Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 2: Ombra di salice, h. 15-16

Carissimi amici, con colpevole ritardo recupero la seconda delle tre puntate dedicate a stroncare l’orrendo “La ferocia” di Nicola Lagioia. I tre articoli vennero pubblicati da Satisfiction, ma adesso non sono più reperibili sul web. Il primo articolo è leggibile qui.

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Nicola Lagioia, pettinato col gel di “Tutti pazzi per Mary”.

 

Quando si vuol scrivere un Romanzo Mondo bisogna essere pronti a metterci dentro il mondo intero. Deve essere stato questo il principio ispiratore di Nicola Lagioia, nel momento in cui si è seduto nella sua cameretta e ha iniziato a scrivere “La ferocia”. E tale principio, pedissequamente, è stato applicato. Non saprei dire perché mai l’autore se lo sia messo in testa né credo sia determinante. In fondo ognuno è libero di fare come crede. C’è chi si mette in testa lo scolapasta e chi l’idea meravigliosa di restituire i capelli ai calvi d’una nazione intera. Dunque ci può stare pure che qualcuno decida di scrivere un Romanzo Mondo, menzionando di continuo la luna in cielo e gli scarafoni in terra mentre descrive le vicende dei bipedi umani.

Si tratta di una scelta narrativa come tante altre. Il problema è la stucchevolezza del reiterare. E si può anche comprendere l’ambizione di sfondare il tetto delle 400 pagine, non foss’altro che per appagare la libidine tattile di soppesare il proprio volumazzo e farne vibrare la pinguedine fra le mani. Trasformare un libro in una libbra è malattia infantile d’ogni autore, un peccato veniale. Che però diventa mortale quando la smania di produrre peso e pagine dà via libera a ripetizioni e stucchevolezze assortite, intanto che la storia non riesce a scrollarsi dal mero arrotolamento su se stessa. E fra tutte le stucchevoli ripetizioni la più micidiale è proprio questo passare in rassegna ciò che succede sopra la testa e sotto i piedi dei personaggi. Un insistere che con lo scorrere delle pagine si fa sempre più imbarazzante.

In molti passaggi pare d’essere scaraventati dentro Microcosmos. Già all’inizio (pagine 5-6) viene piazzata una lunga descrizione ch’è un preannuncio di tutto il superfluo cui il lettore non avrà modo di sottrarsi:

Gli allocchi tracciavano nell’aria lunghe linee oblique. Planavano fino a sbattere le ali a pochi palmi dal suolo, in modo che gli insetti, spaventati a morte, venissero allo scoperto decretando la propria stessa fine. Un grillo disallineava le antenne su una foglia di gelsomino. E impalpabile, tutt’intorno, simile a una grande marea sospesa nel vuoto, una flotta di falene si muoveva nella luce polarizzata della volta celeste.

Identiche a se stesse da milioni di anni, le piccole creature dalle ali pelose erano tutt’uno con la formula che garantiva la stabilità del loro volo. Attaccate al filo invisibile della luna, perlustravano il territorio a migliaia, ondeggiando da un lato all’altro per evitare gli attacchi dei rapaci.

Si è soltanto iniziato, ma già l’interrogativo affiora: perché mi ammannisci ‘ste descrizioni inutili, Nicolino? Ti hanno regalato la scatola del Piccolo Entomologo, o cos’altro? E me la vuoi raccontare una storia, o hai deciso d’intrattenermi sui riti riproduttivi del lepidottero del bosso? Purtroppo la risposta all’interrogativo arriva man mano che si procede nella lettura, infarcita di passaggi come quello appena riportato. Si parlerà tanto d’insetti. Anche perché c’è da stilare un syllabus entomologico il più esaustivo possibile. E il nostro Nicolino, armato di cappello con visiera e retina da farfalle, assolve la missione con mirabile costanza. A pagina 31 è il turno della coccinella. Cioè, in termini scientifici, Coccinellidae: ordine dei Coleotteri, sottordine Polyphaga, infraordine Cucujiformia, superfamiglia Cucujoidea. Ci si dovrà sintonizzare con l’autore, no? Dunque, a pagina 31 si legge:

Dalla finestra aperta entrò una coccinella. Un anonimo chicco nero si trasformò in un guscio vermiglio venendo fuori dal buio della notte. Il volo, lento e tremolante, si sarebbe potuto spegnere con un battito di mani. L’aspetto piacevole rendeva per gli uomini piuttosto rara l’evenienza. Gli uccelli venivano ingannati per il motivo opposto – associavano quel rosso punteggiato alla velenosità di funghi e bacche. In questo modo le piccole coccinelle potevano meglio interpretare il ruolo che la natura aveva affidato loro: arrivavano a divorare anche cento afidi al giorno, e lo facevano con una voracità, una rapidità, un freddo convulsivo movimento mascellare che in scala grande sarebbe risultato insostenibile per gli uomini.

C’è tutto un feroce brulicar d’insetti che si muove in parallelo al movimento degli umani, in quel libro. Come si legge a pagina 131:

Ruggero si guardava intorno. La città gli passava davanti come da un’altra dimensione. Una grande casa silenziosa immersa nel verde. Una tavola di legno tra le erbacce. Sotto si muoveva un mondo oscuro e senza forma, radici contorte, piccoli insetti ciechi, la presenza fosforescente di sua sorella Clara.

La vita degli insetti continua a intrecciarsi con le vicende degli umani. E quale sia il nesso fra le due cose rimane un mistero che Nicolino non chiarisce. Troppo preso dall’intreccio fra Natura e Cultura si scorda di dire perché mai sia necessario dilungarsi in modo così maniacale su quell’intreccio. Meglio star lì a piazzare i colpi a effetto, come per esempio lo scarafone che sbuca e attraversa la scena. Succede a pagina 156:

Passeggiarono fra i cespugli, al centro degli eucalipti, vicino alla fontana di pietra con le verdi strisce percorse dai rigagnoli d’acqua. Si inoltrarono oltre il gazebo e l’altalena, verso le siepi che trasformavano il giardino in una vasta zona d’ombra. La vite canadese emanava la sua forza rossastra. Scesero gli scalini di pietra viva. Una piccola blatta fuggì prima che potessero calpestarla.

La magia della blatta che appare e scampa al calpestamento da parte d’un piede femminile è un tocco d’assoluto. Non state a chiedervi perché mai abbia menzionato quel dettaglio, e perché giusto quello fra i tanti che punteggiano la scena immaginaria: il passamano della scala in pietra, il mix di colori delle carrozzerie d’auto parcheggiate intorno, le cartacce per terra e i bidoni della spazzatura divisi per categoria di riciclo, e qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente. Tutti oggetti che avrebbero avuto diritto e dignità in egual misura della blatta, per esser citati in quel passaggio, perché al pari della blatta possiedono un connotato: sono del tutto superflui ai fini della narrazione e dello specifico di quella scena che viene descritta. Cosa cambia col passaggio di quella blatta che rischia d’essere spiaccicata? E cosa sarebbe cambiato se non ne fosse stata fatta menzione? Nada de nada. Però magari tutto questo superfluo illustrato una funzione narrativa ce l’ha. Perché la storia continua a latitare, ma almeno il lettore crede di percepire la voce rassicurante di Piero Angela durante una puntata di Superquark. Intanto la lotta per la sopravvivenza fra insetti si svolge in parallelo alle tristi vicende umane:

Nel vaso dei ciclamini, ai loro piedi, due insetti lottavano selvaggiamente. (p. 302)

– Hai sentito per caso il geometra Ranieri? – disse l’uomo più anziano a quello giovane sulla veranda.

Ma per il minuscolo acaro attaccato all’addome della vespa si trattava di ombre che la distanza non trasformava ancora in pericoli reali. Nonostante la vespa fosse grossa dieci volte tanto – la sua puntura in grado di provocare uno shock anafilattico in un cane di piccola taglia – la forza impersonale che governava l’acaro lo spinse ad aggredirla non appena ne individuò la presenza nel vaso di ciclamini. La vespa provò a reagire, ma era lenta. L’acaro poté artigliarle l’addome coi suoi dentini aguzzi, fino a infilarci dentro le potenti appendici saldate a tubo. Non poteva sapere che la vespa era vecchia e malandata, e che questa era l’unica ragione per la quale avrebbe avuto la meglio. Lo sapeva la sa forza, e tanto bastava. (p. 304)

Bei tempi quelli in cui negli intrecci narrativi il geometra Ranieri avrebbe potuto trasformarsi in uno scarafone, e nella schifidezza della sua mutata condizione assumersi le colpe di tutto ciò che non andava in famiglia e nel mondo intero. Ma Kafka è già passato, e rimangono solo acari senz’arte né parte al di là della mera lotta per la sopravvivenza, forse rimasti impigliati nelle pagine d’un libro come fossero carta moschicida.

E badate che non ci sono mica soltanto gli insetti a punteggiare la vena naturalistica di Nicolino. Ci sono anche gli elementi celesti, a cominciare dalla luna che viene scaraventata addosso al lettore a ogni minima occasione. Eccone soltanto alcuni esempi, perché a citarli tutti si rischierebbe di stilare un articolo da 411 pagine, tante quante quelle de “La ferocia”:

La carreggiata saliva in modo che i vitigni si mostrassero a perdita d’occhio. La luna sarebbe stata piena da lì a un paio di giorni e adesso dava l’illusione di poter crescere a oltranza. (p. 15)

Più avanti, oltre la porta spalancata del bagno, lo specchio ingranditore fissato alla parete era invaso dalla luna. Ridotta alla metà su in cielo, nella concavità della superficie riflettente risultava ancora piena – un’argentea pozza proveniente dal passato (…). (p. 20)

Spalancò le ante della finestra. Ricevette la fresca carezza della notte primaverile. Il cielo rischiarato dalla luna gli diede la sensazione di poter leggere per paradosso le lontananze terrene, come se al posto del nulla siderale ci fossero il Brasile, gli Stati Uniti, la Cina… (pp. 30-1)

Videro la luna che si specchiava nel palazzo a vetri della Banca di Credito Pugliese. (p. 80)

La luna era piena e pallida. Sciami di moscerini vorticavano intorno ai far dell’ingresso. (p. 265)

Come non rimanere ammirati davanti a un autore così vario e pieno d’inventiva? Pare quasi che gli abbiano messo a disposizione un kit di immagini con non più di tre-quattro oggetti, e con ordine tassativo di non derogare da quelli. Altra immagine del kit: la luce di sfondo. Eccovene una breve rassegna:

L’alba accendeva la zona tutt’intorno. Il sole tingeva di rosa le gru e le scavatrici, arroventava in lontananza vetrerie e stabilimenti tipografici. (p. 51)

La luce di fine agosto crollava sulla vite americana. Il patio allora si riaccese di un rosso più vivo. (p. 103)

La luce del tramonto faceva vibrare il mirto e l’erba alta, trasformava gli intrichi dell’alloro in un vortice di luci e ombre che le veniva incontro mentre le palpebre diventavano pesanti. (pp. 167-8)

Quattro macchie di luce. Scorrevano sul bordo della fontana, salirono sulle foglie. Scomparse. Le cinque di pomeriggio. (p. 219)

A forza di insistere con le immagini poetiche sul tema, Lagioia non s’accorge d’essere vicinissimo a ripetersi:

Alle otto meno un quarto, visto dalla finestra, il crepuscolo si presentava come un bicchiere d’acqua in cui venga versata qualche goccia di vino. (p. 238)

Gli ultimi bagliori del cielo, sottili strisce insanguinate. (p. 278)

E già, il rosso del vino e del sangue. Memorie da chierichetti che sfuggono incontrollabili al pari di altre immagini per lo meno discutibili.

