Massimo Bisotti e la deriva della donna italiana media – 4 A lui piacciono le donne che…

Le precedenti puntate sono state pubblicate qui, qui e qui.

Massimo Bisotti

Massimo Bisotti

Una decina di giorni fa ho visto una bisottina in libreria. In carne, ossa, e pochezza esistenziale.

Era alla cassa della libreria Feltrinelli di via de’ Cerretani a Firenze e s’apprestava a pagare l’ultimo manufatto cartaceo scritto dal Pink Bloc, Il quadro mai dipinto. Avrà avuto vent’anni e tutto ciò che serve per passare inosservata. E lo sarebbe passata anche ai miei occhi se non fosse stato proprio per il manufatto bisottesco tenuto sottobraccio. In effetti, come in un flash, ho avuto l’impressione che quel manufatto si muovesse da solo a mezz’aria per la libreria. Ma è stata solo l’impressione di un attimo, perché poi come fosse un ologramma ne ho percepito l’immagine tridimensionale della bisottina. E osservandola ho provato a immaginare cosa stesse pensando. “Mi prenderebbe mai qualcuno come modella per un quadro da NON dipingere mai? Sono evanescente e insignificante quanto basta per posare senza speranza d’essere ritratta, per essere la Monca Lisa del mio Divo?”. Dovevano essere questi gli interrogativi della bisottina, mentre di fronte a lei la cassiera sbrigava l’operazione di vendita. E magari quest’ultima in un altro tempo avrebbe guardato la fanciulla con la punta di disprezzo dovuto. Ma purtroppo l’epoca che attraversiamo è questa. Fatta di lettrici sporadiche e nutrite d’aforismi appiccicati sulle bacheche virtuali di Facebook come caccole sotto i banchi di scuola, e di cassiere di libreria cui ormai tocca vendere di tutto: dalle gomme da cancellare a quelle da masticare, dalle caffettiere ai servizi da tè, in attesa che tocchi pure imbustare la pizza a trancio appena scaldata in un microonde piazzato accanto al registratore di cassa e spiegare i pregi del Durex Massage 2 in 1 con Ylang Ylang. Cosa volete che gliene freghi di una cliente che legge schifezze e si chiede se qualcuno possa mai prenderla in considerazione come modella per un quadro da non dipingere? È già una dura vita quella che le tocca, figurarsi se le avanzi tempo per disprezzare una bisottina qualsiasi.

Alla mesta bisottina, milite ignota d’un esercito di vuote a perdere, è facile attribuire un’adorazione verso il divo fondata anche e soprattutto sull’attribuzione a quest’ultimo d’una capacità di comprendere lo specifico dell’animo femminile. Un’empatia guadagnata sul campo virtuale a colpi d’aforismi e supposte di saggezza. Soprattutto, l’ulteriore dimostrazione della penosa condizione in cui versa la donna italiana media, ciò che costituisce il vero oggetto di discussione in questo lungo e penoso viaggio fra le pagine bisottesche. Perché davvero io mi stupisco che nel 2014 ci si interroghi ancora su una cosa chiamata animo femminile. Come se fossimo ancora negli anni Settanta, e ci s’aspettasse che il massimo (ops!) della considerazione verso una donna sia una blandizie fatta di parole melense e petali di rosa. Per fortuna il mondo è andato avanti. E per quanto la strada verso una effettiva parificazione dei diritti fra uomini e donne sia ancora lunga da compiere è un dato di fatto che dei passi avanti siano stati fatti. Soprattutto in termini di mentalità, ciò che quantomeno ha portato a smettere di guardare alle donne come se fossero una specie antropologicamente aliena su cui fare valutazioni indistinte, e non un gigantesco insieme di persone singole esattamente come gli uomini. Poi però esplode il fenomeno del bisottismo, o quello del fabiovolismo. E lì si scopre l’esistenza di un’ampia fascia di donne ansiose di continuare a essere prese in considerazione come facenti parte d’una categoria da analizzare alla stregua d’un caso di studio generale. Ansiose di parole rivestite di caramello e di rose di carta. È nei vasti territori di questo disordine sentimentale, di questa mancata maturazione d’autoconsapevolezza, che s’inseriscono di i fabivolo e i massimibisotti. E ribadisco: nulla da dire contro di loro, hanno trovato una vena d’oro e la sfruttano finché funziona. Penso sempre che se qualcuno crede alle virtù taumaturgiche del sale di Wanna Marchi e del Mago do Nascimiento, allora si merita il raggiro.

