cosano.

Le prime sono state splendidamente cantate da Lucio Battisti.

Lucio Battisti

Lucio Battisti

È avvenuto nel secondo album della sua seconda vita artistica, quella segnata dai testi di Pasquale Panella. L’album, datato 1986, s’intitola Don Giovanni e per l’esercito di battistiani rappresentò un attimo di sollievo.

528

C’era la conferma che non si trattasse più del Lucio Battisti conosciuto e amato per un ventennio, e ormai rimasto dentro le note di una Una giornata uggiosa, l’ultimo album del sodalizio con Mogol. Ma almeno in questo secondo album c’era della musica, e non quel ronzio da motore di Panda 4 x 4 che faceva da scheletrica base musicale al precedente E già.

resize

(Un esempio di cosa fosse la musica di “E già”)

L’album del 1986 si apriva proprio con Le cose che pensano, e con quel testo deliziosamente paradossale fatto di passaggi come “Su un dolce tedio a sdraio amore t’ignorai” di cui era impossibile non innamorarsi.

Le cose che cosano invece sono mestamente descritte dalla ditta Gramellini & Gamberale nelle pagine di Avrò cura di te. Non c’è traccia di poesia nel loro essere rappresentate, e se davvero si vuol individuare in esse una musica è quella d’un disco rotto. Ma quali sono queste cose che cosano? E soprattutto, cos’è il cosare? Rispondo dapprima al secondo interrogativo per dire che sul cosare delle cose l’interpretazione è variegata, come è giusto sia per ogni concetto mai definito. In Toscana, per esempio, si usa dire che una cosa non còsa nel senso che essa non funziona. Dunque, c’è la cosa intesa come oggetto il còsa inteso come indicativo presente, terza persona singolare di un verbo cosàre, che in italiano non risulta esattamente definito. “C’è che ‘sto cazzo di computer non còsa!” sentii dire una volta, e il senso era che la macchina non rispondeva agli ordini. Il corrispondente italiano dell’inglese “It doesn’t work”, insomma. Ma ricordo un uso del verbo cosare anche in 051/222525, il brano di Fabio Concato dedicato a Telefono Azzurro: ” (…) che gambe deliziose… Son le calze un po’ velate/ tu non le compri mai/ biscotti per l’infanzia, poveretta/ carte igieniche lunghissime/ sentissi come e’ morbida/ e ogni volta viene voglia di ‘cosare'”. E in questo caso il cosàre è riferito a un’attività poco nobile.

Ma in generale il cosare è legato all’idea del fare pratico, del maneggiare e manipolare, del riplasmare a propria misura l’ambiente circostante. E a quel punto uno degli effetti è che sono le cose a cosare le persone, riplasmandole mentre ne vengono plasmate. Un’osmosi non cercata ma resa effettiva.

So che rischio di frastornarvi, dunque la pianto con le premesse per spiegare in quale misura nelle pagine della ditta Gramellini & Gamberale le cose cosano, e rendono cosàte le persone rovesciando il nesso fra soggetto e oggetto. E per iniziare a spiegare di cosa si tratti inserisco un frammento che comincia a rendere l’idea. Si trova a pagina 142 del peggior libro dell’anno 2014, e recita quanto segue:

Vivi il tuo amore, non chiedergli di vivere per te”.

Ecco la cosa che còsa. E lasciate perdere la stucchevolezza di una frase che ripropone il solito schema discorsivo kennedyano che rovescia i ruoli di oggetto e soggetto e di agente e agito, cioè la formula: “Non chiedetevi cosa il vostro paese possa fare per voi, ma cosa voi possiate fare per il vostro paese”. Qui si rovescia il nesso sull’amore, fra il viverlo e il lasciare ch’esso viva per noi. E non chiedetemi cosa significhi questa storia dell’amore che vive per noi, perché trattasi d’una gramellinata da rubrica della posta sentimentale. Una frase simile a quest’altra: “Non guardare negli occhi l’amato che non ti ricambia, guarda piuttosto all’amore con occhi capaci di ricambiarlo”. Secondo voi è una frase profonda? Vi ringrazio, e al tempo stesso vi confesso che l’ho elaborata mentre mi davo una sforbiciata alle unghie dei piedi. Può scaturire nei momenti più inattesi il cosarvi delle cose, e forse tanto meglio avrei fatto se mi fossi concentrato su quelle scaglie raccolte su un foglio di giornale. E guardando le mie estremità inferiori liberate dall’eccedenza avrei dovuto pensare: “Non chiedere ai tuoi piedi di andare e portarti dove vuoi, ma fermati in posizione bùddica e interroga le loro piante per sapere dove vogliano essere andati. Àndali tu”. E ora non ditemi che sto scrivendo minchiate, perché significa che non avete capito. Questo è l’effetto del cosare delle cose, del rovesciamento fra agente e agito. Voi rideteci pure, e intanto quei due ci hanno scritto un best seller applicando al massimo grado il principio gramellinico: Fai bei soldi. Sta nelle cose che cosano il segreto della New Age Bestsellerista, la via verso il Pantheon delle Patrie Lettere. Sicché, invece di sghignazzare come tante servette di Tracia imparate la Via dell’Illuminazione Còsica e continuate a assumere le supposte di saggezza che la ditta Gramellini & Gamberale spande con abbondanza. Eccovene una, bella effervescente, ancora una volta sull’amore che vi amòra. Non a caso si trova a pagina 69, simbolo numerologico di Coincidenza degli Opposti:

Se il tuo pensiero fisso è piacergli, dubito che gli piacerai. Piuttosto dovresti preoccuparti di piacere a te stessa.. (…) “Ti amo” significa “mi amo a stare con te”. Non è egoismo. Gli egoisti non si amano affatto. Solo chi si vuole bene è capace di volerne anche al prossimo.