Dalle fessure della serranda il caldo entrava come i cristalli di un caleidoscopio che si tuffino nell’acqua (p. 160)

I piatti disposti a tavola come un fiore che metta i petali dal nulla (p. 239)

Nicolino ci prova, e va detto che lo sforzo è lodevole. Azzarda anche l’istinto poetico a pagina 239. Ma purtroppo il risultato è quello che è:

Le nuvole correvano sul lungomare e mio fratello aveva il sorriso indecifrabile del piombo su carta di giornale.

D’indecifrabile come il sorriso di un fratello c’è molto altro, in quelle pagine. Ma soprattutto ci sono passaggi d’eccezionale carica comica involontaria. Come quello a pagina 82:

Il giorno prima Clara lo aveva raggiunto sotto il salice che, sporgendo dall’inferriata, formava una chiazza d’ombra tra le tre e le quattro del pomeriggio.

L’ombra del salice tra le tre e le quattro del pomeriggio! Ma questo è Furio, il personaggio di Carlo Verdone! Quello che chiama l’Aci e, essendo meteropatico, chiede se “partendo tra circa 3 minuti e procedendo alla velocità di crociera di 80-85 chilometri orari, faccio in tempo a lasciarmi la perturbazione alle spalle, diciamo, nei pressi di Parma?”.

 

 

E così abbiamo l’ombra del salice tra le tre e le quattro del pomeriggio. Del resto, a ciascuno la sua ombra: chi si becca quella del fico d’india fra le 11 e le 12,42 ma con l’ora legale, e chi quella sotto la pensilina del bus 49 dalle 8 alle 10,33.

Così si scrive un Romanzo Mondo. Descrivendo anche le cose che vengono pensate e poi fatte, perché descriverle soltanto fatte mica basta:

Il sostituto procuratore pensò che avrebbe messo una mano sulla spalla del signor Salvemini, e poi lo fece. (p. 120)

È leggendo frammenti del genere che finalmente ho capito chi sia la vera fonte d’ispirazione stilistica per Nicola Lagioia. Si tratta di Germano Bovolenta, inviato della Gazzetta dello Sport che era ospite fisso della mia rubrica Pallonate. Uno che se gli davano briglia sciolta era capace di scrivere anche un’intera edizione da 40 pagine della rosea, sciorinando ogni minuscolo dettaglio di ciò che vedeva. Di Bovolenta il nostro Nicolino è il più riuscito epigono, e infatti “La ferocia” trabocca di frammenti bovolentiani. Una sequela di spunti minuscoli, di minimi fax. Per la serie: cosa non si fa per sfondare il tetto delle 400 pagine:

L’uomo accanto al guidatore scoppiò a ridere. Il guidatore rise. L’uomo accanto al medico rise. Il guidatore rise. L’uomo accanto al guidatore grugnì. Il guidatore rise. (p. 123)

Al medico legale sembrò di sentire dei rumori tra i cespugli. Leccò la sigaretta. Infilò la mano destra nella tasca interna della giacca. Allargò il cellophane tra pollice e medio. Vi affondò l’indice, poi lo premette contro i bordi della sigaretta. L’accese. (p. 124)

Uscì dalla sala da pranzo. Attraversò il corridoio. Gli sembrava possibile persino pensare a Clara, come se la conversazione avesse costruito tutt’intorno un guscio piombato attraverso il quale i fantasmi non potevano passare. Superò la libreria a muro, il tavolino col telefono. Entrò in bagno. Chiuse la porta a chiave. Aprì il rubinetto. Andò a mettersi davanti al water. Sollevò coperchio a tavoletta. Si inginocchiò. Chiuse gli occhi e vomitò. Si rimise in piedi. Tornò a sedere sul water. Vomitò ancora. Tirò lo scarico, pulì con cura usando la carta igienica. Andò a sciacquarsi la faccia e chiuse i rubinetti. Uscì dal bagno. (p. 264)

Si arrotolò un asciugamano sulla testa. Infilò l’accappatoio. Chiuse il coperchio del water, ci si sedette sopra, allungò le gambe in avanti intrecciando le caviglie sul bidet. Accese una bella [sic!] sigaretta e compose il numero di Michele. (p. 313)

Allontanò l’iPhone dalla punta del naso, lo poggiò sul comodino. Finì di bere il succo di pompelmo. Poggiò sul comodino anche quello. Si alzò dal letto. Andò in bagno. Si chiuse a chiave. Fece pipì. Si tirò su i pantaloni del pigiama. Guardò lo specchio. Si trovò bella. Tornò in camera. Raccolse l’iPhone dal comodino. Contò i retweet. Erano tantissimi. (p. 335)

Bisogna essere animati da feroce voglia d’affermare un nuovo stile per scrivere ogni due per tre di scarafoni, di lune e luci che colorano il cielo, e di micro-pratiche descritte fino allo sfinimento. Del lettore. E poi ci sono sempre i frammenti scritti in una lingua tutta lagioiana, comprensibile solo a se stessa. Alcuni estratti ve li ho anticipati nella precedente puntata, altri troveranno spazio nella prossima, e se dovessi riportarli tutti potremmo andare avanti per una decina di articoli. Qui mi limito a riportarvene tre particolarmente significativi. A pagina 226 si legge:

I mesi senza Clara sono una sorta di falso incubo. Come se l’incubo lo sognasse una fotocopiatrice.

Nemmeno Federico Moccia avrebbe osato tanto. Poco oltre, pagine 226-7:

Ma tutto accade nel silenzio di una vibrazione senza la quale non resta intorno che il nudo mondo materiale.

Come al solito: cosa voleva dire? Inutile perdere tempo nel tentativo di decodificare, anche perché il frammento di sopra è addirittura acqua fresca rispetto a tanti altri. Per esempio, quello ospitato a pagina 148 grazie al quale si raggiunge l’apice dell’insensatezza:

Benché appena adolescente, nonostante nessun ragazzo ancora (ma su questo il geometra avrebbe scommesso non più di tre biglietti da cento), avesse incrinato un imene il cui valore a sedici anni Clara doveva essere abbastanza sveglia da sapere moltiplicato dal giorno in cui non ci sarebbe stato più, se la sentiva cuocere nello spazio tra il sedile e se stessa.

Non ricordo d’aver mai letto qualcosa scritta peggio di questo frammento. E purtroppo non è finita qui.

(2. continua)

E come sempre, per ristorarvi un minimo dopo cotanto orrore, vi regalo un brano musicale.

 

 

 

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Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 1 Dilettarsi con l’esegesi

Con questo post avvio il recupero della trilogia di articoli con cui ho stroncato “La ferocia” di Nicola Lagioia. Gli articoli vennero pubblicati a ottobre 2014 da Satisfiction, e successivamente spariti dal web. Pochi mesi dopo il romanzo avrebbe ricevuto il Premio Strega 2015. Ciò che costituisce la sentenza di morte del premio medesimo. Questa versione degli articoli contiene anche alcuni passi che dalla versione pubblicata su Satisfiction erano stati tagliati. Per esempio, quello sulla lezione di dottorato e l’esegesi veterotestamentaria. Ultima annotazione: da oggi si ricomincia con le stroncature.  

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Nicola Lagioia in posa sexy

 

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Esercizi d’estenuazione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, e di farlo soltanto per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza cedere. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15”: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo. Ma anche nella pretesa d’aver scritto il romanzo epocale, come con sprezzo del ridicolo si legge nell’ultimo frammento della quarta di copertina: “Mobile e intenso, ‘La ferocia’ è un libro che costruisce un mondo – il nostro”. E sì, sentivamo proprio il bisogno di libri mondi. Perciò mondiamoli, e per bene. Anche perché questo libro mondo lo richiede a causa del terzo motivo per cui è esagerato: il coro laudatorio privo di stecche, unanime quanto poche altre cose nel sistema dell’editoria italiana. Come l’assenza di stroncature per il libri di Uolter Veltroni, per esempio. E allora, almeno nel mio caso, l’esercizio d’estenuazione è dovuto.

Del resto ero già rodato dopo aver letto i precedenti tre libri di Lagioia, oscillanti nel giudizio di qualità fra lo scadente e il pessimo. Da questo punto di vista, “La ferocia” s’allinea. È un libro da 2,5 in pagella, ma non è questo a contare così come non contano i giudizi di qualità. Come al solito m’interessa la forma, guardo alla composizione del testo. E lì ritrovo il Lagioia di sempre, col suo stile che non sarà mai mondo. Perché l’immondo non si è fermato mai un momento, e quanto a ciò Lagioia è un instancabile globetrotter.

Il fatto è che Nicolino nostro privilegia uno stile neo-geroglifico portatore di sfide inattese per il lettore. E il punto è sempre quello: il lettore investirebbe risorse scarse come tempo e denaro se immaginasse di non dovere soltanto leggere un libro, ma anche decodificarlo? Ecco il problema. L’esercizio d’estenuazione dovrebbe essere volontario, non proditorio. Quando m’accingo a leggere, devo poter scegliere se leggere parole chiare e frasi dal senso immediato. Se al contrario voglio impiegare il mio tempo a fare kamasutra col testo, va bene: purché sia una mia scelta. E invece no, specie nel caso dei libri di Nicola Lagioia. La cui lettura mi fa sempre tornare in mente un episodio avvenuto ai tempi del Dottorato di ricerca in Sociologia Politica.

Successe che ci venne inflitta l’ennesima lezione su Max Weber, e pazienza. In fondo durante quel triennio dovetti sorbirmi pure di peggio, tipo una lezione di Gaetano Quagliariello (sì, proprio lui) sui movimenti giovanili dei partiti politici italiani nel periodo fra il 1948 e il 1953. Roba che fra colleghi dottorandi ci si doveva pungere reciprocamente con gli spilloni da balia per tenersi desti. Quella lezione su Weber venne tenuta da un sociologo della religione. Risparmio il nome perché davvero sarebbe ingiusto dare al ridicolo un’identità. Mi limito a dire che in un passato recente ha scritto alcuni articoli soporiferi per Il Foglio, e che pareva uscito da un film di Carlo Verdone. Vestito come un professore di Latino anni Settanta, usava rivolgersi ai dottorandi con il “loro” anziché col “voi”. Insomma, sprizzava un tanfo d’inattualità da intenerire. E invece di parlarci di Max Weber c’intrattenne due ore a raccontarci dei suoi titanici sforzi nel confronto coi testi di Max Weber. Manco fosse Friedrich Tenburck. Così lodandosi e imbrodandosi ci spiegò che per meglio approfondire la sociologia della religione weberiana aveva egli stesso provato il confronto diretto coi testi sacri, letti in lingua originale. E quel punto sparò la frase che da allora si è conquistata il podio nel mio personale Olimpo delle Cazzate: “Non so quanti di loro abbiano esperienza di esegesi vetero-testamentaria”. E come no?! Fin dai tempi delle scuole medie, tutti i pomeriggi finito di fare i compiti a casa, invece di scendere in strada per giocare a pallone con gli amici mi facevo due belle orette di esegesi vetero-testamentaria. M’appassionava soprattutto la versione in aramaico: libidine pura.

