Il colpo a vuoto di Blatter su Terze Parti e fondi d’investimento

Joseph Blatter

Joseph Blatter

Una mossa inutile. È quella annunciata dalla Fifa a proposito della progressiva messa al bando delle terze parti nella proprietà di calciatori. Arriva tardi, si imporrà seguendo tempi da moviola, e quando infine avrà completato il proprio varo si troverà a intervenire su una realtà che nel frattempo sarà talmente mutata da renderla superflua. Da mesi gli attori dell’economia parallela del calcio globale stanno infatti lavorando a un’evoluzione degli strumenti attraverso cui sfruttare il calcio a fini puramente finanziari, e i bellicosi annunci lanciati dal colonnello Blatter hanno il solo effetto d’imprimere un’accelerazione alle grandi manovre. Del resto, per le forze del turbocapitalismo calcistico la sola cosa che importi è continuare a esercitare il dominio economico e a espandere la colonizzazione del calcio. A partire dalla seconda metà degli anni Zero questa strategia ha trovato nel fondo d’investimento che acquisisce quote di calciatori lo strumento privilegiato. Ma come tutti gli strumenti anche i fondi d’investimento hanno, nella loro declinazione d’uso, un ciclo d’utilità che culmina nell’obsolescenza. E il momento dell’obsolescenza per le TPO sta arrivando adesso. Se ne parla troppo e con frequenza crescente. Persino la sonnolenta stampa italiana s’è accorta di un fenomeno che giornalisti come David Conn del Guardian e Gabriele Marcotti del Times denunciavano già nel 2006, nei giorni in cui il West Ham prendeva Tevez e Mascherano in affitto dalla Media Sports Investments di Kia Joorabchian.

Kia Joorabchian

Kia Joorabchian

Inoltre, due vicende avvenute in Portogallo durante l’estate appena trascorsa hanno fatto salire il livello dell’allarme sull’invasione dei fondi d’investimento nel calcio. E è sintomatico che ciò avvenga giusto nel paese in cui, come spiego nel mio “Gol di rapina”, la declinazione calcistica del fondo d’investimento ha trovato un appoggio negli attori istituzionali della finanza e del credito.

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Qui il primo tentativo di messa al bando delle TPO effettuato dalla Fifa nel 2007, tramite l’aggiunta di un’estensione bis all’articolo 18 (manco a farlo apposta…) del Regolamento sullo Status e i Trasferimenti del Calciatore, è stato aggirato con facilità irrisoria grazie alla creazione di fondi d’investimento da parte degli stessi club. E questo passaggio, oltre a fornire un eloquente esempio a proposito dell’inutilità dei divieti posti dalla Fifa, ha posto le condizioni affinché un grande club europeo come il Benfica venisse a trovarsi in difficoltà patrimoniali e finanziarie. La difficoltà è sorta in conseguenza del fallimento di Banco Espirito Santo (BES), il principale gruppo bancario privato portoghese il cui crack ha messo di nuovo a rischio la convalescente economia lusitana.

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È stato proprio BES, attraverso la sua agenzia Espirito Santo Financial Group (ESFG) con sede legale a Lussemburgo, a strutturare nel 2009 il Benfica Stars Fund (BSF), il fondo a cui il Benfica ha ceduto durante questi anni quote di diversi suoi giocatori ottenendo fra l’altro di gonfiarne le valutazioni iscritte a bilancio. Il fallimento dell’istituto e la sua divisione fra una good bank e una bad bank ha costretto il Benfica a un’affannosa operazione di riacquisizione delle quote di suoi calciatori in possesso del BSF. Perché, nel caso in cui il club encarnado non avesse ripreso quelle quote entro il 30 settembre, esse sarebbero finite sul mercato a disposizione del migliore offerente. Sicché ci si è trovati davanti a una situazione grottesca, col Benfica che ha dovuto sborsare 29 milioni per ricomprare quote dei suoi calciatori dal suo fondo d’investimento.

