Una settimana da Mendes

Jorge Mendes

Jorge Mendes

Questa è la descrizione della settimana trascorsa da Jorge Mendes, l’uomo più potente del calcio globale, tra mercoledì 19 agosto e giovedì 27 agosto. Facciamo settimana lunga, sì. Tutti i fatti riportati sono rigorosamente veri, o comunque citazioni da fonti non smentite di stampa portoghese e internazionale. La cronaca fa emergere una figura simile a quella di Bruce Almighty, il personaggio interpretato da Jim Carrey nel film circolato in Italia col titolo Una settimana da Dio. Così è stata l’ultima settimana di Jorge Mendes. Che rispetto a Bruce Almighty mostra una grande differenza: allo scadere di questa settimana non perde i superpoteri.

BruceAlmighty_poster

locandina

MERCOLEDI’ 19 AGOSTO

 

Giorno di gloria e di rabbia al tempo stesso. Al Mestalla di Valencia si gioca il playoff di Champions League fra la squadra locale e il Monaco. Cioè due club pienamente sotto la sfera d’influenza di Jorge Mendes. Il Valencia è proprietà di Peter Lim, socio d’affari di Mendes nonché compare d’anello dell’agente in occasione delle recenti nozze religiose con la signora Sandra Barbosa. Il Monaco è proprietà dell’oligarca russo Dmitri Rybolovlev, che ha fatto di Mendes il proprio consulente di mercato a partire dall’estate 2013.

Peter Lim

Peter Lim

Dmitry Rybolovlev

Dmitry Rybolovlev

Il giorno della partita il quotidiano sportivo francese L’Equipe pubblica uno schema in cui si mostra come le due squadre mettano assieme 19 tesserati (fra calciatori, allenatori e dirigenti) riconducibili a Jorge Mendes. Non viene menzionato l’allenatore del Monaco, Leonardo Jardim, che in passato era stato dato in orbita Mendes ma adesso è assistito da un altro agente portoghese, Nelson Almeida. Al Mestalla scendono in campo 9 calciatori targati Jorge Mendes. La gara finisce 3-1 per gli spagnoli, ma i giornali parlando più del match Mendes vs Mendes che di Valencia-Monaco. Ci sarebbero tutte le condizioni per fare di quella gara un trionfo personale di Jorge Almighty Mendes. E invece per lui quel Valencia-Monaco è una disdetta: perché, in attesa della gara di ritorno, la sola cosa certa è che uno dei suoi due club non parteciperà alla fase a gironi della Champions League.

GIOVEDI’ 20 AGOSTO

Appena il tempo di mettere in archivio l’andata del play off contro il Monaco, e il Valencia realizza una cessione clamorosa. Il difensore centrale argentino Nicolas Otamendi viene ceduto al Manchester City per una cifra che all’unanimità viene definita lunare: 45 milioni. Chi ha negoziato l’affare? Ovviamente Jorge Mendes. E che il ruolo del superagente portoghese nel trasferimento del calciatore dovesse essere decisivo si sapeva già da giugno. A rivelarlo era stato l’agente di Otamendi, Eugenio López. Che in quei giorni diceva di dover negoziare il trasferimento del suo assistito non con Peter Lim, ma con Jorge Mendes . In Spagna, per sostituire Otamendi, dovrebbe giungere dal Manchester City il difensore franco-congolese Eliaquim Mangala. Per il quale l’anno prima il Manchester City aveva compiuto un’altra spesa folle: 40 milioni.

Nicolas Otamendi

Nicolas Otamendi

Eliaquim Mangala

Eliaquim Mangala

Indovinate un po’ chi è l’agente di Mangala? Ovviamente Jorge Mendes. Però Mangala rifiuta di lasciare Manchester, dunque c’è una casella da coprire. Si provvederà. Intanto però Jorge Mendes continua a mettere le mani sulla cantera del Benfica. Nei mesi scorsi la cosa era già stata segnalata (si veda qui e qui). Ma adesso il quotidiano O Jogo avverte che l’incetta dei migliori giovani talenti benfiquisti prosegue. Tutti i più promettenti dell’accademia di Seixal sono ormai sotto il controllo del superagente. Che sta anche aiutando il Benfica a piazzare in Inghilterra l’argentino Nico Gaitan, nonostante l’agente del calciatore sia José Iribarrén. Gli encarnados si sono momentaneamente liberati anche di un calciatore uruguayano arrivato a gennaio e rivelatosi superfluo: Jonathan Rodriguez. A prenderselo in carico è il Deportivo La Coruña, altro club mendesizzato il cui presidente è l’amico Augusto Lendoiro.

Jonathan Rodriguez

Jonathan Rodriguez

Augusto Cesar Lendoiro

Augusto Cesar Lendoiro

VENERDI’ 21 AGOSTO

Si diffonde la notizia che il Benfica ha acquistato l’argentino Bruno Zuculini. Calciatore di proprietà del Manchester City e dal curriculum imbarazzante. Da quando è approdato in Europa nel 2014 ha giocato zero partite in campionato coi Citiizen, una col Valencia di Nuno Espirito Santo (allenatore della scuderia di Jorge Mendes), e poi otto col derelitto Cordoba nella scorsa stagione di Liga spagnola.

Bruno Zuculini

Bruno Zuculini

Nuno Espirito Santo

Nuno Espirito Santo

Anche al Cordoba la colonia mendesiana è nutrita. Vi trova spazio pure Bebé, uno dei più grandi bluff che il calcio annoveri, giudicato all’unanimità il peggior acquisto di sempre nella storia del Manchester United.

Bebé

Bebé

Bebé non è soltanto un assistito di Mendes. Secondo quanto rivelato dalla rivista popolare Flash! è anche il fidanzato di Marisa Mendes, figlia di primo letto di Jorge (potete sfogliare e scaricare qui l’intero fascicolo della rivista).

La copertina del numero di Flash. In basso a sinistra, il richiamo alla notizia

La copertina del numero di Flash!. In basso a sinistra, il richiamo alla notizia

Marisa Mendes

Marisa Mendes

Bebé adesso è di nuovo in Spagna, prestato al Rayo Vallecano. Chi è proprietario del suo cartellino? Il Benfica. Ma venerdì 21 agosto è anche il giorno di un altro derby mendesiano: quello fra il Rio Ave, definito da Eurosport il Mendes FC  e lo Sporting Braga che non è certo da meno. Vince il Rio Ave per 1-0, e il gol è firmato dall’egiziano Ahmed Hassan, attaccante che ha vissuto un’estate particolare. Era stato portato al Benfica assieme a altri due giocatori del Rio Ave: Ederson e Diego Lopes. Tutti marcati Jorge Mendes. Purtroppo dalle visite mediche risulta che Hassan abbia un problema cardiaco, e dunque il giocatore viene rimandato indietro. Ottiene di nuovo l’abilità e torna in campo. Il gol contro il Braga suggella il suo recupero.

Ahmed Hassan comunica col suo agente

Ahmed Hassan comunica col suo agente

SABATO 22 AGOSTO

All’improvviso il trasferimento di Zuculini al Benfica salta. Pare che i dirigenti encarnados abbiano chiesto in giro e non siano rimasti per niente convinti delle referenze. C’è pure che il club decide di puntare su uno dei giovani di Seixal: Renato Sanches, che ha appena firmato un contratto valido fino al 2021 con clausola rescissoria da 45 milioni. Superfluo dire che l’agente di Renato Sanches è Jorge Mendes.

Renato Sanches

Renato Sanches

DOMENICA 23 AGOSTO

Jorge Mendes riposò

LUNEDI’ 24 AGOSTO

Sono i giorni di Renato Sanches, 18 anni da appena sei giorni e già pronto al grande salto. Viene promosso titolare nel Benfica B e si allena con la squadra maggiore. Si parla già del ruolo che potrebbe ricoprire nella formazione encarnada: quello attualmente ricoperto da Pizzi. Che è un altro cliente di Jorge Mendes, ormai capace di garantire all’interno di una squadra il ricambio in un singolo ruolo.

Anche Pizzi comunica col suo aagente

Anche Pizzi comunica col suo agente

A dire il vero, in questa fase di onnipotenza il senhor Jorge Mendes è costretto pure a incassare qualche smacco. Il no di Mangala al trasferimento a Valencia è un brutto colpo, ma è soprattutto dal settore portieri che arrivano i segnali meno incoraggianti. Rui Patricio, portiere dello Sporting Clube de Portugal e della nazionale, prende finalmente la decisione che era nell’aria da mesi: molla Jorge Almighty Mendes per affidarsi alla Proeleven di Carlos Gonçalves, definito “agente emergente” in Portogallo e caratterizzato per uno stile pubblico schivo che è l’opposto dell’Almighty.

Rui Patricio

Rui Patricio

Carlos Gonçalves

Carlos Gonçalves

Ma il vero flop rischia di arrivare con David De Gea, portiere del Manchester United e della nazionale spagnola. Il ragazzo ha un contratto in scadenza nel 2016 e una ferma volontà di andare al Real Madrid. Secondo una fonte solitamente ben informata come la testata spagnola El Confidencial, è stato proprio per raggiungere questo obiettivo che De Gea è diventato tempo fa un cliente di Mendes dal 2012. E sempre da quella fonte si viene a sapere di un’ipotesi da Teoria del Complotto: sarebbe stato Jorge Almighty a manovrare per il trasferimento di Iker Casillas al Porto, per fare in modo che si liberasse una casella al settore portieri nella rosa del Real Madrid. Qualcuno si stupirebbe di scoprire che sia cosa vera?

David De Gea

David De Gea

Iker Casillas

Iker Casillas

Il problema è che la trattativa non si conclude. Il Real non ha intenzione di spendere cifre impegnative per un portiere che a giugno del 2016 sarà libero a zero euro, e nel frattempo il Manchester United è già andato oltre De Gea affidando il ruolo all’ex doriano Sergio Romero, cliente di Mino Raiola. Il risultato è che De Gea si ritrova nel limbo, e adesso minaccia un gesto clamoroso: licenziare Jorge Almighty Mendes se questi non dovesse portarlo al Real Madrid. Si tratterebbe di un evento clamoroso, uno di quei passaggi che portano a de-classificare un personaggio da onnipotente a semplice potente. Sarà il motivo principale per cui Jorge Almighty Mendes si sta sbattendo per concludere felicemente il Dossier De Gea, ma in questo lunedì egli è ormai proiettato verso il ritorno del suo personale derby europeo: Monaco-Valencia, in calendario peer la sera dell’indomani. Giusto nel pomeriggio di lunedì si diffonde la voce che il Valencia potrebbe acquistare Aymen Abdennour, difensore centrale del Monaco. Potrebbe essere lui il sostituto di Otamendi. E su questa mossa di mercato la si può pensare come si vuole, ma certamente è una cosa inopportuna che se ne parli a poche ore dalla gara di ritorno fra le due squadre con in palio un posto nella fase a gironi della Champions. Da precisare che Abdennour non fa parte della scuderia di Jorge Almighty Mendes. E tuttavia, chi è il soggetto che sta pressando affinché l’affare si concluda? Lascio che sia L’Equipe a svelare il segreto di Pulcinella.

Aymen Abdennour

Aymen Abdennour

MARTEDI’ 25 AGOSTO

I derby di Jorge Mendes non finiscono mai. Quello fissato per la serata di oggi è Monaco-Valencia di Champions League, iniziato mercoledì scorso. Stavolta vince 2-1 il Monaco, ma alla squadra del Principato non basta per accedere alla fase a gironi. C’è pure un altro derby di Jorge Mendes che continua: quello iniziato venerdì scorso fra Rio Ave e Sporting Braga. Forse avevate creduto che si fosse chiuso con la vittoria del Rio Ave per 1-0 siglata dal gol di Hamed Hassan. E invece quel derby prosegue in amicizia e affari, perché il Rio Ave si appresta a cedere un calciatore allo Sporting Braga. Chi è costui? Hamed Hassan, che va a vestire la maglia della squadra di  cui aveva decretato la sconfitta solo quattro giorni prima. Tranquilli signori, è tutto regolare. Come sempre.

MERCOLEDI’ 26 AGOSTO

Monaco eliminato, Monaco rimaneggiato. Il club di Rybolovlev decide di cedere all’offerta del Paris Saint Germain per Layvin Kurzawa, ma prima ancora che l’affare si concluda ha già in casa il sostituto: Fabio Coentrao, in scadenza di contratto nel 2019 col Real Madrid e piazzato in retrovia fra le preferenze di Rafa Benitez.