E pazienza se nel mondo dell’università italiana personaggi come quello di sopra girano liberi e sciolti. A ognuno la propria esegesi, purché sia attività volontaria. Il fatto è che la lettura di un testo di narrativa non dovrebbe richiedere un esercizio esegetico. Se m’infliggo due orette di esegesi veterotestamentaria è perché ho scelto di farlo. Altra roba è se mi ritrovo un testo in aramaico quando credevo di leggere un romanzo in lingua e stile potabili. Ebbene, proprio quest’ultima evenienza, l’aramaico a tradimento, coglie l’ìgnaro lettore quando decide di leggere i libri di Nicola Lagioia. Tutti, compreso l’ultimo, in cui la ferocia del titolo è quella che si riversa addosso al povero lettore, annichilito da una sterminata sequela di nonsense. Leggere quelle pagine è un continuo chiedersi: “Ma cosa voleva dire?”. E la serie comincia molto presto, a pagina 7, dove il libro-mondo ospita il primo frammento di puro aramaico:

Non era molto oltre la trentina, ma non poteva avere meno di venticinque anni a causa dell’intangibile rilasciamento dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe adolescenti in qualcosa di perfetto.

 

Ecco, appunto: ma che vuol dire? “L’intangibile rilasciamento dei tessuti”, “la sveltezza di certe adolescenti”, e soprattutto quell’esercizio d’illogica iniziale: non era molto oltre i trenta, cioè era certamente oltre i trenta, “ma” non poteva avere meno di venticinque anni. Che razza di scruttura e mai questa? Se hai già asserito che la persona in questione è “oltre i trent’anni”, è pura tautologia sottolineare che “non può averne meno di venticinque”. Ci arriverebbe pure un gibbone, contando con le dita poggiate sul labbruzzo inferiore. Non c’è bisogno di sottolineare che se tua nonna avesse avuto le ruote non sarebbe stata bipede. Soprattutto, è sublime quel “ma”. Come se si dovesse segnare un passaggio di contrapposizione fra due termini dello stesso discorso. Peccato che la contrapposizione fra questi due termini non esista in punto di logica. Ha un senso dire “Oggi fa caldo ma piove (e dunque per contrapposizione il meteo non è così positivo come sembrerebbe)”, o “Oggi ho una fame da lupi ma sono a dieta (e dunque per contrapposizione devo tenere sotto controllo la fame e selezionare i cibi)”; e invece che senso ha dire “Oggi fa caldo ma non fa freddo”, o “Oggi ho una fame da lupi ma mangio tutto quello che mi pare”? Quei “ma” non c’entrano nulla, perché “Oggi fa caldo E DUNQUE non fa freddo”, e “Oggi ho una fame da lupi E DUNQUE mangio tutto quello che mi pare”. Sicché, tornando all’oscuro frammento lagioiano, in punta di logica la persona in questione “era non molto oltre la trentina E DUNQUE non poteva avere meno di venticinque anni”. E allora cosa diamine c’entra quel “ma”? Questioni d’esegesi, appunto. E di volerla fare anziché vedersela imporre proditoriamente.

Purtroppo il lettore se la vede imporre, eccome. E così si salta alle pagine 10-1, dove si trova il frammento che segue:

Il grossista aveva l’aria di chi è convinto di non avere superato il confine che taglia in due l’aspettativa di vita, né di correre il rischio di farlo.

Qualcuno mi decodifica il senso di questa frase? Innanzitutto: cosa vuol dire “superare il confine che taglia in due l’aspettativa di vita”? E come si taglia in due l’aspettativa di vita? E ancora, in cosa consistono le due parti tagliate? Qual è il loro quantum? Tagliare in due l’aspettativa di vita significa forse trovare il punto di mezzo “del cammin di nostra vita”? O significa “spezzare l’ottimismo verso l’aspettativa di vita e virare verso il pessimismo”?

Interrogativi su interrogativi, in cima ai quali se ne staglia uno a fare da capofila: ma come si può scrivere così male? E farlo con passione e perizia pari a quelle squadernate da Nicola Lagioia? Sono necessari uno zelo e una voglia di raggiungere l’obiettivo che tanto da vicino mi ricordano l’agente immobiliare interpretata da Annette Bening in “American Beauty”, quando dice a se stessa: “Oggi venderò questa casa”. E ci dà dentro a pulirla da cima a fondo.

 

Allo stesso modo immagino Nicola Lagioia che s’alza la mattina dandosi la missione del giorno: “Oggi voglio scrivere male, ma proprio male-male-male”. E da quel momento in poi si mette a vergare frammenti come quello di pagina 15:

Gli errori si erano accumulati nel vuoto spazio primordiale dove le biografie vengono scritte prima che il debole inchiostro degli eventi le renda attive e comprensibili.

E il vero prodigio sarebbe rendere “attivo e comprensibile” un frammento come questo, assegnargli una forma tirandola fuori da quell’indigesto mappazzone di parole spiaccicato su carta. Sarebbe utile, tanto più che in certi passaggi del libro i frammenti come quello di sopra si avvicendano a ritmo serrato, senza nemmeno dare il tempo al povero lettore di metabolizzare il precedente. Per esempio, ecco una sequenza da sterminare i neuroni. A pagina 21 si legge:

Alto e abbronzato, in abito di lino tagliato su misura, stringeva tra le labbra una smorfia soddisfatta che nessun sarto avrebbe ricondotto a una tradizione più vecchia di dieci anni.

Ma di cosa parla? Cosa dice? Il sarto taglia non soltanto i vestiti ma anche le smorfie? E purtroppo il nostro “voglio scrivere male, ma male-male-male” quella mattina doveva essersi fissato col tema “Moda & Eleganza”, come dimostra il passaggio che si legge soltanto due pagine dopo:

Giacca e pantaloni ricadevano nel facsimile dell’eleganza, un volontario passo indietro rispetto a quella vera ma solo per farle strada.

Anche a chi non ne avesse intenzione tocca fare esegesi. E come se non bastasse, fra i due estratti appena riportati ce n’è un altro non meno esiziale, anch’esso piazzato a pagina 23:

I loro volti godevano di uno speciale rilasciamento [e ancora con ‘sto rilasciamento!, ndr], l’apparente ebetudine dei privilegiati in cui Vittorio ritrovava una ulteriore forma di intelligenza. Nessuna traccia del foglio metallico che annerisce sottopelle a causa dell’attrito con il mondo.

E già, il romanzo mondo che del mondo valuta persino l’attrito. Per poi guardare pure alla sfera dell’oltremondano, come suggerisce il frammento piazzato alle pagine 34-5:

Era uno splendido pomeriggio fuori stagione dei primi anni Novanta, uno di quegli avanzi che l’estate ripone in uno spazio oltremondano per evitare alla temperatura di salire troppo.

Ma cosa volevi dire, Nicolino? E quanto bene volevi al tuo lettore, mentre gli confezionavi un testo come quello pubblicato alle pagine 38-9? Di sicuro, se esso fosse stato mandato per posta elettronica sarebbe finito nella casella antispam, assieme alle offerte del Cialis e alle proposte d’affettuosa amicizia femminile tradotte da Google Translate:

Ecco il problema di Ruggero: la concrezione di pazzi con cui la sorte voleva distoglierlo dall’unica attività che lo avrebbe reso libero, il tasto su cui battere fino a quando la particola di follia che in linea retta alimentava anche lui fosse diventata un nudo anello che non trasmette niente, lo studio, lo studio fanatico della medicina a cui si dedicava senza perdere un attimo.

Micidiale, tanto quanto la doppietta piazzata a pagina 40:

 

Avrebbe dovuto superare il dislivello tra lo strazio e la simulazione dello strazio con cui si stava confrontando ora

Tutta la sua vita era stata una crescita equipollente di fortuna e minaccia.

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Siete già annichiliti? Dilettanti! Quanto fin qui ho riportato è contenuto soltanto nelle prime 40 pagine, cioè nel primo dieci per cento scarso di “La ferocia”. C’è tutto un altro novanta per cento abbondante da infliggersi e passare a esegesi, nel caso che “loro” non avessero ancora capito. E bisogna fortificarsi per affrontare tutto ciò che segue. Per esempio, a pagina 49 si trova un frammento che sembra scritto dal peggior Massimo Bisotti:

Dare all’amato ciò che non si ha e ritrovare nel nulla che si riceve il troppo che non sarà ricompensabile.

Non vogliategli del male, è fatto così. Dove l’acqua è pura lui la intorbida affinché facciate il sano sforzo di ri-filtrarla. Per esempio, se deve dire che i popolini del Sud annichiliscono la lingua italiana rendendo controproducente lo strumento principale per l’unificazione culturale del paese, esprime così il concetto (pagina 61):

Per trovare il tono giusto provò ad attingere dai colleghi delle passate generazioni, quelli che aprivano talmente male le vocali da scuotere l’Unità del paese con lo strumento che avrebbe dovuto stringerle il collare.

La lotta per afferrare un senso si fa titanica col procedere della lettura, continuamente ostacolata dalla fioritura dei nonsense. A pagina 67 si legge:

Ogni tanto, tra le rughe che circondavano gli occhi dei presenti, pulsava un fastidio privo di abrasioni.

Ma sì, il fastidio è abrasivo quasi quanto la lettura di “La ferocia”. E non meno abrasivo è il frammento di pagina 81, quello con cui chiudo la prima puntata del nostro viaggio dentro l’ultima opera del nostro Radical Flop. La chiudo perché sarebbe un eccesso piazzare dentro questa prima puntata tutti i frammenti meritevoli di menzione. E io, al contrario di Lagioia che pretende d’aver scritto un romanzo mondo e spamma 411 pagine quando 115-20 sarebbero state d’avanzo, una misura me la do. Tutti gli altri frammenti del genere “ma cosa voleva dire?” verranno distribuiti nelle puntate successive, quando “La ferocia” verrà analizzata a partire da altri motivi. Però è giusto chiudere in bellezza. Lo faccio col passaggio presente a pagina 81:

Clara impallidì. Poi si accigliò. La forzatura consentì a Pascucci di vederla – l’ombra di una ferita – come avrebbe iniziato a mostrarsi di sua spontanea volontà se solo lui avesse avuto più pazienza. L’estorsione di un anticipo già ridotta a saldo.

Cosa voleva dire Nicolino? E soprattutto, cosa vorreste dirgli voi dopo aver letto tutto questo?

(1. continua)

 

(E come sempre, dopo avervi dispensato tanto orrore letterario, provo a ristorarvi l’anima con uno splendido brano musicale)

 

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 2

Prosegue il recupero dei miei articoli pubblicati su Satisfiction. Buona lettura.

Le altre due puntate della stroncatura sono leggibili qui e qui

nicola la gioia tra gli olivi

Nicola Lagioia, braccia rifiutate dall’agricoltura

Ombra di salice, h. 16-17

Quando si vuol scrivere un Romanzo Mondo si deve essere pronti a metterci dentro il mondo intero. Deve essere stato questo il principio ispiratore di Nicola Lagioia, nel momento in cui si è seduto nella sua cameretta e ha iniziato a scrivere “La ferocia”. E tale principio, pedissequamente, è stato applicato. Non saprei dire perché mai l’autore se lo sia messo in testa né credo sia determinante saperlo. In fondo ognuno è libero di fare come crede. C’è chi si mette in testa lo scolapasta e chi l’idea meravigliosa di restituire i capelli ai calvi d’una nazione intera. Dunque ci può stare pure che qualcuno decida di scrivere un Romanzo Mondo, menzionado di continuo la luna in cielo e gli scarafoni in terra mentre descrive le vicende dei bipedi umani.

Per continuare la lettura cliccare qui.

 

E adesso ristoratevi l’anima con un buon brano musicale.