Al BES e alla sua emanazione ESFG è stato legato anche l’altro club portoghese che durante l’estate appena trascorsa è stato coinvolto in un’altra vicenda legata all’azione dei fondi d’investimento. Si tratta dello Sporting Lisbona, che al pari del Benfica ha istituito nel 2011 un proprio fondo (Sporting Portugal Fund, SPF) sotto l’egida di ESFG. Nelle scorse settimane lo Sporting è andato allo scontro con il più potente fondo d’investimento attualmente in campo nell’economia parallela del calcio globale: il Doyen Sports Investiments. Il conflitto è esploso a proposito del nazionale argentino Marcos Rojo e del suo trasferimento al Manchester United.

Marcos Rojo

Marcos Rojo

Alla vicenda ho dedicato un post di questo blog, e da essa è nato un contenzioso fra il club e Doyen con quest’ultimo che ha annunciato ricorso presso il Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) di Losanna.

I due episodi ricordati, uniti allo strapotere dei grandi broker calcistici globali come Jorge Mendes (ai cui tentacolari affari è stato dedicato nei giorni scorsi un lungo e dettagliato articolo

Jorge Mendes accanto a uno dei suoi principali assistiti

Jorge Mendes accanto a uno dei suoi principali assistiti

da David Conn), hanno proiettato sugli attori dell’economia parallela del calcio globale una pubblicità negativa. Con l’effetto di far schierare anche la Fifa in una battaglia che fin qui era stata affrontata soltanto dall’Uefa di Michel Platini, e in controtendenza rispetto alle voci che nelle settimane precedenti il mondiale brasiliano avevano dato Blatter in procinto di varare un riconoscimento dei fondi d’investimento.

Ma come detto all’inizio questa presa di posizione da parte della Fifa è tardiva. Dunque doppiamente sospetta. Davvero il colonnello Blatter, nell’anno che porterà all’ennesima rielezione, rischierà d’alienarsi i voti di Africa e Sud America, cioè dei continenti in cui le terze parti pascolano beate? Soprattutto, c’è che i finanzieri e i broker dell’economia calcistica parallela globale stanno già manovrando per scrollarsi di dosso l’etichetta ingombrante di “terze parti”. E per farlo scelgono la via più ovvia: acquistano club calcistici.

Si tratta di club di piccola taglia, e il loro valore storico e sportivo è pressoché nullo. Dunque, perché i protagonisti dell’economia calcistica parallela globale li comprano? Un’idea ce l’avrei: per farne tanti Locarno. Cioè utilizzarli alla stregua del club ticinese che nella seconda metà degli anni Zero venne utilizzato dalla HAZ (l’agenzia di Fernando Hidalgo, Gustavo

Pini Zahavi

Pini Zahavi

Arribas e Pini Zahavi) per sdoganare e smerciare calciatori d’elite provenienti dall’Argentina. I quali, naturalmente, del Locarno non hanno vestito la maglia nemmeno per un minuto, venendo immediatamente ridestinati a club dei campionati più ricchi d’Europa. In quel caso il controllo era indiretto, perché da un punto di vista formale la proprietà e la dirigenza erano locali. Nella formula odierna, invece, i protagonisti dell’economia parallela entrano direttamente in campo. Da proprietari e gestori, di club, chi potrebbe eccepire sulla legittimità del loro operare nel mondo del calcio? Soltanto applicando questa lettura è possibile spiegare compravendite di club realizzate, o in corso di realizzazione, durante il mese di settembre appena concluso.

È del 28 settembre una notizia molto istruttiva pubblicata da A Folha de Sao Paulo, quotidiano molto attento al tema delle terze parti sin dai giorni in cui Kia Joorabchian e la sua Media Sports Investments prendono il controllo del Corinthians.

La notizia che un club minore dello stato di Minas Gerais, l’Uberlandia Esporte Clube, sta per passare sotto il controllo di un terzetto formato dal padre di Neymar, dal potente agente brasiliano di calciatori Wagner Ribeiro (agente dello stesso Neymar, di Robinho, e dell’allenatore ex del Real Madrid e della nazionale brasiliana Vanderlei Luxemburgo), e dal popolare cantante Alexandre Pires, il Gigi D’Alessio di Minas Gerais.

