Pallonate – Le galosce di Sinisa e un primogenito chiamato 6-1

I successi sportivi sono un galvanizzante naturale, specie in una piazza come Napoli abituata a vivere di passioni forti. E se a raccontarli è un giornalista come Antonio Giordano del Corriere dello Sport-Stadio, capace di trovare il lato epico pure in una gara di curling, immaginate un po’ cosa venga fuori. Roba da vertigini.

aaa-750x422

Antonio Giordano

 

È stata così anche dopo la larga vittoria della squadra di Maurizio Sarri contro l’Empoli. Così celebrata da Giordano nell’edizione di lunedì 1 febbraio: “The show must go on: ed è uno spettacolo a cielo aperto, un calcio sublime, la ricerca d’un apparentamento con il passato remoto o recente (all’olandese? Il tiki-taka?), il divertimento allo stato puro d’una squadra che non si nega nulla e nelle cinquanta sfumature d’azzurro (le reti, i punti) si riscopre una città persa nel suo legittimo sogno”. Chi conosce lo stile di Giordano sa che periodi come questo sono la norma e non l’eccezione. Chi invece non aveva mai avuto l’onore farebbe bene a concedersi un respiro prima di proseguire: “La Grande Bellezza eccola qua, è in un Napoli alla sua sesta manita stagionale, un frullatore capace di disintegrare l’Empoli (che per un’ora è vivo), di dominare una partita divenuta perfida, di prendersela, arricchirla del rendimento straripante di chiunque, dei centrocampisti che pressano e degli attaccanti che la spaccano”.

Poesia pura, quella di Giordano. Una prosa talmente alata da richiedere un brusco ritorno alla realtà. Sicché, quale miglior antidoto che la prosa di Alessandra Bocci della Gazzetta dello Sport? Povera figliola, prova da una vita a fare la poetessa del pallone. I risultati sono desolanti, ma c’è da apprezzare la perseveranza dello sforzo.

906b518b725c94a94bab0d9f617b4f03-35622-f2c065e3fc9aa27e0882f15bfefdf7c2

Alessandra Bocci in tutto il suo splendore

 

Il suo articolo su Sinisa Mihajlovic nell’edizione del primo febbraio contiene dei passaggi che per il lettore sono un invito al suicidio assistito. Per esempio, questo: “Mihajlovic sempre all’ultima spiaggia, e a un certo punto conviene comprarsi delle belle galosce per tenere i piedi asciutti”. Sì, lo so che avreste preferito mettere una guancia sulla piastra degli hot-dog piuttosto che leggere ‘sta roba qui. Ma questo è ciò che i lettori della Gazzetta si ritrovano quasi quotidianamente. E almeno voi non dovete pagare, per il frammento precedente come per quello che segue: “Non è più tempo di scherzi, probabilmente. Mihajlovic ha capito da un po’ che la sua strada nel Milan è piena di siepi, ponticelli, staccionate trabocchetto e cancelli malfermi quanto il suo posto in panchina”. O come la prosa della Boccina.

Del resto, di poetesse mancate la Gazzetta dello Sport pullula. Per esempio, Fabiana Della Valle, autrice di un esercizio di stile fra i più diffusi nel giornalismo sportivo italiano. Lo si ritrova a pagina 19 dell’edizione del primo febbraio, in un articolo sulla prova dello juventino Paul Pogba sul campo del Chievo: “Diceva Honoré De Balzac che ricchi si diventa, eleganti si nasce. Lo scrittore francese del diciannovesimo secolo non ha avuto la fortuna di veder Paul Pogba, altrimenti avrebbe pensato pure lui che il suo connazionale calciatore ha avuto in dono questa qualità”. Povero Balzac, che cosa si è perso: i palleggi di Paul Pogba e le vaccate di Fabiana Della Valle. Dimenticavo: l’esercizio di stile espresso dalla cronista gazzettara è sintetizzato dall’acronimo CLAM. Citazione Letteraria Ad Minchiam.

maxresdefault

Fabiana Della Valle

 

La limpida prosa di Tony Damascelli. Dal Giornale del primo febbraio: Domingos Alexandre Rodrigo Dias da Costa, mentre gli interisti provavano a leggere tutta quella roba lì, Alex, che così si fa sbrigativamente chiamare, ha piazzato la sua crapa pelata confezionando il tortello carnevalesco per i suoi fratelli rossoneri e ha svegliato il derby”. Svegliare il derby piazzando la crapa pelata e confezionando un tortello carnevalesco per i suoi fratelli. La logica è fuori di qui.

