Postmoderna -2 Hemingwrite, ovvero: la tecnologia e la corda di Ulisse, parte seconda

(Potete leggere qui la prima puntata)

 

Hemingwrite

Hemingwrite

Ma cos’ha di particolare Hemingwrite? E perché è un oggetto che ci racconta la post-modernità? Per rispondere a queste domande bisogna scendere nei dettagli che costituiscono il dispositivo e raccontarne il funzionamento. Fin qui mi sono soffermato sul suo design, e sul fatto che si tratti di un dispositivo che mixa le caratteristiche delle vecchie macchine dattilografiche (persino il ticchettio dei tasti all’antica) e dei laptop più recenti. Ma questa è soltanto la dimensione dell’hardware, cioè l’elemento fisico dell’oggetto. E invece bisogna andare al software e all’elemento d’uso per cogliere l’impatto potenzialmente rivoluzionario di Hemingwrite, e soprattutto per cogliere la paradossale natura delle rivoluzioni della post-modernità: che spesso passano attraverso misure di restaurazione. La dimensione software e l’elemento d’uso sono collegati al fatto che Hemingwrite sia un pc da utilizzare come una macchina da scrivere. Molti sono gli elementi che lo accomunano al pc, uno solo (ma decisivo) quello che lo accomuna alla macchina da scrivere.

In comune col pc c’è in primis il “foglio elettronico”, cioè la possibilità di seguire sul display la composizione del testo e di apportare le correzioni senza dover sbianchettare o appallottolare la carta per ricominciare da capo. A ciò si aggiunga una capacità di memoria informatica che può permettere di stivare fino a un milione di pagine, una funzione che non apparteneva alle vecchie macchine da scrivere e esorbitante quanto a misura anche per i pc più capienti. Inoltre, i documenti vengono automaticamente allocati nella cloud personale, risolvendo così il problema della conservazione dei reperti. E infine c’è la durata monstre della batteria: sei settimane, ciò che permette all’utente un grado di libertà fin qui inimmaginabile rispetto all’uso di qualsiasi altro dispositivo elettronico wireless di scrittura.

Ma a fare la differenza in Hemingwrite è l’elemento in comune con le macchine dattilografiche. E questo elemento è la non connessione. Non inganni il fatto che sia data la possibilità di utilizzare la cloud personale, perché escluso questo elemento l’utente che usi il nuovo dispositivo è completamente offline. Può e deve dedicarsi soltanto alla stesura di documenti, come era pratica ordinaria quando gli toccava utilizzare una macchina dattilografica.

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Rispetto al vecchio strumento ha in più il fatto di giovarsi dei vantaggi dati dalle tecniche di videoscrittura, come per esempio la correggibilità e la componibilità del testo, ma nulla che vada oltre ciò. Con Hemingwrite la stesura di un documento è soggetta a  una rivoluzione per restaurazione, un ossimoro che come tanti altri ossimori porta dentro sé il codice culturale della post-modernità.

Dunque, è l’elemento della scrittura offline a rendere peculiare Hemingwrite. E attorno a questo elemento si è avuta una polarizzazione d’opinione in tutti i forum o pagine web che abbiano ospitato commenti sul dispositivo di nuova generazione. Da una parte si sono schierati coloro secondo cui la connettività in rete è andata oltre il mero aspetto funzionale (la possibilità di disporre, immediatamente e continuativamente, di una gamma sterminata di risorse a supporto del lavoro di scrittura), per diventare un elemento sostanziale. Secondo questa corrente di pensiero la connettività online ha completamente ristrutturato il lavoro di composizione del testo, e ne ha segnato talmente in profondità le caratteristiche da rendere impensabile un ritorno indietro. Una tesi assolutamente vera, e ne posso dare testimonianza privilegiata. Se non avessi potuto disporre di quello sterminato giacimento d’informazioni che è la rete, mai sarei stato in grado di scrivere un libro come Gol di rapina.