Neymar senior

Neymar senior

Wagner Ribeiro

Wagner Ribeiro

Alexandre Pires

Alexandre Pires

E dato che i giornalisti di Folha hanno maturato una certa competenza nell’interpretare le manovre interne all’economia calcistica parallela, ecco data la lettura di questo episodio: per aggirare il bando prossimo venturo posto dalla Fifa bisogna acquistare dei club. Come già da tempo ha fatto la Traffic Sport, che mantiene nel proprio portafoglio il Desportivo Brasil, i portoghesi dell’Estoril Praia, e due franchigie della risorta NASL nordamericana (Fort Lauderdale Strikers e Carolina Railhawkes). E facendo un giro d’orizzonte si scopre che le manovre d’acquisto dei club si moltiplicano. In un articolo dedicato alla cessione di Abel Hernandez da parte del Palermo segnalai il fatto che Pablo Bentacur, il mediatore peruviano di calciatori che gestisce la carriera dell’ex rosanero, aveva da poco comprato la quota del Lugano (40%) in possesso di Enrico Preziosi.

Pablo Bentancur

Pablo Bentancur

Sta manovrando anche Peter Lim, il magnate singaporiano amico e socio di Jorge Mendes che da mesi è in procinto di acquistare il Valencia ma ancora non ne viene a capo perché Bankia (creditrice nei confronti del club per 305 milioni) non si fida delle garanzie finanziarie.

Peter Lim

Peter Lim

Dunque Lim vira altrove e prova a acquistare il Salford City, una società dilettantistica controllata da un gruppo di ex calciatori del Manchester United denominatosi Class 92. Si tratta di Ryan Giggs, Paul Scholes, Phil Neville e Nicky Butt. Assieme a altri due ex Red Devils (Phil Neville e David Beckham) sono stati protagonisti di un documentario intitolato The class of 92, dedicato alla generazione di talenti del Man U che segnò gli anni fra il 1992 e il 1999.

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Manco a farlo apposta, fra i produttori del documentario c’è anche Doyen Sports Investments. Ovviamente Lim nega che l’acquisizione del Salford sia dovuta alla necessità di sopperire al bando delle TPO. Avrebbe mai potuto dire il contrario?

E infine, ecco l’ultima novità. Gustavo Mascardi, l’argentino ex agente di borsa nonché mediatore di calciatori che ha ricavato una mega-commissione dal trasferimento di Iturbe alla Roma, e che s’è da poco visto riconoscere dal Tas un indennizzo da 8 milioni per il trasferimento di Paulo Dybala dall’Instituto Cordoba al Palermo (e l’acuto Zamparini paga).

Gustavo Mascardi

Gustavo Mascardi

Paulo Dybala

Paulo Dybala

Dieci giorni fa Mascardi ha comprato l’Alcobendas Sport, club sito nella comunità autonoma di Madrid che milita in terza serie. Lo fa per amore del club, o perché si stava annoiando? Direi nulla di tutto ciò. Staremo poiuttosto a vedere quanti calciatori passeranno formalmente dall’Alcobendas, allo stesso modo in cui Gonzalo Higuain passò dal Locarno.

Nel frattempo il colonnello Blatter avrà già celebrato il trionfo in una battaglia vinta per abbandono del campo da parte dell’avversario. Di vittorie del genere è costellata la sua storia di presidente della Fifa.

P.S. Leggendo questo post sarete indotti a credere che le manovre di acquisto o controllo di club da parte di attori dell’economia calcistica parallela siano faccende non riguardanti la realtà italiana. Sbagliato. Guardate cosa succede da due anni al Catania, club in cui l’ex agente di calciatori (ha ceduto l’agenzia al fratello…) Pablo Cosentino agisce da plenipotenziario.

Pablo Cosentino

Pablo Cosentino

Con risultati catastrofici dal punto di vista sportivo, peraltro. Ma magari quest’ultimo è un aspetto secondario della gestione. L’importante è far sbarcare a Catania calciatori argentini come Gonzalo Escalante e Gonzalo Piermateri. Il primo mai visto in campo, il secondo nemmeno in panchina.

