Fare shopping di club: ecco il vero calciomercato

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C’è un calciomercato in corso, sposterà pesantemente gli equilibri esistenti e inciderà sui campionati a venire. Ma contrariamente a ciò che state immaginando esso non riguarda i calciatori. A essere oggetto di transazioni sono club minori dei campionati europei, entrati nel mirino di investitori extraeuropei ben noti a chi segue le vicende dell’economia parallela del calcio globale nonché spinti da interessi esclusivamente finanziari e lobbistici. E la logica di questi investimenti è la stessa che vado illustrando con cadenza quasi quotidiana sin dal giorno in cui scrissi il post in cui spiegavo che la mossa della Fifa di mettere al bando terze parti e fondi d’investimento sarebbe stata inefficace. Annunciata a fine settembre 2014 e ufficializzata con la circolare 1464 dello scorso 22 dicembre, questa misura è già inefficace. E non soltanto perché la sua attuazione si presenta molto complicata, ma anche e soprattutto perché i gruppi d’investitori che nell’ultimo decennio hanno tirato su le varie formule di Third Party Ownership (TPO) si stanno riorganizzando per eludere il divieto. Lo fanno comprando club minori in giro per l’Europa. Soprattutto in Spagna e in Portogallo, ma non soltanto.

Le cronache delle ultime settimane ci raccontano di un intensificarsi delle manovre su questo versante, e rispetto ai casi che ho descritto nel post datato 1 ottobre 2014 se ne sono aggiunti altri. A metà dicembre i giornali portoghesi hanno riportato la notizia del cambio di proprietà al Leixoes, club della città di Matosinhos che milita in Segunda. A cedere la quota maggioritaria del pacchetto azionario (56%) è stato Carlos Oliveira.

Carlos Oliveira

Carlos Oliveira

Il Carlos Oliveira di Resident Evil

Il Carlos Oliveira di Resident Evil

Che è soltanto omonimo del protagonista della saga Resident Evil, e che da presidente della SAD (Sociedade Anonima Deportiva) è stato condannato nel luglio 2012 assieme a altri tre amministratori del club per abuso de confiança fiscal: nove mesi di prigione, pena sospesa, per non avere pagato l’IVA di agosto 2008 e dei mesi di maggio, giugno e luglio 2009. All’epoca dei fatti e della successiva condanna Oliveira era soltanto l’azionista di maggioranza del Leixoes. Ma a giugno del 2014 ne è stato eletto presidente dall’assemblea dei soci del club, cioè dall’entità democratica che va distinta dalla SAD. Ciò che è ulteriore dimostrazione di come non sempre la partecipazione democratica dei tifosi-associati è di per sé garanzia di una maggiore qualità nella scelta dei vertici e nel controllo sulla governance, e che a fare la differenza è una più alta consapevolezza dei tifosi stessi rispetto al ruolo che possono esercitare sulle sorti del loro club. Ma questo è un altro discorso. Più importante sottolineare che, al momento di insediarsi e riverstire il doppio ruolo di presidente della SAD e azionista di maggioranza, Oliveira prende l’impegno di ristrutturare il debito da 2,4 milioni di euro del club. Dopo nemmeno sei mesi Oliveira ristruttura il suo, di debito: e cede il suo pacchetto azionario, per una cifra che notizie ufficiose danno sui quattro milioni di euro, a un gruppo brasiliano, J Winners. Un soggetto “legato al mondo dello sport” di cui si sa poco o nulla. Le sole pagine web rintracciabili sono quelle collegate alla notizia del passaggio di proprietà al Leixoes. E da quelle notizie si ricava soltanto i nomi dei due personaggi che stanno mettendo la faccia sull’operazione. A gestire il progetto è Carlos Eduardo Rodella, esperto di investment management che si muove tra Portogallo e Brasile. E, soprattutto, a fare da front man è Jaime Marcelo Conceiçao, lottatore brasiliano di Mixed Martial Arts (MMA) nonché personaggio pubblico dai tratti forti e controversi.

Jaime Marcelo Conceiçao

Jaime Marcelo Conceiçao

Cosa c’entri uno così con un club di serie B portoghese non è dato sapere. Si sa per sicuro, invece, che dietro J Winners si celi un imprecisato gruppo d’investitori europei ansiosi di mantenere l’anonimato. Magari nei prossimi mesi scopriremo chi siano costoro. Intanto possiamo già registrare la facilità e l’opacità con cui un club calcistico può passare di mano nel mercato globale di oggi. Del resto, guardando a quanto successo a Bari e a Parma non siamo certo noi italiani a poterci formalizzare su questo fronte.

Con l’avvio dell’anno 2015 si stanno verificando altri due casi di shopping calcistico, con investitori extraeuropei pronti a mettere le mani su club del nostro continente costretti a cercare un acquirente purchessia. Dei due casi in questione, uno riguarda una trattativa conclusa mentre l’altro si riferisce a un negoziato in corso. Ma entrambi schiudono l’orizzonte su un sistema calcistico europeo ormai totalmente permeabile alle scorribande di affaristi e finanzieri, interessati a fare denaro attraverso il pallone e sovente già nel business nella gestione di diritti economici di calciatori.

