Michele Serra, il reazionario soft – 2 Una rotonda sul male e quell’insuperabile differenza fra maschi e femmine

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Michele Serra

 

(La precedente puntata è stata pubblicata qui)

Ma cosa mai avranno fatto di male le rotonde a Michele Serra? Potrebbe sembrarvi surreale l’interrogativo con cui inauguro questa seconda puntata, ma per chi ha avuto la malaventura di leggere Ognuno potrebbe (da qui in poi OP, il romanzo più recente dell’ex direttore di Cuore) esso suona familiare. Perché il mutare della viabilità stradale determinato dal moltiplicarsi di rotatorie è uno dei tanti bersagli scelti dal Lamento dell’Amaca, quell’invettiva costante da borborigmo post-prandiale che il nostro alimenta ormai senza posa da circa un ventennio. Tutto cambia, è vero. Tutto scorre, da sempre. Ma il problema è il signor Tutto non ha usato a Michele Serra la cortesia d’avvisarlo, e magari chiedergli se quel moto da uno stato A a uno stato A + 1 gli aggradasse. È una questione di buona creanza, e si fa mica così? E fra i cambiamenti proposti dal signor Tutto c’è, appunto, questo fiorire di rotonde stradali come fossero margherite a primavera. Roba forte, per un’anima che non vorrebbe veder smosso nemmeno un sasso in cortile, e per la quale anche il battito d’ali di una farfalla a Singapore provoca un angolo eterodosso al dondolio dell’amaca. Figurarsi quale turbamento può provocare la trasformazione dal percorso dritto a quello ellittico. Qui stiamo parlando di uno che pianta una lamentazione se scopre che non esiste più la biglietteria presso a stazione ferroviaria di Capalbio (luogo non causale), perciò figuratevi come possa reagire costui se scopre che all’improvviso gli si pari innanzi una rotatoria.

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E se ci piazzassimo un’amaca?

 

Ma come, fino a ieri andavo tranquillo addrìtto e ora mi obbligano a girare? Deve esserci un complotto, una congiura della Matrix contro gli umani, cioè contro me medesimo che dell’umanità intera sono rappresentante autorizzato. Sicché una semplice rotatoria stradale si trasforma in segno di minaccia. Una rotonda sul male.

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Non soltanto Michele Serra pone questo tema al centro di un estenuante capitolo di OP (non specialmente estenuante, bensì estenuante al pari degli altri), ma addirittura ne ricava la frase da mettere nella quarta di copertina del libro, impressa a pagina 28:

 

Mi sono perso a pochi chilometri da casa, lungo le strade che percorro da una vita.

 

Una frase che dice tutto del mood serriano, l’eterno Lamento dell’Amaca contro il mondo che come un bimbetto riottoso s’ostina a non star fermo. Succede che nella periferia industriale ribattezzata Capannonia, l’Alter Egocentrico letterario di Serra scazzi una rotonda. E a quel punto per qualsiasi essere con almeno un neurone mediamente funzionante, moccoli a parte, il problema si risolva quando arrivi la prima possibilità d’inversione a U. Invece l’Alter Egocentrico di Serra si perde fra i capannoni. E a quel punto, anziché prendersela con la propria insipienza, il protagonista intona una geremiade contro il divenire del mondo intero. Una lagna che tocca l’apice a pagina 28:

 

Le rotonde sono milioni, da queste parti. Produciamo rotonde. Di tutto il resto è come se si fosse perduto l’originale, la madreforma dalla quale le cose scaturiscono in file ordinate, con l’energia di un esercito in marcia. L’esercito delle merci si è fermato. Forse è solo un lungo bivacco, forse qualcuno ha dato il definitivo “rompete le righe”, ancora non è chiaro. Ma le rotonde no, loro continuano a nascere, in misteriosa autonomia. La loro corolla discoidale sboccia ovunque come se quell’unica specie avesse capito come moltiplicarsi mentre intorno disseccano, uno dopo l’altro, tutti gli altri fiori. Le rotonde sono la sola evidente genia vitale in questo sterminato deposito di muri silenziosi, capannoni vuoti, case scure che dietro ogni luce celano stremati calcoli domestici.

 

Ecco, giunto agli “stremati calcoli domestici” lo stremato lettore avrebbe ben donde di lanciare il libro nel cassonetto dell’umido. Ma se prosegue si ritrova propinata quella solfa col mutare degli oggetti: dalle rotonde ai giovani d’oggi, dagli smartphone al tema generale della società dei consumi ormai diventato esso stesso oggetto di consumo senza che Serra se n’avvedesse. E a questo punto mi potrei limitare a citare un paio di soggetti che col Reazionario Soft mostrano insospettabili affinità elettive in materia di rotatorie stradali.

 

 

 

E intanto che agli occhi dell’Alter Egocentrico letterario il mondo diventa un immenso girotondo, ecco che viene espressa la frase paradigmatica d’ogni misantropia, quella che alla perfezione racchiude il fastidio per la mera presenza di entità altre in un mondo che dovrebbe girare soltanto intorno alla propria amaca (pagina 27):

 

Abbastanza traffico, il traffico endemico che scampa a qualunque crisi, tutta gente che pensa dell’altra gente – ombre appena intraviste dietro il parabrezza – chissà dove diavolo sta andando, chissà perché non se ne rimane a casa.

