Zamparini e i rosanero nella rete della cricca globale (Repubblica Palermo, 20 gennaio 2016)

Come una matrioska. Per capire la nuova struttura di potere che governerà il Palermo bisogna guardare a figure che crescono per ordini successivi di grandezza e gerarchia. Innanzitutto c’è un vicepresidente di fresca nomina, il montenegrino Predrag Mijatovic: ex gloria del calcio mondiale che fin qui di Palermo conosceva forse soltanto il nome. Alle sue spalle c’è il croato di nascita e serbo di passaporto Vlado Lemic, rampante broker di carriere calcistiche nonché prodotto di quest’epoca in cui il calcio globale diventa innanzitutto un fatto di cartelli di potere e pura speculazione finanziaria. E in cima a tutti sta Pinhas “Pini” Zahavi, israeliano, ex giornalista sportivo che a partire dagli anni Ottanta è diventato uno dei grandi burattinai del pallone, appartenente alla ristretta cerchia dei soggetti che “fanno” l’economia parallela del calcio globale anziché adattarsi a essa: il portoghese Jorge Mendes, l’anglo-canadese di origine iraniana Kia Joorabchian, l’argentino Gustavo Mascardi, l’italiano Mino Raiola e il famigerato Doyen Sports Investments.

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Predrag Mijatovic e Vlado Lemic con José Mourinho

Pini-Zahavi

Pini Zahavi

È alle amorevoli cure di questi personaggi, nonché dentro questo limpido scenario d’interessi economico-finanziari, che nei giorni del suo declino calcistico e fors’anche personale Maurizio Zamparini ha trascinato il Palermo. Dopo aver promesso per anni l’investitore estero favoleggiando di sceicchi rimasti chiusi dentro una mitografia minima, e aver poi ripiegato verso più modeste narrazioni che parlavano di “soci stranieri”, ecco infine la verità: il Palermo entra nell’orbita di una cricca globale composta da mercanti di calciatori. Nella migliore delle ipotesi, il club rosanero diventerà un punto di transito per giocatori di vaga prospettiva, ma anche dal glorioso futuro dietro le spalle. Nella peggiore, verrà utilizzato come un club che consente ai fondi d’investimento specializzati nel controllo dei diritti economici sui calciatori di aggirare il divieto Fifa, reso ancora più aspro dalla Circolare 1464 emanata il 22 dicembre del 2014 e entrata in vigore il 1° maggio dello scorso anno. Un documento che mette definitivamente fuorilegge le formule di Third Party Ownership (TPO) e Third Party Investment (TPI) sui calciatori. E quale modo più elementare, per liberarsi del ruolo di terza parte, che quello di comprare un club o metterlo sotto controllo? A quel punto si è parte legittimamente in causa, e buonanotte ai divieti.
Non per nulla già dall’autunno del 2014, quando nelle stanze della Fifa si lavorava faticosamente per mettere a punto il documento, i feudatari del pallone globale andavano a caccia di club, da acquisire o porre sotto influenza. E una manovra del genere è stata compiuta proprio da Zahavi, che a luglio 2015 ha comprato il 90% del Mouscron-Peruwelz, club della serie A belga. L’operazione ha avuto l’ausilio del Chelsea di Roman Abramovich, e è stata condotta da Gol Football Malta Limited, un fondo controllato dallo stesso Zahavi.
Il rapporto fra l’agente israeliano e il proprietario del Chelsea è solido, e risale a quando nel 2003 il primo rese possibile la scalata del secondo alla proprietà del club londinese, ricevendone in cambio un’apertura di credito praticamente illimitata. Zahavi ha così potuto far accreditare come ascoltato consigliere di Abramovich uno dei due suoi pupilli: il già citato Lemic. L’altro si chiama Fali Ramadani, e da anni è influente consulente di mercato (eufemismo) della Fiorentina, ciò che ne ha costituito la base per allargare il raggio del potere personale sul calcio italiano.
Da qui a dire che il Palermo avrà un rapporto privilegiato col Chelsea (che ha in prestito per l’Europa una quarantina di calciatori), il salto è un po’ ardito. Di sicuro c’è che da adesso in poi il club rosanero diventerà punto di passaggio di calciatori. Un club “di sviluppo”, funzione per la quale anche la serie B può andare benissimo, e lo si dice senza malizia alcuna. E a questo punto entra in ballo Mijatovic. Che, come ci ha spiegato un giovane giornalista serbo, è con Lemic in rapporto reciproco da padrino. Ciò che per la cultura serba significa un legame d’amicizia stretto da particolari vincoli di lealtà e fedeltà. I due hanno anche condotto a termine delle trattative quando Mijatovic era direttore sportivo del Real Madrid. Club al quale Lemic, negoziando col suo padrino Mijatovic, ha portato un buon giocatore come Klaas Huntelaar e uno strapagato bidone come Royston Drenthe. Ma sono stati anche altri gli affari condotti a termine da Mijatovic come ds dei merengue. Meritano d’esserne ricordati due conclusi con l’Argentina fra dicembre del 2006 e gennaio 2007. Dal Boca Juniors giunse in quel periodo al Real il centrocampista Fernando Gago, e a trattare andò l’allora presidente del club Mauricio Macri, che dieci anni prima aveva inventato la formula dei fondi d’investimento per acquistare giocatori. Con questa formula venne acquistato dal club Xeneize il neo-allenatore rosanero, Guillermo Barros Schelotto. L’altro affare riguardò Gonzalo Higuain, ceduto dal River Plate ma transitato dal Locarno, serie B svizzera. In quegli anni il club ticinese era controllato da un fondo d’investimento denominato HAZ. La H corrispondeva all’agente argentino Fernando Hidalgo. La Z a Pini Zahavi. La A al più riservato dei tre: l’argentino Gustavo Arribas, un agente di calciatori nonché escribano (figura professionale corrispondente al nostro notaio) molto vicino all’allora presidente del Boca, Macri.

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Mauricio Macri

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Gustavo Arribas

Otto anni dopo, a dicembre 2015, Macri è diventato presidente della repubblica argentina. E ha piazzato Arribas a capo dell’AFI (Agencia Federal de Inteligencia), cioè i servizi segreti. Ma che bel quadretto si è formato attorno al club rosanero.

Campaňa, lo showman Ferrero e i misteri del calciomercato doriano

José Campaña

José Campaña

Massimo Ferrero

Massimo Ferrero

Per i tifosi del Porto è stata un’apparizione. Venerdì 19 dicembre, in occasione dell’ultima gara di campionato prima della sosta di fine anno, sono finalmente riusciti a vedere in campo José Campaňa, centrocampista spagnolo classe 1993 giunto al club dei Dragoes all’ultimo giorno della scorsa sessione estiva di calciomercato. Arrivato in Portogallo con l’etichetta di pupillo del basco Julen Lopetegui, l’allenatore portista che da CT dell’Under 21 spagnola lo ha avuto alle proprie dipendenze, Campaňa fino a quel momento non aveva mai messo piede in campo.

Julen Lopetegui

Julen Lopetegui

Di più: in tre mesi e mezzo di permanenza al Porto gli era stata riservata soltanto una convocazione. Era accaduto il 5 dicembre in occasione della trasferta a Coimbra contro l’Academica, quando il centrocampista sivigliano aveva assistito alla vittoria 3-0 dei suoi compagni. Per riuscire a vederlo in campo è stato necessario che fossero indisponibili i due giocatori scelti a inizio stagione da Lopetegui per il ruolo di trinco, che nello slang calcistico portoghese indica il mediano di regia che si piazza davanti alla difesa a distribuire il gioco: il brasiliano Casemiro, in prestito dal Real Madrid nonché controllato da Doyen Sport Investments, assente per squalifica; e il giovanissimo Ruben Neves (classe 1997), messo fuori causa fino al termine di gennaio da una distorsione al ginocchio destro rimediata il 10 dicembre durante la gara di Champions sul campo dello Shakhtar Donetsk.