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E non si tratta soltanto della possibilità trovare ciò che si cerca, ma ancor più d’imbattersi in ciò che mai si sarebbe immaginato. In questo senso, la rete è il regno della serendipity, della scoperta casuale. Scoprire due o tre nuove piste d’indagine mentre se ne sta seguendo una principale costituisce la norma, non l’eccezione. Dunque non è esclusivamente un fatto di connessione, ma innanzitutto di job enhancing: grazie alla connessione in rete la stesura di un documento ha una potenzialità di sviluppo elevata a n, e a fare la differenza sono soltanto le capacità personali dell’estensore. Ciò vale ancor più per il lavoro accademico, per non dire delle forme di intelligenza collettiva di cui parla Pierre Levy in un libro pubblicato a metà degli anni Novanta, cioè in periodo nel quale il web pareva ancora un fenomeno elitario.

Pierre Levy

Pierre Levy

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Tutti argomenti che rafforzano il punto di vista di chi vede in Hemingwrite l’espressione di una nostalgia anti-tecnologica intrisa di velleitarismo. Fare a meno della connettività, nel lavoro intellettuale di oggi, è cosa semplicemente improponibile. Ma davvero le cose stanno in termini così perentori, tali da condannarci alla connettività perpetua come premessa del lavoro intellettuale tradotto in forma scritta?

Dissento. E facendolo mi rendo conto di generare perplessità. Ho appena dichiarato che senza l’elemento della connettività non sarei stato in grado di scrivere il mio testo più apprezzato a livello internazionale, e dunque da me ci si aspetterebbe che mi allineassi all’opinione di quanti stroncano la pretesa di lavorare offline incorporata in Hemingwrite. Invece sostengo che ci sono dei buoni motivi per scegliere quell’oggetto come dispositivo di scrittura, e che me lo hanno reso immediatamente desiderabile. C’è il fatto che la totale connettività pone non soltanto delle opportunità. Esistono anche i rischi, e sono talmente pesanti da condizionare non soltanto il nostro lavoro di stesura dei testi ma anche la nostra percezione della realtà e i ritmi delle pratiche quotidiane. Tutti quanti abbiamo un minimo d’esperienza della rete, e dunque sappiamo bene quanto ci abbia trasformato in flaneur digitali.

Il flaneur

Il flaneur

Siamo usi viaggiare per la rete senza un criterio, lasciandoci attrarre da ogni stimolo con un’arrendevolezza che è quasi incontinenza. Scopriamo di essere stati colonizzati dal principio del piacere e d’aver smarrito quello di realtà. E non possiamo nemmeno più parlare di “sessioni internet”, perché è la nostra stessa vita a essere una sterminata sessione internet cui diamo la funzione pause soltanto nelle ore del sonno. E dunque chi fra noi lavora regolarmente alla stesura di documenti sa quanto si sia abbassato il grado di concentrazione durante il lavoro. Che essendo lavoro intellettuale richiederebbe proprio la concentrazione come condizione primaria. E invece siamo continuamente distratti da qualcos’altro: le notifiche della posta elettronica, il canale di web radio da cambiare perché sta passano della musica da schifo, i siti d’informazione da controllare non perché si voglia rimanere informati ma per non essere tagliati fuori dai trend di Facebook e Twitter, le chat sui social network, e persino il filone di ricerca appena scoperto e che subito prendiamo a battere nonostante ci si possa dedicare a esso non prima del prossimo semestre. Anche questo è la rete. E sto parlando soltanto delle connessioni via pc, senza tirare in ballo le migliaia di stimoli quotidiani che ci giungono via smartphone. La ricchezza del lavoro nell’éra della connessione totale presenta questa faccia oscura, e lo sanno anche i web-entusiasti. Quelli che in gran misura giudicano Hemingwrite una sciocchezza da nostalgici tecnologici. E invece il nuovo dispositivo è una risposta al lato negativo del nostro essere perennemente connessi durante il lavoro intellettuale. Ci riporta alla missione della pura scrittura, proteggendola da ogni distrazione. Per questo si tratta di un oggetto che ha riscosso un immediato consenso. E dietro quel consenso vi sono delle ragioni profonde, tutte da spiegare. Ragioni che ci dicono cose molto nette a proposito del nostro rapporto con la tecnologia, e del punto d’equilibrio che esso raggiunge nella post-modernità.