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 1

Da oggi prendo a recuperare i miei articoli pubblicati su Satisfiction.  Non posso che cominciare dalla stroncatura in tre puntate di “La ferocia”, l’orrendo romanzo di Nicola Lagioia che nei mesi successivi avrebbe vinto Premio Strega. Segnandone la definitiva decadenza. Buona lettura.

Le altre due puntate della stroncatura sono leggibili qui e qui.

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Nicola Lagioa e il suo sguardo di contagiosa intelligenza

 

Dilettarsi con l’esegesi.

Esercizi d’estenuazione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, solo per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza mollare la sfida. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15″: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo.

 

Per continuare la lettura, cliccare qui.

 

E dopo aver completato la lettura, godetevi questo brano musicale.

 

 

 

 

 

 

Michele Serra, il reazionario soft – 1 Il Lamento dell’Amaca come servizio pubblico

Salone Internazionale del Libro 2013

Michele Serra

Michele Serra è un servizio pubblico. Dovremmo provare a vederla in questo modo, prima di rilasciare qualsiasi giudizio sugli scritti dell’ex direttore di Cuore. Materiali che nel migliore dei casi suscitano compassione verso il lamentoso intonatore di doglianze, ma che sempre più spesso provocano disappunto per quell’essere a prescindere contro ogni cosa in evoluzione. Un Lamento dell’Amaca che pezzo dopo pezzo s’allarga a colpire qualsiasi cosa procuri l’offesa di turbare il dondolio. E cosa di più molesto che turbare l’ozio di colui che sull’amaca s’annàca, specie dopo aver speso tanta fatica per guadagnarsi la postazione?

Pensiamo esattamente questo ogni volta che leggiamo quelle esibizioni di fastidio, e ne ricaviamo un fastidio di ritorno per esserci andati a comprare il lamento altrui quando nemmeno per un istante ci sogneremmo di vendere il nostro. Ma proprio qui sta il punto: non nella capacità di vendere le proprie ugge (il che è un indiscutibile talento), ma nel raffronto fra le nostre e quelle di Michele Serra. Se anziché prenderle con stizza provassimo a osservarle da vicino, capiremmo molte più cose di noi stessi e avremmo consapevolezza del perché quest’uomo sia un servizio pubblico.

Tutto sta nel guardare ai contenuti anziché soffermarsi sulla vocina stridula e il tono petulante dello scrivere. Turatevi per un attimo l’orecchio della mente, dimenticate per una pagina intera che a scrivere sia un signore chiamato Michele Serra. E affrontate lo scritto per ciò che dice. Ci troverete dentro una serie di suggestioni e dettagli che poco a poco vi suoneranno familiari in modo inquietante: il disappunto per tutte le cose che non capite, e per scoprire come il loro numero non smetta di crescere; il rifiuto altezzoso d’ogni nuova moda, talmente sistematico da seminarvi il dubbio che la detestiate non in quanto moda ma in quanto nuova; la sottile misantropia che vi fa ripugnare la folla e ogni suo respiro, ma sempre quell’ottava più in basso del livello da esplosione in stile “Un giorno di ordinaria follia”; e, in generale, quel borbottio a bassa intensità, da pentola di fagioli sul fuoco minimo o da frigorifero usurato nelle notti d’estate, che come la goccia cinese dà fastidio più del precipitare d’un set di pentole in acciaio Inox.

Vi specchierete in tutti i tic da reazionario soft che pochi istanti prima percepivate alieni, e a quel punto scatterà in voi l’istinto d’autodifesa che sarà innanzitutto necessità di distinzione. Perché dopo esservi riconosciuti in tutto ciò che avete letto in quelle pagine, esclamerete: “Cazzo, ma io non ci voglio mica diventare come Michele Serra!”. E da quel momento in poi vi sforzerete d’essere altro da lui, e anche un po’ altro da voi stessi.

Eccolo, il servizio pubblico prestato da Michele Serra e dai suoi scritti: una sorta di allarme che viene fatto scattare in voi quando rischiate d’implodere nel rancore muto verso qualsiasi cosa evolva. Dopo averlo riconosciuto vi sentirete quasi obbligati a rilasciare la tensione dell’elastico, a farvi molli e accondiscendenti. Ché anzi a quel punto si rischia l’eccesso opposto: farsi piacere tutto, e tutto tollerare per non voler essere come Michele Serra. E dunque, ascoltare Gigi D’Alessio, e girare per la strada con in mano un cartone di Queen’s Cheeps ciancicandole a bocca larga, o divorare libri marchiati Newton Compton Editore.

Probabile che adesso abbiate capito perché dobbiamo proteggere Michele Serra alla stregua di un panda. Ci è necessario, ci protegge dagli eccessi di conformismo e misantropia, fa da esempio vivente di ciò che mai vorremmo essere. Per questo dovremmo tenere i suoi libri sul comodino, e anzi spronare lui e il suo editore affinché ne vengano pubblicati con più frequenza. Ci servono, ne abbiamo bisogno per temperare l’istinto d’inabissarsi in un livore tenue, privo d’oggetto e di sfogo. E in special modo servono a quegli intellettuali che ancora hanno il vezzo di definirsi “di sinistra” senza più sapere cosa cazzo significhi, e che leggendo quanto conservatorismo e quanta somiglianza vi siano nei lamenti di un altro intellettuale etichettato “di sinistra” si vedono spalancare innanzi l’abisso della negazione di se stessi (se pensate che il riferimento sia personale ci avete preso in pieno, mortacci vostri).

E ora che siete avvertiti sul corretto uso degli scritti di Michele Serra potete cominciare a proiettare uno sguardo disincantato sul mondo e su alcuni dei suoi aspetti più controversi. Per esempio, quello del rapporto fra genitori e figli, o in generale fra adulti e adolescenti. Un fronte di eterno conflitto la cui differenza è soltanto il grado, e che vede invariabilmente i soggetti più anziani abbandonarsi al rito della lamentazione verso le giovani generazioni, viste come il marcatore di una degenerazione della specie. Pensate esattamente a questo schema mentale e a quanto spesso ci caschiate dentro. E un attimo dopo leggete un passaggio fra i tanti dedicati al rapporto tra padre e figlio, tema che sta al centro di Gli sdraiati (da qui in avanti GS), riportato alle pagine 13-4.

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Vi si descrive la propensione del figlio al disordine, all’incuria verso le cose e dunque anche verso gli altri, e in ultima analisi verso se stesso. E a quel punto l’io narrante, il Serra che sull’amaca s’annàca, ma sublimato in un personaggio da romanzo che nemmeno si sforza d’essere distante un minimo dal suo creatore, srotola il primo papiro di doglianze:

Quasi radiosa, in questo quadro bisunto e tendente allo scuro, è l’aureola candida che sta sotto la macchina del caffè. È fatta di zucchero. Deve sembrarti lezioso centrare con il cucchiaino la circonferenza della tazzina, e dunque spargi virilmente il tuo zucchero con un gesto largo e brusco da seminatore. Levando poi la tazzina, rimane al centro un piccolo cerchio intonso, e intorno un anello di zucchero. Mi ci sono affezionato, quasi come le formiche che a volte, in disciplinata fila, vengono a pascolare sul tuo astro involontario.

 

Quanta pesantezza, quanta inutile ampollosità nel descrivere il disordine filiale. Quasi che quella struttura farraginosa del periodo fosse un anestetico contro la rabbia pura, quella che porterebbe a acchiappare il figliolo per un’orecchia e dirgli serenamente: “Ci hai scassato la minchia: ora pulisci!”. E invece no. Meglio attorcigliarsi un cilizio fatto di parole piombate, pura zavorra per il povero lettore cui tocca il medesimo supplizio che l’autore crede di riservare soltanto a se stesso: “quadro bisunto tendente allo scuro”, “lezioso centrare la circonferenza della tazzina”, “disciplinata fila”, “il tuo astro involontario”. E soprattutto quello “spargi virilmente il tuo zucchero” che non si troverebbe nemmeno in una pagina di Nicola Lagioia, il campione mondiale d’antiscrittura.

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Nicola Lagioia mentre medita di tagliarsi la gola dopo aver riletto alcune sue pagine

Ma ve l’immaginate? Un padre che metta la mano sulla spalla d’un figliolo già nel pieno delle tempeste ormonali, e gli dica: “Va’ per il mondo, e spargi virilmente il tuo zucchero”. Un trauma eterno, una ferita irrimediabile alla virilità.

E tra padri castranti e figli zozzoni è una dura battaglia per l’egemonia che in quelle pagine prosegue imperterrita, con grave disagio del lettore che a ogni pagina si chiede se non sia meglio darsi una martellata agli alluci anziché spingersi oltre nella lettura.

Invece lo sciagurato prosegue, e poiché ha deciso d’infliggersi il supplizio fino in fondo ecco che ritrova il tema del disordine filiale a pagina 87. Esposto con una prosa, se possibile, più involuta che quella del frammento precedente:

Lasciare pulito il cesso. Spegnere le luci. Chiudere i cassetti e le ante degli armadi. Per me sarebbe già molto. Anzi: moltissimo. Quasi mi commuoverebbe. Tanto da rendere lecito il sospetto che tu disattenda un così poco impegnativo ordine del giorno proprio perché è troppo poco… un fabbisogno etico così mediocre da non scalfire il tuo spirito, che custodisce, come è tipico dei giovani, il seme dell’eroismo, e certo non può accendersi nel nome del decoro domestico a me caro.

“Un fabbisogno etico così mediocre da non scalfire uno spirito che custodisce il seme dell’eroismo tipico dei giovani, che certo non può accendersi nel nome del decoro domestico a lui caro”. Ma che schifìo di prosa è?

Non bastava dire che il decoro domestico è cosa troppo banale per accendere la convinta adesione di un figlio? Nossignori, bisognava sparare una raffica di parole tonitruanti, tanto da far tornare alla mente il falso Aldo Biscardi (forse lo stesso Serra, ma di ben altri tempi) che teneva una rubrica su “Cuore Mundial” nel 1990. Lì dove era tutto un “eccipuo”, termine che mai prima e mai in seguito avrei incontrato in uno scritto. Il Lamento dell’Amaca, quest’annacàre molesto il proprio malanimo è tutto così: una lamentazione infinita nonché espressa in un italiano da Accademia dei Pedanti. Ne volete altri saggi? È inutile che rispondiate no, perché ora ve li sucate voi allo stesso modo in cui me li sono sucati io. Sicché leggete i due frammenti immediatamente successivi a quello di sopra. Il primo è piazzato nella stessa pagina 86:

Il non detto (il sogno?) era che dopo aver letto e sorriso, ammesso che ti abbia sorriso, dentro quel linguaggio morbido, lietamente ruffiano, avresti capito da te solo il giusto daffare. Dove per giusto daffare – attenzione! – non alludo a moniti minacciosi o definitive incombenze, a quei sistemoni castranti, quelle costrizioni annichilenti che furono le Religioni e le Morali, ma no, macché, ma ti pare che io abbia il physique du rôle del patriarca?

 

Io, una vaga idea sui motivi per cui il figlio dell’alter ego letterario di Michele Serra sia così strafottente, me la sarei fatta. È una questione di autorità, e l’autorità è fatta innanzitutto di parole. Queste possono contenere la secchezza del comando (“Tieni pulito il cesso e tutto il resto senza fare storie!”) o la morbidezza della persuasione (“Dovresti tenere pulito il cesso e tutto il resto, sarebbe cosa buona per tutti”), ma necessita comunque d’andare dritto al punto anziché intorcinare matasse di filo spinato.