Casemiro

Casemiro

Ruben Neves

Ruben Neves

Ma nemmeno le assenze del titolare e della riserva nel ruolo di trinco sarebbero sufficienti per garantire il posto in campo a Campaňa, come dimostrano alcune scelte fatte nel corso di questo primo scorcio di stagione da Lopetegui. Che in altre occasioni aveva preferito adattare al ruolo i difensori centrali (a turno: lo spagnolo Ivan Marcano, l’olandese Bruno Martins Indi, e il quasi desaparecido messicano Diego Antonio Reyes) piuttosto che ricorrere al giovane sivigliano. Dunque, per riuscire a vedere in campo l’ex Under 21 è stato necessario che l’avversario del Porto fosse una squadra in caduta libera nel campionato portoghese: il Vitoria Setubal, reduce da cinque sconfitte nelle ultime sei gare. Sulla panchina dei sadinos siede Domingos Paciencia, che con l’allenatore portista Julen Lopetegui condivide una caratteristica: entrambi sono molto amici di Jorge Mendes, il più potente broker del calcio globale. Ma questo è soltanto un dettaglio.

Domingos Paciencia

Domingos Paciencia

Jorge Mendes

Jorge Mendes

Come era prevedibile, il Porto stravince (4-0) senza nemmeno forzare. Campaňa gioca discretamente 74 minuti di una partita dai ritmi blandi, poi a causa di un affaticamento muscolare lascia il posto all’ex pescarese Juan Fernando Quintero, la cui metà è stata riscattata dal Porto giusto il giorno prima per 4,5 milioni.

Juan Fernando Quintero

Juan Fernando Quintero

Dunque, finalmente il centrocampista spagnolo mette nel curriculum la prima presenza in campo nel corso di questa stagione 2014-15. E registrato il dato è lecito porsi alcune domande. La più banale riguarda il se e il quando sarà possibile rivederlo in campo. Ma soprattutto c’è da chiedersi perché mai la Sampdoria abbia investito soldi in questo giocatore di dubbio valore, che viene sballottato da un club all’altro senza lasciare traccia. Perché in ciò consiste il dettaglio di maggior interesse: questo fantasma dei campi e dei campionati europei è dallo scorso luglio un calciatore di proprietà del club presieduto da Massimo Ferrero, e si trova al Porto in prestito. Ma a questo punto è necessario tornare indietro e mettere in fila un po’ di dettagli.

Massimo Ferrero

Massimo Ferrero

José Ángel Gómez Campaňa cresce nel Siviglia, facendo la trafila tra la squadra B e quella principale. Con quest’ultima mette insieme 20 presenze fra il 2011 e il 2013, giusto il periodo in cui il club andaluso entra nell’orbita di Doyen Sport Investments. L’agenzia che lo rappresenta e ne cura gli interessi è la Promoesport, fondata e presieduta da un ex calciatore: José Rodriguez Baster, meglio noto come Rodri.

José Rodriguez Baster "Rodri"

José Rodriguez Baster “Rodri”

Promoesport è non soltanto una potente agenzia che cura gli interessi di un centinaio di calciatori, fra cui l’ex viola e juventino Felipe Melo attualmente al Galatasaray, quattro calciatori del Siviglia (Denis Suarez, Iago Aspas, Aleix Vidal e José Antonio Reyes), il portiere Diogo Alves del Valencia, e così via fino a arrivare a Antonio Luna Rodriguez meglio noto come Luna, giunto la scorsa estate al Verona dall’Aston Villa e mai sceso in campo (nemmeno in caso di epidemie nello spogliatoio gialloblu) durante le prime sedici giornate di campionato.

Felipe Melo

Felipe Melo

Antonio Luna Rodriguez

Antonio Luna Rodriguez

L’agenzia capitanata da Rodri opera anche da fondo d’investimento, e dal 2013 è entrata nella proprietà di un club calcistico. Come fondo d’investimento ha piazzato un proprio calciatore all’Elche, club della Liga spagnola pesante crisi economica. Il calciatore in questione è l’olandese Garry Mendes Rodrigues, un’ala che nel 2013 ha accettato l’offerta di vestire la maglia della nazionale di Capo Verde. Un carneade che prima di arrivare in Spagna era partito dagli olandesi del Den Haag (dove non ha mai sommato una presenza) per poi passare dal Dordrecht e dal Levski Sofia. L’Elche aveva bisogno di un centravanti, Mendes Rodrigues è un attaccante esterno che porta in dote una buona media gol registrata in Bulgaria: 14 in 36 gare. Ma la Liga è altra cosa, e infatti lì l’olandese-capoverdiano mette a segno un solo gol in 10 partite giocate.

Garry Mendes Rodriguez

Garry Mendes Rodriguez

Quanto al club entrato nell’orbita di Promoesport, si tratta del Gimnastic Tarragona, meglio noto anche come Nastic, di cui l’agenzia ha acquistato il 10% nel 2013. Da notare che proprio dal Nastic passa Garry Mendes Rodriguez prima di andare all’Elche, attraverso un’operazione che a tutti gli effetti è una triangolazione. Il che conferma una volta di più la tesi da me esposta in un post pubblicato a ottobre: la messa al bando delle terze parti voluta dalla Fifa è una farsa, perché gli attori dell’economia calcistica parallela globale si sono già attrezzati comprando club minori da usare come sponde per triangolare calciatori.

Dalle sommarie informazioni che ho riportato su Promoesport emerge un legame privilegiato col Siviglia, club che ha fitti rapporti (sebbene a fasi alterne) anche con Doyen Sport Investments. Ma nel caso dell’agenzia guidata da Rodri siamo oltre l’alleanza d’affari. Sbirciando nel sito di Promoesport si scopre infatti che fra gli agenti figura Adrián Del Nido. Cioè il figlio terzogenito dell’ex presidente del club andaluso, José Maria Del Nido.

José Maria Del Nido

José Maria Del Nido

Adrian Del Nido

Adrian Del Nido

Costui si è dimesso dalla presidenza del Siviglia nel dicembre del 2013. Motivo? Una condanna a 7 anni di carcere, sentenza definitiva emessa dal Tribunal Supremo, giunta al termine del processo sul cosiddetto Caso Minutas. Succedeva che Del Nido senior, da avvocato del comune di Marbella (lo stesso di cui fu sindaco per decenni l’ex presidente dell’Atletico Madrid, Jesus Gil y Gil, altro galantuomo), fatturasse parcelle spropositate. Per un totale di 2,7 milioni di euro, a pagamento di servizi che la corte ha giudicato innecessarios. Dal 7 marzo 2014 Del Nido senior è ospite delle regie galere. Una sua domanda d’indulto è stata rigettata lo scorso novembre. E poiché buon sangue non mente, anche il figliolo Adrián ha avuto qualche noia con la giustizia. A aprile 2010 a Siviglia, la sera del Sabato Santo, un’auto nella quale Del Nido junior viaggiava investì e uccise due donne, Patricia Alfaro e Almudena González, a un semaforo del Paseo de Colon. Il veicolo sfrecciò alla velocità di 128 chilometri orari, e dopo aver centrato le due donne proseguì imperterrito. Si fermò soltanto perché speronato da un taxi. Alla guida si trovava un giovane di nome Fernando Vargas. Che al controllo di polizia risultò in stato d’ebbrezza, nonché sprovvisto di patente.

I vani soccorsi a una vittima dell'incidente del Paseo de Colon a Siviglia

I vani soccorsi a una vittima dell’incidente del Paseo de Colon a Siviglia

Fernando Vargas

Fernando Vargas

Del Nido junior scansò l’accusa di omissione di soccorso, mentre Vargas è stato condannato nel 2011 a sei anni e mezzo di carcere e 4.320 euro di multa. Il mancato pagamento di quest’ultima è costato a Vargas, nel 2013, un ulteriore anno di detenzione.

Ovvio che Del Nido junior, una volta diventato agente di calciatori, prenda immediatamente a realizzare affari col Siviglia di Del Nido senior. In particolare suscita perplessità il caso dell’anglo-kosovaro Alban Banjaku. Che passa dalle giovanili dell’Arsenal e approda a Siviglia grazie all’intermediazione di Del Nido junior. E da lì se ne perde le tracce. Secondo la pagina di Wikipedia, la sua ultima destinazione sconosciuta è lo Slavia Praga. Ciò che invece non risulta dalla pagina di Transfermarkt, secondo cui il calciatore si trova attualmente al Derby County. Di sicuro c’è che nessuno lo ha mai visto scendere in campo nelle file di questi club.

