Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 2

Prosegue il recupero dei miei articoli pubblicati su Satisfiction. Buona lettura.

Le altre due puntate della stroncatura sono leggibili qui e qui

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Nicola Lagioia, braccia rifiutate dall’agricoltura

Ombra di salice, h. 16-17

Quando si vuol scrivere un Romanzo Mondo si deve essere pronti a metterci dentro il mondo intero. Deve essere stato questo il principio ispiratore di Nicola Lagioia, nel momento in cui si è seduto nella sua cameretta e ha iniziato a scrivere “La ferocia”. E tale principio, pedissequamente, è stato applicato. Non saprei dire perché mai l’autore se lo sia messo in testa né credo sia determinante saperlo. In fondo ognuno è libero di fare come crede. C’è chi si mette in testa lo scolapasta e chi l’idea meravigliosa di restituire i capelli ai calvi d’una nazione intera. Dunque ci può stare pure che qualcuno decida di scrivere un Romanzo Mondo, menzionado di continuo la luna in cielo e gli scarafoni in terra mentre descrive le vicende dei bipedi umani.

Per continuare la lettura cliccare qui.

 

E adesso ristoratevi l’anima con un buon brano musicale.

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 1

Da oggi prendo a recuperare i miei articoli pubblicati su Satisfiction.  Non posso che cominciare dalla stroncatura in tre puntate di “La ferocia”, l’orrendo romanzo di Nicola Lagioia che nei mesi successivi avrebbe vinto Premio Strega. Segnandone la definitiva decadenza. Buona lettura.

Le altre due puntate della stroncatura sono leggibili qui e qui.

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Nicola Lagioa e il suo sguardo di contagiosa intelligenza

 

Dilettarsi con l’esegesi.

Esercizi d’estenuazione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, solo per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza mollare la sfida. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15″: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo.

 

Per continuare la lettura, cliccare qui.

 

E dopo aver completato la lettura, godetevi questo brano musicale.

 

 

 

 

 

 

Michele Serra, il reazionario soft – 1 Il Lamento dell’Amaca come servizio pubblico

Salone Internazionale del Libro 2013

Michele Serra

 

Michele Serra è un servizio pubblico. Dovremmo provare a vederla in questo modo, prima di rilasciare qualsiasi giudizio sugli scritti dell’ex direttore di Cuore. Materiali che nel migliore dei casi suscitano compassione verso il lamentoso intonatore di doglianze, ma che sempre più spesso provocano disappunto per quell’essere a prescindere contro ogni cosa in evoluzione. Un Lamento dell’Amaca che pezzo dopo pezzo s’allarga a colpire qualsiasi cosa procuri l’offesa di turbare il dondolio. E cosa di più molesto che turbare l’ozio di colui che sull’amaca s’annàca, specie dopo aver speso tanta fatica per guadagnarsi la postazione?

 

 

Pensiamo esattamente questo ogni volta che leggiamo quelle esibizioni di fastidio, e ne ricaviamo un fastidio di ritorno per esserci andati a comprare il lamento altrui quando nemmeno per un istante ci sogneremmo di vendere il nostro. Ma proprio qui sta il punto: non nella capacità di vendere le proprie ugge (il che è un indiscutibile talento), ma nel raffronto fra le nostre e quelle di Michele Serra. Se anziché prenderle con stizza provassimo a osservarle da vicino, capiremmo molte più cose di noi stessi e avremmo consapevolezza del perché quest’uomo sia un servizio pubblico.

Tutto sta nel guardare ai contenuti anziché soffermarsi sulla vocina stridula e il tono petulante dello scrivere. Turatevi per un attimo l’orecchio della mente, dimenticate per una pagina intera che a scrivere sia un signore chiamato Michele Serra. E affrontate lo scritto per ciò che dice. Ci troverete dentro una serie di suggestioni e dettagli che poco a poco vi suoneranno familiari in modo inquietante: il disappunto per tutte le cose che non capite, e per scoprire come il loro numero non smetta di crescere; il rifiuto altezzoso d’ogni nuova moda, talmente sistematico da seminarvi il dubbio che la detestiate non in quanto moda ma in quanto nuova; la sottile misantropia che vi fa ripugnare la folla e ogni suo respiro, ma sempre quell’ottava più in basso del livello da esplosione in stile “Un giorno di ordinaria follia”; e, in generale, quel borbottio a bassa intensità, da pentola di fagioli sul fuoco minimo o da frigorifero usurato nelle notti d’estate, che come la goccia cinese dà fastidio più del precipitare d’un set di pentole in acciaio Inox.

 

 

Vi specchierete in tutti i tic da reazionario soft che pochi istanti prima percepivate alieni, e a quel punto scatterà in voi l’istinto d’autodifesa che sarà innanzitutto necessità di distinzione. Perché dopo esservi riconosciuti in tutto ciò che avete letto in quelle pagine, esclamerete: “Cazzo, ma io non ci voglio mica diventare come Michele Serra!”. E da quel momento in poi vi sforzerete d’essere altro da lui, e anche un po’ altro da voi stessi.

Eccolo, il servizio pubblico prestato da Michele Serra e dai suoi scritti: una sorta di allarme che viene fatto scattare in voi quando rischiate d’implodere nel rancore muto verso qualsiasi cosa evolva. Dopo averlo riconosciuto vi sentirete quasi obbligati a rilasciare la tensione dell’elastico, a farvi molli e accondiscendenti. Ché anzi a quel punto si rischia l’eccesso opposto: farsi piacere tutto, e tutto tollerare per non voler essere come Michele Serra. E dunque, ascoltare Gigi D’Alessio, e girare per la strada con in mano un cartone di Queen’s Cheeps ciancicandole a bocca larga, o divorare libri marchiati Newton Compton Editore.

Probabile che adesso abbiate capito perché dobbiamo proteggere Michele Serra alla stregua di un panda. Ci è necessario, ci protegge dagli eccessi di conformismo e misantropia, fa da esempio vivente di ciò che mai vorremmo essere. Per questo dovremmo tenere i suoi libri sul comodino, e anzi spronare lui e il suo editore affinché ne vengano pubblicati con più frequenza. Ci servono, ne abbiamo bisogno per temperare l’istinto d’inabissarsi in un livore tenue, privo d’oggetto e di sfogo. E in special modo servono a quegli intellettuali che ancora hanno il vezzo di definirsi “di sinistra” senza più sapere cosa cazzo significhi, e che leggendo quanto conservatorismo e quanta somiglianza vi siano nei lamenti di un altro intellettuale etichettato “di sinistra” si vedono spalancare innanzi l’abisso della negazione di se stessi (se pensate che il riferimento sia personale ci avete preso in pieno, mortacci vostri).

 

 

E ora che siete avvertiti sul corretto uso degli scritti di Michele Serra potete cominciare a proiettare uno sguardo disincantato sul mondo e su alcuni dei suoi aspetti più controversi. Per esempio, quello del rapporto fra genitori e figli, o in generale fra adulti e adolescenti. Un fronte di eterno conflitto la cui differenza è soltanto il grado, e che vede invariabilmente i soggetti più anziani abbandonarsi al rito della lamentazione verso le giovani generazioni, viste come il marcatore di una degenerazione della specie. Pensate esattamente a questo schema mentale e a quanto spesso ci caschiate dentro. E un attimo dopo leggete un passaggio fra i tanti dedicati al rapporto tra padre e figlio, tema che sta al centro di Gli sdraiati (da qui in avanti GS), riportato alle pagine 13-4.

 

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Vi si descrive la propensione del figlio al disordine, all’incuria verso le cose e dunque anche verso gli altri, e in ultima analisi verso se stesso. E a quel punto l’io narrante, il Serra che sull’amaca s’annàca, ma sublimato in un personaggio da romanzo che nemmeno si sforza d’essere distante un minimo dal suo creatore, srotola il primo papiro di doglianze:

 

Quasi radiosa, in questo quadro bisunto e tendente allo scuro, è l’aureola candida che sta sotto la macchina del caffè. È fatta di zucchero. Deve sembrarti lezioso centrare con il cucchiaino la circonferenza della tazzina, e dunque spargi virilmente il tuo zucchero con un gesto largo e brusco da seminatore. Levando poi la tazzina, rimane al centro un piccolo cerchio intonso, e intorno un anello di zucchero. Mi ci sono affezionato, quasi come le formiche che a volte, in disciplinata fila, vengono a pascolare sul tuo astro involontario.

 

Quanta pesantezza, quanta inutile ampollosità nel descrivere il disordine filiale. Quasi che quella struttura farraginosa del periodo fosse un anestetico contro la rabbia pura, quella che porterebbe a acchiappare il figliolo per un’orecchia e dirgli serenamente: “Ci hai scassato la minchia: ora pulisci!”. E invece no. Meglio attorcigliarsi un cilizio fatto di parole piombate, pura zavorra per il povero lettore cui tocca il medesimo supplizio che l’autore crede di riservare soltanto a se stesso: “quadro bisunto tendente allo scuro”, “lezioso centrare la circonferenza della tazzina”, “disciplinata fila”, “il tuo astro involontario”. E soprattutto quello “spargi virilmente il tuo zucchero” che non si troverebbe nemmeno in una pagina di Nicola Lagioia, il campione mondiale d’antiscrittura.

 

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Nicola Lagioia mentre medita di tagliarsi la gola dopo aver riletto alcune sue pagine

 

Ma ve l’immaginate? Un padre che metta la mano sulla spalla d’un figliolo già nel pieno delle tempeste ormonali, e gli dica: “Va’ per il mondo, e spargi virilmente il tuo zucchero”. Un trauma eterno, una ferita irrimediabile alla virilità.

 

 

E tra padri castranti e figli zozzoni è una dura battaglia per l’egemonia che in quelle pagine prosegue imperterrita, con grave disagio del lettore che a ogni pagina si chiede se non sia meglio darsi una martellata agli alluci anziché spingersi oltre nella lettura.

Invece lo sciagurato prosegue, e poiché ha deciso d’infliggersi il supplizio fino in fondo ecco che ritrova il tema del disordine filiale a pagina 87. Esposto con una prosa, se possibile, più involuta che quella del frammento precedente:

 

Lasciare pulito il cesso. Spegnere le luci. Chiudere i cassetti e le ante degli armadi. Per me sarebbe già molto. Anzi: moltissimo. Quasi mi commuoverebbe. Tanto da rendere lecito il sospetto che tu disattenda un così poco impegnativo ordine del giorno proprio perché è troppo poco… un fabbisogno etico così mediocre da non scalfire il tuo spirito, che custodisce, come è tipico dei giovani, il seme dell’eroismo, e certo non può accendersi nel nome del decoro domestico a me caro.

 

“Un fabbisogno etico così mediocre da non scalfire uno spirito che custodisce il seme dell’eroismo tipico dei giovani, che certo non può accendersi nel nome del decoro domestico a lui caro”. Ma che schifìo di prosa è?

 

 

Non bastava dire che il decoro domestico è cosa troppo banale per accendere la convinta adesione di un figlio? Nossignori, bisognava sparare una raffica di parole tonitruanti, tanto da far tornare alla mente il falso Aldo Biscardi (forse lo stesso Serra, ma di ben altri tempi) che teneva una rubrica su “Cuore Mundial” nel 1990. Lì dove era tutto un “eccipuo”, termine che mai prima e mai in seguito avrei incontrato in uno scritto. Il Lamento dell’Amaca, quest’annacàre molesto il proprio malanimo è tutto così: una lamentazione infinita nonché espressa in un italiano da Accademia dei Pedanti. Ne volete altri saggi? È inutile che rispondiate no, perché ora ve li sucate voi allo stesso modo in cui me li sono sucati io. Sicché leggete i due frammenti immediatamente successivi a quello di sopra. Il primo è piazzato nella stessa pagina 86:

 

Il non detto (il sogno?) era che dopo aver letto e sorriso, ammesso che ti abbia sorriso, dentro quel linguaggio morbido, lietamente ruffiano, avresti capito da te solo il giusto daffare. Dove per giusto daffare – attenzione! – non alludo a moniti minacciosi o definitive incombenze, a quei sistemoni castranti, quelle costrizioni annichilenti che furono le Religioni e le Morali, ma no, macché, ma ti pare che io abbia il physique du rôle del patriarca?

 

Io, una vaga idea sui motivi per cui il figlio dell’alter ego letterario di Michele Serra sia così strafottente, me la sarei fatta. È una questione di autorità, e l’autorità è fatta innanzitutto di parole. Queste possono contenere la secchezza del comando (“Tieni pulito il cesso e tutto il resto senza fare storie!”) o la morbidezza della persuasione (“Dovresti tenere pulito il cesso e tutto il resto, sarebbe cosa buona per tutti”), ma necessita comunque d’andare dritto al punto anziché intorcinare matasse di filo spinato.

 

 

E invece pensate un po’ quale autorità possa avvertire un figlio presso un padre che gli parli “di giusto daffare con un linguaggio morbido, lietamente ruffiano, senza alludere a moniti minacciosi o definitive incombenze, né a quei sistemoni castranti o a quelle costrizioni che furono le Religioni o le Morali, anche perché lui, il babbo, non ha il physique du rôle del patriarca”. E non è mica finita qui, signore e signori. Perché mentre quel povero figliolo deve ancora ripigliarsi, al pari d’ogni lettore che s’infligga i libri del Lamento dell’Amaca, ecco che Serra dà un’altra micidiale annacàta (pp. 86-7):

 

Io quando penso al giusto daffare penso solo all’onesto, parziale e non necessariamente compiuto tentativo di cercare un equilibrio decente tra la propria porca presenza al mondo e la porca presenza degli altri.

 

“L’onesto, parziale e non necessariamente compiuto tentativo di cercare un equilibrio decente tra la propria porca presenza al mondo e la porca presenza degli altri”. Ma questo qui non è un pensiero: è un Diagramma di Gantt.

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Esemplare di Diagramma di Gantt

 

Sicché provate a immedesimarvi in un rampollo di genitore così verboso, e poi ditemi come diamine possa venirvi mai di prenderlo sul serio. Che si tratti di tenere pulito il cesso o di ragionare dei “sistemoni castranti”, il figlio di cotanto genitore si è per certo liberato di Freud e Edipo. Ci sarà mica bisogno d’ammazzare un padre così, per emanciparsi verso il ruolo adulto? Tanto più che, in un lungo passaggio antecedente quelli appena riportati, Serra piazza uno sterminato delirio che si chiude piazzando parole definitive sull’estinzione della figura paterna (pagine 85-6):

 

In termini tecnici, sono il tipico relativista etico. La definizione circola da qualche anno, più o meno spregiativa a seconda che chi la adopera sia molto o poco convinto di detenere verità assolute. La trovo calzante. Sta a indicare quella larga fetta di adulti occidentali che, a parte una ridottissima serie di precetti senza tempo e senza copyright (tipo non ammazzare e non rubare), non riescono a trovare indiscutibile alcun assetto etico, specie nella vita privata. Di qui una diffusa incapacità a pronunciare certi No e certi Sì belli tonanti, belli secchi, con quel misto di credulità e di boria che aiuta, e tanto, a credere in quello che si dice.

Sono il tutore ondivago di un ordine empirico, composto e poi scompaginato giorno per giorno, scritto in nessun Libro, impresso in nessuna Tavola. (…)

(…)

Di una parodia di Comandamenti ho a volte disseminato la casa. Attaccando sul frigo o in bagno o sulla porta d’ingresso biglietti comicamente imperativi, perché l’imperativo è il modo che ho dismesso – che abbiamo dismesso, noi dopopadri di questa dopoepoca – e dunque riesco a usarlo solamente in parodia. (Avere un padre parodista equivale ad avere una parodia di padre?).

 

Ecco, se volevate la summa del Lamento dell’Amaca, lo spottone dell’annacamento reazionario a bassa intensità, la dimostrazione inattaccabile del perché l’ex direttore di Cuore vada tutelato come il panda perché servizio pubblico, l’estenuante frammento che vi ho inflitto come fosse una supposta d’aglio serve a spazzare via i residui interrogativi sulla funzione sociale degli scritti di Michele Serra. Lui può salvarci ogni giorno dal rischio d’implosione nella rabbia inerte, nell’intolleranza muta che non trovando catartica via d’uscita corrode il nostro equilibrio psichico. Nell’estratto appena riportato c’è tutto. C’è la pretesa di filosofare a ogni costo che ritrovereste nel mediocre dottorando senza borsa, che si sforza di dimostrare di non essere un abusivo ai seminari di teoretica.

 

 

C’è lo stesso azzardo nello speculare  sugli “adulti occidentali” cui ormai anche il vostro autolavaggista di fiducia si cimenterebbe, senza tema di sparare cazzate perché ormai l’arsenale di cazzate sparabili sul tema è stato svuotato da mò. Ci sono quegli annichilenti passaggi in cui l’alter ego narrante dell’annacante Michele dice “Sono il tutore ondivago di un ordine empirico” e “Avere un padre parodista equivale ad avere una parodia di padre?” che fanno venir voglia di mettere gli zebedei su un piano di marmo e schiacciarli con pietra lavica come si trattasse di sgusciare mandorle. E c’è infine quel discettare di dopopadri e dopoepoche al quale arrivate ormai decisi a tutelare Michele Serra perché è un contatore Geiger sulle vostre nevrosi in via di degenerazione.

E a questo punto non vorrei che quanto detto vi traesse in inganno su alcuni aspetti. Per esempio, che il reazionarismo soft dell’annacante si concentri esclusivamente sul rapporto padri-figli, o che si esaurisca entro le pagine del solo Gli sdraiati. Nulla di più fuorviante. Il Lamento dell’Amaca investe numerosi altri temi, e si esprime anche attraverso altri scritti come il più recente romanzo di Serra, Ognuno potrebbe (da qui in avanti OP).

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Se mi sono concentrato su un tema e su un romanzo è perché mi è parso utile analizzare in modo intensivo singoli elementi cruciali, fra quelli presenti nelle pagine del reazionario soft. Altri aspetti verranno analizzati nelle puntate che seguiranno. Piuttosto, per concludere, resta da capire quale possa essere il profilo di figlio modello per un padre affetto in modo quasi terminale da Lamento dell’Amaca. La risposta viene data indirettamente nelle pagine di OP. Dove l’alter ego narrante è un figlio di famiglia piccolo borghese, con un padre falegname dai modi essenziali e dall’affettività ossificata. Il giovane cresce in un clima da educazione calvinista (eufemismo usato per evitare di dire “Sindrome da Ditinculo Perenne”), e ciò viene descritto in modo molto preciso nell’incipit di OP (pagina 13):

 

Nelle fotografie mi si riconosce perché sono l’unico che non fa niente. Non saluto, non rido, non faccio smorfie, non sventolo le braccia, non mostro pollici o indici secondo la mimica manuale in uso, non mi protendo verso l’obiettivo, non abbraccio il vicino, non ammicco. Niente. Non mi viene da fare proprio niente. Sono nient’altro che me stresso in tutta la mia inerte normalità, in un istante casuale tra i tanti che compongono la mia vita.