E invece pensate un po’ quale autorità possa avvertire un figlio presso un padre che gli parli “di giusto daffare con un linguaggio morbido, lietamente ruffiano, senza alludere a moniti minacciosi o definitive incombenze, né a quei sistemoni castranti o a quelle costrizioni che furono le Religioni o le Morali, anche perché lui, il babbo, non ha il physique du rôle del patriarca”. E non è mica finita qui, signore e signori. Perché mentre quel povero figliolo deve ancora ripigliarsi, al pari d’ogni lettore che s’infligga i libri del Lamento dell’Amaca, ecco che Serra dà un’altra micidiale annacàta (pp. 86-7):

Io quando penso al giusto daffare penso solo all’onesto, parziale e non necessariamente compiuto tentativo di cercare un equilibrio decente tra la propria porca presenza al mondo e la porca presenza degli altri.

“L’onesto, parziale e non necessariamente compiuto tentativo di cercare un equilibrio decente tra la propria porca presenza al mondo e la porca presenza degli altri”. Ma questo qui non è un pensiero: è un Diagramma di Gantt.

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Esemplare di Diagramma di Gantt

Sicché provate a immedesimarvi in un rampollo di genitore così verboso, e poi ditemi come diamine possa venirvi mai di prenderlo sul serio. Che si tratti di tenere pulito il cesso o di ragionare dei “sistemoni castranti”, il figlio di cotanto genitore si è per certo liberato di Freud e Edipo. Ci sarà mica bisogno d’ammazzare un padre così, per emanciparsi verso il ruolo adulto? Tanto più che, in un lungo passaggio antecedente quelli appena riportati, Serra piazza uno sterminato delirio che si chiude piazzando parole definitive sull’estinzione della figura paterna (pagine 85-6):

In termini tecnici, sono il tipico relativista etico. La definizione circola da qualche anno, più o meno spregiativa a seconda che chi la adopera sia molto o poco convinto di detenere verità assolute. La trovo calzante. Sta a indicare quella larga fetta di adulti occidentali che, a parte una ridottissima serie di precetti senza tempo e senza copyright (tipo non ammazzare e non rubare), non riescono a trovare indiscutibile alcun assetto etico, specie nella vita privata. Di qui una diffusa incapacità a pronunciare certi No e certi Sì belli tonanti, belli secchi, con quel misto di credulità e di boria che aiuta, e tanto, a credere in quello che si dice.

Sono il tutore ondivago di un ordine empirico, composto e poi scompaginato giorno per giorno, scritto in nessun Libro, impresso in nessuna Tavola. (…)

(…)

Di una parodia di Comandamenti ho a volte disseminato la casa. Attaccando sul frigo o in bagno o sulla porta d’ingresso biglietti comicamente imperativi, perché l’imperativo è il modo che ho dismesso – che abbiamo dismesso, noi dopopadri di questa dopoepoca – e dunque riesco a usarlo solamente in parodia. (Avere un padre parodista equivale ad avere una parodia di padre?).

Ecco, se volevate la summa del Lamento dell’Amaca, lo spottone dell’annacamento reazionario a bassa intensità, la dimostrazione inattaccabile del perché l’ex direttore di Cuore vada tutelato come il panda perché servizio pubblico, l’estenuante frammento che vi ho inflitto come fosse una supposta d’aglio serve a spazzare via i residui interrogativi sulla funzione sociale degli scritti di Michele Serra. Lui può salvarci ogni giorno dal rischio d’implosione nella rabbia inerte, nell’intolleranza muta che non trovando catartica via d’uscita corrode il nostro equilibrio psichico. Nell’estratto appena riportato c’è tutto. C’è la pretesa di filosofare a ogni costo che ritrovereste nel mediocre dottorando senza borsa, che si sforza di dimostrare di non essere un abusivo ai seminari di teoretica.

C’è lo stesso azzardo nello speculare  sugli “adulti occidentali” cui ormai anche il vostro autolavaggista di fiducia si cimenterebbe, senza tema di sparare cazzate perché ormai l’arsenale di cazzate sparabili sul tema è stato svuotato da mò. Ci sono quegli annichilenti passaggi in cui l’alter ego narrante dell’annacante Michele dice “Sono il tutore ondivago di un ordine empirico” e “Avere un padre parodista equivale ad avere una parodia di padre?” che fanno venir voglia di mettere gli zebedei su un piano di marmo e schiacciarli con pietra lavica come si trattasse di sgusciare mandorle. E c’è infine quel discettare di dopopadri e dopoepoche al quale arrivate ormai decisi a tutelare Michele Serra perché è un contatore Geiger sulle vostre nevrosi in via di degenerazione.

E a questo punto non vorrei che quanto detto vi traesse in inganno su alcuni aspetti. Per esempio, che il reazionarismo soft dell’annacante si concentri esclusivamente sul rapporto padri-figli, o che si esaurisca entro le pagine del solo Gli sdraiati. Nulla di più fuorviante. Il Lamento dell’Amaca investe numerosi altri temi, e si esprime anche attraverso altri scritti come il più recente romanzo di Serra, Ognuno potrebbe (da qui in avanti OP).

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Se mi sono concentrato su un tema e su un romanzo è perché mi è parso utile analizzare in modo intensivo singoli elementi cruciali, fra quelli presenti nelle pagine del reazionario soft. Altri aspetti verranno analizzati nelle puntate che seguiranno. Piuttosto, per concludere, resta da capire quale possa essere il profilo di figlio modello per un padre affetto in modo quasi terminale da Lamento dell’Amaca. La risposta viene data indirettamente nelle pagine di OP. Dove l’alter ego narrante è un figlio di famiglia piccolo borghese, con un padre falegname dai modi essenziali e dall’affettività ossificata. Il giovane cresce in un clima da educazione calvinista (eufemismo usato per evitare di dire “Sindrome da Ditinculo Perenne”), e ciò viene descritto in modo molto preciso nell’incipit di OP (pagina 13):

Nelle fotografie mi si riconosce perché sono l’unico che non fa niente. Non saluto, non rido, non faccio smorfie, non sventolo le braccia, non mostro pollici o indici secondo la mimica manuale in uso, non mi protendo verso l’obiettivo, non abbraccio il vicino, non ammicco. Niente. Non mi viene da fare proprio niente. Sono nient’altro che me stresso in tutta la mia inerte normalità, in un istante casuale tra i tanti che compongono la mia vita.

Ecco l’ideale di figlio che il reazionario soft, il dopopadre da dopoepoca, proietta sulla pagina del romanzo come fosse uno schermo dei desideri. E voi, che siate dopopadri o dopofigli, vorreste essere o essere stati così da ragazzi? E vorreste diventare genitori portandovi appresso una tara da Ditinculo così paralizzante? La risposta è contenuta nel video che inserisco, il cui protagonista è un uomo che non ogni evidenza non è occidentale, e da come si comporta non pare nemmeno tanto adulto, ma piuttosto un simil-Salvatore de Il nome della rosa capace di un virtuosismo da Oscar.

(1. Continua)

@pippoevai

E come sempre, per risarcirvi delle brutture cui vi ho esposto, ecco della buona musica per ristorarvi l’animo.

Alessandro D’Avenia, il Sommo PoVeta – 1 Osso per osso, dente perdente

Alessandro D'Avenia

Alessandro D’Avenia

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Adesso ho una nuova certezza: ogni volta che uscirà un nuovo libro di Alessandro D’Avenia dovrò aggiornare il Pessimario. Cioè la lista dei libri e degli autori che toccano, per riprendere una frase di Diego Abatantuono in versione Diéco, “l’apice dell’apoteosi della schifezza”.

Una galleria ormai pigiatissima di cui fanno parte fenomeni da baraccone come Giorgio Faletti e Fabio Volo, poligrafi newtoncomptoneschi come Anna Premoli e Marcello Simoni, anime graforessiche come Chiara Gamberale, teoriche dell’eros tombale come Sara Bilotti, intrallattuali da Loggia del Leopardo come Antonio Scurati e Nicola Lagioia, cacatori di status smielati da social network come Massimo Bisotti e divulgatori del cazzonaggio letterario come Michele Dalai. E la lista sarebbe ancora lunga, ma risparmio d’infliggervela fino in fondo perché voglio risparmiarla innanzitutto a me stesso. Ma resta il fatto che fra tutti costoro rientri con pieno merito Alessandro D’Avenia. Autore sbucato dal nulla cinque anni fa e imposto chissà perché alle patrie lettere. Con effetti che soltanto fra qualche anno riusciremo a valutare, e sarà comunque troppo tardi.

Ricordo ch’era settembre, e da un giorno all’altro le librerie e i marciapiedi vennero invasi da cartonati che ci avvertivano della novità letteraria: il romanzo di un autore esordiente che Mondadori aveva deciso di diffondere con la leggerezza del napalm. Un’immagine di copertina caruccétta, come direbbero aRòma, un titolo da fotoromanzo in bianco e nero anni Settanta (“Bianca come il latte, rossa come il sangue”), e il nome fin lì sconosciuto dell’autore che veniva strillato come fosse al tempo stesso un’informazione e un avvertimento con tanto di indice puntato sull’ignaro passante: questo è un libro di ALESSANDRO D’AVENIA, e da oggi in poi ricordati di ricordare!

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È stato così, al pari di qualche altra milionata d’italiani, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Praticamente, un’azione di book squatting. E subito mi sono chiesto perché. Come mai la maggiore casa editrice italiana compiva uno sforzo così vasto per promuovere un esordiente? Sarà mica stato un nuovo fenomeno della narrativa italiana? E intanto m’informavo su questo squatter della nuova narrativa italiana. Scoprendone l’immagine pulitina, sistematina, con quella barbettina pettinatina e la chioma biondina e ricciolina vagamente bigodina, l’occhiettino azzurrino e il sorrisino mansuetino. Il maschietto cui ogni padre affiderebbe la figliola di cui presuppone ancora l’illibatezza, per fargli reggere il ruolo di cicisbeo alla feste in cui gli ormoni adolescenziali brulicano di vitalismo. La versione adattata ai giorni nostri del Principe Valium di Balle Spaziali, uno fatto apposta per piacere alle mamme pre-anni Novanta e alle nonne pre-Sora Lella di Bianco, Rosso e Verdone.

Il Principe Valium

Il Principe Valium

Inoltre ho scoperto che il ragazzo è vicino all’Opus Dei, come egli stesso ammetterà pubblicamente più avanti. Ma questo è soltanto un dettaglio, ci mancherebbe altro.

Non è invece un dettaglio il fatto che Bianca come il latte, rossa come il sangue sia una schifezza di libro. Sciatto, noioso, manierato, scontato dalla prima all’ultima pagina. Intriso d’un sentimentalismo trash da Gli occhi del cuore, l’immaginaria soap opera del serial Boris.

Soprattutto, un libro ossessionato dal tentativo di rivolgersi al pubblico degli adolescenti con uno stile alla Moccia, ma sacrestanamente corretto. Una pena infinita. Quel libro non mi ha lasciato traccia, perché era d’una bruttezza indegna di menzione. E quando una cosa è talmente brutta da non poter essere nemmeno schifata, la frustrazione è grande per chi l’ha appena consumata. Perché non lascia spazio nemmeno all’esperienza del disgusto, ch’è un segnalibro mentale indispensabile per mantenere una traccia delle cose peggiori. E invece no, il primo libro di D’Avenia era d’una bruttezza grigia, indistinta. Come un piatto di tempestine in brodo di dado da corsia d’ospedale, cui non sia stata nemmeno aggiunta una cucchiaiata di formaggio. In quel libro non c’era manco un frammento da stroncatura. Anzi no, dire il vero uno c’era. Piazzato a pagina 173:

“Si libera in un sorriso da far scongelare in un attimo un milione di Bastoncini Findus e il mio cuore raddoppia il numero di battiti.”