Il primo dei casi in questione riguarda il Freamunde, altro club portoghese di Segunda che sta vivendo una stagione contraddittoria. Sul campo sta conducendo un campionato di vertice: terzo in classifica a un solo punto dalla coppia di vertice formata da Oliveirense e Tondela.

Immagine di una partita fra Benfica e Freamunde

Immagine di una partita fra Benfica e Freamunde

Fuori dal campo, invece, il club vive una pesante crisi finanziaria, coi calciatori che non percepiscono lo stipendio da cinque mesi e i tifosi che si mobilitano per realizzare una colletta. Fra l’altro, il Freamunde è stato protagonista (suo malgrado, va precisato) della stramba vicenda di un’amichevola-fantasma contro gli spagnoli del Ponferradina attorno alla quale si concentrò a agosto del 2014 un flusso anomalo di scommesse. Lo scorso weekend, al termine di un’assemblea iniziata nel pomeriggio di venerdì e andata avanti fino alle prime ore del mattino di sabato, i soci del club si sono dovuti rassegnare a compiere un passo che muta geneticamente il Freamunde. Hanno infatti votato per la costituzione di una SAD, e a seguire hanno dato parere favorevole alla cessione del 70% delle azioni a una compagine di investitori argentini il cui rappresentante portoghese è l’avvocato Miguel José Azevedo Brandao.

Miguel José Azevedo Brandao

Miguel José Azevedo Brandao

Costui è un personaggio molto addentro alle manovre che portano ai cambi di proprietà di club portoghesi, e soprattutto il loro passaggio sotto il controllo d’investitori esteri. Fu lui a favorire il passaggio del Beira-Mar di Aveiro sotto il controllo dell’avventuriero iraniano Majid Pishyar, presidente e CEO di una holding globale con sede a Dubai chiamata 32 Group, di cui è impossibile comprendere qualcosa.

Majid Pishyar

Majid Pishyar

Sul web ho trovato questa storia di una cittadina inglese, reduce da un tumore al seno, che aveva deciso di trasferirsi negli Emirati comprando un appartamento di nuova costruzione edificato da 32Group. A settembre 2012, dopo sette anni, aspettava ancora il rimborso della somma dato che dell’appartamento non si parlava più. Dal sito del 32Group si scopre che prima di arrivare al controllo del Beira-Mar la holding aveva gestito l’austriaco Admira Wacker e lo svizzero Servette Ginevra. Il primo fallito per debiti, il secondo quasi. Fra l’altro, Pishyar si lascia alle spalle in Svizzera anche degli strascichi extracalcistici. È questo il personaggio che Azevedo Brandao porta al Beira-Mar. E l’avvocato, da consigliere d’amministrazione del club aveirense, è in prima fila anche quando il club passa di mano a un altro personaggio tutto da raccontare: l’italiano Omar Scafuro.

Omar Scafuro

Omar Scafuro

Costui è già noto per un paio di vicende italiane. A fine anni Novanta prova a comprare l’Avellino raccontando di avere alle spalle il Milan di Berlusconi o, in alternativa, la Lazio di Cragnotti. Non era vero niente, e è Berlusconi in persona a smentire lasciandosi andare a una frase infelice (“Per me Avellino è come la Patagonia”). Poi nel 2006 Scafuro si ritrova al centro di una polemica sulla maxi-parcella assegnata alla sua società di consulenza Carrington and Cross dalla Regione Campania per stimare il debito della Soresa, la società regionale della sanità. Della vicenda finirà per occuparsi la Corte dei Conti. Nel frattempo Scafuro è in Brasile, dove compra un club delle categorie minori, il Leme. Da lì passa Willyan Barbosa, che per due stagioni transita dalle giovanili del Torino e viene successivamente acquistato dal Beira-Mar dopo che Scafuro acquisisce il controllo del club portoghese.E si tratta di uno degli affari più inspiegabili del club granata.

Willyan Barbosa ai tempi delle giovanili del Torino

Willyan Barbosa ai tempi delle giovanili del Torino

Il passaggio di proprietà del club portoghese avviene nel dicembre 2013, e i giornali portoghesi raccontano di un’acquisizione del club da parte del Gruppo Pieralisi, multinazionale marchigiana delle macchine industriali per lo sfruttamento del ciclo dell’olio di cui Scafuro è rappresentante per Spagna e Portogallo. Su questo passaggio di proprietà scrissi a febbraio dell’anno scorso un articolo per Panorama.it. Le cui conseguenze furono immediate. Sul versante portoghese, l’ambiente aveirense aprì gli occhi sul personaggio che ha preso il controllo del club. Sul versante italiano, il Gruppo Pieralisi prese immediatamente le distanze dall’operazione. E pochi giorni prima che l’articolo (rimasto due settimane in attesa di pubblicazione) venisse caricato sul sito di Panorama, Scafuro era già fuori dal Gruppo Pieralisi. Rimane invece ben in sella al Beira-Mar, e gli tocca difendersi dall’accusa di non aver pagato a Pishyar l’acquisizione del club. Due galantuomini. A novembre scorso un’assemblea generale convocata dal 32 Group decreta la cacciata di Scafuro, che però fa ricorso al Tribunale di Aveiro e si vede dare ragione tornando così al vertice della SAD. Quanto alla situazione finanziaria del club, è un disastro.