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Paulo Dybala, un gol per cominciare a pagarsi il riscatto (La Repubblica Palermo, 2 settembre 2014)

Paulo Dybala

Paulo Dybala

 

“Ma iddu veru è?”. L’interrogativo è circolato domenica sera sugli spalti del Barbera mentre in campo Paulo Dybala faceva robe che manco pareva lui. Un gol dopo sei minuti, e per di più addomesticando col petto un pallone che pareva scendere a piombo da Monte Pellegrino, e poi una serie di numeri d’alta scuola compreso un dribbling di tacco al volo che se l’avesse fatto Messi sarebbe virale sul web. E lasciamo perdere che il difensore messo culo a terra e costretto al fallo da ammonizione si chiamasse Vasco Regini, uno che al confronto Silvio Iozzia pareva Beckenbauer.

Vasco Regini

Vasco Regini

Restano la pregevolezza del gesto e soprattutto il senso di smarrimento di chi da due anni s’interroga sulla follia di calciomercato compiuta due anni fa da Zamparini. Capace di spendere dodici milioni per un giocatore che fino a domenica sera pareva la reincarnazione di Oliviero Di Stefano. Ricordate la mosca tse-tse in maglia numero 11 che nella stagione 1985-86 (quella culminata nel fallimento e nella scomparsa del club, ma trattasi soltanto una fitusìssima coincidenza) arrivò dalla Pistoiese, e che nonostante l’affannarsi non vedeva la porta nemmeno se ci cascava dentro al posto del pallone? Ecco, proprio lui. Con la differenza che ai bei dì il duo Totò Matta & Franco Schillci non si sarebbe mai sognato di pagare manco un ventesimo della cifra sborsata da Zamparini per il Di Stefano Reloaded. E certo, per amor di verità loro non avevano di che pagare nemmeno la bolletta Sip della sede. Ma cionondimeno una saponata come quella buscata dal patron rosanero con Dybala non l’avrebbero presa neppure disponendo della carta di credito di Roman Abramovich.

Invece Zamparini sì, perché a lui piacciono le sfide impossibili.

 

Maurizio Zamparini

Maurizio Zamparini

E in quell’estate del 2012, quando con gran lena si preparava il ritorno in B dopo un decennio, diede il meglio di sé con la sessione di calciomercato più strampalata della storia rosanero recente. Una campagna acquisti bipolare, come condotta utilizzando due portafogli: il portafoglio degli spardòni e quello degli ziccùsi. Quest’ultimo venne utilizzato per portare a Palermo nientepopodimeno che Steve von Bergen, difensore che aveva appena conquistato una meritata retrocessione con la maglia del Cesena e dunque dava ottime garanzie per il bis. Invece il portafoglio degli spardòni venne utilizzato per comprare un diciottenne che giocava nella B argentina. Dybala, appunto. Pagato la bellezza di 12 milioni. Una cifra che il Palermo non spenderà manco sommando i prossimi quattro calciomercati.

E sì che fu un’estate strana quella lì. Arrivò Sannino in panchina e tutti a dire che il vero fuoriclasse della squadra sarebbe stato lui, ciò che avrebbe dovuto preoccupare lui per primo. E assieme a Dybala giunse dal Sud America tal Sebastián Sosa Sánchez. Non ricordate chi sia? Tranquilli, nemmeno lui si ricorda di se stesso. È costui l’ennesimo X File da calciomercato e attualmente risulta disperso in Albania, ultime destinazioni conosciute la città di Scutari e un club chiamato Vllaznia.

Sebastian Sosa Sanchez

Sebastian Sosa Sanchez

 

Ma in fondo un po’ X File è anche Paulo Dybala. Soprattutto perché il suo passaggio al Palermo è avvenuto in modo, come dire?, complicato. E di quanto sia stato complicato abbiamo avuto conferma giusto due giorni prima che il Di Stefano Reloaded si esibisse sull’erba della Favorita come posseduto. Da Ginevra è giunta venerdì scorso la notizia che il Tribunale Arbitrale dello Sport ha condannato il club rosanero a risarcire con la modica cifra di 8 milioni di euro il signor Gustavo Mascardi.