Mi sono trovato più volte a ragionare coi miei studenti sul tema della decrescita tecnologica nello sport, cioè il campo in cui più immediatamente la performance è un fenomeno oggettivo e misurabile. Risparmio di aprire qui questo fronte di riflessione perché ci porterebbe troppo fuori dal perimetro, ma prometto di spendere a breve su questo tema una puntata di Postmoderna. Mi limito a dire che nel mondo dello sport la spinta alla decrescita si nota attraverso esempi molto eloquenti, e ciò costituisce una chiave di lettura efficace sulla post-modernità. Tornando al caso di Hemingwrite, la conclusione da trarre è che esso incorpora la nostra definitiva sconfitta nel rapporto con la tecnologia. Quest’ultima si è sviluppata al punto tale da trasformarsi in qualcosa di diverso dallo status di mezzo. E si è trattato di una trasformazione che è andata in una direzione diversa rispetto a quella preconizzata da molta fantascienza apocalittica. La Civiltà delle Macchine, immaginata nell’epoca in cui la presenza delle macchine stesse nella nostra vita quotidiana era molto limitata, è parecchio diversa da come gli autori in auge fino agli anni Settanta avevano provato a dipingerla. E è per questo che la lettura della fantascienza classica risulta così affascinante. Perché è un repertorio di documenti sul futuro anteriore, cioè sul modo in cui i nostri predecessori immaginavano il nostro stato attuale. Dentro quell’immaginazione c’erano le aspirazioni e le ossessioni del loro presente. In particolare, un grande filone di fantascienza immaginava l’epoca della Ribellione delle Macchine. L’Hal 9000 di 2001 Odissea nello Spazio, il Terminator della saga interpretata da Arnold Schwarzenegger, il computer Joshua di Wargames – Giochi di guerra, erano tutte variazioni sul tema della macchina intelligente che rovescia il rapporto di dominio coi suoi creatori umani. Lo schema narrativo prevedeva che gli esseri umani approntassero macchine talmente sofisticate in termini d’intelligenza artificiale, nonché capaci d’autonomia, da sottrarsi al controllo umano o addirittura ribellarsi.

Rispetto a ciò l’apparire di Hemingwrite ci dice due cose. La prima: che l’evoluzione del rapporto fra la specie umana e la tecnologia non è andata nella direzione apocalittica tracciata da quella stagione di Science Fiction. La seconda: ciò non significa che la diversa evoluzione presa da questo processo abbia prodotto una realtà più tranquillizzante. Anzi.

Non abbiamo registrato l’epoca in cui un elevato grado di sviluppo tecnologico ha creato macchine che si sottraggono al nostro controllo, o addirittura ci dominano. In compenso, abbiamo realizzato una realtà in cui lo sviluppo tecnologico è penetrato nel profondo delle nostre pratiche quotidiane, deformandole a propria misura e iniettando in noi il virus di una dipendenza da cui non veniamo più fuori. Siamo tutti connessi volontariamente, e volontariamente rispondiamo presente a ogni stimolo che quello stato di connessione permanente ci trasmette. Non è il dominio della macchina tiranna, ma piuttosto l’interiorizzazione di una dipendenza soverchiante che non riusciamo più a estrarre da noi. E a quel punto compiamo l’estremo gesto di resa: chiediamo alla tecnologia di proteggerci da se stessa. E inventiamo dispositivi tecnologicamente limitati non perché ci serva meno tecnologia, ma perché quella limitazione tecnologica ci salvi. Dichiariamo la nostra incapacità di evitare l’eccesso. Succede con Hemingwrite, ma anche coi limitatori di velocità delle automobili affinché ci impediscano di fare ciò che non siamo capaci di evitare. Abbiamo perso il controllo per eccesso di esposizione alla tecnologia, e adesso chiediamo alla tecnologia di metterci sotto tutela e amministrare essa delle regole minime di controllo. Questo è Hemingwrite, questo sono tutti i dispositivi della riduzione tecnologica. E la loro funzione è la medesima assegnata da Ulisse alla corda che lo assicura all’albero della nave mentre viene solcato il tratto di mare popolato dalle Sirene. Ulisse sa che non resisterebbe al loro canto, ma al tempo stesso la sua brama di scoperta gli impedisce di tapparsi le orecchie come egli stesso ordina di fare a tutti gli altri marinai. E allora si fa legare, per avere la sicurezza di non intraprendere un comportamento autodistruttivo per volontà di scoperta. Rinuncia in partenza all’autocontrollo perché sa di non esserne capace, e affida a un oggetto la missione di tutelarlo.