Wanna Marchi e il Mago do Nascimiento

Wanna Marchi e il Mago do Nascimiento

Allo stesso modo, è un problema delle bisottine se si lasciano incantare dalle parole di Bisotti. E che colpa si può fare all’autore se le sue lettrici si lasciano incantare dalla sequenza di melensaggini come quella presente alle pagine 116-7 di La luna blu. Il percorso inverso dei sogni.

Prima di riportarvi il lungo frammento devo contestualizzarlo. Si tratta le parole trascritte in un’agenda da Demian Sinclair, uno scrittore che sarebbe un serio candidato al Premio Nobel per la Letteratura in Braille. E guardando a questo frammento si apprezza il vero tocco di genio di Massimo Bisotti: è riuscito a creare il personaggio di uno scrittore capace di scrivere peggio di lui. E vi posso garantire che l’impresa era titanica. A scoprire quell’agenda è Meg, protagonista femminile della storia e archetipo d’ogni bisottina in cerca d’un pittore che non la dipinga. E come qualunque bisottina va in scioglimento calcareo leggendo una raffica di pensierini sul tema “Mi piacciono le donne che…”. Ve la trascrivo, avvertendovi che proseguendo nella lettura vi assumete ogni responsabilità rispetto alle conseguenze per la salute dei vostri neuroni:

Mi piacciono le donne che sanno le cose e sanno quando non dirle, perché in quel momento è poco importante.

Mi piacciono le donne che sanno conoscersi e conoscerti senza sbatterti in faccia anche le presunzioni della verità.

Quelle che decidono che quello che sono è più importante di quel che tu vorresti fargli credere che siano, e invertono il senso di marcia alla tua corsa, abbassando lo sguardo con quell’umile sicurezza, e per questo ti ci siedi accanto.

Quelle che quando le guardi negli occhi ti fanno capire che sei ancora vivo. Quelle che sai che le devi proteggere e in un ossimoro ti fanno sentire sicuro.

Quelle che anche quando non ci sono ci sono, perché anche lo sbatter d’ali di una farfalla lontana ti si posa sulla schiena, alleggerendo la fatica di un attimo.

Mi piacciono le donne che quando ti ammali di silenzi ti curano le parole e ti fanno uscire le nuvole dall’alito, insieme alle bugie e ai sensi di colpa, t’insegnano una lingua nuova.

Mi piacciono le donne che fanno uso di stupefacenti emotivi senza mai aver assunto sostanze tossiche.

Quelle che ti scippano il tempo senza che te ne accorgi e se te ne accorgi ti prendono in giro dolcemente da farsi regalare un giro sulla luna.

Quelle che non sono nobili o snob, ma che hanno l’eccellenza blu della modestia nel sangue, arrivano nei bassifondi a prendersi la tua vita.

Quelle che non vanno controcorrente perché fa moda, ma hanno la moda nel respiro e l’anima vintage.

Quelle che hanno gli occhi come un caleidoscopio e in tutta quella confusione riesci a guardarci dentro e a scorgerci la coccinella del futuro.

Quelle che ti sfiniscono perché gli piace fare l’amore e senti che il momento del loro orgasmo mentale è quando vieni tu, e poi ti chiedono di restare. E ti fanno sentire come un animale libero, tu e la tua liquida indecenza sul loro corpo, rinato dalle tue spasmodiche emozioni.

Quelle che non sanno cucinare, ma ti montano l’anima e fanno dolce il tuo sorriso dopo uno scuro pomeriggio.

Quelle imperfette che sanno rendere perfetto il volo delle tue imperfezioni.

Quelle che lasciano che a parlare sia il tuo respiro.

Quelle che non ti prestano il loro corpo e ti regalano e ti scopano l’anima.

Quelle che gli tocchi il punto che non ha mai toccato nessuno, con la punta estrema dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, dei tuoi sbagli arrugginiti con il tetano fra la polvere e tu gli piaci così, non ti vogliono cambiare.

Quelle che giocano la tua partita pur continuando a giocare anche la loro.

Quelle che quando gli sposti i capelli dal viso ti si apre il sipario sul mondo e spalancano i tuoi limiti come finestre sull’infinito.

Quelle che sono così belle che non ti vergogni a tenergli la mano mentre cammini per strada, perché ti camminano già nude nei labirinti dell’anima.