 

Ancora una volta, è dalla lettura di frammenti come questo che si capisce come mai Michele Serra e i suoi scritti siano un servizio pubblico, idea che ho illustrato nella puntata precedente. Anche a me è capitato di manifestare qualche insofferenza verso il moltiplicarsi di rotatorie in ogni dove. Vivendo a Firenze mi ero pure trovato a elaborare una curiosa teoria del complotto secondo cui il moltiplicarsi delle rotatorie nell’area metropolitana fiorentina fosse frutto di una congiura dei pratesi contro i fiorentini ma soprattutto contro i pistoiesi – i quali, come vuole lo stereotipo fabbricato a Prato, sarebbero totalmente ignoranti nella guida dell’automobile. E poi quando mi sono accorto che anche nella provincia emiliana profonda le rotonde stradali s’accumulano che è un piacere, sono arrivato a elaborare che si trattasse di una furbata contro i forestieri, per il solo piacere di farli perdere e chiedere pietosamente aiuto alla popolazione locale. Sciocchezze integrali, ovviamente. Ma che dopo la lettura del capitolo serriano colmo di fastidio per le rotatorie vengono cacciate definitivamente indietro. Voglio mica avere le stesse fisime di Michele Serra, io?

Ma se mi limitassi a questo tema finirei col buttarla in vacca. La questione della rotonda sul male è soltanto una fra le tante che armano la malmostura dell’ex direttore di Cuore. La gamma è lunga, e al suo interno c’è anche il tema dell’insanabile frattura generazionale, trattato soltanto in parte nel corso della puntata scorsa.  In quell’occasione lo scontro era incentrato sui ruoli di padre e figlio. Ma ovvio che esso sia solo parte del tutto, e che il Lamento dell’Amaca intonato dall’anziano Michele si diriga verso “i giovani” indipendentemente da ruoli e appartenenze. Per esempio, una delle variazioni sul tema è quella che porta l’Alter Egocentrico dell’autore a trattare i ragazzi d’oggi come un esercito di babbei consumisti decerebrati e eterodiretti. Una visione elitaria e standardizzante come un tempo sarebbe stata alimentata dai grandi conservatori culturali del primo Novecento: gli Huizinga, gli Ortega y Gasset, i Benn. E per carità, non si provi a rispondere mettendo nel Pantheon serriano gli Adorno, gli Horkheimer, e la Scuola di Francoforte. Perché dietro l’invettiva da questi indirizzata contro la società dell’omologazione determinata dai consumi di massa c’era un’analisi profonda delle strutture sociali. Invece nel pensiero dei conservatori culturali c’era il fastidio verso le masse in quanto tali, la loro dozzinalità che diventava forma di pubblica rappresentazione e spettacolo. E contro chi pensate che si schieri Michele Serra, contro le strutture manipolanti o contro le masse di volenterosi manipolati? Risposta facilissima, e immediatamente rintracciabile nel frammento proposto a pagina 67 di Gli sdraiati (GS), in cui si narra il passaggio dell’Alter Egocentrico da un negozio monomarca:

 

Sono dunque uscito da Polan&Doompy con una domanda incombente. Anzi due o tre. Che probabilità di successo ha la Soluzione Finale in corso d’opera, quella che prevede la trasformazione degli esseri umani in Scemi Totali (e dunque consumatori ideali e sudditi ossequiosi) attraverso il narcisismo di massa? La narcisizzazione dell’umanità ha punti di crisi? È un processo reversibile? Esiste il momento nel quale Patty di Baranzate scende dalla Twingo e dice: “Scusate, andate avanti voi, non so perché ma mi è passata la voglia”?

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Insomma, la macchina che ci trasforma tutti in deficienti dissipatori d’esistenza non avrebbe nessuna possibilità di vittoria se non fossimo noi, aspiranti Scemi Totali, a darle un apporto decisivo. Un esercito di Patty di Baranzate inscatolate nelle loro Twingo. I giovani, questi schiavi alla catena di montaggio del consumo compulsivo.

 

Un concetto che era già stato esplicitato nelle pagine iniziali del libro (p. 15), dove il destinatario del Lamento dell’Amaca era il figlio:

 

Tu sei il consumista perfetto. Il sogno di ogni gerarca o funzionario della presente dittatura, che per tenere in piedi le sue mura deliranti ha bisogno che ognuno bruci più di quanto lo scalda, mangi più di quanto lo nutre, illumini più di quanto può vedere, fumi più di quanto può fumare, compri più di quanto lo soddisfa.

 

Questa stracca invettiva contro il feticismo dei consumi viene replicata, in forma anche più svigorita, in Ognuno potrebbe (OP). A pagina 30 si legge:

 

L’inutilità svela ciò che l’uso febbrile delle cose ci impediva di vedere. Le nostre cose non hanno più neppure l’unico alibi che le giustificava, essere utili. Ora che quasi nessuno le adopera più, finalmente possiamo vederle per ciò che sono.