Laywin Kurzawa

Laywin Kurzawa

Fabio

Fabio “Hair” Coentrao

Coentrao arriva in prestito fino alla fine della stagione. Credo d’insultare la vostra intelligenza se specifico che l’agente del cotonatissimo terzino portoghese è Jorge Mendes.

GIOVEDI’ 27 AGOSTO

Hamed Hassan è ufficialmente un calciatore dello Sporting Braga. Contratto da 5 anni per il giocatore, e 700 mila euro per lo Sporting Braga che acquista il 50% dei diritti. Il restante 50% è diviso fra il Rio Ave e… indovinate un po’? La cifra di 700 mila euro per metà Hassan è impegnativa per lo Sporting Braga. Che però si rifà immediatamente vendendo il difensore centrale Aderlan Santos per una cifra parecchio generosa: 9,5 milioni.

Aderlan Santos

Aderlan Santos

La società acquirente? Il Valencia, giusto per fare un nome fin qui mai incontrato. C’era da coprire il vuoto lasciato da Otamendi, e comunque la pista che porta a Abdennour del Monaco non è ancora abbandonata mentre concludo la stesura di questo post. Anzi, le ultime notizie dicono che pure questa trattativa starebbe per andare a conclusione. Restano invece poco chiari i contorni dell’affare relativo a Aderlan Santos. Il quotidiano O Jogo riferisce che anche in questo caso il Braga è in possesso del 50%, ma non è nemmeno chiaro quanto il club arsenalista incasserà. Il restante 50% è nelle mani di non meglio specificati “investitori”. L’articolo riferisce pure che la trattativa “si è avvalsa della partecipazione di Jorge Mendes”. La vera notizia sarebbe stata se Jorge Mendes non fosse stato coinvolto. Da titolo di prima pagina sul New York Times.

Quella che vi ho descritto è una Settimana da Jorge Mendes. E non si tratta di una settimana d’eccezione, ma piuttosto è una regola. Specie durante le sessioni di calciomercato. Jorge Almighty Mendes può tutto, e dove non riesce s’inventa qualcosa. Alla fine vince sempre lui. Quanto al calcio, quello è morto già da un pezzo.

Post Scriptum delle ore 23.29: avevo pubblicato questo post da meno di due ore, quando è giunta la notizia ufficiale dell’ingaggio di Abdennour da parte del Valencia. La settimana lunga di Jorge Mendes non finisce mai.

Annunci

In Spagna provano a salvare fondi e TPO

calcio-opzioni-binarie

Per la seconda volta in poco più di un mese la Comisión Nacional de los Mercados y Competencia (CNMC), l’authority che in Spagna sovrintende all’equilibrio del mercato e della concorrenza sul piano nazionale, interviene sul ruolo dei fondi d’investimento e sulle formule di TPO/TPI nel calcio. Lo fa schierandosi contro le conseguenze della circolare Fifa numero 1464 del 22 dicembre 2014, che dal primo maggio ha messo al bando fondi d’investimento e formule di TPO/TPI riguardo al controllo di diritti economici dei calciatori. Ma soprattutto manda un nuovo messaggio alla federazione spagnola (RFEF), che lo scorso gennaio è stata fra le prime a recepire le indicazioni della circolare Fifa riformulando i regolamenti.

CNMC-1

Il primo intervento della CNMC era stato effettuato il 20 luglio scorso. In quell’occasione si trattò di un lungo e argomentato parere, che prendeva posizione contro il divieto Fifa, ma lo faceva a partire da un approccio più contestuale che generale. Vi si diceva infatti che la proibizione posta dalla 1464 ha un impatto negativo sul modello di regolazione economica e concorrenza raggiunto in Spagna dal mercato dei trasferimenti di calciatori. Un equilibrio nel quale si sono ritagliati un ruolo determinante gli attori finanziari che investono in diritti economici dei calciatori. Dunque, in termini pratici il messaggio era il seguente: poiché il mercato spagnolo dei trasferimenti di calciatori è riuscito a darsi un equilibrio che prevede la presenza di fondi d’investimento e TPO/TPI, eliminare questi soggetti significa scardinare l’equilibrio raggiunto. Un giudizio improntato più al realismo economico che alla strutturazione di un modello di mercato sano e compatibile. E il concetto è stato ribadito con un secondo parere, stavolta più sintetico, emesso il 7 agosto (potete consultare e scaricare il pdf qui). Ancora una volta la presa di posizione da parte dell’authority ha un profilo più politico che giuridico. Il parere emesso dalla CNMC asseconda infatti le ragioni della Liga e del Consejo Superior de Deportes (CSD), due soggetti che si oppongono alla messa al bando di fondi e TPO/TPI, e va contro federazione (RFEF). E per motivare questa contrapposizione alla Fifa utilizza quattro argomenti di varia debolezza, che una volta di più fanno  trasparire una posizione politica più che tecnica.

I quattro argomenti sono i seguenti:

  1. La proibizione lede principi costituzionalmente garantiti come la libertà d’impresa, e principi comunitari come la libera circolazione delle persone e dei capitali. Inoltre, esiste della giurisprudenza che giudica legale il ruolo delle TPO/TPI nel calcio.
  2. Quanto ai rischi, paventati dalla FIFA, che le formule di TPO/TPI minaccino l’integrità del gioco in conseguenza del fatto che possano controllare schiere di calciatori e allenatori, la loro proibizione non estingue il rischio che delle manipolazioni vi siano.
  3. La proibizione sarebbe un danno per tutti quei club che fin qui hanno utilizzato la formula delle TPO/TPI. Lo sarebbe dannosa soprattutto per i club medio-piccoli, che si troverebbero impossibilitati a assicurarsi giocatori di buon livello senza l’ausilio di finanziatori esterni.
  4. La proibizione danneggerebbe anche i calciatori, che fin qui hanno beneficiato delle formule di TPO/TPI per sfruttare delle opportunità di carriera e di maturazione personale.

Dato conto sommariamente dei motivi per i quali la CNMC è contraria alla 1464, si può passare alla contro-argomentazione. Che serve a dimostrare non tanto le buone ragioni della circolare 1464, quanto l’imbarazzante debolezza degli stessi argomenti usati dalla CNMC.

  1. Quelli della libertà d’impresa e della libertà di circolazione sono argomenti abusati, al punto da diventare quasi una cantilena. Sono stati il nucleo di un’intera stagione di sviluppo del diritto comunitario a partire dal Trattato di Maastricht. E in questo nucleo risiedono la forza e il limite dell’architettura comunitaria fin qui disegnata: caratterizzata da una maniacale attenzione alle strutture e alle libertà di mercato, ma assolutamente carente sul piano dei profili di cittadinanza. Nello specifico, appellarsi alle libertà d’impresa e di circolazione dei lavoratori parlando di TPO/TPI significa sottovalutare colpevolmente lo specifico di questo tipo di economia. Che si basa sulla cartolarizzazione di esseri umani. E allora forse bisognerebbe cogliere l’occasione di un argomento così mal posto per girarlo al legislatore comunitario e sfidarlo su un terreno di tipo nuovo chiedendogli: fino a dove è possibile estendere il concetto di libertà del mercato? E fin dove possiamo estendere la commodification, cioè la riduzione di qualunque cosa a bene commerciabile sul mercato? Anche gli essere umani possono esserlo, attraverso meccanismi di cartolarizzazione? Perché è di questo che stiamo parlando. Inoltre si dice che c’è una giurisprudenza favorevole alle TPO/TPI nel calcio. Che a occhio e croce è tutta giurisprudenza del TAS di Losanna, cioè di un foro sportivo. Che in alcuni casi ha deciso in favore delle TPO/TPI e altre volte in senso contrario. Sui giudizi favorevoli del TAS verso le TPO/TPI mantengo le mie perplessità, che riguardano non tanto il merito quanto i principi generali: come può un foro sportivo accettare la costituzione in giudizio di un soggetto che secondo il regolamento di una federazione sportiva internazionale è fuori dalle regole? Un amico giurista mi ha spiegato che quando le parti accettano un arbitrato, ciò vale già come riconoscimento di legittimità per ciascuna parte e per le sue istanze. Non mi resta che recuperare il classico: non capisco ma mi adeguo. A ogni modo, il TAS si è pronunciato anche in senso contrario alle TPO/TPI. Ne parlerò al punto 4.
  2. È il più imbarazzante, e nel rispondere provo persino un senso d’indulgenza nel dover controbattere a un argomento così maldestro. In sostanza, si dice che poiché eliminare le TPO/TPI non azzera il rischio d’inquinamento delle competizioni, allora tanto vale mantenerle. Sarebbe come dire che poiché i severi limiti di velocità non azzerano la mortalità sulle strade, allora è meglio eliminarli. Abbiate pietà di chi ha scritto una cosa del genere.
  3. Riguardo al pregiudizio per i club, che si vedrebbero mancare “una fonte alternativa di finanziamento”, è l’argomento utilizzato dai fondi e dalle TPO/TPI per legittimare il loro ruolo nel calcio. Altrettanto insistito è il riferimento al fatto che il finanziamenti di questi attori esterni al calcio sarebbe uno strumento messo a disposizione delle piccole per ridurre il gap dalle grandi Argomenti triti e confutabili. Vengono citati come esempi l’Atletico Madrid, il Porto e il Siviglia, come se si trattasse di club che prima dello sbarco di fondi e TPO/TPI non avessero mai vinto nulla in patria e all’estero. E non vengono citati i casi di club schiacciati dai debiti contratti coi fondi d’investimento, come l’Elche, lo Sporting Gijon e il Santos. Ma soprattutto si continua a alimentare un equivoco. Si dice che questi denari siano indispensabili ai club per consentire loro di agire sul mercato dei trasferimenti di calciatori, poiché il tradizionale circuito del credito (cioè le banche) non mette più loro a disposizione. E a questo punto bisogna porre l’interrogativo brutale: ma da che parte sta scritto che un club debba fare PER FORZA il calciomercato? Se non ha i mezzi per farlo, semplicemente, non lo farà. Aggiusterà i conti prima di spendere anche un solo euro, e se ciò significherà perdere competitività sul campo, pazienza: sarà sempre meglio che cacciarsi dentro la spirale di una nuova dipendenza finanziaria, persino più pericolosa che quella maturata col sistema tradizionale del credito.
  4. E infine, quanto alla presunta perdita di opportunità dei calciatori, bisogna dire un paio di cose chiare. Innanzitutto c’è il fatto che i calciatori posti sotto il controllo di un fondo o di una TPO/TPI si vedono offrire opportunità e tutele che i colleghi non hanno. È dunque vero che c’è il rischio di effetti distorsivi per il calciatore in quanto lavoratore: ma questi effetti sono dati DALLA PRESENZA di fondi e TPO/TPI, non dalla loro proibizione. Inoltre, quanto alla libertà dei calciatori grazie ai fondi e alle TPO/TPI, è possibile citare casi che parlano dell’esatto contrario. Cioè di atleti che sono stati privati di ogni libertà professionale perché finiti sotto il controllo di un fondo d’investimento. Di uno di questi casi si è occupato il citato TAS: riguarda il colombiano Brayan Angulo, che dalla sentenza del foro di Losanna è stato liberato dal vincolo con un fondo d’investimento svizzero ma di proprietà di un impresario maiorchino. E in una situazione analoga si trova Marcelo Estigarribia, come egli stesso ha dichiarato quasi un anno fa nel corso di un’intervista rilasciata a Sportweek. Bisognerebbe fare presenti questi esempi ai signori della CNMC per sapere cosa ne pensino e se resti ancora loro da dire qualcosa a proposito di libertà dei calciatori.
Brayan Angulo

Brayan Angulo

Una formazione dell'Elche

Una formazione dell’Elche

Dunque, quello della CNMC si è rivelato un intervento tanto zelante quanto debole. Ma cionondimeno esso segnala un dato politico: pezzi importanti dell’establishment politico-sportivo spagnolo sono in piena mobilitazione nella difesa di fondi e TPO/TPI, a costo di schierarsi contro la federcalcio nazionale. Il lavoro di lobby sarà senza esclusione di colpi, e nonostante il recente smacco subito da Doyen presso il Tribunale di Prima Istanza di Bruxelles la partita è tutt’altro che chiusa.