Quelle che giocano con i tuoi battiti, ma non con il tuo cuore.

Quelle che ti sembrano comete, come te.

La trascrizione di tutte queste suppostine sentimentali mi ha annichilito. Non sono ancora in grado di verificare se ho contratto danni permanenti. Di sicuro l’attività di rilettura e trascrizione di questo frammento mi ha fatto tornare in mente il finale di Mars Attacks!, la geniale parodia di Independence Day diretta da Tim Burton.

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Mi riferiscono al passaggio in cui gli alieni, apparentemente invincibili e ormai pronti a annientare gli umani, vengono annichiliti dalle note di Indian Love Call di Slim Whitman.

Basta loro ascoltarne poche note per impazzire fino a vedersi scoppiare la testa. Ciò permette alle forze terrestri di organizzare la reazione e sterminare le forze aliene con un’arma infallibile: una serie di grandi impianti stereo che vengono fatti girare per le strade sparando con volume “a palla” il brano di Whitman.

E riguardando quelle scene mi sono lasciato prendere da una suggestione: e se provassimo a sconfiggere l’Isis esponendo i suoi militanti alla messa in onda in stereo degli aforismi di Massimo Bisotti? Sono sicuro che funzionerebbe. Provate a passare in prossimità di un covo Isis con un furgone munito d’altoparlante che irradia frasi come: “È inutile annaffiare il cemento, dar fuoco a una miccia sperando in una stella”. O come: “Ci sono due parole che insieme hanno le ali, arrivano a posarsi su una spalla, scendono e sverginano gli angeli con l’incredulo stupore della verità”. O ancora: “Non lasciar morire i miei domani di anoressici respiri, falli mangiare attraverso muscoli di avidità, incidili di buoni umori, lasciami ricordare com’è il tuo odore quando non ci sei”. Sentirete i cervelli scoppiare come popcorn, garantito.

Slim Whitman

Slim Whitman

Ma perdonatemi la divagazione, ché non siamo qui per trovare soluzioni alla minaccia islamica. Più modestamente ci si occupa di analizzare testi. E l’analisi appena attenta del testo bisottiano sul tema “Mi piacciono le donne che…” svela significati che sono l’esatto contrario dell’attenzione al “mondo femminile”. Anzi, se passati al filtro della tecnica volgarmente denominata “Parla come mangi” svelano punte d’inusitato maschilismo. Ve li ripropongo uno per uno con commento annesso in neretto.

Mi piacciono le donne che sanno le cose e sanno quando non dirle, perché in quel momento è poco importante.

Mi piacciono le donne che anche se hanno qualcosa da dire e sanno di poterlo dire stanno zitte, perché tanto qualunque cosa dicano fregasega.

Mi piacciono le donne che sanno conoscersi e conoscerti senza sbatterti in faccia anche le presunzioni della verità.

Mi piacciono le donne che pure quando capiscono che sei un cialtrone se lo tengono per sé, perché tanto questa è la minestra o si buttano dalla finestra.

Quelle che decidono che quello che sono è più importante di quel che tu vorresti fargli credere che siano, e invertono il senso di marcia alla tua corsa, abbassando lo sguardo con quell’umile sicurezza, e per questo ti ci siedi accanto.

A parte l’inestricabilità del senso, quella raffica di “che”, e quel “fargli” anziché “far loro”, (un orrore comunque diffuso e abusato pure da “scrittori quotati” come Nicola Lagioia), la frase significa: quelle che anche quando sanno bene che le stai adulando spudoratamente se ne restano lì umilmente sedute accanto a te perché tanto chi altri se le piglia in carico?

Quelle che quando le guardi negli occhi ti fanno capire che sei ancora vivo. Quelle che sai che le devi proteggere e in un ossimoro ti fanno sentire sicuro.

Quelle che, comunque ti ponga verso loro, alla fine conta solo come ti realizzi tu attraverso loro: le guardi negli occhi e ti senti vivo tu, le proteggi e ti senti magnanimo tu. E se anche non ci fossero ci saresti sempre tu.

Quelle che anche quando non ci sono ci sono, perché anche lo sbatter d’ali di una farfalla lontana ti si posa sulla schiena, alleggerendo la fatica di un attimo.