 

E volevate che l’invettiva non toccasse anche lo slang giovanile, figlio dei consumi culturali in voga durante questo tempo caratterizzato dal gusto on demand? Eccovi servito il frammento ospitato alle pagine 30-1 di GS, in cui si descrive l’impossibile dialogo fra l’Alter Egocentrico narrante di Michele Serra e un’amica del figlio:

 

“C’è la nuova serie di Qualcosa” (Dice un acronimo americano tipo Pi En Iu, o Ai Ti Si, o Uai En Ti.)

Non le chiedo di ripetere, mi accontento di capire che Qualcosa deve piacerle molto perché per compitarne il nome non stacca lo sguardo dal plasma mancando di rispetto, stavolta, non solo a me, ma anche all’entità a due metri alla mia sinistra, leggermente più in alto. Ne deduco che Qualcosa le piace addirittura di più del Premio Anseadonia.

L’epopea del Lamento dell’Amaca rispetta per intero questo schema: le cose osano cambiare e lo fanno persino in modo da rendersi incomprensibili, intanto che l’annacamento procede col ritmo sonnolento di sempre. E di quel cambiamento fa parte tutta la gamma di nuovi comportamenti indotti dall’utilizzo della telefonia cellulare. Che indubbiamente hanno ristrutturato le nostre pratiche quotidiane, e altrettanto certamente le hanno in parte peggiorate. Ma al tempo stesso hanno spalancato un orizzonte di possibilità che prima della telefonia cellulare e degli smartphone non avremmo mai immaginato. Tutto quanto esattamente in linea con ogni innovazione tecnologica che penetri in modo capillare nella nostra vita quotidiana. Invece Michele Serra vede la cosa a modo suo, e tratteggia a tinte grottesche il modo in cui ciascun utente di telefonia multimediale diventi una monade. E da quelle descrizioni traspare l’aristocratico disprezzo verso l’ennesima espressione d’omologazione. Eccone una, presa da pagina 25 di OP:

 

Fuori, sul largo marciapiede davanti al pronto soccorso, il fumo di sigaretta si mescola a voci umane destinate, tutte, non al vicino di capannello, ma al cielo che le trasporta via egòfono, a destinazioni remote. (Passano i digitambuli, nel vasto mondo attorno, a migliaia, a milioni, assorti nei loro rettangolini di luce fredda, così fredda che neppure gli si riverbera sul viso. Lo sguardo rivolto in basso rende la loro fronte piana; le palpebre a mezz’asta fanno schermo alle pupille, nascondendo anche il colore degli occhi. Sono volti inabissati, volti che hanno abbandonato il volto. Hanno tutti qualcosa di sospeso: uno star dicendo, uno star facendo che deve avere avuto un inizio e certamente avrà una fine, ma non adesso. Adesso tutto è solo e sempre in corso, e soprattutto non è qui che è in corso. Attraversano questi posti e queste giornate come se non li riguardassero. Passano soltanto.)

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Il tema degli “strani comportamenti” indotti dall’utilizzo degli smartphone è uno fra quelli ricorrenti, e attorno a esso Serra accende persino spossanti analisi linguistiche la cui illustrazione verrà fatta nella prossima puntata. Non posso certo infliggervi troppe brutture in una sola volta. Preferisco mettere a fuoco un altro tema che perfettamente illustra l’irriducibile conservatorismo insito nella visione serriana del mondo: il rapporto fra universo maschile e femminile, unito all’insieme delle idee stereotipe sul corretto modo di essere uomini e donne in società. È qui che emerge in tutto il suo nitore come Michele Serra sia nostalgicamente sdraiato sugli anni Cinquanta. Dell’Ottocento. In questo senso risulta è una lettura istruttiva come poche altre quella del passaggio piazzato a cavallo delle pagine 11-2 di GS, in cui si parla della mancanza di polso mostrata dall’Alter Egocentrico nella gestione dei rapporti col figlio. Rispetto a tale frammento va fatta una premessa: per tutto quel “romanzo” (stento a chiamarlo tale, visto che in quelle pagine d’intreccio e accadimenti ce n’è pressoché zero) non si parla d’altro che del rapporto fra un padre e un figlio, ma non vi è praticamente traccia di una madre. Non si sa chi sia né dove si trovi la genitrice, e a cosa si debba questa situazione per cui la famiglia di cui si parla in GS sia composta da figlio unico e unico genitore. Una vedovanza? Un divorzio? O forse è solo che la moglie-madre ha deciso d’andare a piantare un’amaca nell’emisfero opposto del globo, pur di non interagire più con quelle due teste di minchia fatte e finite che il destino le ha messo sulla strada come componenti maschili della sua famiglia? Non si sa, né vi è indizio alcuno che aiuti a costruire una risposta. E non si tratta certo di un dettaglio irrilevante, perché avrebbe aiutato a farsi un’idea sui motivi per cui il rapporto tra padre e figlio si sia strutturato in questo modo, caratterizzato da incomunicabilità e bassissimo grado d’autorità paterna. Evidentemente a Michele Serra tale dettaglio deve essere parso irrilevante nella costruzione della storia. E questo permette di leggere molte cose in filigrana. Comunque sia, nel frammento delle pagine 11-2 si legge lo sconforto di un padre che non ha saputo essere all’altezza del proprio ruolo. E questo sconforto viene espresso con un argomento che prefigura una visione delle differenze fra padre e madre, e fra uomo e donna, che rimanda appunto agli anni Cinquanta dell’Ottocento:

 

Una fragilità materna, non preventivata, rammollisce il mio aplomb virile. Mi rendo conto di sommare le due debolezze: la smania protettiva della Madre, le pretese di rettitudine del Padre. Mi vedo soccorrerti e contemporaneamente sgridarti, caricatura schizofrenica dell’autorità.

 

Mettiamo in ordine quello che dice Serra. 1) La fragilità è propria del ruolo di madre, e dunque ne consegue che il ruolo di madre è fragile per natura e si associa a comportamenti di mollezza e desistenza. 2) Al padre tocca invece essere virile, ma con aplomb, senza mai perdere l’autocontrollo. Dal che si ricava, per simmetria, che fra i difetti dell’essere moglie e madre c’è anche la mancanza d’autocontrollo, una certa propensione a non governare emotività e sentimenti. 3) La madre mostra tendenza verso le “smanie protettive”, mentre il padre accampa “pretese di rettitudine”. Ergo, sono le mamme a rammollire i figli, ché se invece tutto dipendesse soltanto dai padri e dalla loro rettitudine avremmo un esercito di figli (maschi) fieri e responsabili.

 

 

4) Ma, in ultima analisi, cosa provoca la perdita dell’aplomb virile di un padre? Ovvio: un contagio di “fragilità materna”. Come un virus fuggito dal recinto delle debolezze femminili e materne per andare a corrompere l’inflessibilità tutta paterna e mascolina. E guai a lasciarsi sfiorare dal dubbio che il padre – qualunque padre – possa essere un bel coglione di suo, nossignori. Le mollezze maschili non hanno nulla d’intrinseco, essendo soltanto effetto della femminilizzazione dell’uomo. E in questo, vi assicuro, non vi è alcun tratto di misoginia in Michele Serra. È solo che la vede così, per lui l’uomo è uomo e si porta dietro il fardello della virilità così come per Rudyard Kipling l’uomo bianco si portava in giro per il mondo quello di civilizzare le popolazioni primitive.

Rudyard Kipling

Rudyard Kipling

 

Gravose responsabilità di cui le categorie che ne vengono fatte destinatarie devono essere all’altezza. Ma detto ciò, non vi è alcun atteggiamento aggressivo verso l’universo femminile nei due ultimi libri di Michele Serra. Anzi, qua e là emerge quella che per l’autore sarebbe sincera ammirazione. Soprattutto verso quel modo delle donne di qualsiasi età d’essere così tanto più composte e disciplinate rispetto ai maschi della loro coorte. Come potrete capire è sempre un ragionamento da anni Cinquanta dell’Ottocento, ma non penso si possa pretendere di più dall’omino che sull’amaca s’annàca. Questo atteggiamento così magnanimo e accondiscendente è rintracciabile in una lunga sequenza di OP che riporto in due frammenti. La scena descritta è quella di una festa per ragazzi, che si tiene nel locale gestito dalla fidanzata dell’Alter Egocentrico insieme alla madre e a un’impiegata. Tutto il primo frammento (pagine 127-8) è dedicato ai giovani maschi che partecipano alla serata, e lì ancora una volta emerge l’atteggiamento di diffidenza intergenerazionale che per Serra è davvero una tara ineludibile:

 

C’è una festa di studenti, questa sera ai Tre Pini. Cerco di aiutare Agnese e le altre donne a governare il baccanale. Quando servo i tavoli un paio di ragazzini mi danno del lei, non mi dispiace affatto, ristabilisce una distanza e sento di averne bisogno. È una somma di distanze che avremmo tutti bisogno, dalle nostre parti, per ritrovare l’orientamento. Un distanza per volta, piano piano, e chissà che non si riescano a riprendere le misure al mondo. Il diciottenne che dà del lei al trentaseienne mi sembra un’eccellente unità di misura: sta parlando al doppio esatto dei suoi anni.

Non sono, i ragazzini, più tatuati e rapati dei miei coetanei. Anzi, forse leggermente meno. Le mode hanno questo di buono, che invecchiano e poco a poco si levano di torno, almeno loro. Magari, piuttosto, rispetto a quando il ragazzino ero io, questi qua hanno qualche porcheria in più nello stomaco, pasticche che rendono pimpanti o beveroni che rendono allegri, ma nella visione d’insieme l’effetto di questa baldoria di ragazzi è piuttosto tradizionale, immaginabile nei secoli a ritroso senza troppe variazioni; è l’effetto insieme euforico e disperato di giovani coscritti in partenza per qualche guerra che fanno di tutto per divertirsi il più possibile, prima di affrontare la morte. Però non c’è nessuna guerra, nessuna morte li attende se non implausibile e accidentale, e così il costante sovrattono, slegato da qualunque evento, qualunque causa, qualunque incombenza, senza un prima né un dopo che spieghi la frenesia e il baccano. Se non – volendo – i diciott’anni, che sono di per sé una ragione di frenesia e baccano.