Quando si catena il balletto fra Scafuro e Pishyar per il controllo del Beir-Mar, Azevedo Brandao si è già dimesso da consigliere del club e lavora per favorire l’accesso al calcio portoghese da parte di altri gruppo d’investitori. E porta a compimento la missione col Freamunde, il cui 70% viene acquisito dall’argentina Goldplayers. Che è una società di agenti di calciatori retta da Alejandro Bouza e Alberto Lavalle, ai quali per l’acquisizione del Freamunde si è associato il Nicolas Amato. Guardando alla lista dei calciatori assistiti si legge anche i nomi degli italiani Albano Bizzarri (Chievo) e Lucas Biglia (Lazio). Ma si tratta di una lista non aggiornata, dato che nelle schede personali Bizzarri viene dato ancora in forza alla Lazio e Biglia all’Anderlecht.

Albano Bizzarri

Albano Bizzarri

Lucas Biglia

Lucas Biglia

Che interesse può avere Goldplayers nell’acquistare un club della B portoghese? Indovinate un po’ voi. Un ultimo retroscena sulla vicenda: prima di prendere il Freamunde il gruppo argentino aveva provato a prendere l’Espinho. Pareva fatta, ma poi i soci del club preferirono consentire l’ascesa a un personaggio locale, Bernardo Gomes Almeida, leader di una coalizione denominta Movimento Centenario. Dunque per gli investitori argentini il Freamunde è addirittura una soluzione di ripiego.

L’altro caso di cui vi parlo riguarda la trattativa per l’acquisizione del Girona, club catalano che milita nella Segunda spagnola. Sommerso dai debiti, e col un proprietario Josep Delgado che in passato è stato oggetto d’una richiesta d’estradizione avanzata dallo stato polacco per reati fiscali e si rese pure irreperibile per 8 mesi, il club è in vendita. A trattarne l’acquisto è ancora una volta un gruppo argentino, e questo punto verrebbe da chiedersi se il peso non abbia preso quel ruolo di moneta globale del calcio che in altri settori appartiene al dollaro. A guidare il gruppo argentino ci sono due personaggi che per chi ha letto il mio Gol di rapina sono vecchie conoscenze.

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Uno è l’avvocato Ricardo Pini (affiancato in quest’avventura dal fratello Sebastian), che fino a luglio 2014 era presidente del club cileno Rangers Talca. Si tratta di uno dei club finiti nella lista dell’Afip (Administracion Federal de Ingresos Publicos, l’agenzia delle entrate argentina) perché accusati di effettuare triangolazioni di calciatori a scopo di elusione fiscale. Un caso parecchio sospetto, per esempio, ha riguardato Santiago Garcia, ex del Palermo attualmente al Werder Brema.

Santiago Garcia

Santiago Garcia

Adesso il club è nelle mani di Jorge Yunge, un acquirente scelto dallo stesso Pini. L’altro socio argentino interessato al Girona è Humberto Grondona, figlio dell’ex presidente satrapo della federcalcio argentina, Julio. Grondona senior è morto lo scorso settembre, e questo era davvero l’unico modo per vedergli lasciare la poltrona di presidente federale. Il figliolo Humberto è da anni presidente dell’Arsenal Sarandì, club della serie A argentina che gioca in uno stadio intitolato a Julio Grondona. La famiglia innanzitutto. Pini e Grondona stanno cercando di comprare il Girona, e stando a quanto affermato dal Diari de Girona avrebbero al loro fianco fianco un investitore svizzero che lavora a Malta. Certe intersezioni le ho viste all’opera nel caso di Doyen Sport Investments, ma come al solito sono coincidenze. È invece una certezza che il gruppo argentino sia interessato anche e soprattutto a una speculazione immobiliare. Vorrebbero costruire una cittadella dello sport. Gli affari sono affari. Ma per adesso quello per l’acquisto del club catalano non va in porto, anche perché c’è da trattare con un osso duro come Delgado. Il quale vorrebbe versare i 650 mila euro proposti dagli argentini come anticipo per scalare il debito del club senza decurtarli dai 2,4 milioni da lui pretesi per cederlo. Gli argentini non ci stanno, e almeno su questo punto hanno ragione. Né si lasciano impaurire dal fatto che ci sia un altro gruppo di investitori pronto a prendere il Girona, Viene da Singapore, e è costituito da connazionali del nuovo proprietario del Valencia, Peter LIm, vogliosi di emularlo. E non ci stanno a maggior ragione perché intanto guardano anche altrove per acquistare un club europeo. Hanno messo gli occhi sugli scozzesi del St. Mirren. Perché la logica è sempre quella: un club vale l’altro, e in qualsiasi paese. Ciò che conta sono gli affari. Ma a differenza dei tifosi portoghesi o spagnoli, quelli scozzesi non ci stanno. Si vedrà come andrà a finire.