Alban Banjaku con la maglia delle giovanili dell'Arsenal

Alban Banjaku con la maglia delle giovanili dell’Arsenal

Avendo alle spalle l’agenzia di Rodri e Del Nido junior, José Campaňa giunge a luglio 2013 alla Sampdoria. Il suo curriculum è per niente entusiasmante. Due stagioni al Siviglia in cui mette insieme 20 partite, quasi sempre da subentrato. Poi, nel 2013-14, per 2 milioni di euro giunge il passaggio agli inglesi del Crystal Palace, dove il centrocampista gioca 6 delle prime 8 gare di Premier League per poi finire ai margini. A gennaio 2014 viene ceduto in prestito in Bundesliga, per contribuire alla salvezza del Norimberga. Che infatti retrocede. A giugno Campaňa torna al Crystal Palace, e è dal club inglese che la Sampdoria lo preleva a luglio. Si tratta del primo acquisto della gestione di Massimo Ferrero. Un’acquisizione a titolo definitivo per una cifra che in un primo momento viene indicata dal sito della BBC come undisclosed, riservata. In seguito l’ammontare della transazione viene reso noto: 1,8 milioni di euro (confermato da Transfermarkt), e contratto quadriennale con ingaggio da 400 mila euro annui al calciatore. Il Crystal Palace realizza una minusvalenza di 200 mila euro, mentre 60 mila vanno al Siviglia per non meglio specificati diritti. Il centrocampista spagnolo compie tutto il precampionato con la squadra di Sinisa Mihajlovic, e siede in panchina nella prima gara di campionato che i blucerchiati pareggiano 1-1 a Palermo il 31 agosto. Ma poi due giorni dopo, all’improvviso, il centrocampista spagnolo viene ceduto in prestito al Porto.

Si tratta di una mossa di mercato parecchio strana, e per almeno due motivi. In primo luogo, il Porto è un club dell’élite europea, regolare frequentatore della Champions League e parecchio rinforzato durante l’estate (con massiccio uso di calciatori provenienti da fondi d’investimento): cosa se ne fa, un club di questo rango, di un calciatore che non riesce a guadagnarsi il posto da titolare nella Sampdoria? Ma è soprattutto l’altro aspetto a destare perplessità: la Sampdoria a luglio investe su un calciatore 1,8 milioni, assicurandogli un quadriennale da 400 mila euro a stagione (cioè 1 milione e 600 mila), e ai primi di settembre lo dà via in prestito. Come mai? Mistero. Un cronista del Secolo XIX, commentando la transazione, ha l’ardire di sostenere che, comunque vada a finire l’esperienza portoghese di Campaňa, per la Sampdoria sarà comunque un affare. Motivo? Se il Porto deciderà di riscattare il calciatore, la cifra prefissata sarà di 3 milioni con plusvalenza da 1,2 milioni per il club blucerchiato; se invece deciderà di non riscattarlo, il valore di Campaňa sarà comunque accresciuto dalla stagione coi Dragoes. Argomentazione molto debole. Perché il Porto, come lo stesso cronista rimarca, non è obbligato a riscattare il centrocampista spagnolo, e perché un Campaňa così poco utilizzato tornerà a Genova svalutatissimo. E dunque?

Gli interrogativi aumentano leggendo la notizia di calciomercato contenuta nello stesso articolo del Secolo XIX, nel passaggio in cui si dice che il dirigente doriano Riccardo Pecini “ha strappato alla concorrenza di tanti club europei” il ventenne montenegrino Luka Djordjevic.

Luka Djordjevic

Luka Djordjevic

Non so quale concorrenza abbia dovuto battere Pecini per convincere lo Zenit San Pietroburgo a dare il calciatore alla Samp. Di sicuro c’è che Djordjevic in Russia aveva giocato una sola partita, e che da quando si trova alla Samp non è mai stato nemmeno convocato in campionato. Per lui soltanto 24 minuti contro il Brescia in Coppa Italia. Cosa è venuto a fare a Genova?

È un mercato davvero misterioso quello condotto in estate da Massimo Ferrero. Che dal canto suo, come racconta Gianfrancesco Turano dell’Espresso, non ha tirato fuori un centesimo per prendere la Sampdoria. I Garrone gli hanno consegnato una società senza debiti, e un’ossatura di squadra che per sette-otto undicesimi sta tirando la carretta egregiamente in questa stagione assieme a Sinisa Mihajlovic, anch’egli blucerchiato già prima dell’arrivo di Ferrero. Dovevano essere proprio stufi di calcio, i Garrone. Anche se a dire il vero non se n’era avuto sentore, fino al giorno in cui il passaggio di consegne è avvenuto. Chissà se adesso hanno smesso d’interessarsi di calcio, e se si siano improvvisamente appassionati al curling o al lancio del formaggio. Ma quali sono stati gli altri acquisiti estivi di Ferrero? Presto detto. Tre milioni per Gonzalo Bergessio dal Catania, rivelatosi fin qui un bidone. Scambio di comproprietà con la Juventus, con Stefano Beltrame in blucerchiato e Vincenzo Fiorillo in bianconero: 2 milioni ciascuno, per un’operazione di ginnastica contabile che si è risolta nello smistamento di Beltrame al Modena e di Fiorillo al Pescara. C’è poi il ritorno da Verona di Cacciatore. Il prestito dal Palermo di Emiliano Viviano, portiere sopravvalutato che infortunandosi ha restituito il posto da titolare a Sergio Romero, vicecampione del mondo con l’Argentina finito in panchina perché il club doriano non era riuscito a cederlo in estate. E il prestito oneroso di Alessio Romagnoli, giunto dalla Roma per 500 mila euro, con opzione di riscatto fissata a 2 milioni per la Sampdoria e controriscatto a favore dei giallorossi per 750 mila euro. Denaro che gira e rigira.

Alessio Romagnoli

Alessio Romagnoli

Infine, quando si parla dello scambio realizzato col Parma, ecco che salta fuori un nome che per chi ha letto il mio Gol di rapina è una vecchia conoscenza: a Genova arriva Djamel Mesbah, mentre a Parma viene mandato l’argentino Juan Antonio, a sua volta immediatamente smistato al Feralpi Salò. Juan Antonio è uno dei cinque calciatori del River Plate acquistati nel 2006 dalla HAZ di Pini Zahavi tramite il Locarno. Gli altri quattro rispondono ai nomi di Gonzalo Higuain, Fernando Belluschi, Augusto Fernandez, e Mateo Musacchio. Dal Parma arriva anche Marco Marchionni, che alla si sta godendo un sereno pre-pensionamento. Per lui soltanto 77′ minuti in campo contro il Chievo, poi panchina fissa. Non è dato sapere se e quanto sia costato.

Questo il mercato estivo condotto da Ferrero. E adesso che ci si approssima a quello invernale, ecco il botto al di sotto di ogni sospetto. Dall’Estudiantes arriva il promettente ventenne Joaquin Correa.

Joaquin Correa

Joaquin Correa

Sulle sue piste era dalla scorsa estate il Benfica, altro club compromesso con terze parti e fondi d’investimento. Ma poi sbuca la Sampdoria e lo acquista per 10 milioni. Soldi suoi? Si direbbe proprio di no. Non è un mistero che l’acquisto avvenga tramite un fondo d’investimento, dietro il quale si muoverebbe il Manchester City. Si tratterebbe di una pratica vietata, ma la Samp e il suo esuberante presidente si prestano. Correa transiterà da Genova e poi andrà altrove. Più o meno come Campaňa. E intanto Manolo Gabbiadini, che della Samp attuale è un valore sicuro, si appresta a partire. Sarebbe bello sapere quale sia la logica di tutte queste strampalate mosse di mercato. E ancor più bello sarebbe che fosse proprio Ferrero a spiegarle. Magari nel modo che piace a lui: frizzante. Ci racconti pure, presidente. E se vuole lo faccia anche coprendosi il capo usando a mo’ di kefiah col vessillo doriano, o indossando soltanto un perizoma tempestato di strass. Ma lo faccia, dando ancora una volta corso al suo talento da showman. Perché se dovesse tacere giusto stavolta, sarebbe davvero una pessima cosa. Significherebbe che il suo senso dello spettacolo funziona soltanto quando non nuoce a lei. E che la sua Samp è pronta a fare un bel gemellaggio col Football Club Locarno.