 

Ecco l’ideale di figlio che il reazionario soft, il dopopadre da dopoepoca, proietta sulla pagina del romanzo come fosse uno schermo dei desideri. E voi, che siate dopopadri o dopofigli, vorreste essere o essere stati così da ragazzi? E vorreste diventare genitori portandovi appresso una tara da Ditinculo così paralizzante? La risposta è contenuta nel video che inserisco, il cui protagonista è un uomo che non ogni evidenza non è occidentale, e da come si comporta non pare nemmeno tanto adulto, ma piutosto un simil-Salvatore de Il nome della rosa capace di un virtuosismo da Oscar.

 

(1. Continua)

@pippoevai

 

E come sempre, per risarcirvi delle brutture cui vi ho esposto, ecco della buona musica per ristorarvi l’animo.

 

Alessandro D’Avenia, il Sommo PoVeta – 1 Osso per osso, dente perdente

Alessandro D'Avenia

Alessandro D’Avenia

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Adesso ho una nuova certezza: ogni volta che uscirà un nuovo libro di Alessandro D’Avenia dovrò aggiornare il Pessimario. Cioè la lista dei libri e degli autori che toccano, per riprendere una frase di Diego Abatantuono in versione Diéco, “l’apice dell’apoteosi della schifezza”.

Una galleria ormai pigiatissima di cui fanno parte fenomeni da baraccone come Giorgio Faletti e Fabio Volo, poligrafi newtoncomptoneschi come Anna Premoli e Marcello Simoni, anime graforessiche come Chiara Gamberale, teoriche dell’eros tombale come Sara Bilotti, intrallattuali da Loggia del Leopardo come Antonio Scurati e Nicola Lagioia, cacatori di status smielati da social network come Massimo Bisotti e divulgatori del cazzonaggio letterario come Michele Dalai. E la lista sarebbe ancora lunga, ma risparmio d’infliggervela fino in fondo perché voglio risparmiarla innanzitutto a me stesso. Ma resta il fatto che fra tutti costoro rientri con pieno merito Alessandro D’Avenia. Autore sbucato dal nulla cinque anni fa e imposto chissà perché alle patrie lettere. Con effetti che soltanto fra qualche anno riusciremo a valutare, e sarà comunque troppo tardi.

Ricordo ch’era settembre, e da un giorno all’altro le librerie e i marciapiedi vennero invasi da cartonati che ci avvertivano della novità letteraria: il romanzo di un autore esordiente che Mondadori aveva deciso di diffondere con la leggerezza del napalm. Un’immagine di copertina caruccétta, come direbbero aRòma, un titolo da fotoromanzo in bianco e nero anni Settanta (“Bianca come il latte, rossa come il sangue”), e il nome fin lì sconosciuto dell’autore che veniva strillato come fosse al tempo stesso un’informazione e un avvertimento con tanto di indice puntato sull’ignaro passante: questo è un libro di ALESSANDRO D’AVENIA, e da oggi in poi ricordati di ricordare!

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È stato così, al pari di qualche altra milionata d’italiani, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Praticamente, un’azione di book squatting. E subito mi sono chiesto perché. Come mai la maggiore casa editrice italiana compiva uno sforzo così vasto per promuovere un esordiente? Sarà mica stato un nuovo fenomeno della narrativa italiana? E intanto m’informavo su questo squatter della nuova narrativa italiana. Scoprendone l’immagine pulitina, sistematina, con quella barbettina pettinatina e la chioma biondina e ricciolina vagamente bigodina, l’occhiettino azzurrino e il sorrisino mansuetino. Il maschietto cui ogni padre affiderebbe la figliola di cui presuppone ancora l’illibatezza, per fargli reggere il ruolo di cicisbeo alla feste in cui gli ormoni adolescenziali brulicano di vitalismo. La versione adattata ai giorni nostri del Principe Valium di Balle Spaziali, uno fatto apposta per piacere alle mamme pre-anni Novanta e alle nonne pre-Sora Lella di Bianco, Rosso e Verdone.

Il Principe Valium

Il Principe Valium

Inoltre ho scoperto che il ragazzo è vicino all’Opus Dei, come egli stesso ammetterà pubblicamente più avanti. Ma questo è soltanto un dettaglio, ci mancherebbe altro.

Non è invece un dettaglio il fatto che Bianca come il latte, rossa come il sangue sia una schifezza di libro. Sciatto, noioso, manierato, scontato dalla prima all’ultima pagina. Intriso d’un sentimentalismo trash da Gli occhi del cuore, l’immaginaria soap opera del serial Boris.

Soprattutto, un libro ossessionato dal tentativo di rivolgersi al pubblico degli adolescenti con uno stile alla Moccia, ma sacrestanamente corretto. Una pena infinita. Quel libro non mi ha lasciato traccia, perché era d’una bruttezza indegna di menzione. E quando una cosa è talmente brutta da non poter essere nemmeno schifata, la frustrazione è grande per chi l’ha appena consumata. Perché non lascia spazio nemmeno all’esperienza del disgusto, ch’è un segnalibro mentale indispensabile per mantenere una traccia delle cose peggiori. E invece no, il primo libro di D’Avenia era d’una bruttezza grigia, indistinta. Come un piatto di tempestine in brodo di dado da corsia d’ospedale, cui non sia stata nemmeno aggiunta una cucchiaiata di formaggio. In quel libro non c’era manco un frammento da stroncatura. Anzi no, dire il vero uno c’era. Piazzato a pagina 173:

“Si libera in un sorriso da far scongelare in un attimo un milione di Bastoncini Findus e il mio cuore raddoppia il numero di battiti.”

 

Sarebbe superfluo aggiungere un commento alla schifezza appena riportata. Mi limito a dire che se in prima media mi fossi azzardato a scrivere una cosa del genere in un compito in classe, la mia professoressa di Lettere mi avrebbe bacchettato le dita per una settimana. E ne avrebbe avuto ben donde. E tuttavia, fatta eccezione per il frammento citato, il libro di D’Avenia non si era dimostrato degno di una stroncatura. Per questo avevo messo da parte l’autore, evitando di leggere il suo secondo romanzo: Cose che nessuno sa, di cui mi è stato detto malissimo. Ma poi mi sono imbattuto in Ciò che inferno non è. Il romanzo che vorrebbe essere un omaggio a don Pino Puglisi. E la prospettiva sull’autore è completamente cambiata.

Da dove cominciare? Innanzitutto proprio dal povero don Pino, che avrebbe meritato di continuare a riposare in pace. Poi dallo stesso D’Avenia, che nei giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue si giovava dell’unico pregio esercitato dalla mediocrità narrativa: quello di tenere l’autore ben ancorato a mezzo metro da terra, come fissato a dei contrappesi. E invece in Ciò che inferno non è D’Avenia molla gli ormeggi e svolazza libero. Con risultati devastanti. Le pagine del suo libro sono talmente piene di segnature da toccare una misura che fin qui era stata osservabile soltanto nei libri dei quasi omonimi Bisotti & Bilotti, i due Pesi Pessimi per eccellenza della narrativa italiana contemporanea. E adesso in questo Pessimario ci entra di diritto D’Avenia. Per aver perso la virtù della mediocrità narrativa, e essersi lanciato verso l’hybris della poesia.

Ecco, proprio qui sta il punto, lo specifico che fa dell’opus homini di D’Avenia un genere da Pessimario: il fatto che, dai giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue, egli abbia maturato la convinzione di possedere la vena poetica. Una situazione imbarazzante, perché la vis poetica di D’Avenia è paragonabile a quella di un compianto ex vicepresidente dell’Inter, Giulio Abbiezzi. Quello che per qualche settimana, a metà anni Novanta, si guadagnò la notorietà grazie alla Gialappa’s Band. E purtroppo non esistono su You Tube filmati dedicati al personaggio, ma per chi ha memoria di quelle performance poetiche il paragone è eloquente.

Giulio Abbiezzi

Giulio Abbiezzi

Ecco, la poesia di D’Avenia se la batterebbe con quella di Abbiezzi, e i suoi versi potrebbero essere letti alle tre di notte nel pieno d’una tavolata d’avvinazzati, da vocini soavi come quelli di un Razzi o di uno Scilipoti. E sarebbe la morte sua. Della poesia di D’avenia o della poesia tout court, fate voi. Perché in quel contesto sentireste declamare frammenti del “poetare in prosa” che sono padellate alla nuca, come quello che apre il libro:

Nella luce prima, un ragazzo la spia. È immersa nell’agguato ventoso e salato dell’alba che si leva ancora vergine, per tuffarsi poi nelle strade avvolte dalla penombra.

 

Mi è bastato leggere quest’incipit per scoprire che il giovin D’Avenia era cresciuto, e che la crisalide della mediocrità narrativa aveva prodotto una fulgida farfalla da Pessimario Letterario. E casomai potesse sorgermi il dubbio istantaneo che si trattasse di un’impressione ancora acerba, fondata su poche righe, ecco che il seguito di quel frammento mi ha definitivamente rafforzato nel convincimento.

Lui abita in cima a un palazzo: da lì si vede il mare e si vede nelle case e nelle strade degli uomini. Lassù l’occhio spazia fino a perdersi, e dove si perde l’occhio anche il cuore resta invischiato. Troppo mare si spalanca davanti, specie la notte, quando il mare svanisce e si sente tutto il vuoto che c’è sotto le stelle.

Perché tutto quel nascere ogni mattina? Non ha risposta un ragazzo, a cui fanno più male i petali sfioriti della rosa che le spine e ogni mattina si guarda allo specchio come un naufrago.

 

Neanche mezza pagina e siamo già nell’eccellenza del Pessimario. Ci si sente completamente appiccicati da tanta melassa, da un così inutile sforzo di mettere le ali quando rimanere attaccati alla terra sarebbe stata una garanzia innanzitutto per l’autore. E invece D’Avenia svolazza, rendendoci coscienti che le patrie lettere hanno acquisito un nuovo poVeta. Etichetta che rubo a Giovanni Stoto, amico di Facebook, e che interpreto nel senso del “poeta con la V”. Dove quella “V” sta per “verboso”, quando invece la vera poesia sta nell’esprimere qualcosa di più con ogni parola in meno. E in questo senso D’Avenia è assolutamente, indiscutibilmente poVeta. Non posso riportarvi in questo post tutti i frammenti dell’ultimo libri che lo testimoniano, perché rischio di bruciarmi tutto lo spazio che WordPress mi mette a disposizione. Ve ne riporterò soltanto una parte, riservando altri frammenti per le prossime puntate dedicate al nostro poVeta. E cominciamo dai motivi ricorrenti, che D’Avenia da poVeta proVetto utilizza con stucchevole ripetitività. Fra questi c’è il contrasto fra luce e oscurità. Una di quelle contrapposizione topiche elementari che vi insegnerebbero pure alle scuole di scrittura per corrispondenza, o ai corsi Hold’em, ma che il nostro poVeta declina allo sfinimento, mettendoci dentro anche la variante del contrasto fra luce e lutto. E allora beccatevi questo pastone di luce e tenebre, e soffritene pure voi:

Le cose investite da troppa luce proiettano altrettanta ombra, ogni luce ha il suo lutto (…) (p. 9)

Permette a luce, vento e sale di modellargli la carne e i pensieri. Luce, vento, sale facciano di lui quello che vogliono, come da millenni trasformano persino la pietra infeconda degli scogli. Dio gli ha messo in petto il cuore, ma si è dimenticato la corazza. Lo fa con ogni ragazzo e per questo per ogni ragazzo Dio è crudele. (pp. 9-10)

Vento e luce al mattino frustano le strade di Brancaccio, quartiere fatto di case simili alle squame di un pesce in una città che sussulta al sole sempre più lentamente, mentre muore, spasimando acqua e vita. (p. 21)

Natura e potere. Sacro e profano. Pagano e cristiano. Luce e lutto (p. 42)

Dio è creatore e architetto del mondo e l’uomo è chiamato a fare altrettanto. Distinguere tenebre e luce e ordinare il caos. (p. 87)

Dall’alto, Palermo mi sembrava così bella, così piena di luce. Invece il suo ventre è ombra e lutto. (p. 108)

Il sole scema e cessa di schiaffeggiare le case. Sabbia. Polvere. Pietra, Poi, poco a poco, altri colori prevalgono. Vernice, vetro, vento. Dalla tenebra usciamo alla luce, passando per ogni gradazione dell’opaco. (p. 108)

La luce si oscura e viene sostituita dalla rabbia di chi distrugge e non sa il perché (…) (p. 117)

È una sorta di anestesia e non fa sentire la vita e la luce. (p. 118)

Quel mare così grande a pochi passi dall’angustia di una casa piccola e affollata le rende il passaggio ogni volta più doloroso. Troppo mare fa male. Non alla pelle, al cuore. Troppo futuro viene da lì, dall’orizzonte, e ti rimane col fiato sul collo, mentre tu cerchi di limitarlo a quelle vie e alle corrispondenti possibilità. Come si fa ad amare il mare se ti mette in petto tanti desideri? Come si fa ad amare quella luce se poi, girato l’angolo, devi rinunciarci? (p. 133)

Le ombre sembrano fuggite, esiliate dalla ferocia del sole nelle case, dove le persone le nascondono e custodiscono. (p. 153)

 

L’apoteosi viene toccata nel frammento di pagina 236, in cui il poVeta parte per la tangente e viene colpito da incontinenza verbale. Qui la luce viene menzionata due volte, ma c’è anche molto altro. Un delirio da eucaristia lisergica, modello Hair, che fa perdere al lettore l’ultima speranza d’intelligibilità di quelle pagine.

Quante clessidre servono per svuotare una spiaggia? Quanto tempo ci vuole perché una gemma diventi mela? Esiste un tempo medio o ognuna è un evento unico? A che velocità va la luce quando al mattino infuoca il mare? La distanza che permette la combustione tra due sguardi è precisa o casuale? Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio? Che peso ha un segreto? Che rapporto intercorre tra la felicità e la lunghezza di un sorriso? Come si calcola il volume del cuore?

 

Non saprei da dove cominciare per commentare, sono annichilito. Mi limito a rimarcare la totale incomprensibilità di quel passaggio che dice: “Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio?”. Ma che minchia vuol dire “l’assenza di luce o la sua pienezza al rovescio”? Qui siamo ai livelli geroglifici di Nicola Lagioia. E purtroppo il nostro poVeta persevera, nessuno lo ferma:

Ci vogliono occhi allenati per vedere le bancarelle del mercato, guardarle senza cercare il folklore, guardarle cercando il dolore. (p. 266)

Una rima che ricorda il peggior Faletti, quello di Pochi inutili nascondigli.

Giorgio Faletti

Giorgio Faletti

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Alle pagine 123-4, all’inizio dell’imbarazzante racconto L’ultimo venerdì della signora Kliemann, l’uomo che volle farsi Vito Catozzo scriveva:

Il paese ha il tempo spezzato in due parti.

Tutta l’isola, d’altronde, vive da sempre questa frattura estate-inverno, una specie di effimero tessuto double-face da rivoltare e indossare come un indumento adatto al mimetismo della stagione. (…)

Persone per strada in misura inversamente proporzionale alla pioggia. (…)

I traghetti in questa stagione sono navi battenti una bandiera senza gloria. (…)

Maggio è l’inizio di tutto.

Maggio è l’inizio del lutto

Sembrano figlioccio e padrino, il poVeta e il poVito. La luce e il lutto, con maggio che è l’inizio di tutto. E se ancora non v’è scappato il rutto, guardate un po’ cosa il poVeta scrive a proposito del mese di settembre (pagina 259):

Settembre, epitaffio dell’estate, si infila dappertutto, anche nei posti più refrattari. L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come un osso scorticato sulla spiaggia.

 

Ve lo dicevo che D’Avenia nel Pessimario ci sta a pieno diritto. E chi ne volesse una prova se la vede servita da quest’assonanza con Faletti, che del mio Pessimario Letterario è il Padre Fondatore. La luce e il lutto, con maggio ch’è l’inizio di tutto mentre settembre è l’epitaffio dell’estate. Sembrano due stornellatori da Sagra del Castagnaccio, botta e risposta con ricarico e avanti così.  Fra l’altro, il poVeta è fissato con questa storiella adolescenziale sul mese di settembre che è un momento luttuoso dell’anno. L’aveva già schiaffato all’inizio di Cose che nessuno sa (p. 17)

Margherita e Andrea erano rientrati a casa da poco. L’inizio della scuola incombeva e quella luminosa domenica di settembre sembrava non volersi rassegnare al fatto che le vacanze erano a ventiquattro ore dalla fine.

E peccato che, in piena trance da poVesia, D’Avenia scivoli in materia di buon uso della lingua. Perché quel frammento in cui si parla dell’osso in spiaggia contiene tre bei punti neri da adolescente mocciano.

Si comincia dall’imperfetta costruzione del periodo. Che come ogni periodo dovrebbe essere un meccanismo accuratamente congegnato, in modo tale da non lasciar dubbi quanto al significato. E invece D’Avenia cosa fa? Dice che la cattedrale “brilla come un osso scorticato sulla spiaggia”. E qui pare abbastanza chiaro come l’azione che avviene sulla spiaggia, e che il poVeta intende rimarcare, sia quella del “brillare dell’osso”: il concetto sarebbe dunque quello dell’osso che brilla sulla spiaggia. Purtroppo, e con somma maldestrezza, D’Avenia piazza lì anche l’aggettivo scorticato. E questo genera l’equivoco, perché si potrebbe individuare il centro d’attenzione della frase sia sul fatto che l’osso venga “scorticato sulla spiaggia”. Ciò che invece non ha nessuna importanza, e tuttavia l’equivoco di senso sussiste per via di una sciatta costruzione del periodo. Come avrebbero insegnato anche in una scuola di scrittura per corrispondenza, l’equivoco sarebbe stato eluso se la frase fosse stata formulata così: “L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come sulla spiaggia un osso scorticato”. In questa formulazione non c’è alcun equivoco sul fatto che l’azione cui l’osso è soggetto in spiaggia è quella di brillare, non il fatto che venga scorticato.