Schermaglie sono in pieno corso, dunque. Ma non crediate che si stia parlando di vicende distanti dalla realtà italiana. Interrogatevi piuttosto sulla strana situazione di alcuni club nostrani di A e di B. Qualcuno fra questi pure in (apparente) buona salute sia sul piano economico che su quello dei risultati sportivi. Il vero calciomercato si svolge nell’ombra e riguarda la scalata ai club da parte di gruppi d’investitori. E sperate di non accorgervene quando ormai sarà troppo tardi.

Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 2 Vi presento Joe Maya

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini

Chiara Gamberale cura gli attrezzi di lavoro

Chiara Gamberale cura gli attrezzi di lavoro

(La prima puntata è leggibile qui)

Parola d’ordine: ricicciare. Un termine che per i non toscani è incomprensibile e dunque va spiegato. Esso sta per riutilizzare rimaneggiando, rimescolare cose esistenti per far venire fuori una cosa non esistente, riciclare ma facendo come se si stesse innovando. Dunque “fare ciccia”, cioè sostanza, ma con cose non fabbricate ex novo. A suo modo è un’arte, e bisogna saperla esercitare. Chi ci riesce merita comunque un applauso, perché riuscire a far sembrare altro le cose medesime è da fuoriclasse. Per esempio, prendete Leonardo Pieraccioni. E immaginate che un giorno metta sul mercato, spacciandolo per nuovo, un film fatto montando pezzi di tutti i precedenti in una trama coerente. Pensate che qualcuno se ne accorgerebbe? Certamente no.

Leonardo Pieraccioni

Leonardo Pieraccioni

Ecco, questo è un esempio dell’arte di ricicciare. E Pieraccioni vi si è specializzato in modo sopraffino: fa sempre lo stesso film e ve lo vende per diverso. Nell’industria editoriale c’è un corrispettivo di Pieraccioni: Fabio Volo. Ha scritto otto volte lo stesso (desolante) libro, e continua a venderlo come si trattasse di novità a una platea fatta prevalentemente di lettrici incapaci d’accorgersi delle clamorose ripetizioni. Anche lui un fuoriclasse della ricicciata, e non riconoscerlo sarebbe intellettualmente disonesto.

Fabio Volo

Fabio Volo

Vorrebbero esserlo anche i nostri due eroi, Massimo Gramellini e Chiara Gamberale.  In Avrò cura di te, peggior libro 2014, cercano di farlo con discrezione. Ma, ahiloro, non riescono in nessuna delle due cose: sia nel riciccio che nella discrezione.

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E ciò vale innanzitutto per Chiara Gamberale, che a ogni libro in più sottoposto a analisi mostra un’impressionante pochezza di argomenti e espressioni. Nei mesi scorsi mi sono dedicato a lei, scrivendo tre articoli per Satisfiction (leggibili qui, qui, e qui) dedicati a quelli che al momento erano i suoi due ultimi libri: Quattro etti d’amore, grazie (QEAG) e Per dieci minuti PDM). Nel frattempo sono giunti in libreria il libro di cui qui si fa analisi, e la nuova edizione di Arrivano i pagliacci, con tanto di prefazione vergata dallo scrittore italiano più noioso del nostro tempo: Paolo Di Paolo. E purtroppo mi toccherà leggerli tutti, pure quelli non menzionati, in vista del prossimo Importo della Ferita.

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Non è una bella prospettiva, ma pazienza. Rimanendo alle cose lette, si nota il ricicciamento gamberalesco sia quanto a temi che a trovate retoriche. Ci sono sempre una protagonista in crisi sentimentale e un marito emotivamente immaturo e sentimentalmente insensibile. C’è la figura della mamma che in età matura e dopo il divorzio gioca a fare la fricchettona e s’innamora di uomini più giovani di lei. La si trova in QAEG come in Avrò cura di te. Chissà come mai, invece, le figure dei padri non vengono tratteggiate in modo negativo. Ma questo è ancora nulla. Il problema è il ripetersi stucchevole di riferimenti e motivi. Se ne trova quanti se ne vuole, e il problema è non abbondare con le citazioni ché altrimenti si scrive un’enciclopedia.

Partiamo dalla questione di distinguere fra la dimensione del qui e la dimensione del lì. A  pagina 81 di QAEG si legge:

In realtà, ero semplicemente una ragazzina disturbata, a un passo dalla diagnosi clinica di psicosi da cleptomania, che, innamorata pazza del suo professore, l’avrebbe seguito ovunque, purché la portasse lontano da se stessa, con la speranza, segreta e non del tutto consapevole, che la distanza si rivelasse l’unico mezzo per arrivare al centro di quella se stessa, dove poter disinnescare il bisogno dei portafogli degli altri, dei loro scarti, degli scalpi dei cuori di ogni uomo che incontrava, dove poter disinnescare la colpa, la tentazione di fuggire da ogni qui, l’incondizionata fiducia nel lì.