 

Esaurita la valutazione sul chiassoso essere diciottenni per come lo percepisce un lamentoso trentaseienne, ecco che si passa alla parte femminile della combriccola. E qui parte l’elogio tutto maschile per l’innata compostezza femminile, per quell’autodisciplina cromosomica che fa intravedere un esercito di potenziali madri di famiglia mentre intorno a loro i coetanei maschi stentano a governare le ondate di testosterone (pagina 128):

 

Per ogni maschio che sbraca sul proscenio c’è una ragazza, in secondo piano, che pensa quieta alle sue faccende. Capisco, guardando la scena, perché mi capita così spesso di preferire le femmine (…) e di sentirmi più a mio agio quando sono insieme a loro: la loro circospezione mi rassicura, è come se fossero in attesa di qualcosa, come se volessero conservare energia per quando sarà il momento, mentre il rumoroso scialo di sé che fanno i maschi mi appare, ogni giorno che passa, come la prova provata che hanno perduto qualunque fede nel tempo, nel suo ritmo e nelle sue promesse. Poveri maschi.

 

 E già, poveri maschi: specie se valutati in comparazione con le coetanee femmine, e a partire dallo sguardo di un progressista degli anni Cinquanta dell’Ottocento. Non ci può essere partita. La donna trionfa sempre, angelo del focolare. E adesso potete pure abbandonare il bianco e nero per tornare alla contemporaneità.

(2. continua)

 

 

E anche stavolta vi regalo un bel brano musicale per ristorarvi l’anima dopo tutto ciò che avete letto.

 

Michele Serra, il reazionario soft – 1 Il Lamento dell’Amaca come servizio pubblico

Salone Internazionale del Libro 2013

Michele Serra

Michele Serra è un servizio pubblico. Dovremmo provare a vederla in questo modo, prima di rilasciare qualsiasi giudizio sugli scritti dell’ex direttore di Cuore. Materiali che nel migliore dei casi suscitano compassione verso il lamentoso intonatore di doglianze, ma che sempre più spesso provocano disappunto per quell’essere a prescindere contro ogni cosa in evoluzione. Un Lamento dell’Amaca che pezzo dopo pezzo s’allarga a colpire qualsiasi cosa procuri l’offesa di turbare il dondolio. E cosa di più molesto che turbare l’ozio di colui che sull’amaca s’annàca, specie dopo aver speso tanta fatica per guadagnarsi la postazione?

Pensiamo esattamente questo ogni volta che leggiamo quelle esibizioni di fastidio, e ne ricaviamo un fastidio di ritorno per esserci andati a comprare il lamento altrui quando nemmeno per un istante ci sogneremmo di vendere il nostro. Ma proprio qui sta il punto: non nella capacità di vendere le proprie ugge (il che è un indiscutibile talento), ma nel raffronto fra le nostre e quelle di Michele Serra. Se anziché prenderle con stizza provassimo a osservarle da vicino, capiremmo molte più cose di noi stessi e avremmo consapevolezza del perché quest’uomo sia un servizio pubblico.

Tutto sta nel guardare ai contenuti anziché soffermarsi sulla vocina stridula e il tono petulante dello scrivere. Turatevi per un attimo l’orecchio della mente, dimenticate per una pagina intera che a scrivere sia un signore chiamato Michele Serra. E affrontate lo scritto per ciò che dice. Ci troverete dentro una serie di suggestioni e dettagli che poco a poco vi suoneranno familiari in modo inquietante: il disappunto per tutte le cose che non capite, e per scoprire come il loro numero non smetta di crescere; il rifiuto altezzoso d’ogni nuova moda, talmente sistematico da seminarvi il dubbio che la detestiate non in quanto moda ma in quanto nuova; la sottile misantropia che vi fa ripugnare la folla e ogni suo respiro, ma sempre quell’ottava più in basso del livello da esplosione in stile “Un giorno di ordinaria follia”; e, in generale, quel borbottio a bassa intensità, da pentola di fagioli sul fuoco minimo o da frigorifero usurato nelle notti d’estate, che come la goccia cinese dà fastidio più del precipitare d’un set di pentole in acciaio Inox.

Vi specchierete in tutti i tic da reazionario soft che pochi istanti prima percepivate alieni, e a quel punto scatterà in voi l’istinto d’autodifesa che sarà innanzitutto necessità di distinzione. Perché dopo esservi riconosciuti in tutto ciò che avete letto in quelle pagine, esclamerete: “Cazzo, ma io non ci voglio mica diventare come Michele Serra!”. E da quel momento in poi vi sforzerete d’essere altro da lui, e anche un po’ altro da voi stessi.