 

Sarebbe superfluo aggiungere un commento alla schifezza appena riportata. Mi limito a dire che se in prima media mi fossi azzardato a scrivere una cosa del genere in un compito in classe, la mia professoressa di Lettere mi avrebbe bacchettato le dita per una settimana. E ne avrebbe avuto ben donde. E tuttavia, fatta eccezione per il frammento citato, il libro di D’Avenia non si era dimostrato degno di una stroncatura. Per questo avevo messo da parte l’autore, evitando di leggere il suo secondo romanzo: Cose che nessuno sa, di cui mi è stato detto malissimo. Ma poi mi sono imbattuto in Ciò che inferno non è. Il romanzo che vorrebbe essere un omaggio a don Pino Puglisi. E la prospettiva sull’autore è completamente cambiata.

Da dove cominciare? Innanzitutto proprio dal povero don Pino, che avrebbe meritato di continuare a riposare in pace. Poi dallo stesso D’Avenia, che nei giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue si giovava dell’unico pregio esercitato dalla mediocrità narrativa: quello di tenere l’autore ben ancorato a mezzo metro da terra, come fissato a dei contrappesi. E invece in Ciò che inferno non è D’Avenia molla gli ormeggi e svolazza libero. Con risultati devastanti. Le pagine del suo libro sono talmente piene di segnature da toccare una misura che fin qui era stata osservabile soltanto nei libri dei quasi omonimi Bisotti & Bilotti, i due Pesi Pessimi per eccellenza della narrativa italiana contemporanea. E adesso in questo Pessimario ci entra di diritto D’Avenia. Per aver perso la virtù della mediocrità narrativa, e essersi lanciato verso l’hybris della poesia.

Ecco, proprio qui sta il punto, lo specifico che fa dell’opus homini di D’Avenia un genere da Pessimario: il fatto che, dai giorni di Bianca come il latte, rossa come il sangue, egli abbia maturato la convinzione di possedere la vena poetica. Una situazione imbarazzante, perché la vis poetica di D’Avenia è paragonabile a quella di un compianto ex vicepresidente dell’Inter, Giulio Abbiezzi. Quello che per qualche settimana, a metà anni Novanta, si guadagnò la notorietà grazie alla Gialappa’s Band. E purtroppo non esistono su You Tube filmati dedicati al personaggio, ma per chi ha memoria di quelle performance poetiche il paragone è eloquente.

Giulio Abbiezzi

Giulio Abbiezzi

Ecco, la poesia di D’Avenia se la batterebbe con quella di Abbiezzi, e i suoi versi potrebbero essere letti alle tre di notte nel pieno d’una tavolata d’avvinazzati, da vocini soavi come quelli di un Razzi o di uno Scilipoti. E sarebbe la morte sua. Della poesia di D’avenia o della poesia tout court, fate voi. Perché in quel contesto sentireste declamare frammenti del “poetare in prosa” che sono padellate alla nuca, come quello che apre il libro:

Nella luce prima, un ragazzo la spia. È immersa nell’agguato ventoso e salato dell’alba che si leva ancora vergine, per tuffarsi poi nelle strade avvolte dalla penombra.

 

Mi è bastato leggere quest’incipit per scoprire che il giovin D’Avenia era cresciuto, e che la crisalide della mediocrità narrativa aveva prodotto una fulgida farfalla da Pessimario Letterario. E casomai potesse sorgermi il dubbio istantaneo che si trattasse di un’impressione ancora acerba, fondata su poche righe, ecco che il seguito di quel frammento mi ha definitivamente rafforzato nel convincimento.

Lui abita in cima a un palazzo: da lì si vede il mare e si vede nelle case e nelle strade degli uomini. Lassù l’occhio spazia fino a perdersi, e dove si perde l’occhio anche il cuore resta invischiato. Troppo mare si spalanca davanti, specie la notte, quando il mare svanisce e si sente tutto il vuoto che c’è sotto le stelle.

Perché tutto quel nascere ogni mattina? Non ha risposta un ragazzo, a cui fanno più male i petali sfioriti della rosa che le spine e ogni mattina si guarda allo specchio come un naufrago.

 

Neanche mezza pagina e siamo già nell’eccellenza del Pessimario. Ci si sente completamente appiccicati da tanta melassa, da un così inutile sforzo di mettere le ali quando rimanere attaccati alla terra sarebbe stata una garanzia innanzitutto per l’autore. E invece D’Avenia svolazza, rendendoci coscienti che le patrie lettere hanno acquisito un nuovo poVeta. Etichetta che rubo a Giovanni Stoto, amico di Facebook, e che interpreto nel senso del “poeta con la V”. Dove quella “V” sta per “verboso”, quando invece la vera poesia sta nell’esprimere qualcosa di più con ogni parola in meno. E in questo senso D’Avenia è assolutamente, indiscutibilmente poVeta. Non posso riportarvi in questo post tutti i frammenti dell’ultimo libri che lo testimoniano, perché rischio di bruciarmi tutto lo spazio che WordPress mi mette a disposizione. Ve ne riporterò soltanto una parte, riservando altri frammenti per le prossime puntate dedicate al nostro poVeta. E cominciamo dai motivi ricorrenti, che D’Avenia da poVeta proVetto utilizza con stucchevole ripetitività. Fra questi c’è il contrasto fra luce e oscurità. Una di quelle contrapposizione topiche elementari che vi insegnerebbero pure alle scuole di scrittura per corrispondenza, o ai corsi Hold’em, ma che il nostro poVeta declina allo sfinimento, mettendoci dentro anche la variante del contrasto fra luce e lutto. E allora beccatevi questo pastone di luce e tenebre, e soffritene pure voi:

Le cose investite da troppa luce proiettano altrettanta ombra, ogni luce ha il suo lutto (…) (p. 9)

Permette a luce, vento e sale di modellargli la carne e i pensieri. Luce, vento, sale facciano di lui quello che vogliono, come da millenni trasformano persino la pietra infeconda degli scogli. Dio gli ha messo in petto il cuore, ma si è dimenticato la corazza. Lo fa con ogni ragazzo e per questo per ogni ragazzo Dio è crudele. (pp. 9-10)

Vento e luce al mattino frustano le strade di Brancaccio, quartiere fatto di case simili alle squame di un pesce in una città che sussulta al sole sempre più lentamente, mentre muore, spasimando acqua e vita. (p. 21)

Natura e potere. Sacro e profano. Pagano e cristiano. Luce e lutto (p. 42)

Dio è creatore e architetto del mondo e l’uomo è chiamato a fare altrettanto. Distinguere tenebre e luce e ordinare il caos. (p. 87)

Dall’alto, Palermo mi sembrava così bella, così piena di luce. Invece il suo ventre è ombra e lutto. (p. 108)

Il sole scema e cessa di schiaffeggiare le case. Sabbia. Polvere. Pietra, Poi, poco a poco, altri colori prevalgono. Vernice, vetro, vento. Dalla tenebra usciamo alla luce, passando per ogni gradazione dell’opaco. (p. 108)

La luce si oscura e viene sostituita dalla rabbia di chi distrugge e non sa il perché (…) (p. 117)

È una sorta di anestesia e non fa sentire la vita e la luce. (p. 118)

Quel mare così grande a pochi passi dall’angustia di una casa piccola e affollata le rende il passaggio ogni volta più doloroso. Troppo mare fa male. Non alla pelle, al cuore. Troppo futuro viene da lì, dall’orizzonte, e ti rimane col fiato sul collo, mentre tu cerchi di limitarlo a quelle vie e alle corrispondenti possibilità. Come si fa ad amare il mare se ti mette in petto tanti desideri? Come si fa ad amare quella luce se poi, girato l’angolo, devi rinunciarci? (p. 133)

Le ombre sembrano fuggite, esiliate dalla ferocia del sole nelle case, dove le persone le nascondono e custodiscono. (p. 153)

 

L’apoteosi viene toccata nel frammento di pagina 236, in cui il poVeta parte per la tangente e viene colpito da incontinenza verbale. Qui la luce viene menzionata due volte, ma c’è anche molto altro. Un delirio da eucaristia lisergica, modello Hair, che fa perdere al lettore l’ultima speranza d’intelligibilità di quelle pagine.

Quante clessidre servono per svuotare una spiaggia? Quanto tempo ci vuole perché una gemma diventi mela? Esiste un tempo medio o ognuna è un evento unico? A che velocità va la luce quando al mattino infuoca il mare? La distanza che permette la combustione tra due sguardi è precisa o casuale? Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio? Che peso ha un segreto? Che rapporto intercorre tra la felicità e la lunghezza di un sorriso? Come si calcola il volume del cuore?

 

Non saprei da dove cominciare per commentare, sono annichilito. Mi limito a rimarcare la totale incomprensibilità di quel passaggio che dice: “Il nero dei capelli di Lucia è assenza di luce o la sua pienezza al rovescio?”. Ma che minchia vuol dire “l’assenza di luce o la sua pienezza al rovescio”? Qui siamo ai livelli geroglifici di Nicola Lagioia. E purtroppo il nostro poVeta persevera, nessuno lo ferma:

Ci vogliono occhi allenati per vedere le bancarelle del mercato, guardarle senza cercare il folklore, guardarle cercando il dolore. (p. 266)

Una rima che ricorda il peggior Faletti, quello di Pochi inutili nascondigli.

Giorgio Faletti

Giorgio Faletti

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Alle pagine 123-4, all’inizio dell’imbarazzante racconto L’ultimo venerdì della signora Kliemann, l’uomo che volle farsi Vito Catozzo scriveva:

Il paese ha il tempo spezzato in due parti.

Tutta l’isola, d’altronde, vive da sempre questa frattura estate-inverno, una specie di effimero tessuto double-face da rivoltare e indossare come un indumento adatto al mimetismo della stagione. (…)

Persone per strada in misura inversamente proporzionale alla pioggia. (…)

I traghetti in questa stagione sono navi battenti una bandiera senza gloria. (…)

Maggio è l’inizio di tutto.

Maggio è l’inizio del lutto

Sembrano figlioccio e padrino, il poVeta e il poVito. La luce e il lutto, con maggio che è l’inizio di tutto. E se ancora non v’è scappato il rutto, guardate un po’ cosa il poVeta scrive a proposito del mese di settembre (pagina 259):

Settembre, epitaffio dell’estate, si infila dappertutto, anche nei posti più refrattari. L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come un osso scorticato sulla spiaggia.

 

Ve lo dicevo che D’Avenia nel Pessimario ci sta a pieno diritto. E chi ne volesse una prova se la vede servita da quest’assonanza con Faletti, che del mio Pessimario Letterario è il Padre Fondatore. La luce e il lutto, con maggio ch’è l’inizio di tutto mentre settembre è l’epitaffio dell’estate. Sembrano due stornellatori da Sagra del Castagnaccio, botta e risposta con ricarico e avanti così.  Fra l’altro, il poVeta è fissato con questa storiella adolescenziale sul mese di settembre che è un momento luttuoso dell’anno. L’aveva già schiaffato all’inizio di Cose che nessuno sa (p. 17)

Margherita e Andrea erano rientrati a casa da poco. L’inizio della scuola incombeva e quella luminosa domenica di settembre sembrava non volersi rassegnare al fatto che le vacanze erano a ventiquattro ore dalla fine.