Massimo Ferrero

Massimo Ferrero

Il colpo a vuoto di Blatter su Terze Parti e fondi d’investimento

Joseph Blatter

Joseph Blatter

Una mossa inutile. È quella annunciata dalla Fifa a proposito della progressiva messa al bando delle terze parti nella proprietà di calciatori. Arriva tardi, si imporrà seguendo tempi da moviola, e quando infine avrà completato il proprio varo si troverà a intervenire su una realtà che nel frattempo sarà talmente mutata da renderla superflua. Da mesi gli attori dell’economia parallela del calcio globale stanno infatti lavorando a un’evoluzione degli strumenti attraverso cui sfruttare il calcio a fini puramente finanziari, e i bellicosi annunci lanciati dal colonnello Blatter hanno il solo effetto d’imprimere un’accelerazione alle grandi manovre. Del resto, per le forze del turbocapitalismo calcistico la sola cosa che importi è continuare a esercitare il dominio economico e a espandere la colonizzazione del calcio. A partire dalla seconda metà degli anni Zero questa strategia ha trovato nel fondo d’investimento che acquisisce quote di calciatori lo strumento privilegiato. Ma come tutti gli strumenti anche i fondi d’investimento hanno, nella loro declinazione d’uso, un ciclo d’utilità che culmina nell’obsolescenza. E il momento dell’obsolescenza per le TPO sta arrivando adesso. Se ne parla troppo e con frequenza crescente. Persino la sonnolenta stampa italiana s’è accorta di un fenomeno che giornalisti come David Conn del Guardian e Gabriele Marcotti del Times denunciavano già nel 2006, nei giorni in cui il West Ham prendeva Tevez e Mascherano in affitto dalla Media Sports Investments di Kia Joorabchian.

Kia Joorabchian

Kia Joorabchian

Inoltre, due vicende avvenute in Portogallo durante l’estate appena trascorsa hanno fatto salire il livello dell’allarme sull’invasione dei fondi d’investimento nel calcio. E è sintomatico che ciò avvenga giusto nel paese in cui, come spiego nel mio “Gol di rapina”, la declinazione calcistica del fondo d’investimento ha trovato un appoggio negli attori istituzionali della finanza e del credito.

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Qui il primo tentativo di messa al bando delle TPO effettuato dalla Fifa nel 2007, tramite l’aggiunta di un’estensione bis all’articolo 18 (manco a farlo apposta…) del Regolamento sullo Status e i Trasferimenti del Calciatore, è stato aggirato con facilità irrisoria grazie alla creazione di fondi d’investimento da parte degli stessi club. E questo passaggio, oltre a fornire un eloquente esempio a proposito dell’inutilità dei divieti posti dalla Fifa, ha posto le condizioni affinché un grande club europeo come il Benfica venisse a trovarsi in difficoltà patrimoniali e finanziarie. La difficoltà è sorta in conseguenza del fallimento di Banco Espirito Santo (BES), il principale gruppo bancario privato portoghese il cui crack ha messo di nuovo a rischio la convalescente economia lusitana.

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È stato proprio BES, attraverso la sua agenzia Espirito Santo Financial Group (ESFG) con sede legale a Lussemburgo, a strutturare nel 2009 il Benfica Stars Fund (BSF), il fondo a cui il Benfica ha ceduto durante questi anni quote di diversi suoi giocatori ottenendo fra l’altro di gonfiarne le valutazioni iscritte a bilancio. Il fallimento dell’istituto e la sua divisione fra una good bank e una bad bank ha costretto il Benfica a un’affannosa operazione di riacquisizione delle quote di suoi calciatori in possesso del BSF. Perché, nel caso in cui il club encarnado non avesse ripreso quelle quote entro il 30 settembre, esse sarebbero finite sul mercato a disposizione del migliore offerente. Sicché ci si è trovati davanti a una situazione grottesca, col Benfica che ha dovuto sborsare 29 milioni per ricomprare quote dei suoi calciatori dal suo fondo d’investimento.

Al BES e alla sua emanazione ESFG è stato legato anche l’altro club portoghese che durante l’estate appena trascorsa è stato coinvolto in un’altra vicenda legata all’azione dei fondi d’investimento. Si tratta dello Sporting Lisbona, che al pari del Benfica ha istituito nel 2011 un proprio fondo (Sporting Portugal Fund, SPF) sotto l’egida di ESFG. Nelle scorse settimane lo Sporting è andato allo scontro con il più potente fondo d’investimento attualmente in campo nell’economia parallela del calcio globale: il Doyen Sports Investiments. Il conflitto è esploso a proposito del nazionale argentino Marcos Rojo e del suo trasferimento al Manchester United.

Marcos Rojo

Marcos Rojo

Alla vicenda ho dedicato un post di questo blog, e da essa è nato un contenzioso fra il club e Doyen con quest’ultimo che ha annunciato ricorso presso il Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) di Losanna.

I due episodi ricordati, uniti allo strapotere dei grandi broker calcistici globali come Jorge Mendes (ai cui tentacolari affari è stato dedicato nei giorni scorsi un lungo e dettagliato articolo

Jorge Mendes accanto a uno dei suoi principali assistiti

Jorge Mendes accanto a uno dei suoi principali assistiti

da David Conn), hanno proiettato sugli attori dell’economia parallela del calcio globale una pubblicità negativa. Con l’effetto di far schierare anche la Fifa in una battaglia che fin qui era stata affrontata soltanto dall’Uefa di Michel Platini, e in controtendenza rispetto alle voci che nelle settimane precedenti il mondiale brasiliano avevano dato Blatter in procinto di varare un riconoscimento dei fondi d’investimento.

Ma come detto all’inizio questa presa di posizione da parte della Fifa è tardiva. Dunque doppiamente sospetta. Davvero il colonnello Blatter, nell’anno che porterà all’ennesima rielezione, rischierà d’alienarsi i voti di Africa e Sud America, cioè dei continenti in cui le terze parti pascolano beate? Soprattutto, c’è che i finanzieri e i broker dell’economia calcistica parallela globale stanno già manovrando per scrollarsi di dosso l’etichetta ingombrante di “terze parti”. E per farlo scelgono la via più ovvia: acquistano club calcistici.

Si tratta di club di piccola taglia, e il loro valore storico e sportivo è pressoché nullo. Dunque, perché i protagonisti dell’economia calcistica parallela globale li comprano? Un’idea ce l’avrei: per farne tanti Locarno. Cioè utilizzarli alla stregua del club ticinese che nella seconda metà degli anni Zero venne utilizzato dalla HAZ (l’agenzia di Fernando Hidalgo, Gustavo

Pini Zahavi

Pini Zahavi

Arribas e Pini Zahavi) per sdoganare e smerciare calciatori d’elite provenienti dall’Argentina. I quali, naturalmente, del Locarno non hanno vestito la maglia nemmeno per un minuto, venendo immediatamente ridestinati a club dei campionati più ricchi d’Europa. In quel caso il controllo era indiretto, perché da un punto di vista formale la proprietà e la dirigenza erano locali. Nella formula odierna, invece, i protagonisti dell’economia parallela entrano direttamente in campo. Da proprietari e gestori, di club, chi potrebbe eccepire sulla legittimità del loro operare nel mondo del calcio? Soltanto applicando questa lettura è possibile spiegare compravendite di club realizzate, o in corso di realizzazione, durante il mese di settembre appena concluso.

È del 28 settembre una notizia molto istruttiva pubblicata da A Folha de Sao Paulo, quotidiano molto attento al tema delle terze parti sin dai giorni in cui Kia Joorabchian e la sua Media Sports Investments prendono il controllo del Corinthians.

La notizia che un club minore dello stato di Minas Gerais, l’Uberlandia Esporte Clube, sta per passare sotto il controllo di un terzetto formato dal padre di Neymar, dal potente agente brasiliano di calciatori Wagner Ribeiro (agente dello stesso Neymar, di Robinho, e dell’allenatore ex del Real Madrid e della nazionale brasiliana Vanderlei Luxemburgo), e dal popolare cantante Alexandre Pires, il Gigi D’Alessio di Minas Gerais.

Neymar senior

Neymar senior

Wagner Ribeiro

Wagner Ribeiro

Alexandre Pires

Alexandre Pires

E dato che i giornalisti di Folha hanno maturato una certa competenza nell’interpretare le manovre interne all’economia calcistica parallela, ecco data la lettura di questo episodio: per aggirare il bando prossimo venturo posto dalla Fifa bisogna acquistare dei club. Come già da tempo ha fatto la Traffic Sport, che mantiene nel proprio portafoglio il Desportivo Brasil, i portoghesi dell’Estoril Praia, e due franchigie della risorta NASL nordamericana (Fort Lauderdale Strikers e Carolina Railhawkes). E facendo un giro d’orizzonte si scopre che le manovre d’acquisto dei club si moltiplicano. In un articolo dedicato alla cessione di Abel Hernandez da parte del Palermo segnalai il fatto che Pablo Bentacur, il mediatore peruviano di calciatori che gestisce la carriera dell’ex rosanero, aveva da poco comprato la quota del Lugano (40%) in possesso di Enrico Preziosi.