Quelle che se ci sono o non ci sono fa lo stesso, perché tanto uno sbattere d’ali d’una farfalla a Bangkok vale quanto uno sbattimento di testicoli dentro un bar del Quadraro

Mi piacciono le donne che quando ti ammali di silenzi ti curano le parole e ti fanno uscire le nuvole dall’alito, insieme alle bugie e ai sensi di colpa, t’insegnano una lingua nuova.

Mi piacciono le donne che quando hai paura di aprire bocca perché il tuo alito ammazza le zanzare tigre non ti fanno sentire una fetenzia, e magari ti passano una caramella alla liquirizia.

Mi piacciono le donne che fanno uso di stupefacenti emotivi senza mai aver assunto sostanze tossiche.

Mi piacciono le donne che pur di stare con te si fanno di anfetamine (ché altrimenti còrca che ci starebbero), nonostante che fino a quel momento non abbiano preso nemmeno un Confetto Falqui.

Quelle che ti scippano il tempo senza che te ne accorgi e se te ne accorgi ti prendono in giro dolcemente da farsi regalare un giro sulla luna.

Quelle che ora non so cosa cazzo ho scritto però mi pare che suoni bene.

Quelle che non sono nobili o snob, ma che hanno l’eccellenza blu della modestia nel sangue, arrivano nei bassifondi a prendersi la tua vita.

Quelle che non sono nobili o snob (anche perché donne di quel genere a me non mi cacherebbero manco di striscio), e sono modeste abbastanza per accontentarsi dei miei bassifondi.

Quelle che non vanno controcorrente perché fa moda, ma hanno la moda nel respiro e l’anima vintage.

Quelle che se la bevono se dici loro quanto sia alla moda andare controcorrente, e che il vero anticonformismo è essere conformiste e pure un po’ all’antica, e soprattutto disciplinate nel proprio cantuccio.

Quelle che hanno gli occhi come un caleidoscopio e in tutta quella confusione riesci a guardarci dentro e a scorgerci la coccinella del futuro.

Quelle che sono talmente cecate da farti vedere nei loro occhi solo quello che vuoi tu, comprese le coccinelle del futuro (sic!)

Quelle che ti sfiniscono perché gli piace fare l’amore e senti che il momento del loro orgasmo mentale è quando vieni tu, e poi ti chiedono di restare. E ti fanno sentire come un animale libero, tu e la tua liquida indecenza sul loro corpo, rinato dalle tue spasmodiche emozioni.

Quelle che quando ci trombi non fanno storie se tu arrivi regolarmente prima, e in 30 secondi netti quando ancora loro hanno fatto appena in tempo a materassarsi, né perché ci hai rotto le scatole con ‘sta marcia indietro.

Quelle che non sanno cucinare, ma ti montano l’anima e fanno dolce il tuo sorriso dopo uno scuro pomeriggio.

Quelle che per farsi perdonare di non sapere cucinare (perché FEMMINA DEVE CUCINARE SENNO’ FUORI DI CASA) ti zompano sopra e lì si tromba come testuggini per un pomeriggio intero.

Quelle imperfette che sanno rendere perfetto il volo delle tue imperfezioni.

Quelle che sono talmente di risulta da far sentire un po’ meno di risulta te.

Quelle che lasciano che a parlare sia il tuo respiro.

Quelle che non devono nemmeno fiatare, perché persino il fiatare deve essere quello del masculo.

Quelle che non ti prestano il loro corpo e ti regalano e ti scopano l’anima.

Quelle che ogni tanto ti fanno lo sconto di fine turno all’alba.

Quelle che gli tocchi il punto che non ha mai toccato nessuno, con la punta estrema dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, dei tuoi sbagli arrugginiti con il tetano fra la polvere e tu gli piaci così, non ti vogliono cambiare.

Quelle che quando t’affanni a cercare il Punto G ti compatiscono perché ancora ci credi, e quanto agli sbagli arrugginiti con il tetano fra la polvere è una questione di antani sbirigusa delle cuppulazze.

Quelle che giocano la tua partita pur continuando a giocare anche la loro.

Quelle che quando giochi alla Playstation capiscono che si devono levare d’àrca e se ne vanno in cucina a Whatsappare.

Quelle che quando gli sposti i capelli dal viso ti si apre il sipario sul mondo e spalancano i tuoi limiti come finestre sull’infinito.

Quelle che quando sposti loro (non “gli sposti”) i capelli vedi te stesso, sempre te stesso, solo te stesso.

