La Bari nera. Quella vera, raccontata da Alessio Viola – 1 Il crimine mutante nella città che cambia

Con Alessio Viola mi trovo vergognosamente in debito.

Anni fa mi inviò il suo romanzo Dove comincia la notte, edito nel 2013 da Rizzoli. Non ricordo nemmeno più quanti anni fa e preferisco non far mente locale per non acuire il senso di colpa, che del resto chiama in causa numerosi altri autori dai quali ho ricevuto le opere e che in gran parte sono rimasti senza risposta. E poiché finalmente ho deciso di rendere questo blog qualcosa di utile – e la prima utilità è dargli un funzionamento minimamente regolare, anziché aggiornarlo una volta ogni luna zoppa – ho scelto di cominciare proprio da lui. Per due motivi.

Il primo è anche il più veloce da illustrare: a differenza di molti altri romanzi che gli autori mi hanno inviato, quello di Alessio Viola l’ho letto. E già con questo faccio auto-accusa, con impegno a rimediare che rivolgo a tutti gli altri.

Il secondo richiede qualche riga in più: comincio dal romanzo di Alessio Viola perché mi è piaciuto. Anche tanto. E magari questa notizia spiazzerà innanzitutto lui, forse convinto che il mio silenzio fosse dovuto a mancato apprezzamento. No caro amico, era solo cialtroneria. Dote che meno di molte altre mi difetta. Lessi a suo tempo e mi ripromisi di scriverne, ma poi la cosa rimase lì al pari di molte altre pesante e non realizzate. E tuttavia i bei romanzi sedimentano. E il tempo trascorso mi ha fatto capire che l’apprezzamento verso Dove comincia la notte fosse anche più alto di quanto percepito nell’immediato. Impressione confermata alla rilettura, che si è resa necessaria per il troppo tempo trascorso rispetto alla prima. Giusto fio da pagare all’eccesso di tentennamento.

Invero, vi sarebbe un terzo motivo. Biecamente strumentale. Come tutti i lettori di Cercando Oblivia sanno, qui vengono pubblicate soprattutto stroncature. La ragione di tale prevalenza è altrettanto nota: l’autore-proprietario del blog è molto esigente, è convinto assertore del fatto che un buon 80-85% della produzione libraria odierna non dovrebbe essere nemmeno concepita (altro che pubblicarla), sicché è inevitabile la schiacciante prevalenza delle stroncature sulle recensioni positive. Ma detto ciò, non mi andava di riprendere una regolare attività del blog con una stroncatura. Preferisco ricominciare parlando in positivo di un libro che lo meriti, dopo di che si ripartirà con le stroncature (il signor Scurati Antonio è pregato di accomodarsi in sala d’attesa, ma anche molti fra coloro che sono in odore di candidatura per lo Strega). Insomma, caro Alessio, tutta questa premessa per dirti che un po’ ti sto sfruttando. Non me ne volere.

1. La Bari criminale Anni Novanta

Quanto ampiamente ce l’hanno raccontata Bari, negli anni recenti. Nelle cronache del Berlusconismo (rovinosamente) decadente, ma soprattutto nella narrativa che piace alla gente che piace. Quella soporifera firmata da Gianrico Carofiglio, e quella devastante per la lingua italiana e i neuroni tratteggiata da Nicola Lagioia. E ogni volta, quell’impressione a farsi largo nella mente del lettore minimamente smaliziato: la rappresentazione di una caricatura di città, dominata dai narcisismi autoriali dell’uno e dalle influenze romanordiste e infimumfaxe dell’altro. Da quelle pagine, che parzialmente sono state stroncate in questo blog (leggere qui, qui e qui), ma in massima quota hanno ancora da ricevere il meritato trattamento, viene perennemente fuori una Bari invertebrata. Descritta senza l’attenzione che si deve alle sue specificità, deprivata della sua anima profonda, tirata dentro quasi per caso e pressoché indistinguibile (salvo per qualche riferimento topografico che chiunque tra voi potrebbe cavare, buttando via su Google Street View cinque minuti di un giorno qualunque) da ogni altra città.

