Il caso Ched Evans tra giustizia e verità, parte quarta (Lettera43, 3 febbraio 2019)

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Ched Evans

 

 

“Ma adesso cerchiamo di far capire che è stato un caso eccezionale”. Sono passate poche ore dalla revisione del processo che ha azzerato le accuse di stupro contro Ched Evans, ma già si guarda oltre. E ci s’interroga sugli effetti indesiderati (e incontrollabili) del retrial. L’ammonimento arriva da Vera Baird, una figura particolarmente autorevole nel Regno Unito, per quello che riguarda le politiche in materia penale. Ex parlamentare, ex procuratore generale della Corona, esperienze da docente accademica nel curriculum, e attuale crime commissioner presso la polizia di Northumbria. Soprattutto, Vera Baird è particolarmente sensibile alla tematica della violenza di genere. Su questo versante ha speso parte importante della sua attività e riflessione.

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Il caso Ched Evans, fra giustizia e verità – parte prima (Lettera43)

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Ched Evans

 

Questa è una storia di giustizia negata. Si svolge in Gran Bretagna, e racconta di un calciatore professionista condannato a cinque anni di carcere per stupro e poi riabilitato in seguito alla revisione del processo, ma soltanto dopo avere scontato metà della pena in regime di detenzione. E messa in questi termini se ne dedurrebbe che la vittima di giustizia negata sia il calciatore riabilitato, tornato sui campi di calcio dopo quattro anni di pausa e perciò è protagonista di un finale agrodolce. Ma le cose non stanno così. Perché questa è una storia di giustizia negata in linea di principio, al di là dei suoi protagonisti e della loro sorte processuale. E lo è soprattutto perché il suo esito giunge al termine di un percorso nevrotico, durante il quale la verità giudiziaria si rivela troppo permeabile a influenze esterne per potersi ritenere equa. Non si parla di giustizia negata a qualcuno, ma di giustizia che nega se stessa perché incapace di agire con rigore.

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