Quelle che sono così belle che non ti vergogni a tenergli la mano mentre cammini per strada, perché ti camminano già nude nei labirinti dell’anima.

Quelle che le vedi nude ovunque, anche quando sei per strada a tener loro (non “tenergli”) la mano.

Quelle che giocano coi tuoi battiti, ma non con il tuo cuore.

Quelle che vabbe’, m’è venuta così.

Quelle che ti sembrano comete, come te.

Quelle che se scrivi della cacate, ti fanno capire che sono caca te.

Questo è la summa del Bisotti attento alle donne. A tutte le bisottine che finiranno immortalate nei quadri dipinti mai. 

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Massimo Bisotti e la deriva della donna italiana media – 3 La Critica della Ragion Purga

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

 

Le precedenti puntate sono leggibili qui e qui.

 

“Ma a che punto sei con Massimo Bisotti?”. Nei giorni che sono trascorsi dalla pubblicazione dell’ultimo post sull’idolo delle Desperate Webwives mi sono sentito rivolgere quest’interrogativo. E ogni volta ho risposto che proprio non lo so. Non se nemmeno se possa esserci un punto, nella lettura degli scritti di Massimo Bisotti. Qualcuno fra voi sarebbe capace di individuare delle coordinate dentro un buco nero? Impossibile, perché la sola cosa che vi possa capitare entrando in contatto con un buco nero è venirne inghiottiti e nullificati. Proprio quello che temo mi stia succedendo leggendo i manufatti cartacei di Massimo Bisotti, il Pink Bloc capace di nullificarvi con un solo aforisma. Qualcosa di molto simile allo sguardo di Medusa, che al solo incrociarlo vi trasforma in pietra; così è per le supposte di saggezza dispensate da Bisotti, che al solo leggerne una provate immediato il senso della smaterializzazione. Come se la vostra dimensione fisica venisse attaccata dal virus dell’evanescenza.

È con sincera preoccupazione per la mia sorte che vivo queste righe. Perché se tanto mi dà tanto, e se basta una suppostina di Bisotti (una Bisupposta) per far scattare il processo di nullificazione, allora è molto probabile che io sia già svanito. Forse non esisto più, e quello che state leggendo è soltanto un file autogenerato dal mio pc afflitto da inconsolabile vedovanza. Magari vergo queste righe da un limbo d’esistenza illusoria. Sono già trapassato o pre-trapassato ma non mi rassegno. O forse è che il processo di nullificazione non è così immediato, e che dunque non subito si passi all’immaterialità. Probabile che bisogni attraversare gradi diversi della dematerializzazione, dall’hard al soft, affinché il passaggio non sia traumatico. Sicché mentre vergo queste righe potrei essere allo stato liquido, come direbbe il Fabio Volo delle scienze sociali Zygmunt Bauman.

Zygmunt Bauman

Zygmunt Bauman

 

E in attesa di passare allo stato gassoso e poi dissolvermi, definitivamente bisottizzato come fosse essere terminato alla Schwarzenegger, alimento questo barlume di vita intellettuale ch’è illusione d’esistenza. Lo confesso: sono atterrito dall’ipotesi d’essere come Bruce Willis in Il sesto senso, o Nicole Kidman e figlioli in The Others. Già trapassato, ma illuso d’esser vivo e terrorizzato da vivi che scambio per fantasmi.

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Ok, lo so, ogni volta che c’è da parlare di Bisotti la prendo un po’ troppo alla lontana. Ma vi giuro che è solo autodifesa, non lo faccio certo per eludere il discorso. La missione che mi sono intestato è impossibile. Provateci voi a prendere le misure al Nulla, a mapparlo, a persino a disegnare lì dentro dei tracciati. Dopo cinque minuti comincerete anche voi a prenderla alla lontana. E ve le inventereste tutte pur di non dare una risposta precisa. Ci tenete proprio a averne una? Bene, ve la do ricorrendo a un’immagine. Ipotizzate che io sia su una duna qualsiasi in pieno Sahara. E che arrivato lassù pianti un picchetto. Vedendo dov’è, sapreste dirmelo voi in quale cazzo di punto del Sahara io mi trovo?