Mi si dirà che individuare un difetto del testo come quello di sopra sia pedanteria. E può darsi lo sia davvero, e che in fondo gli standard di lettura media siano ben a di sotto della capacità di cogliere queste sottigliezze. Ergo, questa imperfezione nel testo del poVeta sarebbe veniale. E però molto meno veniale è parlare di un osso scorticato. Ma da quando in qua un osso viene scorticato? Tuttalpiù viene spolpato, cioè ripulito di tutta la carne che gli si accumula intorno. È quest’ultima che viene scorticata, non certo l’osso. Il problema è che quando parla di carne il poVeta spara minchiate sesquipedali, come quella piazzata a pagina 18:

Il ragazzo lo ignora più degli altri. Ha poca carne intorno ai sogni.

 

E se il poVeta pretende di mettere la carne intorno ai sogni, figurarsi se poi non s’incasina i neuroni vedendo ossa scorticate.

E poi c’è il terzo dettaglio: l’osso che, scorticato sulla spiaggia, brilla. Ma quando mai? Ipotizzate un osso di pollo che, dopo essere stato accuratamente spolpato e non scorticato, venga abbandonato sulla sabbia. Purtroppo succede di frequente. Fa parte dell’ordinaria inciviltà, specie nelle spiagge libere del Meridione. Ebbene, potete star certi che quell’osso abbandonato sulla spiaggia non brillerà nemmeno per un attimo. Perché nel momento stesso in cui toccherà la sabbia rimarrà impanato. E quando poi verrà ripulito, avrà già assunto una tonalità opaca che in nessun modo gli permetterà d’essere una superficie riflettente.

Dunque, perso nell’inseguimento della poVesia il nostro poVeta commette errori d’italiano nei quali un discreto furiere contabile non incapperebbe. E nelle prossime puntate di questa stroncatura ciò verrà ulteriormente dimostrato, nonché accompagnato da ulteriori sprazzi di poVesia. Ma per questa volta vado a chiudere con un altro tema caro a D’Avenia: i denti. Il modo in cui il poVeta li tira in ballo è quantomeno bizzarro. Un passaggio penoso è quello di pagina 279:

Entro in scena con una barba finta che mi fa sudare anche i denti.

Questa dei denti sudati è persino peggio del milione di Bastoncini Findus che si sciolgono. Ma non è tutto. A pagina 22 c’è una descrizione dei due killer che uccideranno don Pino Puglisi (p. 22):

[Il Cacciatore] Cammina a testa alta e lo sguardo non deflette mai dalla traiettoria: fissare è segno di forza, senza deflettere. Ha tre decadi ed è già rispettato, come un padre dai figli.. (…) Insieme a lui c’è Nuccio. Di anni ne avrà una ventina, il naso lungo come un becco, le labbra sottili, la notte appena trascorsa ancora incastrata fra i denti come la sigaretta sempre accesa.

Ora, lasciando perdere quell’orrendo “ha tre decadi” in luogo di “ha trent’anni”, ciò che fa sembrare uno sfigato quell’altro perché di anni ne ha semplicemente “una ventina”; ma come la mettiamo con “la notte incastrata fra i denti”? Si tratta di interrogativi gravosi, che diventano ancora più spiazzanti quando si va a leggere il frammento piazzato alle pagine 184-5. Il protagonista è ancora Nuccio, quello della notte incastrata fra i denti:

A Nuccio fremono le narici e la bocca si storce attorno ai denti troppo affollati.

 

Forse la sera prima Nuccio aveva mangiato cicoria, e poi era filato a letto senza darsi una passata di spazzolino.

(1. Continua)

(E come al solito, per consolarvi dopo tanta bruttura letteraria, vi regalo della buona musica per risollevarvi l’umore.)

Massimo Bisotti e la deriva della donna italiana media – 4 A lui piacciono le donne che…

Le precedenti puntate sono state pubblicate qui, qui e qui.

Massimo Bisotti

Massimo Bisotti

Una decina di giorni fa ho visto una bisottina in libreria. In carne, ossa, e pochezza esistenziale.

Era alla cassa della libreria Feltrinelli di via de’ Cerretani a Firenze e s’apprestava a pagare l’ultimo manufatto cartaceo scritto dal Pink Bloc, Il quadro mai dipinto. Avrà avuto vent’anni e tutto ciò che serve per passare inosservata. E lo sarebbe passata anche ai miei occhi se non fosse stato proprio per il manufatto bisottesco tenuto sottobraccio. In effetti, come in un flash, ho avuto l’impressione che quel manufatto si muovesse da solo a mezz’aria per la libreria. Ma è stata solo l’impressione di un attimo, perché poi come fosse un ologramma ne ho percepito l’immagine tridimensionale della bisottina. E osservandola ho provato a immaginare cosa stesse pensando. “Mi prenderebbe mai qualcuno come modella per un quadro da NON dipingere mai? Sono evanescente e insignificante quanto basta per posare senza speranza d’essere ritratta, per essere la Monca Lisa del mio Divo?”. Dovevano essere questi gli interrogativi della bisottina, mentre di fronte a lei la cassiera sbrigava l’operazione di vendita. E magari quest’ultima in un altro tempo avrebbe guardato la fanciulla con la punta di disprezzo dovuto. Ma purtroppo l’epoca che attraversiamo è questa. Fatta di lettrici sporadiche e nutrite d’aforismi appiccicati sulle bacheche virtuali di Facebook come caccole sotto i banchi di scuola, e di cassiere di libreria cui ormai tocca vendere di tutto: dalle gomme da cancellare a quelle da masticare, dalle caffettiere ai servizi da tè, in attesa che tocchi pure imbustare la pizza a trancio appena scaldata in un microonde piazzato accanto al registratore di cassa e spiegare i pregi del Durex Massage 2 in 1 con Ylang Ylang. Cosa volete che gliene freghi di una cliente che legge schifezze e si chiede se qualcuno possa mai prenderla in considerazione come modella per un quadro da non dipingere? È già una dura vita quella che le tocca, figurarsi se le avanzi tempo per disprezzare una bisottina qualsiasi.

Alla mesta bisottina, milite ignota d’un esercito di vuote a perdere, è facile attribuire un’adorazione verso il divo fondata anche e soprattutto sull’attribuzione a quest’ultimo d’una capacità di comprendere lo specifico dell’animo femminile. Un’empatia guadagnata sul campo virtuale a colpi d’aforismi e supposte di saggezza. Soprattutto, l’ulteriore dimostrazione della penosa condizione in cui versa la donna italiana media, ciò che costituisce il vero oggetto di discussione in questo lungo e penoso viaggio fra le pagine bisottesche. Perché davvero io mi stupisco che nel 2014 ci si interroghi ancora su una cosa chiamata animo femminile. Come se fossimo ancora negli anni Settanta, e ci s’aspettasse che il massimo (ops!) della considerazione verso una donna sia una blandizie fatta di parole melense e petali di rosa. Per fortuna il mondo è andato avanti. E per quanto la strada verso una effettiva parificazione dei diritti fra uomini e donne sia ancora lunga da compiere è un dato di fatto che dei passi avanti siano stati fatti. Soprattutto in termini di mentalità, ciò che quantomeno ha portato a smettere di guardare alle donne come se fossero una specie antropologicamente aliena su cui fare valutazioni indistinte, e non un gigantesco insieme di persone singole esattamente come gli uomini. Poi però esplode il fenomeno del bisottismo, o quello del fabiovolismo. E lì si scopre l’esistenza di un’ampia fascia di donne ansiose di continuare a essere prese in considerazione come facenti parte d’una categoria da analizzare alla stregua d’un caso di studio generale. Ansiose di parole rivestite di caramello e di rose di carta. È nei vasti territori di questo disordine sentimentale, di questa mancata maturazione d’autoconsapevolezza, che s’inseriscono di i fabivolo e i massimibisotti. E ribadisco: nulla da dire contro di loro, hanno trovato una vena d’oro e la sfruttano finché funziona. Penso sempre che se qualcuno crede alle virtù taumaturgiche del sale di Wanna Marchi e del Mago do Nascimiento, allora si merita il raggiro.

Wanna Marchi e il Mago do Nascimiento

Wanna Marchi e il Mago do Nascimiento

Allo stesso modo, è un problema delle bisottine se si lasciano incantare dalle parole di Bisotti. E che colpa si può fare all’autore se le sue lettrici si lasciano incantare dalla sequenza di melensaggini come quella presente alle pagine 116-7 di La luna blu. Il percorso inverso dei sogni.

Prima di riportarvi il lungo frammento devo contestualizzarlo. Si tratta le parole trascritte in un’agenda da Demian Sinclair, uno scrittore che sarebbe un serio candidato al Premio Nobel per la Letteratura in Braille. E guardando a questo frammento si apprezza il vero tocco di genio di Massimo Bisotti: è riuscito a creare il personaggio di uno scrittore capace di scrivere peggio di lui. E vi posso garantire che l’impresa era titanica. A scoprire quell’agenda è Meg, protagonista femminile della storia e archetipo d’ogni bisottina in cerca d’un pittore che non la dipinga. E come qualunque bisottina va in scioglimento calcareo leggendo una raffica di pensierini sul tema “Mi piacciono le donne che…”. Ve la trascrivo, avvertendovi che proseguendo nella lettura vi assumete ogni responsabilità rispetto alle conseguenze per la salute dei vostri neuroni:

Mi piacciono le donne che sanno le cose e sanno quando non dirle, perché in quel momento è poco importante.

Mi piacciono le donne che sanno conoscersi e conoscerti senza sbatterti in faccia anche le presunzioni della verità.

Quelle che decidono che quello che sono è più importante di quel che tu vorresti fargli credere che siano, e invertono il senso di marcia alla tua corsa, abbassando lo sguardo con quell’umile sicurezza, e per questo ti ci siedi accanto.

Quelle che quando le guardi negli occhi ti fanno capire che sei ancora vivo. Quelle che sai che le devi proteggere e in un ossimoro ti fanno sentire sicuro.

Quelle che anche quando non ci sono ci sono, perché anche lo sbatter d’ali di una farfalla lontana ti si posa sulla schiena, alleggerendo la fatica di un attimo.

Mi piacciono le donne che quando ti ammali di silenzi ti curano le parole e ti fanno uscire le nuvole dall’alito, insieme alle bugie e ai sensi di colpa, t’insegnano una lingua nuova.

Mi piacciono le donne che fanno uso di stupefacenti emotivi senza mai aver assunto sostanze tossiche.

Quelle che ti scippano il tempo senza che te ne accorgi e se te ne accorgi ti prendono in giro dolcemente da farsi regalare un giro sulla luna.

Quelle che non sono nobili o snob, ma che hanno l’eccellenza blu della modestia nel sangue, arrivano nei bassifondi a prendersi la tua vita.

Quelle che non vanno controcorrente perché fa moda, ma hanno la moda nel respiro e l’anima vintage.

Quelle che hanno gli occhi come un caleidoscopio e in tutta quella confusione riesci a guardarci dentro e a scorgerci la coccinella del futuro.

Quelle che ti sfiniscono perché gli piace fare l’amore e senti che il momento del loro orgasmo mentale è quando vieni tu, e poi ti chiedono di restare. E ti fanno sentire come un animale libero, tu e la tua liquida indecenza sul loro corpo, rinato dalle tue spasmodiche emozioni.

Quelle che non sanno cucinare, ma ti montano l’anima e fanno dolce il tuo sorriso dopo uno scuro pomeriggio.

Quelle imperfette che sanno rendere perfetto il volo delle tue imperfezioni.

Quelle che lasciano che a parlare sia il tuo respiro.

Quelle che non ti prestano il loro corpo e ti regalano e ti scopano l’anima.

Quelle che gli tocchi il punto che non ha mai toccato nessuno, con la punta estrema dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, dei tuoi sbagli arrugginiti con il tetano fra la polvere e tu gli piaci così, non ti vogliono cambiare.

Quelle che giocano la tua partita pur continuando a giocare anche la loro.

Quelle che quando gli sposti i capelli dal viso ti si apre il sipario sul mondo e spalancano i tuoi limiti come finestre sull’infinito.

Quelle che sono così belle che non ti vergogni a tenergli la mano mentre cammini per strada, perché ti camminano già nude nei labirinti dell’anima.

Quelle che giocano con i tuoi battiti, ma non con il tuo cuore.

Quelle che ti sembrano comete, come te.

La trascrizione di tutte queste suppostine sentimentali mi ha annichilito. Non sono ancora in grado di verificare se ho contratto danni permanenti. Di sicuro l’attività di rilettura e trascrizione di questo frammento mi ha fatto tornare in mente il finale di Mars Attacks!, la geniale parodia di Independence Day diretta da Tim Burton.

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Mi riferiscono al passaggio in cui gli alieni, apparentemente invincibili e ormai pronti a annientare gli umani, vengono annichiliti dalle note di Indian Love Call di Slim Whitman.

Basta loro ascoltarne poche note per impazzire fino a vedersi scoppiare la testa. Ciò permette alle forze terrestri di organizzare la reazione e sterminare le forze aliene con un’arma infallibile: una serie di grandi impianti stereo che vengono fatti girare per le strade sparando con volume “a palla” il brano di Whitman.

E riguardando quelle scene mi sono lasciato prendere da una suggestione: e se provassimo a sconfiggere l’Isis esponendo i suoi militanti alla messa in onda in stereo degli aforismi di Massimo Bisotti? Sono sicuro che funzionerebbe. Provate a passare in prossimità di un covo Isis con un furgone munito d’altoparlante che irradia frasi come: “È inutile annaffiare il cemento, dar fuoco a una miccia sperando in una stella”. O come: “Ci sono due parole che insieme hanno le ali, arrivano a posarsi su una spalla, scendono e sverginano gli angeli con l’incredulo stupore della verità”. O ancora: “Non lasciar morire i miei domani di anoressici respiri, falli mangiare attraverso muscoli di avidità, incidili di buoni umori, lasciami ricordare com’è il tuo odore quando non ci sei”. Sentirete i cervelli scoppiare come popcorn, garantito.

Slim Whitman

Slim Whitman

Ma perdonatemi la divagazione, ché non siamo qui per trovare soluzioni alla minaccia islamica. Più modestamente ci si occupa di analizzare testi. E l’analisi appena attenta del testo bisottiano sul tema “Mi piacciono le donne che…” svela significati che sono l’esatto contrario dell’attenzione al “mondo femminile”. Anzi, se passati al filtro della tecnica volgarmente denominata “Parla come mangi” svelano punte d’inusitato maschilismo. Ve li ripropongo uno per uno con commento annesso in neretto.

Mi piacciono le donne che sanno le cose e sanno quando non dirle, perché in quel momento è poco importante.

Mi piacciono le donne che anche se hanno qualcosa da dire e sanno di poterlo dire stanno zitte, perché tanto qualunque cosa dicano fregasega.

Mi piacciono le donne che sanno conoscersi e conoscerti senza sbatterti in faccia anche le presunzioni della verità.

Mi piacciono le donne che pure quando capiscono che sei un cialtrone se lo tengono per sé, perché tanto questa è la minestra o si buttano dalla finestra.

Quelle che decidono che quello che sono è più importante di quel che tu vorresti fargli credere che siano, e invertono il senso di marcia alla tua corsa, abbassando lo sguardo con quell’umile sicurezza, e per questo ti ci siedi accanto.

A parte l’inestricabilità del senso, quella raffica di “che”, e quel “fargli” anziché “far loro”, (un orrore comunque diffuso e abusato pure da “scrittori quotati” come Nicola Lagioia), la frase significa: quelle che anche quando sanno bene che le stai adulando spudoratamente se ne restano lì umilmente sedute accanto a te perché tanto chi altri se le piglia in carico?

Quelle che quando le guardi negli occhi ti fanno capire che sei ancora vivo. Quelle che sai che le devi proteggere e in un ossimoro ti fanno sentire sicuro.

Quelle che, comunque ti ponga verso loro, alla fine conta solo come ti realizzi tu attraverso loro: le guardi negli occhi e ti senti vivo tu, le proteggi e ti senti magnanimo tu. E se anche non ci fossero ci saresti sempre tu.

Quelle che anche quando non ci sono ci sono, perché anche lo sbatter d’ali di una farfalla lontana ti si posa sulla schiena, alleggerendo la fatica di un attimo.

Quelle che se ci sono o non ci sono fa lo stesso, perché tanto uno sbattere d’ali d’una farfalla a Bangkok vale quanto uno sbattimento di testicoli dentro un bar del Quadraro

Mi piacciono le donne che quando ti ammali di silenzi ti curano le parole e ti fanno uscire le nuvole dall’alito, insieme alle bugie e ai sensi di colpa, t’insegnano una lingua nuova.

Mi piacciono le donne che quando hai paura di aprire bocca perché il tuo alito ammazza le zanzare tigre non ti fanno sentire una fetenzia, e magari ti passano una caramella alla liquirizia.

Mi piacciono le donne che fanno uso di stupefacenti emotivi senza mai aver assunto sostanze tossiche.

Mi piacciono le donne che pur di stare con te si fanno di anfetamine (ché altrimenti còrca che ci starebbero), nonostante che fino a quel momento non abbiano preso nemmeno un Confetto Falqui.

Quelle che ti scippano il tempo senza che te ne accorgi e se te ne accorgi ti prendono in giro dolcemente da farsi regalare un giro sulla luna.

Quelle che ora non so cosa cazzo ho scritto però mi pare che suoni bene.

Quelle che non sono nobili o snob, ma che hanno l’eccellenza blu della modestia nel sangue, arrivano nei bassifondi a prendersi la tua vita.

Quelle che non sono nobili o snob (anche perché donne di quel genere a me non mi cacherebbero manco di striscio), e sono modeste abbastanza per accontentarsi dei miei bassifondi.

Quelle che non vanno controcorrente perché fa moda, ma hanno la moda nel respiro e l’anima vintage.

Quelle che se la bevono se dici loro quanto sia alla moda andare controcorrente, e che il vero anticonformismo è essere conformiste e pure un po’ all’antica, e soprattutto disciplinate nel proprio cantuccio.

Quelle che hanno gli occhi come un caleidoscopio e in tutta quella confusione riesci a guardarci dentro e a scorgerci la coccinella del futuro.

Quelle che sono talmente cecate da farti vedere nei loro occhi solo quello che vuoi tu, comprese le coccinelle del futuro (sic!)

Quelle che ti sfiniscono perché gli piace fare l’amore e senti che il momento del loro orgasmo mentale è quando vieni tu, e poi ti chiedono di restare. E ti fanno sentire come un animale libero, tu e la tua liquida indecenza sul loro corpo, rinato dalle tue spasmodiche emozioni.

Quelle che quando ci trombi non fanno storie se tu arrivi regolarmente prima, e in 30 secondi netti quando ancora loro hanno fatto appena in tempo a materassarsi, né perché ci hai rotto le scatole con ‘sta marcia indietro.