Il frammento di sopra, come tutti quelli riportati in corsivo, dà voce a Filemone, il nostro Angelo de li Mortacci Sua (ADLMS), instancabile dispensatore di supposte di sapienza che raggruppate compongono un Compendio di Saggezza delle Cose che Cosano. A pagina 73 c’è un altro esempio sulla “malattia che malàttia”:

Ma ogni tanto mi piacerebbe che quella benedetta malattia della psiche umana agisse su di te come su tutti gli altri, provocandoti silenzi enigmatici e pudibondi rossori.

La rassegna sulle cose che cosano sarebbe sterminata, per cui riporto soltanto alcuni esempi. Questi sono tratti dai frammenti in cui prende voce l’ADLMS:

Quante domande, Giò. Ci toccherà ripartire dagli esordi. Da quella ragazzina selvatica che trattava l’amore come una pietanza per masochisti e andava in cerca del cibo che non sarebbe mai stata in grado di digerire. (pp. 21-2)

Io ti sussurravo: Smetti di chiedere gli altri l’amore che non riesci a darti da sola, altrimenti continuerai a incontrare soltanto persone che non te ne sanno dare. Ma tu eri troppo immersa nella prosa del mondo per ascoltarmi e mi costringevi ad assistere alle pantomime con cui mortificavi il tuo cuore. (p. 22)

Poi è arrivato Leonardo. Con lui hai smesso di affastellare le domande perché in lui ti sei illusa di avere trovato le risposte. (p. 22)

Si completa con gli altri solo chi sa bastare a se stesso. (p. 134)

Ma anche Beatrice-Gamberale ci mette il suo nel cosare le cose. È meno zen di Filemone-Gramellini nel farlo. Anzi, a dirla tutta ci mette un tocco di sottile carpenteria. Ma lo sforzo va apprezzato comunque. Specie quello di cui c’è traccia a pagina 180, e che potrebbe lasciarvi stesi fino al prossimo weekend:

E ritrovarsi è stato finalmente perdersi.

A un certo punto, provando a entrare pure io nella logica delle cose che còsano, mi sono azzardato a entrare in quel mood scrivendo un pensierino còsico in alto alle pagine 70-1:

Il viaggio comincia quando finalmente avrai la sicurezza d’un punto di partenza. Fino a allora sarà soltanto un errare, sublime doppio senso tra “sbagliare” e “andare senza meta”.

IMG_20150125_123448

Idiota al cubo, non mi accorgevo di star ponendo le basi per il più cupo sconforto personale. Perché arrivato a pagina 90 ho trovato un frammento vergato dall’ADLMS che dice quanto segue:

Prova a camminare un’ora tutti i giorni, senza una meta. Arriverai dappertutto. (p. 90)

E a pagina 148 ho letto il seguente frammento:

Ma per viaggiare non è indispensabile trasportarsi dall’altra parte del mondo. Si può uscire da se stessi con i suoni di un disco o le parole di un libro. Persino con un paio di scarpe da ginnastica.

E voi non potete immaginare quale sconforto possa attanagliarvi nello scoprire che pensate come Massimo Gramellini, che ne siete stati definitivamente còsati, che la New Age Còsica vi ha vinto e avvinto. “Accidentammé e a quando ho voluto imitarlo!” mi sono urlato. La mia autostima è sottozero, e adesso devo ricosarla chiedendole la grazia di stimarmi e autostimarsi, e chiedendo al perdono di perdonarmi, e alle pagine vergate di quel libro se siano disposte a librarmi. Mi merito di andare e andarmi per il mondo seguendo una mappa territoriale e esistenziale come questa:

E voi adesso continuate pure a ridere come sciocche servette tracie, che intanto loro spopolano e vi occhieggiano da ogni dove, con quella copertina che sbuca pure fra lo scaffale dei Tampax e quello della soppressata con sconto del 30%. Altre cose che vi cosano, e che voi trattate come se non avessero nessuna nobiltà ma le consumate, per poi esserne assoggettati attraverso metabolismi e coazioni a ri-consumare. E mentre ridete c’è uno sterminato esercito di lettori che s’abbevera a questa fonte, e diventa cosa cosàta credendo che il mondo somigli a quello descritto nelle pagine del Peggior Libro del 2014. A cominciare dalle annichilenti frasette sull’amore. Trattenete il respiro, e soprattutto leggetele una per volta ché altrimenti rischiate di schiantare già alla seconda, e poi vi troverete a chiedere scusa allo schianto per averlo schiantato:

Amarsi è l’opera d’arte di due architetti dilettanti di nome Io che, sbagliando e coreggendosi a vicenda, imparano a realizzare un progetto che prima non esisteva.

Noi.

I tuoi occhi interiori hanno mai goduto la vista maestosa di una cattedrale? O si sono arresi in anticipo davanti a un pugni di case abbandonate, di edifici pretenziosi lasciati malinconicamente a metà? Scheletri senza carne che urlano al cielo la loro incompiutezza. (p. 23)

Il pronome della testa è Io, il pronome del cuore è Noi. (p. 89)

Un tradimento uccide soltanto gli amori già morti. Quelli che non uccide a volte diventano immortali. (p. 118)

Mi ha sempre colpito l’atteggiamento delle donne nei confronti dell’amore. Si tratta di un atto di fede incondizionato che difendete da ogni minaccia, compresa quella dell’evidenza. Disposte a qualcosa di ancora più spericolato che perdonare il vostro compagno: illudervi che possa cambiare. (p. 139)

L’amore assomiglia a Ramana: si stupisce e non fa domande. Non ha un perché. È il perché. (p. 156)

Leggendo questa raffica d’insensatezze sull’amore che vi amòra sono stato colto da un dubbio: ma Gramellini sarà mica il padrino di cresima di Massimo Bisotti? (leggere qui, qui, qui e qui).