Bella roba, eh? Simile a quella che nel peggior libro dell’anno 2014 si trova a pagina 21:

 

Ma che ci fa lui, con i miei libri, se ormai ha deciso e se ne sta, per sempre lontanissimo, in quel lì che un tempo era il nostro qui?

 

Ricorre anche la misteriosa passione per una data: il 29 febbraio. Un giorno intorno al quale imbastire stracche considerazioni esistenziali come quelle che si trovano a pagina 38 di Avrò cura di te:

Leonardo mi ha chiesto di sposarlo il 29 febbraio di cinque anni fa.

Adesso è quasi mezzanotte e fra pochissimo questo ventotto febbraio scivolerà nel primo marzo che lo sta aspettando. Chissà dove va a finire, il ventinove, quando non tocca a lui.

 

A pagina 44 di QAEG una delle due protagoniste femminili ricorda il primo convegno amoroso con l’uomo che sarebbe diventato suo marito. Indovinate un po’ in che data avviene il tutto? Ma il 29 febbraio, che discorsi! Il giorno viene citato con una parafrasi mortalmente allusiva:

Ma nessuno era come me, nessuno era come noi, quel giorno a cui l’anno di solito rinuncia per un primo marzo, in quel parco per cui la città rinunciava per un garage.

 

Il giorno a cui l’anno rinuncia per un primo marzo, cioè quello che non si sa dove va a finire quando tocca a lui mentre il ventotto febbraio scivola nel primo marzo. Vale la pena investire quote del vostro tempo e del vostro denaro per leggere siffatte amenità, vero? E poi addirittura rileggerle, se proprio non potete farne a meno.

C’è poi il tema degli occhi, un classico della letteratura rosa. Esso viene declinato da Chiara Gamberale attraverso le più ardite similitudini. A pagina 132 di Avrò cura di te Gioconda fa riferimento al marito Leonardo (sì, proprio così) usando la seguente frase:

 

Lui mi guardava, zitto, con quegli occhi da sanbernardo ferito (…).

 

La passione per gli “occhi da sanbernardo” era già balenata a pagina 88 di QAEG:

 

“(…) quegli occhi da sanbernardo abbandonato”.

 

E a questo punto ci sarebbe da chiedersi se nei libri di Chiara Gamberale sarà mai possibile vedere un Sanbernardo felice, o quantomeno lasciato in pace dalla sfiga.

"Ho appena incrociato Chiara Gamberale"

“Ho appena incrociato Chiara Gamberale”

Comunque sia, nei due libri gamberalici sui quali ho condotto l’analisi per Satisfiction si trova un’ampia varietà sul tema “Cinquanta sfumature di occhio”. Ecco una veloce rassegna.

 

“(…) quegli occhi liquidi un giorno grigi un giorno acquamarina” (QEAG, p. 36)

 

“Aveva gli occhi marrone triste” (p. 42)

 

“L’occhio di bue pazzo dell’impossibile attenzione di Riccardo per un attimo si ferma lì” (QEAG, p. 47)

 

“(…) mi fa ficcato negli occhi gli occhi sporchi di sonno” (QEAG, p. 48)

 

“(…) gli occhi all’insù, da gattina vanitosa” (QEAG, p. 49)

“Dalla poltroncina davanti a noi si gira un signore, forse infastidito. Ha due occhi di un azzurro incredibile, sembrano pescare proprio nel fondo dell’azzurità, per restituirla così com’è” (QEAG, p. 93)

 

“Con quello sguardo umido, bovino” (QEAG, p. 198)

Gli occhi bovini (QEAG, p. 210)

 

Gli occhi liquidi della vecchina frugavano nei miei, da dietro le lenti spesse. (PDM, p. 68)

 

 

Ma il motivo che davvero Chiara Gamberale ripete allo sfinimento è quello della casa condivisa col partner, che nel momento in cui il rapporto di coppia s’incrina diventa il principale elemento di crisi d’identità. Su questo motivo sono presenti due passaggi nel peggior libro del 2014:

 

Kiki stasera è qui, e a me sembra già un po’ più mia questa casa che mia dovrei cominciare a considerare. (p. 39)

Mi ha preso per mano e abbiamo camminato, in silenzio, fino a casa. Casa sua, casa nostra. (p. 180)

 

Un tema abusato nei due libri da me analizzati, e chissà in quanti altri. Ecco una lista di esempi, col primo che rientra perfettamente nel filone “psico-falegnameria” di cui si disse nel precedente post:

Salgo al piano di sopra, mi chiudo a chiave in camera nostra. Cioè da quasi un anno mia. Però comunque nostra. Comunque nel senso che non l’ho mai sentita nostra, anche quando ci capitava di dormire insieme. O forse è da sempre e solo sua, di Riccardo: che non sa di esserci e nemmeno di non esserci, e che dunque, quando non c’è, quando non occupa realmente uno spazio, c’è più di quando lo occupa. (QAEG, p. 40)

 

Letto un periodo del genere, penso che allo stesso modo in cui esistono preti che si spretano esisterebbero psicanalisti che si spsicanalistano, pronti a farsi pizzaioli o tassisti, se mai dovessero trovarsi sul lettino una paziente che si mettesse a snocciolare un ragionamento del genere.  A ogni modo, vado a chiudere la lista sul tema della casa-mia-o-forse-non-mia riportando gli altri estratti:

Comunque stavolta se l’è presa con la porta della nostra camera da letto. Cioè, la mia: quanto sarà che non dormiamo insieme? Non che sia stata mai la più cara delle nostre abitudini dormire insieme, anzi, all’inizio ne facevamo quasi un vanto: è un modo per difenderci dal due, dicevamo, dall’orrendo, viscido, insidioso, impossibile due, è un modo per preservare l’uno più uno (…) (QAEG, p. 26)

 

Non avevo mai pensato che potesse esistere e resistere un posto così, nel mondo.