Gustavo Mascardi

Gustavo Mascardi

Che reclama di non avere percepito due anni fa quanto gli spettasse per il passaggio in rosanero del calciatore. Storiacce di fondi d’investimento e trafficanti di calciatori, cioè soggetti dai quali l’ultimo Palermo di Zamparini proprio non riesce a tenersi alla larga. Solo che stavolta il presidente ha proprio sbagliato pero, dato che Mascardi non è mica un Ceravolo qualsiasi. Altra stoffa. Mascardi è un ex agente di borsa che un giorno scoprì quanto più redditizio sia investire in calciatori. Per restare alla sessione di calciomercato chiusa ieri sera, è stato lui a spostare Iturbe dal Porto alla Roma via Verona, e ancora ci s’interroga sul costo del suo disturbo: tre o cinque milioni? Di lui la leggenda narra che a metà anni Novanta abbia prestato un milione di dollari al River Plate, ottenendo in cambio di poter scegliere due fra i cinque giocatori più promettenti del club argentino e rivenderli in proprio. Come fossero capi di bestiame. Quei due giocatori si chiamavano Hernan Crespo e Fabian Ayala, e nella stessa estate arrivarono in Italia per vestire rispettivamente le maglie di Parma e Napoli. Uno con cui sarebbe stato meglio non fare i furbi, dunque; tanto più dopo la tranvata presa con Marcelo Simonian dopo la cessione di Javier Pastore. Ma Zamparini è uno che persevera. E allora al povero Dybala toccherà pedalare ogni domenica come quella passata. Non per riscattarsi, ma per pagarsi il riscatto. Ché ormai non se lo ripiglia nemmeno Mascardi, e allora il primo a doversi salvare è proprio lui, altro che il Palermo.

Hernandez, il colpo dei soliti noti (Repubblica Palermo, 27 agosto 2014)

Abel Hernandez

Abel Hernandez

 

 

La cessione di Abel Hernandez è un affare. Certamente. Ma bisogna capire per chi. Di sicuro, 12 milioni sono cifra di rilievo. Ma le perplessità rimangono, e non soltanto riguardo alla perdita di qualità che deriverebbe per il già povero organico rosanero. È soprattutto la figura di colui che sta orchestrando la trattativa a generare interrogativi. Un personaggio sfuggente in ogni senso. Il suo nome viene storpiato in Pablo Betancourt, quando in realtà è Pablo Martin Bentancur Rubianes.

 

Pablo Bentancur

Pablo Bentancur

La sua nazionalità viene spacciata per uruguayana (o addirittura argentina), e invece è peruviana. Soprattutto, egli viene etichettato come agente e invece non gli è mai interessato esserlo. Più giusto definirlo commerciante di calciatori. Uno dei tanti speculatori di cui è piena l’economia parallela del calcio globale, e con in più delle vicende oscure nel curriculum. La sua agenzia Vansomatic (sede legale in Svizzera) è di questi tempi parecchio chiacchierata. Era già stata oggetto di una denuncia presentata a giugno 2013 dai deputati argentini Manuel Garrido e Graciela Ocaňa alla giudice uruguayana Adriana De Los Santos, titolare di inchieste sul riciclaggio di denaro nell’area fra Uruguay e Argentina. La vicenda è stata ripresa in queste settimane da alcune fonti giornalistiche: un articolo di Piero Messina e Maurizio Zoppi pubblicato sul sito web dell’Espresso, e soprattutto un post redatto per il sito web personale dal giornalista investigativo Juan Gasparini. Quest’ultimo è autore del libro Las bóvedas suizas del kirchenirismo, in cui viene ricostruito il percorso segreto del Dinero K, cioè i fondi costituiti all’estero dalla famiglia presidenziale argentina dei Kirchner e riciclati da fedelissimi del regime al potere.

 

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Nel mirino delle inchieste giornalistiche e giudiziarie sono le 148 società costituite dalla Helvetic Service Group grazie all’operato di Nestor Marcelo Ramos, avvocato con passaporto italiano, con la presunta collaborazione dell’esperto uruguayano di diritto societario Juan Pedro Damiani (che però smentisce) e per conto di Lázaro Báez, faccendiere di fiducia del clan K. Della galassia Helvetic, sulla quale è in corso un’indagine della magistratura svizzera, fa parte Vansomatic. Attraverso la quale, secondo Gasparini, Bentancur ha comprato la scorsa settimana il 40% del Lugano calcio. Da chi? Da Enrico Preziosi, presidente del Genoa con alle spalle due condanne penali: 4 mesi (condonati) per la frode sportiva di Genoa-Venezia, e 1 anno e 6 mesi in primo grado per il mancato versamento di 8 milioni di Irpef.