Ecco, magari adesso avete un po’ più chiari sia i termini della questione che la rozzezza della domanda. Quando si viaggia attraverso i manufatti cartacei di Bisotti non si può essere “a un dato punto”. Non ci sono punti, ma soltanto delle immensità da scandagliare. Per esempio, un’abissale assenza di talento per la scrittura. O una galattica distesa d’insensatezze. O un’eterna negazione della correttezza linguistica formale. Non si finisce mai di apprenderlo e riapprenderlo. Per intenderci: da oltre un mese sto leggendo il primo dei tre manufatti stampati bisottiani, La luna blu. Il percorso inverso dei sogni.

 

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E non so nemmeno quando lo completerò, figurarsi immaginare quando inizierò i due successivi e terminerò di leggerli. Al momento sono a pagina 129 di 188, e nemmeno questa informazione vi può dire qualcosa. Perché se si ragionasse su un libro qualsiasi, si potrebbe dire: “Bene, sarai anche lento come Davide Checco Faraone quando prova a mettere in fila due parole in italiano, ma almeno hai la certezza d’essere a cinquantanove pagine dalla fine”. Nossignori! Il problema non sono le cinquantanove pagine alla fine, ma le centoventinove lette in modo mai definitivo. Perché questo è il punto. Ogni frammento di Bisotti presenta alla rilettura dei vuoti che alla prima lettura non erano stati colti. Laddove ne avevi scovati due o tre, poi ne ritrovi almeno un altro paio. E se azzardi la terza lettura del frammento ne individui ancora uno o due, e così via. È come tenere i fermenti lattici in frigo. Il contenitore è sempre quello, e in parte li avete già consumati, ma niente: ce n’è sempre di  più e non smettono mai di fermentare. E dunque, come potete pretendere da me che vi parli con precisione dei manufatti cartacei bisottiani? Posso limitarmi a farlo come viene, isolando volta per volta degli elementi e sapendo che su quegli stessi elementi avrei necessità di tornare dopo aver letto le cose non lette e riletto quelle già lette. Sempre che in questo momento mi stiate leggendo, s’intende, e nella speranza che io non sia trapassato.

Dopo una così lunga premessa, vengo a illustrare la chiave di lettura che oggi ho scelto per l’analisi dei manufatti cartacei bisottiani. Essa ha a che fare con la logica di quegli scritti. Che è il vero Mistero fra i tanti misteri della scrittura bisottiana. Nel senso che non la si trova manco per sbaglio. E che più la si cerca, più si scopre quanto essa sia incompatibile con la scrittura bisottiana. Perché Bisotti lascia scorrere le parole come vengono, e nel momento in cui vengono. In questo esatto momento è colla, ma un istante fa era culo e fra un istante sarebbe stato callo. La differenza è data dal momento, non dall’appropriatezza semantica o dal corretto combinarsi dei concetti cui le parole danno costrutto. Sicché fare un’analisi razionale dei testi bisottiani significa avventurarsi in una Critica della Ragion Purga. E vi diffido immediatamente dall’interpretare la cosa in modo volgare, perché l’accezione che io do all’atto di purgare è fedele all’etimologia. Quest’ultima dice che purgare viene dalla fusione del termine latino purus, cioè “puro”, e della desinenza –igare, che indica frequenza di atti. Questo fa Bisotti: riempie il mondo di purezze, con lodevole assiduità. E rispetto a ciò cosa volete che siano mai l’appropriatezza delle parole usate e la coerenza dei periodi costruiti? Dettagli per fissati, roba da cinici controcuore che non pensano d’aver bisogno d’una sana purga. Purtroppo io rispondo a quest’ultimo profilo, né mi rassegno alla purificazione. Forse per questo sto andando in evanescenza, ma finché manterrò un barlume di presenza intellettuale non smetterò di portare avanti questa Critica della Ragion Purga. Passando allo scanner periodi come quello che si trova a pagina 13 di La luna blu:

 

Tuttavia, sapeva della passione quasi viscerale di Meli per la fotografia, tanto da darle i nervi a volte.

 

Ora, a parte che non si capisce chi fra Meli o “colei che sa della passione” diventi nervosa davanti a questo dettaglio, resta l’improprio modo di riportare il modo di dire. Si dà “sui nervi”, o “ai nervi”. Non so se invece “dare i nervi” sia una cosa simile a donare il sangue o il midollo osseo. O più probabilmente è una di quelle situazioni da banco del trippaio. “Signora, oggi ho un’insalata di nervetti che modestamente la concorrenza mi fa una trippa. Gradisce?”. “No Tanino, lo sai che per il mio lignaggio m’impone di mangiare soltanto stigghiòla, o al massimo pani c’a meusa con ricotta e tumàzzu grattàtu”.