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

Indagate voi, che al momento non ho forza sufficiente per farlo. Devo ancora metabolizzare altre frasettine sull’amore come quella di pagina 159:

Ma l’amore sa anche infischiarsene della ragione, e non sempre a torto.

Semplicemente mortale, con quel gioco di parole sull’infischiarsene della ragione e non sempre a torto che fa il paio con l’accettare evidenziato nella prima puntata. E visto tanto estro nel giocare con le parole non capisco come mai Gramellini & Gamberale non si siano chiesti se per caso al prepuzio faccia seguito il postpuzio. E poi c’è il passaggio a pagina 181, cioè a 6 pagine dalla conclusione del manufatto:

(…) l’amore perfetto non esiste: quello reale è la somma di tante imperfezioni.

E lì non ho resistito alla voglia di scrivere in fondo alla pagina: “Meno male che sta finendo…”.

IMG_20150125_134240

A ogni modo, e a scopo terapeutico, propongo a me stesso e a voi un’altra performance del mio concittadino giurgintàno Giovanni Bivona, che sul tema dell’amore e su due figure che hanno contribuito a renderlo mitologico.

Ma a questo punto, poiché ho utilizzato quasi esclusivamente frammenti di Filemone-Gramellini, non vorrei si diffondesse l’errata impressione che Gioconda-Gamberale non abbia qualcosa da offrirvi. Lei brilla soprattutto per l’irriducibile egocentrismo. Non c’è cosa al mondo che non accada in funzione di lei, e in questo senso si ha il compimento del Ciclo di Cosàzione. Se per mano di Gramellini le cose vi còsano, arriva Gamberale e ricòsa le cose. Queste ultime tornano a essere cose che esistono solo in funzione della Persona. Ma mica una persona qualsiasi, nossignore. Soltanto in funzione di Issa, Gioconda-Gamberale, la Grande Ricosatrice delle Cose. A pagina 35-6 l’egocentrica si fa egotrofica mettendo in mostra una variazione sul tema della Sindrome di Atlante: me misera me tapina, mi tocca caricarmi sulle spalle tutti i mali del mondo! Leggere per credere:

C’erano giorni in cui mi sembrava di soffrire per il dolore di tutti. Mi convincevo che ogni animale seviziato, ogni bambino deriso, ogni foresta abbattuta fossero una ferita all’anima del mondo di cui io dovevo considerarmi responsabile.

Avete capito quanta modestia, e quanta sobrietà? E se le capita di ascoltare in casa un brano che ha fatto la storia della musica, Issa come reagisce? Esattamente come a pagina 63:

La voce di Ella Fitzgerald ha riempito tutte le stanze.

Everytime we say goodbye, I die a little, everytime we say goodbye, I wonder why… Ogni volta che ci diciamo addio, io muoio un po’, ogni volta che ci diciamo addio, io mi domando perché.

E ho pensato, Ella Fiztgerald mi sta facendo notare che, per colpa mia, fra me e Leonardo non ci saranno mai più goodbye . Perché un addio li spazza via tutti.

E già, cosa mai avrà voluto dirle Ella Fitzgerald ogni volta che cantava Everytime we say goodbye? E cosa mai avrà voluto dirle il presidente Giorgio Napolitano durante il suo ultimo Discorso di Fine Anno? E Gesù Cristo col Discorso della Montagna, e l’Onnipotente con le Dieci Piaghe d’Egitto? Cose che non sapremo mai. Perché lei poi passa a altro, e si concede il cicisbezzo letterario. Cioè la citazione da un classico della letteratura, buttata lì a capocchia perché così fanno i Grandi Scrittori. E Issa, in quanto ricosatrice di cose, lo è. Succede a pagina 40:

Che scrittrice potente, Edith Wharton. Che scrittore mediocre, a volte, il destino.

E che libri di merda, sempre più spesso, mi capita di leggere. E di nutrirmene. Deve essere il mio karma, giunto a compimento rendendomi una cosa cosàta.

(3. fine)

(Per scusarmi col grande Lucio d’averlo tirato dentro a ‘sta roba qui, gli dedico un omaggio inserendo i suoi tre brani da me più amati)

Annunci

Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 2 Vi presento Joe Maya

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini

Chiara Gamberale cura gli attrezzi di lavoro

Chiara Gamberale cura gli attrezzi di lavoro

(La prima puntata è leggibile qui)

Parola d’ordine: ricicciare. Un termine che per i non toscani è incomprensibile e dunque va spiegato. Esso sta per riutilizzare rimaneggiando, rimescolare cose esistenti per far venire fuori una cosa non esistente, riciclare ma facendo come se si stesse innovando. Dunque “fare ciccia”, cioè sostanza, ma con cose non fabbricate ex novo. A suo modo è un’arte, e bisogna saperla esercitare. Chi ci riesce merita comunque un applauso, perché riuscire a far sembrare altro le cose medesime è da fuoriclasse. Per esempio, prendete Leonardo Pieraccioni. E immaginate che un giorno metta sul mercato, spacciandolo per nuovo, un film fatto montando pezzi di tutti i precedenti in una trama coerente. Pensate che qualcuno se ne accorgerebbe? Certamente no.

Leonardo Pieraccioni

Leonardo Pieraccioni

Ecco, questo è un esempio dell’arte di ricicciare. E Pieraccioni vi si è specializzato in modo sopraffino: fa sempre lo stesso film e ve lo vende per diverso. Nell’industria editoriale c’è un corrispettivo di Pieraccioni: Fabio Volo. Ha scritto otto volte lo stesso (desolante) libro, e continua a venderlo come si trattasse di novità a una platea fatta prevalentemente di lettrici incapaci d’accorgersi delle clamorose ripetizioni. Anche lui un fuoriclasse della ricicciata, e non riconoscerlo sarebbe intellettualmente disonesto.