Per noi lavoratori, intellettuali drogati di connessione, Hemingwrite è esattamente questo: la corda di Ulisse che ci vincola a fare ciò che dobbiamo resistendo a ogni tentazione da web. Per questo un oggetto così postmoderno richiama la nostra fascinazione. Risponde a un bisogno che non abbiamo il coraggio di confessare a noi stessi.

(2. fine)

Postmoderna – 1 Hemingwrite, ovvero: la tecnologia e la corda di Ulisse, parte prima

Hemingwrite

Hemingwrite

La tentazione di tornare indietro. L’ho rintracciata leggendo a dicembre dello scorso anno le notizie dedicate a un dispositivo elettronico di scrittura. Si chiama Hemingwrite, nome che è un evidente omaggio al grande scrittore. E come il nome, l’oggetto in questione è un ibrido. È “Hemingway che scrive”, o “scrivere alla Hemingway”, certo. Ma è ibrido anche nel senso che si tratta d’una via di mezzo fra i personal computer e le vecchie macchine da scrivere. Certamente lo è nel design, che replica le forme delle portatili di una volta ma le adegua a un’estetica al passo coi tempi e le arricchisce di tutti i ritrovati che rendono più user friendly i pc. E soprattutto, è un ibrido in termini di funzionalità perché rende più smart la pratica di “nuda scrittura”, che era propria delle macchine dattilografiche, ampliandone le possibilità grazie alle tecniche ipertestuali e multimediali.

Passando in rassegna le descrizioni dell’oggetto, osservandone le caratteristiche, ho avvertito una fascinazione particolare. Quella provocata dalle cose che ritornano in modo inaspettato, ripresentandosi in una forma adattata al tempo mutato. Hemingwrite è un oggetto che ci ricorda la versione originaria ma non è la versione originaria né una sua replica; ché se si limitasse a essere ciò non avrebbe possibilità di entrare nell’uso quotidiano. Chi di noi, dopo aver lavorato con un pc e avere adattato le proprie pratiche di scrittura a quella gamma di funzionalità, tornerebbe alla macchina da scrivere? Impensabile. La pesantezza dei tasti, il carrello da riportare a sinistra dopo la scrittura d’ogni riga, il foglio da estrarre e sostituire: tutti gesti che adesso sarebbero un aggravio di tempo e fatica. E tuttavia, depurata da queste pesantezze d’uso e riadattata al presente, la vecchia macchina da scrivere presenta dei vantaggi per l’utente multimediale e iperconneso di oggi. Quali?

Da questo e da altri interrogativi parte il primo viaggio nel mistero della postmodernità. Che è un fenomeno socio-culturale indefinibile e forse inafferrabile, e proprio per questo risulta così affascinante da analizzare. Molti studiosi, soprattutto in sociologia, ritengono che il concetto di postmodernità sia quanto di più anti-scientifico vi sia oggi sul mercato teorico e concettuale. Io la penso diversamente, e credo che nella sua indefinitezza il concetto di postmodernità sia il più efficace per aiutare a orientarsi nel disordine creativo di questa lunga stagione di mutamento sociale e culturale. Perché si tratta di un concetto che richiama esplicitamente l’epoca moderna di cui è filiazione, ma al tempo stesso segnala una rottura rispetto all’epoca moderna ch’è segno di una discontinuità. L’ibrido è la cifra reale della postmodernità. E a questo punto dobbiamo chiederci: l’ibrido è una semplice variazione rispetto ai “puri originari”, o piuttosto è qualcosa che pur essendone filiazione rompe con essi prendendo identità propria?