Pablo Bentancur

Pablo Bentancur

Sta manovrando anche Peter Lim, il magnate singaporiano amico e socio di Jorge Mendes che da mesi è in procinto di acquistare il Valencia ma ancora non ne viene a capo perché Bankia (creditrice nei confronti del club per 305 milioni) non si fida delle garanzie finanziarie.

Peter Lim

Peter Lim

Dunque Lim vira altrove e prova a acquistare il Salford City, una società dilettantistica controllata da un gruppo di ex calciatori del Manchester United denominatosi Class 92. Si tratta di Ryan Giggs, Paul Scholes, Phil Neville e Nicky Butt. Assieme a altri due ex Red Devils (Phil Neville e David Beckham) sono stati protagonisti di un documentario intitolato The class of 92, dedicato alla generazione di talenti del Man U che segnò gli anni fra il 1992 e il 1999.

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Manco a farlo apposta, fra i produttori del documentario c’è anche Doyen Sports Investments. Ovviamente Lim nega che l’acquisizione del Salford sia dovuta alla necessità di sopperire al bando delle TPO. Avrebbe mai potuto dire il contrario?

E infine, ecco l’ultima novità. Gustavo Mascardi, l’argentino ex agente di borsa nonché mediatore di calciatori che ha ricavato una mega-commissione dal trasferimento di Iturbe alla Roma, e che s’è da poco visto riconoscere dal Tas un indennizzo da 8 milioni per il trasferimento di Paulo Dybala dall’Instituto Cordoba al Palermo (e l’acuto Zamparini paga).

Gustavo Mascardi

Gustavo Mascardi

Paulo Dybala

Paulo Dybala

Dieci giorni fa Mascardi ha comprato l’Alcobendas Sport, club sito nella comunità autonoma di Madrid che milita in terza serie. Lo fa per amore del club, o perché si stava annoiando? Direi nulla di tutto ciò. Staremo poiuttosto a vedere quanti calciatori passeranno formalmente dall’Alcobendas, allo stesso modo in cui Gonzalo Higuain passò dal Locarno.

Nel frattempo il colonnello Blatter avrà già celebrato il trionfo in una battaglia vinta per abbandono del campo da parte dell’avversario. Di vittorie del genere è costellata la sua storia di presidente della Fifa.

P.S. Leggendo questo post sarete indotti a credere che le manovre di acquisto o controllo di club da parte di attori dell’economia calcistica parallela siano faccende non riguardanti la realtà italiana. Sbagliato. Guardate cosa succede da due anni al Catania, club in cui l’ex agente di calciatori (ha ceduto l’agenzia al fratello…) Pablo Cosentino agisce da plenipotenziario.

Pablo Cosentino

Pablo Cosentino

Con risultati catastrofici dal punto di vista sportivo, peraltro. Ma magari quest’ultimo è un aspetto secondario della gestione. L’importante è far sbarcare a Catania calciatori argentini come Gonzalo Escalante e Gonzalo Piermateri. Il primo mai visto in campo, il secondo nemmeno in panchina.

La scalata di Kia Joorabchian al Corinthians (Anticipazione da “Il lato oscuro del calcio globale”)

Cari amici, oggi vi do un’anticipazione di “Il lato oscuro del calcio globale”, il libro in corso di stesura. Inserisco un paragrafo del lungo capitolo su Kia Joorabchian, il cosiddetto “agente” di Carlos Tevez. Una figura che da sola dà idea di quale sia il panorama di personaggi che si muovono oggi dietro le quinte del pallone globale. Il testo non è stato ancora revisionato, sicché mi scuso per eventuali refusi e ripetizioni. Buona lettura.

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Il nome di Kia Joorabchian viene messo per la prima volta in relazione col mondo del calcio nel 2004. È il 25 agosto, un martedì, quando uno dei club storici del calcio brasiliano annuncia una novità che inizialmente suscita curiosità e nulla più. Il club in questione è il Corinthians di San Paolo, che coi suoi 25 milioni di tifosi è in Brasile il secondo più seguito dopo il Flamengo di Rio de Janeiro. La novità sta nel fatto che il Consiglio Deliberativo del club, col voto favorevole  di 340 membri sui 370 presenti, approva il pre-accordo di un’originale partnership: quella che lega il Corinthians a un fondo d’investimento. Quest’ultimo si chiama Media Sports Investments (MSI), risulta costituita da pochi giorni e ha sede legale presso le Isole Vergini Britanniche. Cioè un paradiso fiscale. Questo dettaglio dovrebbe già dare parecchio da pensare, ma i dirigenti del Timao (il Timone, simbolo del club di bianconero) non possono permettersi di sottilizzare. Come quasi tutti i club del calcio brasiliano, il Corinthians fa i conti con una grave situazione debitoria. La MSI mette sul piatto 35 milioni di dollari, di cui 20 a copertura del deficit.  Il presidente corinthiano Alberto Dualib vede nell’accordo una chance straordinaria[1]. E certamente lo è per lui, ma questo lo si capirà soltanto più avanti.  Fatto sta che per far approvare la partnership dal Consiglio Deliberativo il presidente mobilita tutte le risorse disponibili. A cominciare da quelle familiari, visto che i Dualib collocati nei posti chiave dell’organigramma corinthiano sono un’epidemia: ben dodici. La nipote Carla è responsabile dell’area marketing e a lei si deve il lavorio diplomatico che conduce alla realizzazione dell’accordo. Quanto a  Edson e Nelson Real Dualib, tocca a loro il compito di influenzare l’orientamento del Cori, organo di coordinamento il cui compito è orientare i lavori del consiglio. Sulle prime la MSI viene presentata come “una multinazionale con sede a Londra”[2]. Di quella “multinazionale” è rappresentante legale “l’iraniano Kia Joorabchian” assieme a un altro anglo-iraniano: si tratta di Nojan Bedroud, agente di calciatori in possesso di una regolare licenza rilasciata dalla Football Association (FA), la federcalcio inglese.

I voti contrari all’accordo di partnership sono soltanto 7, ma fra essi si ritrova quello d’un influente membro dell’universo corinthiano: l’avvocato Rubens Approbado Machado. Il quale, oltre a essere consigliere vitalizio del Timao, è stato nell’ordine: sottosegretario alla Giustizia dello Stato di San Paolo dal 1990 al 1998, presidente dell’Ordine degli Avvocato del Distretto di San Paolo dal 1998 al 2000, presidente del Consiglio Federale dell’Ordine degli Avvocati dal 2000 al 2004, vicepresidente per dieci anni (1992-2002) della federcalcio paulista e membro del Tribunale Superiore di Giustizia Sportiva dal 2004 al 2012. Non certo uno al quale basti dire che si ritrovi in minoranza per tacitarlo. Venuto a sapere dell’accordo di partnership, Machado pone immediatamente la questione cruciale: ”Il Corinthians ha bisogno di sapere che società è questa MSI e da dove provengano i suoi denari. Il club non può correre rischi”. L’esatto contrario dell’atteggiamento mostrato da Dualib, che nei giorni in cui va a definirsi l’accordo fra il fondo d’investimento e il club dichiara alla stampa: “Non importa da dove viene il denaro, ciò che conta è il vantaggio che se ne può trarre”[3]

 

Alberto Dualib

Alberto Dualib

 

 

 