Fabio Volo

Fabio Volo

Vorrebbero esserlo anche i nostri due eroi, Massimo Gramellini e Chiara Gamberale.  In Avrò cura di te, peggior libro 2014, cercano di farlo con discrezione. Ma, ahiloro, non riescono in nessuna delle due cose: sia nel riciccio che nella discrezione.

curategrande

E ciò vale innanzitutto per Chiara Gamberale, che a ogni libro in più sottoposto a analisi mostra un’impressionante pochezza di argomenti e espressioni. Nei mesi scorsi mi sono dedicato a lei, scrivendo tre articoli per Satisfiction (leggibili qui, qui, e qui) dedicati a quelli che al momento erano i suoi due ultimi libri: Quattro etti d’amore, grazie (QEAG) e Per dieci minuti PDM). Nel frattempo sono giunti in libreria il libro di cui qui si fa analisi, e la nuova edizione di Arrivano i pagliacci, con tanto di prefazione vergata dallo scrittore italiano più noioso del nostro tempo: Paolo Di Paolo. E purtroppo mi toccherà leggerli tutti, pure quelli non menzionati, in vista del prossimo Importo della Ferita.

imageItem

Non è una bella prospettiva, ma pazienza. Rimanendo alle cose lette, si nota il ricicciamento gamberalesco sia quanto a temi che a trovate retoriche. Ci sono sempre una protagonista in crisi sentimentale e un marito emotivamente immaturo e sentimentalmente insensibile. C’è la figura della mamma che in età matura e dopo il divorzio gioca a fare la fricchettona e s’innamora di uomini più giovani di lei. La si trova in QAEG come in Avrò cura di te. Chissà come mai, invece, le figure dei padri non vengono tratteggiate in modo negativo. Ma questo è ancora nulla. Il problema è il ripetersi stucchevole di riferimenti e motivi. Se ne trova quanti se ne vuole, e il problema è non abbondare con le citazioni ché altrimenti si scrive un’enciclopedia.

Partiamo dalla questione di distinguere fra la dimensione del qui e la dimensione del lì. A  pagina 81 di QAEG si legge:

In realtà, ero semplicemente una ragazzina disturbata, a un passo dalla diagnosi clinica di psicosi da cleptomania, che, innamorata pazza del suo professore, l’avrebbe seguito ovunque, purché la portasse lontano da se stessa, con la speranza, segreta e non del tutto consapevole, che la distanza si rivelasse l’unico mezzo per arrivare al centro di quella se stessa, dove poter disinnescare il bisogno dei portafogli degli altri, dei loro scarti, degli scalpi dei cuori di ogni uomo che incontrava, dove poter disinnescare la colpa, la tentazione di fuggire da ogni qui, l’incondizionata fiducia nel lì.

Bella roba, eh? Simile a quella che nel peggior libro dell’anno 2014 si trova a pagina 21:

 

Ma che ci fa lui, con i miei libri, se ormai ha deciso e se ne sta, per sempre lontanissimo, in quel lì che un tempo era il nostro qui?

 

Ricorre anche la misteriosa passione per una data: il 29 febbraio. Un giorno intorno al quale imbastire stracche considerazioni esistenziali come quelle che si trovano a pagina 38 di Avrò cura di te:

Leonardo mi ha chiesto di sposarlo il 29 febbraio di cinque anni fa.

Adesso è quasi mezzanotte e fra pochissimo questo ventotto febbraio scivolerà nel primo marzo che lo sta aspettando. Chissà dove va a finire, il ventinove, quando non tocca a lui.

 

A pagina 44 di QAEG una delle due protagoniste femminili ricorda il primo convegno amoroso con l’uomo che sarebbe diventato suo marito. Indovinate un po’ in che data avviene il tutto? Ma il 29 febbraio, che discorsi! Il giorno viene citato con una parafrasi mortalmente allusiva:

Ma nessuno era come me, nessuno era come noi, quel giorno a cui l’anno di solito rinuncia per un primo marzo, in quel parco per cui la città rinunciava per un garage.

 

Il giorno a cui l’anno rinuncia per un primo marzo, cioè quello che non si sa dove va a finire quando tocca a lui mentre il ventotto febbraio scivola nel primo marzo. Vale la pena investire quote del vostro tempo e del vostro denaro per leggere siffatte amenità, vero? E poi addirittura rileggerle, se proprio non potete farne a meno.

C’è poi il tema degli occhi, un classico della letteratura rosa. Esso viene declinato da Chiara Gamberale attraverso le più ardite similitudini. A pagina 132 di Avrò cura di te Gioconda fa riferimento al marito Leonardo (sì, proprio così) usando la seguente frase:

 

Lui mi guardava, zitto, con quegli occhi da sanbernardo ferito (…).

 

La passione per gli “occhi da sanbernardo” era già balenata a pagina 88 di QAEG:

 

“(…) quegli occhi da sanbernardo abbandonato”.

 

E a questo punto ci sarebbe da chiedersi se nei libri di Chiara Gamberale sarà mai possibile vedere un Sanbernardo felice, o quantomeno lasciato in pace dalla sfiga.

"Ho appena incrociato Chiara Gamberale"

“Ho appena incrociato Chiara Gamberale”

Comunque sia, nei due libri gamberalici sui quali ho condotto l’analisi per Satisfiction si trova un’ampia varietà sul tema “Cinquanta sfumature di occhio”. Ecco una veloce rassegna.