Quelle che non sanno cucinare, ma ti montano l’anima e fanno dolce il tuo sorriso dopo uno scuro pomeriggio.

Quelle che per farsi perdonare di non sapere cucinare (perché FEMMINA DEVE CUCINARE SENNO’ FUORI DI CASA) ti zompano sopra e lì si tromba come testuggini per un pomeriggio intero.

Quelle imperfette che sanno rendere perfetto il volo delle tue imperfezioni.

Quelle che sono talmente di risulta da far sentire un po’ meno di risulta te.

Quelle che lasciano che a parlare sia il tuo respiro.

Quelle che non devono nemmeno fiatare, perché persino il fiatare deve essere quello del masculo.

Quelle che non ti prestano il loro corpo e ti regalano e ti scopano l’anima.

Quelle che ogni tanto ti fanno lo sconto di fine turno all’alba.

Quelle che gli tocchi il punto che non ha mai toccato nessuno, con la punta estrema dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, dei tuoi sbagli arrugginiti con il tetano fra la polvere e tu gli piaci così, non ti vogliono cambiare.

Quelle che quando t’affanni a cercare il Punto G ti compatiscono perché ancora ci credi, e quanto agli sbagli arrugginiti con il tetano fra la polvere è una questione di antani sbirigusa delle cuppulazze.

Quelle che giocano la tua partita pur continuando a giocare anche la loro.

Quelle che quando giochi alla Playstation capiscono che si devono levare d’àrca e se ne vanno in cucina a Whatsappare.

Quelle che quando gli sposti i capelli dal viso ti si apre il sipario sul mondo e spalancano i tuoi limiti come finestre sull’infinito.

Quelle che quando sposti loro (non “gli sposti”) i capelli vedi te stesso, sempre te stesso, solo te stesso.

Quelle che sono così belle che non ti vergogni a tenergli la mano mentre cammini per strada, perché ti camminano già nude nei labirinti dell’anima.

Quelle che le vedi nude ovunque, anche quando sei per strada a tener loro (non “tenergli”) la mano.

Quelle che giocano coi tuoi battiti, ma non con il tuo cuore.

Quelle che vabbe’, m’è venuta così.

Quelle che ti sembrano comete, come te.

Quelle che se scrivi della cacate, ti fanno capire che sono caca te.

Questo è la summa del Bisotti attento alle donne. A tutte le bisottine che finiranno immortalate nei quadri dipinti mai. 

Nicola Lagioia e la qualità dell’aria. Fritta… – 3

Cari amici, questa è la terza puntata del lungo scritto sulla narrativa di Nicola Lagioia, così piena di ferite con l’importo. Le due precedenti puntate sono qui e qui. Buona lettura a voi e a Lagioia. Anche stavolta inserisco il link a un brano musicale, per far riprendere voi e lui dalla lettura.

Legenda: TSST = Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj; OPP = Occidente per principianti; RTC = Riportando tutto a casa

4.  Mammismi, droghe e turbe sessuali assortite

Ci sono molti altri aspetti meritevoli d’analisi, nei libri del Vate
Super Fluo. Fra essi troviamo tutti quelli che, usando una formula
soft, possono essere catalogati come riflessi di una personalità provata
dalle vicende esistenziali. O che in modo altrimenti meno generoso
andrebbero catalogate come turbe cliniche. Tenendo a bada lo scimpanzé
do per scontato che grossa parte di questi frammenti siano
effetto del virus demoniaco da cui il pc di Lagioia è stato catturato.
Ma, riconosciuta l’attenuante, non posso certo fare a meno di
riportarne le tracce. Si tratta del dossier più penoso fra quelli che
riguardano il nostro Vate Super Fluo; però tocca guardarci dentro.
Partiamo da quella che in fondo è la turba più innocente: quella

del mammismo. Essa emerge con maggior forza in RTC, specie in
quel passaggio in cui il Maschio Omega legge attraverso la figura
materna un determinato senso del passaggio della società italiana
dal tempo della povertà a quello del benessere. Il frammento che
riporto a seguire è un’anticipazione dei pipponi sociologici di cui
verrà dato conto nel paragrafo successivo. Ecco quanto si legge alle
pagine 20-1:
Ascoltavo mia madre, in quello come in altri pomeriggi, e non erano
le parole a convincermi ma la sua incontestabile bellezza. Oh, lei era
uno di quei meravigliosi cocktail di geni corretti al Plasmon che iniziarono
a far tremare i sedili delle sale cinematografiche dal dopoguerra in
poi. Di regola, si sarebbe dovuto trattare di una lottatrice dagli avambracci
enormi alta un metro e quarantasette. In quanto figlia di coltivatori
diretti a loro volta figli di mezzadri la cui fede nel cattolicesimo era
legata al fatto che i ritratti della Vergine disegnati da qualche avanzo di
parrocchia risultavano comunque più appetibili della barbuta in scialle
nero disposte ad alveare tra le navate della stessa chiesa. E invece ci si
era messa di mezzo la rivoluzione alimentare, questa improvvisa disponibilità
di omogeneizzati e biscotti multivitaminici che fece esplodere
l’adolescenza della mamma. Le allungò le gambe, le strinse il busto, le
ammorbidì la pelle senza per altro spodestare il genius loci, la cavernosa
tenebra dello sguardo conficcata nelle ragazze meridionali come un
paletto in grado di far valere uno ius prime noctis senza spargimenti
di sangue. Per questo anche le orchesse della generazione precedente
sapevano sedurre prima ancora di aver mostrato un solo neo. Ma poi
arrivarono quelle come la mamma a fare piazza pulita, e bisognava
considerarle quando non avrei potuto farlo, nel momento magico di fine
anni Cinquanta – il radioso movimento che separa la vasca polverosa di
un cantiere dalla prima scritta UPIM.
La figura della supermamma che tutto risolve fa nuovamente
capolino alle pagine 114 e 115:

– Tra la prima e la seconda telefonata passarono meno di cinque
minuti. Quanto bastava perché mia madre restasse ferma in una zona
morta di piastrelle con il volto pallido e i lineamenti alla mercé di un
violento torpore animale che aveva spazzato in un secondo tutto il fumoso
armamentario di ville da ristrutturare e automobili da cambiare,
restituendola ai miei occhi nuovamente bella, il lungo e slanciato principio
femminile che sarebbe potuto essere sempre. (…)

Nello sguardo di mia madre, nuovamente il meraviglioso smarrimento
del primo cromosoma xx comparso sulla Terra.
– La mamma elettrificò di conseguenza il piccolo cordone sanitario
di conoscenze semi-influenti che sono il patrimonio vivo di ogni famiglia
rispettabile.

Ma, come già detto, questa del mammismo è una turba tutto
sommato veniale. Lo siamo un po’ tutti, e persino lo scimpanzé che
mi porto dentro potrebbe esserlo un tantino se è vero che in questo
momento mi sta rimproverando per aver insistito su un aspetto tutto
sommato secondario. Risulta invece più significativo soffermarsi
sulla seconda delle turbe che emergono dalla lettura dei romanzi del
Vate Super Fluo, quella riguardante le droghe e le tossicodipendenze.
Alle pagine 96-7 di TSST si parte con un bel delirio che probabilmente
non avrebbe superato il test antidoping:

Hanno provato con il metadone, i centri di recupero, gli spot televisivi,
i film-inchiesta, il diritto penale, lo zoo di Berlino. Idioti, idioti,
idioti! Nessun amore per la letteratura, il gioco dei contrari, il pensiero
dialettico. Diventa sempre più urgente il bisogno di un manipolo di
intellettuali illuminati che si costituiscano in falange armata. Prendano
d’assalto i ministeri, le farmacie, gli ospedali, i centri di ricerca.
Spieghino al mondo come l’unica vera suggestione capace di tenere testa
a ogni tipo di oppiaceo sia un composto di uova, burro, uva passa, vaniglia,
estratto di arancia. Anche detto madeleine proustiana.
Prendete un amico e portatevelo al bar. Un amico paziente. Ordinate
da bere. Parlate al vostro accompagnatore dell’amore perduto,
l’amore della vostra vita, la donna che a un certo punto non volle più
vedervi. Scatenatevi con i ricordi. Siate banali. Siate veri. Le corse in
motorino: le fughe a mezzanotte: le gite al faro.

A pagina 262 di RTC viene descritta la figura di Max il bucomane,
il tossicodipendente di lungo corso che viene utilizzato come
pretesto per fare delle stracche considerazioni da pippettina sociologica:
Ma a lui, nato e cresciuto nel quartiere, della politica non era mai
importato niente, e aveva perso il vizio perché l’inesauribile coazione a
ripetere della roba – acquisto consumazione rota, acquisto consumazione
rota – faceva il paio con l’eterno ritorno all’uguale che imprimeva il
proprio calco analgesico di non speranza e non dolore all’intera nervatura
della zona periferica.

A pagina 224 di RTC era già stato fatto un ritratto del quartiere
ghetto di Japigia, a Bari, descritto come il principale supermarket
nazionale degli stupefacenti:
Japigia rappresentava un universo sconosciuto per tutti quelli che
delegavano alla tv il compito di istruirli su ciò che succedeva oltre la
scrivania del proprio ufficio, almeno quanto era pacificamente nota
come «l’Eldorado dell’alcaloide» per quell’eterogeneo, nascosto ma informatissimo
esercito di iniziati che erano consumatori di droghe pesanti
sparsi per tutta la penisola.

Abbiamo capito che l’autore conosce il tema e i contesti. E non
lo dico con malizia, davvero. La droga e le tossicodipendenze sono
piaghe della contemporaneità, e in nessun modo si può fare ironia
su temi del genere. Mi limito a rimarcare che l’insistenza del Vate
Super Fluo su questa tematica testimonia d’una sua ansia di dimostrare
conoscenza specifica. Una scelta rispettabile dal punto di vista
letterario. Fermo restando, tuttavia, che ogni pretesa d’ispirarsi alla
romantica epoca dell’assenzio e degli oppiacei, e d’equipararsi agli
autori che da Edgar Allan Poe in giù hanno costruito la propria
poetica fuggendo dalla realtà con l’aiuto di sostanze psicotrope, è assolutamente
mal riposta. Uno sproposito talmente grande da essere
non soltanto una minzione fuori dalla tazza del cesso, ma addirittura
un insensato tentativo di centrare la luna col getto d’urina. Piscia
basso, Nicolino.

Esaurita la turba riguardante le droghe e le tossicomanie, è il
momento d’affrontare quella che nei romanzi del Vate Super Fluo
risulta essere la più perniciosa: la turba sessuale. Declinata nei modi
più vari, ma scaturita dal fatto che tutti i suoi personaggi principali
siano Maschi Omega. Dunque geneticamente cicisbei, trafitti
dall’inferiority complex, annichiliti da un’inedita Invidia dell’Utero.
Ovviamente risparmio ogni considerazione sul rapporto fra arte e
vita, ché quello è affare dell’autore. Mi limito a mostrarvi immediatamente
il prototipo del cicisbeo lagioiano, colto attraverso una delle
sue espressioni caratteristiche: l’assoluta insipienza nel rapporto
con le donne. Una caratteristica che si nota sin dall’avvio del primo
libro. Siamo infatti alle pagine 12-3 di TSST, quando il Maschio
Omega si lascia andare alle rimembranze:
La festa era in giardino. Ore e ore distesi nell’erba. Io che parlavo. Il
ventre premuto contro quello di Giulia, le mani sviluppate sul suo collo

[sarà mica che intendeva scrivere «avviluppate»?, NdA]. Non saprò
mai: cosa le ho detto. Non mi ricordo: cosa abbia mai potuto dirle. Ma
se hai saggezza e le stagioni con il loro stillicidio ancora non ti gravano
la schiena basterà poco per far venire tutto fuori. Dopo di che sarà tardi.
Dovrai leggerti Dostoevskij. Tentare con Kafka. Fare passare gli anni.
Rileggere Moby Dick. Tutto Fenoglio. In ginocchio. Muore il primo
amico. Non basta. (…) Ogni volta che ho voluto dare una struttura
solida a un mio scritto che superasse le tre pagine è finita malissimo. Fui
mollato da Giulia il giorno dopo.

E già, chissà come mai l’avrà mollato…
Soltanto quattro pagine dopo, ecco un altro delirio cicisbeo:

La moglie di Tolstoj, diciamolo, era una gran rompicoglioni. Una
Santippe indurita da un ritardo sui tempi di oltre due millenni. A
Giulia ho voluto bene. Ma avevo calcolato un credito di baci. E biancospini
per la notte di Natale. Il qui e ora dei nostri discorsi era eco per
giorni non ancora esistiti. La mia mente aveva partorito la categoria del
progetto. In quel momento ho perso l’adolescenza.

Chissà come mai l’avrà mollato, n. 2.
Si salta a pagina 36, e ecco un’altra pennellata da Omega:

Le prime volte che facevo l’amore con Giulia non l’amavo.
Scopavo fuori di me.
Scontavo le mie tare generazionali.

Chissà come mai l’avrà mollato, n. 3.
Il problema è che per i Maschi Omega disegnati da Nicola Lagioia
il senso di un’insufficiente virilità è schiacciante, tanto più se
essi si mettono a paragone con altri maschi coetanei e maggiormente
propensi a dar sfogo al loro vitalismo. Il dato emerge in modo
spietato a pagina 19 di RTC, in un passaggio nel quale l’Io narrante
parla dei ragazzi che vede passare giù in strada mentre lui se ne sta
chiuso in casa a studiare:

E avrei voluto anche seguirli – pensai con rabbia e con rimpianto
– perché poi, scesa la sera, avrebbero portato le loro moto dentro garage
pieni di attrezzi e di effetti personali (polsini da tennis usati come
segno di virilità, una bandana prestata a una ragazza e poi restituita
per diventare la viva testimonianza della scoperta del sesso o di un dolore
successivo) e dai garage, calcolai, si sarebbero infine riversati in
un disordine notturno fatto di strade, di voci e soprattutto di incontri
– di litigi, di abbracci, di discussioni, di addii (loro, loro erano già al

momento degli addii!) – per far parte del quale sarei stato disposto a
vendere senza pietà le persone fisiche dei miei genitori.
L’esistenza d’un profondo inferiority complex nel rapporto con
l’universo femminile si manifesta addirittura in modo quintessenziale
quando il Maschio Omega di OPP viene baciato casualmente
da una donna, che per errore lo chiama Federico. Si scopre poco
dopo che Federico è l’uomo di costei, e che il rapporto di coppia
è per lui un assortimento di corna dalle variegate fatture e dimensioni.
Lo zio Sigmund ci vedrebbe uno svirilimento al quadrato – il
maschio poco virile e per di più scambiato per un altro maschio che
di professione fa il cornuto patentato -, ma lascio perdere questa
considerazione ché altrimenti mi tocca cedere definitivamente la tastiera
allo scimpanzé. Mi limito a riportare il riferimento sul modo
in cui il Federico in questione sublimi il proprio essere cuckold, con
tanto di riferimento letterario da salotto Verdurin (pagina 52):
Piangeva ufficialmente perché la amava troppo ed effettivamente
perché iniziava a flagellarsi attingendo Jpeg ad altissima risoluzione dal
pozzo senza fondo della pornografia, immaginando la propria compagna
in poco commentabili combinazioni erotiche ed esotiche, sordide,
molto sordide, che il Mellors di turno era riuscito ad estorcerle mentre
lui, povero sir Chatterley, non avrebbe mai saputo esperire.

In effetti il riferimento al rude guardacaccia del romanzo di D.
H. Lawrence, così come quello al sir Chatterley reso inabile (anche
sessualmente) dalle ferite di guerra, sono la spia di un’evanescente
virilità, ma non è tutto. Anche le donne delle quali i Maschi Omega
lagioiani si innamorano sono caricaturalmente fatali. Come disegnate
apposta per cauterizzare il maschio che c’è in un uomo, capaci
di affettargli minuziosamente i testicoli à la Julienne. Un prototipo
di queste è Zelda di OPP. Leggete un po’ quali siano i suoi comportamenti
dopo che assieme al suo Maschio Omega rimane coinvolta
in un incidente autostradale:
Zelda si legò un foulard intorno alla testa. Si appoggiò con la
schiena lungo lo sportello della Citroën e aprì le braccia in una finta
capitolazione da ecce diva col fumo bianco che le si arrampicava tra le
gambe (OPP, pp. 160-1).
La sirena del carro attrezzi le accendeva le guance e il vento, dal
parabrezza rotto, le agitava i capelli caricandola di significato (OPP,
p. 162).

Le due descrizioni appena riportate e riferite a Zelda fanno pendant
con quella che a pagina 171 di RTC viene dedicata a Rachele:
Sembrava che le fosse passato sopra un caterpillar che anziché ucciderla
aveva lasciato su quel corpo altrimenti immacolato l’impronta di
una sanguinante meravigliosa sporca imperfezione.

Mah! Peraltro di Zelda il Maschio Omega nota immediatamente
un dettaglio, la prima volta che la vede nuda (OPP, pagina 54). E
si tratta di un dettaglio che, una volta riferito, dice molto più di
quanto l’autore intendesse comunicare:
La accompagnai in camera da letto e la spogliai. Manteneva decisamente
le promesse. Un corpo morbido e slanciato. I seni tondi e piccoli.
Un bel sedere da maschietto.

Guardando all’ultimo dettaglio mi tocca imbavagliare lo scimpanzé
per impedirgli di pronunciare battutacce da caserma, che per
di più mi esporrebbero al massacro in quest’epoca ossessionata dal
politically correct. E per neutralizzare gli strepiti del primate passo rapidamente
altrove, facendo notare come il Vate Super Fluo veda sesso
e frustrazioni carnali – persino castrazione! – anche negli oggetti
più insospettabili. Per dire, a pagina 159 di OPP viene descritto uno
scorcio del quartiere romano dell’EUR. Ecco ciò che ne viene fuori:
Il Palazzo della Civiltà e del Lavoro, con il suo enorme basamento,
gli occhi vuoti delle fornici, la squadratura vasectomizzata delle balconate,
era la costruzione più autocelebrativa di tutto il mondo occidentale.
Il suo continuo tentativo di blindarsi verso il cielo si rovesciava in
una orrenda tautologia.

