Parole – Equità (La Repubblica Firenze, 26 ottobre 2014)

Cari amici, questo è l’articolo che mi è stato pubblicato oggi. Buona lettura.

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Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è equo. Aggettivo che fa riferimento a una delle più elevate virtù sociali, certo la più complicata da mettere in pratica. Perché tutti vorremmo conseguire l’equità, ma poi la sua effettiva realizzazione si scontra con la presenza di ostacoli diffusi e ardui da rimuovere. Nei giorni scorsi se n’è avuta l’ennesima dimostrazione, a margine del processo sulla strage ferroviaria di Viareggio. Un processo che come tutti gli altri dovrebbe essere giusto, e dunque equo. E che invece a ogni passo si dimostra squilibrato a causa dell’impari disponibilità di risorse delle parti.

È quanto denunciato in settimana dai familiari delle vittime, cui l’aver subito un danno e un dolore irreparabili non è garanzia sufficiente per ottenere giustizia fino in fondo. Perché sul giudizio finale rischia seriamente di pesare la sproporzione di mezzi economici tra Ferrovie dello Stato e l’associazione dei familiari delle vittime. Da una parte, la società di stato che può pagare profumatamente consulenti e periti di parte. Dall’altra, i familiari delle vittime che invece riescono a sostenere economicamente il processo soltanto perché gli avvocati di parte civile hanno accettato d’essere pagati soltanto quando verranno liquidati i risarcimenti, e che comunque devono provvedere da sé e con mezzi nettamente inferiori per avere una consulenza di parte. Sono, queste, condizioni di processo equo? O costituiscono piuttosto offesa al più elementare senso di giustizia?

È quando avvengono fatti del genere che si scopre un’amara verità sul processo come procedimento pubblico per l’amministrazione della giustizia. Esso non è mera applicazione delle regole di cui la comunità si è dotata per la riparazione del danno. Piuttosto è arena, un agone dell’incertezza. E hanno tutte le ragioni del mondo gli inglesi a chiamarlo trial, termine che ha diverse accezioni fra le quali anche cimento, o prova. Dunque qualcosa che richiede l’espressione di una performance, cioè la capacità di districarsi in una situazione complicata. E più risorse riesci a mettere in campo, più probabilità avrai di cavartela. Senza che ciò significhi raggiungere un esito in linea col principio di giustizia giusta e equa. Non basta partire dalla stessa linea di partenza per avere eguali probabilità di successo, perché alla linea di partenza ci si arriva già in condizioni diseguali. Nel calcio l’hanno capito e stanno cercando di rimediare col Fair Play Finanziario. Sarebbe il caso di pensare a un Fair Play Giudiziario, se non si vuole che la giustizia sia prevaricazione proseguita con altri mezzi.

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Difendendo l’umanità della performance. Una risposta a Ellis Cashmore

Dovendo rispondere alla provocatoria tesi di Ellis Cashmore, docente di Culture, Media and Sport secondo cui la liberalizzazione è l’unica soluzione al problema del doping, la cosa più sbagliata da fare sarebbe reagire in modo sdegnato e etichettarla come immorale. Qualunque idea va presa sul serio e contro-argomentata, a meno che non sia espressa al di fuori d’ogni fondamento intellettuale. E in questo senso, la proposta del professor Cashmore risponde a una linea di ragionamento che può non piacere ma ha una sua coerenza. Di più: essa intercetta dei consensi. Non è la prima volta che la liberalizzazione viene indicata come soluzione al problema del doping nello sport. Cashmore ha soltanto espresso l’idea in una forma più articolata, spendendo per accompagnarla un prestigio da studioso di fama internazionale nel campo delle scienze sociali. Dunque, un motivo in più per prendere sul serio la questione accettando la sfida sul piano dialettico.

C’è un primo dato da mettere in evidenza, e esso riguarda gli oggetti di studio ai quali il docente della Staffordshire University ha dedicato attenzione durante la sua carriera intellettuale. Grossa parte della sua produzione teorica è infatti dedicata al tema delle celebrities , ossia a quei profili sociali le cui dimensioni sono ingigantite dall’esposizione ai meccanismi dello show business. Il che rende essi omologhi alle divinità della mitologia classica: non entità morali supreme, ma piuttosto esseri umani amplificati, cioè dotati dei medesimi scarsi pregi e esorbitanti difetti di cui sono portatori i comuni mortali. Non è un caso che, per quanto riguarda il mondo dello sport, l’attenzione di Cashmore sia stata catalizzata da due personaggi che per ragioni diverse hanno visto la loro immagine pubblica assorbita soprattutto da piani e accadimenti extrasportivi come David Beckham e Mike Tyson. Per Cashmore la figura del campione si mescola con quella del personaggio da show biz e obbedisce ai medesimi imperativi. E quanto più questi ha un profilo globale, tanto più le sue performance andranno valutate secondo parametri che vanno oltre la mera sfera agonistica. La visione che ne sortisce dipinge una classe di super-attori sociali chiamati a sostenere gradi sempre più severi di performance, e a doverlo fare da personaggi di spettacolo più che da atleti. E se le cose stanno così, dice Cashmore, bisogna mettere questi superattori nelle condizioni di dare il meglio ricorrendo a qualsiasi supporto. Da qui l’idea di liberalizzare il doping, che stando a quanto si può constatare leggendone il blog sembra essere diventata in questi giorni una fissa per il docente inglese. Questo ciò che egli dice. E da qui partono i due contro-argomenti.