Eccolo, il servizio pubblico prestato da Michele Serra e dai suoi scritti: una sorta di allarme che viene fatto scattare in voi quando rischiate d’implodere nel rancore muto verso qualsiasi cosa evolva. Dopo averlo riconosciuto vi sentirete quasi obbligati a rilasciare la tensione dell’elastico, a farvi molli e accondiscendenti. Ché anzi a quel punto si rischia l’eccesso opposto: farsi piacere tutto, e tutto tollerare per non voler essere come Michele Serra. E dunque, ascoltare Gigi D’Alessio, e girare per la strada con in mano un cartone di Queen’s Cheeps ciancicandole a bocca larga, o divorare libri marchiati Newton Compton Editore.

Probabile che adesso abbiate capito perché dobbiamo proteggere Michele Serra alla stregua di un panda. Ci è necessario, ci protegge dagli eccessi di conformismo e misantropia, fa da esempio vivente di ciò che mai vorremmo essere. Per questo dovremmo tenere i suoi libri sul comodino, e anzi spronare lui e il suo editore affinché ne vengano pubblicati con più frequenza. Ci servono, ne abbiamo bisogno per temperare l’istinto d’inabissarsi in un livore tenue, privo d’oggetto e di sfogo. E in special modo servono a quegli intellettuali che ancora hanno il vezzo di definirsi “di sinistra” senza più sapere cosa cazzo significhi, e che leggendo quanto conservatorismo e quanta somiglianza vi siano nei lamenti di un altro intellettuale etichettato “di sinistra” si vedono spalancare innanzi l’abisso della negazione di se stessi (se pensate che il riferimento sia personale ci avete preso in pieno, mortacci vostri).

E ora che siete avvertiti sul corretto uso degli scritti di Michele Serra potete cominciare a proiettare uno sguardo disincantato sul mondo e su alcuni dei suoi aspetti più controversi. Per esempio, quello del rapporto fra genitori e figli, o in generale fra adulti e adolescenti. Un fronte di eterno conflitto la cui differenza è soltanto il grado, e che vede invariabilmente i soggetti più anziani abbandonarsi al rito della lamentazione verso le giovani generazioni, viste come il marcatore di una degenerazione della specie. Pensate esattamente a questo schema mentale e a quanto spesso ci caschiate dentro. E un attimo dopo leggete un passaggio fra i tanti dedicati al rapporto tra padre e figlio, tema che sta al centro di Gli sdraiati (da qui in avanti GS), riportato alle pagine 13-4.

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Vi si descrive la propensione del figlio al disordine, all’incuria verso le cose e dunque anche verso gli altri, e in ultima analisi verso se stesso. E a quel punto l’io narrante, il Serra che sull’amaca s’annàca, ma sublimato in un personaggio da romanzo che nemmeno si sforza d’essere distante un minimo dal suo creatore, srotola il primo papiro di doglianze:

Quasi radiosa, in questo quadro bisunto e tendente allo scuro, è l’aureola candida che sta sotto la macchina del caffè. È fatta di zucchero. Deve sembrarti lezioso centrare con il cucchiaino la circonferenza della tazzina, e dunque spargi virilmente il tuo zucchero con un gesto largo e brusco da seminatore. Levando poi la tazzina, rimane al centro un piccolo cerchio intonso, e intorno un anello di zucchero. Mi ci sono affezionato, quasi come le formiche che a volte, in disciplinata fila, vengono a pascolare sul tuo astro involontario.

 

Quanta pesantezza, quanta inutile ampollosità nel descrivere il disordine filiale. Quasi che quella struttura farraginosa del periodo fosse un anestetico contro la rabbia pura, quella che porterebbe a acchiappare il figliolo per un’orecchia e dirgli serenamente: “Ci hai scassato la minchia: ora pulisci!”. E invece no. Meglio attorcigliarsi un cilizio fatto di parole piombate, pura zavorra per il povero lettore cui tocca il medesimo supplizio che l’autore crede di riservare soltanto a se stesso: “quadro bisunto tendente allo scuro”, “lezioso centrare la circonferenza della tazzina”, “disciplinata fila”, “il tuo astro involontario”. E soprattutto quello “spargi virilmente il tuo zucchero” che non si troverebbe nemmeno in una pagina di Nicola Lagioia, il campione mondiale d’antiscrittura.

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Nicola Lagioia mentre medita di tagliarsi la gola dopo aver riletto alcune sue pagine

Ma ve l’immaginate? Un padre che metta la mano sulla spalla d’un figliolo già nel pieno delle tempeste ormonali, e gli dica: “Va’ per il mondo, e spargi virilmente il tuo zucchero”. Un trauma eterno, una ferita irrimediabile alla virilità.

E tra padri castranti e figli zozzoni è una dura battaglia per l’egemonia che in quelle pagine prosegue imperterrita, con grave disagio del lettore che a ogni pagina si chiede se non sia meglio darsi una martellata agli alluci anziché spingersi oltre nella lettura.