Campaňa, lo showman Ferrero e i misteri del calciomercato doriano

José Campaña

José Campaña

Massimo Ferrero

Massimo Ferrero

Per i tifosi del Porto è stata un’apparizione. Venerdì 19 dicembre, in occasione dell’ultima gara di campionato prima della sosta di fine anno, sono finalmente riusciti a vedere in campo José Campaňa, centrocampista spagnolo classe 1993 giunto al club dei Dragoes all’ultimo giorno della scorsa sessione estiva di calciomercato. Arrivato in Portogallo con l’etichetta di pupillo del basco Julen Lopetegui, l’allenatore portista che da CT dell’Under 21 spagnola lo ha avuto alle proprie dipendenze, Campaňa fino a quel momento non aveva mai messo piede in campo.

Julen Lopetegui

Julen Lopetegui

Di più: in tre mesi e mezzo di permanenza al Porto gli era stata riservata soltanto una convocazione. Era accaduto il 5 dicembre in occasione della trasferta a Coimbra contro l’Academica, quando il centrocampista sivigliano aveva assistito alla vittoria 3-0 dei suoi compagni. Per riuscire a vederlo in campo è stato necessario che fossero indisponibili i due giocatori scelti a inizio stagione da Lopetegui per il ruolo di trinco, che nello slang calcistico portoghese indica il mediano di regia che si piazza davanti alla difesa a distribuire il gioco: il brasiliano Casemiro, in prestito dal Real Madrid nonché controllato da Doyen Sport Investments, assente per squalifica; e il giovanissimo Ruben Neves (classe 1997), messo fuori causa fino al termine di gennaio da una distorsione al ginocchio destro rimediata il 10 dicembre durante la gara di Champions sul campo dello Shakhtar Donetsk.

Casemiro

Casemiro

Ruben Neves

Ruben Neves

Ma nemmeno le assenze del titolare e della riserva nel ruolo di trinco sarebbero sufficienti per garantire il posto in campo a Campaňa, come dimostrano alcune scelte fatte nel corso di questo primo scorcio di stagione da Lopetegui. Che in altre occasioni aveva preferito adattare al ruolo i difensori centrali (a turno: lo spagnolo Ivan Marcano, l’olandese Bruno Martins Indi, e il quasi desaparecido messicano Diego Antonio Reyes) piuttosto che ricorrere al giovane sivigliano. Dunque, per riuscire a vedere in campo l’ex Under 21 è stato necessario che l’avversario del Porto fosse una squadra in caduta libera nel campionato portoghese: il Vitoria Setubal, reduce da cinque sconfitte nelle ultime sei gare. Sulla panchina dei sadinos siede Domingos Paciencia, che con l’allenatore portista Julen Lopetegui condivide una caratteristica: entrambi sono molto amici di Jorge Mendes, il più potente broker del calcio globale. Ma questo è soltanto un dettaglio.

Domingos Paciencia

Domingos Paciencia

Jorge Mendes

Jorge Mendes

Come era prevedibile, il Porto stravince (4-0) senza nemmeno forzare. Campaňa gioca discretamente 74 minuti di una partita dai ritmi blandi, poi a causa di un affaticamento muscolare lascia il posto all’ex pescarese Juan Fernando Quintero, la cui metà è stata riscattata dal Porto giusto il giorno prima per 4,5 milioni.

Juan Fernando Quintero

Juan Fernando Quintero

Dunque, finalmente il centrocampista spagnolo mette nel curriculum la prima presenza in campo nel corso di questa stagione 2014-15. E registrato il dato è lecito porsi alcune domande. La più banale riguarda il se e il quando sarà possibile rivederlo in campo. Ma soprattutto c’è da chiedersi perché mai la Sampdoria abbia investito soldi in questo giocatore di dubbio valore, che viene sballottato da un club all’altro senza lasciare traccia. Perché in ciò consiste il dettaglio di maggior interesse: questo fantasma dei campi e dei campionati europei è dallo scorso luglio un calciatore di proprietà del club presieduto da Massimo Ferrero, e si trova al Porto in prestito. Ma a questo punto è necessario tornare indietro e mettere in fila un po’ di dettagli.

Massimo Ferrero

Massimo Ferrero

José Ángel Gómez Campaňa cresce nel Siviglia, facendo la trafila tra la squadra B e quella principale. Con quest’ultima mette insieme 20 presenze fra il 2011 e il 2013, giusto il periodo in cui il club andaluso entra nell’orbita di Doyen Sport Investments. L’agenzia che lo rappresenta e ne cura gli interessi è la Promoesport, fondata e presieduta da un ex calciatore: José Rodriguez Baster, meglio noto come Rodri.

José Rodriguez Baster "Rodri"

José Rodriguez Baster “Rodri”

Promoesport è non soltanto una potente agenzia che cura gli interessi di un centinaio di calciatori, fra cui l’ex viola e juventino Felipe Melo attualmente al Galatasaray, quattro calciatori del Siviglia (Denis Suarez, Iago Aspas, Aleix Vidal e José Antonio Reyes), il portiere Diogo Alves del Valencia, e così via fino a arrivare a Antonio Luna Rodriguez meglio noto come Luna, giunto la scorsa estate al Verona dall’Aston Villa e mai sceso in campo (nemmeno in caso di epidemie nello spogliatoio gialloblu) durante le prime sedici giornate di campionato.

Felipe Melo

Felipe Melo

Antonio Luna Rodriguez

Antonio Luna Rodriguez

L’agenzia capitanata da Rodri opera anche da fondo d’investimento, e dal 2013 è entrata nella proprietà di un club calcistico. Come fondo d’investimento ha piazzato un proprio calciatore all’Elche, club della Liga spagnola pesante crisi economica. Il calciatore in questione è l’olandese Garry Mendes Rodrigues, un’ala che nel 2013 ha accettato l’offerta di vestire la maglia della nazionale di Capo Verde. Un carneade che prima di arrivare in Spagna era partito dagli olandesi del Den Haag (dove non ha mai sommato una presenza) per poi passare dal Dordrecht e dal Levski Sofia. L’Elche aveva bisogno di un centravanti, Mendes Rodrigues è un attaccante esterno che porta in dote una buona media gol registrata in Bulgaria: 14 in 36 gare. Ma la Liga è altra cosa, e infatti lì l’olandese-capoverdiano mette a segno un solo gol in 10 partite giocate.

Garry Mendes Rodriguez

Garry Mendes Rodriguez

Quanto al club entrato nell’orbita di Promoesport, si tratta del Gimnastic Tarragona, meglio noto anche come Nastic, di cui l’agenzia ha acquistato il 10% nel 2013. Da notare che proprio dal Nastic passa Garry Mendes Rodriguez prima di andare all’Elche, attraverso un’operazione che a tutti gli effetti è una triangolazione. Il che conferma una volta di più la tesi da me esposta in un post pubblicato a ottobre: la messa al bando delle terze parti voluta dalla Fifa è una farsa, perché gli attori dell’economia calcistica parallela globale si sono già attrezzati comprando club minori da usare come sponde per triangolare calciatori.

Dalle sommarie informazioni che ho riportato su Promoesport emerge un legame privilegiato col Siviglia, club che ha fitti rapporti (sebbene a fasi alterne) anche con Doyen Sport Investments. Ma nel caso dell’agenzia guidata da Rodri siamo oltre l’alleanza d’affari. Sbirciando nel sito di Promoesport si scopre infatti che fra gli agenti figura Adrián Del Nido. Cioè il figlio terzogenito dell’ex presidente del club andaluso, José Maria Del Nido.

José Maria Del Nido

José Maria Del Nido

Adrian Del Nido

Adrian Del Nido

Costui si è dimesso dalla presidenza del Siviglia nel dicembre del 2013. Motivo? Una condanna a 7 anni di carcere, sentenza definitiva emessa dal Tribunal Supremo, giunta al termine del processo sul cosiddetto Caso Minutas. Succedeva che Del Nido senior, da avvocato del comune di Marbella (lo stesso di cui fu sindaco per decenni l’ex presidente dell’Atletico Madrid, Jesus Gil y Gil, altro galantuomo), fatturasse parcelle spropositate. Per un totale di 2,7 milioni di euro, a pagamento di servizi che la corte ha giudicato innecessarios. Dal 7 marzo 2014 Del Nido senior è ospite delle regie galere. Una sua domanda d’indulto è stata rigettata lo scorso novembre. E poiché buon sangue non mente, anche il figliolo Adrián ha avuto qualche noia con la giustizia. A aprile 2010 a Siviglia, la sera del Sabato Santo, un’auto nella quale Del Nido junior viaggiava investì e uccise due donne, Patricia Alfaro e Almudena González, a un semaforo del Paseo de Colon. Il veicolo sfrecciò alla velocità di 128 chilometri orari, e dopo aver centrato le due donne proseguì imperterrito. Si fermò soltanto perché speronato da un taxi. Alla guida si trovava un giovane di nome Fernando Vargas. Che al controllo di polizia risultò in stato d’ebbrezza, nonché sprovvisto di patente.

I vani soccorsi a una vittima dell'incidente del Paseo de Colon a Siviglia

I vani soccorsi a una vittima dell’incidente del Paseo de Colon a Siviglia

Fernando Vargas

Fernando Vargas

Del Nido junior scansò l’accusa di omissione di soccorso, mentre Vargas è stato condannato nel 2011 a sei anni e mezzo di carcere e 4.320 euro di multa. Il mancato pagamento di quest’ultima è costato a Vargas, nel 2013, un ulteriore anno di detenzione.

Ovvio che Del Nido junior, una volta diventato agente di calciatori, prenda immediatamente a realizzare affari col Siviglia di Del Nido senior. In particolare suscita perplessità il caso dell’anglo-kosovaro Alban Banjaku. Che passa dalle giovanili dell’Arsenal e approda a Siviglia grazie all’intermediazione di Del Nido junior. E da lì se ne perde le tracce. Secondo la pagina di Wikipedia, la sua ultima destinazione sconosciuta è lo Slavia Praga. Ciò che invece non risulta dalla pagina di Transfermarkt, secondo cui il calciatore si trova attualmente al Derby County. Di sicuro c’è che nessuno lo ha mai visto scendere in campo nelle file di questi club.

Alban Banjaku con la maglia delle giovanili dell'Arsenal

Alban Banjaku con la maglia delle giovanili dell’Arsenal

Avendo alle spalle l’agenzia di Rodri e Del Nido junior, José Campaňa giunge a luglio 2013 alla Sampdoria. Il suo curriculum è per niente entusiasmante. Due stagioni al Siviglia in cui mette insieme 20 partite, quasi sempre da subentrato. Poi, nel 2013-14, per 2 milioni di euro giunge il passaggio agli inglesi del Crystal Palace, dove il centrocampista gioca 6 delle prime 8 gare di Premier League per poi finire ai margini. A gennaio 2014 viene ceduto in prestito in Bundesliga, per contribuire alla salvezza del Norimberga. Che infatti retrocede. A giugno Campaňa torna al Crystal Palace, e è dal club inglese che la Sampdoria lo preleva a luglio. Si tratta del primo acquisto della gestione di Massimo Ferrero. Un’acquisizione a titolo definitivo per una cifra che in un primo momento viene indicata dal sito della BBC come undisclosed, riservata. In seguito l’ammontare della transazione viene reso noto: 1,8 milioni di euro (confermato da Transfermarkt), e contratto quadriennale con ingaggio da 400 mila euro annui al calciatore. Il Crystal Palace realizza una minusvalenza di 200 mila euro, mentre 60 mila vanno al Siviglia per non meglio specificati diritti. Il centrocampista spagnolo compie tutto il precampionato con la squadra di Sinisa Mihajlovic, e siede in panchina nella prima gara di campionato che i blucerchiati pareggiano 1-1 a Palermo il 31 agosto. Ma poi due giorni dopo, all’improvviso, il centrocampista spagnolo viene ceduto in prestito al Porto.

Si tratta di una mossa di mercato parecchio strana, e per almeno due motivi. In primo luogo, il Porto è un club dell’élite europea, regolare frequentatore della Champions League e parecchio rinforzato durante l’estate (con massiccio uso di calciatori provenienti da fondi d’investimento): cosa se ne fa, un club di questo rango, di un calciatore che non riesce a guadagnarsi il posto da titolare nella Sampdoria? Ma è soprattutto l’altro aspetto a destare perplessità: la Sampdoria a luglio investe su un calciatore 1,8 milioni, assicurandogli un quadriennale da 400 mila euro a stagione (cioè 1 milione e 600 mila), e ai primi di settembre lo dà via in prestito. Come mai? Mistero. Un cronista del Secolo XIX, commentando la transazione, ha l’ardire di sostenere che, comunque vada a finire l’esperienza portoghese di Campaňa, per la Sampdoria sarà comunque un affare. Motivo? Se il Porto deciderà di riscattare il calciatore, la cifra prefissata sarà di 3 milioni con plusvalenza da 1,2 milioni per il club blucerchiato; se invece deciderà di non riscattarlo, il valore di Campaňa sarà comunque accresciuto dalla stagione coi Dragoes. Argomentazione molto debole. Perché il Porto, come lo stesso cronista rimarca, non è obbligato a riscattare il centrocampista spagnolo, e perché un Campaňa così poco utilizzato tornerà a Genova svalutatissimo. E dunque?