 

hqdefault

Tony Damascelli

Ma se si tratta di logica, e soprattutto di pulizia del periodo, allora Gaia Piccardi del Corriere della Sera straccia tutti. Certi mappazzoni di parole potete leggerli soltanto nei suoi articoli. Roba che un giorno potrebbe sostituire i Test di Rorschach. Nell’edizione del primo febbraio un suo articolo commentava la vittoria di Novak Djokovic agli Australian Open. Riflettendo sull’apparente imbattibilità del serbo, Sua Gaiezza si è lasciata andare alla seguente considerazione: “Ha vinto quattro degli ultimi cinque Slam e ancora ci chiediamo come abbiano potuto i bermuda da surfista di Wawrinka spezzare l’incantesimo l’anno scorso sulla terra rossa di Parigi (…)”. E già, come avranno fatto i bermuda da surfista di Wawrinka? E cosa mai avrebbero potuto combinare i mutandoni in flanella di Nonna Papera? Manco la kriptonite. Ma il frammento migliore di quell’articolo è un altro: “Andy Murray si assenta subito, sfumata l’occasione break al primo game, zavorrato dalle fatiche con Ferrer e Raonic, distratto dall’imminente nascita, dall’altra parte del pianeta, del primo erede (6-1)”. Bel nome quello dell’erede di papà Andy: 6-1 Murray. E allora mi sentirei di ribattezzare Sua Gaiezza: 6-0 Piccardi.

Marotta, ci spieghi – 2 Il giro del mondo intorno a Estigarribia

Marcelo Estigarribia con la maglia della nazionale paraguayana

Marcelo Estigarribia con la maglia della nazionale paraguayana

Beppe Marotta

Beppe Marotta

(La prima puntata è stata pubblicata qui)

C’è una storia che riguarda il mercato juventino degli anni recenti, quello guidato da Beppe Marotta. Il suo protagonista è Marcelo Estigarribia, classe 1987, eclettico giocatore di fascia paraguayano che cambia squadra a ogni stagione e ha avuto la Juventus come prima destinazione italiana. Un talento né migliore né peggiore rispetto a tanti altri giunti in Italia, nel tempo in cui pare che una scuola di calciatori italiani non esista più. La storia di Estigarribia merita d’essere raccontata per diversi motivi, e molti di essi hanno relativamente a che fare con le condotte di mercato dell’amministratore delegato nonché direttore generale bianconero. Ma il quadro che emerge dal racconto della vicenda è l’ennesimo spaccato di quel sistema da me etichettato in Gol di rapina come economia parallela del calcio globale. Un sistema in cui i calciatori vengono movimentati per ragioni non facilmente comprensibili, certo difficili da ricondurre a motivazioni tecnico-agonistiche. Dentro questo sistema la Juventus di Marotta si muove in modo disinvolto, e la vicenda di Estigarribia ne è una dimostrazione.

10251950_688683877839497_1050097892033296197_n

Ma torniamo a lui, il protagonista della vicenda. Attualmente in forza all’Atalanta, ma fermo per un grave infortunio subìto lo scorso 10 ottobre in occasione della gara amichevole giocata e persa 2-0 dalla sua nazionale contro la Corea del Sud a Cheonan. Lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, sei mesi di stop. Un infortunio shock. I cui effetti vengono appena attenuati dagli attestati di stima provenienti dal mondo del calcio, fra i quali spicca il sorprendente messaggio inviato dal Real Madrid. Soprattutto, si tratta di un evento traumatico che s’abbatte sul calciatore giusto nel momento in cui pareva egli fosse sul punto di dare una svolta alla propria carriera. Marcelo, affettuosamente chiamato Chelo da amici e compagni di squadra, aveva giocato le sei le partite di campionato fin lì disputate dall’Atalanta. Tutte da titolare, e arricchite da un gol segnato alla seconda giornata sul campo del Cagliari che è stato anche il primo in campionato della squadra nerazzurra. L’infortunio al ginocchio giunge dunque a mandare in aria tutte le speranze che il buon momento di carriera stava alimentando nel calciatore paraguayano. Speranze che erano state espresse nel corso di un’intervista rilasciata a Fabrizio Salvio di Sportiweek, il magazine settimanale della Gazzetta dello Sport. Un’intervista che per contenuti dovrebbe provocare clamore, e che invece scivola via quasi inosservata.

Succede infatti che durante la chiacchierata con Salvio il calciatore dell’Atalanta faccia una specie di coming out e sveli il motivo per cui durante i primi tre anni dall’arrivo in Italia abbia cambiato quattro squadre (oltre a Juventus e Atalanta, anche Sampdoria e Chievo). Il giornalista chiede a Estigarribia se sappia darsi una spiegazione su quella girandola di club, e se questa sia dovuta a un suo insoddisfacente rendimento o a altri motivi. E a quel punto Marcelo libera lo sfogo:

“La verità è che il mio cartellino era di proprietà di un fondo di investimento, la Gsm, General Soccer Management, che già mi aveva spedito in Francia e che per il mio riscatto da parte dei bianconeri pretendeva 5 milioni. La Juventus mi avrebbe tenuto ma non aveva intenzione di spendere quei soldi. Così alla Samp: ho giocato 34 partite su 38, eppure non sono rimasto, per lo stesso motivo. E anche a Genova: Marcelo, noi ti terremmo, ma…”

Seguono altri due scambi di domanda e risposta che vale la pena riportare:

Oggi rifarebbe la scelta di affidare il suo destino a privati che fanno soprattutto i loro interessi?