Invece lo sciagurato prosegue, e poiché ha deciso d’infliggersi il supplizio fino in fondo ecco che ritrova il tema del disordine filiale a pagina 87. Esposto con una prosa, se possibile, più involuta che quella del frammento precedente:

Lasciare pulito il cesso. Spegnere le luci. Chiudere i cassetti e le ante degli armadi. Per me sarebbe già molto. Anzi: moltissimo. Quasi mi commuoverebbe. Tanto da rendere lecito il sospetto che tu disattenda un così poco impegnativo ordine del giorno proprio perché è troppo poco… un fabbisogno etico così mediocre da non scalfire il tuo spirito, che custodisce, come è tipico dei giovani, il seme dell’eroismo, e certo non può accendersi nel nome del decoro domestico a me caro.

“Un fabbisogno etico così mediocre da non scalfire uno spirito che custodisce il seme dell’eroismo tipico dei giovani, che certo non può accendersi nel nome del decoro domestico a lui caro”. Ma che schifìo di prosa è?

Non bastava dire che il decoro domestico è cosa troppo banale per accendere la convinta adesione di un figlio? Nossignori, bisognava sparare una raffica di parole tonitruanti, tanto da far tornare alla mente il falso Aldo Biscardi (forse lo stesso Serra, ma di ben altri tempi) che teneva una rubrica su “Cuore Mundial” nel 1990. Lì dove era tutto un “eccipuo”, termine che mai prima e mai in seguito avrei incontrato in uno scritto. Il Lamento dell’Amaca, quest’annacàre molesto il proprio malanimo è tutto così: una lamentazione infinita nonché espressa in un italiano da Accademia dei Pedanti. Ne volete altri saggi? È inutile che rispondiate no, perché ora ve li sucate voi allo stesso modo in cui me li sono sucati io. Sicché leggete i due frammenti immediatamente successivi a quello di sopra. Il primo è piazzato nella stessa pagina 86:

Il non detto (il sogno?) era che dopo aver letto e sorriso, ammesso che ti abbia sorriso, dentro quel linguaggio morbido, lietamente ruffiano, avresti capito da te solo il giusto daffare. Dove per giusto daffare – attenzione! – non alludo a moniti minacciosi o definitive incombenze, a quei sistemoni castranti, quelle costrizioni annichilenti che furono le Religioni e le Morali, ma no, macché, ma ti pare che io abbia il physique du rôle del patriarca?

 

Io, una vaga idea sui motivi per cui il figlio dell’alter ego letterario di Michele Serra sia così strafottente, me la sarei fatta. È una questione di autorità, e l’autorità è fatta innanzitutto di parole. Queste possono contenere la secchezza del comando (“Tieni pulito il cesso e tutto il resto senza fare storie!”) o la morbidezza della persuasione (“Dovresti tenere pulito il cesso e tutto il resto, sarebbe cosa buona per tutti”), ma necessita comunque d’andare dritto al punto anziché intorcinare matasse di filo spinato.

E invece pensate un po’ quale autorità possa avvertire un figlio presso un padre che gli parli “di giusto daffare con un linguaggio morbido, lietamente ruffiano, senza alludere a moniti minacciosi o definitive incombenze, né a quei sistemoni castranti o a quelle costrizioni che furono le Religioni o le Morali, anche perché lui, il babbo, non ha il physique du rôle del patriarca”. E non è mica finita qui, signore e signori. Perché mentre quel povero figliolo deve ancora ripigliarsi, al pari d’ogni lettore che s’infligga i libri del Lamento dell’Amaca, ecco che Serra dà un’altra micidiale annacàta (pp. 86-7):

Io quando penso al giusto daffare penso solo all’onesto, parziale e non necessariamente compiuto tentativo di cercare un equilibrio decente tra la propria porca presenza al mondo e la porca presenza degli altri.

“L’onesto, parziale e non necessariamente compiuto tentativo di cercare un equilibrio decente tra la propria porca presenza al mondo e la porca presenza degli altri”. Ma questo qui non è un pensiero: è un Diagramma di Gantt.

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Esemplare di Diagramma di Gantt

Sicché provate a immedesimarvi in un rampollo di genitore così verboso, e poi ditemi come diamine possa venirvi mai di prenderlo sul serio. Che si tratti di tenere pulito il cesso o di ragionare dei “sistemoni castranti”, il figlio di cotanto genitore si è per certo liberato di Freud e Edipo. Ci sarà mica bisogno d’ammazzare un padre così, per emanciparsi verso il ruolo adulto? Tanto più che, in un lungo passaggio antecedente quelli appena riportati, Serra piazza uno sterminato delirio che si chiude piazzando parole definitive sull’estinzione della figura paterna (pagine 85-6):

In termini tecnici, sono il tipico relativista etico. La definizione circola da qualche anno, più o meno spregiativa a seconda che chi la adopera sia molto o poco convinto di detenere verità assolute. La trovo calzante. Sta a indicare quella larga fetta di adulti occidentali che, a parte una ridottissima serie di precetti senza tempo e senza copyright (tipo non ammazzare e non rubare), non riescono a trovare indiscutibile alcun assetto etico, specie nella vita privata. Di qui una diffusa incapacità a pronunciare certi No e certi Sì belli tonanti, belli secchi, con quel misto di credulità e di boria che aiuta, e tanto, a credere in quello che si dice.