 

Enrico Preziosi

Enrico Preziosi

 

Anche Bentancur ha avuto qualche magagna giudiziaria: una legata a un’inchiesta sulla prostituzione d’alto bordo in Argentina che lo ha visto tirato in ballo come testimone, e un’altra in Italia relativa a una sospetta evasione fiscale consumata dal Cagliari di Massimo Cellino a margine della cessione di David Suazo all’Inter nel 2007, poi archiviata. Interpellato dal settimanale ticinese Il Caffè, Bentancur ha smentito di avere acquistato il Lugano tramite Vansomatic e ogni altra speculazione. Le cronache lo definivano impegnato a intermediare il passaggio di Angel Di Maria dal Real Madrid al Manchester United. Una bella mangiatoia da 70 milioni di euro.

Rimangono i termini dell’affare che portano Hernandez allo Hull City, a proposito del quale gli informatissimi quotidiani sportivi portoghesi rammentano un dettaglio: al Penarol, ex club di Hernandez, spetta il 45% dei diritti economici, da scalarsi dal prezzo di vendita. Su 12 milioni sarebbero 5,4, da sommarsi ai 3,8 sborsati dal Palermo quando il calciatore arrivò in Sicilia. Fanno 9,2 milioni, incassati standosene con le mani sulla panza, mentre il Palermo dovrà sottrarre quei 3,8 per calcolare una plusvalenza che a quel punto sarà di 2,8 milioni. Bello fare affari col Palermo, di questi tempi. Con l’aggiunta di un dettaglio ulteriore: il presidente del Penarol è il signor Juan Pedro Damiani, quello che spergiura di non aver mai avuto rapporti con Helvetic e Vansomatic.

 

Juan Pedro Damiani

Juan Pedro Damiani

Purtroppo capita così, quando si frequenta certi giri di mercato e gli squali dell’economia calcistica parallela globale. Sotto questo profilo, il Palermo della declinante era zampariniana persevera. È in arrivo il brasiliano Emerson Palmieri.

Emerson Palmieri

Emerson Palmieri

 

Che ha alle spalle un curriculum di ben 16 (sedici!) partite con la maglia del Santos e un’agenzia che si chiama Elenko Sport. La compongono una serie di transfughi del Fondo Sonda, un’istituzione finanziaria di proprietà di due fratelli brasiliani che hanno fatto la fortuna nel mondo della grande distribuzione, e credevano di diventare ancora più ricchi grazie alla speculazione sui calciatori. Purtroppo per loro, la cessione di Neymar al Barcellona è stata un bagno di sangue. Ma i loro ex collaboratori sono di nuovo in pista a caccia di speculazioni pallonare. E il Palermo, gentilmente, si presta. Con diritto di riscatto.

 

Maurizio Zamparini

Maurizio Zamparini

I gay palermitani e la fine della Sicilia màscula (Repubblica Palermo, 22 agosto 2010)

Cari amici, questo è l’articolo che mi è stato pubblicato oggi. Buona lettura.

 

Palermo pride. Abbattendo ogni stereotipo sul senso siculo per la mascolinità, due ragazzi palermitani hanno primeggiato nel concorso che la scorsa sera di venerdì a Torre del Lago (Lucca) ha eletto i gay più belli e desiderabili d’Italia. Un trionfo, per loro e per quella che senza forzare sui giochi di parole possiamo chiamare la Sicilia diversa. Una catastrofe ai limiti della punizione divina, invece, per i fautori della Sicilia màscula e per i fabbricatori di luoghi comuni. I quali adesso saranno costretti a rivedere qualcosa nei loro facili schemi di narrazione sulla Sicilia e la sua gente.