“No. Ero giovane e senza esperienza, non avevo famiglia e pensavo: se oggi gioco qua e domani là, cosa importa? Adesso preferisco mille volte che il mio cartellino sia proprietà di un club.”

E invece?

“È ancora di proprietà della Gsm. Ma spero di convincere l’Atalanta ad acquistarmi”.

Duole dire che dopo l’infortunio avvenuto di lì a due settimane questo sforzo di convincere la società bergamasca si sia complicato parecchio. Ma non è questa la cosa che m’interessa rimarcare. Altri sono i punti della vicenda che fanno riflettere. In primis c’è che nell’ambiente del calcio italiano le pesanti dichiarazioni rilasciate da Estigarribia a Salvio passano quasi sotto silenzio. Se provate a digitare su Google i parametri “Estigarribia +  intervista + Sportweek” trovate soltanto 4 pagine web. Eppure nei mesi successivi la storia viene ripresa da alcuni organi di stampa esteri. Ai primi di dicembre essa è ospitata dalle pagine dell’Irish Examiner. E all’inizio di questo 2015 è addirittura El Paìs, il più importante quotidiano spagnolo, a raccontarla. Ma in Italia nulla più, quelle parole di Estigarribia sono già dimenticata.

Ma c’è soprattutto un altro aspetto della vicenda: sotto la guida di Marotta la Juventus ha realizzato un affare con una third party. Ciò che in Inghilterra, Francia e Polonia è esplicitamente vietato, e che da maggio 2015 la Fifa metterà al bando dopo aver tentato invano di farlo riformando nel 2007 l’articolo 18 del Regolamento sullo status e i trasferimenti dei calciatori. Sull’inefficacia di questo veto mi sono già espresso nel momento stesso in cui venne preannunciato tre mesi fa, e anche analisi effettuate in punto di diritto come quella di Guido Del Re per il Sole 24 Ore rafforzano la mia impressione che si tratti di mossa propagandistica e nulla più. In altri paesi, come Portogallo e Spagna, le terze parti sono tollerate o addirittura benedette. In Italia, semplicemente, impera l’atteggiamento di girarsi dall’altra parte ogni volta che seguendo gli affari del calciomercato ci s’imbatte in un soggetto del genere. Lasciar correre, e non solo da parte della stampa. E invece sui dettagli di questa vicenda bisogna fermarsi.

Dunque, Marcelo Estigarribia compie un errore di gioventù dal quale non viene più fuori. Dichiara di appartenere a un fondo d’investimento del quale fa anche il nome. Sarebbe curioso sapere che tipo di accordo abbia firmato, e quali siano i contenuti di un pezzo di carta che di fatto vincola una persona a un ente finanziario come se il secondo fosse proprietario della prima. E forse un giorno il calciatore deciderà di raccontare anche questa parte della verità. Ma intanto bisogna soffermarsi sugli altri dati della vicenda. Il calciatore paraguayano afferma di essere vincolato a un fondo d’investimento denominato General Soccer Management, ma dimentica di aggiungere che da agosto 2011 la sua carriera ruota intorno a un club della serie B uruguayana chiamato Deportivo Maldonado. Dopo la prima esperienza europea a Le Mans il giocatore rimbalza regolarmente da lì prima di ogni nuova destinazione. Come mai? E soprattutto, che tipo di club è il Deportivo Maldonado? Alla seconda domanda rispondo dicendo che è un club noto soprattutto per ragioni extrasportive. Di esso si è occupata più di una volta anche Bloomberg. Che a aprile 2014 sottolinea il paradosso di un club che registra una presenza media di 200 tifosi sugli spalti e che però dal 2010 ha guadagnato 14 milioni di dollari (10,1 milioni di euro) dai trasferimenti di calciatori. Acquistato nel 2010 da un imprenditore ippico inglese Malcolm Caine e da un avvocato suo connazionale, Graham Shear il Deportivo Maldonado, fin allora di proprietà dei soci, diventa un club specializzato in brokeraggio di calciatori. I giocatori transitano da lì senza mai passarci e in attesa di essere rispediti altrove. È il caso di Alex Sandro, esterno sinistro brasiliano che il Maldonado acquista a febbraio 2010 dall’Atletico Paranaense per 2,20 milioni di euro per poi cederlo al Porto per 9,6 milioni nell’estate 2011 dopo averlo concesso per un anno in prestito al Santos. E almeno in questo caso si sta parlando di un calciatore che giunto in Europa dimostra d’essere valido. Non altrettanto può dirsi di Willian José, attaccante brasiliano classe ’91 acquistato dal club uruguayano nell’estate 2011 e parcheggiato al Real Madrid a partire da gennaio 2014. Il club blanco lo fa giocare quasi esclusivamente, e nemmeno per tante partite, nella sua squadra B, il Castilla. Dall’inizio della stagione attuale Willian José gioca nel Real Saragozza, serie B spagnola.