 

“(…) quegli occhi liquidi un giorno grigi un giorno acquamarina” (QEAG, p. 36)

 

“Aveva gli occhi marrone triste” (p. 42)

 

“L’occhio di bue pazzo dell’impossibile attenzione di Riccardo per un attimo si ferma lì” (QEAG, p. 47)

 

“(…) mi fa ficcato negli occhi gli occhi sporchi di sonno” (QEAG, p. 48)

 

“(…) gli occhi all’insù, da gattina vanitosa” (QEAG, p. 49)

“Dalla poltroncina davanti a noi si gira un signore, forse infastidito. Ha due occhi di un azzurro incredibile, sembrano pescare proprio nel fondo dell’azzurità, per restituirla così com’è” (QEAG, p. 93)

 

“Con quello sguardo umido, bovino” (QEAG, p. 198)

Gli occhi bovini (QEAG, p. 210)

 

Gli occhi liquidi della vecchina frugavano nei miei, da dietro le lenti spesse. (PDM, p. 68)

 

 

Ma il motivo che davvero Chiara Gamberale ripete allo sfinimento è quello della casa condivisa col partner, che nel momento in cui il rapporto di coppia s’incrina diventa il principale elemento di crisi d’identità. Su questo motivo sono presenti due passaggi nel peggior libro del 2014:

 

Kiki stasera è qui, e a me sembra già un po’ più mia questa casa che mia dovrei cominciare a considerare. (p. 39)

Mi ha preso per mano e abbiamo camminato, in silenzio, fino a casa. Casa sua, casa nostra. (p. 180)

 

Un tema abusato nei due libri da me analizzati, e chissà in quanti altri. Ecco una lista di esempi, col primo che rientra perfettamente nel filone “psico-falegnameria” di cui si disse nel precedente post:

Salgo al piano di sopra, mi chiudo a chiave in camera nostra. Cioè da quasi un anno mia. Però comunque nostra. Comunque nel senso che non l’ho mai sentita nostra, anche quando ci capitava di dormire insieme. O forse è da sempre e solo sua, di Riccardo: che non sa di esserci e nemmeno di non esserci, e che dunque, quando non c’è, quando non occupa realmente uno spazio, c’è più di quando lo occupa. (QAEG, p. 40)

 

Letto un periodo del genere, penso che allo stesso modo in cui esistono preti che si spretano esisterebbero psicanalisti che si spsicanalistano, pronti a farsi pizzaioli o tassisti, se mai dovessero trovarsi sul lettino una paziente che si mettesse a snocciolare un ragionamento del genere.  A ogni modo, vado a chiudere la lista sul tema della casa-mia-o-forse-non-mia riportando gli altri estratti:

Comunque stavolta se l’è presa con la porta della nostra camera da letto. Cioè, la mia: quanto sarà che non dormiamo insieme? Non che sia stata mai la più cara delle nostre abitudini dormire insieme, anzi, all’inizio ne facevamo quasi un vanto: è un modo per difenderci dal due, dicevamo, dall’orrendo, viscido, insidioso, impossibile due, è un modo per preservare l’uno più uno (…) (QAEG, p. 26)

 

Non avevo mai pensato che potesse esistere e resistere un posto così, nel mondo.

In questo quartiere, poi. A tre isolati da casa nostra. Mia. (PDM, p. 67)

 

A tre isolati da casa nostra. Mia. (PDM, p. 69)

 

(…) a pochi passi da casa nostra. Da casa mia, insomma. (PDM, p. 91)

 

 

Ribadisco: ricicciare è un’arte che bisogna essere capaci d’esercitare. Altrimenti il solo effetto è quello di produrre la solita minestra.

Detto del ricicciar gamberalesco, va specificato che c’è anche un ricicciar gramellinico. Un po’ meno grossolano del precedente, e persino con qualche pretesa d’alto livello. Ma niente che possa meritare l’etichetta dell’Ars Ricicciatoria. Certo non la ripubblicazione del meglio (?) della rubrica Buongiorno, vergata quotidianamente per prima pagina de La Stampa e da cui è stato prodotto il volume La magia di un buongiorno a cui nei mesi scorsi ho dedicato attenzione. Ma nemmeno i frammenti che in Avrò cura di te provano a essere Ars Ricicciatoria riescono nell’intento. Per esempio, prendete il frammento di pagina 117  in cui Filemone, alias l’Angelo de li mortacci sua (ADLMS) scrive:

Durante la mia ultima avventura terrena, una donna mi sottopose una questione delicata. Suo marito si era arreso al disagio che gli procurava la condizione di omosessuale represso, lasciandosi cadere da un ponte. La coppia aveva un figlio che ignorava le inclinazioni del padre e le modalità della sua fine. Ma il ragazzo stava per compiere diciotto anni e la madre riteneva che fosse giunto il momento di fargli incontrare la verità.

Le suggerii che sarebbe stato più saggio cominciare a rivelargliene soltanto una parte e mi incaricai personalmente della missione. (…)

 

Mi sbaglierò, ma questo frammento mi sa tanto di Cuori allo specchio, la rubrica tenuta per il magazine Specchio e da cui (manco a dirlo) è stata tratta un’antologia. Ma è in un altro passaggio che il ricicciar gramellinico fallisce miseramente l’obiettivo.  Si tratta di quello alle pagine 59-60 in cui l’ADLMS si mette a filosofare sull’attitudine di noi umani a voltarci indietro per guardare alle cose che ci danno sofferenza nell’oggi. E lì s’inventa una definizione da Museo del Trash:

 

Cerca di sdrammatizzare l’accaduto perché vorrei farti sollevare lo sguardo dalle apparenze. La vita è un ritorno a casa e certi amore che sembrano crepacci diventano ponti  per attraversare il vuoto e avvicinarsi al traguardo. Non voltarti indietro a giudicarli. Il torcicollo emotivo è una malattia dei vecchi. E vecchi si può non esserlo a novant’anni oppure diventarlo già a trentasei, se si perde la voglia di coniugare i verbi al futuro.