E peccato che, in piena trance da poVesia, D’Avenia scivoli in materia di buon uso della lingua. Perché quel frammento in cui si parla dell’osso in spiaggia contiene tre bei punti neri da adolescente mocciano.

Si comincia dall’imperfetta costruzione del periodo. Che come ogni periodo dovrebbe essere un meccanismo accuratamente congegnato, in modo tale da non lasciar dubbi quanto al significato. E invece D’Avenia cosa fa? Dice che la cattedrale “brilla come un osso scorticato sulla spiaggia”. E qui pare abbastanza chiaro come l’azione che avviene sulla spiaggia, e che il poVeta intende rimarcare, sia quella del “brillare dell’osso”: il concetto sarebbe dunque quello dell’osso che brilla sulla spiaggia. Purtroppo, e con somma maldestrezza, D’Avenia piazza lì anche l’aggettivo scorticato. E questo genera l’equivoco, perché si potrebbe individuare il centro d’attenzione della frase sia sul fatto che l’osso venga “scorticato sulla spiaggia”. Ciò che invece non ha nessuna importanza, e tuttavia l’equivoco di senso sussiste per via di una sciatta costruzione del periodo. Come avrebbero insegnato anche in una scuola di scrittura per corrispondenza, l’equivoco sarebbe stato eluso se la frase fosse stata formulata così: “L’enorme edificio accanto alla cattedrale brilla come sulla spiaggia un osso scorticato”. In questa formulazione non c’è alcun equivoco sul fatto che l’azione cui l’osso è soggetto in spiaggia è quella di brillare, non il fatto che venga scorticato.

Mi si dirà che individuare un difetto del testo come quello di sopra sia pedanteria. E può darsi lo sia davvero, e che in fondo gli standard di lettura media siano ben a di sotto della capacità di cogliere queste sottigliezze. Ergo, questa imperfezione nel testo del poVeta sarebbe veniale. E però molto meno veniale è parlare di un osso scorticato. Ma da quando in qua un osso viene scorticato? Tuttalpiù viene spolpato, cioè ripulito di tutta la carne che gli si accumula intorno. È quest’ultima che viene scorticata, non certo l’osso. Il problema è che quando parla di carne il poVeta spara minchiate sesquipedali, come quella piazzata a pagina 18:

Il ragazzo lo ignora più degli altri. Ha poca carne intorno ai sogni.

 

E se il poVeta pretende di mettere la carne intorno ai sogni, figurarsi se poi non s’incasina i neuroni vedendo ossa scorticate.

E poi c’è il terzo dettaglio: l’osso che, scorticato sulla spiaggia, brilla. Ma quando mai? Ipotizzate un osso di pollo che, dopo essere stato accuratamente spolpato e non scorticato, venga abbandonato sulla sabbia. Purtroppo succede di frequente. Fa parte dell’ordinaria inciviltà, specie nelle spiagge libere del Meridione. Ebbene, potete star certi che quell’osso abbandonato sulla spiaggia non brillerà nemmeno per un attimo. Perché nel momento stesso in cui toccherà la sabbia rimarrà impanato. E quando poi verrà ripulito, avrà già assunto una tonalità opaca che in nessun modo gli permetterà d’essere una superficie riflettente.

Dunque, perso nell’inseguimento della poVesia il nostro poVeta commette errori d’italiano nei quali un discreto furiere contabile non incapperebbe. E nelle prossime puntate di questa stroncatura ciò verrà ulteriormente dimostrato, nonché accompagnato da ulteriori sprazzi di poVesia. Ma per questa volta vado a chiudere con un altro tema caro a D’Avenia: i denti. Il modo in cui il poVeta li tira in ballo è quantomeno bizzarro. Un passaggio penoso è quello di pagina 279:

Entro in scena con una barba finta che mi fa sudare anche i denti.

Questa dei denti sudati è persino peggio del milione di Bastoncini Findus che si sciolgono. Ma non è tutto. A pagina 22 c’è una descrizione dei due killer che uccideranno don Pino Puglisi (p. 22):

[Il Cacciatore] Cammina a testa alta e lo sguardo non deflette mai dalla traiettoria: fissare è segno di forza, senza deflettere. Ha tre decadi ed è già rispettato, come un padre dai figli.. (…) Insieme a lui c’è Nuccio. Di anni ne avrà una ventina, il naso lungo come un becco, le labbra sottili, la notte appena trascorsa ancora incastrata fra i denti come la sigaretta sempre accesa.

Ora, lasciando perdere quell’orrendo “ha tre decadi” in luogo di “ha trent’anni”, ciò che fa sembrare uno sfigato quell’altro perché di anni ne ha semplicemente “una ventina”; ma come la mettiamo con “la notte incastrata fra i denti”? Si tratta di interrogativi gravosi, che diventano ancora più spiazzanti quando si va a leggere il frammento piazzato alle pagine 184-5. Il protagonista è ancora Nuccio, quello della notte incastrata fra i denti:

A Nuccio fremono le narici e la bocca si storce attorno ai denti troppo affollati.

 

Forse la sera prima Nuccio aveva mangiato cicoria, e poi era filato a letto senza darsi una passata di spazzolino.

(1. Continua)

(E come al solito, per consolarvi dopo tanta bruttura letteraria, vi regalo della buona musica per risollevarvi l’umore.)

Massimo Bisotti e la deriva della donna italiana media – 4 A lui piacciono le donne che…

Le precedenti puntate sono state pubblicate qui, qui e qui.

Massimo Bisotti

Massimo Bisotti

Una decina di giorni fa ho visto una bisottina in libreria. In carne, ossa, e pochezza esistenziale.

Era alla cassa della libreria Feltrinelli di via de’ Cerretani a Firenze e s’apprestava a pagare l’ultimo manufatto cartaceo scritto dal Pink Bloc, Il quadro mai dipinto. Avrà avuto vent’anni e tutto ciò che serve per passare inosservata. E lo sarebbe passata anche ai miei occhi se non fosse stato proprio per il manufatto bisottesco tenuto sottobraccio. In effetti, come in un flash, ho avuto l’impressione che quel manufatto si muovesse da solo a mezz’aria per la libreria. Ma è stata solo l’impressione di un attimo, perché poi come fosse un ologramma ne ho percepito l’immagine tridimensionale della bisottina. E osservandola ho provato a immaginare cosa stesse pensando. “Mi prenderebbe mai qualcuno come modella per un quadro da NON dipingere mai? Sono evanescente e insignificante quanto basta per posare senza speranza d’essere ritratta, per essere la Monca Lisa del mio Divo?”. Dovevano essere questi gli interrogativi della bisottina, mentre di fronte a lei la cassiera sbrigava l’operazione di vendita. E magari quest’ultima in un altro tempo avrebbe guardato la fanciulla con la punta di disprezzo dovuto. Ma purtroppo l’epoca che attraversiamo è questa. Fatta di lettrici sporadiche e nutrite d’aforismi appiccicati sulle bacheche virtuali di Facebook come caccole sotto i banchi di scuola, e di cassiere di libreria cui ormai tocca vendere di tutto: dalle gomme da cancellare a quelle da masticare, dalle caffettiere ai servizi da tè, in attesa che tocchi pure imbustare la pizza a trancio appena scaldata in un microonde piazzato accanto al registratore di cassa e spiegare i pregi del Durex Massage 2 in 1 con Ylang Ylang. Cosa volete che gliene freghi di una cliente che legge schifezze e si chiede se qualcuno possa mai prenderla in considerazione come modella per un quadro da non dipingere? È già una dura vita quella che le tocca, figurarsi se le avanzi tempo per disprezzare una bisottina qualsiasi.

Alla mesta bisottina, milite ignota d’un esercito di vuote a perdere, è facile attribuire un’adorazione verso il divo fondata anche e soprattutto sull’attribuzione a quest’ultimo d’una capacità di comprendere lo specifico dell’animo femminile. Un’empatia guadagnata sul campo virtuale a colpi d’aforismi e supposte di saggezza. Soprattutto, l’ulteriore dimostrazione della penosa condizione in cui versa la donna italiana media, ciò che costituisce il vero oggetto di discussione in questo lungo e penoso viaggio fra le pagine bisottesche. Perché davvero io mi stupisco che nel 2014 ci si interroghi ancora su una cosa chiamata animo femminile. Come se fossimo ancora negli anni Settanta, e ci s’aspettasse che il massimo (ops!) della considerazione verso una donna sia una blandizie fatta di parole melense e petali di rosa. Per fortuna il mondo è andato avanti. E per quanto la strada verso una effettiva parificazione dei diritti fra uomini e donne sia ancora lunga da compiere è un dato di fatto che dei passi avanti siano stati fatti. Soprattutto in termini di mentalità, ciò che quantomeno ha portato a smettere di guardare alle donne come se fossero una specie antropologicamente aliena su cui fare valutazioni indistinte, e non un gigantesco insieme di persone singole esattamente come gli uomini. Poi però esplode il fenomeno del bisottismo, o quello del fabiovolismo. E lì si scopre l’esistenza di un’ampia fascia di donne ansiose di continuare a essere prese in considerazione come facenti parte d’una categoria da analizzare alla stregua d’un caso di studio generale. Ansiose di parole rivestite di caramello e di rose di carta. È nei vasti territori di questo disordine sentimentale, di questa mancata maturazione d’autoconsapevolezza, che s’inseriscono di i fabivolo e i massimibisotti. E ribadisco: nulla da dire contro di loro, hanno trovato una vena d’oro e la sfruttano finché funziona. Penso sempre che se qualcuno crede alle virtù taumaturgiche del sale di Wanna Marchi e del Mago do Nascimiento, allora si merita il raggiro.

Wanna Marchi e il Mago do Nascimiento

Wanna Marchi e il Mago do Nascimiento

Allo stesso modo, è un problema delle bisottine se si lasciano incantare dalle parole di Bisotti. E che colpa si può fare all’autore se le sue lettrici si lasciano incantare dalla sequenza di melensaggini come quella presente alle pagine 116-7 di La luna blu. Il percorso inverso dei sogni.

Prima di riportarvi il lungo frammento devo contestualizzarlo. Si tratta le parole trascritte in un’agenda da Demian Sinclair, uno scrittore che sarebbe un serio candidato al Premio Nobel per la Letteratura in Braille. E guardando a questo frammento si apprezza il vero tocco di genio di Massimo Bisotti: è riuscito a creare il personaggio di uno scrittore capace di scrivere peggio di lui. E vi posso garantire che l’impresa era titanica. A scoprire quell’agenda è Meg, protagonista femminile della storia e archetipo d’ogni bisottina in cerca d’un pittore che non la dipinga. E come qualunque bisottina va in scioglimento calcareo leggendo una raffica di pensierini sul tema “Mi piacciono le donne che…”. Ve la trascrivo, avvertendovi che proseguendo nella lettura vi assumete ogni responsabilità rispetto alle conseguenze per la salute dei vostri neuroni:

Mi piacciono le donne che sanno le cose e sanno quando non dirle, perché in quel momento è poco importante.

Mi piacciono le donne che sanno conoscersi e conoscerti senza sbatterti in faccia anche le presunzioni della verità.

Quelle che decidono che quello che sono è più importante di quel che tu vorresti fargli credere che siano, e invertono il senso di marcia alla tua corsa, abbassando lo sguardo con quell’umile sicurezza, e per questo ti ci siedi accanto.

Quelle che quando le guardi negli occhi ti fanno capire che sei ancora vivo. Quelle che sai che le devi proteggere e in un ossimoro ti fanno sentire sicuro.