Boris Berezovsky e Badri Patarkatsishvili

Boris Berezovsky e Badri Patarkatsishvili

Fra l’altro, a rafforzare immediatamente i dubbi giungono le notizie sui dettagli dell’accordo fra il club paulista e la MSI. A esplicitarli è lo stesso Joorabchian nel corso di un’intervista[4]: in cambio di quei 35 milioni di dollari, la MSI si accaparra il diritto sul 51% dei profitti del club maturati nei dieci anni successivi. Come qualcuno farà notare, uno dei club più popolari al mondo si fa mettere addosso una camicia di forza in cambio d’un piatto di lenticchie: 3,5 milioni di dollari all’anno. Su questi aspetti della questione Joorabchian sorvola. E interrogato sui rapporti con Boris Berezovsky, li minimizza descrivendoli come una parentesi felice ma ormai appartenente al passato. Quando il cronista solleva eccezioni sul fatto che la MSI abbia una sede legale offshore e che qualcuno possa paventare il rischio di riciclaggio di denaro, Joorabchian nega recisamente e svicola utilizzando l’argomento di facile presa populistica: annuncia l’acquisto di quattro giocatori d’alto livello, fra i quali Robinho.  Che in quei giorni veste la maglia dei rivali del Santos e al Corinthians non metterà mai piede. Ma almeno riguardo all’attivismo sul mercato dei calciatori Joorabchian sarà di parola. Pure troppo, come si vedrà. I dubbi sulla partnership aumentano, e gravano sulla commissione di saggi del club che hanno il compito di vagliare il pre-accordo e dire se possa trasformarsi in partnership definitiva. Fra l’altro, l’ombra di Berezovsky si fa ingombrante. Alberto Dualib rilascia una dichiarazione a Record TV nella quale afferma che il magnate russo è pienamente coinvolto nella MSI ma preferisce non esporsi. Di più: Dualib afferma d’essere andato a conoscere di persona Berezovsky, presso la residenza londinese dell’oligarca. Una dichiarazione che sbugiarda penosamente le affermazioni rilasciate da Joorabchian nell’intervista alla Folha e costringe Renato Duprat, mediatore fra Corinthians e MSI, a elaborare una patetica smentita: sì, Dualib e il resto della banda erano andati davvero in visita a Berezovsky, ma dall’incontro era scaturita la mancanza di volontà del magnate d’investire nel calcio. Inganni e bugie che stratificano. E la tensione sale ulteriormente quando il 31 agosto la strana coppia Joorabchian-Dualib dichiara pubblicamente di non avere bisogno di un‘ulteriore approvazione da parte del Consiglio Deliberativo per ritenere valido e efficace l’accordo di partnership. E la prova di forza va a compimento, nonostante l’opposizione di personaggi come Machado o un altro consigliere particolarmente estroso, Romeu Tuma Júnior. Costui attacca Joorabchian appellandosi al rapporto che quest’ultimo intrattiene con Berezovsky; che a sua volta, secondo Romeu, intratterrebbe rapporti con la Jihad islamica (per via dei legami con la resistenza cecena) e di conseguenza con Al Qaeda e Bin Laden[5]. Argomentazioni talmente sbracate da inficiare la credibilità del suo dissenso alla svolta nella governante del club. Il risultato è che tre mesi dopo, il 23 novembre, la partnership viene definitivamente approvata dal Consiglio Deliberativo.

Da quel giorno si apre per il Corinthians la fase più folle e oscura della propria storia. All’improvviso il club, che fino a qualche settimana prima attraversava una grave crisi economica, diventa punto d’approdo per alcuni fra i più forti calciatori sudamericani. E sono tutti quanti calciatori di cui la MSI finanzia l’acquisto ricevendo in cambio una quota dei diritti sulle cessioni future. La lista è lunga, e le combinazioni utilizzate per acquisire calciatori altrettanto. Dal Porto arriva il centrocampista Carlos Alberto viene prelevato dal Porto e il suo cartellino viene diviso come segue: 75% alla MSI e 25% alla Global Soccer Agencies (GSA). Quest’ultima, successivamente rinominata Rio Football Service, è un’agenzia con sede legale a Gibilterra che fa capo al potente agente israeliano Pini Zahavi, personaggio di cui si parlerà più avanti. La joint venture tra MSI e GSA porta al Corinthians anche Javier Mascherano, uno dei due calciatori il cui passaggio al West Ham accende lo scandalo raccontato nel capitolo precedente. MSI finanzia per il Corinthians il 35% dell’acquisto di Tevez e il 100% dell’acquisto di Sebastian Dominguez. Altra partnership instaurata da MSI è quella con Devetia Ltd per l’acquisizione di Marcelo Mattos. Alla squadra alvinegra giungono via MSI anche Rafael Moura, Johnny Herrera e Renato Ribeiro. Altro giocatore che gravita nell’orbita di Joorabchian è l’attaccante Nilmar[6]. In totale, nel giro di pochi mesi vengono spesi 60 milioni di dollari per l’acquisto di calciatori. Un ammontare assolutamente fuori scala per la realtà economica del calcio brasiliano.

 

Pini Zahavi

Pini Zahavi

Tale girandola di calciatori d’alto livello un’anomalia per il calcio brasiliano. Che di norma i talenti li esporta per via dell’endemico stato di crisi economico-finanziaria dei club. L’approdo nel torneo nazionale di una tale quantità di giocatori maturi e costosi è assolutamente fuori schema. Sicché va a finire che i sospetti attorno all’operazione societaria sopravanzino gli entusiasmi suscitati dal rafforzamento della squadra. E la parte più critica dell’ambiente corinthiano è costituita dai gruppi ultras, capitanati dalla storica fazione dei Gavioes da Fiel. Il leader dei Gavioes esprime subito l’interrogativo cruciale: <Questi qui arrivano dal nulla e investono in un club con cui non avevano mai avuto a che fare: e perché mai?>. Domanda legittima, a cui verrà data risposta poco più di un anno dopo. Si può dire però con certezza che approdando a capo del Corinthians la MSI acquisisca il controllo di uno fra i club più prestigiosi del calcio sudamericano. Perché i Timoes sono portatori d’una storia le cui implicazioni vanno ben oltre il calcio.

Al club alvinegro di San Paolo è infatti legato il mito della Democrazia Corinthiana, l’esperienza di autogestione inaugurata nel 1982; allorché, dopo una stagione avara di risultati e caratterizzata da gravi turbolenze all’interno dello spogliatoio, il neo-presidente Waldemar Peres conferisce a un sociologo la carica di direttore della sezione calcio della polisportiva: Atilson Monterio Alves. Grazie al suo impulso il gruppo corinthiano si rivitalizza nel giro di poche settimane, anche in virtù del contributo assicurato da personaggi di spiccato profilo intellettuale oltre che calcistico: come Socrates, il centrocampista laureato in medicina e innamorato dei colpi di tacco; o Casagrande, che pochi anni dopo avrebbe provato l’avventura italiana con la maglia del Torino; o Wladimir, terzino di fede marxista. Lo stile gestionale del club viene rivoluzionato. Il primo passo è la democratizzazione delle decisioni che riguardano la squadra, tutte quante sottoposte al voto: dalla formazione da mandare in campo ai metodi d’allenamento, dai salari alle campagne-trasferimenti, fino ai ritiri pre-partita. Che infatti vengono immediatamente aboliti. Addirittura nel 1983, per deliberazione dei giocatori, viene spedito in panchina uno di loro: il laterale destro Zé Maria. Il Corinthians vince i due campionati successivi. E grazie all’intuizione di Washington Luiz Olivetto, un pubblicitario tifoso alvinegro che conia l’etichetta di democrazia corinthiana, ben presto quell’esperimento democratico viene preso a modello e fa da cassa di risonanza delle rivendicazioni anti-autoritarie in un paese che cerca di affrancarsi dalla dittatura militare instaurata nel 1964.

 