Gli interrogativi aumentano leggendo la notizia di calciomercato contenuta nello stesso articolo del Secolo XIX, nel passaggio in cui si dice che il dirigente doriano Riccardo Pecini “ha strappato alla concorrenza di tanti club europei” il ventenne montenegrino Luka Djordjevic.

Luka Djordjevic

Luka Djordjevic

Non so quale concorrenza abbia dovuto battere Pecini per convincere lo Zenit San Pietroburgo a dare il calciatore alla Samp. Di sicuro c’è che Djordjevic in Russia aveva giocato una sola partita, e che da quando si trova alla Samp non è mai stato nemmeno convocato in campionato. Per lui soltanto 24 minuti contro il Brescia in Coppa Italia. Cosa è venuto a fare a Genova?

È un mercato davvero misterioso quello condotto in estate da Massimo Ferrero. Che dal canto suo, come racconta Gianfrancesco Turano dell’Espresso, non ha tirato fuori un centesimo per prendere la Sampdoria. I Garrone gli hanno consegnato una società senza debiti, e un’ossatura di squadra che per sette-otto undicesimi sta tirando la carretta egregiamente in questa stagione assieme a Sinisa Mihajlovic, anch’egli blucerchiato già prima dell’arrivo di Ferrero. Dovevano essere proprio stufi di calcio, i Garrone. Anche se a dire il vero non se n’era avuto sentore, fino al giorno in cui il passaggio di consegne è avvenuto. Chissà se adesso hanno smesso d’interessarsi di calcio, e se si siano improvvisamente appassionati al curling o al lancio del formaggio. Ma quali sono stati gli altri acquisiti estivi di Ferrero? Presto detto. Tre milioni per Gonzalo Bergessio dal Catania, rivelatosi fin qui un bidone. Scambio di comproprietà con la Juventus, con Stefano Beltrame in blucerchiato e Vincenzo Fiorillo in bianconero: 2 milioni ciascuno, per un’operazione di ginnastica contabile che si è risolta nello smistamento di Beltrame al Modena e di Fiorillo al Pescara. C’è poi il ritorno da Verona di Cacciatore. Il prestito dal Palermo di Emiliano Viviano, portiere sopravvalutato che infortunandosi ha restituito il posto da titolare a Sergio Romero, vicecampione del mondo con l’Argentina finito in panchina perché il club doriano non era riuscito a cederlo in estate. E il prestito oneroso di Alessio Romagnoli, giunto dalla Roma per 500 mila euro, con opzione di riscatto fissata a 2 milioni per la Sampdoria e controriscatto a favore dei giallorossi per 750 mila euro. Denaro che gira e rigira.

Alessio Romagnoli

Alessio Romagnoli

Infine, quando si parla dello scambio realizzato col Parma, ecco che salta fuori un nome che per chi ha letto il mio Gol di rapina è una vecchia conoscenza: a Genova arriva Djamel Mesbah, mentre a Parma viene mandato l’argentino Juan Antonio, a sua volta immediatamente smistato al Feralpi Salò. Juan Antonio è uno dei cinque calciatori del River Plate acquistati nel 2006 dalla HAZ di Pini Zahavi tramite il Locarno. Gli altri quattro rispondono ai nomi di Gonzalo Higuain, Fernando Belluschi, Augusto Fernandez, e Mateo Musacchio. Dal Parma arriva anche Marco Marchionni, che alla si sta godendo un sereno pre-pensionamento. Per lui soltanto 77′ minuti in campo contro il Chievo, poi panchina fissa. Non è dato sapere se e quanto sia costato.

Questo il mercato estivo condotto da Ferrero. E adesso che ci si approssima a quello invernale, ecco il botto al di sotto di ogni sospetto. Dall’Estudiantes arriva il promettente ventenne Joaquin Correa.

Joaquin Correa

Joaquin Correa

Sulle sue piste era dalla scorsa estate il Benfica, altro club compromesso con terze parti e fondi d’investimento. Ma poi sbuca la Sampdoria e lo acquista per 10 milioni. Soldi suoi? Si direbbe proprio di no. Non è un mistero che l’acquisto avvenga tramite un fondo d’investimento, dietro il quale si muoverebbe il Manchester City. Si tratterebbe di una pratica vietata, ma la Samp e il suo esuberante presidente si prestano. Correa transiterà da Genova e poi andrà altrove. Più o meno come Campaňa. E intanto Manolo Gabbiadini, che della Samp attuale è un valore sicuro, si appresta a partire. Sarebbe bello sapere quale sia la logica di tutte queste strampalate mosse di mercato. E ancor più bello sarebbe che fosse proprio Ferrero a spiegarle. Magari nel modo che piace a lui: frizzante. Ci racconti pure, presidente. E se vuole lo faccia anche coprendosi il capo usando a mo’ di kefiah col vessillo doriano, o indossando soltanto un perizoma tempestato di strass. Ma lo faccia, dando ancora una volta corso al suo talento da showman. Perché se dovesse tacere giusto stavolta, sarebbe davvero una pessima cosa. Significherebbe che il suo senso dello spettacolo funziona soltanto quando non nuoce a lei. E che la sua Samp è pronta a fare un bel gemellaggio col Football Club Locarno.

Massimo Ferrero

Massimo Ferrero

La finanza creativa del Porto, il Fair Play Finanziario e gli stadi privati: una storia a beneficio dei modernizzatori del noantri

1024px-UEFA_logo.svg

Grande e opportuna invenzione quella del Fair Play Finanziario voluta dall’Uefa. Afferma il principio per cui ogni club deve mantenere una gestione economicamente sostenibile non soltanto perché lo impongono ovvii criteri aziendali, ma soprattutto perché la logica della gestione a debito pone spesso le condizioni della concorrenza sleale: alcuni club si indebitano per mettere in campo squadre più forti, e quelle squadre più forti battono squadre allestite in modo meno competitivo perché i loro club sono stati più attenti alla sana gestione economico-finanziaria. Il che provoca due pessimi effetti: che i risultati del campo finiscono col premiare le squadre viziose a scapito di quelle virtuose, e che attraverso la distribuzione delle risorse generata dai risultati del campo il divario fra squadre viziose e virtuose aumenta a beneficio delle prime, facendo così passare l’idea che nel calcio l’indebitamento è giustificato se porta al successo sportivo. Dunque, l’invenzione di un sistema che rimetta al centro la sostenibilità economico-finanziaria dei club attraverso il rispetto di rigidi parametri è una misura da accogliere positivamente.

Purtroppo quest’invenzione rischia d’essere vanificata. Gli escamotage per aggirarla si moltiplicano, a cominciare da quello delle sponsorizzazioni per cifre esorbitanti, erogate da aziende controllate dalle holding proprietarie del club. Ha provato a battere questa via il Paris Saint Germain, che nel 2013 ha messo a bilancio un contratto quadriennale di sponsorizzazione a cifre lunari; 175 milioni di euro l’anno. Versati dalla Qatar Tourism Authority, cioè un’agenzia dipendente dallo stesso governo che è proprietario del club parigino.

Giocatori del Paris-Saint Germain si allenano sotto lo sguardo dei proprietari

Giocatori del Paris-Saint Germain si allenano sotto lo sguardo dei proprietari

In questo caso il tentativo è andato a vuoto, bocciato lo scorso maggio dal Club Financial Control Body (CFCB) dell’Uefa. Troppo spudorata l’operazione, troppo evidente che quell’imponente iniezione di denaro non fosse il frutto di un’attività di marketing del club, ma piuttosto una partita di giro attivata dalla proprietà. Che in questo caso è uno dei soggetti più ricchi al mondo. L’esatto opposto del fair play, dunque. Finanziario o sportivo che sia. È andata a finire che il PSG, unitamente al Manchester City, si è visto comminare una multa record da 60 milioni di euro per non aver rispettato il parametri del FFP.

E tuttavia, il fatto che un’operazione come quella tentata dal PSG sia stata stoppata dall’organo di controllo dell’Uefa non scongiura l’eventualità di vederne varare altre, non meno spericolate in termini di creatività finanziaria. Fra esse merita certamente menzione quella approvata lo scorso 2 ottobre dall’assemblea dei soci del Porto.

FC Porto

Un club che si trova in situazione parecchio strana. In estate ha condotto una campagna trasferimenti dagli effetti paradossali. Come si può leggere nella pagina di Transfermarkt dedicata ai Dragoes, il saldo fra acquisti e cessioni della sessione estiva è positivo per 48,40 milioni di euro. Ma il dato ottenuto è la mera differenza fra i prezzi nominali di acquisti e cessioni. Ben altre sono le cifre effettive se si va a disboscare la selva delle third party ownership (TPO) in cui si trova imprigionato il parco giocatori del club, o se si scala dalle cifre incassate le quote incassate dai fondi d’investimento detentori di diritti economici sui calciatori ceduti. Ai promiscui intrecci evidenziati dal Porto nel corso della scorsa sessione di calciomercato ho dedicato due post, riguardanti la cessione del nazionale francese Eliaquim Mangala al Manchester City e l’acquisto del nazionale algerino Yacine Brahimi dal Granada. Riguardo a quest’ultimo, bisogna aggiungere un aggiornamento rispetto a quanto si metteva in evidenza nel post precedente. In quell’occasione facevo notare come il Porto avesse acquistato Brahimi per 6,5 milioni per poi cederne immediatamente una quota di ottanta per cento dei diritti economici a Doyen Sports Investments per 5 milioni. Con perdita secca di 200 mila euro nei due soli giorni trascorsi fra acquisto dal Granada e cessione in quota a Doyen dato che, avendo come base i 6,5 milioni pagati per assicurarsi il calciatore, l’ottanta per cento avrebbe dovuto valere 5,2 milioni. Ebbene, all’inizio di questo mese di novembre si è venuto a sapere che qualora il Porto volesse ricomprare la quota di Brahimi in possesso di Doyen dovrebbe sborsare 8 milioni di euro. È ciò che riporta il periodico algerino Le buteur. E se davvero questa eventualità si verificasse, si avrebbe questo complicato computo di dare e avere: 1) il Granada della famiglia Pozzo rimane coi suoi 6,5 milioni, anche se le fonti spagnole citate nel post precedente parlano di un affare orchestrato fin dall’inizio da Doyen; 2) Doyen lucrerebbe 3,2 milioni, cioè i 3 di plusvalenza fra acquisto e rivendita (da -5 a + 8), più i 200 mila di svalutazione del giocatore in soli due giorni; 3) il Porto si vedrebbe gravare un costo di 9,7 milioni per un calciatore che avrebbe dovuto costargli 6,5 milioni. La cifra è così ricavata: 1,5 milioni passivi dati dal passaggio del cartellino dal Granada al Porto e poi in quota al Doyen (differenza fra i 6,5 milioni sborsati e i 5 incassati), più gli 8 sborsati per ricomprare un proprio calciatore, più i 200 mila euro di svalutazione effettuata al momento di cedere l’ottanta per cento di Brahimi al Doyen. Alle strette: Doyen lucra 3,2 milioni, il Porto ne sperpera altrettanti. Tutto regolare?

L’interrogativo si ripresenta ogni volta che ci s’imbatte in transazioni fatte apposta per alimentare l’economia parallela del calcio globale. In questo senso, la campagna trasferimenti condotta dal Porto in estate è stata un campionario dell’economia parallela, con Jorge Mendes e Doyen Sports Investments a orchestrare ogni mossa.

Jorge Mendes

Jorge Mendes

A partire dalla scelta dell’allenatore, il basco Julen Lopetegui, ex ct dell’Under 21 spagnola ma soprattutto cliente di Jorge Mendes.

Julen Lopetegui

Julen Lopetegui

Il risultato è che la rosa dei Dragoes è stata riempita di calciatori spagnoli o comunque provenienti dalla Liga, tanto da meritarsi il non benevolo appellativo di Portuňol dalle tifoserie rivali. Fra i tanti arrivi spicca quello, costosissimo, di Adrian Lopez dall’Atletico Madrid: 11 milioni per acquistare il 60 per cento dei diritti economici.