In questo quartiere, poi. A tre isolati da casa nostra. Mia. (PDM, p. 67)

 

A tre isolati da casa nostra. Mia. (PDM, p. 69)

 

(…) a pochi passi da casa nostra. Da casa mia, insomma. (PDM, p. 91)

 

 

Ribadisco: ricicciare è un’arte che bisogna essere capaci d’esercitare. Altrimenti il solo effetto è quello di produrre la solita minestra.

Detto del ricicciar gamberalesco, va specificato che c’è anche un ricicciar gramellinico. Un po’ meno grossolano del precedente, e persino con qualche pretesa d’alto livello. Ma niente che possa meritare l’etichetta dell’Ars Ricicciatoria. Certo non la ripubblicazione del meglio (?) della rubrica Buongiorno, vergata quotidianamente per prima pagina de La Stampa e da cui è stato prodotto il volume La magia di un buongiorno a cui nei mesi scorsi ho dedicato attenzione. Ma nemmeno i frammenti che in Avrò cura di te provano a essere Ars Ricicciatoria riescono nell’intento. Per esempio, prendete il frammento di pagina 117  in cui Filemone, alias l’Angelo de li mortacci sua (ADLMS) scrive:

Durante la mia ultima avventura terrena, una donna mi sottopose una questione delicata. Suo marito si era arreso al disagio che gli procurava la condizione di omosessuale represso, lasciandosi cadere da un ponte. La coppia aveva un figlio che ignorava le inclinazioni del padre e le modalità della sua fine. Ma il ragazzo stava per compiere diciotto anni e la madre riteneva che fosse giunto il momento di fargli incontrare la verità.

Le suggerii che sarebbe stato più saggio cominciare a rivelargliene soltanto una parte e mi incaricai personalmente della missione. (…)

 

Mi sbaglierò, ma questo frammento mi sa tanto di Cuori allo specchio, la rubrica tenuta per il magazine Specchio e da cui (manco a dirlo) è stata tratta un’antologia. Ma è in un altro passaggio che il ricicciar gramellinico fallisce miseramente l’obiettivo.  Si tratta di quello alle pagine 59-60 in cui l’ADLMS si mette a filosofare sull’attitudine di noi umani a voltarci indietro per guardare alle cose che ci danno sofferenza nell’oggi. E lì s’inventa una definizione da Museo del Trash:

 

Cerca di sdrammatizzare l’accaduto perché vorrei farti sollevare lo sguardo dalle apparenze. La vita è un ritorno a casa e certi amore che sembrano crepacci diventano ponti  per attraversare il vuoto e avvicinarsi al traguardo. Non voltarti indietro a giudicarli. Il torcicollo emotivo è una malattia dei vecchi. E vecchi si può non esserlo a novant’anni oppure diventarlo già a trentasei, se si perde la voglia di coniugare i verbi al futuro.

 

Penso che il torcicollo emotivo faccia il paio col pensiero a forma di airbag di cui parla la socia Chiara, citato nella precedente puntata. Ma non è questo il punto. Piuttosto, si tratta di capire da dove scaturisca siffatta trovata. Una rapida ricerca sul web offre la risposta, contenuta nella puntata di Buongiorno pubblicata il 24 dicembre 2011.