E invece le pagine del romanzo di Alessio Viola descrivono una Bari profonda, vera. Fatta di angoli che altre opere di narrativa non raccontano e di una cintura metropolitana ricca di bellezze selvagge e bruttezze prodotte da una criminale antropizzazione. E di volta in volta si ha impressione di respirarli, quei luoghi menzionati. Soprattutto perché se ne respira l’originalità. Ciò che è il vero dono dal narratore di luoghi a chi non li conosce e magari non ne ha nemmeno mai sentito parlare. La Bari narrata da Alessio Viola è verace. Punteggiata di posti che non sono quelli noti a qualsiasi non barese, narrati con straordinaria capacità di narrarne la specificità. Non certo il quartiere-Japigia-supermarket-della-droga sciattamente tratteggiato da Nicolino Lagioia nel desolante Riportando tutto a casa. Piuttosto, l’autore di Dove comincia la notte ci porta in giro per una città piena di chiaroscuri, un vasto territorio metropolitano dove è impossibile segnare una cesura netta fra legalità e illegalità.

Questo taglio nel racconto della città è evidente fin dalle prime pagine della narrazione, laddove prendono a incrociarsi i due protagonisti della storia: Roberto de Angelis, il poliziotto che sta scivolando verso il proprio inferno e Giacinto Trentadue, il giovane killer della nuova mala barese. Il poliziotto pedina il killer perché la sua missione è capire come stia cambiando la mappa del potere criminale a Bari e ritiene di avere individuato il soggetto che possa fargli da chiave d’ingresso in quel mondo difficile da permeare. Il piano di De Angelis va a compimento senza che Trentadue sospetti d’essere stato avvicinato da un poliziotto sotto copertura. E da lì in poi fra il rappresentante dell’ordine e il rappresentante del crimine nasce un rapporto d’amicizia in cui il confine fra legalità e illegalità, fra bene e male, viene dissolto. Perché i demoni del poliziotto vengono fuori con tutta nettezza e lo portano a assumere comportamenti che sono l’opposto della legalità, mentre dal canto suo il criminale mostra una pur rudimentale e discutibile nettezza di principi morali che gli semplificano la vita e lo portano a agire con una scrupolosità invidiata dall’altro. Del resto la storia narrata da Alessio Viola è radicata nel territorio del noir: non esistono personaggi positivi, non c’è spazio per esempi di virtù. Soltanto soggetti dall’ego tossico, capaci di raggiungere la pace con se stessi soltanto laddove riducano l’etica a un’algebra morale: numeri positivi e negativi cui adeguarsi secondo ciò che il piano di vita mette alla loro portata.

Questi due personaggi prendono a entrare in contatto nella Bari da non-cartolina che prende a dipanarsi dalle prime pagine del testo. Siamo all’altezza delle pagine 15-16 quando De Angelis segue prudentemente in auto Trentadue, cercando di non farsi scorgere mentre attraversano il territorio lunare che ben conosce chi vive o ha vissuto le aree metropolitane del meridione d’Italia:

Si lasciarono alle spalle il panorama della periferia barese, capannoni industriali e costruzioni abusive di ogni sorta, impianti sportivi abbandonati a metà e teatri tenda muniti di permesso e copertura della malavita, officine dove si smontavano le macchine rubate e si depositavano i cartoni di sigarette sbarcati a San Giorgio, il porticciolo antico a sud della città, quello dove a maggio approda la statua del santo patrono, San Nicola, nei giorni di festa.

Arrivarono alle schiere di villette edificate negli antichi Settanta – una distesa ininterrotta di complessi e villaggi che si allungava per tutto il litorale sud – abitate da una piccola borghesia che un tempo pensava di trovare l’America e che invece si era risvegliata in una periferia isolata e grigia, con stradine che si immettevano in maniera suicida nel traffico assurdo della tangenziale.

È solo un saggio delle descrizioni che l’autore fa della Bari ambigua, ricca di territori indecifrabili. E su tutti spicca il quartiere di Poggiofelice, nome di comodo per designare Poggioallegro, un sobborgo di Noicattaro che negli Anni Novanta fu la base di una nuova criminalità straordinariamente sanguinaria. Essa viene descritta nelle pagine di Alessio Viola con un’abilità che mescola il talento narrativo con l’analisi sociologica. I passaggi degni di menzione sono innumerevoli, difficile selezionarne qualcuno senza avere l’impressione di trascurarne altri di eguale importanza. Ma bisogna provare e perciò si parte dal frammento di pagina 33, dove viene descritto il mutare della mappa criminale barese in coincidenza coi cicli dello sviluppo urbanistico. Il tutto è descritto nel dialogo fra De Angelis e il suo superiore, Nello Castiello:

(…) Ci mancava pure Poggiofelice, non bastavano Japigia, il CEP ed Enziteto… ma non ci stavano gli sfollati là dentro? Roba di zingari, senza casa… Avevo sentito di una questione di questo tipo”, aveva concluso Castiello (…). Aveva praticamente steso la mappa dei quartieri a più alta densità malavitosa della città. Japigia, a sud di Bari, il regno del capo dei capi, Mariuccio Danisi, in galera da sempre, che aveva trasformato quel quartiere nel fulcro dello spaccio e di tutte le attività che gravitavano intorno alla droga nella regione e oltre i confini; si diceva che nulla in città si facesse senza la sua approvazione; mediatore per convinzione economica, tesseva alleanze e guerre fra clan, personaggio anche mediatico, ogni volta che accadeva qualcosa i giornali parlavano di lui. Poi c’era il quartiere San Paolo, il CEP, nelle vicinanze dell’aeroporto, nato dalla prima migrazione da Bari Vecchia nei primi anni Sessanta: le famiglie che vivevano da sempre nei bassi senza luce e senz’acqua di colpo si ritrovarono nella modernità, compresa quella criminale, che non si esauriva nel contrabbando. E da ultimo c’era Enziteto, nuovissimo quartiere anche questo vicino all’aeroporto, pulito all’inizio, aveva una scuola e una chiesa, entrambe diventate rapidamente depositi di refurtiva della banda che si era stabilita lì attraverso il controllo delle assegnazioni delle case popolari”.

2. L’appropriazione criminale del territorio e la sua rappresentazione narrativa

Ecco la verità scomoda per come è stata enunciata in un passaggio del frammento precedente: in determinati contesti l’appartenenza a un’organizzazione criminale, o la mera prossimità, può permettere di prendere l’ascensore sociale e emanciparsi da condizioni di miseria. Si tratta di una forma malata, amorale di modernizzazione. Ma quasi sempre, per chi ne beneficia, poco importa dei costi morali e legali connessi alla propria mobilità sociale.

Questa predisposizione socioculturale viene mirabilmente descritta in numerosi scorci del romanzo di Alessio Viola, che così assume una rilevanza sociologica importante tanto quanto quella letteraria. E questo zigzagare lungo la linea tra sociologia e letteratura tocca il punto più alto con la descrizione di quel processo che si può etichettare come “appropriazione del territorio”. Laddove il termine “appropriazione” va inteso nella duplice accezione di “acquisire, rendere un oggetto dote propria” e di “rendere proprio a misura di sé, plasmare secondo esigenze di parte”.

L’appropriazione del territorio, che si verifica nei confronti dell’immaginario quartiere di Poggiofelice per l’azione del boss della nuova mala barese, che nel romanzo prende il nome di Felice Episcopio. La descrizione di come mutamento criminale e mutamento territoriale producano un circolo si snoda fra le pagine 24 e 26. Tre pagine che dovrebbero essere allegate come dispense in qualsiasi corso di Sociologia della criminalità organizzata e di Sociologia della devianza:

Felice Episcopio era uno che veniva da Bari Vecchia, uno forte davvero, vecchia scuola. Non guardava in faccia a nessuno, cattivo e feroce, ci prendeva gusto se doveva sparare a qualcuno o inscenare un imbonimento,cioè rompere la testa e le gambe a chi aveva sgarrato. Si era fatto le ossa nei clan storici della città vecchia, fino ad acquisire un’autonomia che voleva mettere a frutto. Il giro di affari si era molto ampliato, si aprivano nuovi spazi all’imprenditoria mafiosa. Si era stabilito a Poggiofelice quasi un anno prima, appropriandosi di una villetta senza che nessuno trovasse niente da ridire, né il comune né i vigili né tantomeno la polizia – peraltro, intervenire su quelle occupazioni non era proprio semplice, visto che nessuno si sognava di denunciare niente. Era stata la sua migliore intuizione imprenditoriale. Aveva chiamato a raccolta la sua numerosa famiglia, amici e conoscenti e anche sbandati e cani sciolti della malavita di periferia.