Alex Sandro

Alex Sandro

Willian José

Willian José

Alla lista vanno aggiunti i tre trasferimenti riguardanti calciatori paraguayani. Il primo è quello dell’attaccante paraguayano Brian Montenegro, ceduto nell’estate 2011 al West Ham dove non gioca nemmeno una partita di campionato. Già a gennaio viene rispedito al mittente. Dopo aver girato per club minori sudamericani si trova adesso al Leeds United di Massimo Cellino, dove in questa stagione ha messo assieme soltanto tre partite.

Brian Montenegro

Brian Montenegro

Il secondo trasferimento riguarda il difensore Ivan Piris, acquisito dalla Roma nell’estate 2012 per 700 mila euro e poi rimandato via a fine stagione. Adesso è all’Udinese dopo aver speso una stagione insignificante allo Sporting Lisbona.

Ivan Piris

Ivan Piris

E infine, appunto, Marcelo Estigarribia. Arrivato in prestito alla Juventus nell’estate 2011 per 500 mila euro, con diritto di riscatto fissato a 5 milioni pagabili in tre rate. Praticamente è un affitto, come era stato per il contestatissimo caso del trasferimento di Carlos Tevez e Javier Mascherano al West Ham nell’estate del 2006. Marotta conduce esattamente quel tipo di transazione, nelle stesse settimane in cui realizza un affare memorabile: l’acquisto di Prince-Désire Gouano, pagato 1,5 milioni ai francesi del Le Havre. Mai visto in campo nella nostra serie A. Nemmeno con la maglia dell’Atalanta, club a cui la Juventus lo passa per poche ore e per il quale Marotta lavorò all’inizio degli anni Duemila mettendo fra l’altro a segno il colpo più costoso nella storia del club bergamasco: l’acquisto dal Milan di Gianni Comandini per 30 miliardi di lire. Cifra record, flop record, perché in due anni e mezzo Comandini gioca soltanto 47 partite e mette a segno 7 gol.

Gianni Comandini

Gianni Comandini

Resta il fatto che l’Atalanta smista Gouano agli olandesi dello Rkc Walwijk. Adesso Gouano è in Portogallo al Rio Ave, club controllato da Jorge Mendes. La sua unica partita da professionista in Italia è stata disputata con la maglia del Lanciano in B.

Ma torniamo a Estigarribia, che arriva alla Juventus da un club specializzato in triangolazioni. Nella stagione 2011-12 non gioca molto, ma quando gioca dimostra di essersi meritato l’opportunità. In 14 partite di campionato segna anche un gol, fra l’altro molto importante per la corsa della Juventus alla conquista del primo scudetto dell’Era Conte e in una gara bellissima: Napoli-Juventus del 29 novembre 2011, finita 3-3 dopo che il Napoli era sul 3-1 a meno di 20 minuti dalla fine.

È proprio Estigarribia a segnare il gol del 3-2 che riapre la partita. Non gli basta. A fine anno il paraguayano viene rispedito al Deportivo Maldonado. E da lì continua a tornare in Italia con la formula del prestito. Prima alla Sampdoria, il club per cui Marotta lavorava prima di passare alla Juventus: ma è solo una coincidenza, ci mancherebbe altro. Poi la tappa al Chievo, e da gennaio 2014 all’Atalanta. Ennesima coincidenza, questa nuova presenza del club bergamasco. Che fra l’altro nel giorno in cui tessera Estigarribia annuncia un’altra acquisizione: quella dell’uruguayano Ruben Bentancourt, l’attaccante che somiglia a Edinson Cavani. Nel senso che gli somiglia davvero in termini somatici, perché quanto al resto meglio sorvolare. Betancourt arriva dal PSV Eindhoven, cioè il club che ha appena scippato il giovane Gianluca Scamacca</a.
Diventa presto a Bergamo un
oggetto misterioso. Per lui in maglia nerazzurra soltanto 3 spezzoni di partita per complessivi 48 minuti. Adesso è in prestito in B al Bologna, dove ha messo insieme 74 minuti in 5 spezzoni di partita. Perché sia arrivato nessuno lo sa. Così come nessuno sa perché mai Marotta abbia voluto portare Estigarribia alla Juventus in affitto per 500 mila euro. Meno ancora si sa dei due “gioielli del Granada”. Si tratta di interrogativi che circolano pure sulle pagine di Tuttosport, che certo non può essere indicato come un organo d’informazione anti-juventino e giusto nell’edizione di ieri ha radiografato le cinque campagne trasferimenti di Marotta. Senza alcuna indulgenza. Se ne riparlerà.