Senza bisogno di mobilitare lo scimpanzé, mi chiedo: ma come
cazzo si fa a associare la vasectomia alle balconate di quel palazzo?
Ma non è tutto qui. Per il Vate Super Fluo una stanza di motel può
essere percepita come un utero artificiale:
La stanza di un motel, come una scatola magica o un utero artificiale,
veniva fecondata dallo spirito del tempo per ottenere personaggi
legati gli uni agli altri in un racconto triste e radioso, costellato da fallimento,
riscatto e fallimento ultimativo (OPP, p. 179).
Se poi volete avere una minima indicazione su quanto possa essere
labirintica l’idea lagioiana del sesso, leggete pure il frammento
a pagina 64 di OPP:
E questo desiderio – pensai, mentre sborsavo ventimila lire per la
foto in cui Rudolph tiene una sigaretta tra le dita senza mai portarla

alla bocca – utilizza il sesso come un centro di attrazione che prima di
essere raggiunto inverte la sua polarità torcendo il nostro slancio per un
asse verticale, e inaugurando un estenuante processo di avvicinamento
che non ha mai speranza di concludersi sotto un cielo stellato, e forse
neanche sotto una volta di celluloide.
Ovvio che se il sesso è «un centro di attrazione che prima di
essere raggiunto inverte la sua polarità torcendo il nostro slancio
per un asse verticale», forse è meglio sublimare i propri slanci erotici
nel curling o nel giardinaggio. Tanto più se persino i momenti che
dovrebbero essere coronamenti delle proprie aspirazioni sessual-sentimentali
si trasformano nella premessa di estenuanti seghe mentali

– ciò che anche in questo caso è il riflesso di un inferiority complex

ineludibile. Lo si rileva alle pagine 178-9 di RTC, quando infine
il Maschio Omega riesce a castigare la fatalona di turno nominata
Rachele:

Avevo appena finito di fare l’amore con la ragazza dei miei sogni.
E, senza nemmeno darmi il tempo di gloriarmene, la furia compensatrice
della nemesi arrivava a punirmi con la storia del personaggio di
cui Rachele era stata invaghita fino a un mese prima (ne era ancora
invaghita? e soprattutto erano stati a letto insieme?). Il quale, con la
precisione di un chirurgo e la brutalità dei migliori amanti, era riuscito
a estrarle dal profondo un canceroso grumo di menzogne di cui lei avvertiva
la presenza solo in maniera intermittente («Proprio così – stava
dicendo adesso, – era come se quelle cose le avessi sempre sapute. Solo che
ora le vedevo!»)La nemesi? Perché proprio la nemesi e non un banale scherzo del

destino? Ma perché (fui costretto a riconoscere) quelle cose le sapevo
anch’io.
Ovvìa Lagioia! E se l’è trombata finalmente! Ma lasciagli godere
‘sto momento di gloria, cazzo!

Scusatemi, sono mortificatissimo. Purtroppo lo scimpanzé ha
preso il sopravvento e pure la tastiera. Vi assicuro che non succederà
più. (Spero). Rimango però al tema delle seghe. Che fino a un
attimo fa erano mentali, ma adesso evolvono verso la dimensione
materiale. Ci s’inoltra così nei territori delle tenere rimembranze
adolescenziali, quelle segnate dalle pugnette socializzatorie che cementano
le solidarietà fra adolescenti appena puberi, come si conviene
all’interno d’ogni gruppo di pari. La sequenza che si legge

alle pagine 47-9, dedicata ai sollazzi masturbatori praticati dall’adolescente
Maschio Omega assieme agli amichetti, è una Piccola
Epopea sulle Tribù delle Terre di Onan:
(…) seguendo un disegno invisibile, a un certo punto io e Mimmo
sgombravamo il tavolo dalla mappa del RisiKo dichiarando l’armistizio.
Daniele raccoglieva una rivista dal fondo di un cassetto e ci sbatteva
sotto il naso lo splendore mammifero di Helene Hanson inquadrata
dalla cascata dei capelli alla doratura delle cosce; uno sguardo serio e
morbido (da praghese nelle domeniche di sole, o da californiana violentata
sulla spiaggia senza opporre resistenza), e soprattutto tre sottili
bende di tessuto nero a fasciarle giusto l’inguine e i capezzoli lasciando
completamente libero il fianco destro, in particolare l’ascella completamente
rasa, una tenera porzione di carne rivelata dal braccio portato
indietro in un gioco di luci che, scorrendo verso i fianchi dopo averci
mozzato il respiro con la curva del seno, si interrompeva nel tessuto che
le copriva il pube per ritornare a splendere sulle rotondità dell’ileo, ovvero
il piccolo luogo intorno a cui sarebbe dovuto passare il cotone delle
mutandine e dove invece, grazie all’abilità dei fotografi di «Skorpio»,
la ragazza si mostrava di un’impudicizia superiore a quella del suo sesso
spalancato: «Sono indifesa, è questo il mio coraggio, sono qui perché
voi vi approfittiate di me». Uno dopo l’altro ci sbottonavamo i pantaloni
e iniziavamo a masturbarci sulla copertina di «Skorpio». (…)
Iniziavamo a prendercelo tra le dita con una compunzione da cadetti
aeronautici al battesimo del cielo. Se Helene Hanson fosse stata viva
(…) sarebbe forse rimasta spaventata da questi sguardi che niente sembravano
concedere al nudo desiderio – Daniele andava per strappi perfettamente
misurati; Mimmo dava l’impressione che per lui la copertina
di «Skorpio» fosse davvero quel che era, una miscela di fibre vegetali
uniformate in uno stabilimento tipografico che il suo sguardo associava
più al cameratismo d’occasione che a un’astratta voluttà, e quindi uno
strabiliante caso di corpi cavernosi gonfiati dal semplice bisogno d’amicizia;
io mi davo da fare gettando gli occhi a destra e a manca con la
paura che fossimo ridicoli. Ma poi i movimenti uscivano dalla partitura,
iniziavamo a perdere il controllo, avvertivamo l’imbarazzo di essere
uno accanto all’altro con le mutande abbassate, perché soltanto adesso
lo eravamo davvero; soltanto che adesso Mimmo e Daniele, esattamente
come me, erano terrorizzati dalla possibilità che uno di noi, in preda
alla frenesia, potesse avvicinarsi troppo all’altro fino a toccarlo. Infine

rientrava anche questo pericolo, e ci ritrovavamo soli con la nostra immaginazione.
Abbandonavo i miei due amici sulle scintille svolazzanti
di un rogo mentale (…), vedevo l’ultimo bagliore di emozione condivisa
e poi davanti a me c’erano solo Helene Hanson col suo broncio assassino.
E a separarci, mi dicevo aumentando i movimenti del pugno stretto intorno
al cazzo, a separarci non erano quattrocento miseri chilometri (la
rivista era stampata a Roma), non era l’insignificanza degli anni (quel
numero di «Skorpio» era datato 1981) ma solo un vuoto luminoso in
cui lo spazio e il tempo si annullano, i miliardi di fotoni che viaggiavano
da sempre per il cosmo legando tutti a tutto, impressionati come
lastre fotografiche capaci di trasmettere istantaneamente l’informazione
agli altri mattoncini del creato, la radiazione universale che adesso i
miei occhi socchiusi si sforzavano di riconoscere nella luce primaverile
che scendeva a piramide sul pavimento della stanza aprendo una botola
accecante nella quale convergevano tracce vive di Helen Hanson, e
insieme a loro c’era il riflesso verde degli eucalipti che si vedevano dalla
finestra e i gas rabbiosi degli automobilisti in strada, e a pochi cieli di
distanza (lo stesso cielo: una continua successione di stanze senza porte)
c’erano le rondini in picchiata che ferivano lo spazio sulle pianure dove
la ronda immobile dei pali telefonici affondava nell’esplosiva giovinezza
del frumento e risaliva a ondate verso le prime zone urbane, testimoniate
a piccoli passi da me (dentro la stessa botola accecante) dall’arrivo
del pulviscolo invisibile staccatosi dalle schiene nude delle ragazze che
a Bari il giorno prima il giorno stesso in quel preciso istante venivano
urlando tra le braccia dei loro amanti, ed era allora che – in breve ritardo
o ancor più breve anticipo rispetto a Mimmo e Daniele – mi sentivo
tirare tra l’ano e l’attaccatura dei testicoli, stringevo forte, scaraventavo
la testa in avanti poggiando tutte e due le mani sulla rivista aperta per
non crollare a terra fra i sospiri.

Che dire, a proposito di questo lungo frammento tratto dal libro
che ha vinto nel 2010 il prestigioso Premio Viareggio-Répaci?
Soltanto alcune rapide considerazioni, vergate dopo avere incatenato
e imbavagliato lo scimpanzé. La prima: un’esperienza masturbatoria
così minuziosamente descritta, e per di più caricata di
accenti pseudo-poetici, sembra essere proprio lo zenit di un curriculum
sessuale. Del personaggio o dell’autore?, vi starete chiedendo.
Mi limito a dire che riguardo a certe cose il confine tra arte e
vita è inesistente. La seconda considerazione riguarda la premura

di precisare che un contatto fra i masturbanti non c’è stato, e che
ognuno ha badato a sé tenendosi a distanza di sicurezza dagli altri
due; la classica excusatio non petita. E si sa com’è, in certi casi le
circostanze sfuggono di mano. A quel punto c’è il rischio che l’incularella
sia non soltanto letteraria. La terza considerazione riguarda
la leggiadra immagine della «californiana violentata sulla spiaggia
senza opporre resistenza»; un’immagine che viene bruciata come
legna nel calderone dell’eccitamento. Nulla di stupefacente, perché
in fondo un Maschio Omega odia nel profondo le donne. Alimentare
l’immaginario dello stupro è un meccanismo di elementare
rivalsa. Infine c’è il fatto che, al contrario degli altri due amici,
all’Adolescente Omega lagioiano non basta guardare l’immagine
della bonazza da giornale softcore per eccitarsi. Per raggiungere
l’orgasmo egli deve immaginare le donne della sua città che in quel
preciso istante stanno godendo fra le braccia di altri maschi. Signore
e signori, questa è impotenza sublimata al cubo. Se Freud fosse
stato contemporaneo di Lagioia, il caso di Dora gli sarebbe parso
una robetta da film con Alvaro Vitali. Aggiungo che la suggestione
sulle donne che stanno raggiungendo l’orgasmo «in quel preciso
istante» è presa di peso da Il favoloso mondo di Amelie.
Naturalmente il dossier sulle masturbazioni è corposo. C’è lo
spazio per le masturbazioni individuali, come dimostra il passaggio
riportato a pagina 145 di RTC:
Mi sollevai dal letto e confessai alle pareti della stanza vuota che la
amavo. Raccolsi un kleenex dal pavimento e mi pulii lo sperma dalle
dita. Mi sfilai la maglietta di dosso e la gettai per terra. Osservai dalla
finestra il cupo cielo invernale, tornai a stendermi sul letto e pensai a ciò
a cui non avevo smesso di pensare per tutta la giornata.
Era la terza sega che le dedicavo.

E poi ci sono anche le prime esperienze adolescenziali con le
coetanee, tempestate com’è d’uopo da rapidi colpi di mano. Ancora
una volta il frammento è sterminato (pagine 121-4), ciò che ancora
una volta dimostra l’impetuosa passione del Vate Super Fluo per
tutto quanto è catalogabile come handcraft:

Le mani di queste ragazzine si aprivano sul nostro mento, poi si
muovevano nella direzione opposta portandoci a baciarle prima che
fossimo pronti a farlo. Il loro sedere inguainato nei jeans di marca si
staccava dal divano per venirci meglio addosso. (…) Le nostre mani

stringevano il maglione della ragazza, toccavano il tessuto dei jeans,
si infilavano nell’incavo prima morbido e poi grinzoso appena sotto la
cintura. A quel punto l’abbandono delle labbra semichiuse delle ragazze
diventava un sorrisetto di brillante intelligenza. Ci fermava le mani.
Compiva un rapidissimo ma sempre melodioso giro su se stessa in modo
da darci le spalle – le nostre pance contro la sua spina dorsale, le ginocchia
della ragazza tra i cuscini del divano e la sua guancia premuta
sulla parete contro cui il divano era addossato -, e mentre noi ci chiedevamo
macchinosamente cosa avremmo dovuto fare, stoc… sentivamo
la pancia rilassarsi e subito dopo realizzavamo che la ragazza ci aveva
appena sbottonato i pantaloni. Di spalle, senza guardarci, iniziava a
carezzarci i boxer: lo stomaco ci risaliva in gola e poi la sensazione di
un cubetto di ghiaccio ci bloccava l’esofago quando sentivamo senza
poter sbagliare (e alcuni di noi si sorprendevano a pregare: Mio Dio, fa’
che non mi sbagli!) le nocche ossute di una mano stringersi e allargarsi
sul cazzo in modo così diverso da come facevamo noi (e tutti, per un
attimo, eravamo disposti a rivedere le nostre posizioni: Forse per anni
ho sbagliato impugnatura, forse una vera sega si fa proprio in questo
modo…) oppure la fredda e inaspettata consistenza di un anello con
cuoricino in acquamarina gelarci e poi graffiarci l’inguine senza che
l’«ah!» che avremmo voluto urlare ci uscisse dalla bocca.
E quella, appunto, venne ribattezzata «sega della vergognosa»: una
nuova padronanza delle cose che sbeffeggiava il goffo autocontrollo delle
prime feste, uno speaker’s corner di pochi centimetri quadrati che la
ragazza si costruiva nell’ombra per poter dire senza parole a noi e a se
stessa: «Così facevano le nostre nonne e forse anche le più sprovvedute
delle nostre mamme: spegnevano la luce per non guardare in faccia il
proprio uomo, affidando la responsabilità delle loro gambe aperte al
dovere coniugale, o a Dio, o a quel principio di maschile e ignara prepotenza
che una volta era stato il vero nome di Dio. Ma io sono nata in
un mondo mostruosamente libero, e da bambina ho visto Gli Aristogatti
quattordici volte di seguito. E ho letto per anni I consigli del ginecologo
su «Cioè» (…). (…) E ho visto mia madre e mio padre precipitarsi
in macchina nel cuore della notte verso un paesino della Basilicata
subito dopo il terremoto dell’80, nella caritatevole speranza di trovare
qualcuno che sostituisse la cameriera eritrea licenziatasi senza preavviso
da un giorno all’altro. E la prima volta che ho baciato un ragazzo ho
capito che un bacio non è un bacio ma la prova documentale intorno

a cui possono scatenarsi le crisi isteriche delle sue migliori amiche. E
quando finalmente, poche mesi fa, subito dopo l’inizio della scuola, le
otto del mattino, mezzo immobilizzata in un autobus pieno di facce
anonime, il mio vestito sopra il ginocchio, le gambe accese dalla radiosa
tornitura di iodio e cocco che è il ricordo non ancora morto dell’estate,
le mie braccia verso l’alto, le mani strette alle prese di cuoio, le ascelle
depilate e ripassate col BABY ROLL, quando ho sentito una pressione
troppo insistita per essere il movimento casuale di un altro passeggero,
e ho girato la testa, e ho visto questo vecchio in giacca e borsalino, uno
che avrebbe potuto essere mio nonno, la faccia magra piena di rughe, le
macchie rosse a punteggiargli le tempie, quando ho pensato: Non è possibile
che mi si stia strusciando addosso, e poi ho pensato; Oh sì, lo
sta proprio facendo…, allora non mi sono messa a urlare, non mi sono
allontanata, non ho nemmeno sganciato le mani dalle prese di sostegno,
l’ho lasciato fare, ho risposto alla violenza con la resa più totale perché
oltre quella soglia c’era qualcosa di in intestimoniabile, una storia che
non sarebbe mai potuta finire sulle pagine di «Cioè», non avrei mai potuto
riportarla alle mie amiche né all’emancipata visione del mondo dei
miei genitori, una cosa mia e soltanto mia, l’unica libertà che il mondo
mostruosamente libero in cui sono nata non avrebbe potuto strapparmi
di dosso. Di conseguenza, ragazzo mio, la riconosci? Questa è What She
Said degli Smiths, quest’altra è Joe le Taxi di Vanessa Paradis… e allora,
l’hai capito oppure no perché ti sto facendo una sega in questo modo?».

Lo scimpanzé vi manda a dire di non aver mai sentito di nessun
maschio, normalmente ormonizzato, che si sia fatto venire un dubbio
sul giusto modo di farsi una pippa dopo esserselo visto impugnare
per la prima volta da una ragazzina. E per quanto l’argomento
sia davvero scabroso, mi tocca proprio dargli ragione. Il corretto
modo di farsi una sega è expertise esclusivamente maschile, l’ultima
roccaforte davvero inespugnabile della maschilità. Se davvero esiste
al mondo un essere bipede di sesso maschile capace di veder vacillare
le proprie certezze persino su questo aspetto dopo aver fatto
esperienza del contatto eterosessuale, ebbene, costui è l’Adamo dei
Maschi Omega. Non mi resta che raccomandare a Lagioia approfondite
letture di Fabio Volo e Alessandro Piperno, che sul tema
della masturbazione sono fra le massime autorità della narrativa
contemporanea. Forse ne caverebbe indicazioni meglio spendibili
di quelle che saltano fuori dall’ennesimo tentativo di analizzare le

turbe sessuali dei suoi Maschi Omega. Se ne ha un esempio a pagina
169 di RTC:
Durante tutto quel periodo non ebbi mai la forza per liberare il
mio delirio amoroso dai mostruosi laboratori schilleriani in cui l’avevo
imprigionato. (…) Adesso, nei momenti di leggerezza, riesco a dirmi
che uno dei territori più danneggiati dall’interpretazione creativa del
romanticismo è stato l’ego di tanti adolescenti occidentali nati in una
famiglia in buone condizioni economiche.