 

Un piatto di stigghiòla

Un piatto di stigghiòla

 

Pani c'a meusa con "tumazzo grattato"

Pani c’a meusa con “tumazzo grattato”

 

Sono pedante? Probabile. È che non mi adeguo, come fanno le schiere di bisottine che sono tutte quante di bocca buona.

Massimo Bisotti con una delle sue fan più affascinanti

Massimo Bisotti con una delle sue fan più affascinanti

 

Sono un po’ più esigente, pretendo ancora di fare la Critica della Ragion Purga. Perciò noto le illogicità del testo. E l’uso a dog’s cock di parole del cui significato evidentemente l’autore non si cura. A pagina 72 Demian, il personaggio di uno scrittore che ha la peculiarità di scrivere peggio del suo inventore, parla del modo in cui cerca di neutralizzare “i suoi dolori”. Che messi al plurale anziché al singolare sembrano i reumatismi, ma vabbe’:

 

Chiudevo scatole bucate sotto, loro come un druido diabolico, una specie di fumo ipnotizzante, uscivano e indisturbati nuotavano nell’aria.

 

Ma Bisotti ha idea di cosa sia un druido? Lo scambia mica per il Genio della Lampada? O forse, vista l’assonanza, voleva scrivere fluido? In quest’ultimo caso, e tenendo conto della giusta estemporaneità delle parole, anche lurido avrebbe avuto un suo senso.

 

Ma il problema non è soltanto di appropriatezza delle parole. C’è anche quello dei frammenti che, messi uno dopo l’altro, si contraddicono. Per esempio, quelli che si trovano a pagina 8:

 

Noi cambiamo e tutto resta uguale, persino il tempo, mentre scorre senza farci scorrere davvero.

Resta uguale perché noi siamo uguali, negli stessi meccanismi che usiamo per difenderci dall’esperienza.

 

Magari le bisottine non lo notano, perché loro andrebbero in sollucchero anche sentendosi rivolgere formule sconosciute tipo Ifix Chen-Chen.

Quando non esistevano le bisottine ma i fotoromanzi sì...

Quando non esistevano le bisottine ma i fotoromanzi sì…

Gabriel Pontello e la sua formula magica

Gabriel Pontello e la sua formula magica

 

 

Mai controcuore

Mai controcuore

Io invece riscontro come nel primo capoverso si sostenga che “noi cambiamo mentre tutto resta uguale”, mentre nel secondo si dice che “tutto resta uguale perché noi siamo uguali”. Ma sarà mica bipolare, questo qui? E badate bene che questo non è l’unico esempio. I manufatti cartacei bisottiani sono pieni di periodi che si contraddicono. Per esempio, eccone un altro a pagina 10:

 

Viviamo nell’inferno degli imprevisti. Tentare di dare a tutti i costi un significato a quel che accade può farci sprofondare  all’inferno, ai confini della follia.

 

Dunque, si parte dall’assunto che “viviamo all’inferno”. Ma poi si dice che a secondo di quello che facciamo c’è il rischio di sprofondare all’inferno. Tutto quadra, no?

Il vero problema è intestardirsi, provare a capire. Io lo faccio, e perciò continuo a non fare tesoro della lezione tramandata dalla banda di Amici Miei: che il mondo è dei candidi.

https://it-it.facebook.com/pages/Beato-te-che-un-tu-capisci-una-sega/107251842630405

 

Ma cosa ci posso fare se davanti a certi frammenti bisottiani m’inceppo? Prendete questo a pagina 20:

 

Priva di complementi e oggetti ma con dentro il tuo corpo, il cielo e un giardino di fiori le mie carezze e petali di labbra le mie parole a fermare il tempo, tanto che se il mondo finisse in quell’istante non ce ne accorgeremmo e ogni nuovo istante sarebbe il prolungarsi naturale dei sensi, dalle montagne all’increspatura delle ciglia del vento dischiuse all’infinito.

 

Sì, lo ammetto: ‘un c’ho capito ‘na sega. Ma al contrario delle Desperate Webwives non mi sento beato. Perciò m’interrogo sull’ardita costruzione del periodo, che sembra fatta con scarti di Lego e pezzi di Cera Pongo tenuti insieme con una Big Babol. E allo stesso modo mi chiedo che minchia significhi “il prolungarsi naturale dei sensi dalle montagne all’increspatura delle ciglia del vento dischiuse all’infinito”. Qualcuno ha una spiegazione?