(2. continua)

Severgnini dispensa consigli di viaggio esistenziali. Ma a prendere il largo è soltanto la sua grammatica creativa (Panorama n. 20, 14 maggio 2014)

Cari amici, questo è il l’articolo pubblicato sul numero di Panorama in edicola fino a stasera. E domani tocca a Gramellini.

 

Una nuova vetta nella storia del pensiero occidentale. È quella che si sente di toccare a ogni nuovo libro di Severgnini Beppe da Crema,il Bertrand «Rascel» del XXI secolo. Già leggendo il titolo del suo ultimo volume scatta il tremore ai polsi: La vita è un viaggio. Molto originale. E in attesa che esca il prossimo(sarà forse L`importante è la salute?) tocca centellinare la saggezza dispensata da quelle pagine per non andare in overdose. Per esempio, «Siamo tutti viaggiatori della vita». Ma dai! Oppure: «Si possono scoprire cose meravigliose anche vicino a casa». Giura! E ancora: «Solo viaggiando s`impara a viaggiare. S`impara guardando, parlando, ascoltando, aspettando. E scrivendo, se uno lo sa fare». Condizione, quest`ultima, che stando alla pulizia della sua prosa non risulta indispensabile. L`uso della grammatica è creativo. Si legge per esempio che «nessun viaggio e nessuno spettacolo – neppure il nostro dura per sempre». A dire il vero viaggio e spettacolo sono due, dunque sono nostri e durano. E fosse solo questo passaggio. Più avanti si legge: «L`autorevolezza di una testata o di una firma non bastano». Ma se l`autorevolezza è una, perché non bastano? Misteri della saggezza severgniniana. Come quello di pag. 149: «Aprire e gestire un`azienda, oggi, è un atto eroico». Veramente a me pare che gli atti siano due, ma non è questo il punto. Il punto è che per Severgnini la vita è un viaggio nella decostruzione della lingua, partendo dai significati dei vocaboli. Leggendario il passaggio alle pagine 44-5, dove il nostro Bertrand «Rascel» spiega come l`immutato successo dei nostri latin lover stia nel fatto che «molti maschi italiani, ancora oggi, riescono a sintonizzarsi sulla controparte femminile in un modo sconosciuto ai nordeuropei». La controparte! E perché non la contropartner? Forse il problema sta nel fatto che il nostro scrive troppo in angloamericano. Lo fa per snocciolare common places sul New York Times a proposito dei turisti che non visitano l`Italia da Napoli in giù, e poi torna a usare l`italiano sul Corriere della Sera per respingere le accuse e fare il martire manco fosse Giordano Bruno, anzi: Jordain Brown. Tattica ben rodata, la sua, che sulle colonne del Nyt si potrebbe ribattezzare «mourn and screw», libera traduzione del partenopeo «chiagni e fotti» che Severgnini pratica sulla stampa nostrana. Tutto molto Italians. Anzi, molto Italiots.

 

Immagine

Pallonate reloaded 4 – Il viziaccio di sentirsi scrittore e il ritroso De Laurentiis

Di Roberto Perrone ho già detto. Fino a qualche anno fa era soltanto un giornalista sportivo, e nemmeno di quelli brillanti. Poi è accaduto che si sia convinto d’essere un fine romanziere, in ciò traviato dalla pessima influenza di Antonio D’Orrico. E da quel momento in poi ha deciso che deve fare sempre il fenomeno, di qualunque cosa si occupi. Le conseguenze, per i lettori del Corriere della Sera, sono devastanti. Anche perché nel frattempo la qualità della sua scrittura giornalistica è andata in picchiata. Per darvi l’idea, ecco l’incipit dell’articolo pubblicato nell’edizione del 13 settembre: “In attesa (e nella speranza) di espugnare San Siro (come le succede da due anni) Madama ha espugnato la Continassa, nei pressi dello Juventus Stadium, dove sorgerà la nuova cittadella bianconera, sede e campi d’allenamento compresi”. La vostra professoressa di lettere alle scuole medie vi avrebbe massacrato, se aveste scritto un periodo che comprende due parentesi nel primo rigo e poi va avanti come se avesse perso la bussola. Ahilui, Perrone fa anche peggio quando prova a essere brillante parafrasando il brano musicale classico. Parlando dell’Inter e della prospettiva dell’incontro con la Juventus, egli scrive infatti: “Più facile per l’Inter di Walter Mazzarri. Meglio partire a fari spenti nella notte per vedere se è tanto difficile vincere”. Tu chiamali, se vuoi, tromboni.

A proposito di Mazzarri, ecco le sue perle di saggezza alla vigilia della gara con la Juventus. Ce le riporta Andrea Elefante, uno dei miei bersagli preferiti, sulla Gazzetta dello Sport di oggi: (…) una squadra non si può valutare da una partita, una rondine non fa primavera ma neanche tre rondini, e dunque è meglio andarci coi piedi di piombo”. Per la serie: un uomo, un luogo comune.