Non so se il motivo di tanto disordine sentimental-ormonale sia
chiuso davvero nei «mostruosi laboratori schilleriani». So per certo
che la scena di maggiore intensità erotica espressa dal Vate Super
Fluo nello spazio di tre romanzi è quella che viene descritta alle
pagine 133-4 di RTC. Tenetevi forte:

Continuammo a ballare e a baciarci tra altri ragazzi che facevano
lo stesso. Ci ritrovammo su un divano. Le passai le mani sui fianchi e
poi mi feci avanti fino al seno. Rachele disse: «Vieni qua…». Mi accarezzò
i capelli, io le baciai le tempie, e quindi le strinsi l’avambraccio
contro il collo come se il compito fosse quello di strozzarla. Al che Rachele
sussurrò: «Accompagnami in bagno». Si liberò della stretta, mi prese
per la mano, superammo un imprecisato numero di coppie, inciampammo
nei nostri stessi passi, la voce del cantante disse: «Oggi useremo
soltanto/ benzina che sia priva di piombo» e io pensai: Ora succede,
ora andiamo in bagno e succede, sta per succedere…
A quando entrammo in bagno, chiusi a chiave nel suo bagno, di
nuovo quelle pareti rivestite di sughero mentre la luce della specchiera
rivelava ogni dettaglio della ragazza (fu allora che mi accorsi di un
canino lievemente spostato in avanti), la confusione e la paura che mi
gelavano il sangue furono incenerite dalla voce di Rachele che scandì
perfettamente: «Devo fare la pipì». Portò le mani sopra le ginocchia,
alzò di qualche centimetro il vestito e si sfilò le mutandine mentre il
vestito, bloccato dalla forza delle cosce, non andò giù di un dito. Vidi
la curva perfetta del culo mentre aderiva ai bordi della tazza. Mi prese
una mano, la strinse forte e – lei seduta in quel modo, io in piedi a
bocca aperta – sentimmo il primo fiotto contro la polla d’acqua in fondo
al water. Mentre continuava a pisciare tenendomi la mano, ebbi la
sensazione che ci stessimo disintegrando. Tutto era fermo, e noi ci trovavamo
di nuovo lì, dall’altra parte. Sfilai la mano da quella di Rachele e
gliela misi sulla fronte. Chiuse gli occhi. La accarezzai come si potrebbe

fare con una creatura extraterrestre se fosse l’unico sistema per impedirle
di tornare nella dimensione parallela da cui è saltata fuori. Eravamo
dentro il tempo, e vedevamo chiaramente, un passo dopo l’altro, tutto
ciò che avremmo dovuto fare per salvarci dalla vita e rimanere insieme.
Mio padre, imbottito dagli ansiolitici dall’altra parte dell’universo, era
in un sogno governato da forze diametralmente opposte rispetto a quelle
che adesso, qui in fondo, spingevano la dinamo di un’accesa beatitudine.
Fa’ che non si svegli mai più, implorai, oppure fa’ che non mi
riaddormenti io… Ma di qualunque cosa fosse fatta quell’atmosfera
magica, stava iniziando a disgregarsi. Rachele non aveva più una goccia
da regalare alle acque sotterranee. Abbandonò la schiena contro il
coperchio del water. Sospirò. Le tolsi la mano dalla fronte e lei aprì gli
occhi. Provammo a guardarci, ma adesso tra di noi c’era solo l’imbarazzo.
Ogni cosa ebbe un singhiozzo, balzò in avanti e si stabilizzò.
Era di nuovo il 1986, l’anno dell’Aids e degli imprenditori travolti dal
successo, del compact disc, del videoregistratore, dei figli che odiavano i
padri e dei parcheggi semovibili che svettavano nel cielo. Rachele strinse
le ginocchia. Mi voltai perché potesse rivestirsi in pace.

Dunque, per l’Adamo dei Maschi Omega il primo contatto erotico con la donna amata consiste
nel metterle una mano sulla fronte mentre lei piscia; e mentre il contatto avviene,
il pensiero corre al padre che in quel momento sta dormendo
stordito dagli ansiolitici. Un consiglio al Vate Super Fluo, dato di
concerto con lo scimpanzé: si faccia vedere da uno bravo. Ma parecchio.

 

http://www.youtube.com/watch?v=bDmA8qQKhMY

Nicola Lagioia e la qualità dell’aria. Fritta… – 2

Cari amici, dopo aver pubblicato ieri la prima puntata, inserisco la seconda del mio scritto sui romanzi di Nicola Lagioia. Aggiungo che, rispetto al previsto, lo scritto sul nostro eroe verrà pubblicato in più di tre puntate. In coda allo scritto inserisco un brano musicale. Per dare un aiuto a risollevare dal trauma voi, ma anche lui che si sta rileggendo. Stay human.

Legenda: TSST = Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj; OPP = Occidente per principianti; RTC = Riportando tutto a casa.

3.  Scrivere un romanzo in stile Google Translate
Qual è la cosa che maggiormente rimane impressa dei libri di
Lagioia? Fuor da ogni dubbio lo stile agile e terso come una tettoia
in eternit. E vabbe’, ho rinunciato definitivamente a tenere sotto
controllo la vis critica scimpanzesca; né forse è esistita mai la probabilità
di addomesticarla. Sicché voi valutate queste note per ciò che
sono, ovvero un esercizio di stolida critica operato da una persona
incapace d’adeguarsi ai sublimi dettami del Super Fluo in letteratura.
Nella mia rozzezza culturale anti-Super Flua trovo, per esempio,
che l’incipit di un romanzo debba essere stringato. O comunque
che non debba eccedere una certa lunghezza. Ho sempre in mente
l’inizio di L’anno della morte di Ricardo Reis, di José Saramago:
Qui il mare finisce e la terra comincia.
Semplice ma fortemente evocativo. Soltanto otto parole che
schiudono un orizzonte. E certo non tutti sono Saramago, né possono
avere la capacità di dire così tanto in così poco. Fra l’altro va

precisato che un incipit stringato non è di per sé garanzia di qualità.
Per capirlo basta richiamare il già citato inizio di Appunti di un venditore
di donne, di Giorgio Faletti:
Mi chiamo Bravo e non ho il cazzo.

Otto parole anche qui, ma quanta differenza. Leggendo il frammento
di sopra si capisce che talvolta il problema non è se l’incipit
sia lungo o breve, quanto se sia o no di Giorgio Faletti. A ogni
modo aggiungo che un buon incipit – sempre secondo la mia opinione
– non deve per forza essere sintetico. Può anche avere una
sua lunghezza compatibile, ma cionondimeno prendere immediatamente
per mano il lettore e condurlo in un cammino che scivolerà
via morbido fino all’ultima pagina. In questi termini, l’incipit di
Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Márquez è esemplificativo
al massimo:
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello
Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in
cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
Quale meraviglia, a partire dal contrasto fra la condizione del
dramma definitivo (il trovarsi davanti al plotone d’esecuzione, a un
passo dalla morte violenta) e la dolcezza del ricordo d’infanzia. A
quel punto il lettore è già catturato, e non mollerà il libro nemmeno
trovandosi a deambulare nel traffico di città o seduto nel più chiassoso
dei locali; quell’incipit l’avrà rinchiuso dentro una bolla che
magicamente si dissolverà sul confine dell’ultima pagina, lasciandogli
dentro una nostalgia nuova per la finitezza di quell’esperienza
letteraria. E ancora possono esserci incipit lunghi e ricchi d’incidentali,
senza che ciò significhi cingere il lettore con un collare di piombo
o porlo sin dalle prime righe sotto un’Incudine di Damocle. Un
esempio meraviglioso è quello proveniente da uno dei libri più belli
che siano mai stati scritti: L’ordine naturale delle cose di Antonio
Lobo Antunes. E nel riportarlo dentro queste pagine, a così poca
distanza dagli stralci in cui Faletti tromboneggia sui ponti costruiti
a causa della latitanza di Dio o da quelli in cui il coattologo Moccia
cita se stesso nel disperato tentativo d’aumentare l’Impact Factor,
mi pare di compiere un gesto sacrilego: se lo faccio è perché provo
a rendere l’idea dei miei gusti letterari scimpanzeschi – troppo rozzi
per apprezzare il Super Fluo come si dovrebbe -, e perché penso che
molti fra voi necessitino d’una boccata d’aria pura dopo una così

lunga permanenza nel reparto cokerie:

Fino a sei anni, Iolanda, non conoscevo la famiglia di mia madre né
l’odore dei castagneti che il vento di settembre portava da Buraça, con
le pecore e gli agnelli che risalivano la Calçada diretti al cimitero abbandonato,
pungolati da un vecchio imberrettato e dalle voci dei morti.

Confesso che se provo a declamare questo frammento a alta voce
non riesco a giungere al termine senza sentire la voce spezzarsi. Mi
tocca profondamente fino alla commozione. Colpa dello scimpanzé
letterario che mi possiede come un demone, corrompendo i miei
gusti e impendendo loro di sintonizzarsi sul canone Super Fluo. A
ogni modo, avendo illustrato i miei scimpanzeschi gusti a proposito
del modo in cui un romanzo dovrebbe iniziare, vi lascio interpretare
quali possano essere state le mie reazioni al cospetto degli incipit
di Nicola Lagioia. Quello di TSST non ve lo cito nemmeno. Perché
a mio giudizio TSST non è nemmeno un romanzo, a dispetto
del fatto che autore e editore lo etichettino così fin dalla copertina.
Piuttosto ve ne riporterò il secondo capoverso, ma non subito.
Dunque parto da OPP. Leggete un po’ con che scorrevolezza inizi
il romanzo, dopo che nella pagina precedente erano state vergate
poche righe di prologo:
Qualche anno fa, in un imprecisato pomeriggio di luglio, stavo chiudendo
un articolo destinato a gettare nuove ombre sulla vita politica del
nostro paese e seminare il panico tra gli studiosi di una branca emergente
dello show-biz, la quale, per una sfortunata omonimia con una disciplina
messa in soffitta con il XX secolo, prendeva il nome di Storia.

Sì, lo so che l’emicrania vi ha già trafitto. Che l’esile filo cui
era sospesa l’Incudine di Damocle ha già fatto default, con devastanti
conseguenze. Però armatevi un attimo di pazienza e sezionate
questo guazzabuglio di parole sparate a casaccio, ma cionondimeno
meritevoli del Premio Scanno (stìca!). Dunque, l’autore parte collocando
la scena in termini temporali: qualche anno fa, a luglio. Tutto
molto vago, il che può essere una scelta degna come tante altre. Ma
allora perché rimarcare che il giorno di luglio fosse pure imprecisato?
Un tocco d’ulteriore vaghezza dentro un contesto vago di suo.
Giusto per piazzarci una bella ridondanza e iniziare a zavorrare un
frammento già naturalmente destinato a essere vergato col cemento
a presa rapida. Ma andiamo avanti. L’Io narrante racconta d’essere
impegnato a scrivere un articolo; va bene. Aggiunge che si tratta di

un articolo «destinato a gettare nuove ombre sulla vita politica del
nostro paese»; ok, il lettore valuterà leggendo. E spererebbe che a
quel punto l’incipit sia esaurito. Anche perché, escluso quel riferimento
del tutto Super Fluo all’imprecisato pomeriggio di luglio, gli
elementi disseminati in quelle poche righe sono sufficienti a suscitare
curiosità. E invece? Invece succede che l’esile filo dichiari immediatamente
default, e che l’Incudine di Damocle si schianti sulla
capoccia del malcapitato leggente (ché definirlo lettore sarebbe un
abuso, a quel punto). Perché il Vate della narrativa Super Flua aggiunge
che il panico andrà a seminarsi anche «tra gli studiosi di una
branca emergente dello show-biz». E già questo è un colpo esiziale
per il leggente, che dopo appena cinque righe di libro si ritrova abbattuto.
Ma non basta, perché a quel punto Lagioia maramaldeggia
sul cadavere ancora caldo. E certo lo fa inconsapevolmente, convinto
invece d’essere impegnato in un esercizio di raffinata scrittura. Ci
piazza un «la quale», formula da pratica catastale che tanto ricorda
le locuzioni relative usate a capocchia dal mitico Mago Gabriel («di
cui a sua volta»), e che in un romanzo non dovrebbe essere usata
MAI. Poi parla di una «sfortunata omonimia con una disciplina
messa in soffitta dal XX secolo». Questa disciplina sarebbe la Storia.
Forse il riferimento alla «messa in soffitta» richiama la teoria sulla
Fine della Storia elaborata da Francis Fukuyama, ma se così fosse il
nesso è perlomeno esoterico. E comunque impiomba ulteriormente
l’incipit. Quanto al fatto che l’Io narrante stesse scrivendo di Storia
senza fare della Storia, non è il caso di soffermarsi oltre. Incidentalmente
dico che il ghost writer di articoli scriveva pezzi in cui fatti
storici venivano rivisitati in chiave gossip. Ciò intendeva dire Lagioia,
ma l’ha espresso con una formula agghiacciante. Credeva d’essere
raffinato, gli è riuscito soltanto d’essere illeggibile. E se un romanzo
parte così, come volete che sia tutto il resto? Eppure, per quanto
possa sembrarvi impossibile, con l’incipit del romanzo successivo il
Vate della letteratura Super Flua è riuscito a fare peggio. Dopo aver
trascritto in corsivo il testo dello spot che dominò la campagna per
la rielezione presidenziale di Ronald Reagan, in cui si parlava di un
orso bianco che circolava liberamente e minacciosamente, Lagioia
parte così:
Nella pioggia di messaggi che raggiunse la città l’ultima estate in
cui avrei potuto battermi per dimostrare che la famosa mappa di Billy

Bones aveva un fondo di verità, il rompicapo contenuto nel precedente
articolo di giornale è testo del più importante spot televisivo mandato
in onda in quel periodo, lo stesso in cui Amadeus fece faville alla notte
degli Oscar e il mio paese cessò di avere formalmente una religione di
Stato.
Capito? C’è tutto il senso del romanzo che seguirà: l’ossessione
per la citazione dell’episodio storico, il burbanzoso vezzo da lettore
di libri ansioso d’ostentare quanti ne abbia letti, lo stile criptico
segnato dal costante rimando a qualcos’altro, e soprattutto la traccia
d’un cammino che per il leggente è come una sequenza d’Incudini
di Damocle lungo un Corridoio della Paura di cui non s’intravede
l’uscita. Anche a scansarne una, sai quante altre t’aspettano? Di questa
ininterrotta insidia parla il secondo capoverso di TSST, quello
successivo all’incipit che vi avevo promesso di menzionare. L’attacco
del libro era stato speso in una stracca analisi filologica del termine
barbaro. Ricollegandosi a quel tema arrivano le seguenti considerazioni,
spalmate fra le pagine 5 e 6:
Duemilacinquecento anni dopo. Riflettete sul fatto. Un’altra parola
fonosimbolica, un suono rapido, pulito, si pone parimenti ai margini
della civiltà. Una parola che pure sta a indicare un balbettio, un
farfuglio, un contrattempo della lingua. Solo che, questa volta, non si
tratta di esitare davanti al monumento del progresso. Ma digerirlo con
il minimo sforzo. Evacuarlo. Tra flatulenze divine. Sospiri di sollievo.
Alleggerirsi. Il nuotatore che, dopo un lunghissimo inabissamento, riemerge
dall’altro capo della vasca. Questa parola è Dada.
Se fonosimbolicamente v’è riuscito evacuare questo frammento,
e magari avete compiuto la missione accompagnandovi pure a un
concerto di flatulenze divine, siete davvero pronti a proseguire nella
lettura di questo capitolo. Dunque, consapevoli di ciò che v’attende,
inoltratevi pure assieme a me lungo il Corridoio della Paura.
A pagina 12 di OPP il ghost writer si lascia andare a delle limpide
considerazioni sullo spirito del tempo:

Quando l’orrore eccedeva i limiti che in un determinato periodo gli
venivano assegnati per incontrare i coefficienti che lo portavano verso
una crescita abnorme – lo stesso guasto che conduce le centrali nucleari a
momenti di crisi irreversibile – dovevamo trasformarci in persone molto
accorte.

Non avete capito? E chi l’ha detto che dovevate? Questa è Scrittura

per la Scrittura, espressione quintessenziale della narrativa Super

Flua. Il senso di ciò che viene scritto è cosa secondaria. E io
davanti a una tale sarabanda verbale, che somiglia a un frammento
sfornato dai grotteschi meccanismi di Google Translate, scopro sempre
più come la formulazione di un testo possa seguire i capricci
ordinali d’un algoritmo sprofondato nel coma etilico. Avete presente
tutti quanti le esilaranti traduzioni automatiche di Google? Ebbene,
provate un po’ voi a distinguere una qualsiasi di queste traduzioni
da alcuni dei frammenti più algoritmici di Lagioia. Vogliamo fare
alcuni test?
Partiamo dalla prima coppia di frammenti. Uno è tratto dal sito
della Süddeutsche Zeitung, l’altro da pagina 146 di OPP. Secondo voi
quale dei due appartiene al vate del romanzo Super Fluo?
 Fino a quando, adesso, un vento casuale ci presentava l’occasione
di sfilare la memoria privata dalle mucose del suo custode originario
per introdurla nell’organo cavo di una macchina di precisione che si
sarebbe presa cura di smembrare il corpo dell’oralità.
– Ma «contro il rip-off» è il nome di una iniziativa popolare federale,
che l’imprenditore e uomo politico Minder Thomas è stato avviato.
Minder, 52 anni, presidente della società di cosmetici Trybol
a Neuhausen am Rheinfall è «iniziatore di varie accuse penali contro
l’abuso di marchio Svizzera», come scrive sul suo sito web. Inoltre,
seduta piccoli come un non-festa per il Partito popolare svizzero
nazional-conservatore al Senato – ed è pertanto già lasciato intrighi
piuttosto sospetto.
Ok, questa era facile. Ma adesso provate a indovinare quale sia il
frammento tratto dal sito del Guardian e quello che si trova a pagina
30 di RTC:
– La discussione stava perdendo appigli con la realtà – si confrontavano
sull’Opus Dei senza sapere neanche cosa fosse, sproloquiavano di
collegi svizzeri ritenendo che la nostra disponibilità di denaro potesse
rendere tangibili certe immagini a cui durante gli anni delle giacche di
seconda mano avevano guardato come dal foro del caleidoscopio evitando
però di farsi toccare, mio padre e mia madre, dal sospetto che se
l’essenza del denaro è un dialogo tra specchi, ogni sogno messo nel mezzo
serve solo a generare cento miraggi di tipo nuovo. Per questo forse adesso
non sembravano difendere le proprie posizioni né tantomeno le mie,
ma quelle di un discorso che ci sovrastava, una fragorosa onnipresente

entità camaleontica che per nascondere le proprie scaglie da rettile aveva
bisogno di viaggiare sui continui qui pro quo degli esseri umani, sfruttava
rancori e incomprensioni personali perché il proprio fine ultimo

– la semplice, totale scomparsa nel suo stomaco per chi vi si accostava
– fosse confuso con un grandioso approdo proveniente dal futuro. E nel
passaggio dal fuori al dentro (dalle fauci spalancate del Grande Rettile
Contemporaneo alla profonda debolezza di carni e nervi e iridi venuti
alla luce negli anni Ottanta) qualcosa di determinante nelle menti di
mio padre e di mia madre si oscurava, realizzando al contrario l’intelligenza
– luminosa coerente, spietata – di qualcos’altro.
– Per alcuni di Cina uomini più ricchi ‘s, e anche alcune donne,
un paio di settimane può portare un cambiamento indesiderato. Negli
anni passati la sessione parlamentare annuale è stata una sorta di beanfeast
per i quasi 3.000 deputati, la possibilità di schmooze e mostrare.
L’apertura dell’evento il Martedì e una riunione politica di consulenza
che ha avuto inizio la Domenica guardare chiave piuttosto basso
questa volta. Non ci saranno ricevimenti VIP negli aeroporti o stazioni
ferroviarie, senza mazzi di attesa in camere d’albergo, e non stravaganti
serate di gala o doni, secondo l’agenzia di stampa Xinhua stato. Sontuosi
banchetti sarà sostituito da alcool-free buffet.
Come nuovi leader del Paese assumono i loro ruoli governativi – Xi
Jinping, il partito comunista segretario generale, diventerà presidente,
Li Keqiang diventerà premier – il tono sobrio nuovo riflette il tema
duplice Xi di affrontare in eccesso ufficiale e abusi e ardentemente perseguire
il «cinese sogno «. Nelle osservazioni pubblicate in questo fine
settimana, ha avvertito che il futuro del partito era sulla linea.
Fornito in no-nonsense lingua piuttosto che il gergo parte favorito
dal suo predecessore, Hu Jintao, Xi il messaggio sembra essere in contatto
con la gente comune preoccupati per la corruzione, l’arroganza dei
funzionari e crescente disuguaglianza.
La sessione annuale normalmente sottolinea i legami profondi tra
potere e ricchezza. Il patrimonio netto dei 70 più ricchi membri del
Congresso nazionale del popolo è salito a 565.8bn yuan (£ 60 miliardi)
nel 2011. Anche se il legislatore stesso è in gran parte una gomma-timbro
corpo, i membri sono fortemente collegati.
Gli osservatori hanno deliziato nel sottolineare la marcia costoso
progettista dei deputati. Ai partecipanti di quest’anno sono suscettibili
di evitare orologi appariscenti e cinture sgargianti.