 

Penso che il torcicollo emotivo faccia il paio col pensiero a forma di airbag di cui parla la socia Chiara, citato nella precedente puntata. Ma non è questo il punto. Piuttosto, si tratta di capire da dove scaturisca siffatta trovata. Una rapida ricerca sul web offre la risposta, contenuta nella puntata di Buongiorno pubblicata il 24 dicembre 2011.

Il mio amico Joe Maya, esperto in profezie terrorizzanti, si è licenziato ieri da Wall Street per aprire un’agenzia di sopravvivenza, «Occupy Yourself». Occupa te stesso. A volte è più difficile che occupare una piazza. Mi ha mandato l’opuscolo pubblicitario.
«Caro compagno d’avventura, sono orgoglioso di anticiparti che il 2012 ti romperà le scatole. Non potrai più fare quello che hai sempre fatto. Se vorrai sopravvivere, sarai costretto a cambiare. Ho preparato una griglia di incroci che la vita ti getterà fra i piedi nei prossimi mesi. Gli incroci non li hai decisi tu, e questo si chiama destino. Ma quale strada prendere a ogni svolta dipende solo da te. E questa si chiama libertà. Protesta o subisci. Non credo sia più tempo di scrollare le spalle. Se ti tirano uno schiaffo, passati pure una parola di perdono sulla ferita. Ma non avere paura di urlare il tuo dolore.
Accetta o rifiuta. Il mondo è cambiato. Se non sei un cinese o un indiano, probabilmente in peggio. Per provare a cambiarlo daccapo, prima devi prenderlo com’è. Conosci la favola dei due topolini che un giorno non trovarono la fetta di formaggio al solito posto? Uno solo morì di fame: quello che restò ad aspettarla. Scappa o rimani. Puoi cercare altrove (ti suggerisco l’Australia per il clima e il Brasile per la compagnia) oppure cercarti dentro di te. A volte le scoperte più importanti si trovano a chilometro zero. Però ogni tanto alza le chiappe dal computer e azzarda una passeggiata fra gli umani. I sentimenti sono fatti di odori che neppure Jobs era riuscito a mettere in scatola. Delega o agisci. I politici non ti odiano e non ti vogliono bene: semplicemente se ne infischiano di te. Puoi provare a cambiarli, ma ricorda che non c’è limite al peggio, come disse un mio amico prima di conoscere Scilipoti. Oppure puoi provare a ricambiarli. Infischiandotene di loro. La nuova politica è il progetto che farai tu, associandoti con i tuoi simili per un obiettivo comune.
Diffida o credi. Puoi credere che tutto sia un complotto contro di te. Oppure credere in te. (Berlusconi riesce a fare entrambe le cose, ma è un caso unico). La prima strada è più sicura: troverai sempre qualcuno disposto a fornirti le prove della congiura. La seconda è piena di spifferi. Una via per eletti. Ti piacerebbe essere eletto, per una volta? Arretra o evolvi. Arretrare ha i suoi vantaggi, specie se ti trovi a un passo dal baratro. Evolvere ha il suo fascino: la perdita delle sicurezze può farti vincere un rischio, oltre il quale ci sei tu in un modo che adesso non puoi neanche immaginare. Scegli: avanti o indietro. Basta che ti muovi.
Rimpiangi o ricostruisci. Il torcicollo emotivo ha un effetto calmante sui pessimisti. Altri preferiscono guardare oltre le macerie. Il trucco è ripartire da un sogno piccolo. Aiuta a combattere la sensazione di non contare nulla e di non poter cambiare mai nulla, neanche se stessi». Sui deliri di Joe Maya non mi pronuncio. Ma l’ultima frase la sottoscrivo: non sono gli schiaffi a svegliarci, ma i sogni. E poiché il prossimo anno di schiaffi ne arriveranno parecchi, auguro a tutti un risveglio pieno di sogni. 

Emotivo?

Emotivo?

Eccolo qui il torcicollo emotivo. La cui paternità viene attribuita a tal Joe Maya. Che in realtà non esiste, come una seconda ricerca via web dimostra. È un’invenzione dello stesso Gramellini, che gioca con le parole sulla Profezia dei Maya il cui verificarsi era allora pronosticato per meno di un anno dopo. Ma non è un simpaticone quest’uomo? Arguto e spiritoso quasi quanto Beppe Severgnini. A ogni modo, Gramellini s’innamora di questa storia del torcicollo emotivo, e la ribadisce nel corso di un’intervista rilasciata a un sito web. Nel cui testo si può leggere il seguente frammento:

Quindi non bisogna mai voltarsi indierto? [il refuso è nel testo, ndr]

«Io non sopporto la nostalgia, la chiamo ‘torcicollo emotivo’. Non dobbiamo avere rimpianti e penso che la rapidità sia ‘il valore di oggi’. Ma bisogna andare oltre, non dobbiamo sottometterci ed essere ancora più rapidi, bisogna cambiare modo di pensare. Siamo ad un passaggio dell’umanità che non ha precedenti nella storia. Oggi la vita è ricca di stimoli come mai in precedenza. Era meglio prima? No, non era meglio né peggio, era quel tempo, e adesso noi viviamo il nostro tempo!».

Credevate di avere a che fare soltanto con un giornalista. E invece vi ritrovate un vero Maestro di Vita. Peccato che non abbia talento per l’Ars Ricicciatoria. E, per quanto mi riguarda, come Maestro di Vita io preferisca mille volte il mio concittadino giurgintàno Giovanni Bivona. Altra classe.

(Anche stavolta, per risarcirvi delle brutture che vi sono state inflitte, vi regalo un brano musicale che vi ritonifichi)

Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 1 Accettate questo libro

curategrande

Eccellenze italiane. Parlo di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale, e della ditta tirata su dai due per realizzare qualcosa che eccelle per davvero: il peggior libro dell’anno 2014.