Chi invece è nettamente fuori dagli schemi è il presidente-sultano del Napoli, Aurelio De Laurentiis. Che durante l’assemblea di Lega del 13 settembre ha piazzato il solito one-man-cinepànetton. Dopo aver litigato con un paio di colleghi a caso, si è rivolto al presidente di lega, Maurizio Beretta, dicendogli (come cita la Gazzetta dello Sport di oggi): “Preparami i documenti per uscire da questa lega di m…”. Ma magari anche quelli per il TSO. Poi, uscendo, ha risposto alle domande dei cronisti. Notare, come mostra il filmato della Gazzetta, quanta fatica debbano fare costoro per convincerlo a rispondere…

Immagine

Pallonate Reloaded 2 – Andare allo stadio guidando la Bentley come un tifoso qualsiasi

L’Inter fa sempre notizia. Anche in un periodo gramo come questo il club nerazzurro offre materiale da racconto ai cronisti che se ne occupano. I quali, dal canto loro, troverebbero comunque di che scrivere. Per esempio prendete Matteo Dalla Vite, bolognese che per la Gazzetta dello Sport è stato arruolato nella squadra degli embedded interisti. Volete che uno così non cavi uno spunto anche nel giorno più insipido? Gli basta piazzare un incipit dei suoi per schienare il lettore. È stato così nell’edizione del 25 agosto, quando parlando dell’allenatore nerazzurro alla vigilia dell’esordio in campionato contro il Genoa ha scritto:

 

Full Metal Walter non prende mai la tangenziale. Taglia verso il centro del sistema.

 

E non state a chiedervi cosa diamine volesse dire, né a cercare nella parte restante dell’articolo il senso di quell’inizio che ha lo stesso effetto di un trompe-l’œil. Ciò che conta è lo spiazzamento del lettore. E in questo Dalla Vite è un maestro come dimostra un altro incipit, quello del 27 agosto, in cui vengono illustrate le mosse che hanno portato alla vittoria i nerazzurri contro i rossoblù:

Se tre innesti che sanno di Plasmon sbriciolano la partita.

 

Ciò che lo fotte è la voglia di strafare. Purtroppo Dalla Vite non è ancora riuscito a darsi una disciplina. Praticamente, è il Cassano del giornalismo sportivo italiano. È successo per l’ennesima volta nell’articolo appena citato, quello degli innesti al Plasmon. Insistendo sul tema del maestro che insegna da capo i fondamenti del pallone ai suoi allievi, il fenomeno di Strada Maggiore Vecchia s’è lasciato prendere la mano:

 (…) Perché Walter Mazzarri è come se avesse resettato tutto portando l’abbecedario in classe.

Ecco bell’e confezionato un periodo stile “Io speriamo che me la cavo”. Se a Mazzarri avanza una copia dell’abbecedario, la giri immediatamente all’embedded.

Con Dalla Vite che cicca miseramente la prova sul più bello, a spiccare questa settimana nella squadra dei gazzettari nerazzurri è Luca Taidelli. Che non si limita a un gesto da vittoria di tappa, ma addirittura piazza un’impresa da leggenda. Nell’edizione del 26 agosto egli ha raccontato il modo in cui Massimo Moratti ha vissuto una partita particolare:

La potenziale ultima a San Siro da presidente dell’Inter per Massimo Moratti inizia in modo anomalo. Andando allo stadio alla guida di una Bentley. Senza il consueto autista. Tutto solo ed esibendo alla solerte vigilessa il pass per varcare il filtro di piazzale Lotto. Come un tifoso qualsiasi.

 

E già, perché le domeniche calcistiche italiane pullulano di tifosi che vanno allo stadio a bordo d’una Bentley.

 Immagine

Il ritorno della Pallonate significa soprattutto il ritorno di Antonio Giordano, il mio vate pallonaro. E lui non mi ha deluso. Fra domenica e martedì ha piazzato dei numeri strepitosi, perciò tenetevi forte. Si comincia con l’edizione del 25 agosto, in cui si raccontava la vigilia dell’esordio in campionato del Napoli contro il Bologna:

Vamos: e in quell’ora e mezza che trascina (immediatamente) nel vivo d’una stagione da attraversare a petto in fuori, il futuro è un’incognita da accarezzare con leggerezza e però con autorevolezza, la miscela esplosiva da nascondere sotto la panca per prendersi il San Paolo (…).

Nell’edizione del giorno dopo, a commento della vittoria napoletana contro l’ex bestia nera, Giordano ha espresso in questo modo la letizia del popolo napolista:

C’era una volta il <fatal> Bologna: ma quel che resta – per il Napoli – d’un tabù da perderci la testa (due sconfitte in tre giorni, appena otto mesi fa), d’un <nemico> (quasi) invincibile, è la statistica presa a pallate e poi strapazzata in un’ora e mezza densa di emozioni, attorcigliate intorno a un Hamsik prepotente, a un Callejon straripante e a una squadra che butta via i pregiudizi (?) sulla difesa a quattro e tracima.