Il fatto è che leggendo i manufatti cartacei di Bisotti si aprono sconosciute frontiere all’analisi del periodo. Che tutti quanti ricordiamo con terrore dai tempi del liceo, ma almeno ci è servita a distinguere in uno scritto le preposizioni principali da quelle subordinate e incidentali. Invece leggendo il Pink Bloc scopriamo che le possibilità si moltiplicano in modo caleidoscopico. Ci sono certamente delle preposizioni principali, ma sono soltanto pre-testi. Perché da lì in poi c’è lo scatenamento totale. E potrete trovare le preposizioni preterintenzionali. Le preposizioni abusive. Le preposizioni a origami. Le preposizioni “passavo di qui per caso e mi sono infilata”. E infine, quelle di maggior pregio, le preposizioni che il compianto professor Franco Scoglio avrebbe definito ad minchiam.

 

Ecco un esempio di quest’ultima categoria fra le pagine 8 (cioè la stessa in cui c’erano i passaggi in cui non ci si decideva se si stesse cambiando o se si fosse sempre uguali) e 9:

 

E comunque voglio un angelo che abbia posato per sempre le sue ali per fare finalmente una colazione normale, spalmandosi la bocca di sostanze naturali. Che sia bianco sporco come il pavimento su cui cadono granelli di presenza, disseminando molecole di energie interne. Un angelo a cui arrossiscano i globuli bianchi davanti a un piccolo cuore imperfetto. Perché stupirsi o farne a meno non è una scelta, è disintossicarsi dalle scorie di paura che involontariamente aggiungiamo alla vita, mandando all’aria i nostri piani di solitudine e le nostre cascate di malinconie.

 

Ora, a parte che l’immagine dell’angelo che fa colazione è una maldestra e non dichiarata citazione dal film Michael interpretato da John Travolta.

 

E a parte la supercazzola sui granelli di presenza che cadono e sulla disseminazione delle molecole di energie interne (!!!). A parte tutto ciò, resta il mistero dell’ultima parte del frammento, quello che parte oltre il punto dopo il “cuore imperfetto”. Si dice che “stupirsi o farne a meno non è una scelta”. Ma “stupirsi o farne a meno” di cosa? Quale sarebbe l’oggetto dello “stupirsi o farne a meno”? Non c’è alcun nesso, alcun riferimento, nelle parti precedenti. Soltanto parole che si arrotolano. Appartengo alla vecchia scuola secondo cui un testo deve essere una costruzione coerente in ogni sua parte, e che ogni parte del testo deve essere coerente col tutto. E ciò passa per l’indispensabile coerenza interna delle singole frasi. Per esempio, se inizio una frase dicendo “C’è un piatto di pasta sul tavolo”, devo continuarla e chiuderla con una formula coerente come “dunque è ora di pranzo”; o anche, dopo una virgola, “evidentemente chi si trovava in casa è scappato di fretta”; o ancora, dopo un punto e virgola, “per fortuna qualcuno si prende cura di me”. Ma non esiste che io scriva un periodo come il seguente: “C’è un piatto di pasta sul tavolo, ma se il calzino è spaiato sarà mica martedì?”. Perché potrebbe anche esserci una logica dietro questa frase, ma tale logica va sviluppata attraverso il testo e costruita utilizzando un congruo numero di periodi. E invece Bisotti compie i suoi atti di purificazione così, all’impronta, come urgenza comanda. E pazienza se le forme non vengono rispettate, e perciò vengono fuori un po’ scquacquere. Quando l’ispirazione scappa, scappa. Sicché non resta che mettersi le mani nei capelli davanti a frammenti come quello di pagina 9:

 

C’è una scala che separa due vite, le posizioni si alternano, non sono mai le stesse. C’è chi sta su e chi sta giù, quel che conta è che sono innumerevoli scalini a unire quei piedi in corsa per arrivare a casa. Oppure c’è la direzione opposta. Non c’è bisogno di aprire la porta per sapere che l’altro sia dentro quando scegli di ritornare a casa davvero.

 

Dopo aver letto una roba del genere, i casi sono due: o insistere con la Critica della Ragion Purga bisottiana; o purgarsi a propria volta reagendo nella modalità indicata qui sotto.

 

 

 

(3. continua)