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini


Chiara Gamberale

Chiara Gamberale

S’intitola Avrò cura di te, e è stato pubblicato da Longanesi con lo scopo di colonizzare il Natale degli italiani al pari dei cinepanettoni e dei Minipimer da riciclare a feste finite. Un primato fortemente voluto, quello di peggior libro dell’anno. Pianificato e conquistato sul campo con pieno merito. E badate che non era mica facile. La concorrenza era spietata, e per capire quanto lo fosse basta farsi un giro in questi giorni per librerie, ipermercati, pompe di benzina e pizzicagnoli che riservino uno spazio all’esposizione dei volumi più venduti. Lì troverete regolarmente Avrò cura di te, oscillante fra la prima e la seconda posizione, circondato da una batteria di titoli che meglio d’ogni analisi racconta quale sia lo stato culturale della nazione. Perché fra i primi dieci troverete l’ultima fatica di Luciana Littizzetto, L’incredibile Urka. E il fumettone storico di Alberto Angela, I tre giorni di Pompei. E La guerra dei nostri nonni, ultima opera del principe dei tuttologi italiani Aldo Cazzullo. E l’Oroscopo 2015 di Paolo Fox. E Molto bene di Benedetta Parodi. E soprattutto La regola dell’equilibrio di Gianrico Carofiglio, che non soltanto è un libro scadente ma ha pure la particolarità d’essere un esercizio d’autoplagio, come ha illustrato il bravo Alberto Pezzini su Libero: lunghi frammenti sono identici o quasi a brani presenti in un altro romanzo dell’autore, L’arte del dubbio, edito da Sellerio nel 2007.

Gianrico Carofiglio, ma anche no

Gianrico Carofiglio, ma anche no

Il Libro del Non

Nel bel mezzo di questa offerta culturale il libro della ditta Gramellini & Gamberale spicca e trionfa. Legittimamente. Perché a scrivere un libro brutto son capaci tutti, ma per realizzare un’eccellenza in negativo necessita un talento speciale. E i due l’hanno mostrato realizzando il Libro del Non. Non un romanzo perché non c’è ritmo né narrazione di fatti che si sviluppano sotto gli occhi del lettore. Non è un saggio perché i due pretendono d’aver scritto un romanzo e lo dichiarano fin dalla copertina, con tanto di fascetta che strilla di un “romanzo a due voci”. Non un racconto nel senso ampio del termine, perché non v’è la minima traccia d’affabulazione. Non è nemmeno un libro sperimentale, perché ogni chiave e ogni intreccio risultano scontati. Di più: già letti e uditi. Dove? Negli scritti precedenti degli stessi autori, ovviamente. Che avendo nulla da dire, e avendolo già detto altrove, riescono a imbastire un analfabeto sentimentale mettendo in scena per l’ennesima volta le sole figure che riesce loro esprimere. Lei mette un’altra volta sul mercato il personaggio della donna quasi quarantenne in crisi sentimental-matrimoniale nonché inguaribilmente narcisista. Lui continua a cavalcare il ruolo autoconferito di “esperto di cose sentimentali”, il Natalio Asperso delle residue amiche di penna che ancora affidano alle lettere al giornale le frustrazioni sentimentali, anziché sfogarle con un post su Facebook. Partendo da queste maschere i due organizzano i contenuti del prodotto editoriale natalizio da banco. E già guardando alla trovata apparecchiata dai due si capisce come non sia necessario leggerlo per sapere che Avrò cura di te è il peggior libro del 2014.

L’angelo de li mortacci sua

Di cosa tratta il libro? Presto detto. Esso si sviluppa tramite un dialogo epistolare fra una donna in crisi e il suo angelo custode. E lo so che quanti fra voi non l’hanno ancora letto stanno tirando un sospiro di sollievo per non aver buttato nel cesso tempo e denaro. Però adesso costoro mi usino la cortesia di leggermi fino in fondo, quantomeno per ripagarmi d’aver evitato loro la sòla.

Dicevo dei due personaggi. Lei si chiama Gioconda, e è un’insegnate di scuola superiore appena mollata dal marito. Che insegna nella stessa scuola di lei, e come da copione abusato ha immediatamente trovato consolazione in una donna più giovane di una decina di anni. L’angelo si chiama Filemone, e ha il compito di accudire Gioconda intossicandola con le più cicisbee fra le insensatezze sentimentali. Roba che al confronto Liala sembra Kierkegaard. E non penso di compiere un crimine se faccio dello spoiler e svelo un paio di cose. La prima riguarda l’esito della crisi coniugale di Gioconda, che infine torna assieme al marito come pretende un canovaccio natalizio confezionato per le famigliole italiane. La seconda è legata all’angelo Filemone: che in una vita precedente aveva alimentato un amore platonico per la nonna di Gioconda. Quest’ultima, seguendo ancora una volta lo schema della sana tradizione familista italiana, porta lo stesso nome della nipote e mantiene segreto quell’amore platonico d’una vita intera per rimanere devota al marito. Vista da chi suole nutrirsi di melodrammoni, la figura di Filemone è l’ennesima variazione sul tema dell’Amore che non muore mai. Valutata invece da chi lascia certe cose ai gonzi, il Custode di Gioconda non può che essere un ADLMS: che non è una nuova formula di internet  iperveloce, ma sta per Angelo de li mortacci sua. Nel senso che è legato all’amata e defunta nonna, va da sé.

E proprio dalla figura dell’ADLMS prende avvio la storia, con un incipit (pagina 9) che per il lettore è a rischio di morte cerebrale istantanea:

Da qualche parte nell’Universo esiste un mondo non visibile agli occhi in cui si aggirano sagome vibranti di luce. Sono le anime degli Innamorati Eterni e palpitano a coppie, trovando l’una nell’altra le ragioni del proprio splendore.