L’edizione del 27 agosto, poi, è stata da fuochi d’artificio. Prima l’incipit dell’articolo su Hamsik:

 

Il Marek che bagna Napoli è quell’onda anomala che a cresta altissima avanza imperiosamente verso l’Olimpo degli Dei (…).

 

Quindi, lo spumeggiante pezzo sul rinnovo contrattuale di Lorenzo “il Magnifico” Insigne:

 

Magnifico, perché il sogno è in quell’universo tinteggiato d’azzurro, il cielo in una stanza che ha il poster per l’eternità (…). (…)È nata una stella e per lasciarla brillare, per non farsela scappare, per evitare lecite tentazioni altrui, per frenare i bollenti spiriti di mezz’Europa, le convergenze parallele partenopee hanno aiutato a rimuovere qualsiasi possibile incrostazione, a tacitare l’eventuale malumore per un trattamento economico ritenuto adeguato, a sistemare il progetto infilandoci dentro Lorenzino Insigne da qui al 2018, con un ritocchino all’ingaggio ed una rinfrescata all’umore che non ammette divagazione (…).

Ci sono giorni in cui Antonio Giordano è l’unico motivo per leggere il Corriere dello Sport-Stadio. Nei restanti giorni il giornale non esce.

Ovvio che i colleghi di testata destinati a coadiuvarlo nel seguire le vicende napoliste vengano sovrastati da una vis poetica così debordante, e perciò finiscano per fallire la prova per mancanza di serenità. È successo a Fabio Mandarini, che nell’edizione del 26 agosto si è occupato del dopo-partita vissuto dai giocatori del Bologna. Con particolare riferimento a uno fra loro:

 

Alessandro Diamanti parla poco, lo sanno anche i bambini, però quando lo fa notizie e spunti vengono fuori in fila. D’elite.

Quando ha tempo, ci scriva una mail per spiegare cosa cazzarola c’entrasse quel “D’elite”.

La verità è che in questi giorni la Napoli calcistica è una città in amore. E il principale quotidiano cittadino, Il Mattino, non può che esserne contagiato. Nell’edizione di martedì 27 agosto la prima pagina ospitava due commenti d’eccezione con rimando alle pagine interne, dedicati all’incidente di cui è stato vittima Higuain nel mare di Capri. Il primo era firmato da Massimo Corcione, ex direttore di Sky Sport 24. Che così ha iniziato il suo elzeviro:

Se l’ìnterpretazione dei segni a Napoli ha ancora l’antico valore, allora anche i punti cuciti sulla faccia di Higuain possono essere letti come l’anticipo di quelli che presto arriveranno in classifica.

Può fare di meglio, e lo sa.

Accanto al commento di Corcione campeggiava quello dello scrittore e tifoso azzurro Maurizio de Giovanni. Che ha da poco perso la corsa alla vittoria del Premio Bancarella a favore dell’orrendo Ti prego lasciati odiare di Anna Premoli. E a giudicare da ciò che scrive non si è ancora ripreso dallo shock. Già l’incipit lo testimonia:

Chissà se se lo immaginava, il Pipita, che quando gli hanno detto che in Italia avrebbe dovuto confrontarsi con avversari rocciosi l’avvertimento era da interpretare in senso così letterale. (…)

 

Sarebbe già sufficiente, e invece lo scrittore insiste:

(…) ma è ancora vivo il ricordo della doppia batosta in salsa bolognese subita in casa che in una sola settimana, la scorsa stagione, sottrasse a Mazzarri sia la coppa Italia che le speranze di agganciare la Juve lanciata verso lo scudetto.

 

E così, dopo la salsa sabaudo-sforzesca menzionata da Antonino Milone di Tuttosport nella scorsa puntata, ecco quella bolognese. Tenete aggiornato il menu, ché poi a fine campionato mettiamo su un bel catering e si fa festa. Per concludere, ecco la citazione andata a male:

 

Tanto, nella luminosa settimana del dopopartita, nemmeno la pietra caprese appanna il sorriso dei tifosi, che sono fiduciosi e pronti a cantare col poeta: come può uno scoglio arginare il Marek?

 

Scusa De Giovanni, ma di quale poeta parli?

La stessa edizione de Il Mattino ospitava un commento di Adriano Bacconi, l’uomo che sembra fatto apposta per dimostrare quanto la scienza esatta possa mostrarsi esattamente superflua. Un cosenbeta quadro d’onanismi. Fin qui l’avevo visto cimentarsi in esercizi di scarabocchio elettronico durante le puntate della Domenica Sportiva, chiedendomi se una cosa del genere sia giustificazione sufficiente per evadere il canone. Ma non m’era mai capitato di leggere qualcosa di suo. E adesso che l’ho fatto, ho scoperto che la sua dimestichezza con l’italiano scritto richiama gli scarabocchi che si diletta a tracciare in tv. Leggere per credere. Si comincia con una considerazione:

Ci sono due aspetti della prestazione del Napoli che mi hanno particolarmente colpito. La prima è la capacità di liberare e occupare spazi di gioco senza soluzione di continuità, la seconda quella di cercare il recupero immediato una volta persa palla.