I due giovani di Palermo che hanno trionfato al termine della serata (organizzata da Gay.it e Me2, e condotta da Fabio Canino e Paola Perego) vivono in modi distinti la loro condizione omosessuale. Il vincitore assoluto, col titolo di Mister Gay Italia, ne ha subito fatto una questione di rivendicazione d’identità. Giulio Spatola, 26enne emigrato a Roma, sogna una carriera nel mondo del cinema essendosi laureato in cinematografia e avendo già realizzato un cortometraggio. E la sua, stando alle scarne note biografiche diffuse dalle agenzie di stampa dopo l’elezione a Mister Gay Italia, è una storia molto siciliana. Nel senso che a Giulio, da Palermo, è toccato scappare; per lui Roma è stato il luogo in cui poter esprimere senza ostacoli la propria scelta sessuale. Una fuga inevitabile dopo che i genitori, scoperta la diversità del figlio, lo sottoposero a un tour de force presso gli studi di diversi psicologi. Come se si fosse al cospetto d’un disagio (o. peggio, d’una malattia) mentale di cui prendersi cura. Non per caso egli, una volta decretato vincitore, ha esternato da paladino dei diritti degli omosessuali. Dapprima dedicando il premio a una coppia di omosessuali che, poche ore prima in un bar di Viareggio, erano stati insultati da un carabiniere perché si erano macchiati della grave colpa di baciarsi in pubblico; e successivamente invitando gli omosessuali che lavorano nei mondi della politica, dello sport e dello spettacolo a fare coming out, contribuendo così alla de-stigmatizzazione della diversità.  Meno si sa dell’altro palermitano, quasi coetaneo di Giulio Spatola; di sicuro c’è però che si tratta di un tipo parecchio estroverso, forse anche meno travolto dal senso drammatico del vivere la propria omosessualità. Si tratta del 27enne Giuseppe Amato, premiato come ‘fidanzato ideale’ per la dichiarazione d’amore pronunciata dal palco al suo partner (presente in platea), nonché eletto vincitore nel concorso riservato agli internauti del sito Gay.it.

E dunque, se due palermitani scalano le classifiche di gradimento della comunità gay nazionale, dovremo ricavare qualche indicazione in termini di mutamento culturale e del costume di casa siculo? Non esattamente. Nel senso che il mutamento culturale era già avvenuto, e aveva già fatto in tempo a radicarsi; come l’affermazione dei due ragazzi palermitani (e diciamo pure siciliani) sta lì a dimostrare. Semmai l’effetto che giungerà dalla serata di Torre del Lago sarà quello di imprimere un ulteriore colpo, forse decisivo, alla caricaturale immagine di una terra culturalmente fallocentrica, dominata dalla figura del màsculo. Che è un tipo a parte nella vasta gamma dei profili virili. Di sicuro, quello che meno d’ogni altro ammette distrazioni dal tipo del ‘puro maschio alfa’ in termini di mollezze sentimentali e ortodossia sessuale. Nel profilo del màsculo converge infatti un immaginario premoderno sulla sessualità maschile legato a qualcosa di più che il mero ruolo sociale (come è nel caso della figura genericamente virile), o alla declinazione di un determinato stile espressivo (come è nel caso dell’idea di macho). Il màsculo mantiene un forte vincolo col senso dell’onore che ha un’influenza soverchiante sul suo agire sociale e ne rende intollerabili le debolezze. Figurarsi ammettere l’idea stessa di omosessualità, vista come il male assoluto in un mondo da dividere nettamente fra sfera del maschile e sfera del femminile. Quella del màsculo è una figura che nel corso delle epoche di storia sicula ha avuto modo di manifestarsi in modo tutt’altro che stereotipo; nel senso che essa si è espressa in termini reali e per niente residuali. Tuttavia, anch’essa aveva già fatto in tempo in tempo a affrontare un processo di declino, in coincidenza con la modernizzazione dei costumi e con lo scollamento istituzionale della famiglia (il principale campo di potere del màsculo siculo, scosso anche in Sicilia dai mutamenti intervenuti nel resto d’Italia). Della Sicilia màscula rimaneva appunto un’immagine, la rappresentazione di una realtà sempre più distante dalla realtà stessa e ormai pronta a essere trasformata in un elemento di nostalgia. Dopo la serata di Torre del Lago si può avviare l’istruttoria di musealizzazione per la figura del màsculo siculo. Era ora, a dirla tutta.