Il mio amico Joe Maya, esperto in profezie terrorizzanti, si è licenziato ieri da Wall Street per aprire un’agenzia di sopravvivenza, «Occupy Yourself». Occupa te stesso. A volte è più difficile che occupare una piazza. Mi ha mandato l’opuscolo pubblicitario.
«Caro compagno d’avventura, sono orgoglioso di anticiparti che il 2012 ti romperà le scatole. Non potrai più fare quello che hai sempre fatto. Se vorrai sopravvivere, sarai costretto a cambiare. Ho preparato una griglia di incroci che la vita ti getterà fra i piedi nei prossimi mesi. Gli incroci non li hai decisi tu, e questo si chiama destino. Ma quale strada prendere a ogni svolta dipende solo da te. E questa si chiama libertà. Protesta o subisci. Non credo sia più tempo di scrollare le spalle. Se ti tirano uno schiaffo, passati pure una parola di perdono sulla ferita. Ma non avere paura di urlare il tuo dolore.
Accetta o rifiuta. Il mondo è cambiato. Se non sei un cinese o un indiano, probabilmente in peggio. Per provare a cambiarlo daccapo, prima devi prenderlo com’è. Conosci la favola dei due topolini che un giorno non trovarono la fetta di formaggio al solito posto? Uno solo morì di fame: quello che restò ad aspettarla. Scappa o rimani. Puoi cercare altrove (ti suggerisco l’Australia per il clima e il Brasile per la compagnia) oppure cercarti dentro di te. A volte le scoperte più importanti si trovano a chilometro zero. Però ogni tanto alza le chiappe dal computer e azzarda una passeggiata fra gli umani. I sentimenti sono fatti di odori che neppure Jobs era riuscito a mettere in scatola. Delega o agisci. I politici non ti odiano e non ti vogliono bene: semplicemente se ne infischiano di te. Puoi provare a cambiarli, ma ricorda che non c’è limite al peggio, come disse un mio amico prima di conoscere Scilipoti. Oppure puoi provare a ricambiarli. Infischiandotene di loro. La nuova politica è il progetto che farai tu, associandoti con i tuoi simili per un obiettivo comune.
Diffida o credi. Puoi credere che tutto sia un complotto contro di te. Oppure credere in te. (Berlusconi riesce a fare entrambe le cose, ma è un caso unico). La prima strada è più sicura: troverai sempre qualcuno disposto a fornirti le prove della congiura. La seconda è piena di spifferi. Una via per eletti. Ti piacerebbe essere eletto, per una volta? Arretra o evolvi. Arretrare ha i suoi vantaggi, specie se ti trovi a un passo dal baratro. Evolvere ha il suo fascino: la perdita delle sicurezze può farti vincere un rischio, oltre il quale ci sei tu in un modo che adesso non puoi neanche immaginare. Scegli: avanti o indietro. Basta che ti muovi.
Rimpiangi o ricostruisci. Il torcicollo emotivo ha un effetto calmante sui pessimisti. Altri preferiscono guardare oltre le macerie. Il trucco è ripartire da un sogno piccolo. Aiuta a combattere la sensazione di non contare nulla e di non poter cambiare mai nulla, neanche se stessi». Sui deliri di Joe Maya non mi pronuncio. Ma l’ultima frase la sottoscrivo: non sono gli schiaffi a svegliarci, ma i sogni. E poiché il prossimo anno di schiaffi ne arriveranno parecchi, auguro a tutti un risveglio pieno di sogni. 

Emotivo?

Emotivo?

Eccolo qui il torcicollo emotivo. La cui paternità viene attribuita a tal Joe Maya. Che in realtà non esiste, come una seconda ricerca via web dimostra. È un’invenzione dello stesso Gramellini, che gioca con le parole sulla Profezia dei Maya il cui verificarsi era allora pronosticato per meno di un anno dopo. Ma non è un simpaticone quest’uomo? Arguto e spiritoso quasi quanto Beppe Severgnini. A ogni modo, Gramellini s’innamora di questa storia del torcicollo emotivo, e la ribadisce nel corso di un’intervista rilasciata a un sito web. Nel cui testo si può leggere il seguente frammento:

Quindi non bisogna mai voltarsi indierto? [il refuso è nel testo, ndr]

«Io non sopporto la nostalgia, la chiamo ‘torcicollo emotivo’. Non dobbiamo avere rimpianti e penso che la rapidità sia ‘il valore di oggi’. Ma bisogna andare oltre, non dobbiamo sottometterci ed essere ancora più rapidi, bisogna cambiare modo di pensare. Siamo ad un passaggio dell’umanità che non ha precedenti nella storia. Oggi la vita è ricca di stimoli come mai in precedenza. Era meglio prima? No, non era meglio né peggio, era quel tempo, e adesso noi viviamo il nostro tempo!».

Credevate di avere a che fare soltanto con un giornalista. E invece vi ritrovate un vero Maestro di Vita. Peccato che non abbia talento per l’Ars Ricicciatoria. E, per quanto mi riguarda, come Maestro di Vita io preferisca mille volte il mio concittadino giurgintàno Giovanni Bivona. Altra classe.

(Anche stavolta, per risarcirvi delle brutture che vi sono state inflitte, vi regalo un brano musicale che vi ritonifichi)

Severgnini dispensa consigli di viaggio esistenziali. Ma a prendere il largo è soltanto la sua grammatica creativa (Panorama n. 20, 14 maggio 2014)

Cari amici, questo è il l’articolo pubblicato sul numero di Panorama in edicola fino a stasera. E domani tocca a Gramellini.