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Per la prima volta nella storia del calcio brasiliano compaiono delle scritte sulle maglie di una squadra: quelle che invitano i tifosi-elettori a andare a votare il 15 novembre 1982 alle elezioni determinanti per la fine del regime militare. Successivamente, nel 1984, i giocatori adottano sulle maglie lo slogan Diretas Jà, che dà nome al movimento impegnato nella campagna per l’elezione diretta del presidente della repubblica. Quell’esperienza muore con la partenza di Socrates per l’Italia – verso l’infelice parentesi con la maglia della Fiorentina – e con la sconfitta della lista Democracia Corinthiana alle elezioni del 1985 per il rinnovo delle cariche sociali del club. Di essa, e dell’impatto che ebbe per la democratizzazione della società brasiliana (“Quando nessuno nel paese poteva votare, i giocatori di quel gruppo conquistavano il diritto di decidere su qualunque cosa li riguardasse” ricorda il sociologo brasiliano Emil Sader). rimangono tracce nel libro scritto da Socrates assieme al giornalista Ricardo Gozzi, “Democracia Corinthiana. A Utopia en Jogo” e in quello di Washington Luiz Olivetto e Nirlando Beirão, “Corinthians é preto no branco”. Si stenta a credere che un club con storia e identità tali finisca sotto il controllo di un attore opaco come la MSI, venendo sottratto al controllo della sua gente. Eppure succede. E le fondate perplessità sull’operazione vengono presto temperate dai successi della squadra, che con un organico tanto competitivo a fine stagione vincerà il quarto campionato nazionale della propria storia. Gli oppositori però si mantengono in stato d’allerta, e non mollano l’attenzione su Joorabchian e la MSI. È soprattutto il trasferimento di Tevez a generare parecchie perplessità. Non da parte dei tifosi dissidenti o di qualche giornalista col prurito dell’investigazione, ma del Banco Central do Brasil[7]. Negli uffici dell’istituto d’emissione nazionale notano immediatamente le anomalie di quel trasferimento, avvenuto a dicembre 2004 e celebrato con massima pompa dal club grazie anche all’entusiasmo del presidente della repubblica Luis Inácio Lula Da Silva. Il quale, da tifoso corinthiano, non resiste alla tentazione di farsi fotografare assieme al nuovo acquisto. Gli addetti della banca centrale notano che i soldi della transazione fra Corinthians e Boca Juniors hanno by-passato non soltanto il territorio brasiliano, ma addirittura quelli dell’intero continente: partiti dalla Isole Vergini Britanniche, sede legale della MSI, essi sono approdati presso un conto della Royal Bank of Canada. Estero su estero, senza che il fisco brasiliano e quello argentino possano intercettare alcunché. La banca centrale brasiliana s’interessa alla transazione per ché essa viola una legge federale, la numero 23258. Essa proibisce la conversione di moneta straniera in real (la moneta brasiliana) e il pagamento in valuta estera convertita in reais se tutto ciò non avviene sotto la supervisione dell’autorità monetaria nazionale. Fra l’altro, del trasferimento di Tevez dal Boca al Corinthians desta sospetto non soltanto il percorso del denaro. A marzo emergono i dubbi anche riguardo alla cifra pagata per portare in Brasile l’attaccante argentino. Si tratta di un importo che segna il record assoluto per quello che riguarda i trasferimenti di calciatori all’interno del mercato sudamericano, ma non è questo il punto. A segnalare i lati oscuri della transazione è un articolo del quotidiano argentino Clarin[8], il cui giornalista Daniel Lagares svela una curiosa circostanza: ciascuno degli attori interessati dall’affare dichiara una cifra diversa. Dal Boca Juniors fanno sapere di avere incassato 16 milioni di dollari, ai dirigenti del Corinthians risulta che la cifra spesa sia di 17 milioni, mentre dalla MSI comunicano che per acquistare Tevez è stato necessario sborsare 22,6 milioni. E dunque? Lagares riporta le spiegazioni fornite dai diretti interessati, che tracciano un complicato intreccio di percentuali e compensazioni a titolo di premi di formazione et similia. Una giungla di cifre difficili da condurre a ordine. Di sicuro c’è che i conti tornano poco, e a aggiungere perplessità arriva la rivelazione fatta dallo stesso Tevez d’aver pagato al Boca Juniors, con soldi della MSI, il proprio diritto a svincolarsi dal club argentino[9]: 1,5 milioni di dollari, elargiti sotto forma di donazione per lo sviluppo del settore giovanile. Soldi che generano altri soldi e prendono vie misteriose.

Va a finire che il calciatore di maggior prestigio portato in dote al Corinthians dalla MSI si trasforma in un catalizzatore di sospetti e d’attenzioni indesiderate. Per di più, sull’affare emergono aneddoti sempre più grotteschi. Per esempio, risulta che alla trattativa e alla stesura del contratto per il trasferimento di Tevez partecipi una giovane avvocatessa brasiliana con studio a Londra, Tatiana Alonso. Che casualmente è anche la futura signora Joorabchian. Ancor più bizzarri sono i dettagli che man mano emergono: la MSI Partecipaçoes Ltda risulta costituita in data 19 ottobre 2004, cioè due mesi dopo la stesura dell’accordo stretto da Dualib e Joorabchian. In quei giorni il Corinthians si relazionava con un’organizzazione inesistente sul piano legale. Inoltre, il suo capitale sociale ammonta a 1.000 reais: 286 volte più basso dello stipendio mensile di Tevez[10]. Kia Joorabchian non ne risulta socio, poiché il capitale versato risulta sottoscritto da Mauricio Fleury Pereira Leitão per il valore di 999 reais e da Carlos Fernando Sampaio Marques per il valore di 1 real. Entrambi sono avvocati presso lo studio Veirano Associados, un colosso dei servizi legali in Sud America cui la MSI si rivolge per condurre i propri affari in Brasile. A chiudere il cerchio, ecco un dettaglio già noto ai primi di dicembre del 2004: il presidente corinthiano ha fornito alle banche garanzie personali per 6 milioni di reais (poco più di 2 milioni di euro). I soldi della MSI hanno salvato dal dissesto non soltanto il Corinthians, ma anche e soprattutto lui[11].

Il rumore attorno al fu club della Democrazia Corinthiana si moltiplica, anche perché le vicende agonistiche sono convulse non meno di quelle economico-finanziarie. Preso potere all’interno del club, Kia Joorabchian pretende immediatamente di dettare la linea tecnica spingendo per il cambio d’allenatore. Evidente che voglia sulla panchina dei Timoes un tecnico di sua fiducia, e soprattutto di stretta osservanza per quello che riguarda l’impiego dei giocatori. Sta di fatto che il tecnico in carica Adenor Leonardo Bacchi meglio conosciuto come Tite – un personaggio  di grandissimo spessore del calcio brasiliano – finisce immediatamente nel mirino dell’anglo-iraniano. Che vorrebbe sulla panchina alvinegra Wanderlei Luxemburgo, già allenatore corinthiano e della nazionale brasiliana nonché titolare d’un bel curriculum di vario malaffare[12]. Il conflitto fra Tite e Joorabchian, e esplode in modo irrimediabile dopo un derby perso 1-0 contro il San Paolo allo stadio Morumbi[13]. In pieno spogliatoio, fra l’imbarazzo dei calciatori corinthiani, Joorabchian accusa Tite di aver fatto calciare al laterale Coelho il rigore (fallito) del possibile pareggio. A giudizio del boss della MSI quel penalty avrebbe dovuto essere tirato da qualcun altro. Chi? Tevez, ça va sans dire. Poche ore dopo Tite viene licenziato nonostante l’appoggio dei giocatori e della tifoseria. E giusto alla vigilia dell’avvio del campionato nazionale viene piazzato sulla panchina dei Timoes l’argentino Daniel Passarella. Che da calciatore è stato grandissimo, ma da allenatore continua a rivelarsi un disastro. Rimarrà nella leggenda il suo breve periodo sulla panchina del Parma nel 2001-02, nel tempo in cui il club crociato era di proprietà della Parmalat. In quel caso furono cinque partite perse su cinque, con tanto di esonero dorato: tre miliardi di lire per l’ingaggio più due di penale per il licenziamento. Praticamente, un miliardo a partita. Persa. La pessima performance si ripete alla guida del Corinthians, anche perché il rapporto coi giocatori e la tifoseria è subito tumultuoso, né il carattere spigoloso di Passarella aiuta a appianare i contrasti. Per di più i risultati conseguiti sul campo sono pessimi. Il capolinea giunge ancora una volta dopo una sconfitta contro il San Paolo, alla terza giornata del campionato nazionale. Solo che stavolta il punteggio è umiliante sconfitta: 1-5. Dopo quella gara, e avendo totalizzato un so   lo punto in tre gare con 10 gol al passivo, il tecnico argentino si dimette. A parziale risarcimento della disavventura si vede offrire un non meglio precisato ruolo all’interno della MSI. Giusto per fugare ogni dubbio sui suoi rapporti con Joorabchian. A ogni modo, giusto in quei giorni viene annunciato l’acquisto di Javier Mascherano, che verrà concluso a luglio. Il club cedente è il River Plate, di cui qualche anno dopo Passarella diventerà presidente. A sostituire l’argentino sulla panchina dei Timoes viene chiamato Antõnio Lopes. Che rispetto all’argentino porta in giro un nome meno altisonante, ma in compenso è un allenatore vero. E infatti con lui in panchina il Corinthians vince a ottobre 2005 il suo quarto campionato nazionale, al termine di una stagione che rimarrà falsata da un pesante affare di gare truccate e corruzione arbitrale[14].