Ibrido

Ibrido

Ecco uno dei tanti dilemmi che costellano la postmodernità. Destinati a non generare una risposta definitiva, perché in fondo di risposte definitive la postmodernità non ne fornisce né mette in condizioni di raggiungerne. A questo proposito, un oggetto come Hemingwrite e l’utilità che mette a disposizione degli utenti ne sono l’ennesima dimostrazione. Perché richiamano una  contrapposizione che è centrale nel panorama culturale della postmodernità: quella tra vecchio e nuovo. E la centralità di questa contrapposizione sta non tanto nel fatto che essa ci chiami continuamente a scegliere fra uno dei suoi termini, cioè a optare per il vecchio o per il nuovo; piuttosto, è  la contrapposizione stessa che viene risolta. Cioè, si vede sciolta come in un solvente che azzera la sua struttura dicotomica restituendo un magma indistinto, fatto di vecchio e nuovo ricombinati ma non più scindibili.

È propria della postmodernità questa tendenza alla de-dicotomizzazione. Si fa piazza pulita delle alternative aut-aut, trasformandole in relazioni et/et. E in ciò non possiamo non vedere la conseguenza d’una cesura netta rispetto alla logica ispiratrice della modernità. Quest’ultima, secondo un’accreditata linea d’interpretazione, ha raggiunto il suo picco con l’epoca dell’industrialismo. Cioè, un sistema che è innanzitutto di carattere economico-produttivo, basato sull’organizzazione altamente razionalizzata e meccanizzata dei processi di produzione e riproduzione sociale. Ma, com’è ovvio, al profilo economico-produttivo dell’industrialismo corrisponde una dimensione socio-culturale coerente. Che, per quanto riguarda il rapporto coi mezzi di produzione e gli oggetti d’uso, era fondata su una struttura delle aspettative incrementalista. La prospettiva dell’incremento potenzialmente infinito nella produzione dei beni d’uso e dell’innovazione tecnologica è stata una proiezione della modernità industriale, una struttura mentale collettiva che ci ha fatto orgaanizzzare di conseguenza le pratiche quotidiane. E all’interno di questa struttura, la dicotomia vecchio-nuovo è stata asse portante. Si è guardato alla produzione industriale in termini d’incremento dei beni a disposizione per le nostre pratiche quotidiane (un equilibrio sempre più avanzato, e dunque innovativo, nelle condizioni del benessere e nell’affrancamento dalle privazioni), e alle prospettive d’innovazione tecnologica come promessa di rendere più agevole il nostro rapporto col mondo esterno.

Post-industriale

Post-industriale

Ma nella postmodernità questo schema funziona sempre meno. Per i motivi più disparati. Per esempio, c’è che in molti campi le nostre possibilità di inventare e/o innovare sono prossime all’esaurimento. E che una volta giunti su quel confine, le formule dell’innovazione consistano nel decostruire e riassemblare l’esistente, o nell’enhancing delle sue potenzialità fin lì inespresse. Dunque, si tratta di insistere sulla stessa materia finita, non più di espanderla o assoggettarla alla pura innovazione. O forse c’è pure che il nuovo ci ha stufato, assieme alle retoriche di complemento che nell’ultimo quarto di secolo ne hanno magnificato le virtù risolutive d’ogni possibile crisi. E che, contemporaneamente a questa stanchezza da nuovo, si faccia largo la riscoperta del vecchio assieme alla sua de-stigmatizzazione. Un’operazione che libera gli oggetti etichettati come vecchi da una tara semantica negativa legata all’idea di deterioramento. Si tratta di una vecchia e mai superata questione, legata ai limiti di significazione che la lingua italiana mostra con frequenza. Nella nostra lingua non disponiamo di un concetto corrispondente all’inglese ageing, cioè che rimanda all’idea del cumulare e stratificare età anagrafica, senza che ciò significhi automaticamente l’andare incontro al decadimento organico. Per trasmettere nel discorso quotidiano quell’area semantica disponiamo soltanto di vecchio, che come detto porta con sé una carica di significazione negativa. Soprattutto per questo la dicotomia vecchio-nuovo ha avuto nel corso della modernità un esito squilibrato. Al primo termine è stata assegnata una valenza prevalentemente negativa, così come prevalentemente positiva è quella assegnata al secondo. Con la triste conseguenza, per quello che è lo schema della modernità, di veder quasi sistematicamente penalizzato il vecchio nel confronto col nuovo. Vien da dire che un’epoca ossessionata dalla ricerca dell’incrementalismo, e dalla volontà di produrre numeri crescenti, abbia posto come unica eccezione l’incremento anagrafico.