 

Una nuova vetta nella storia del pensiero occidentale. È quella che si sente di toccare a ogni nuovo libro di Severgnini Beppe da Crema,il Bertrand «Rascel» del XXI secolo. Già leggendo il titolo del suo ultimo volume scatta il tremore ai polsi: La vita è un viaggio. Molto originale. E in attesa che esca il prossimo(sarà forse L`importante è la salute?) tocca centellinare la saggezza dispensata da quelle pagine per non andare in overdose. Per esempio, «Siamo tutti viaggiatori della vita». Ma dai! Oppure: «Si possono scoprire cose meravigliose anche vicino a casa». Giura! E ancora: «Solo viaggiando s`impara a viaggiare. S`impara guardando, parlando, ascoltando, aspettando. E scrivendo, se uno lo sa fare». Condizione, quest`ultima, che stando alla pulizia della sua prosa non risulta indispensabile. L`uso della grammatica è creativo. Si legge per esempio che «nessun viaggio e nessuno spettacolo – neppure il nostro dura per sempre». A dire il vero viaggio e spettacolo sono due, dunque sono nostri e durano. E fosse solo questo passaggio. Più avanti si legge: «L`autorevolezza di una testata o di una firma non bastano». Ma se l`autorevolezza è una, perché non bastano? Misteri della saggezza severgniniana. Come quello di pag. 149: «Aprire e gestire un`azienda, oggi, è un atto eroico». Veramente a me pare che gli atti siano due, ma non è questo il punto. Il punto è che per Severgnini la vita è un viaggio nella decostruzione della lingua, partendo dai significati dei vocaboli. Leggendario il passaggio alle pagine 44-5, dove il nostro Bertrand «Rascel» spiega come l`immutato successo dei nostri latin lover stia nel fatto che «molti maschi italiani, ancora oggi, riescono a sintonizzarsi sulla controparte femminile in un modo sconosciuto ai nordeuropei». La controparte! E perché non la contropartner? Forse il problema sta nel fatto che il nostro scrive troppo in angloamericano. Lo fa per snocciolare common places sul New York Times a proposito dei turisti che non visitano l`Italia da Napoli in giù, e poi torna a usare l`italiano sul Corriere della Sera per respingere le accuse e fare il martire manco fosse Giordano Bruno, anzi: Jordain Brown. Tattica ben rodata, la sua, che sulle colonne del Nyt si potrebbe ribattezzare «mourn and screw», libera traduzione del partenopeo «chiagni e fotti» che Severgnini pratica sulla stampa nostrana. Tutto molto Italians. Anzi, molto Italiots.

 

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AAA Cercasi Exit Strategy per Walter Siti (da Panorama n. 18, 30 aprile 2014)

Cari amici, questa è la stroncatura dell’ultimo libro di Walter Siti pubblicata nel numero di Panorama in edicola fino a stasera. E domani tocca a Camilla Baresani.

 

Ma quanto è magnetica la scrittura di Walter Siti. T’avvince col fascino delle cose imperscrutabili, esattamente come accade coi dogmi della fede e i geroglifici. Capisci una cippa e perciò deponi prontamente l’ansia d’interpretare, ma cionondimeno rimani rapito almeno fino all’ora della prossima pastiglia. Il miracolo si ripete con Exit strategy (Rizzoli, pagine 222, 18 euro), dove capita di rimanere folgorati da periodi come quelli disseminati a pagina 16: “Non mi manca il suo corpo, ma la certezza della sua visitazione. (…) Il lessico religioso usurato germoglia sempre più fiacco e la schiavitù impallidisce. (…) Tutto fila liscio fin che funziona la collaudata macchina gnostica”. Ma quanto ti stimola la prosa di Walter Siti. Quanto meno a cercare il motivo dell’ebetudine che ti rende incapace di star dietro a frammenti da apnea come quello di pagina 44: “Quando strati diversi di desiderio frizionano senza chiarirsi reciprocamente, non aumenta la luce ma il buio; l’incarnazione sta passando di mano e nel passare diminuisce il voltaggio. La mia ossessione, anchilosandosi alle giunture come succede ai vecchi, lascia trasparire la sordidezza della dipendenza sotto il velo cangiante della divina mania – sotto la giaculatoria affiora la bovina ottusità del gioco d’azzardo; gli slanci verso l’Assoluto non sono (non erano?) che puntate in un casinò da cui presto mi cacceranno perché sto esaurendo le fiches”. Ma quanto è eroico Walter Siti, nel pretendere che l’editore inserisca un’appendice in extremis dove si può leggere un passaggio come quello di pagina 214: “Una di quelle serenità orizzontali che devi solo sperare non arrivino sussulti, perché non hai a disposizione ridondanze di ritorno”. Ma quanto è funambolico Walter Siti, come dimostra nel frammento a pagina 20: “La violenza e l’ingiustizia incarnate nei suoi quadricipiti gonfi come tascapani di nuvole, erotomania quale superamento dell’umano; ma l’incarnazione sempre più irrancidita e risaputa in una tavola d’equivalenze lacunosa (…)”. Impossibile resistere a tutto ciò, ce lo insegna lui che non serve a niente. E dunque, ecco ancora: “La convergente certezza che un tintinnio di miasmi  scuotesse il pendolo dei destini ciechi”. Oppure: “Consultando le effemeridi colgo l’enzima del desiderio calato dentro un esperimento d’agorafobia, e scopro che l’onanismo è epico edificare muri a secco dell’Ego”. I numeri di pagina degli ultimi due frammenti? Non esistono. Li ho scritti io, e mi sembrano soltanto delle tonitruanti minchiate. Ma ciò non toglie che Walter Siti sia troppo forte.

 

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