Quelle che anche quando non ci sono ci sono, perché anche lo sbatter d’ali di una farfalla lontana ti si posa sulla schiena, alleggerendo la fatica di un attimo.

Mi piacciono le donne che quando ti ammali di silenzi ti curano le parole e ti fanno uscire le nuvole dall’alito, insieme alle bugie e ai sensi di colpa, t’insegnano una lingua nuova.

Mi piacciono le donne che fanno uso di stupefacenti emotivi senza mai aver assunto sostanze tossiche.

Quelle che ti scippano il tempo senza che te ne accorgi e se te ne accorgi ti prendono in giro dolcemente da farsi regalare un giro sulla luna.

Quelle che non sono nobili o snob, ma che hanno l’eccellenza blu della modestia nel sangue, arrivano nei bassifondi a prendersi la tua vita.

Quelle che non vanno controcorrente perché fa moda, ma hanno la moda nel respiro e l’anima vintage.

Quelle che hanno gli occhi come un caleidoscopio e in tutta quella confusione riesci a guardarci dentro e a scorgerci la coccinella del futuro.

Quelle che ti sfiniscono perché gli piace fare l’amore e senti che il momento del loro orgasmo mentale è quando vieni tu, e poi ti chiedono di restare. E ti fanno sentire come un animale libero, tu e la tua liquida indecenza sul loro corpo, rinato dalle tue spasmodiche emozioni.

Quelle che non sanno cucinare, ma ti montano l’anima e fanno dolce il tuo sorriso dopo uno scuro pomeriggio.

Quelle imperfette che sanno rendere perfetto il volo delle tue imperfezioni.

Quelle che lasciano che a parlare sia il tuo respiro.

Quelle che non ti prestano il loro corpo e ti regalano e ti scopano l’anima.

Quelle che gli tocchi il punto che non ha mai toccato nessuno, con la punta estrema dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, dei tuoi sbagli arrugginiti con il tetano fra la polvere e tu gli piaci così, non ti vogliono cambiare.

Quelle che giocano la tua partita pur continuando a giocare anche la loro.

Quelle che quando gli sposti i capelli dal viso ti si apre il sipario sul mondo e spalancano i tuoi limiti come finestre sull’infinito.

Quelle che sono così belle che non ti vergogni a tenergli la mano mentre cammini per strada, perché ti camminano già nude nei labirinti dell’anima.

Quelle che giocano con i tuoi battiti, ma non con il tuo cuore.

Quelle che ti sembrano comete, come te.

La trascrizione di tutte queste suppostine sentimentali mi ha annichilito. Non sono ancora in grado di verificare se ho contratto danni permanenti. Di sicuro l’attività di rilettura e trascrizione di questo frammento mi ha fatto tornare in mente il finale di Mars Attacks!, la geniale parodia di Independence Day diretta da Tim Burton.

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Mi riferiscono al passaggio in cui gli alieni, apparentemente invincibili e ormai pronti a annientare gli umani, vengono annichiliti dalle note di Indian Love Call di Slim Whitman.

Basta loro ascoltarne poche note per impazzire fino a vedersi scoppiare la testa. Ciò permette alle forze terrestri di organizzare la reazione e sterminare le forze aliene con un’arma infallibile: una serie di grandi impianti stereo che vengono fatti girare per le strade sparando con volume “a palla” il brano di Whitman.

E riguardando quelle scene mi sono lasciato prendere da una suggestione: e se provassimo a sconfiggere l’Isis esponendo i suoi militanti alla messa in onda in stereo degli aforismi di Massimo Bisotti? Sono sicuro che funzionerebbe. Provate a passare in prossimità di un covo Isis con un furgone munito d’altoparlante che irradia frasi come: “È inutile annaffiare il cemento, dar fuoco a una miccia sperando in una stella”. O come: “Ci sono due parole che insieme hanno le ali, arrivano a posarsi su una spalla, scendono e sverginano gli angeli con l’incredulo stupore della verità”. O ancora: “Non lasciar morire i miei domani di anoressici respiri, falli mangiare attraverso muscoli di avidità, incidili di buoni umori, lasciami ricordare com’è il tuo odore quando non ci sei”. Sentirete i cervelli scoppiare come popcorn, garantito.

Slim Whitman

Slim Whitman

Ma perdonatemi la divagazione, ché non siamo qui per trovare soluzioni alla minaccia islamica. Più modestamente ci si occupa di analizzare testi. E l’analisi appena attenta del testo bisottiano sul tema “Mi piacciono le donne che…” svela significati che sono l’esatto contrario dell’attenzione al “mondo femminile”. Anzi, se passati al filtro della tecnica volgarmente denominata “Parla come mangi” svelano punte d’inusitato maschilismo. Ve li ripropongo uno per uno con commento annesso in neretto.

Mi piacciono le donne che sanno le cose e sanno quando non dirle, perché in quel momento è poco importante.

Mi piacciono le donne che anche se hanno qualcosa da dire e sanno di poterlo dire stanno zitte, perché tanto qualunque cosa dicano fregasega.

Mi piacciono le donne che sanno conoscersi e conoscerti senza sbatterti in faccia anche le presunzioni della verità.

Mi piacciono le donne che pure quando capiscono che sei un cialtrone se lo tengono per sé, perché tanto questa è la minestra o si buttano dalla finestra.

Quelle che decidono che quello che sono è più importante di quel che tu vorresti fargli credere che siano, e invertono il senso di marcia alla tua corsa, abbassando lo sguardo con quell’umile sicurezza, e per questo ti ci siedi accanto.

A parte l’inestricabilità del senso, quella raffica di “che”, e quel “fargli” anziché “far loro”, (un orrore comunque diffuso e abusato pure da “scrittori quotati” come Nicola Lagioia), la frase significa: quelle che anche quando sanno bene che le stai adulando spudoratamente se ne restano lì umilmente sedute accanto a te perché tanto chi altri se le piglia in carico?

Quelle che quando le guardi negli occhi ti fanno capire che sei ancora vivo. Quelle che sai che le devi proteggere e in un ossimoro ti fanno sentire sicuro.

Quelle che, comunque ti ponga verso loro, alla fine conta solo come ti realizzi tu attraverso loro: le guardi negli occhi e ti senti vivo tu, le proteggi e ti senti magnanimo tu. E se anche non ci fossero ci saresti sempre tu.

Quelle che anche quando non ci sono ci sono, perché anche lo sbatter d’ali di una farfalla lontana ti si posa sulla schiena, alleggerendo la fatica di un attimo.

Quelle che se ci sono o non ci sono fa lo stesso, perché tanto uno sbattere d’ali d’una farfalla a Bangkok vale quanto uno sbattimento di testicoli dentro un bar del Quadraro

Mi piacciono le donne che quando ti ammali di silenzi ti curano le parole e ti fanno uscire le nuvole dall’alito, insieme alle bugie e ai sensi di colpa, t’insegnano una lingua nuova.

Mi piacciono le donne che quando hai paura di aprire bocca perché il tuo alito ammazza le zanzare tigre non ti fanno sentire una fetenzia, e magari ti passano una caramella alla liquirizia.

Mi piacciono le donne che fanno uso di stupefacenti emotivi senza mai aver assunto sostanze tossiche.

Mi piacciono le donne che pur di stare con te si fanno di anfetamine (ché altrimenti còrca che ci starebbero), nonostante che fino a quel momento non abbiano preso nemmeno un Confetto Falqui.

Quelle che ti scippano il tempo senza che te ne accorgi e se te ne accorgi ti prendono in giro dolcemente da farsi regalare un giro sulla luna.

Quelle che ora non so cosa cazzo ho scritto però mi pare che suoni bene.

Quelle che non sono nobili o snob, ma che hanno l’eccellenza blu della modestia nel sangue, arrivano nei bassifondi a prendersi la tua vita.

Quelle che non sono nobili o snob (anche perché donne di quel genere a me non mi cacherebbero manco di striscio), e sono modeste abbastanza per accontentarsi dei miei bassifondi.

Quelle che non vanno controcorrente perché fa moda, ma hanno la moda nel respiro e l’anima vintage.

Quelle che se la bevono se dici loro quanto sia alla moda andare controcorrente, e che il vero anticonformismo è essere conformiste e pure un po’ all’antica, e soprattutto disciplinate nel proprio cantuccio.

Quelle che hanno gli occhi come un caleidoscopio e in tutta quella confusione riesci a guardarci dentro e a scorgerci la coccinella del futuro.

Quelle che sono talmente cecate da farti vedere nei loro occhi solo quello che vuoi tu, comprese le coccinelle del futuro (sic!)

Quelle che ti sfiniscono perché gli piace fare l’amore e senti che il momento del loro orgasmo mentale è quando vieni tu, e poi ti chiedono di restare. E ti fanno sentire come un animale libero, tu e la tua liquida indecenza sul loro corpo, rinato dalle tue spasmodiche emozioni.

Quelle che quando ci trombi non fanno storie se tu arrivi regolarmente prima, e in 30 secondi netti quando ancora loro hanno fatto appena in tempo a materassarsi, né perché ci hai rotto le scatole con ‘sta marcia indietro.

Quelle che non sanno cucinare, ma ti montano l’anima e fanno dolce il tuo sorriso dopo uno scuro pomeriggio.

Quelle che per farsi perdonare di non sapere cucinare (perché FEMMINA DEVE CUCINARE SENNO’ FUORI DI CASA) ti zompano sopra e lì si tromba come testuggini per un pomeriggio intero.

Quelle imperfette che sanno rendere perfetto il volo delle tue imperfezioni.

Quelle che sono talmente di risulta da far sentire un po’ meno di risulta te.

Quelle che lasciano che a parlare sia il tuo respiro.

Quelle che non devono nemmeno fiatare, perché persino il fiatare deve essere quello del masculo.

Quelle che non ti prestano il loro corpo e ti regalano e ti scopano l’anima.

Quelle che ogni tanto ti fanno lo sconto di fine turno all’alba.

Quelle che gli tocchi il punto che non ha mai toccato nessuno, con la punta estrema dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, dei tuoi sbagli arrugginiti con il tetano fra la polvere e tu gli piaci così, non ti vogliono cambiare.

Quelle che quando t’affanni a cercare il Punto G ti compatiscono perché ancora ci credi, e quanto agli sbagli arrugginiti con il tetano fra la polvere è una questione di antani sbirigusa delle cuppulazze.

Quelle che giocano la tua partita pur continuando a giocare anche la loro.

Quelle che quando giochi alla Playstation capiscono che si devono levare d’àrca e se ne vanno in cucina a Whatsappare.

Quelle che quando gli sposti i capelli dal viso ti si apre il sipario sul mondo e spalancano i tuoi limiti come finestre sull’infinito.

Quelle che quando sposti loro (non “gli sposti”) i capelli vedi te stesso, sempre te stesso, solo te stesso.

Quelle che sono così belle che non ti vergogni a tenergli la mano mentre cammini per strada, perché ti camminano già nude nei labirinti dell’anima.

Quelle che le vedi nude ovunque, anche quando sei per strada a tener loro (non “tenergli”) la mano.

Quelle che giocano coi tuoi battiti, ma non con il tuo cuore.

Quelle che vabbe’, m’è venuta così.

Quelle che ti sembrano comete, come te.

Quelle che se scrivi della cacate, ti fanno capire che sono caca te.

Questo è la summa del Bisotti attento alle donne. A tutte le bisottine che finiranno immortalate nei quadri dipinti mai.