Adrian Lopez

Adrian Lopez

Un acquisto che fin qui si è rivelato un fallimento. Molta panchina, qualche spezzone di gara per un totale di 8 presenze fra campionato e Champions, e soprattutto il trauma d’essere fischiato a ripetizione dai propri tifosi in occasione della gara giocata sul campo dell’Estoril. Subito dopo quella gara si è fatta largo l’ipotesi che il calciatore venga ceduto in prestito a gennaio. Ma intanto gli 11 milioni sono stati spesi, e certamente già svalutati.

Gli esempi riportati fanno capire quanto grande possa essere lo scarto fra il saldo positivo nominale fatto segnare dal Porto alla chiusura della sessione estiva di calciomercato, e il saldo reale con le relative conseguenze sul bilancio. Che infatti ai primi di ottobre presenta un rosso di 37 milioni di euro. Dato allarmante non soltanto per il bilancio in sé, ma anche e soprattutto perché mette il club fuori dai parametri del Fair Play Finanziario. Come risolvere la situazione? Nessun problema, perché le vie della finanza creativa sono infinite. E quella imbroccata dall’assemblea dei soci tenuta il 2 ottobre è una soluzione tanto ingegnosa quanto intricata. Viene infatti deciso che il Porto inteso come club calcistico comprerà azioni emesse per 37,5 milioni dal Porto inteso come SAD (Sociedad Anonima Desportiva, denominazione portoghese per indicare la formula della Spa applicata al calcio). Vi siete confusi? Forse perché non avete ancora capito cosa sia diventato il calcio nell’epoca della finanziarizzazione spinta. Un’epoca in cui una società calcistica può vedersi separata in un’entità sportiva di carattere associativo e in un’entità economico-finanziaria. Nel caso del Porto, questo strano meccanismo è rafforzata dal fatto che si parla di una polisportiva con forte massa associativa, e che al tempo stesso la SAD sia quotata in borsa.

Risolto questo dubbio, rimane da chiedersi da dove il Porto club prenda i soldi? Risposta ancora una volta semplice e destabilizzante: grazie al trasferimento del 50% della società Euro Antas, l’ente che controlla l’Estadio do Dragao. Uno splendido impianto edificato in occasione degli Europei portoghesi del 2004.

Estadio do Dragao

Estadio do Dragao

Fra l’altro, con un mirabile inganno delle parole, si divulga la versione secondo cui Porto SAD “compra” la metà di Euro Antas.

Come da obblighi dettati dai regolamenti di borsa, Porto SAD comunica immediatamente alla Commissão do Mercado de Valores Mobiliarios (CMVM, la Consob portoghese) l’emissione di nuove azioni. In un primo tempo l’autorità di borsa nicchia, chiedendo che il piano d’emissione venga sottoposto a una valutazione indipendente. Ma infine dà il benestare. E così il 31 ottobre giunge il comunicato: aumento di capitale effettuato e interamente sottoscritto da Porto club. Conti a posto, dunque. Sempre che l’Uefa non abbia da ridire. E con un risultato tangibile: la metà dello stadio, cioè il principale asset patrimoniale del Porto, passa dall’entità associativa (il club) a quella finanziaria (la SAD). Un ammonimento per tutti coloro che di questi tempi blaterano sulla prospettiva dello stadio privato come panacea dei mali economici del calcio italiano.

Jorge Nuno Pinto Da Costa, presidente del Porto

Jorge Nuno Pinto Da Costa, presidente del Porto

Paulo Dybala, un gol per cominciare a pagarsi il riscatto (La Repubblica Palermo, 2 settembre 2014)

Paulo Dybala

Paulo Dybala

 

“Ma iddu veru è?”. L’interrogativo è circolato domenica sera sugli spalti del Barbera mentre in campo Paulo Dybala faceva robe che manco pareva lui. Un gol dopo sei minuti, e per di più addomesticando col petto un pallone che pareva scendere a piombo da Monte Pellegrino, e poi una serie di numeri d’alta scuola compreso un dribbling di tacco al volo che se l’avesse fatto Messi sarebbe virale sul web. E lasciamo perdere che il difensore messo culo a terra e costretto al fallo da ammonizione si chiamasse Vasco Regini, uno che al confronto Silvio Iozzia pareva Beckenbauer.

Vasco Regini

Vasco Regini

Restano la pregevolezza del gesto e soprattutto il senso di smarrimento di chi da due anni s’interroga sulla follia di calciomercato compiuta due anni fa da Zamparini. Capace di spendere dodici milioni per un giocatore che fino a domenica sera pareva la reincarnazione di Oliviero Di Stefano. Ricordate la mosca tse-tse in maglia numero 11 che nella stagione 1985-86 (quella culminata nel fallimento e nella scomparsa del club, ma trattasi soltanto una fitusìssima coincidenza) arrivò dalla Pistoiese, e che nonostante l’affannarsi non vedeva la porta nemmeno se ci cascava dentro al posto del pallone? Ecco, proprio lui. Con la differenza che ai bei dì il duo Totò Matta & Franco Schillci non si sarebbe mai sognato di pagare manco un ventesimo della cifra sborsata da Zamparini per il Di Stefano Reloaded. E certo, per amor di verità loro non avevano di che pagare nemmeno la bolletta Sip della sede. Ma cionondimeno una saponata come quella buscata dal patron rosanero con Dybala non l’avrebbero presa neppure disponendo della carta di credito di Roman Abramovich.

Invece Zamparini sì, perché a lui piacciono le sfide impossibili.

 

Maurizio Zamparini

Maurizio Zamparini

E in quell’estate del 2012, quando con gran lena si preparava il ritorno in B dopo un decennio, diede il meglio di sé con la sessione di calciomercato più strampalata della storia rosanero recente. Una campagna acquisti bipolare, come condotta utilizzando due portafogli: il portafoglio degli spardòni e quello degli ziccùsi. Quest’ultimo venne utilizzato per portare a Palermo nientepopodimeno che Steve von Bergen, difensore che aveva appena conquistato una meritata retrocessione con la maglia del Cesena e dunque dava ottime garanzie per il bis. Invece il portafoglio degli spardòni venne utilizzato per comprare un diciottenne che giocava nella B argentina. Dybala, appunto. Pagato la bellezza di 12 milioni. Una cifra che il Palermo non spenderà manco sommando i prossimi quattro calciomercati.

E sì che fu un’estate strana quella lì. Arrivò Sannino in panchina e tutti a dire che il vero fuoriclasse della squadra sarebbe stato lui, ciò che avrebbe dovuto preoccupare lui per primo. E assieme a Dybala giunse dal Sud America tal Sebastián Sosa Sánchez. Non ricordate chi sia? Tranquilli, nemmeno lui si ricorda di se stesso. È costui l’ennesimo X File da calciomercato e attualmente risulta disperso in Albania, ultime destinazioni conosciute la città di Scutari e un club chiamato Vllaznia.

Sebastian Sosa Sanchez

Sebastian Sosa Sanchez

 

Ma in fondo un po’ X File è anche Paulo Dybala. Soprattutto perché il suo passaggio al Palermo è avvenuto in modo, come dire?, complicato. E di quanto sia stato complicato abbiamo avuto conferma giusto due giorni prima che il Di Stefano Reloaded si esibisse sull’erba della Favorita come posseduto. Da Ginevra è giunta venerdì scorso la notizia che il Tribunale Arbitrale dello Sport ha condannato il club rosanero a risarcire con la modica cifra di 8 milioni di euro il signor Gustavo Mascardi.

Gustavo Mascardi

Gustavo Mascardi

Che reclama di non avere percepito due anni fa quanto gli spettasse per il passaggio in rosanero del calciatore. Storiacce di fondi d’investimento e trafficanti di calciatori, cioè soggetti dai quali l’ultimo Palermo di Zamparini proprio non riesce a tenersi alla larga. Solo che stavolta il presidente ha proprio sbagliato pero, dato che Mascardi non è mica un Ceravolo qualsiasi. Altra stoffa. Mascardi è un ex agente di borsa che un giorno scoprì quanto più redditizio sia investire in calciatori. Per restare alla sessione di calciomercato chiusa ieri sera, è stato lui a spostare Iturbe dal Porto alla Roma via Verona, e ancora ci s’interroga sul costo del suo disturbo: tre o cinque milioni? Di lui la leggenda narra che a metà anni Novanta abbia prestato un milione di dollari al River Plate, ottenendo in cambio di poter scegliere due fra i cinque giocatori più promettenti del club argentino e rivenderli in proprio. Come fossero capi di bestiame. Quei due giocatori si chiamavano Hernan Crespo e Fabian Ayala, e nella stessa estate arrivarono in Italia per vestire rispettivamente le maglie di Parma e Napoli. Uno con cui sarebbe stato meglio non fare i furbi, dunque; tanto più dopo la tranvata presa con Marcelo Simonian dopo la cessione di Javier Pastore. Ma Zamparini è uno che persevera. E allora al povero Dybala toccherà pedalare ogni domenica come quella passata. Non per riscattarsi, ma per pagarsi il riscatto. Ché ormai non se lo ripiglia nemmeno Mascardi, e allora il primo a doversi salvare è proprio lui, altro che il Palermo.

Belenenses: una parabola sull’economia grigia che divora il calcio – 1

Chi ha già letto il mio Gol di rapina. Il lato oscuro del calcio globale (Clichy, pagine 292, 15 euro) conosce la storia.

10171726_680686745305877_916426108_n

 

Chi invece non l’ha ancora fatto, provveda. Avrà così modo di capire meglio il senso di ciò che racconto qui. Soprattutto, gli sarà chiaro il fatto che le vicende legate alla presa sul calcio da parte dell’economia parallela non finiranno mai di essere raccontate, e che ogni giorno ne sorgeranno di nuove. Quella che sto per raccontare (o meglio, aggiornare) qui è paradigmatica. Per svilupparla mi sarà necessario più di un post del blog, ché altrimenti dovrei scrivere un articolo lunghissimo e dedicare alla sua stesura una quantità di tempo che non ho. Inoltre, man mano che leggete, dovete sempre tenere presente di trovarvi davanti a una storia fra le centinaia (migliaia?) narrabili sul tema del rapporto fra il calcio e la sua economia parallela. Il lavoro di ricerca, documentazione e divulgazione è improbo, tanto più che la stampa sportiva preferisce occuparsi di fuffa. E non parlo soltanto di quella italiana.

Ma vengo ai fatti. La storia che racconto riguarda il Belenenses, cioè il terzo club calcistico di Lisbona. Esso è espressione del quartiere storico di Belém. Cioè, uno dei siti di maggior valore architettonico e artistico al mondo.

La Torre di Belém

La Torre di Belém

 

Il Belenenses può anche fregiarsi di un primato: è, assieme al Boavista Porto, il solo club a avere vinto un campionato a girone unico in Portogallo (stagione 1945-46) al di fuori della dittatura costituita dalla triade Benfica-Porto-Sporting Lisbona.

Dal 4 novembre 2012 il Belenenses è finito sotto il controllo di un fondo d’investimento, gestito da un faccendiere portoghese, Rui Pedro Soares, vicino all’ex premier socialista José Sócrates.

Rui Pedro Soares

Rui Pedro Soares

José Socrates

José Socrates

Rui Pedro Soares (da qui in poi RPS) è stato coinvolto in due scandali particolarmente pesanti della vita pubblica portoghese recente: il caso Face Oculta e il caso Taguspark. Il processo relativo a Taguspark lo ha visto uscire assolto. Quanto a Face Oculta, il procedimento giudiziario è ancora in corso.