Certo che sta avendo un effetto Molti funzionari sono ora in esecuzione

sul ghiaccio sottile,. Sono molto attenti», ha detto Ji Xiguang, un
giornalista ex giornale che ha diffuso la notizia di un recente scandalo
sessuale-e-estorsione a Chongqing.

Quale che sia la vostra risposta, mi limito a dire che uno di questi
due frammenti fa parte del libro che ha vinto l’edizione 2010 del
prestigioso Premio Viareggio. Altro confronto: un frammento tratto
dal sito della testata ungherese Délmagyarország e uno pescato a pagina
15 di OPP:
– Nello stesso momento i lampioni si stavano accendendo sul Foro
Italico e su via Giulia, sulle aquile pietrificate di Ponte Flaminio e su
quelle che facevano capolino dalle chiese medioevali senza che i vecchi
simboli del potere – pensai, mentre mi convincevo che sì, Luisa Ferida
aveva danzato nuda a Villa Triste – avessero un significato diverso da
quello che ogni sera mi entrava dalla finestra con le sue lampadine accese,
dal momento che la famosa aquila di Enea, sbarcato dalla Troade sulle
foci del Tevere, di qui a Costantinopoli, e poi di nuovo a Roma, quindi in
Spagna Olanda Inghilterra prima di compiere il volo transoceanico che
l’avrebbe vista fieramente appollaiata sull’antenna televisiva dell’Empire
State Building, aveva abbandonato adesso anche gli Stati Uniti per rifugiarsi
nel cuore di un Occidente fantastico – ubiquo, platonico, e rigorosamente
immateriale.
– Più di duemila citato in giudizio lo scorso anno da parte di individui
e aziende, l’ufficio delle imposte contro i casi per un totale di
cinquanta miliardi di fiorini ha detto – la riporta sulla Nazione Sabato
ungherese. Linczmayer Sylvia, la National Tax and Customs Administration
(NAV), portavoce del giornale ha detto, durante lo scorso
anno 2000 di prova circa la metà delle persone private contro i casi di
altre società ha iniziato.ügykörben catturato due dei cittadini in generale
contenzioso. Dopo l’acquisizione della proprietà, o prelievo imposto
sokallták o della ricchezza in discussione i risultati del test. Le aziende
di solito il contesto IVA trasformato i forum condanna, in primo luogo
lamentando che il NAV ha rifiutato la deduzione dell’imposta a monte.
L’anno scorso completato i processi di 68 per cento di successo dell’agenzia,
l’hanno detto. Materia fiscale al Mediatore osservazioni hanno
ricevuto, che durano per più di Tasse incontrato 200 denunce. La Corte
costituzionale prima della fine degli ultimi venticinque anni di risoluzione
delle imposte è stato. La Corte di giustizia europea nel 2012, un

processo può essere completato, uno dei quali ha colpito áfakérdést casa
– descrive la pagina.
So bene che non è facile distinguere, e che la limpidezza dei due
testi è più o meno pari. Mi rendo conto pure del fatto che insistere
col raffronto fra i testi del Vate Super Fluo e quelli processati (e
condannati alla pena capitale) da Google Translate rischi di diventare
stucchevole. Sicché ve ne offro un ultimo saggio, dopodiché passiamo
avanti. I due frammenti che sottopongo alla vostra attenzione
sono ricavati dal quotidiano sudcoreano Yeong-Nam Ilbo e dalle pagine
56-7 di OPP. Provate a indovinare quale dei due appartenga a
Nicola Lagioia:
– E così, mentre la milonga di Jarrett prendeva il volo, e dalla Berklee
School of Music veniva riconsegnata alle sue origini sudamericane
fin quasi a preparare, fraseggio dopo fraseggio, un attraversamento
atlantico alla volta della Guinea, mi vidi insieme a lei in un presente
parallelo, lanciati lungo la costa adriatica, o risalendo il Tirreno, oltrepassando
gallerie, stazioni di servizio, distese verdi o gialle o immerse in
un candore indefinibile a seconda dell’ora e della stagione, sequenza che
probabilmente non avrei dovuto partorire perché la ragazza in carne e
ossa era lì, a pochi passi da me, quando un impercettibile spostamento
delle sue mani, in perfetta sincronia con lo stacco delle dita dai tasti del
pianoforte, ravvivò il tema di un’improvvisazione che ci vedeva lontano
da lì, pensai con un trasporto così violento da farmi tralasciare
la circostanza di due persone che ancora non si decidevano a scopare
– e contemplando la sua immobilità nel letto, dimenticando la condizione
pratica di lei come studentessa e frequentatrice di brutte feste, e
seguitando a sottrarre, a cancellare, a mescolare, a risvegliare, credevo
di riuscire a farle assumere le proporzioni di una figura originaria.
Accogliente. Profonda. Misteriosa. Vitale. E da qui, pensavo, proprio
da questo trampolino inesistente è necessario rimettersi a sudare, e a
estenuarsi, pestando, pestando, su quei tasti – con un salire e scendere
lungo scale impazzite, con una smorfia di dolore strappata a ogni accordo,
con la figura di Zelda che a un certo punto inizia a sciogliersi, e
ruota su se stessa, si tira su, dice: «Buongiorno», e mi sorride – ed è qui,
ma soprattutto lontano da qui, sul punto estremo delle forze, quando la
vista comincia ad appannarsi, a pochi passi dal profilo di una partitura
perfetta. E allora. Mendichi al cielo un altro po’ di fiato. (Mentre le
dita si dannano). Ti dici: «Avanti!» Porti l’assolo sul più spericolato, il

più ineffabile, il più scriteriato e rovinoso dei percorsi concepibili. Oltre
l’inferno delle note. Verso una verde frontiera. Un’eleganza di zebra. I
laghi bianchi del silenzio. Sfiorando il sublime, certo, ma soprattutto
rischiando il ridicolo.
Finché Atahualpa (o qualche altro dio) non ti dica: «Descansate
niňo, che continuo io».
– 전입신고 등 주민등록 관련 민원 대부
분을 서류작성 없이 신청할 수 있게 됐다.
행정안전부는 4일 서류를 작성하지 않고 구술로만 신청할 수 있
는 민원사무에 주민등록 전입신고, 전입세대 열람신청, 주민등록 정
정신고, 주민등록신고 지연사유신고 등 4종을 추가했다고 밝혔다.
이에 따라 민원인은 읍·면·동 주민센터를 방문해 종이신청서
를 작성하는 대신말로 신청하고 신분증을 제시한 뒤 전자서명
을 하면 대부분의 주민등록 관련 민원서류를 발급받을 수 있다.
신청서류 작성이 필요없는 주민등록 관련 민원은 기존 주민
등록 등·초본 교부와 발급통보서비스 신청, 주민등록증 분실
신고·발급확인·재발급신청 등 5종에 더해 9종으로 늘어났다.
행안부 류순현 자치제도기획관은 «주민등록 관련 민원 대부분을 신청
서류 없이 발급받을 수 있게 되면서 서류작성이 어려운 노년층 등의 편
의가 증대될 것»이라며 «처리시간이 단축되는 이점도 있다»고 말했다.
연합뉴스
Ehm… scusate per l’increscioso incidente ma purtroppo sul più
bello Google Translate si è inceppato, sicché non è possibile procedere
alla traduzione in italiano. Di entrambi i frammenti. Dunque è il
caso di riprendere con l’analisi della prosa lagioiana senza ulteriori
comparazioni, anche perché essa è semplicemente incomparabile.
Di tale incomparabilità testimoniano scelte linguistiche all’apparenza
partorite dall’impazzimento del Google Translate, dal suo scatenamento
antiumanista sulla falsariga dello Hal 9000 di 2001 Odissea
nello spazio e dei suoi succedanei rappresentati nella cinematografia
degli anni Ottanta. Trovate il tema della macchina che si ribella
all’uomo e lo soggioga rappresentato nel computer Joshua di Wargames.
Giochi di guerra, negli androidi della saga di Terminator, e nei
programmi di videoscrittura usati da Vate Super Fluo. Gli esempi
sono innumerevoli. Uno di questi è reperibile alle pagine 291-2 di

OPP:
Oppure, se si vuole credere fino in fondo alle teorie sull’Occidente
fantastico, era possibile che la macchina celibe dei media, a furia di
stringersi intorno al vuoto di una semplice ipotesi, fosse riuscita a generare
una vecchia signora convinta di essere stata la prima amante di
Rodolfo Valentino.
Cosa sarà mai questa macchina celibe? E perché proprio celibe
e non nubile? Davvero la scelta di questa bizzarra aggettivazione è
frutto d’una volontà dell’autore, o è piuttosto una ribellione della
macchina all’autore agita attraverso il testo? Vi invito a valutare
seriamente e attentamente l’ipotesi, e sollecito a fare altrettanto lo
stesso Lagioia. Più leggo i suoi frammenti e più mi faccio convinto
del fatto che il suo computer sia oggetto di possessione. Un demone
difficile da stanare, temo. E per carità, non si tratta certo di un essere
inferno da film dell’orrore. Più probabile che somigli a Giuditta,
il piccolo diavolo interpretato da Benigni che al massimo della malefatta
si metteva a macinare doppi sensi erotici in un consesso di
preti e cardinali. Ma quale che sia la portata del maligno resta il caso
di possessione, assieme alle sue conseguenze sulla stesura dei testi
lagioiani. In che altro modo interpretare il passaggio che si trova a
pagina 11 di RTC? Leggete un po’:
Come la maggior parte dei ragazzi, soffrivo di una certa ipersensibilità
a basso costo per le situazioni dispari.

«Esci da questo software!» verrebbe da urlare rivolti al laptop di
Lagioia. Perché quello che avete appena scorso è puro Google Translate,
entrato in funzione senza che ci fosse alcunché da tradurre. E
badate che il problema è serio, né si può pretendere di liquidarlo
come fosse soltanto un affare privato di Nicola Lagioia; di una ribellione
del genere potremmo essere vittime tutti quanti, vedendoci
attribuire testi che per niente sono legati alle nostre intenzioni di
scrittura. Rischia di diventare un problema sociale di nuova generazione
e d’amplissima portata, al pari delle ludopatie e delle web-dipendenze.
Chiamiamola pure Sindrome da Testo Preterintenzionale,
o in qualunque altro modo vi piaccia. Ma comunque la si voglia etichettare
essa ci pone una sfida che dobbiamo risolvere tutti insieme,
e in questo senso i libri di Nicola Lagioia sono preziosissimi perché
ci consentono di rilevare la presenza del problema. A voler istruire
un dossier si ricava una quantità imponente di materiali. Ecco un

altro frammento, prelevato da pagina 14 di RTC:
Ma il suo silenzio era talmente chiuso da far pensare che nascesse da
una solitudine invincibile, un misterioso stato d’animo legato al segno
zodiacale di un paese che proprio in quell’anno brillava sulla cuspide
della quinta potenza industrializzata del pianeta – un vento gelido proveniente
dallo spazio, entrato da molto tempo negli studi dei notai dei
farmacisti dei medici di base, che ricadeva dopo una breve stagnazione
su quelli come noi soltanto adesso.

Per di più, quel congegno macchinistico d’inquinamento agisce
secondo delle regolarità precise. Esso finisce infatti per avere
gli stessi tic di scrittura degli umani, a cominciare da quello per la
reiterazione delle categorie usate in modo ricorrente e più o meno
inconscio dagli autori in carne e ossa. Si può cogliere questa peculiarità
guardando al grottesco ripetersi della categoria di Occidente
fantastico. In questo paragrafo la si è già trovata due volte: nel frammento
cavato da pagina 15 di OPP (e con questo mi tocca svelare il
mistero d’attribuzione che era stato creato mettendo il frammento a
paragone con un articolo di Délmagyarország), e in quello leggibile
alle pagine 291-2 dello stesso libro. Ebbene, esso ricorre una terza
volta in quel volume. Per l’esattezza a pagina 84:
Mi dispiace, devo andare.  Non importava che ci fossimo conosciuti
la sera prima, che non avessimo condiviso altro che un sonno pesante e
totalmente muto, che non ci fosse niente che potesse naufragare oltre la
porta di casa. Gli oggetti erano collegati l’uno all’altro e noi eravamo
l’ultimo bullone di un macchinario che ci sovrastava. Ci avrebbero pensato
loro a fabbricarci un’intera vita alle spalle: non solo gli oggetti che
ci stavano davanti ma eliche, turbine, autocisterne, missili sepolti sotto
i campi da golf, treni in ritardo, carri armati – e autoradio, satelliti,
cartelloni pubblicitari: ogni cosa collegata a ogni altra cosa. Eravamo
stritolati dalle ruote dentate di questa divinità. Scomparivamo da una
parte. Riapparivamo dall’altra. Eccoci catapultati nell’Occidente fantastico.

Vi sarà evidente che, così agendo, la macchina attribuisca all’autore

lo stigma di un’assoluta mancanza di originalità. E purtroppo
nei libri del Vate Super Fluo le ripetizioni si accatastano. Per esempio
c’è un riferimento ossessivo alle nuvole, per di più confezionato
dentro un canone pseudo-lirico che certamente l’autore rinnegherebbe:

– (…) una flotta di nuvole [e uno, NdA] a forma di disco volante
sembrava richiamarci verso sé (OPP, p. 150)
– E tuttavia in certi pomeriggi, una coltre di nuvole sospesa a pochi
metri dalla linea d’orizzonte consentiva a una sera per così dire artificiale
di giungere ancora più in anticipo rispetto alle previsioni, ma solo
perché poi – quando gli occhi si erano abituati al freddo delle lampadine
– un tardivo sussulto dorato tornasse a squarciare il cielo per ricadere
sulle cose come un angelo pestato a sangue (RTC, p. 129)
– Tornai alla finestra. Premetti la pancia nuda contro il vento gelido
oltre il quale una flotta di nuvole [e due, NdA] listava a lutto il cielo
di fine gennaio (RTC, p. 146)
Un’altra reiterazione che il piccolo diavolo produce nei romanzi
del Vate Super Fluo è quella che riguarda l’ossessione dei genitori
meridionali per i successi dei figli nel campo degli studi. A pagina
69 di OPP si legge:
E ancora: i tuoi sono rimasti romanticamente fermi al 1950 e ti
hanno trasmesso – con un ardore, un entusiasmo davvero commoventi
se non fosse che sconterai questo abbaglio sulla tua pelle – l’assurdo convincimento
che una laurea con il massimo dei voti valga un futuro in
cassaforte.

Due pagine dopo il motivo viene ribadito. L’autore s’immedesima
nel padre che si sbatte a lavorare allo scopo di pagare i migliori
studi al figlio per poi registrarne la stenta riuscita nel mondo del
lavoro, e scrive quanto segue:
(…) come è possibile, si chiede guidando da Frosinone a Battipaglia
la sua Fiat Duna col campionario sbattuto dentro il bagagliaio, come è
possibile che una perfetta macchina da guerra benedetta dalle istituzioni
riesca a malapena a macinare i soldi per l’affitto?