Sono il tutore ondivago di un ordine empirico, composto e poi scompaginato giorno per giorno, scritto in nessun Libro, impresso in nessuna Tavola. (…)

(…)

Di una parodia di Comandamenti ho a volte disseminato la casa. Attaccando sul frigo o in bagno o sulla porta d’ingresso biglietti comicamente imperativi, perché l’imperativo è il modo che ho dismesso – che abbiamo dismesso, noi dopopadri di questa dopoepoca – e dunque riesco a usarlo solamente in parodia. (Avere un padre parodista equivale ad avere una parodia di padre?).

Ecco, se volevate la summa del Lamento dell’Amaca, lo spottone dell’annacamento reazionario a bassa intensità, la dimostrazione inattaccabile del perché l’ex direttore di Cuore vada tutelato come il panda perché servizio pubblico, l’estenuante frammento che vi ho inflitto come fosse una supposta d’aglio serve a spazzare via i residui interrogativi sulla funzione sociale degli scritti di Michele Serra. Lui può salvarci ogni giorno dal rischio d’implosione nella rabbia inerte, nell’intolleranza muta che non trovando catartica via d’uscita corrode il nostro equilibrio psichico. Nell’estratto appena riportato c’è tutto. C’è la pretesa di filosofare a ogni costo che ritrovereste nel mediocre dottorando senza borsa, che si sforza di dimostrare di non essere un abusivo ai seminari di teoretica.

C’è lo stesso azzardo nello speculare  sugli “adulti occidentali” cui ormai anche il vostro autolavaggista di fiducia si cimenterebbe, senza tema di sparare cazzate perché ormai l’arsenale di cazzate sparabili sul tema è stato svuotato da mò. Ci sono quegli annichilenti passaggi in cui l’alter ego narrante dell’annacante Michele dice “Sono il tutore ondivago di un ordine empirico” e “Avere un padre parodista equivale ad avere una parodia di padre?” che fanno venir voglia di mettere gli zebedei su un piano di marmo e schiacciarli con pietra lavica come si trattasse di sgusciare mandorle. E c’è infine quel discettare di dopopadri e dopoepoche al quale arrivate ormai decisi a tutelare Michele Serra perché è un contatore Geiger sulle vostre nevrosi in via di degenerazione.

E a questo punto non vorrei che quanto detto vi traesse in inganno su alcuni aspetti. Per esempio, che il reazionarismo soft dell’annacante si concentri esclusivamente sul rapporto padri-figli, o che si esaurisca entro le pagine del solo Gli sdraiati. Nulla di più fuorviante. Il Lamento dell’Amaca investe numerosi altri temi, e si esprime anche attraverso altri scritti come il più recente romanzo di Serra, Ognuno potrebbe (da qui in avanti OP).

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Se mi sono concentrato su un tema e su un romanzo è perché mi è parso utile analizzare in modo intensivo singoli elementi cruciali, fra quelli presenti nelle pagine del reazionario soft. Altri aspetti verranno analizzati nelle puntate che seguiranno. Piuttosto, per concludere, resta da capire quale possa essere il profilo di figlio modello per un padre affetto in modo quasi terminale da Lamento dell’Amaca. La risposta viene data indirettamente nelle pagine di OP. Dove l’alter ego narrante è un figlio di famiglia piccolo borghese, con un padre falegname dai modi essenziali e dall’affettività ossificata. Il giovane cresce in un clima da educazione calvinista (eufemismo usato per evitare di dire “Sindrome da Ditinculo Perenne”), e ciò viene descritto in modo molto preciso nell’incipit di OP (pagina 13):

Nelle fotografie mi si riconosce perché sono l’unico che non fa niente. Non saluto, non rido, non faccio smorfie, non sventolo le braccia, non mostro pollici o indici secondo la mimica manuale in uso, non mi protendo verso l’obiettivo, non abbraccio il vicino, non ammicco. Niente. Non mi viene da fare proprio niente. Sono nient’altro che me stresso in tutta la mia inerte normalità, in un istante casuale tra i tanti che compongono la mia vita.

Ecco l’ideale di figlio che il reazionario soft, il dopopadre da dopoepoca, proietta sulla pagina del romanzo come fosse uno schermo dei desideri. E voi, che siate dopopadri o dopofigli, vorreste essere o essere stati così da ragazzi? E vorreste diventare genitori portandovi appresso una tara da Ditinculo così paralizzante? La risposta è contenuta nel video che inserisco, il cui protagonista è un uomo che non ogni evidenza non è occidentale, e da come si comporta non pare nemmeno tanto adulto, ma piuttosto un simil-Salvatore de Il nome della rosa capace di un virtuosismo da Oscar.

(1. Continua)

@pippoevai

E come sempre, per risarcirvi delle brutture cui vi ho esposto, ecco della buona musica per ristorarvi l’animo.