Tutte le notizie fin qui accennate su RPS sono riportate in Gol di rapina. Ma ciò che più interessa, nelle pagine del libro e del paragrafo dedicate al Belenenses e a RPS, sono due passaggi che vi riporto a seguire. Il primo riguarda la scorribanda nel campo dei diritti televisivi, che vide RPS mettere su bottega con un potente giornalista portoghese, Emidio Rangel. Obiettivo: comprare i diritti tv della Liga spagnola, aggiudicandosi la possibilità di trasmetterne le gare in Portogallo. Ecco l’estratto del libro:

Infatti, a meno di un anno dalle dimissioni da dirigente di PT il faccendiere riconquista l’attenzione dei media vestendo i panni del finanziere d’assalto. A gennaio 2011 si diffonde la notizia che mette in subbuglio il settore dei diritti televisivi sul calcio: una società sbucata dal nulla ha acquistato i diritti sulla Liga spagnola a partire dalla stagione 2012-13 soffiandoli al canale Sport TV e alla società cui esso fa capo, Controlinveste. Va sottolineato che per gli appassionati di calcio portoghesi la Liga è un torneo importante quasi quanto quello di casa. Dall’altra parte del confine iberico è impegnata una vasta colonia calcistica portoghese, capeggiata da personaggi come Cristiano Ronaldo, Mourinho, Pepe, Ricardo Carvalho. Se ha un senso indicare il principale campionato dei portoghesi all’estero, questo è da sempre la Liga spagnola. Accaparrarsene i diritti significa realizzare un affare dagli enormi margini di guadagno. E quando si va a guardare chi siano i personaggi che hanno realizzato il colpaccio sul mercato dei diritti televisivi, vengono fuori due nomi ben noti al pubblico portoghese: uno è Rui Pedro Soares, l’altro è Emídio Rangel. Questi è un giornalista molto noto e potente in Portogallo nonché dichiaratamente massone, affiliato alla potente loggia Universalis. I due vanno a negoziare con Mediapro, la società detentrice dei diritti della Liga, e la spuntano acquistando per 9 milioni di euro il pacchetto attraverso una società denominata Worldcom. Proprietari della società, col 50% del pacchetto azionario a testa, risultano essere Fernando Soares e Maria Oliveira, i genitori di Rui Pedro Soares, mentre il fratello Fernando è l’amministratore. Il settimanale Expresso ipotizza che dietro l’affare, ancora una volta, vi sia una manovra politica confezionata dai partiti socialisti della penisola iberica. Mediapro sarebbe una società vicina alla galassia dell’allora premier socialista spagnolo José Luis Zapatero, mentre sul versante portoghese il legame fra RPS e José Sócrates è noto. Anche in questo caso la manovra va male, tanto più che il tramonto dei due leader socialisti è ormai inesorabile. A ogni modo, nella fase iniziale i progetti della coppia Rangel-Soares sono ambiziosi. Oltre alla commercializzazione dei diritti della Liga c’è in ballo l’acquisizione di quelli sulle gare del Benfica. Si parla anche del lancio di un news magazine settimanale e di un canale radiofonico. Non c’è nemmeno il tempo di veder partire una petizione sul web attraverso la quale si chiede chi finanzi la premiata ditta Rangel-Soares, che i due litigano. A febbraio Worldcom vende alcune quote facendo entrare nuovi investitori. A marzo i due hanno già celebrato la rottura. A motivare la fine del sodalizio sono i tentativi di Soares di vendere i diritti della Liga fatti senza consultare il socio. Del resto, Worldcom è sempre stata sotto il pieno controllo del faccendiere. La fine della vicenda è prevedibile, eppure non risparmia il colpo di scena. A fine maggio 2011 Rui Pedro Soares vende Worldcom a Miguel Pais do Amaral, miliardario di sangue blu appassionato di sport e motori nonché comproprietario di TVI. Un nome che ricorre, quello della stazione televisiva. Pais do Amaral, che secondo una stima fatta nel 2010 deteneva cariche amministrative in ben 73 imprese, vorrebbe mettere le mani anche sui diritti relativi alle partite del Benfica. Le cose non vanno come il 4° Conte di Alferrarede (questo è il titolo nobiliare di Pais do Amaral) auspicherebbe. Il Benfica recalcitra a accettare l’offerta, e la rigetterà definitivamente a gennaio 2013. Cioè cinque mesi dopo che il nuovo proprietario di Worldcom perde i diritti sulla Liga, mancando pure di pagare la prima tranche a Mediapro. A trasmettere le gare del campionato spagnolo è di nuovo Sport TV, come se nulla fosse successo. Per la rescissione del contratto, Pais do Amaral citerà Mediapro e avanzerà una richiesta di risarcimento da 10 milioni. Per lui l’avventura calcistico-televisiva in Spagna finisce comunque male, ma può consolarsi col fatto che dall’altra parte della frontiera trovi l’amore. Nell’estate 2013 i rotocalchi iberici danno notizia della relazione con una ricchissima donna spagnola di nobili origini e chilometrico cognome: Alicia Koplowitz y Romero de Jeseu, marchesa de Bellavista y del Real Socorro. Si tratta della quarta persona più ricca di Spagna secondo una classifica stilata nel 2009, figlia d’una famiglia di ebrei tedeschi riparati nella penisola iberica per sfuggire al nazismo. Alla fine della festa, il solo a aver lucrato dalla vendita dei diritti televisivi della Liga è Rui Pedro Soares.

Emidio Rangel

Emidio Rangel

Miguel Pais do Amaral

Miguel Pais do Amaral

Alicia Koplowitz y Romero de Jeseu

Alicia Koplowitz y Romero de Jeseu

L’estratto che vi ho riportato è utile per familiarizzare con un personaggio nel quale torneremo a imbatterci fra poco: Miguel Pais do Amaral. L’altro estratto riguarda un’ipotesi sui reali interessi che hanno spinto RPS a acquistare il Belenenses attraverso il fondo Codecity Sports Management (CSM). In particolare, viene riportata la perplessità del vicepresidente del club di Belem, Antonio Polena, che intravede una gigantesca speculazione immobiliare nei terreni intorno all’Estadio do Restelo:

I dissidenti sono costretti a mollare. Come accade al vicepresidente Antonio Polena, che contesta alcuni passaggi dell’accordo fra il club e CSM. Sostiene innanzitutto che l’assemblea del 4 novembre abbia dato l’ok a trattare con CSM, e non ancora alla cessione del club. Sottolinea che a mettere fretta al club, spingendolo a chiudere l’accordo, è stato un debito per l’ennesimo calciatore acquistato e non pagato: si tratta del brasiliano Thiago Silveira, prelevato dal Belenenses nel 2008 e subito spedito altrove. Il suo primo club professionistico, l’Avai, reclama i diritti di formazione. Ballano 270 mila euro, cifra per ottenere la quale l’Avai si rivolge alla Fifa. La confederazione mondiale darà ragione al club brasiliano nell’estate del 2013. E la prospettiva di dover fare fronte a quel debito, o di dover scontare le sanzioni disciplinari (punti di penalizzazione, e in seguito la retrocessione), mette pressione ai soci del Belenenses portandoli a decidere d’assoggettarsi alla CSM. Ma ciò che soprattutto desta perplessità a Polena è l’aspetto che riguarda la gestione degli asset immobiliari: lo stadio do Restelo, innanzitutto, e in generale le strutture della polisportiva. L’ex vicepresidente sottolinea maliziosamente che uno dei soci di CSM è un’impresa di costruzioni. E certo sarà una coincidenza, ma dopo un solo anno alla guida del club RPS esterna la necessità che il club si doti di un nuovo campo d’allenamento, magari in un nuovo impianto.

Fin qui è tutto ciò che è riportato nel libro, la cui stesura si è conclusa a fine gennaio. E ecco che la cronaca giunge a confermare la profezia di Polena riportata in Gol di Rapina. Sabato scorso, a poche ore dalla gara del Belenenses contro l’Arouca decisiva per la permanenza in serie A, i soci del Belenenses si sono visti presentare il progetto della Cidade Belenenses. Un investimento da 66 milioni di euro, per lo sviluppo di un’area da 41.500 metri quadri intorno all’Estadio do Restelo. I capitali saranno interamente versati da Edge Group, una holding di investitori portoghesi e internazionali che sta speculando sul settore immobiliare portoghese, massacrato in anni recenti dalla crisi economica del paese e segnato da un aperdita di valore che negli anni ultimi quattro anni è stata stimata intorno al 15%. Chi c’è fra gli investitori di Edge Group? Miguel Pais do Amaral, quello che aveva ricomprato i diritti della Liga da RPS attraverso, salvo poi non riuscire a onorare l’investimento. In poco più di un anno il vero senso dell’operazione che ha portato RPS a capo del Belenenses si è mostrato definitivamente. Ma i contorni dell’affare e i personaggi che intorno a esso si muovono sono ancora tutti da illustrare. Lo farò a puntate, nei prossimi giorni.

 

L'Estadio do Restelo

L’Estadio do Restelo

 

 

 

 

La scalata di Kia Joorabchian al Corinthians (Anticipazione da “Il lato oscuro del calcio globale”)

Cari amici, oggi vi do un’anticipazione di “Il lato oscuro del calcio globale”, il libro in corso di stesura. Inserisco un paragrafo del lungo capitolo su Kia Joorabchian, il cosiddetto “agente” di Carlos Tevez. Una figura che da sola dà idea di quale sia il panorama di personaggi che si muovono oggi dietro le quinte del pallone globale. Il testo non è stato ancora revisionato, sicché mi scuso per eventuali refusi e ripetizioni. Buona lettura.

C_3_Media_1781899_immagine_ts673_400

 

Il nome di Kia Joorabchian viene messo per la prima volta in relazione col mondo del calcio nel 2004. È il 25 agosto, un martedì, quando uno dei club storici del calcio brasiliano annuncia una novità che inizialmente suscita curiosità e nulla più. Il club in questione è il Corinthians di San Paolo, che coi suoi 25 milioni di tifosi è in Brasile il secondo più seguito dopo il Flamengo di Rio de Janeiro. La novità sta nel fatto che il Consiglio Deliberativo del club, col voto favorevole  di 340 membri sui 370 presenti, approva il pre-accordo di un’originale partnership: quella che lega il Corinthians a un fondo d’investimento. Quest’ultimo si chiama Media Sports Investments (MSI), risulta costituita da pochi giorni e ha sede legale presso le Isole Vergini Britanniche. Cioè un paradiso fiscale. Questo dettaglio dovrebbe già dare parecchio da pensare, ma i dirigenti del Timao (il Timone, simbolo del club di bianconero) non possono permettersi di sottilizzare. Come quasi tutti i club del calcio brasiliano, il Corinthians fa i conti con una grave situazione debitoria. La MSI mette sul piatto 35 milioni di dollari, di cui 20 a copertura del deficit.  Il presidente corinthiano Alberto Dualib vede nell’accordo una chance straordinaria[1]. E certamente lo è per lui, ma questo lo si capirà soltanto più avanti.  Fatto sta che per far approvare la partnership dal Consiglio Deliberativo il presidente mobilita tutte le risorse disponibili. A cominciare da quelle familiari, visto che i Dualib collocati nei posti chiave dell’organigramma corinthiano sono un’epidemia: ben dodici. La nipote Carla è responsabile dell’area marketing e a lei si deve il lavorio diplomatico che conduce alla realizzazione dell’accordo. Quanto a  Edson e Nelson Real Dualib, tocca a loro il compito di influenzare l’orientamento del Cori, organo di coordinamento il cui compito è orientare i lavori del consiglio. Sulle prime la MSI viene presentata come “una multinazionale con sede a Londra”[2]. Di quella “multinazionale” è rappresentante legale “l’iraniano Kia Joorabchian” assieme a un altro anglo-iraniano: si tratta di Nojan Bedroud, agente di calciatori in possesso di una regolare licenza rilasciata dalla Football Association (FA), la federcalcio inglese.