Eccola qui, la dinamica sociale ascendente che promuove a un più alto rango criminale il boss emergente ma anche il “suo” popolo, fatto di soggetti a loro volta promossi al superiore rango criminale, o soltanto a una condizione di vita meno ingrata, grazie all’appropriazione di un altro territorio e una sorta di “nuova bollinatura”. Ma c’è soprattutto che in quel territorio l’organizzazione criminale si trasforma nell’ente unico della regolazione sociale, con le proprie regole nell’erogazione di pezzi di welfare. Una dinamica la cui descrizione si fa man mano più precisa nelle parole di Viola:

Un po’ alla spicciolata erano arrivate altre famiglie, il villaggio si era andato via via svuotando dei suoi residenti iniziali, l’occupazione progressiva, quasi militare, lo aveva completamente trasformato nel giro di pochi mesi. Sfrattati, nullatenenti, habitué delle graduatorie IACP, ladri, contrabbandieri, spacciatori, prostitute. Era diventato a tutti gli effetti un possedimento della malavita, con gli alloggi popolari che erano gestiti da Episcopio in persona e Cardascio, il suo braccio destro, che decidevano le assegnazioni senza controlli di sorta. Chi ci abitava da tempo veniva convinto, prima con le buone, con le cattive subito dopo, ad andarsene fuori dai piedi. Pressioni, minacce, sfregi alle abitazioni e alle macchine, e mai nessuno che avvertisse le autorità. Andavano via senza protestare, lasciando le case libere ai nuovi padroni. Era diventata una cupa come non ne avevano mai avute, i mafiosi baresi. Ci si poteva tenere di tutto, lì dentro: armi, droga, refurtiva, puttane da smistare nei casini o per strada, tossici che ci andavano a farsi tranquilli e che per questo preferivano comprare là piuttosto che a Japigia o a Bari Vecchia. Un girone infernale, un incubo abitato da fantasmi di una vita nata male e schizzata sulle onde della città come una pietra sul mare calmo.

L’intuizione imprenditorial-criminale come fattore di mutamento sociale e territoriale. Un aspetto ben conosciuto da chi studia le organizzazioni criminali e sa bene quanto esse siano in grado di convertire le crisi di sistema in opportunità proprie:

Avevano messo su una specie di Banda del Muro Sfondato, un villaggio-fortezza impenetrabile per chiunque non ne accettasse regole e scopi, una zona franca dentro la società civile. Che, peraltro, taceva e voltava la testa altrove. Il giro di affari era diventato consistente, il fatturato non aveva più nulla da invidiare a quello dei gruppi mafiosi cittadini, che continuavano ostinati a spartirsi il mercato urbano quando c’era un’immensa periferia, spalmata su decine di paesi, che non chiedeva altro se non essere rifornita di tutto quel ben di dio. Era stata un’altra delle idee vincenti del duo Episcopio-Cardascio, quella dell’espansione nell’hinterland cittadino: nuovi mercati da penetrare, una clientela ancora da fidelizzare e abituare ai nuovi prodotti. Un business della madonna, e loro ne avevano le chiavi.

Chapeau. C’è questo e tanto altro in Dove comincia la notte. Talmente tante cose da richiedere almeno un’altra puntata di questa recensione. A presto.

(1. continua)

E come sempre vi do l’arrivederci con un brano musicale.

Severgnini dispensa consigli di viaggio esistenziali. Ma a prendere il largo è soltanto la sua grammatica creativa (Panorama n. 20, 14 maggio 2014)

Cari amici, questo è il l’articolo pubblicato sul numero di Panorama in edicola fino a stasera. E domani tocca a Gramellini.

 