La post-modernità rompe questo schema. Il suo clima culturale mette al bando le contrapposizioni dicotomiche come vecchio-nuovo, e così facendo consegna al concetto di vecchio una dignità culturale fin qui negata. È frutto di questo mutato clima il culto del vintage, con la riproposizione di oggetti fuori moda il cui valore precipuo è proprio il loro essere fuori moda. E altrettanto frutto di questo clima culturale è il recupero di pratiche e oggetti sprofondati nel disuso.

È in questo contesto che giunge sul mercato un oggetto come Hemingrwrite. Che non è vecchio né nuovo, ma semplicemente ripropone il vecchio in una forma compatibile con le esigenze d’un pubblico di utenti nel frattempo socializzati alle meraviglie della multimedialità. Piuttosto, il vero interrogativo da porsi riguarda i bisogni che un oggetto del genere va a intercettare. Perché sul mercato viene messo un oggetto come Hemingwrite? Cosa lo rende un oggetto desiderabile? E perché adesso? Questi interrogativi portano verso la questione cruciale, e permettono di mettere a fuoco il motivo per cui questo oggetto si propone come una chiave di lettura della post-modernità. Hemingwrite è l’oggetto che ci mette definitivamente al corrente del disagio patito da ciascuno di noi per un eccesso di sviluppo tecnologico. Una condizione scaturita dalla natura incrementale della modernità, e frutto delle sue promesse illusorie. Ci era stato promesso che lo sviluppo illimitato delle risorse e dei mezzi avrebbe spostato sempre una spanna in avanti il controllo dell’ambiente esterno e il grado di benessere-felicità. E invece abbiamo scoperto che oltre un certo grado la disponibilità di tecnologia nella vita quotidiana colonizza le nostre pratiche, trasformandosi da mezzo in driver. E giunti su quel confine, a toccare il punto in cui si raggiunge la saturazione da tecnologia, tocca prendere una decisione che rompa lo schema incrementale. Sì, ma come? Con una rinuncia, tout court, alla tecnologia? Non proprio. Piuttosto con la sua riconduzione allo statuto di mezzo, da driver che era diventata. La tecnologia viene riportata dentro le esigenze delle Politiche della Vita, che adesso reclamano la liberazione di spazi saturati dalle pratiche iper-tecnologizzate cui ci siamo consegnati volenterosamente nella quotidianità minuta. L’approdo di Hemingwrite sul mercato ci dice esattamente questo.

  • (1. Continua. La seconda puntata verrà postata domani)

L’Hacca Demico

Succede spesso di vedere inscenate delle caricature, e l’impressione costante è che la figura messa in scena abbia tratti esagerati per corrispondere a un tipo realmente esistente. Poi succede talvolta d’imbattersi in una caricatura vivente e allora ci si ricrede.

A me è successo ieri, durante un convegno. In quella circostanza mi sono imbattuto nella caricatura-realmente-esistente dell’Hacca Demico.  Un profilo che erroneamente viene confuso col mero accademico, anche perché fra quelli alligna per meglio mimetizzarsi. E che di tanto in tanto spicca e  lustra quella “H” in sovrappiù, facendo vedere in cosa consista la differenza. Perché l’accademico espone la sua scienza cercando di rendersi comprensibile col pubblico extra-accademico e con esso dialogare. E invece l’Hacca Demico prende a declamare un discorso autistico. e per di più usando un codice astruso, che tanto da vicino richiama la lettera più sfuggente dell’alfabeto italico.  La “H”, appunto.

Niente nomi, per carità. Meglio limitarsi a illustrare le caratteristiche dell’Hacca Demico, ponendo così le condizioni affinché ciascuno di voi possa riconoscerlo qualora vi s’imbattesse.