I voti contrari all’accordo di partnership sono soltanto 7, ma fra essi si ritrova quello d’un influente membro dell’universo corinthiano: l’avvocato Rubens Approbado Machado. Il quale, oltre a essere consigliere vitalizio del Timao, è stato nell’ordine: sottosegretario alla Giustizia dello Stato di San Paolo dal 1990 al 1998, presidente dell’Ordine degli Avvocato del Distretto di San Paolo dal 1998 al 2000, presidente del Consiglio Federale dell’Ordine degli Avvocati dal 2000 al 2004, vicepresidente per dieci anni (1992-2002) della federcalcio paulista e membro del Tribunale Superiore di Giustizia Sportiva dal 2004 al 2012. Non certo uno al quale basti dire che si ritrovi in minoranza per tacitarlo. Venuto a sapere dell’accordo di partnership, Machado pone immediatamente la questione cruciale: ”Il Corinthians ha bisogno di sapere che società è questa MSI e da dove provengano i suoi denari. Il club non può correre rischi”. L’esatto contrario dell’atteggiamento mostrato da Dualib, che nei giorni in cui va a definirsi l’accordo fra il fondo d’investimento e il club dichiara alla stampa: “Non importa da dove viene il denaro, ciò che conta è il vantaggio che se ne può trarre”[3]

 

Alberto Dualib

Alberto Dualib

 

 

 

Boris Berezovsky e Badri Patarkatsishvili

Boris Berezovsky e Badri Patarkatsishvili

Fra l’altro, a rafforzare immediatamente i dubbi giungono le notizie sui dettagli dell’accordo fra il club paulista e la MSI. A esplicitarli è lo stesso Joorabchian nel corso di un’intervista[4]: in cambio di quei 35 milioni di dollari, la MSI si accaparra il diritto sul 51% dei profitti del club maturati nei dieci anni successivi. Come qualcuno farà notare, uno dei club più popolari al mondo si fa mettere addosso una camicia di forza in cambio d’un piatto di lenticchie: 3,5 milioni di dollari all’anno. Su questi aspetti della questione Joorabchian sorvola. E interrogato sui rapporti con Boris Berezovsky, li minimizza descrivendoli come una parentesi felice ma ormai appartenente al passato. Quando il cronista solleva eccezioni sul fatto che la MSI abbia una sede legale offshore e che qualcuno possa paventare il rischio di riciclaggio di denaro, Joorabchian nega recisamente e svicola utilizzando l’argomento di facile presa populistica: annuncia l’acquisto di quattro giocatori d’alto livello, fra i quali Robinho.  Che in quei giorni veste la maglia dei rivali del Santos e al Corinthians non metterà mai piede. Ma almeno riguardo all’attivismo sul mercato dei calciatori Joorabchian sarà di parola. Pure troppo, come si vedrà. I dubbi sulla partnership aumentano, e gravano sulla commissione di saggi del club che hanno il compito di vagliare il pre-accordo e dire se possa trasformarsi in partnership definitiva. Fra l’altro, l’ombra di Berezovsky si fa ingombrante. Alberto Dualib rilascia una dichiarazione a Record TV nella quale afferma che il magnate russo è pienamente coinvolto nella MSI ma preferisce non esporsi. Di più: Dualib afferma d’essere andato a conoscere di persona Berezovsky, presso la residenza londinese dell’oligarca. Una dichiarazione che sbugiarda penosamente le affermazioni rilasciate da Joorabchian nell’intervista alla Folha e costringe Renato Duprat, mediatore fra Corinthians e MSI, a elaborare una patetica smentita: sì, Dualib e il resto della banda erano andati davvero in visita a Berezovsky, ma dall’incontro era scaturita la mancanza di volontà del magnate d’investire nel calcio. Inganni e bugie che stratificano. E la tensione sale ulteriormente quando il 31 agosto la strana coppia Joorabchian-Dualib dichiara pubblicamente di non avere bisogno di un‘ulteriore approvazione da parte del Consiglio Deliberativo per ritenere valido e efficace l’accordo di partnership. E la prova di forza va a compimento, nonostante l’opposizione di personaggi come Machado o un altro consigliere particolarmente estroso, Romeu Tuma Júnior. Costui attacca Joorabchian appellandosi al rapporto che quest’ultimo intrattiene con Berezovsky; che a sua volta, secondo Romeu, intratterrebbe rapporti con la Jihad islamica (per via dei legami con la resistenza cecena) e di conseguenza con Al Qaeda e Bin Laden[5]. Argomentazioni talmente sbracate da inficiare la credibilità del suo dissenso alla svolta nella governante del club. Il risultato è che tre mesi dopo, il 23 novembre, la partnership viene definitivamente approvata dal Consiglio Deliberativo.

Da quel giorno si apre per il Corinthians la fase più folle e oscura della propria storia. All’improvviso il club, che fino a qualche settimana prima attraversava una grave crisi economica, diventa punto d’approdo per alcuni fra i più forti calciatori sudamericani. E sono tutti quanti calciatori di cui la MSI finanzia l’acquisto ricevendo in cambio una quota dei diritti sulle cessioni future. La lista è lunga, e le combinazioni utilizzate per acquisire calciatori altrettanto. Dal Porto arriva il centrocampista Carlos Alberto viene prelevato dal Porto e il suo cartellino viene diviso come segue: 75% alla MSI e 25% alla Global Soccer Agencies (GSA). Quest’ultima, successivamente rinominata Rio Football Service, è un’agenzia con sede legale a Gibilterra che fa capo al potente agente israeliano Pini Zahavi, personaggio di cui si parlerà più avanti. La joint venture tra MSI e GSA porta al Corinthians anche Javier Mascherano, uno dei due calciatori il cui passaggio al West Ham accende lo scandalo raccontato nel capitolo precedente. MSI finanzia per il Corinthians il 35% dell’acquisto di Tevez e il 100% dell’acquisto di Sebastian Dominguez. Altra partnership instaurata da MSI è quella con Devetia Ltd per l’acquisizione di Marcelo Mattos. Alla squadra alvinegra giungono via MSI anche Rafael Moura, Johnny Herrera e Renato Ribeiro. Altro giocatore che gravita nell’orbita di Joorabchian è l’attaccante Nilmar[6]. In totale, nel giro di pochi mesi vengono spesi 60 milioni di dollari per l’acquisto di calciatori. Un ammontare assolutamente fuori scala per la realtà economica del calcio brasiliano.

 

Pini Zahavi

Pini Zahavi

Tale girandola di calciatori d’alto livello un’anomalia per il calcio brasiliano. Che di norma i talenti li esporta per via dell’endemico stato di crisi economico-finanziaria dei club. L’approdo nel torneo nazionale di una tale quantità di giocatori maturi e costosi è assolutamente fuori schema. Sicché va a finire che i sospetti attorno all’operazione societaria sopravanzino gli entusiasmi suscitati dal rafforzamento della squadra. E la parte più critica dell’ambiente corinthiano è costituita dai gruppi ultras, capitanati dalla storica fazione dei Gavioes da Fiel. Il leader dei Gavioes esprime subito l’interrogativo cruciale: <Questi qui arrivano dal nulla e investono in un club con cui non avevano mai avuto a che fare: e perché mai?>. Domanda legittima, a cui verrà data risposta poco più di un anno dopo. Si può dire però con certezza che approdando a capo del Corinthians la MSI acquisisca il controllo di uno fra i club più prestigiosi del calcio sudamericano. Perché i Timoes sono portatori d’una storia le cui implicazioni vanno ben oltre il calcio.

Al club alvinegro di San Paolo è infatti legato il mito della Democrazia Corinthiana, l’esperienza di autogestione inaugurata nel 1982; allorché, dopo una stagione avara di risultati e caratterizzata da gravi turbolenze all’interno dello spogliatoio, il neo-presidente Waldemar Peres conferisce a un sociologo la carica di direttore della sezione calcio della polisportiva: Atilson Monterio Alves. Grazie al suo impulso il gruppo corinthiano si rivitalizza nel giro di poche settimane, anche in virtù del contributo assicurato da personaggi di spiccato profilo intellettuale oltre che calcistico: come Socrates, il centrocampista laureato in medicina e innamorato dei colpi di tacco; o Casagrande, che pochi anni dopo avrebbe provato l’avventura italiana con la maglia del Torino; o Wladimir, terzino di fede marxista. Lo stile gestionale del club viene rivoluzionato. Il primo passo è la democratizzazione delle decisioni che riguardano la squadra, tutte quante sottoposte al voto: dalla formazione da mandare in campo ai metodi d’allenamento, dai salari alle campagne-trasferimenti, fino ai ritiri pre-partita. Che infatti vengono immediatamente aboliti. Addirittura nel 1983, per deliberazione dei giocatori, viene spedito in panchina uno di loro: il laterale destro Zé Maria. Il Corinthians vince i due campionati successivi. E grazie all’intuizione di Washington Luiz Olivetto, un pubblicitario tifoso alvinegro che conia l’etichetta di democrazia corinthiana, ben presto quell’esperimento democratico viene preso a modello e fa da cassa di risonanza delle rivendicazioni anti-autoritarie in un paese che cerca di affrancarsi dalla dittatura militare instaurata nel 1964.

 

download

Per la prima volta nella storia del calcio brasiliano compaiono delle scritte sulle maglie di una squadra: quelle che invitano i tifosi-elettori a andare a votare il 15 novembre 1982 alle elezioni determinanti per la fine del regime militare. Successivamente, nel 1984, i giocatori adottano sulle maglie lo slogan Diretas Jà, che dà nome al movimento impegnato nella campagna per l’elezione diretta del presidente della repubblica. Quell’esperienza muore con la partenza di Socrates per l’Italia – verso l’infelice parentesi con la maglia della Fiorentina – e con la sconfitta della lista Democracia Corinthiana alle elezioni del 1985 per il rinnovo delle cariche sociali del club. Di essa, e dell’impatto che ebbe per la democratizzazione della società brasiliana (“Quando nessuno nel paese poteva votare, i giocatori di quel gruppo conquistavano il diritto di decidere su qualunque cosa li riguardasse” ricorda il sociologo brasiliano Emil Sader). rimangono tracce nel libro scritto da Socrates assieme al giornalista Ricardo Gozzi, “Democracia Corinthiana. A Utopia en Jogo” e in quello di Washington Luiz Olivetto e Nirlando Beirão, “Corinthians é preto no branco”. Si stenta a credere che un club con storia e identità tali finisca sotto il controllo di un attore opaco come la MSI, venendo sottratto al controllo della sua gente. Eppure succede. E le fondate perplessità sull’operazione vengono presto temperate dai successi della squadra, che con un organico tanto competitivo a fine stagione vincerà il quarto campionato nazionale della propria storia. Gli oppositori però si mantengono in stato d’allerta, e non mollano l’attenzione su Joorabchian e la MSI. È soprattutto il trasferimento di Tevez a generare parecchie perplessità. Non da parte dei tifosi dissidenti o di qualche giornalista col prurito dell’investigazione, ma del Banco Central do Brasil[7]. Negli uffici dell’istituto d’emissione nazionale notano immediatamente le anomalie di quel trasferimento, avvenuto a dicembre 2004 e celebrato con massima pompa dal club grazie anche all’entusiasmo del presidente della repubblica Luis Inácio Lula Da Silva. Il quale, da tifoso corinthiano, non resiste alla tentazione di farsi fotografare assieme al nuovo acquisto. Gli addetti della banca centrale notano che i soldi della transazione fra Corinthians e Boca Juniors hanno by-passato non soltanto il territorio brasiliano, ma addirittura quelli dell’intero continente: partiti dalla Isole Vergini Britanniche, sede legale della MSI, essi sono approdati presso un conto della Royal Bank of Canada. Estero su estero, senza che il fisco brasiliano e quello argentino possano intercettare alcunché. La banca centrale brasiliana s’interessa alla transazione per ché essa viola una legge federale, la numero 23258. Essa proibisce la conversione di moneta straniera in real (la moneta brasiliana) e il pagamento in valuta estera convertita in reais se tutto ciò non avviene sotto la supervisione dell’autorità monetaria nazionale. Fra l’altro, del trasferimento di Tevez dal Boca al Corinthians desta sospetto non soltanto il percorso del denaro. A marzo emergono i dubbi anche riguardo alla cifra pagata per portare in Brasile l’attaccante argentino. Si tratta di un importo che segna il record assoluto per quello che riguarda i trasferimenti di calciatori all’interno del mercato sudamericano, ma non è questo il punto. A segnalare i lati oscuri della transazione è un articolo del quotidiano argentino Clarin[8], il cui giornalista Daniel Lagares svela una curiosa circostanza: ciascuno degli attori interessati dall’affare dichiara una cifra diversa. Dal Boca Juniors fanno sapere di avere incassato 16 milioni di dollari, ai dirigenti del Corinthians risulta che la cifra spesa sia di 17 milioni, mentre dalla MSI comunicano che per acquistare Tevez è stato necessario sborsare 22,6 milioni. E dunque? Lagares riporta le spiegazioni fornite dai diretti interessati, che tracciano un complicato intreccio di percentuali e compensazioni a titolo di premi di formazione et similia. Una giungla di cifre difficili da condurre a ordine. Di sicuro c’è che i conti tornano poco, e a aggiungere perplessità arriva la rivelazione fatta dallo stesso Tevez d’aver pagato al Boca Juniors, con soldi della MSI, il proprio diritto a svincolarsi dal club argentino[9]: 1,5 milioni di dollari, elargiti sotto forma di donazione per lo sviluppo del settore giovanile. Soldi che generano altri soldi e prendono vie misteriose.