Se siete sopravvissuti al frammento di sopra significa che potete proseguire nella lettura. Ma prima di andare avanti devo fare una precisazione per rendere più fruibile questo post e la gestione dei vostri neuroni. L’estratto appena citato appartiene a uno dei capitoli in cui prende voce Filemone-Gramellini, alias l’ADLMS, e viene qui riportato in corsivo come nel libro. I capitoli in cui prende voce Gioconda-Gamberale sono invece resi nel libro in carattere normale. Li riporto in grassetto per distinguerli dal testo del post, ma anche perché il senso d’inutile pesantezza che emanano merita d’avere un corrispettivo grafico. E il primo segmento di testo gamberalesco che v’infliggo fa perfetto pendant con quello gramelloso di poco sopra. A pagina 11 si legge:

Scusa. Mi rendo conto: non si chiede aiuto così. Ma io non l’ho mai saputo chiedere, aiuto. Eppure ora lo chiedo a te, anche se probabilmente non esisti: proprio perché probabilmente non esisti.

 

Anche se probabilmente non, proprio perché probabilmente non. Giusto perché è il Libro del Non. E allora si parte subito coi labirinti dentro cui il lettore viene proditoriamente scaraventato, costretto a sobbarcarsi le altrui seghe mentali. Oggetto di psico-falegnameria di cui il prodotto editoriale natalizio da banco abbonda. A pagina 18 se ne ha un altro esempio. Succede che l’ADLMS si manifesti a Gioconda tramite lettera, e allora lei accolga così la notizia:

Ma allora esisti sul serio (sempre che esistenza e serietà abbiano qualche relazione tra loro)?

 

Non so se cogliete l’assurdità, perciò ve la rendo esplicita. Gioconda, nel pieno della depressione, scrive una lettera a un angelo di cui può solo ipotizzare l’esistenza, e gliela scrive “anche se probabilmente non esisti: proprio perché probabilmente non esisti. Invece quello (‘O miracolo! ‘O miracolo!) le risponde. E lei d’acchito, invece di svenire per l’emozione, o fare le capriole, o piangere di gioia, cosa fa? Prende a interrogarsi sul fatto che esistenza e serietà abbiano una relazione fra loro.

Il fatto è che lei, Gioconda-Gamberale, ci tiene a rimarcare d’essere una diversamente emotiva. Mica basta un ADLMS a sconvolgerle la percezione del mondo. Sicché, quando il marito la scarica via mail scrivendole una frase che a una persona mediamente dotata di sangue nelle vene scatenerebbe istinti uxoricidi (“Certamente allo zoo gli animali esotici come te incantano, ma forse a casa è meglio portarsi un gattino”, pagina 34), lei reagisce con un gioco di parole dall’effetto lassativo:

E allora forza, su: tenetevi le vostre anime lineari e i vostri gattini. Capaci di accettare nel senso che date voi al termine, mentre io accetto nel senso che mi viene da spaccare tutto.

 

E voi lo vorreste accettare un libro così?

Ecomostri

Quale che sia la vostra risposta, io la mia ce l’ho. Ma devo centellinarvela, tanto più che andando avanti con questa stroncatura mi rendo conto che il compito è più gravoso di quanto credessi. Ero partito per liquidare il tutto con un solo post, e invece scopro che ne servono almeno tre. Del resto, siamo o no in presenza del peggior libro del 2014, un’eccellenza in negativo della cultura italiana? E allora, che diamine!, bisogna impiegare la quantità di risorse che serve. Così come non basta un petardo per abbattere un ecomostro, non può essere sufficiente un post per stroncare tutto ciò che in Avrò cura di te c’è da stroncare.

Il compito è vasto e richiede impegno minuzioso. Sicché, preso atto di ciò, vado a chiudere questa prima puntata con altre perle d’insensatezza disseminate qua e là dall’eccellente ditta. Quelle di Gioconda-Gamberale sono addirittura abbacinanti. A pagina 138 è piazzato un nonsense di quelli che lasciano il segno nel lettore come una mattonata in fronte. Succede che Gioconda ricordi quale sia stato il primo pensiero balenato in mente dopo essere stata lasciata dal marito. Fra tutte le cose possibili, pensa che non andrà mai a Rapa Nui, meta di vacanza sognata insieme a lui quando la loro storia d’amore iniziava. E ripensandoci fa la seguente considerazione:

 

È stato un pensiero a forma di airbag, di quelli cretini che quando un evento davvero brutto ci travolge vengono fuori per proteggerci dall’urto con la realtà…

 

Ecco, col “pensiero a forma di airbag” siamo ufficialmente entrati nel territorio del trash. E poiché si tratta diu una ditta, e le incombenze vanno ripartite fifty-fifty, ecco che Filemone-Gramellini, alias l’Angelo de li mortacci sua, offre il proprio contributo riuscendo nell’impresa di superare la socia. Succede a pagina 37, quando l’ADLMS affida a un post scriptum una grande rivelazione sulla propria missione:

S. Noi Custodi siamo i vostri antennisti di fiducia: aggiustiamo i cavi e le parabole guaste. La tariamo di continuo, affinché il segnale vi arrivi nitido nonostante i fulmini e gli uragani della vita.

 

L’evoluzione dell’angelo custode: dalle parabole evangeliche a quelle satellitari. E in caso di disagio spirituale, nessun problema. C’è il digitale terrestre.

(1. Continua)

(E adesso, a compensazione dell’orrore che vi è stato inflitto, vi regalo un consiglio musicale ristoratore)

La mia stroncatura di Massimo Gramellini su Panorama

http://m.panorama.it/cultura/libri/Gramellini-continua-cosi-fai-bei-soldi