  1. L’Hacca Demico si presenta al dibattito con un discorso scritto a mano nel bloc notes a quadretti, pagina gialla e formato A4. E se anche il dibattito prende una direzione lontanissima dal contenuto dei suoi appunti, egli tira dritto a declamarli. L’effetto è quello che si avrebbe se nel pieno di un convegno sul Dolce Stilnovo qualcuno si mettesse a parlare della Storia del Motore a Scoppio.
  2. Naturale conseguenza del punto appena citato è che l’Hacca Demico abbia delle ferme e incrollabili convinzioni. E la più incrollabile è quella secondo cui gli sguardi smarriti che s’inseguono nell’uditorio e i bisbigli in stile “Cazzo c’entra ‘sta cosa qui?” siano occhiate d’ammirazione e commenti del genere “Minchia che professorone!”.
  3. L’Hacca Demico ha il vezzo di pronunciare formule dal sicurissimo effetto, di quelle à la page che al solo sentirle proferire ci si ferma un attimo a ascoltarle. Quanto meno per scoprire chi sia il pirla che ancora crede di far effetto con certe puttanate. Potete star certi che egli pronuncerà almeno cinque volte ciascuna le formule “post-modernità”, “top down” e “bottom up”. E ogni volta l’occhio vispo sottolineerà il passaggio con ammiccamento del genere: “L’ho detto ancora, olé!”.
  4. Dopo aver concluso il proprio intervento, l’Hacca Demico rivolgerà uno sguardo di suina empatia a chi gli spiegherà, sia pur con garbo e condiscendenza massimi, quali sesquipedali minchiate egli abbia appena proferito durante il proprio interevento. E crederà trattarsi di dialettica e scambio d’idee, e che i suoi punti di vista siano stati vigorose provocazioni. Invece non sa che sul bavero della giacca gli si sta disegnando un’invisibile lettera scarlatta: C.
  5. Prima della conclusione del dibattito l’Hacca Demico andrà via, senza fermarsi per il buffet o per salutare i partecipanti. Altri impegni Hacca Demici l’assillano, e magari gli scappa pure l’acca. Sicché nessuno potrà dirgli che dell’argomento non ci ha capito un H. O una beata minchia, giusto per parlare in termini terra terra. Pardon, down down.

P.S. Ogni riferimento a persone o fatti reali è esatto al millimetro.

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La lotta olimpica e l’espulsione del duello nella postmodernità (da l’Unità, 26 febbraio 2013)

Cari amici, ieri il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha confermato la presenza della lotta nella lista delle discipline olimpiche, dopo che nei mesi scorsi se ne era ipotizzata l’esclusione. E’ l’occasione per riprendere un articolo pubblicato sette mesi fa, nel quale riflettevo sul significato di quella possibile cancellazione. Buona lettura.

 

Lo stadio ultimo della lotta è quello per la sopravvivenza. Dei contendenti, ma anche della lotta stessa come schema della contrapposizione tra forze individuali e modello dell’esercizio agonistico regolato. La ventilata decisione di eliminare la lotta dalla lista delle discipline olimpiche a partire dall’edizione del 2020 ha suscitato polemiche persino ovvie. Incentrate soprattutto sul tema dell’offesa alla tradizione e dell’invettiva contro l’arrendersi delle autorità olimpiche ai diktat del mercato. La logica attorno alla quale ruotano tali polemiche è quella secondo cui i giochi starebbero definitivamente svendendo l’anima alle ragioni del profitto, eliminando dal programma discipline sportive che pure ne costituiscono il patrimonio storico originario. È il caso, appunto, della lotta. Che è una delle discipline sportive risalenti ai giochi olimpici dell’antica Grecia, e dunque a suo modo anche garante dell’esistenza di una continuità storica tra le Olimpiadi di allora e quelle della contemporaneità. La rottura con tale continuità storica viene dunque rappresentata come un tradimento della tradizione e dell’eredità tramandate dall’epoca classica dell’olimpismo a quella contemporanea. E che ciò avvenga per ragioni di cassetta è ulteriore motivo di ulteriore stigmatizzazione. Anche se ufficialmente non viene ammesso, la lotta verrà eliminata perché nel gusto popolare e soprattutto nei consumi diffusi ha perso terreno rispetto a altre pratiche più à la page: come l’arrampicata e lo squash, delle quali si vocifera l’ammissione. E poiché ovvie ragioni di durata della manifestazione impongono una lista di discipline olimpiche circoscritta a 25, ecco che per ammetterne una nuova bisogna depennarne una di quelle esistenti. Inoltre, fra le motivazioni non ufficiali della possibile cancellazione è stata addotta anche la blanda politica antidoping condotta da alcune federazioni nazionali della lotta; una situazione rispetto alla quale l’azione di sorveglianza della federazione internazionale sarebbe stata alquanto blanda.