Una nuova vetta nella storia del pensiero occidentale. È quella che si sente di toccare a ogni nuovo libro di Severgnini Beppe da Crema,il Bertrand «Rascel» del XXI secolo. Già leggendo il titolo del suo ultimo volume scatta il tremore ai polsi: La vita è un viaggio. Molto originale. E in attesa che esca il prossimo(sarà forse L`importante è la salute?) tocca centellinare la saggezza dispensata da quelle pagine per non andare in overdose. Per esempio, «Siamo tutti viaggiatori della vita». Ma dai! Oppure: «Si possono scoprire cose meravigliose anche vicino a casa». Giura! E ancora: «Solo viaggiando s`impara a viaggiare. S`impara guardando, parlando, ascoltando, aspettando. E scrivendo, se uno lo sa fare». Condizione, quest`ultima, che stando alla pulizia della sua prosa non risulta indispensabile. L`uso della grammatica è creativo. Si legge per esempio che «nessun viaggio e nessuno spettacolo – neppure il nostro dura per sempre». A dire il vero viaggio e spettacolo sono due, dunque sono nostri e durano. E fosse solo questo passaggio. Più avanti si legge: «L`autorevolezza di una testata o di una firma non bastano». Ma se l`autorevolezza è una, perché non bastano? Misteri della saggezza severgniniana. Come quello di pag. 149: «Aprire e gestire un`azienda, oggi, è un atto eroico». Veramente a me pare che gli atti siano due, ma non è questo il punto. Il punto è che per Severgnini la vita è un viaggio nella decostruzione della lingua, partendo dai significati dei vocaboli. Leggendario il passaggio alle pagine 44-5, dove il nostro Bertrand «Rascel» spiega come l`immutato successo dei nostri latin lover stia nel fatto che «molti maschi italiani, ancora oggi, riescono a sintonizzarsi sulla controparte femminile in un modo sconosciuto ai nordeuropei». La controparte! E perché non la contropartner? Forse il problema sta nel fatto che il nostro scrive troppo in angloamericano. Lo fa per snocciolare common places sul New York Times a proposito dei turisti che non visitano l`Italia da Napoli in giù, e poi torna a usare l`italiano sul Corriere della Sera per respingere le accuse e fare il martire manco fosse Giordano Bruno, anzi: Jordain Brown. Tattica ben rodata, la sua, che sulle colonne del Nyt si potrebbe ribattezzare «mourn and screw», libera traduzione del partenopeo «chiagni e fotti» che Severgnini pratica sulla stampa nostrana. Tutto molto Italians. Anzi, molto Italiots.

 

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AAA Cercasi Exit Strategy per Walter Siti (da Panorama n. 18, 30 aprile 2014)

Cari amici, questa è la stroncatura dell’ultimo libro di Walter Siti pubblicata nel numero di Panorama in edicola fino a stasera. E domani tocca a Camilla Baresani.

 

Ma quanto è magnetica la scrittura di Walter Siti. T’avvince col fascino delle cose imperscrutabili, esattamente come accade coi dogmi della fede e i geroglifici. Capisci una cippa e perciò deponi prontamente l’ansia d’interpretare, ma cionondimeno rimani rapito almeno fino all’ora della prossima pastiglia. Il miracolo si ripete con Exit strategy (Rizzoli, pagine 222, 18 euro), dove capita di rimanere folgorati da periodi come quelli disseminati a pagina 16: “Non mi manca il suo corpo, ma la certezza della sua visitazione. (…) Il lessico religioso usurato germoglia sempre più fiacco e la schiavitù impallidisce. (…) Tutto fila liscio fin che funziona la collaudata macchina gnostica”. Ma quanto ti stimola la prosa di Walter Siti. Quanto meno a cercare il motivo dell’ebetudine che ti rende incapace di star dietro a frammenti da apnea come quello di pagina 44: “Quando strati diversi di desiderio frizionano senza chiarirsi reciprocamente, non aumenta la luce ma il buio; l’incarnazione sta passando di mano e nel passare diminuisce il voltaggio. La mia ossessione, anchilosandosi alle giunture come succede ai vecchi, lascia trasparire la sordidezza della dipendenza sotto il velo cangiante della divina mania – sotto la giaculatoria affiora la bovina ottusità del gioco d’azzardo; gli slanci verso l’Assoluto non sono (non erano?) che puntate in un casinò da cui presto mi cacceranno perché sto esaurendo le fiches”. Ma quanto è eroico Walter Siti, nel pretendere che l’editore inserisca un’appendice in extremis dove si può leggere un passaggio come quello di pagina 214: “Una di quelle serenità orizzontali che devi solo sperare non arrivino sussulti, perché non hai a disposizione ridondanze di ritorno”. Ma quanto è funambolico Walter Siti, come dimostra nel frammento a pagina 20: “La violenza e l’ingiustizia incarnate nei suoi quadricipiti gonfi come tascapani di nuvole, erotomania quale superamento dell’umano; ma l’incarnazione sempre più irrancidita e risaputa in una tavola d’equivalenze lacunosa (…)”. Impossibile resistere a tutto ciò, ce lo insegna lui che non serve a niente. E dunque, ecco ancora: “La convergente certezza che un tintinnio di miasmi  scuotesse il pendolo dei destini ciechi”. Oppure: “Consultando le effemeridi colgo l’enzima del desiderio calato dentro un esperimento d’agorafobia, e scopro che l’onanismo è epico edificare muri a secco dell’Ego”. I numeri di pagina degli ultimi due frammenti? Non esistono. Li ho scritti io, e mi sembrano soltanto delle tonitruanti minchiate. Ma ciò non toglie che Walter Siti sia troppo forte.

 

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