C’è innanzitutto un problema di salute, che il professor Cashmore by-passa allegramente. Probabile lo faccia perché ritiene che la liberalizzazione debba avere impatto soltanto su una classe limitata di attori sociali, appunto i superatleti. Costoro assumerebbero i farmaci in piena coscienza, consapevoli dei rischi per la salute e di metterli sul piatto opposto della bilancia rispetto a quello in cui vengono piazzate le opportunità di successo agonistico e economico. E qui sta davvero la parte più superficiale, ai limiti dell’ingenuità, dell’argomentazione di Cashmore. Difficile comprendere come si possa parlare di liberalizzazione e fare riferimento a un’élite della sperimentazione farmacologico-agonistica. Di fatto, si avrebbe la creazione d’una sorta di casta guerriera post-moderna, formata da esseri umani potenziati in vista d’un costante abbattimento dei limiti umani. Il che è già inquietante di per sé, ma non è ancora tutto. Viene infatti da chiedere al professor Cashmore cosa mai dovrebbe impedire che l’ondata della liberalizzazione si estenda oltre la casta così descritta. Come scongiurare che il doping sia libero anche per gli amatori, o per chiunque volesse assumerlo alla stregua di qualsiasi sostanza a rischio ma legalizzata? Sarebbe interessante saperne di più dal teorico della liberalizzazione. Così come bisognerebbe chiedergli cosa mai ci sia di rassicurante nel fatto che un eventuale doping liberalizzato venga anche medicalizzato, cioè sottoposto a rigido controllo medico. Anche la cattiva medicina è medicina, ma ciò non impedisce a essa d’avere conseguenze nefaste.

Probabile che Cashmore paragoni, in prospettiva, l’assunzione di sostanze dopanti a altri tipi di condotte rischiose per la salute ma perfettamente lecite nelle società contemporanee quali il tabagismo o l’alcolismo. Il che mancherebbe completamente il bersaglio, e qui siamo all’altra contro-argomentazione. Perché tabacco e alcol sono vizi individuali che non vanno a impattare sulla regolarità di un’interazione competitiva. Viceversa il doping, oltre a danneggiare la salute, altera una competizione nella quale vengono messe in palio risorse scarse. E tanto più la altererà quanto più, ipotizzando una situazione in cui l’accesso alla farmacologia per lo sviluppo della performance sia completamente liberalizzato, la concorrenza sulla sperimentazione creerà dislivelli d’accesso in termini economici. La differenza finirà per essere determinata dalla corsa ai ritrovati farmaceutici più costosi. Cashmore non sembra preoccupato da questa prospettiva. La liberalizzazione del doping è vista da lui come la fine di una situazione ipocrita, moralmente doppia: una situazione nella quale si chiede agli atleti sempre di più in ma non si dà loro i mezzi per affrontare l’accresciuto carico di sollecitazioni. In realtà, rimane da capire chi sia davvero a chiedere sempre più sollecitazioni agli atleti. C’è da dubitare che la richiesta venga dal pubblico, che anzi dimostra segni sempre più evidenti di rigetto. Sia verso l’aumento smodato del numero di competizioni, sia per quello che riguarda una presunta bulimia da record. Quest’ultimo è per il pubblico una circostanza affascinante soltanto nella misura in cui sia rara. Ma quando ai Mondiali di Nuoto romani del 2009 vennero battuti 43 record in due settimane, con alcuni fra questi durati dalla sera alla mattina, ci si accorse che l’inflazione provocava sconcerto, quasi nausea. S’era al cospetto di doping tecnologico, sostenne chi accusava i costumi ipersofisticati in poliuretano; e non si ebbe timore di tornare indietro, a un nuoto che restituiva centralità all’atleta dopo averla sciaguratamente assegnata all’affinamento della tecnologia dei materiali. Cashmore non coglie questo aspetto. Continua a pensare che la dinamica incrementale del record produca spettacolo, e che ciò di per sé giustifichi tutto quanto concorra a stimolare l’incremento. Doping compreso. Le cose per fortuna stanno in modo diverso. E almeno fino a che le discipline sportive non diventeranno uno spettacolo di mera rappresentazione alla stregua del wrestling, a esse verrà richiesto di esprimere attraverso le gare delle verità e non già dei verdetti scritti a matita. La performance fisica mantenuta entro confini umanamente non manipolati continua a essere il patrimonio più grande dello sport. Cashmore non vuol vedere ciò, al pari di coloro che credono nell’assoluta manipolabilità della performance. E invece l’umanità della performance va difesa, al riparo da qualsiasi manipolazione e dalle sue derive farmacologiche. È questo il punto sul quale si deve essere intransigenti

Ellis Cashmore

Ellis Cashmore

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