Il successo della squadra sul campo non basta a allontanare le ombre dal club e dall’ingombrante partnership con la MSI. Mentre la squadra viaggia verso il trionfo le vicende societarie si arricchiscono di novità sconcertanti. A febbraio 2005, quando ancora la girandola degli allenatori è di là da venire, arriva una dichiarazione del procuratore José Reinaldo Guimarães Carneiro. Che è membro del Gaeco[15] (Grupo de Atuação Especial de Repressão ao Crime Organizado), la task force creata dalla Procura Generale dello Stato di San Paolo per la lotta al crimine organizzato, e parla esplicitamente di “indizi di riciclaggio di denaro” nell’operato della MSI[16]. In quell’occasione Guimarães Carneiro lancia anche un allarme generale sul rischio che il calcio brasiliano venga infiltrato da soggetti oscuri, e lo fa ponendo un interrogativo: perché mai degli attori finanziari stranieri dovrebbero investire in un prodotto deficitario? Pochi giorni dopo, mentre all’interno del club un passaggio di poteri porta Paulo Angioni (già dirigente corinthiano ma adesso rappresentante della MSI) a assumere il ruolo di direttore della sezione calcio all’interno della polisportiva, lo stesso Gaeco classifica come “oscura” la partnership[17]. Si diffonde anche la notizia di un pagamento da due milioni di dollari partito dalla Georgia a titolo di prestito per il club, e bloccato dalla Banca Centrale brasiliana perché effettuato attraverso un’altra finanziaria con sede legale presso le Isole Vergini Britanniche. Si tratta della Devetia Ltd., che divide con la MSI la partecipazione su alcuni giocatori. A erogare quel prestito è Zaza Toidze, un personaggio del quale poco si sa. Le sole cose note sul personaggio riguardano il suo ruolo da personaggio politico: è un parlamentare del partito “Unione per la Rinascita” nonché membro della Commissione Elettorale dell’assemblea legislativa georgiana. Facile associare il personaggio a Badri Patarkatsishvili, uno dei grandi finanziatori della MSI. Ma il nesso fra i due rimane indimostrato, anche perché Toidze per gli inquirenti brasiliani rimane un fantasma. Inoltre, dalla MSI fanno muro ostinandosi a non  rivelare la provenienza di quel tentato prestito passato attraverso Devetia. Il rifiuto di dare notizie viene corroborato da argomenti ai limiti dell’insolenza. Come quello usato dall’avvocatessa Dora Cavalcanti (dello studio legale “Rao, Cavalcanti e Pacheco”, altro punto d’appoggio brasiliano per gli affari legali della MSI), che agli investigatori del Gaeco risponde ineffabile più o meno a questo modo: <La MSI non sa chi sia Zaza Toidze. È un cittadino georgiano, e la Georgia fa cinque milioni di abitanti. Li si può mica conoscere uno per uno>[18]. Lo stesso Joorabchian, interrogato per tre ore a fine marzo dalla procura paulista, non rivela i nomi degli investitori. Si limita a negare che si tratti di Berezovsky e Patarkatsishvili. Circostanza che risulterà bizzarra quando a maggio si parlerà di costruire un nuovo stadio per il club, e emergerà che la MSI sta trattando l’affare proprio con Berezovsky[19]. Cioè con se stessa. Il mistero su chi stia dietro al fondo d’investimento rappresentato da Joorabchian si fa sempre più fitto, come già aveva segnalato qualche giorno prima al Gaeco il vicepresidente dell’area finanziaria del club, Carlos Roberto Mello: che in quell’occasione ammette di non avere la minima idea sull’origine dei fondi iniettati nel club via MSI[20].

Inoltre, a turbare l’ambiente corinthiano giungono le prime incrinature nel patto fra Dualib e Joorabchian. Oggetto del contendere – quasi superfluo dirlo – è una questione di denari: il ricco sponsor garantito al club da un colosso delle telecomunicazioni come la Samsung. Lo ammette senza infingimenti Dualib durante un’intervista rilasciata alla Folha de Sao Paulo, e spiega nel dettaglio il motivo: non è stata pagata la commissione alla SMA, la società d’intermediazione controllata dalla nipote del presidente, Carla[21]. E lasciamo perdere ogni considerazione sulla modernizzazione del mercato calcistico in Brasile, dato che qui si parla di alleanze/scontri fra l’economia di rapina condotta attraverso organizzazioni opache e l’economia di stampo familiare. Resta il fatto che la vicenda del contratto di sponsorizzazione determina situazioni persin ridicole. Ai primi di agosto il Corinthians gioca un’amichevole contro il Coritiba, ma soltanto mezzora prima di scendere in campo viene dato ai giocatori l’ok per vestire la maglia con l’insegna del nuovo sponsor[22]. Non meno grottesca la scena del giorno dopo, quando al momento di siglare il contratto di sponsorizzazione Dualib e Joorabchian firmano su due fogli separati[23]. I rapporti fra i boss di questa bizzarra governance duale arrivano a un tale punto di conflittualità da spingere Joorabchian a minacciare d’andar via portandosi tutti i calciatori in quota MSI. Si rende necessaria una riunione a Londra per siglare una pace di facciata, e a essa partecipano Berezovsky e Patarkatsishvili[24]. I cui legami con la MSI erano stati negati tre mesi prima da Joorabchian durante l’interrogatorio reso al Gaeco. Il rapporto è comunque compromesso, e comunque Joorabchian guarda già altrove. A maggio 2005 si diffonde l’indiscrezione di un suo interessamento per il West Ham, il club che proverà a scalare nell’estate del 2006 e dove nello stesso periodo porterà Tevez e Mascherano. È ormai chiaro che per le sue strategie il Corinthians sia soltanto un punto di transito. Le frizioni con Dualib trovano un altro motivo nell’operato di Paulo Angioni, ma si tratta di pretesti. E un ulteriore motivo di tensione giunge quando a fine ottobre quando il club che nega al Corinthians il primato per numero di tifosi, il Flamengo, si rivolge a Joorabchian per trovare investitori[25]. A chiudere il cerchio provvede una richiesta di 3,5 milioni di dollari da parte di Renato Duprat per l’intermediazione condotta nei giorni in cui si definiva la partnership fra il club e il fondo d’investimento[26]. Ormai il rapporto è ingombrante per entrambe le parti, e durante l’inverno del 2006 procede per forza d’inerzia. È l’anno dei mondiali di Germania, e in quell’occasione Tevez e Mascherano rimediano una buona figura vestendo la maglia della nazionale argentina guidata da José Pekerman. Le quotazioni dei due lievitano, e a quel punto Joorabchian capisce che è arrivato il momento giusto per piazzarli in Europa. Nelle ultime ore di trattative del calciomercato europeo i due vengono piazzati al West Ham, con la formula che conosciamo. Il Corinthians viene avvisato a cose fatte, e la circostanza fa infuriare l’allenatore Emerson Leao (che da portiere di riserva fu campione del mondo col Brasile nel 1970, e poi da titolare fu protagonista di altri tre mondiali) che a torneo in corso si vede privare senza preavviso di due dei suoi giocatori più forti. Mentre ormai Joorabchian elegge l’Europa a territorio di caccia, la partnership fra il club e il fondo d’investimento continua a trascinarsi per un anno. Fino a interrompersi in modo traumatico.


[2]              È quanto si evince dalle notizie di stampa fornite nelle ore immediatamente successive all’annuncio della partnership. Così, per esempio, riporta il principale quotidiano paulista, A Folha de Sao Paulo, in un articolo datato 25 agosto 2004 e tuttora disponibile sul web all’indirizzo http://www1.folha.uol.com.br/folha/esporte/ult92u80151.shtml

I grandi misteri del calcio globale – 1

Man mano che procedo nella stesura del libro sul lato oscuro del calcio globale mi rendo conto della vastità del materiale, e del fatto che questo volume sarà soltanto la prima tappa d’un progetto più ampio. Soprattutto ritrovo aneddoti su personaggi di cui la stampa sportiva italiana racconta soltanto in positivo. Come se fosse un dovere d’ufficio.

In questo senso, Tevez è un caso eclatante. Nessuno che parli dei suoi veri proprietari e soprattutto del suo “agente”, il faccendiere anglo-iraniano Kia Joorabchian.

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Ma c’è un altro attaccante argentino, celebratissimo in queste settimane, la cui storia è parecchio oscura. Il suo trasferimento dall’Argentina alla Spagna dovette rispettare un bizzarro passaggio al Locarno; club svizzero nel quale, ovviamente, il calciatore non passò nemmeno per vedere da quanti vani sia formata la sede sociale. Palese che anche in quel caso sia scattato il meccanismo della triangulaciòn, messo sotto inchiesta l’anno scorso dall’agenzia argentina delle entrate (AFIP). A orchestrare l’operazione fu uno dei grandi burattinai del calciomercato globale, l’israeliano Pini Zahavi.

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Indovinate un po’ chi è questo calciatore?

In attesa di leggerlo nel mio libro, arrivederci alla prossima puntata.