 

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E tuttavia queste motivazioni colgono soltanto la superficie della questione. Esse, infatti, hanno il limite di non cogliere il motivo profondo che fa della lotta una disciplina sportiva trovatasi nella condizione d’essere eliminata darwinianamente. Non soltanto dalla lista delle discipline olimpiche, ma anche dallo spettro degli oggetti culturali rilevanti nel mezzo di questo passaggio dalla modernità alla postmodernità. Il fatto che la lotta sia giunta al suo stadio ultimo è infatti il sintomo d’un mutamento culturale profondo, la cui complessità va ben oltre l’aspetto della sopravvivenza di una disciplina sportiva nella lista degli sport olimpici. La profondità di questo mutamento si può leggere guardando a due diversi aspetti: quello relativo al mutamento di segno subìto dalle Olimpiadi come grande cerimonia culturale, e quello ancora più significativo legato alla configurazione del duello individuale come struttura archetipica della modernità.

Riguardo al primo aspetto, non si può non notare come le Olimpiadi dell’epoca moderna abbiano visto trasformare il proprio profilo simbolico per adattarsi al mutamento culturale che segna l’attuale passaggio d’epoca. Nate al culmine della modernità industriale e dello strutturarsi di un sistema delle relazioni internazionali fra stati, esse mostrano di reggere con difficoltà alle trasformazioni dettate dai processi di globalizzazione. Ma è soprattutto il secondo aspetto a contenere i germi più incisivi di un mutamento che determina il tramonto della lotta come oggetto culturale. C’è infatti che il confronto uomo contro uomo sta perdendo sempre più fascino e capacità attrattiva nel nostro modo di costruire la realtà quotidiana. Dalla quale la configurazione del duello è stata espunta poco a poco, in modo graduale e quasi senza che ci se ne accorgesse. E non si tratta di una perdita qualsiasi. Perché il duello è un pilastro della cultura occidentale, un modello dell’incontro-scontro tra forze che incarna il principale schema cognitivo della Modernità: quello della contrapposizione bipolare. L’esigenza di razionalizzare realtà complesse ha trovato infatti nello scontro tra due individualità la forma massima della semplificazione. E se ci si ragiona su un attimo si scopre quanta parte del nostro immaginario novecentesco ne sia intrisa. Dalla cavalleria medievale all’epica western, fino a giungere alla science fiction con lo scontro tra Obi-Wan Kenobi e Darth Vader in Guerre Stellari o al confronto Gentile-Maradona allo stadio Sarrà nell’Ottantadue, il succedersi delle contrapposizioni fra individualità ha incarnato la contrapposizione fra opposte idee del mondo.

 

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A cominciare dall’ineludibile scontro fra l’idea di Bene e quella di Male. In un bel libro pubblicato qualche anno fa (Il sangue dell’onore. Storia del duello, Laterza, 2005) Marco Cavina, docente di Storia del Diritto Medievale e Moderno presso l’Università di Udine, ha tracciato un’accurata genealogia di questa particolare struttura della cultura occidentale, mostrando come essa abbia contribuito a strutturare le basi giuridiche per la composizione legale delle controversie. Di quel percorso di giuridificazione e civilizzazione del duello si è giovata l’epoca delle democrazie occidentali mature, trovando il culmine nel confronto elettorale “faccia a faccia” fra due leader politici di schieramenti contrapposti. E invece adesso ci si trova di fronte a un campo della competizione elettorale che si frammenta in più leadership. Difficili da ricondurre a una contrapposizione non soltanto perché la presenza di leader in numero superiore a due fa saltare lo schema del duello, ma anche perché in molti casi mancano le elementari regole d’ingaggio per mettere le singole figure nelle condizioni di duellare con altre. L’effetto disarticolante della cultura postmoderna investe violentemente il confronto-scontro tra forze individuali consegnandolo agli archivi. La possibile eliminazione della lotta dal programma olimpico è solo un riflesso fra i tanti di questo mutamento culturale.

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