 

Alt, Bacconi. Hai scritto che “ci sono due aspetti”. Cioè due termini maschili. E allora questi due aspetti non possono essere “la prima” e “la seconda”, ma “il primo” e “il secondo”. E non conta che ci si riferisca a termini declinati al femminile come “la capacità” e “quella di cercare”. Parlavi di aspetti, e potevi tranquillamente scrivere “il primo è la capacità (…)”. E spiace doverlo spiegare come si farebbe con ragazzino delle elementari, ma purtroppo c’è che poco dopo ti mostri recidivo:

 Lo stesso pre-requisito, la disponibilità di corsa, è necessaria, nella fase di transizione.

 

Ancora una volta, il “pre-requisito” è “necessario”, non “necessaria”. E poiché tre è il numero perfetto, ecco servito il terzo sfondone. Parlando del pressing esibito dal Napoli in gara, Bacconi ha scritto:

 

È una delle qualità che negli ultimi due anni ha permesso alla Juve di segnare un solco con le inseguitrici.

Il pressing è una “delle” qualità che “hanno” permesso, non che “ha” permesso. Viene da chiedere a Mazzarri se si ritrovi un altro abbecedario, ché qui i problemi non li ha soltanto Dalla Vite.

Un altro fenomeno del giornalismo sportivo si trova a Bologna. Si chiama Furio Zara, e per il Corriere dello Sport-Stadio segue il Bologna. Nell’edizione del 25 agosto, presentando la vigilia dell’esordio in campionato dell’allenatore rossoblù, egli ha scritto:

Si è stancato di parlare di salvezza. <Mi sono stancato di parlare di salvezza>. Che solfa, che noia. <Voglio giocare per vincere>. Stefano Pioli accelera. Brum, brum.

Penoso. Due giorni dopo Zara si è sbattuto a scrivere quasi due pagine di articoli, per far fronte a carichi di lavoro che in un giornale dall’organico ridotto ai minimi termini (ne parleremo, oh se ne parleremo…) si fanno sempre più massacranti. E scorrendo quella massa di pezzi mi dicevo che se anche avessi trovato uno sfondone, avrei soprasseduto per solidarietà. Ma c’è un limite a tutto. E quel limite è stato oltrepassato nel frammento che segue:

Il Bologna che domenica sera con un charter privato è tornato a casa, ha portato con sé un bagaglio pieno di dubbi (persino troppi perché alla fine bisogna pur considerare la differenza reale dei valori in campo), roba che comunque nelle compagnie low cost ti fanno svuotare la valigia, perché è troppo piena.

 

No, i carichi di lavoro non possono essere il salvacondotto per scrivere fesserie.

Gaia Piccardi, la regina del giornalismo sportivo frou frou, continua a fornirci preziose lezioni pratiche su come NON si scrive un articolo. E tutti quanti la ringraziamo per questi saggi d’anti-scrittura. Nell’edizione del Corriere della Sera del 27 agosto, in un articolo sui piani futuri di Luna Rossa, era compreso il seguente periodo:

Lo yacht club non cambia (Circolo della vela Sicilia) e la campagna acquisti investirà in ogni settore – velisti (il timoniere Draper, oggetto di molte critiche esterne, per ora non rischia e il tattico Bruni, un talento doc, va preservato in ogni caso), ma soprattutto progettisti (<Voglio un impegno progettuale molto diverso>) –, Bertelli immagina <una generazione di barche plananti e veloci, tipo i monoscafi del giro del mondo ma riadattati alla Coppa America>, perché l’evento andava svecchiato però <i catamarani Ac72 sono stati un passo troppo lungo e l’incidente mortale di Artemis ha creato un’instabilità psicologica che ha bloccato un po’ tutti>.

 

In un solo periodo c’era materiale per scriverne 7-8. Il tutto condito da: 3 parentesi, 3 virgolettati, e il prodigio di un frammento chiuso fra i due trattini nel quale trovavano spazio due micro-frammenti fra parentesi, uno dei quali virgolettato. Un guazzabuglio che varrebbe a uno studente delle medie l’invito a scegliere, dopo gli esami di licenza, una scuola tecnica con indirizzo edile. E assolutamente dobbiamo essere tutti quanti grati a questa gaia scrittura, per mostrarci come si debba evitare un uso della penna che s’approssimi a quello della cazzuola.

Ultim’ora: il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ha visto un film di merda al cinema e ha chiesto 100 milioni di danni a se stesso per averlo prodotto.

Immagine