Da notare che qui si materializza una ripetizione nella ripetizione:
la figura del padre, che in un cammeo di OPP viene rappresentata
a girare in auto col campionario della merce da piazzare qua e là
per l’Italia, è la stessa che viene sviluppata in RTC. In quest’ultimo
romanzo si tratta del padre del personaggio principale, del Maschio
Omega lagioiano le cui penose vicende affliggono il lettore per quasi
300 pagine. Di questo padre, alle pagine 6-7 di RTC, l’autore descrive
l’enfasi alimentata nei confronti dello studio come proiezione
sul figlio dei propri mancati traguardi:

Per lui, la scuola che non aveva frequentato oltre il primo semestre

di un istituto tecnico era come l’ermo colle di Leopardi. Gli sfuggiva il
fatto che i nuovi sistemi pedagogici usavano la parafrasi come strumento
suicida – «quella collina mi è sempre piaciuta», si sforzava di tradurre il
nostro professore di italiano -, di conseguenza l’istruzione pubblica era
Leopardi senza l’ausilio della poesia, quindi nient’altro che le Marche
come massima intuizione cosmopolita. Anzi, la Puglia. Peggio: Bari,
nel 1984.
E poiché al ghost in the machine non doveva essere parso sufficiente
quell’intorbidamento della prosa, ecco che poche righe dopo
giunge un’altra mano di catrame a rendere quel frammento di narrazione
sempre più simile a un codice QR:
Papà si era tirato fuori dall’indigenza contando solo sugli errori a
proprio nome: dunque poteva sorvolare i monotoni bassopiani della parificazione
scolastica senza licenza di volo.
A proposito di «sorvolamento dei monotoni bassopiani della parificazione
scolastica senza licenza di volo» non saprei proprio cosa
dirvi. So solo che lo scimpanzé inside sta berciando indecorosamente
reggendosi con una mano al lampadario mentre con l’altra si gratta
lubricamente le pudenda. E ancor più si scalmana nel constatare la
reiterata metafora dell’unguento che la macchina ribelle sovrimpone
al periodare del Vate Super Fluo:
– Ma prima di poter capire se tutte le informazioni dovessero ritenersi
un fedele resoconto sullo stato della razza umana, ecco che la retroguardia,
la leggerissima e letale artiglieria delle ultime pagine, era pronta a
rovesciarsi su ogni cosa rileggendola secondo i propri codici, coprendo gli
eventi marginali con un unguento impermeabile (OPP, pp. 130-1).
– Avevo iniziato le elementari in un periodo – probabilmente l’ultimo
in Italia – durante il quale la brama di successo veniva ancora
coraggiosamente rivestita da un unguento di grossolana ipocrisia. Ma
nel frattempo era accaduto qualcosa. Superato un confine invisibile,
un’atmosfera di competizione sfrenata era discesa sul terzo scaglione delle
dichiarazioni Irpef, persuadendoci che la scelta del liceo poteva avere
conseguenze determinanti per chi imboccava la strada del diploma nel
1985 (RTC, p. 28).
Una variante dell’unguento si ha col balsamo inerziale (!), menzionato
a pagina 230 di RTC:
Mio padre si trovò a stringere decine di mani, sorvegliato dallo
sguardo sornione dell’avvocato: a cena al ristorante o nelle hall delle sale

congressi, seduto davanti a un cognac nel fumoir del Circolo del mare,
provando per la prima volta il piacere ineguagliabile di transitare – da
un territorio su cui ogni minima conquista portava su di sé i segni della
lotta – verso un empireo i cui eletti condividevano la sensazione di
librarsi senza sforzo, spinti dal balsamo inerziale del mutuo soccorso.
E tuttavia i frammenti fin qui riportati sono adulterazioni di
poco conto, manipolazioni tutto sommato innocue effettuate dal
demone computerino ai danni del Vate Super Fluo. Se la questione
si fermasse a ciò, non sarebbe il caso d’allarmarsi più di tanto.
Ma purtroppo le malignità del demone possono essere ben più
pesanti che quelle illustrate fin adesso. Se ne ha increscioso esempio
quando nelle prime 25 pagine di RTC (romanzo insignito nel
2010 del prestigioso Premio Viareggio, ciò che non mi stancherò
mai di rimarcare) si vede ricorrere per ben 4 volte una parola tanto
squallida quanto odiosa, al punto da essere stata tacitamente
bandita dal linguaggio corrente: mongoloide. Il proditorio agguato
teso a Lagioia dal piccolo diavolo produce l’imbarazzante sequenza
che potete leggere qui sotto, e successivamente verificare consultando
il libro:
– Ogni casa poteva vantare una vedova, un orfano, e almeno un
figlio mongoloide (p. 9)
– Quando ne uscii avevo gli occhi traboccanti di lacrime, e loro
– Annina, le figlie mongoloidi, le altre ricamatrici – iniziarono a sommergermi
di risate (p. 10)
– Fatta eccezione per quella che avevo ribattezzato «la quinta figlia
mongoloide di Annina» (…) (p. 11)
– E la prima figlia mongoloide di Annina rideva, la seconda figlia
mongoloide di Annina rideva (…) (p. 25)
Mi pare che questo esempio dimostri quali rischi possano essere
corsi se si continua a sottovalutare il problema. Quanti fra voi sarebbero
lieti di vedersi attribuire l’utilizzo di certe parole, e le conseguenze
in termini di reputazione? Prendendo coscienza di questo
aspetto, tutti gli altri frammenti di scrittura preterintenzionale, sia
quelli già esaminati che quelli a venire, mutano luce per presentarsi
molto più minacciosi. Certo adesso troverete meno da ridere nel
frammento tratto da pagina 76 di TSST:
Nessuno crederebbe che Tolstoj sia capace di spacciare tanto bene il
Destino per il Caso, una chiara vena autodistruttiva per semplice smarrimento,

un altrimenti indigeribile polpettone melodrammatico per il

trionfo dell’epica. Nessuno oserebbe crederlo e neanch’io se non l’avessi
letto. Ma tant’è. E in più sono convinto che in tutto questo ci sia qualcosa
di preordinato, languidamente sottaciuto, se non addirittura di
luciferino. Di conseguenza, al cospetto di cotanta mistificazione, come
potrei misurarmi io con il kitsch di un’agnizione, sia pure nel più modesto
quadro della stazione Termini alla fine del Novecento?
Più si passa in rassegna i frammenti selezionati dai libri del
Vate Super Fluo, più prende forza l’idea che il demone abbia annichilito
ogni filtro di protezione del pc usato dall’ignaro autore.
E allora è probabile che possano essere spiegate così quelle prime
sessanta pagine di RTC che appaiono tanto disomogenee rispetto
alla parte restante del libro. Di quelle pagine è efficace rappresentazione
il personaggio di Pasquale Di Liso. Costui è un direttore di
banca che il padre del Maschio Omega lagioiano cerca d’ingraziarsi.
E poiché la speranza del padre è che quel rapporto si rinsaldi oltre
la sfera degli affari, ecco che il figlioletto Omega si vede costretto a
fare amicizia col suo omologo Daniele Di Liso. Omega anch’egli,
va da sé. Per descrivere questa stracca situazione vengono partoriti i
frammenti raggelanti che vi riporto a seguire:

– Guardava me, ma era rivolto a tutto l’uditorio perché anche per
Di Liso e per Daniele fosse inequivocabile il mio desiderio di passare
la notte a casa loro. Per liberarmi della trappola avrei dovuto spiegare
a Daniele che non avevo niente contro di lui ma preferivo dormire a
casa mia, alla mamma che preferivo per una volta i libri alle fatiche
del gioco, e soprattutto mi sarebbe servito un letto in pelle nera dentro
uno studio con affaccio sul Prater per far capire a mio padre che i suoi
comportamenti erano la traduzione di brame inconfessabili eseguita su
un vocabolario in cui ogni lemma proveniente dal subconscio era disastrosamente
rovesciato – mi bastava seguire la danza delle sue zampe di
gallina agli occhi per capire che adesso era davvero convinto che volessi
rimanere a dormire lì; qualcosa in lui aveva scrupolosamente lavorato
sin dal tardo pomeriggio per trasformare la malafede in autoinganno
(che cos’erano state, quelle gimcane automobilistiche, se non il pendolino
oscillante davanti alle sue palpebre sempre più pesanti?) (pp. 34-5)
– (…) frequentavo i Di Liso, trascorrevo pomeriggi notti domeniche
mattina in casa loro, e nessuno aveva mai sprecato una sillaba per
sottolineare il gigantesco labiale con cui anche i muri testimoniavano

l’assenza della mamma di Daniele. (p. 38)
– (…) una di quelle persone, Di Liso, convinte di essere sempre la
prima scelta sul mercato, quindi capaci di augurare il peggio a chi rischia
di mandare per aria il delicato origami del mondo che si sono
fabbricati pur di darsi un’importanza. Non potendo condividere coi
suoi pari questi disturbi della personalità, scendeva pure lui nel Kindergarten.
(p. 41)
– Ma le blandizie di Di Liso seguivano la strategia di chi è disposto
a farti grandi concessioni solo per spostare il baricentro del discorso fino
a vederlo coincidere con l’arbitrio del coincidente. (p. 42)
Il demone non risparmia nulla all’autore. Nemmeno l’esercizio
di uno humour catacombale che verrebbe schifato pure da un Beppo
Severgnignaro. Leggete un po’ questi due frammenti cavati da
OPP, nei quali si fa riferimento a tal Francesco Giustiniani:

– Questo Francesco Giustiniani, per esempio, è un tipo scaltro. Se
fosse stato il comandante del Titanic, tanto per dire, avrebbe fatto gli
occhi dolci all’iceberg fino a vederlo sciogliersi in mare (p. 71).
– Se avessi chiesto al minus habens di lasciar detto a Francesco che
io, il suo amico di infanzia, prendesse nota per favore, Eichmann, colonnello
Adolf Eichmann, proprio lui, lo stava cercando per sistemare
una questione delicata, continuasse a scrivere per favore, «un imprevisto
smottamento di terreno sulla tratta ferroviaria Varsavia-Treblinka», il
povero meningofitico all’altro capo del telefono non avrebbe battuto ciglio
(p. 87).
A questo punto mi sento di attribuire al piccolo diavolo anche la
responsabilità del frammento finale di OPP (pagina 296) a cui ho
fatto cenno in precedenza. In quel passaggio l’Io narrante racconta
di trovarsi dentro la giornata storica dell’Undici Settembre, ma senza
dirlo esplicitamente. L’effetto è quello di non far cogliere il riferimento.
Per quanto mi riguarda, ci sono arrivato soltanto perché a
poche righe di distanza si fa riferimento a una partita della Roma in
Champions League che si disputò poche ore dopo l’immane evento.
E la ricordo bene: era un Roma-Real Madrid che venne giocato in
un’atmosfera surreale. Ma se non fosse stato per quell’aggancio alla
realtà non avrei mai capito di cosa si stesse parlando. Certamente è
colpa mia e dello scimpanzé inside che mi mura gli orizzonti; e però
– cazzo! – ditemi voi se un frammento così pesantemente intorbidato
dal piccolo diavolo vi risulti intelligibile:

Un mese dopo la mia promozione, all’inizio della seconda settimana
di settembre, nel giorno in cui la storia dello spettacolo si dimostrò un
bozzolo meno perfetto di quanto avevamo temuto, quando insomma la
ruota della Storia tornò a girare sospinta proprio da un evento spettacolare,
dopo avere passato come tutti la giornata incollato al televisore,
facendo zapping e ricevendo da parenti e amici telefonate isteriche, mi
ritrovai la sera senza niente da fare.

Quanti di voi riuscirebbero a connettere immediatamente l’Undici
Settembre con «[i]l giorno in cui la storia dello spettacolo si
dimostrò un bozzolo meno perfetto di quanto avevamo temuto,
quando insomma la ruota della Storia tornò a girare sospinta proprio
da un evento spettacolare»? E quanti di voi scriverebbero periodi
di lunghezza estenuante come quelli che vado a riportarvi, senza
poi entrare in apnea rileggendoli a alta voce?

– Solo che poi, non si sa come, mentre lei confrontava le sue idee
con l’emergente scrittore di turno e lui se ne stava a rigirarsi i pollici
tra le caraffe del succo di pompelmo (intrattenuto, al massimo, dal memoriale
in progress di un’eccellente vedova d’artista), mentre il dj-set
declinava sulle dilatazioni di un trip-hop da commiato, le chiacchiere
scemavano, la supervedova pre-Swinging London, sollecitata da segretarie-
accompagnatrici sempre più asiatiche e snervate, era costretta a
chiudere la conversazione, mentre accadeva tutto questo e nel momento
in cui Federico realizzava con sollievo che pochi minuti, pochi minuti
ancora lo avrebbero separato dal suo cinque vani a San Giovanni invaso
dalla voce di Luciano Ligabue, giunto il momento di recuperare
la fidanzata, San Sebastiano dalle Fraschette realizzava anche – dal
modo in cui lei salutava frettolosamente (e già dolorosamente) qualche
nuova conoscenza – che quelle poche ore di trambusto le erano state sufficienti
a porre le traballanti fondamenta di una relazione adulterina
che, traballando lungo un viale lastricato di «espressionismi tedeschi» e
«correlativi oggettivi», si sarebbe protratta per almeno una settimana
(OPP, pp. 50-1).
– Palmieri gli rispose che tutti i grossisti fino all’ultimo straccivendolo
erano stati passati al setaccio, e ognuno aveva fatto un ordine che
a mio padre avrebbe dovuto fare l’effetto di un oceano di camomilla
sparato dritto in vena, e per trovare un essere umano disposto («il diciotto
dicembre!») a visionare quegli articoli i cui prezzi e numeri di
protocollo Palmieri stava cercando di dimenticare «facendo su e giù

come un coglione» per tutti i circuiti innevati del Trentino, sarebbe
stato necessario che Gesù-Bambino-in-persona, al momento di nascere
per la millenovecentottantacinquesima volta, portasse sulla Terra, insieme
al miracolo dei supermercati assaltati all’arma bianca, quello di
trasformare tutti gli operai della Fiat in grossisti di biancheria e le maestrine
elementari ancora nubili in virago col sangue alla testa disposte
a raccattare il primo novantenne con pensione d’invalidità al solo scopo
di acquistare un corredo e dispensare lui, Palmieri, da incomprensibili
rotture di coglioni durante le vacanze di Natale (RTC, pp. 109-10).
Altri terribili sabotaggi sono ravvisabili attraverso frasi che presto
s’avvitano per prendere la forma di una travolgente sfida a Ruzzle
ingaggiata col mitico Minchius Maximus, il personaggio partorito
dalla fantasia dei Monty Python in Brian di Nazareth.

– Entri all’università ispirato da un confuso moto ribellistico ereditato
dal liceo, dalle tempeste ormonali in un tragico riflusso, da un
Sessantotto inesistente ridisegnato ad arte dagli ingegneri di una qualunque
Warner Bros travestita da indie label (OPP; p. 69).
– (…) uno sguardo che era la spenta testimonianza di ciò che resta
degli scatti d’orgoglio quando si infrangono contro uno stock di merce
di seconda mano lasciando a terra polvere, vestiti rattoppati e tristi
paralumi da privè sotto sequestro (RTC, p. 40).

– E anche in questo caso, pensai con rabbia, mi ero ridotto a riconoscere
l’evidenza delle cose con un ritardo clamoroso: troppo prudente
per affrontare il peggio quando faceva capolino nella coltre delle buone
intenzioni, e troppo pieno di amor proprio per accettare la piena connivenza
quando i tradimenti si mostravano per quel che erano senza
possibilità di errore (RTC, p. 51).
– Eppure, nel maneggiare tutta quella carta filigranata, brillava in
lui anche qualcosa che i nostri genitori non sarebbero riusciti a comprendere.
Qualcosa di violento e di (sì, la definizione era esatta) purgatoriale
(RTC, p. 83).
– (…) la faccia lunga e ossuta e soprattutto questi occhi che avevano
l’ammutolita forza inerziale di due bacini prosciugati (RTC, p. 88).
– [Parla di Donatella, un’amica del periodo di adolescenza] Non
arrivava al metro e cinquantotto, ma la sua frangetta color petrolio e il
viso tondo da furbastra, e un seno semplicemente prodigioso, facevano
di lei una festa di tornanti che attraversava il chiaroscuro di un Helmut
Newton di fortuna per deragliare negli assolati parchi-giochi delle

bambine grassottelle (RTC, p. 195).
– La luce sotto cui mi era apparso la prima volta tra i banchi di scuola
adesso risplendeva in una gradazione ideale, convertendo le sue imprese
precedenti in un lungo esercizio preparatorio rispetto a un’esperienza che
consentiva di provare sollievo dall’intero processo vitale (RTC, p. 235).
– Lo Sghigno aveva appena finito di pisciare dietro la piccola costruzione
di tufo e ora stava tornando verso la station wagon. Un intenso
profumo di polline invadeva lo spiazzo nudo e circolare, ma non
sembrava venire dai mandorli incrociati nel tragitto né dai fili d’erba,
perché quell’anno la primavera era un unico corpo femminile che affiorava
da un sonno lungo e piatto per tornare subito dopo a inabissarsi – e
fino a quando il risveglio non fosse stato completo, sembrava che l’intera
pellicola atmosferica venisse pervasa a capriccio da questi odori; i quali,
in modo altrettanto imprevedibile, svanivano sulla durezza metallica
di una stagione ancora non del tutto consumata (RTC, p. 238).
Soggette al malefico effetto del piccolo diavolo, anche le parti di
pregevole analisi sociale finiscono in vacca. Ne è terrificante esempio
il passaggio in cui si parla di Drive In, che come ho già detto
contiene anche degli spunti acuti e interessanti. Ma poi, purtroppo,
tutto viene rovinato dal passaggio in cui si parla di Antonio Ricci.
Che fu l’inventore del programma, e che secondo l’autore (o più
probabilmente secondo il malefico demone) ha il torto di tradire la
propria origine sessantottina per farsi strumento di un’operazione
culturalmente neo-conservatrice. Leggete un po’ in che modo viene
reso il concetto alle pagine 24-5 di RTC:

(…) così come ci si era avvolti nel vento caldo della contestazione,
adesso si tendevano le vele per sfruttare il vento gelido, che di quel vento
caldo era stato il mandante, il vero soffio d’alimento.

La sagra del nonsense è inarrestabile. Eccone un altro saggio a
pagina 101 di RTC:

È allora che sente la cosa. Grazie a questo paesaggio impossibile,
forse grazie anche a un’umiliazione così rapida e in fin dei conti così
onesta e circolare (…).

Un’umiliazione rapida ma in fin dei conti onesta e circolare.
Come dire, un’aggettivazione a casaccio, probabilmente determinata
per estrazione a sorte. Ma il culmine si raggiunge a pagina 200
dello stesso libro:

Dopo il tramonto – stanchi, scottati dal sole – ci eravamo trasferiti

nella stanza di Giuseppe, e osservavamo le striature violacee con cui la
sera si sforzava di imprimere un minimo slancio narrativo a un cielo
che fino a quel momento era stato una tabula rasa di splendore estivo.

Da lasciare annichiliti. Se il frammento appena riportato fosse
tradotto in stile «parla come mangi», anziché in Google Translate,
verrebbe fuori quanto segue: «Dopo il tramonto, stanchi e scottati
dal sole, ci eravamo trasferiti nella stanza di Giuseppe e osservavamo
lo splendido tramonto estivo». Invece l’intervento del demone ha
aggiunto l’agghiacciante figura della «sera che si sforzava di imprimere
un minimo slancio narrativo [!!!!!] a un cielo che fino a quel
momento era stato una tabula rasa». E davvero soltanto un programma
di videoscrittura imbizzarrito potrebbe partorire una pacchianata
del genere. Perché questa è scrittura trimalcionica, l’eccesso
cafonesco equiparabile al riempire i chicchi d’uva con lo zafferano.
Non basta scrivere, bisogna proprio fabbricare ampolle soffiando
nel vetro con l’impeto d’una rana gracidante. E poi colorare quelle
ampolle con tonalità catarifrangenti, e illuminarle con luci stroboscopiche.
Vi pare letteratura anche questa? Se sì, allora guardate la
sera che s’approssima, e chiedetevi se essa si sforzi di imprimere un
minimo di slancio narrativo al cielo. Ma dopo sparatevi un pornazzo
del mio amico Silvio Bandinelli, per evitare che l’esperienza appena
affrontata faccia tabula rasa dei vostri neuroni. (Stai a cuccia,
scimpanzé!).

E adesso rilassatevi con uno splendido Julien Lourau:

http://www.youtube.com/watch?v=NZZTpPn8eU8