Va a finire che il calciatore di maggior prestigio portato in dote al Corinthians dalla MSI si trasforma in un catalizzatore di sospetti e d’attenzioni indesiderate. Per di più, sull’affare emergono aneddoti sempre più grotteschi. Per esempio, risulta che alla trattativa e alla stesura del contratto per il trasferimento di Tevez partecipi una giovane avvocatessa brasiliana con studio a Londra, Tatiana Alonso. Che casualmente è anche la futura signora Joorabchian. Ancor più bizzarri sono i dettagli che man mano emergono: la MSI Partecipaçoes Ltda risulta costituita in data 19 ottobre 2004, cioè due mesi dopo la stesura dell’accordo stretto da Dualib e Joorabchian. In quei giorni il Corinthians si relazionava con un’organizzazione inesistente sul piano legale. Inoltre, il suo capitale sociale ammonta a 1.000 reais: 286 volte più basso dello stipendio mensile di Tevez[10]. Kia Joorabchian non ne risulta socio, poiché il capitale versato risulta sottoscritto da Mauricio Fleury Pereira Leitão per il valore di 999 reais e da Carlos Fernando Sampaio Marques per il valore di 1 real. Entrambi sono avvocati presso lo studio Veirano Associados, un colosso dei servizi legali in Sud America cui la MSI si rivolge per condurre i propri affari in Brasile. A chiudere il cerchio, ecco un dettaglio già noto ai primi di dicembre del 2004: il presidente corinthiano ha fornito alle banche garanzie personali per 6 milioni di reais (poco più di 2 milioni di euro). I soldi della MSI hanno salvato dal dissesto non soltanto il Corinthians, ma anche e soprattutto lui[11].

Il rumore attorno al fu club della Democrazia Corinthiana si moltiplica, anche perché le vicende agonistiche sono convulse non meno di quelle economico-finanziarie. Preso potere all’interno del club, Kia Joorabchian pretende immediatamente di dettare la linea tecnica spingendo per il cambio d’allenatore. Evidente che voglia sulla panchina dei Timoes un tecnico di sua fiducia, e soprattutto di stretta osservanza per quello che riguarda l’impiego dei giocatori. Sta di fatto che il tecnico in carica Adenor Leonardo Bacchi meglio conosciuto come Tite – un personaggio  di grandissimo spessore del calcio brasiliano – finisce immediatamente nel mirino dell’anglo-iraniano. Che vorrebbe sulla panchina alvinegra Wanderlei Luxemburgo, già allenatore corinthiano e della nazionale brasiliana nonché titolare d’un bel curriculum di vario malaffare[12]. Il conflitto fra Tite e Joorabchian, e esplode in modo irrimediabile dopo un derby perso 1-0 contro il San Paolo allo stadio Morumbi[13]. In pieno spogliatoio, fra l’imbarazzo dei calciatori corinthiani, Joorabchian accusa Tite di aver fatto calciare al laterale Coelho il rigore (fallito) del possibile pareggio. A giudizio del boss della MSI quel penalty avrebbe dovuto essere tirato da qualcun altro. Chi? Tevez, ça va sans dire. Poche ore dopo Tite viene licenziato nonostante l’appoggio dei giocatori e della tifoseria. E giusto alla vigilia dell’avvio del campionato nazionale viene piazzato sulla panchina dei Timoes l’argentino Daniel Passarella. Che da calciatore è stato grandissimo, ma da allenatore continua a rivelarsi un disastro. Rimarrà nella leggenda il suo breve periodo sulla panchina del Parma nel 2001-02, nel tempo in cui il club crociato era di proprietà della Parmalat. In quel caso furono cinque partite perse su cinque, con tanto di esonero dorato: tre miliardi di lire per l’ingaggio più due di penale per il licenziamento. Praticamente, un miliardo a partita. Persa. La pessima performance si ripete alla guida del Corinthians, anche perché il rapporto coi giocatori e la tifoseria è subito tumultuoso, né il carattere spigoloso di Passarella aiuta a appianare i contrasti. Per di più i risultati conseguiti sul campo sono pessimi. Il capolinea giunge ancora una volta dopo una sconfitta contro il San Paolo, alla terza giornata del campionato nazionale. Solo che stavolta il punteggio è umiliante sconfitta: 1-5. Dopo quella gara, e avendo totalizzato un so   lo punto in tre gare con 10 gol al passivo, il tecnico argentino si dimette. A parziale risarcimento della disavventura si vede offrire un non meglio precisato ruolo all’interno della MSI. Giusto per fugare ogni dubbio sui suoi rapporti con Joorabchian. A ogni modo, giusto in quei giorni viene annunciato l’acquisto di Javier Mascherano, che verrà concluso a luglio. Il club cedente è il River Plate, di cui qualche anno dopo Passarella diventerà presidente. A sostituire l’argentino sulla panchina dei Timoes viene chiamato Antõnio Lopes. Che rispetto all’argentino porta in giro un nome meno altisonante, ma in compenso è un allenatore vero. E infatti con lui in panchina il Corinthians vince a ottobre 2005 il suo quarto campionato nazionale, al termine di una stagione che rimarrà falsata da un pesante affare di gare truccate e corruzione arbitrale[14].

Il successo della squadra sul campo non basta a allontanare le ombre dal club e dall’ingombrante partnership con la MSI. Mentre la squadra viaggia verso il trionfo le vicende societarie si arricchiscono di novità sconcertanti. A febbraio 2005, quando ancora la girandola degli allenatori è di là da venire, arriva una dichiarazione del procuratore José Reinaldo Guimarães Carneiro. Che è membro del Gaeco[15] (Grupo de Atuação Especial de Repressão ao Crime Organizado), la task force creata dalla Procura Generale dello Stato di San Paolo per la lotta al crimine organizzato, e parla esplicitamente di “indizi di riciclaggio di denaro” nell’operato della MSI[16]. In quell’occasione Guimarães Carneiro lancia anche un allarme generale sul rischio che il calcio brasiliano venga infiltrato da soggetti oscuri, e lo fa ponendo un interrogativo: perché mai degli attori finanziari stranieri dovrebbero investire in un prodotto deficitario? Pochi giorni dopo, mentre all’interno del club un passaggio di poteri porta Paulo Angioni (già dirigente corinthiano ma adesso rappresentante della MSI) a assumere il ruolo di direttore della sezione calcio all’interno della polisportiva, lo stesso Gaeco classifica come “oscura” la partnership[17]. Si diffonde anche la notizia di un pagamento da due milioni di dollari partito dalla Georgia a titolo di prestito per il club, e bloccato dalla Banca Centrale brasiliana perché effettuato attraverso un’altra finanziaria con sede legale presso le Isole Vergini Britanniche. Si tratta della Devetia Ltd., che divide con la MSI la partecipazione su alcuni giocatori. A erogare quel prestito è Zaza Toidze, un personaggio del quale poco si sa. Le sole cose note sul personaggio riguardano il suo ruolo da personaggio politico: è un parlamentare del partito “Unione per la Rinascita” nonché membro della Commissione Elettorale dell’assemblea legislativa georgiana. Facile associare il personaggio a Badri Patarkatsishvili, uno dei grandi finanziatori della MSI. Ma il nesso fra i due rimane indimostrato, anche perché Toidze per gli inquirenti brasiliani rimane un fantasma. Inoltre, dalla MSI fanno muro ostinandosi a non  rivelare la provenienza di quel tentato prestito passato attraverso Devetia. Il rifiuto di dare notizie viene corroborato da argomenti ai limiti dell’insolenza. Come quello usato dall’avvocatessa Dora Cavalcanti (dello studio legale “Rao, Cavalcanti e Pacheco”, altro punto d’appoggio brasiliano per gli affari legali della MSI), che agli investigatori del Gaeco risponde ineffabile più o meno a questo modo: <La MSI non sa chi sia Zaza Toidze. È un cittadino georgiano, e la Georgia fa cinque milioni di abitanti. Li si può mica conoscere uno per uno>[18]. Lo stesso Joorabchian, interrogato per tre ore a fine marzo dalla procura paulista, non rivela i nomi degli investitori. Si limita a negare che si tratti di Berezovsky e Patarkatsishvili. Circostanza che risulterà bizzarra quando a maggio si parlerà di costruire un nuovo stadio per il club, e emergerà che la MSI sta trattando l’affare proprio con Berezovsky[19]. Cioè con se stessa. Il mistero su chi stia dietro al fondo d’investimento rappresentato da Joorabchian si fa sempre più fitto, come già aveva segnalato qualche giorno prima al Gaeco il vicepresidente dell’area finanziaria del club, Carlos Roberto Mello: che in quell’occasione ammette di non avere la minima idea sull’origine dei fondi iniettati nel club via MSI[20].

Inoltre, a turbare l’ambiente corinthiano giungono le prime incrinature nel patto fra Dualib e Joorabchian. Oggetto del contendere – quasi superfluo dirlo – è una questione di denari: il ricco sponsor garantito al club da un colosso delle telecomunicazioni come la Samsung. Lo ammette senza infingimenti Dualib durante un’intervista rilasciata alla Folha de Sao Paulo, e spiega nel dettaglio il motivo: non è stata pagata la commissione alla SMA, la società d’intermediazione controllata dalla nipote del presidente, Carla[21]. E lasciamo perdere ogni considerazione sulla modernizzazione del mercato calcistico in Brasile, dato che qui si parla di alleanze/scontri fra l’economia di rapina condotta attraverso organizzazioni opache e l’economia di stampo familiare. Resta il fatto che la vicenda del contratto di sponsorizzazione determina situazioni persin ridicole. Ai primi di agosto il Corinthians gioca un’amichevole contro il Coritiba, ma soltanto mezzora prima di scendere in campo viene dato ai giocatori l’ok per vestire la maglia con l’insegna del nuovo sponsor[22]. Non meno grottesca la scena del giorno dopo, quando al momento di siglare il contratto di sponsorizzazione Dualib e Joorabchian firmano su due fogli separati[23]. I rapporti fra i boss di questa bizzarra governance duale arrivano a un tale punto di conflittualità da spingere Joorabchian a minacciare d’andar via portandosi tutti i calciatori in quota MSI. Si rende necessaria una riunione a Londra per siglare una pace di facciata, e a essa partecipano Berezovsky e Patarkatsishvili[24]. I cui legami con la MSI erano stati negati tre mesi prima da Joorabchian durante l’interrogatorio reso al Gaeco. Il rapporto è comunque compromesso, e comunque Joorabchian guarda già altrove. A maggio 2005 si diffonde l’indiscrezione di un suo interessamento per il West Ham, il club che proverà a scalare nell’estate del 2006 e dove nello stesso periodo porterà Tevez e Mascherano. È ormai chiaro che per le sue strategie il Corinthians sia soltanto un punto di transito. Le frizioni con Dualib trovano un altro motivo nell’operato di Paulo Angioni, ma si tratta di pretesti. E un ulteriore motivo di tensione giunge quando a fine ottobre quando il club che nega al Corinthians il primato per numero di tifosi, il Flamengo, si rivolge a Joorabchian per trovare investitori[25]. A chiudere il cerchio provvede una richiesta di 3,5 milioni di dollari da parte di Renato Duprat per l’intermediazione condotta nei giorni in cui si definiva la partnership fra il club e il fondo d’investimento[26]. Ormai il rapporto è ingombrante per entrambe le parti, e durante l’inverno del 2006 procede per forza d’inerzia. È l’anno dei mondiali di Germania, e in quell’occasione Tevez e Mascherano rimediano una buona figura vestendo la maglia della nazionale argentina guidata da José Pekerman. Le quotazioni dei due lievitano, e a quel punto Joorabchian capisce che è arrivato il momento giusto per piazzarli in Europa. Nelle ultime ore di trattative del calciomercato europeo i due vengono piazzati al West Ham, con la formula che conosciamo. Il Corinthians viene avvisato a cose fatte, e la circostanza fa infuriare l’allenatore Emerson Leao (che da portiere di riserva fu campione del mondo col Brasile nel 1970, e poi da titolare fu protagonista di altri tre mondiali) che a torneo in corso si vede privare senza preavviso di due dei suoi giocatori più forti. Mentre ormai Joorabchian elegge l’Europa a territorio di caccia, la partnership fra il club e il fondo d’investimento continua a trascinarsi per un anno. Fino a interrompersi in modo traumatico.


[2]              È quanto si evince dalle notizie di stampa fornite nelle ore immediatamente successive all’annuncio della partnership. Così, per esempio, riporta il principale quotidiano paulista, A Folha de Sao Paulo, in un articolo datato 25 agosto 2004 e tuttora disponibile sul web all’indirizzo http://www1.folha.uol.com.br/folha/esporte/ult92u80151.shtml